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Giustizia-lumaca. Funzionamento e affidabilità a livello zero. Prospettive?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

E’ di ieri la sentenza di Cassazione sulla strage di Viareggio: 11 anni di procedimenti, ora torna in Appello. Le informazioni in materia sono abbondanti. Colpisce non che ci sia un reo o meno, ma la prescrizione delle accuse di omicidio colposo. La prescrizione, tipico risultato dei processi-lumaca, è la legittima impossibilità di giudicare. Che è bene ci sia e che (al contrario del ministro di Giustizia) non deve essere merce di scambio per far finta che non esistano i processi-lumaca. Notizie di questi giorni: – dopo 14 anni, per un genitore di Torino (oggi 80enne) accusato di violenza sessuale, il processo è ancora in corso. – a Napoli dopo 31 anni, lo Stato ha risarcito per una trasfusione sbagliata una signora che, 37 anni all’epoca, oggi di anni ne ha 68. 26 anni per la sentenza, 5 anni per costringere lo Stato a pagare. Attualità e due notizie di questi giorni che non ci devono far dimenticare le tante vicende simili non note. E’ questa la giustizia di un Paese civile? Non ci rende affidabili: – per gli amministrati, rei o innocenti o desiderosi di giustizia che siano; – per gli investitori che se finiscono in un giudizio, civile o penale, devono rinunciare, e se non capitolano andare oltre confine. Come mai il capitolo giustizia è stato assente dai discorsi di fine anno del presidente Mattarella, così come è praticamente assente dai “ricoveri” e recuperi di qualche tipo? In questi giorni, 100 anni fa, nasceva Leonardo Sciascia, uno dei massimi denunciatori del sistema giustizia. Quando era in vita – scrittore, politico e deputato – quasi tutti lo emarginavano. Oggi viene decantato anche da chi all’epoca lo denigrava. E’ un fenomeno del passato o un esempio vivo da cui trarre lezione e passare ai fatti? Vincenzo Donvito, presidente Aduc,

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La Cassazione Civile contro i processi lumaca

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 gennaio 2012

Cassazione

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Lo “Sportello dei Diritti” è intervenuto numerose volte sull’annoso problema della lentezza dei processi italiani causa non solo di continue condanne dello Stato da parte della Corte di Giustizia europea, ma soprattutto di conseguenze negative per i cittadini costretti a subire le ansie e le attese per decisioni che non arrivano mai o che arrivano dopo anni ed anni di rinvii.La legge 89/2001 nota a tutti come «legge Pinto» e che ha superato il decimo anno dall’entrata in vigore ha tentato di porre un argine ai danni causati alla cittadinanza per tutelarla di fronte all’irragionevole durata delle cause, che secondo giurisprudenza corrisponderebbe a tre anni per il primo grado di giudizio, due anni per il secondo e un anno per ciascuna fase successiva, stabilendo la possibilità di ottenere un “equo indennizzo” a fronte degli irragionevoli ritardi dei processi.Con alcune recenti decisioni della Cassazione (2009/16086; 2010/819), gli ermellini avevano posto alcuni paletti per definire l’entità dell’indennizzo liquidabile: “La quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata. Tali principi vanno confermati in questa sede, con la precisazione che il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno”.A tal proposito è utile riportare la recentissima sentenza n. sentenza n. 35/2012 della sesta sezione civile della Corte di Cassazione che ha ricordato come il diritto all’equa riparazione spetta tutte le parti e non soltanto quella che è risultata vittoriosa.Come spiega la Corte, la violazione del termine di durata ragionevole del processo fa sorgere il diritto alla riparazione anche alla parte che ha perso la causa. Non solo: tale diritto prescinde anche dalla consistenza economica e dall’importanza del giudizio. Unica eccezione è quella in cui si dimostri che il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio al solo scopo “di perseguire proprio il perfezionamento del diritto alla riparazione”. Implicitamente la Corte non fa che richiamare la portata del secondo comma dell’articolo 2 della legge 89 secondo cui il giudice deve considerare la complessità del caso e, in relazione ad essa, il comportamento delle parti. Per il resto secondo la Corte risulta del tutto irrilevante, la eventuale consapevolezza, da parte di chi fa la richiesta di equa riparazione, della scarsa probabilità di successo della sua iniziativa giudiziaria. Al di là del merito della sentenza, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, si rivolge alla cittadinanza affinché prendendo spunto da tali decisioni continui a promuovere l’azione civile nei confronti dello Stato per vedersi riconosciuto un sollievo economico a fronte delle sofferenze e delle ansie dovute alla lungaggine dei processi che dovrebbe servire anche da impulso per accelerare le riforme necessarie e per fornire uno stimolo ulteriore affinché si doti l’amministrazione giudiziaria degli strumenti necessari per una Giustizia più rapida ed efficace.
Anche alla luce delle decisioni in commento che confermano l’orientamento giurisprudenziale per una tutela più efficace dei cittadini, lo “Sportello dei Diritti” continua e continuerà nella sua attività di tutela legale di tutte le vittime della giustizia lenta.

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Processi lumaca

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2011

The Courthouse (dibbed "Il Palazzaccio, i...

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L’importo liquidato a titolo di equo indennizzo per l’irragionevole durata del processo, secondo la legge Pinto, non può essere inferiore a euro 750 per ogni anno di ritardo per i primi tre anni e a euro 1000 per i successivi. Lo “Sportello dei Diritti” è intervenuto numerose volte sull’annoso problema della lentezza dei processi italiani causa non solo di continue condanne dello Stato da parte della Corte di Giustizia europea, ma soprattutto di conseguenze negative per i cittadini costretti a subire le ansie e le attese per decisioni che non arrivano mai o che arrivano dopo anni ed anni di rinvii.
La legge 89/2001 nota a tutti come «legge Pinto» e che ha superato il decimo anno dall’entrata in vigore ha tentato di porre un argine ai danni causati alla cittadinanza per tutelarla di fronte all’irragionevole durata delle cause, che secondo giurisprudenza corrisponderebbe a tre anni per il primo grado di giudizio, due anni per il secondo e un anno per ciascuna fase successiva, stabilendo la possibilità di ottenere un “equo indennizzo” a fronte degli irragionevoli ritardi dei processi. Con alcune recenti decisioni della Cassazione (2009/16086; 2010/819), gli ermellini avevano posto alcuni paletti per definire l’entità dell’indennizzo liquidabile: “La quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata. Tali principi vanno confermati in questa sede, con la precisazione che il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno”. A tal proposito è utile riportare la recentissima sentenza n. 20689 del 07.10.2011 sempre della Suprema Corte (Prima sezione) che ha precisato che “In materia di irragionevole durata del processo, stante l’esigenza di offrire un’interpretazione della legge 24 marzo 2001, n. 89 idonea a garantire che la diversità di calcolo non incida negativamente sulla complessiva attitudine ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando il possibile profilarsi di un contrasto della medesima con l’art. 6 della CEDU (come interpretata dalla Corte di Strasburgo), la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata. Il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo, per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno”. Nel caso di specie, il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva proposto ricorso per cassazione, avverso il decreto in data 29 maggio 2009 con il quale la Corte di Appello di Roma lo ha condannato al pagamento in favore di G.C., (+Altri) della somma di Euro 6.500,00 ciascuno, oltre agli interessi legali a decorrere dalla data del decreto, a titolo di equo indennizzo per la violazione del termine ragionevole di durata di un giudizio promosso davanti al Tar Lazio il 30 luglio 1997 e definito con sentenza del 13 novembre 2006.
Al di là del merito della sentenza che ha comunque sancito la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze, e quindi il diritto all’indennizzo del danno, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, si rivolge alla cittadinanza affinché prendendo spunto da tali decisioni continui a promuovere l’azione civile nei confronti dello Stato per vedersi riconosciuto un sollievo economico a fronte delle sofferenze e delle ansie dovute alla lungaggine dei processi che dovrebbe servire anche da impulso per accelerare le riforme necessarie e per fornire uno stimolo ulteriore affinché si doti l’amministrazione giudiziaria degli strumenti necessari per una Giustizia più rapida ed efficace.
Anche alla luce delle decisioni in commento che confermano l’orientamento giurisprudenziale per una tutela più efficace dei cittadini, lo “Sportello dei Diritti” continua e continuerà nella sua attività di tutela legale di tutte le vittime della giustizia lenta.“A healthy eye with full visual capacities is of no use in a dead body,”

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Processi lumaca

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 gennaio 2011

La lentezza della Giustizia italiana è un problema che la politica sta cercando di affrontare da decenni senza purtroppo alcuna valida soluzione e a pagare il conto sono sempre i cittadini e quindi lo Stato che è costretto, dopo l’introduzione della legge 89/2001 meglio nota come “legge Pinto” , a dover indennizzare le vittime dei processi lumaca  che spesso, anche dopo la sentenza che riconosce il diritto all’indennizzo, devono aspettare ancora altro tempo per intascare materialmente l’importo liquidato. L’aveva ricordato qualche giorno fa in un suo comunicato Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, in merito ad una recente sentenza del Consiglio di Stato sull’obbligo di provvedere all’equa riparazione entro sessanta giorni.   Oggi arriva la conferma di quanto avevamo riportato: sono, infatti, troppi i risarcimenti per la lentezza dei processi e quindi il comparto Giustizia è a rischio default. Nel solo 2008 l’importo che lo Stato italiano è stato condannato a pagare per risarcire le vittime dei processi-lumaca ammonta a circa 81 milioni di euro, di cui ben 36 milioni e mezzo «non risultano pagati malgrado l’esecutività del titolo». Il preoccupante grido d’allarme non viene da qualche istituto statistico, ma direttamente dal procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, nella relazione per la cerimonia dell’apertura dell’anno giudiziario 2011.«Lo Stato – secondo quanto dichiarato dal PG – preferisce pagare invece che risolvere la problematica dell’esorbitante durata dei processi ma, per di più, non è neppure in grado di adempiere a tali obblighi di pagamento.

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“Processi – lumaca” e equa riparazione

Posted by fidest press agency su martedì, 4 gennaio 2011

Non passa giorno che non si legga una condanna dello Stato italiano da parte della Corte di Giustizia europea per la lentezza di un numero troppo elevato di processi anche perché spesso i cittadini dopo aver ottenuto parzialmente giustizia attraverso la “legge Pinto” che ha previsto la possibilità dell’equa riparazione nel caso in cui si è stati lesi dalle lungaggini del processo, riescono ad ottenere le somme riconosciute a titolo d’indennizzo solo dopo ulteriori travagli giurisdizionali. Ecco perché in data odierna Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” segnala la sentenza n. 9541/10 della quarta sezione del Consiglio di Stato che stabilisce un importante principio di diritto secondo cui è ben ammissibile il giudizio di ottemperanza promosso contro l’Amministrazione dal cittadino che non ha ancora ottenuto il pagamento dell’equa riparazione disposta dalla Corte d’Appello in base all’articolo 3 della legge 89/2001 meglio nota come “legge Pinto” contro l’irragionevole durata dal processo.  I giudici amministrativi hanno ritenuto che il decreto di condanna a carico dello Stato fondato sulla suddetta legge contro la lentezza della Giustizia costituisce un provvedimento che ha natura decisoria in materia di diritti soggettivi e, dunque, assume efficacia di giudicato, costituendo, quindi un valido titolo nel giudizio di ottemperanza contro l’Amministrazione per ottenere l’esecuzione della condanna al pagamento della somma di denaro disposta dal giudice. Tale rimedio risulta esperibile in modo non soltanto alternativo ma anche congiunto al processo di esecuzione davanti al giudice civile, fermo restando che è impossibile ottenere due volte il pagamento della stessa somma. I giudici di Palazzo Spada nel caso di specie hanno accolto i ricorsi dei cittadini per l’ottemperanza respingendo le doglianze della P.A. che aveva ritenuto di avere comunque attivato tre delle tredici procedure di pagamento in questione anche perché, sempre secondo i giudici, solo il versamento effettivo dell’importo liquidato estingue il debito dello Stato: per adempiere l’Amministrazione ha sessanta giorni di tempo che decorrono dalla ricezione della comunicazione in via amministrativa oppure dalla data, se precedente, della notifica della stessa sentenza del Consiglio di Stato. Lo “Sportello dei Diritti” rimane a disposizione di tutti i cittadini vittime delle lungaggini processuali che spesso sono fonti di ulteriori danni che comunque il legislatore ha ritenuto indennizzabili.

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