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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

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La politica che non ha età ma si misura sull’età

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Editoriale fidest. In questi giorni si sta accentuando il discorso sui giovani che vogliono entrare in politica e assumere da subito posizioni apicali, nell’organigramma partitico, e sugli “anziani” che sono prodighi di consigli e di aperture al dialogo ma tendono ad allungare i tempi d’attesa. A questo punto la società non sembra solo divisa tra ricchi e poveri e donne e uomini ma anche per età anagrafica, colore della pelle, fede religiosa, campanile e quanto altro. Praticamente su tutto. Ma l’aspetto che va più evidenziato è proprio quello tra giovani e anziani. Le logiche consumistiche della nostra società capitalista sembrano marciare proprio su questo divario e ad accentuarne la conflittualità. Il tutto dipende dalla tensione che si esercita nei riguardi di chi finalizza la sua ragion d’essere nella possibilità di acquisire benessere e ricchezza e conviene che può farlo solo se la sottrae agli altri in quanto la torta è quella che è e non basta per tutti. Gli anziani a questo punto rappresentano quel di più che si vorrebbe escludere prefigurando la prima grossa contraddizione tra i ritrovati della scienza che prevedono l’allungamento della vita, oltre i cento anni, e chi considera l’ultra sessantenne un costo eccessivo per la comunità in quanto esce dal mondo del lavoro, non produce ma richiede risorse assistenziali e previdenziali che gli accorti mestatori lasciano intravedere come un modo per rendere ai giovani la vita più difficile. Il rischio più evidente è che queste idee possono, alla fine, condurci a soluzioni radicali come l’eutanasia, l’emarginazione, l’esclusione sociale, l’isolamento e la povertà estrema per tutti coloro che si pongono nell’immaginario giovanile come un costo per la società e in primo luogo gli anziani, gli invalidi, i diversamente abili. Questo modo di vedere trasforma la nostra società in homo homini lupus. Il più forte, il più dotato, il figlio di una razza eletta, l’adepta di una certa religione in luogo di un’altra, l’appartenenza a una etnia che riesce a predominare sulle altre, le fortune finanziarie di una casta rappresenteranno la forza vincente sulla maggioranza degli anonimi che vanno sfruttati e per quel che rimane gettati nell’immondezzaio. Segni premonitori li avvertiamo un po’ ovunque e per quanto riguarda gli anziani sono più evidenti poichè il problema è alquanto recente. Da circa 30 anni, infatti, la speranza di vita continua ad allungarsi dopo che per decenni era rimasta stazionaria. Dobbiamo, a questo punto, prima che si raggiunga il punto di non ritorno, ingegnarci a trovare un nuovo rapporto generazionale e una cultura della solidarietà diversa dagli attuali parametri. Il primo aspetto, a mio avviso, sarebbe quello di una rimodulazione dell’attività lavorativa assegnandola secondo l’impegno che si richiede. Prendo ad esempio il giocatore di calcio professionista. A 35 anni gli toccherà appendere gli scarpini al chiodo ma non per questo possiamo definirlo un “pensionato”. Si cercherà un altro lavoro. Se generalizziamo questo aspetto dobbiamo pensare che vi sono lavori più congeniali per i giovani e meno per gli altri e lo stesso discorso vale per gli ultrasessantenni. D’altra parte non si può pensare che a 65 anni, se si resta in buona salute, e non sono pochi coloro che possono essere inquadrati in questa casistica, il loro destino è quello di scaldare le panchine dei giardini pubblici. Occorre, a costoro, offrire altre opportunità lavorative, altri interessi, altri modi di rendersi utili nella società. La politica, a questo punto, deve saperne trarre le conseguenze nel rapporto giovani-anziani facendo emergere non un primato anagrafico ma un primato della partecipazione corale, di una evoluzione della società verso i reali obbiettivi che deve perseguire, indistintamente, e che si possono chiamare con un solo nome: solidarietà verso tutti nessuno escluso e ciò significa essere meno ricchi e più disponibili, meno egoisti e più aperti ai bisogni e alle attese di coloro che sono meno fortunati di noi. Su questi temi, e non su quelli surrettizi, che possiamo parlarne per costruire una società che non si misura su logiche di possesso ma sul senso che intendiamo dare alla nostra vita e il messaggio che intendiamo lasciare ai posteri che è un segnale di amicizia e di amore per il nostro prossimo e tutto sommato anche nei nostri confronti. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Pesi e contrappesi

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 novembre 2011

el camino del consumismo

Image by tnarik via Flickr

Le logiche consumistiche, l’economia globale, l’espansione frenetica della crescita hanno delle pesanti ricadute nel nostro sistema bilanciato dalla necessità di colmare il rapporto sempre più conflittuale tra l’area del benessere e quella del disagio. Stiamo facendo di tutto per far transitare la mano pubblica in quella privata dove il profitto ha una sola legge e solo chi sta bene può stare meglio ma chi non sta bene, e non solo economicamente, è destinato ad essere sfruttato ed emarginato. Ciò significa che ci avviamo verso una società altamente conflittuale che non vede solo contrapposti i poveri e i ricchi ma anche le categorie sociali: anziani e giovani, lavoratori e disoccupati o sottoccupati o precari, e ancora le diverse professioni di fede, Nord e Sul del mondo, pregiudizi razziali e conflitti tribali, contese di genere. Il tutto diventa una polveriera sempre più esposta ai rischi di una esplosione e qualche segno inequivocabile l’abbiamo avuto con la “primavera araba” che è riuscita a provocare il tracollo di regimi ritenuti inossidabili come quello tunisino, libico ed egiziano ma ha anche provocato una profonda frattura tra il popolo e il regime in Siria e in Iran. Ci hanno anche provato i moti di piazza in Spagna, in Gran Bretagna, in Francia e in Italia ma con il risultato di spegnersi per mancanza di una guida carismatica. Oggi si cerca in qualche modo di tamponare con vari espedienti questa tensione sociale o di lasciarla sfogare come è accaduto nel Nord Africa, al fine d’imbrigliarla in un contesto di interessi occidentali di dubbia valenza. Se, a questo punto, non siamo in grado di fermare questa pulsione esistenziale che attraversa le generazioni e le umilia nel lavoro, nella tutela degli interessi legittimi e nella scarsità di risorse messe a disposizione per la previdenza e l’assistenza pubblica ci troveremo di fronte a continue manifestazioni di protesta sempre più conflittuali e violente. E’ tempo di capire che la nostra società, posta sotto tutte e diverse bandiere del mondo, ha bisogno di rivedere alla radice il nostro rapporto nello stare insieme. Ha bisogno di rendersi conto che è giunto il momento di capire i valori e dare ad essi le giuste priorità come quelle prioritarie della vita e del vivere. Valori che non si esauriscono ma si rigenerano nel rapporto generazionale e si accomunano in una sola identità. Solo così possono realisticamente dare un senso alla vita. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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