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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘logiche’

Logiche consumistiche e uso dei materiali

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2018

Ma se al contrario ci rituffiamo nella nostra realtà quotidiana ci rendiamo conto che la validità delle cose che ci circondano, e che a volte potenziamo con spese elevate, un giorno diventeranno inutili. Intanto hanno il primato non certo edificante di farci solo perdere tempo prezioso e caricandoci, per giunta, di alti consumi di energia. E’ tutto sommato il prezzo che noi paghiamo alla mancanza di una programmazione seria, ad una visione chiara sul futuro che ci attende e ad una concezione dei nostri rapporti sociali fondata su vecchie e stantie regole.
Oggi, ad esempio, molti prodotti come le auto, il frigo ecc. sono stati concepiti per non durare più di tanto. Il loro rinnovo comporta alti consumi di energia per la fabbricazione e pesanti oneri a carico dell’ambiente con la dispersione dei rottami inquinanti o per il loro riciclaggio. La svolta, anche in questo campo, è quella di avere manufatti di qualità con una vita media di gran lunga più lunga e costituiti da materiali puliti e riciclabili solo per i componenti nel senso che si può cambiare un pezzo ed il motore continuare a funzionare ancora per molto. Anche per i prodotti alimentari la linea di tendenza dovrebbe essere un’altra. Vanno in questo senso sollecitati incentivi per un ritorno all’agricoltura organica senza rischi chimici dato che è oramai scontato che i pesticidi ed i fertilizzanti non fanno altro che avvelenare la terra e con essa le falde idriche.
Anche questa volta dovremmo fermarci all’ora “X” e configurare una società che di colpo si priva delle sue fabbriche di armamenti, smantella l’industria chimica e riduce del 35% l’intera produzione industriale puntando a beni durevoli e di elevata qualità. La disoccupazione andrebbe alle stelle a meno che non si riduca a due o al massimo tre ore giornaliere l’attività lavorativa. Ma quest’ultimo aspetto potrebbe essere scongiurato, o per meglio dire limitato, e digerito senza traumi se riuscissimo a trovare dei lavori alternativi e nello stesso tempo a ridurre drasticamente la popolazione sulla terra.
Il primo punto potrebbe essere facile da adottare se pensiamo alle estese opere di riconversione industriale e di bonifica delle aree inquinate da porre mano in tutti i settori delle attività umane e negli ambienti in cui si vive, ma il secondo è terribilmente complicato.
Non si tratta solo di ragioni etico-religiose. Lo dimostra la frenesia di quanti si sottopongono a pratiche, a volte rischiose per la propria incolumità fisica, per avere un figlio. Una maternità ed una paternità sovente sentita più come uno sfogo ai propri egoismi che dettata da altre motivazioni. Dovremmo convincerci che non si ama prolificando, ma rinunciando a mettere al mondo creature senza un avvenire o capaci solo di condurre una vita grama fatta di stenti e di rinunce. E l’emarginazione sociale è la prima droga assunta dai giovani che vivono questa esperienza e a poco servirà l’amore se lo trasformiamo in un surrogato e per giunta molto scadente rispetto all’originale. (Riccardo Alfonso)

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DecretoDignità: una questione di priorità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 luglio 2018

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico. Il Decreto Dignità che presto arriverà in Parlamento continua ad essere attaccato da destra e da sinistra con le più fantasiose motivazioni possibili. Questo è il segnale che siamo sulla strada giusta. Da un lato abbiamo il partito che ha devastato i diritti sociali dei lavoratori con l’introduzione del Jobs Act (leggete per esempio cosa scrive il Presidente della Regione Toscana per spiegare il caso Bekaert e che è passato alla storia per il condono miliardario della vergogna ai signori delle slot machines). Dall’altro abbiamo Berlusconi che si dice preoccupato per gli imprenditori. Lui che ha creato Equitalia che ha devastato la piccola e media impresa italiana si preoccupa per un provvedimento che elimina adempimenti burocratici folli come lo spesometro, il redditometro e lo split payment per le partite iva? Certo che no, è preoccupato perché non tuteliamo le lobby del gioco d’azzardo tanto care alle sue televisioni.
È vero: forse vietando la pubblicità all’azzardo nell’immediato perderanno dei soldi, ma lo Stato ha il dovere di tutelare prima di tutto i suoi cittadini. Un milione di persone malate di azzardopatia sono una ragione più che sufficiente per intervenire subito e con misure drastiche, infatti tutte le associazioni che si occupano di questi temi sociali sono al settimo cielo.Dire che il Decreto Dignità danneggia gli imprenditori perché tutela i lavoratori vuol dire continuare a ragionare con logiche vecchie. Abbiamo messo un freno al precariato perché stava rendendo insopportabili le condizioni di vita per tantissime persone. L’Italia fino all’approvazione del Decreto Dignità aveva molti meno vincoli per i contratti a termine rispetto a Francia, Germania e Spagna: tutte nazioni che rispetto a noi negli ultimi anni sono cresciute di più. Rendere incerta e instabile la vita delle persone non aiuta l’economia, è un’ovvietà che abbiamo sancito con una legge.Il Decreto Dignità non risolve in un colpo i problemi degli italiani, ma è il primo passo che indica la direzione che seguiremo. Prima i miliardi li spendevano per le banche e per aiutare le lobby dell’azzardo, noi abbiamo cambiato le priorità: adesso li spenderemo per rendere migliore la vita dei cittadini. (fonte blog delle stelle)

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La bomba demografica e le logiche della globalizzazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 giugno 2018

La popolazione mondiale sta avvicinandosi a grandi passi ai sette miliardi e si prevede che nel 2050 toccherà i nove. Siamo in tanti, sicuramente troppi anche perché stiamo entrando alla grande nel mondo tecnologico e ciò presuppone che l’utilizzo delle risorse umane sarà gradualmente ma inesorabilmente ridimensionato al ribasso. Con un cinismo tipico di alcune categorie di persone che si considerano al passo con i tempi nuovi, e ne cavalcano le sue doti evolutive con una certa presunzione, esistono degli “scarti di magazzino” che vanno messi a parcheggiare in attesa di smaltirli in qualche modo ma non certo in meglio. E’ una tendenza che mostra già i suoi tratti distintivi se pensiamo alle periferie delle grandi città dove abbiamo emarginato milioni di esseri umani deprivandoli del loro futuro e si cerca d’imbrigliare i milioni di migranti che vagolano tra un continente o una nazione e l’altra creando dei campi profughi dove si pensa di ibernarli in attesa che malattie e quanto altro compiano il loro corso eliminandoli fisicamente.
Qualcuno ci fa notare, con una logica espositiva agghiacciante, che la selezione della specie passa proprio dall’eliminazione fisica dei soggetti più deboli con le pandemie, il non accesso ai farmaci salvavita, le carestie, le guerre tribali, xenofobe, religiose e la diffusioni di armi di distruzione di massa. In tutto questo bailamme se non riusciamo a cogliere in tempo i mutamenti in atto e il modo come si stanno sviluppando si rischia di vanificare le stesse logiche della globalizzazione delle merci, delle attività imprenditoriali e finanziarie. In altri termini o si parte con costi uniformi nelle loro varie componenti (lavoro, materie prime, cicli produttivi) o s’impone la necessità di spostarli in aree di maggiore convenienza in termini di profitti. E Trump negli Usa applicando i dazi ha ben individuato il rischio per il suo paese d’essere svuotato delle sue produzioni creando disoccupazione e instabilità politica. Lo stesso discorso varrebbe per l’Italia nei confronti degli altri partner europei. Logica vorrebbe che le imprese che lasciano l’Italia per approdare in lidi economicamente più convenienti e fanno poi rientrare le merci che producono altrove a prezzi più competitivi potendo pagare di meno la manodopera e gli oneri contributivi e fiscali, pagassero un dazio per pareggiare i conti. Lo stesso si potrebbe dire per gli emigranti economici considerato che il loro lavoro all’estero potrebbe valere, in termini retributivi sette o otto volte di più oltre alle maggiori tutele previdenziali e assistenziali e al proprio tenore di vita. (Riccardo Alfonso)

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La rappresentanza militare e le logiche comunicative

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Dai tempi del Generale Jucci che, non si vedeva tanto interesse a mettere il bavaglio alla Rappresentanza Militare dell’Arma. Negli ultimi giorni il Comando Generale della Benemerita ha emanato due circolaridirettive con le quali si dispone come si devono comportare i delegati degli organismi della Rappresentanza Militare Cocer-Coir-Cobar, in materia di “relazioni sociali” (manifestazione del pensiero) e come interagire sui “Social Network”. Il Comando Generale dell’Arma non ha mai escluso, ai Carabinieri, l’utilizzo delle opportunità offerte dal web con particolare riferimento all’ambito della mera socializzazione su base sentimentale o amicale; Qualcosa, in questi giorni, è cambiato e non si riesce a capire il motivo. Qualcosa che preoccupa chi la guarda dall’esterno e gli addetti ai lavori. Qualcosa che riguarda la natura democratica che ha sempre ispirato la Benemerita. L’incertezza del diritto trapela nelle ultime disposizioni emanate dal Comandante Generale Giovanni Nistri attraverso l’Uff. Rapp. con la Rapp. Mil. con due lettere firmate “d’ordine” dal Capo di Stato Maggiore dell’Arma pro tempore. Da anni l’organismo centrale dell’arma, il Cocer, lamenta che con le sole delibere non riesce a far pervenire alla base quello che ottiene, dall’autorità alla quale è affiancato, per migliorare le condizioni del benessere del personale. Il Cocer e’ sempre stato orientato e sostiene tuttora la necessità di un sempre maggior utilizzo di forum, blog, newsletter, chat, ecc, affinchè si possa creare un interscambio di idee tra la base e gli Organi di Rappresentanza,mentre il Comando Generale,con le due lettere-direttive entra “a gamba tesa” sull’argomento che, tra l’altro, rientra fra le materie oggetto di concertazione/informazione disponendo limiti all’esercizio del mandato dei delegati della Rappresentanza Militare nonché all’esigenza di aggiornamento del personale sulle iniziative della Rappresentanza Militare, soprattutto al livello centrale che, al contrario, è andata via via aumentando, connotandosi come un’obiettiva esigenza istituzionale, specie dopo l’introduzione delle procedure di concertazione; Vorremmo capire perche’ le limitazioni introdotte sono state emanate senza averle inviate preventivamente al COCER per il parere di competenza atteso il carattere modificativo o, comunque, innovativo rispetto alle direttive interne cui si riferiscono. Il Comando Generale, fra l’altro: a) in merito alla divulgazione esterna agli organi di appartenenza dei delegati (note, appunti, ecc.) , riferisce che l’intento del legislatore e la normativa di riferimento tendono si a tutelare l’esercizio del mandato ma anche ad evitare iniziative di singoli delegati che possano costituire atti diretti a condizionare l’esercizio del mandato degli altri componenti e degli altri organismi ai diversi livelli; b) in merito al rilascio di comunicati e di dichiarazioni, riferisce che è vietato ai singoli delegati rilasciare comunicati e dichiarazioni; Le suddette limitazioni, non trovano riscontro nella vigente normativa che, al contrario, offre ampie garanzie ai delegati nell’esercizio del loro mandato per quanto attiene la possibilità di manifestare il proprio pensiero sancito dalla Costituzione Italiana. Se posso permettermi di dare qualche consiglio al vertice dell’arma lo faccio di buon grado: “Inasprire i rapporti con gli organismi della Rappresentanza Miliare non porta giovamenti a nessuno, in altre epoche e’ avvenuto ed ha arrecato danni all’istituzione e non solo….. La politica non ama turbolenze all’interno dell’arma che difficilmente approverebbe” Non bisogna essere succubi degli organismi ma ne tantomeno essere duri inventandosi norme inesistenti. L’arma ha gia’ vissuto momenti di scontro tra il vertice e il Cocer e vi posso assicurare che a pagare le conseguenze non e’ stato certamente la R.M. Non vorrei che sia giunto il momento di passare a forme di rappresentanza di tipo sindacale che non dispiacerebbe a quei politici che da sempre ne auspicano l’istituzione,cosi come richiesto ai TAR dai circa 7000 ex forestali che transitando nell’arma si sono visti privati di un loro diritto rappresentativo. Chi vivra’ vedra’! L’ultimo dei mohicani.

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LEA: logiche e risposte obsolete per la disabilità

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 novembre 2016

Ministero salute“Non potevamo aspettarci nulla di diverso: quando un testo di questa portata viene redatto ignorando la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, l’esito non può che essere quello che abbiamo sotto gli occhi! Un testo obsoleto, inadeguato, ampiamente irricevibile.”Questo il primo commento del Presidente FISH, Vincenzo Falabella, all’uscita dall’audizione in Commissione Affari Sociali della Camera dove è all’esame il Decreto sui nuovi LEA.La FISH, depositando agli atti una memoria, esprime forti riserve sull’intero impianto del decreto elaborato dal Ministero. E le puntuali critiche riguardano sia le modalità di elaborazione che il merito delle disposizioni.“Il Ministero della Salute ha di fatto rifiutato uno strutturato confronto con le associazioni delle persone con disabilità e di molte altre organizzazioni dell’impegno civile, di operatori e tecnici, perdendo un’occasione straordinaria di costruire una norma davvero efficace, moderna, condivisa. Ha invece concentrato l’attenzione al mantenimento di linguaggi e modelli vetusti e obsoleti, al contenimento dei costi in un’ottica meramente di cassa.” Ma una nota dolente è anche riservata al mancato confronto con l’Osservatorio nazionale sulla disabilità che opera all’interno del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e che in tema di LEA aveva prodotto proprie osservazioni, totalmente ignorate.Le stesse apparenti novità rimangono incardinate in logiche che hanno già dimostrato il fallimento. Poco conta l’apprezzabile intento di ampliare l’elenco, ad esempio, delle malattie rare, quando le modalità di modificazione di quell’elenco rimangono le stesse. Poco conta prevedere ausili nuovi o tecnologicamente avanzati se poi i percorsi di erogazione mantengono criteri amministrativi e sanitarizzanti che producono più costi che risparmi e che limitano fortemente la libertà di scelta delle persone e relegano l’abilitazione e la riabilitazione lontane dal ruolo che dovrebbero avere. No: i nuovi LEA perpetuano il concetto di “compensazione della menomazione” nell’erogazione degli ausili e delle protesi, al contrario di quanto prevede la CRPD in termini di diritto alla salute, alla mobilità, alla comunicazione.Siamo lontanissimi dai principi di inclusione previsti dalla Convenzione ONU e dalle stesse prescrizioni dell’OMS: l’adozione di un linguaggio obsoleto, inadeguato e incongruente ne rappresentano l’evidenza.Ma non è tutto: il regime sociosanitario, così come inteso nel testo proposto, esclude il progetto individuale ed esperienze rispettose dei diritti umani, ripropone lo schema che produce segregazione in palese violazione persino della recente norma sul “dopo di noi” (legge 112/2016). Il sociosanitario si presenta ancora una volta come una congerie di servizi per nulla raccordati e con l’individuazione di rispettive categorie di beneficiari del tutto indecifrabili e sovrapponibili (si parla ora di “disabilità complessa”, ora di “invalidità civile”, ora ancora di “non autosufficienza”) in cui la stessa persona potrebbe rientrare, con l’inevitabile esito di non promuovere il benessere della persona, ma di renderla meramente destinataria di assistenza frammentata ed inefficace.Desolante è l’assenza di attenzione alle menomazioni di natura sensoriale e alle esigenze delle persone con disabilità intellettiva e/o relazionale relativamente all’informazione, alla comunicazione, all’accessibilità alle campagne di prevenzione, alle relazioni con gli operatori sanitari e sociosanitari.E veniamo alla reale concretezza dei nuovi LEA, aspetto su cui finora è prevalso il silenzio: quando verranno applicati? Garantiranno realmente una parità di trattamento in tutto il Paese?La reale applicazione dei LEA, e quindi la concreta ricaduta sui Cittadini, è rinviata sine die, in particolare per le prestazioni più innovative e l’assistenza protesica. Ciò traspare dall’Intesa Stato-Regioni del 9 settembre scorso: vi si prevede una generica graduale applicazione nel tempo. È giustificata l’ipotesi che tale dilazione non sia connessa a motivi organizzativi ma ad una non adeguata copertura finanziaria.Il testo proposto lascia margini decisionali eccessivi su aspetti anche delicati, delegando alle Regioni la disciplina successiva su ambiti tutt’altro che organizzativi; l’effetto rischia di riproporre profonde disparità territoriali che ben conosciamo.E infine “il re è nudo”: prima ancora che i nuovi LEA vengano approvati viene predisposta (Intesa Stato-Regioni del 9 settembre 2016) una Commissione per l’aggiornamento dei LEA che dovrebbe entrare immediatamente in funzione. Un implicito riconoscimento dell’inadeguatezza dello strumento regolamentare non ancora adottato. E da questa Commissione sono esclusi i Cittadini, gli operatori e i loro rappresentanti.“Oltre al tempo, si è persa un’occasione per ripensare le politiche, i sistemi, i servizi in modo più civile, efficace, moderno e rispettoso dei diritti umani. Non possiamo che prenderne – ancora una volta – recisamente le distanze.”, conclude Vincenzo Falabella, ripetendo l’affermazione espressa in Commissione Affari Sociali.

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Il capitalismo degli Usa e nel mondo

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2009

Editoriale Fidest. Le recenti battaglie parlamentari negli Usa per rendere universale l’assistenza sanitaria pubblica mostra tutta la misura delle logiche che governano quel paese dove il capitalismo, con le sue perverse tendenze, sembra essere il reale mattatore nel privato come nel pubblico. Un’altra dimostrazione è venuta dalla conferenza sul clima di Copenhagen. Ma i segnali sono oramai tanti e persino la grande speranza, per un presidente come Patrick Obama, premio Nobel della Pace, sta perdendo i suoi presupposti a fronte di logiche capitalistiche che fondano il predominio mondiale solo a difesa degli interessi commerciali e affaristici dei grandi monopoli industriali e finanziari e dove nemmeno un presidente popolare e votato alla causa dei più deboli può farci qualcosa. Si è e si resta in Iraq per il petrolio. Si è e si resta in Afghanistan per favorire il commercio d’armi, il traffico d’oppio e far trovare agli americani un motivo di rivalsa per l’umiliazione subita con gli attentati del 2001 a New York. Questo sottile veleno dettato dalle logiche consumistiche favoriscono la ricchezza e umiliano la povertà e la condannano a morte a scapito di milioni di bambini di tutto il mondo che vi perdono la vita con le loro madri per mancanza di assistenza sanitaria e di aiuti alimentari. Questa “via americana” non solo è pericolosa ma è come una pandemia. Si diffonde ovunque e spinge taluni governanti a detenere il potere con la forza delle armi, a ridurre in miseria il popolo anche se a qualche chilometro di distanza l’estrazione di petrolio o le miniere d’oro, di diamanti, potrebbe riscattarlo dalle sue miserie. E’ un male che penetra ovunque e ci rende sempre più egoisti, cinici ed ipocriti. Che senso ha, infatti, predicare il diritto alla vita se subito dopo la neghiamo ai poveri della terra? E’ una miseria trasversale e che incontriamo nei ghetti del terzo mondo e in quelli delle città del benessere. In entrambi i casi si dorme e si muore a cielo aperto, coperti di stracci e con la mano inutilmente tesa a chiedere un obolo per sopravvivere. E’ questa l’eredità che ci portiamo con il nuovo anno e che si rinnova irrimediabilmente anno dopo anno da decenni e da secoli. Eppure la ricetta per cambiare registro è semplice quanto rivoluzionaria: favoriamo la ridistribuzione delle risorse per permettere ai poveri di farvi parte con pari dignità e diritti. Aboliamo gli strumenti di morte quali le fabbriche di armi e i loro arsenali. Decretiamo il diritto a tutti di accedere liberamente e senza obblighi economici all’assistenza sanitaria, ad avere un tetto dove ripararsi e ad alimentarsi. La vera libertà, la vera giustizia, la vera dignità si conquista in un solo modo uscendo dalla logica del profitto fine a se stesso e per una minoranza di eletti. Non è più il tempo del predicatore e dei suoi proclami per generare solo vaghe speranze. E’ tempo che tutti noi prendiamo coscienza del nostro essere e del nostro divenire per una società di giusti dove la sola economia è quella del condividere realmente il nostro pane con il fratello che c’è accanto per un diritto condiviso e non certo per una benevola concessione del più forte e dotato. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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L’armata Brancaleone e le logiche trasformiste

Posted by fidest press agency su domenica, 4 ottobre 2009

Editoriale fidest. Il voto alla Camera per l’approvazione finale del disegno di legge sullo scudo fiscale ha giocato un brutto tiro alle opposizioni. Ci riferiamo, nello specifico, al forte “scollamento” che si è registrato tra l’Udc di Casini e l’Idv di Di Pietro e sul modo di contrastare il passo all’attuale maggioranza. Le stesse esitazioni registrate da diversi parlamentari sia dell’opposizione sia della maggioranza nel valutare l’andamento dei lavori parlamentari che hanno preceduto il voto finale e la stessa esiguità registrata nella votazione finale, tra favorevoli e contrari, hanno lanciato un altro segnale di “guardia” sulla possibilità che possa spuntare un “nuovo partito trasversale”. Lo stesso nervosismo dei capi gruppo della maggioranza e della minoranza che paventano gravi sanzioni disciplinari nei confronti degli assenti non giustificati, evidenzia una crescente preoccupazione sulla “strisciante” ingovernabilità dei singoli parlamentari che oggi appaiono sempre più numerosi. E dire che questa eventualità si pensò di scongiurarla con le liste bloccate che hanno permesso di imporre i politici più affidabili a una certa linea politica (in specie nel Pdl). E’ un segnale, a nostro avviso, che fa il paio con la recente presa di posizione di Fini nel sostenere la possibilità che si formi nel Paese una nuova forza politica capace di aggregare quella vasta fascia di elettorato che si riconosce “centrista” e che si mostra sempre più insofferente al “guinzaglio berlusconiano e ai condizionamenti bossiani”. Ma cosa vorrebbe fare Fini? Vorrebbe, per quanto ci è dato di sapere, mettere in cantiere un qualcosa di simile a quella che adottò Berlusconi allorchè, fondando il suo movimento politico, lo rafforzò inglobando la destra di Almirante che per decenni era stata emarginata dalla fiera opposizione della sinistra e da una parte delle altre forze politiche, ma invertendo i termini, con una destra che si trasforma centrista e recupera il Pdl e l’Udc e altre frange minori. Si metterebbe in campo un nuovo organigramma apicale della classe politica che manderebbe in pensioni tutta l’attuale linea di comando dalla destra alla sinistra e svuotando di fatto lo stesso Pd. In questo modo l’opposizione si ridurrebbe in due tronconi, ma tali da non impensierire,a destra e a sinistra dello schieramento. Nei prossimi mesi avremo l’opportunità di verificare se i segnali da noi percepiti vanno nel senso da noi indicato. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le eccellenze delle università italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2009

“L’Università degli Studi di Siena ha rappresentato, tra scandali e spechi universitari, il caso più emblematico di ciò che non dovrebbe essere l’Università italiana. L’Ateneo toscano, oggi in forti difficoltà economiche, deve mostrare un palese cambiamento di rotta, ma non deve però essere abbandonato ad un destino di ridimensionamento. Da studenti, ci auguriamo che il percorso di risanamento non coinvolga direttamente le tasche degli studenti e delle loro famiglie in quanto siamo certi del fatto che un aumento sconsiderato delle rette universitarie non sarebbe sufficiente alla risoluzione del problema. Un disastro finanziario come quello dell’Ateneo senese non può ad oggi non avere ancora trovato dei responsabili, segno di una forte presenza di logiche baronali legate al passato. Siamo per un’Università moderna e trasparente che punti alla qualità della formazione e del merito. La rincorsa all’eccellenza è l’unica via per il rilancio”. È quanto dichiara Andrea Volpi, capogruppo del Centro-Destra al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, organismo del Ministero dell’Istruzione, che ha incontrato il Magnifico Rettore Prof. Silvano Focardi insieme ad Antonio Morrone, Consigliere d’Amministrazione dell’Università di Siena e Roberta Spada, Presidente di Azione Universitaria Siena.

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Marxismo e rivoluzioni borghesi

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2009

Editoriale fidest. Dal XVIII secolo al XX la storia si è caricata di eventi che hanno mostrato le diversità culturali e civili di popoli che si sentivano più proiettati ad una idea di libertà che non avrebbe tollerato i vari legacci che l’avevano imprigionata ideologicamente entro logiche ora capitalistiche, ora religiose, ora anarchicheggianti. Credo che Carlo Marx abbia voluto con la sua monumentale opera “Il Capitale” riequilibrare le sorti di quel proletariato schiacciato tra l’idea nobile e borghese della rivoluzione francese e gli antichi e mai domi privilegi della nuova e arrogante borghesia industriale. Da allora ad oggi molti si sono ispirati alle sue idee o le hanno estrapolate per gettare le basi di una rivoluzione come quella di ottobre in Russia che fondava il suo pensiero guida nel riscattare a pieno titolo i servi della gleba delle campagne e il proletariato delle fabbriche. Oggi sappiamo, dopo settanta anni di ubriacatura ideologica, che non avrebbe funzionato. E continua a restarci l’amaro in bocca. D’altra parte la ricerca di una società perfetta, dove l’essere umano è identificato come il centro di tutti valori esprimibili e capace d’irradiarsi per ogni dove per portare il suo messaggio di uguaglianza, di solidarietà e di civiltà, è miseramente fallita. E’ stato un fallimento ancora più sofferto poiché ci siamo serviti delle belle parole per farne un uso ipocrita e dissoluto. Vale un esempio su tutti. Pensiamo al colonialismo, allo sfruttamento da negrieri di terre e di uomini fuori dai propri confini nazionali mentre in patria si predicava la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. E il vizietto non lo perdemmo anche quando abbiamo rinunciato alle colonie. Le abbiamo furbescamente, affidate a governanti fantoccio, corrotti e avidi e preda di mercanti senza scrupoli. Ora dopo questi reiterati saggi di malgoverno, di ingiustizie, di cinismo, di genocidi, saremo in grado nel XXI secolo di dare un segno capace d’imprimere una svolta decisiva per la costruzione di una società egualitaria? Oggi, purtroppo, non scorgendo nemmeno in lontananza segnali di fumo, dobbiamo rifarci a quel detto mai domo: ai posteri l’ardua sentenza. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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