Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 338

Posts Tagged ‘mafia’

Le imprese nella morsa di mafia e usura

Posted by fidest press agency su martedì, 1 dicembre 2020

Sempre più piccole imprese rischiano di finire nelle mani di mafiosi e usurai. Le proposte “irrituali” di acquisto o di rilevazione di quote dall’azienda sono passate dal 9% di giugno al 19% di adesso, mentre i danneggiamenti nello stesso periodo sono passati dal 4% al 12%. È’ quanto emerge da un’indagine della Confcommercio di Milano, Monza, Lodi e Brianza, anticipata dal prossimo numero di Famiglia Cristiana in edicola da domani, che sarà presentata alla presenza del prefetto di Milano Renato Saccone e della coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Dolci il 26 novembre. Nell’ampia inchiesta che il settimanale dedica al fenomeno si dà conto delle nuove forme che usurai e malavita organizzata stanno sperimentando per approfittare della crisi economica, favoriti dalle promesse mancate da parte dello Stato e dall’inerzia delle banche: dall’acquisto del negozio a prezzi stracciati o, al contrario, alla cessione di prestiti a tassi bassissimi ai fini di ottenere consenso sociale: la mafia “benefattrice” che così può ampliare il proprio bacino di voti e costringere le vittime a rendere il favore coinvolgendole in attività criminali. Un sistema terribile di controllo viene denunciato da Tommaso De Simone, presidente della Camera di commercio di Caserta: «Lo strozzino fa lavorare i figli della vittima presso aziende compiacenti, trattenendo i loro stipendi fino a quando il debito non sarà estinto». La procuratrice Alessandra Dolci lancia infine l’allarme sul settore sanitario, uno di quelli più esposti a infiltrazioni criminali: «Non abbiamo elementi di prova conclamati, ma è un’ipotesi di lavoro che possano esserci in circolazione dei tamponi non idonei a testare la presenza del virus. Monitoriamo con massima attenzione questo campo, quello della sanificazione degli edifici e lo smaltimento di rifiuti tossici, delicati perché incidono sulla salute».

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“Mafia può capitalizzare alle regionali il suo welfare post Covid”

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

“Le regionali in arrivo non sono un evento chiuso, che si svolge in un alveo incontaminato, per questo temiamo che la mafia capitalizzi alle urne il consenso ottenuto attraverso il welfare alternativo alle aziende e ai privati in crisi post Covid. Purtroppo lo sappiamo, e la relazione lo dice: quest’anno abbiamo avuto 51 enti locali sciolti per mafia, è il dato più alto dal 1991. Ci sono tantissimi comuni della Calabria e della Sicilia sciolti per la prima volta, altri addirittura più volte. Ciò significa che il problema è patologico. Abbiamo due aziende sanitarie, tutte e due in Calabria, quella di Catanzaro e quella di Reggio Calabria, commissariate per infiltrazione mafiosa e sappiamo bene quanti soldi gestisca la Sanità regionale. Non possiamo non considerare il problema dell’infiltrazione come un problema serio, lo è sempre stato, solo che in epoche passate c’è stata molta insensibilità”. Il generale Giuseppe Governale, direttore della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), commenta così il Rapporto Italia 2020 a 24 Mattino di Simone Spetia e Maria Latella su Radio 24.

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Scarcerazione boss mafiosi: Bastava cancellare l’articolo 123 del Cura Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

«Con il nuovo decreto che contiene ulteriori misure urgenti in materia di detenzione domiciliare e permessi ai detenuti, il governo tenta di mettere una pezza al disastro delle scarcerazioni dei boss mafiosi con il pretesto del coronavirus, introducendo un macchinoso sistema di richieste pareri e di comunicazioni che sembra finalizzato più a scaricare la responsabilità delle decisioni che a rendere chiaro ed effettivo un principio molto semplice: un capomafia recluso al 41bis non può tornare a casa perché c’è il rischio astratto che possa essere contagiato».E’ quanto affermano il segretario della Commissione antimafia Wanda Ferro e i deputati di Fratelli d’Italia in Commissione Luca Ciriani e Antonio Iannone.«Non solo il governo non dice una parola sulla possibilità di adeguare il sistema penitenziario alla necessità di garantire in pieno la salute e la sicurezza dei detenuti – spiegano i parlamentari dell’Antimafia – quanto cerca di deviare l’attenzione dalle proprie gravi responsabilità per le numerose scarcerazioni che si sono susseguite nelle scorse settimane. Neanche durante la trattativa tra Stato e mafia le cosche avrebbero puntato ad ottenere tanto, mentre decenni di lotta alla mafia sono stati mandati in fumo dal governo davanti ai primi focolai di rivolta nelle carceri, probabilmente fomentati proprio dalla criminalità organizzata. Noi di Fratelli d’Italia abbiamo da subito denunciato le gravi responsabilità del ministro della giustizia Bonafede e del direttore del Dap, che abbiamo chiesto di ascoltare in Commissione antimafia, e non a caso oggi Basentini ha rassegnato le dimissioni». «Se avesse voluto davvero porre un freno alle scarcerazioni – concludono Wanda Ferro, Luca Ciriani e Antonio Iannone – avendo l’onestà di ammettere i propri errori anziché scaricare le responsabilità sui magistrati di sorveglianza, il governo avrebbe dovuto semplicemente intervenire alla fonte e cancellare con un tratto di penna l’articolo 123 del decreto “Cura Italia”. Una norma “svuota carceri” che, attraverso lo scioglimento del cumulo e a tempistiche che impediscono una effettiva attività istruttoria, ha inevitabilmente portato alla concessione del beneficio della detenzione domiciliare, in maniera pressoché automatica e indiscriminata, anche ai mafiosi e a chi si è macchiato di reati gravissimi».

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Caselli: epidemia non ha fermato la mafia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

“Il coronavirus non ha fermato la mafia che, anzi, è pronta ad approfittarne”, Così Giancarlo Caselli in un’intervista ad Articolo 21, in merito al rischio che le organizzazioni criminali possano puntare a mettere le mani sugli aiuti economici previsti per questa emergenza. “C’è la necessità assoluta di giocare d’anticipo -afferma l’ex procuratore, oggi Presidente onorario di Libera – sia realizzando al più presto aiuti massicci, i cosiddetti bazooka economici, sul piano nazionale ed europeo; sia pianificando per tempo forme efficaci di contrasto che incidano sul primo manifestarsi degli appetiti mafiosi”, ha detto conclude Caselli.

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Mafia. La Pietra (FdI): Lamorgese intervenga su emergenza Prato

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2020

“Le indagini della squadra mobile di Prato, che hanno portato a centinaia di arresti sgominando un’organizzazione dedita allo spaccio di droga in tutta Italia, al cui vertice c’era una cupola composta da nigeriani, evidenziano la gravissima situazione in cui versa la città. Dopo gli allarmi lanciati dal procuratore di Prato e dal presidente della Fondazione Caponnetto, è evidente che la città è stretta in una morsa mafiosa sia di origine cinese e sia di origine nigeriana. Ed a poco vale l’atteggiamento del Pd che si volta dall’altro lato per non vedere. Invece, bisogna prendere atto della realtà e compiere azioni più incisive. Agire nei confronti del governo per ottenere più uomini, risorse e leggi capaci di affrontare l’emergenza mafiosa che sta vivendo la città. Per questo presenterò un’interrogazione al ministro dell’Interno Lamorgese, chiedendole di intervenire e di mettere in campo misure capaci di fronteggiare questi fenomeni mafiosi che, oltre a mettere in pericolo la quiete sociali, danneggiano fortemente il tessuto economico e produttivo pratese”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Patrizio La Pietra.

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“Nella lotta alle mafie ed alla criminalità organizzata lo Stato non può arretrare di un millimetro”

Posted by fidest press agency su martedì, 7 gennaio 2020

“Ricordare ciò che è accaduto, per evitare che si possa ripetere. L’educazione alla legalità, deve partire dalla memoria. 40 anni fa, quando io e la mia generazione non eravamo ancora nati, la mafia uccideva Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Sicilia. Uccideva l’uomo e l’istituzione, colpiva duramente lo Stato. Non fu episodio isolato. Nella lotta alle mafie ed alla criminalità organizzata lo Stato non può arretrare di un millimetro. E su questo continueremo a lavorare. Conto di poter incontrare nuovamente, a breve, il Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra. C’è un’importante tratto di strada che, istituzionalmente, possiamo fare insieme. La desecretazione degli atti della Commissione, avvenuta nei mesi scorsi, ci ha dato l’opportunità di accedere a documenti che raccontano un pezzo importante della storia del nostro Paese. Ma non basta, serve anche una presa di coscienza comune ed una “lotta” culturale. La legalità ha bisogno di essere coltivata. Serve un terreno fertile, e questo è rappresentato da una società viva, accogliente. Una società dove le persone vedano negli altri un amico e non un potenziale nemico. Una società aperta alle differenze e cementata da diritti e doveri condivisi. Una società aperta, dove la vita delle persone non sia impiegata come strumento di potere e di profitto. È un lavoro che dobbiamo fare tutti insieme, serve una ribellione positiva, che parta dalla cultura del rispetto delle regole. In tutti i campi. Dove si rispettano le regole, dove c’è cultura, lo spazio per le mafie e la criminalità non c’è. La legalità va raccontata, ma soprattutto praticata”. Lo scrive, su Facebook, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, ricordando l’anniversario dell’assassinio di Piersanti Mattarella.

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Beni sequestrati alla mafia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Roma. “Tra il 2015 ed il 2018 sono stati sequestrati alle mafie beni per 10 miliardi di euro. 4,5 sono quelli già entrati nelle casse dello Stato.
Uno studio prezioso dello Scico (Servizio centrale investigazioni criminalità organizzata) della Guardia di Finanza dimostra come le organizzazioni criminali di tipo mafioso stiano puntando ad accaparrarsi il monopolio nella gestione del business innovativo, come finanza on-line e traffico e contrabbando di prodotti energetici. È con l’impegno quotidiano di tutti gli apparati dello Stato, della Guardia di Finanza e delle altre forze di polizia, dei cittadini, che si sconfigge la criminalità organizzata. Siamo sulla buona strada, noi ce la stiamo mettendo tutta”.Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, su Facebook.

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Mafia land grabs: the dark side of corruption in Europe

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 novembre 2019

Rome The International Land Coalition (ILC) will be attending the first “International Conference against all forms of Mafia” in Slovakia from 11-12 November, 2019 to call international attention to the dark side of criminally-driven land grabbing in Europe, and to show support to the affected small farmers of the region. The Conference is called to celebrate the life of Ján Kuciak, an investigative journalist and his partner Martina Kusnirova, both 27 years old, who were shot and killed on February 21st, 2018 before his last report on corruption and the Italian Mafia in Slovakia was published. This is the first time Slovakia and Italy will bring together affected farmers, state officials, activists and media agencies to discuss strategies to combat criminal activity and corruption in the agricultural and land sector. Mr Federico Cafiero De Raho, Italian Public Anti-Mafia and Counterterrorism Prosecutor, will give the keynote speech. For many ILC members, dealing with the consequences and fallouts of land grabbing remains a harsh but daily reality, with frequent displacement from their homes. Land grabbing is not a new phenomenon and in fact hit a wave of global interest in 2012 when the Land Matrix uncovered alarming trends and unprecedented detail on who’s investing, where, and for what. But what does land grabbing look like for Europe in 2019? In recent years, cases of land-related corruption have increased, with Mafia slowly spreading their roots and gaining traction across Europe by taking advantage of EU mechanisms like the Common Agricultural Policy (CAP) subsidies. The purpose of the programme, the largest of its kind in the world, is to help small scale and hard working farmers feed Europe’s population. Yet, in countries like Slovakia, small farmers claim that they have been beaten and extorted to give up their subsidised land. In a recent exposé by The New York Times, it was found that “every year, the EU pays out $65 billion in farm subsidies intended to support farmers around the Continent and keep rural communities alive. But across Hungary and much of Central and Eastern Europe, the bulk goes to a connected and powerful few…subsidies have underwritten Mafia-style land grabs in Slovakia and Bulgaria”. Unfortunately, these deals have gone relatively unnoticed due to a lack of common legislation among the EU Member States. The International Land Coalition is working across the region and globally to protect the land rights of small scale farmers and land and human rights defenders. The Torrecuso declaration, signed by ILC’s members in Europe, Middle East & North Africa commits to working across the region to prevent dispossession of common land, conflict, and the potential wide-ranging impacts of the Common Agricultural Policy (CAP), among others.

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E’ a rischio la difesa in tribunale di coloro che denunciano reati di mafia

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

Il Comitato di Solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, istituito presso il ministero dell’Interno, avrebbe infatti sospeso il pagamento degli avvocati difensori che per legge avviene dal Fondo di rotazione in favore delle vittime di mafia istituito nel 1999, sulla base di un controverso parere dell’Avvocatura. E’ quanto denuncia il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente dei senatori del Pd e capogruppo dem nella commissione Antimafia, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro dell’Interno Salvini.”Per sostenere le vittime di mafia che denunciano – spiega Mirabelli – la legge ha previsto la possibilità per loro di ottenere la liquidazione anticipata dal Fondo sia del risarcimento dei danni, sia delle spese legali per la loro difesa nel processo penale, come stabiliti in sentenza, garantendo così tempi più celeri in relazione alla particolare situazione economica in cui versano. E’ da gennaio, tuttavia, che il Comitato di Solidarietà ha sospeso il pagamento degli avvocatori difensori, che lavorano per associazioni come il Comitato Addiopizzo e la Federazione delle associazioni antiracket ed antiusura italiane, sulla base di un parere che aveva richiesto all’Avvocatura di Stato. L’impossibilità per gli avvocati che si occupano prevalentemente di difesa delle vittime di mafia di ottenere il pagamento dallo Stato implicherà per loro la necessità di richiedere alle vittime stesse l’onorario e le spese. Questo avrà un impatto anche sulle denunce e sull’attività delle associazioni antimafia. Per questo, con l’interrogazione chiedo a Salvini: è a conoscenza di questi fatti gravi? Cosa intende fare?”.

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La mafia? È nata nel 1816. Ecco perché

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 giugno 2019

In libreria per Rubbettino “La spugna d’oro” dello studioso Dario Lanfranca, un saggio che mette in relazione la storia politica siciliana con le origini di cosa nostra
Grazie al lavoro di inquirenti e studiosi oggi sappiamo molto della mafia, di com’è strutturata, della sua ramificazione all’interno della società. L’aspetto che continua a rimanere avvolto nel mistero resta però quello delle sue origini che spesso vengono grossolanamente confuse con quelle del brigantaggio, quasi che l’una fosse la naturale prosecuzione dell’altro.
“La spugna d’oro” (Rubbettino), Il saggio di Dario Lanfranca, studioso siciliano, dottorato a Parigi, attualmente docente a Palermo, vuole indagare proprio quel tratto della storia della mafia che appare ancora fumoso ed enigmatico. Il libro che Rubbettino lancerà in libreria il prossimo 20 giugno vanta la prefazione di Goffredo Fofi e una postfazione di Enzo Ciconte.
“La spugna d’oro” è il frutto di una ricerca durata dieci anni tra gli archivi siciliani e alcune tra le più importanti biblioteche europee, in particolare la BNF di Parigi.
L’autore arriva a delineare l’oggetto sfuggente del suo studio solo dopo aver percorso una lunga – e non frequentata – strada, quella della storia politica della Sicilia. Tutto comincia con un sovrano, Federico III d’Aragona, che nella turbolente fase post-Vespri per mantenersi al potere è costretto ad offrire ai feudatari siciliani buona parte delle competenze e dei beni che appartenevano alla corona: da qui comincia una dinamica di continuo logorio del potere centrale da parte dei poteri periferici rappresentati dai feudatari, legittimati dalle ‘costituzioni’ di Federico, i quali diventano (e permangono nel corso di secoli) signori assoluti di buona parte del territorio isolano. In Sicilia nasce quindi una pratica politica che non si trova da nessun altra parte, in cui al centro del confronto pattizio tra la classe dirigente locale e il sovrano (che dal 1400 circa in poi risiederà fuori) c’è il demanio regale: si verifica il paradosso di sovrani che nel parlamento siciliano – il luogo di ogni compromesso pattizio – mettono in vendita parte dello ‘Stato’ per avere il denaro che consenta loro di riacquistarne parti vendute precedentemente. In Sicilia si sviluppa un’ideologia originale che l’autore chiama con un neologismo nazionalautonomismo, che consiste in una concezione flessibile della nazione che è tale solo nella misura in cui garantisce pattiziamente le prerogative autonomistiche, cioè gli interessi dei potentati locali. Nel meccanismo di funzionamento e di riproduzione del sistema vicereale-parlamentare che per secoli governa l’isola, un ingranaggio essenziale era costituito da quelle strutture adibite alla violenza e al controllo dell’ordine pubblico, con una storia tutta a sé stante di Palermo, centro della dinamica pattizia da cui partivano e in cui confluivano le diramazioni politico-amministrative-economiche dall’intera isola. La fine del parlamento nel 1816 crea un vuoto che viene riempito dalla polvere del crollo delle suddette strutture che nel corso dell’Ottocento si rideposita creando un nuovo aggregato: la mafia. Un aggregato composto da una strana caratteristica mistura di vecchio, anche molto vecchio, e nuovo.
http://www.rubbettinoeditore.it

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Carlo Palermo: ”Sono un sopravvissuto alla rivelazione di alcuni segreti di Stato”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 marzo 2019

Carlo Palermo, già giudice istruttore presso il Tribunale di Trento e di Trapani, è autore di “La Bestia” (ed. Sperling & Kupfer). Nel saggio l’ex magistrato ripercorre diversi accadimenti che lo hanno visto protagonista anche in prima persona. Palermo, oggi avvocato, è infatti sopravvissuto alla strage di Pizzolungo, il 2 aprile 1985, che lo vedeva come principale obiettivo e che spazzò via le vite di Barbara Rizzo, 30 anni, e dei suoi figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta, di appena 6 anni. A 34 anni di distanza, la richiesta di verità e giustizia su quel delitto è ancora forte ed è più che mai necessario comprendere ciò che è avvenuto in merito a questa storia. Una vicenda che ha segnato profondamente Carlo Palermo il quale, anche dopo aver lasciato la magistratura nel 1990, non ha mai smesso di indagare sui rapporti tra mafia e Stato. Anche se per l’attentato sono stati condannati i boss mafiosi, appare evidente che a voler eliminare il magistrato non fosse solo Cosa Nostra. Intervista a cura di Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila.

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Cremona: “Plauso a forze ordine, la mafia si può vincere”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 marzo 2019

I finanzieri del Comando Provinciale della di Cremona hanno confiscato beni mobili e immobili a esponenti di una cosca della ‘ndrangheta per un valore di circa 40 milioni di euro.Marco Degli Angeli, consigliere regionale del M5S Lombardia, dichiara: “Voglio complimentarmi con le forze dell’ordine per la brillante operazione che restituirà alla collettività 40 milioni di euro. È la dimostrazione che in Lombardia e a Cremona lo Stato è più forte delle mafie e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Il monitoraggio e il controllo del territorio siano costanti e capillari e il Ministero dell’Interno garantisca risorse e mezzi per il contrasto della criminalità organizzata.Solo ieri in Regione Lombardia è stato presentato il secondo “Monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia”. Questo lavoro costituirà nei mesi a venire un prezioso strumento per valutare elementi d’intervento e azioni pratiche di contrasto istituzionale. La situazione è molto grave, non c’è territorio in Lombardia che si possa definire immune dalla presenza mafiosa e i sequestri di oggi a Cremona ne sono la dimostrazione. La mafia sottrae risorse all’economia legale e ai lombardi e va combattuta con tutte le forze. I cittadini devono denunciare e le istituzioni intervenire con maggior fermezza. La mafia si può vincere”.

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Trattativa Stato-Mafia. Fava “Da chi è partito ordine?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

“Se, come si legge nella motivazione della sentenza di Palermo, la trattativa fra pezzi dello Stato e mafia accelerò l’omicidio Borsellino, c’è una domanda in più che va rivolta con urgenza a chi ha voluto, permesso e agevolato il depistaggio su via d’Amelio: da chi è partito l’ordine per quel depistaggio come quello della trattativa stessa? Chi ne ebbe la responsabilità politica e giudiziaria? Chi sapeva e ha taciuto durante tutti questi anni? La Commissione regionale antimafia si farà carico di cercare anche queste ulteriori risposte e questa indispensabile verità.” Lo dichiara Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia siciliana.

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Presentato a Custonaci il volume «La mafia dopo le stragi»

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

«È stato presentato a Custonaci il volume «La mafia dopo le stragi» di Attilio Bolzoni. L’autore, durante il suo intervento, ha saputo affascinare la platea con la sua profonda conoscenza delle vicende storiche su «cosa nostra» e sulla sua evoluzione fino ai giorni nostri. Hanno preso parte all’evento Roberta Gatani (nipote di Paolo Borsellino) del «Movimento Agende Rosse» che ha saputo emozionare nel ricordare le gesta del Magistrato assassinato nel vile attentato di via D’Amelio, il professore Enzo Guidotto (Presidente Associazione Antiracket e Usura Trapani) e l’insegnante Maria Concetta Marino (animatrice culturale) che hanno, invece, voluto sottolineare l’importanza dell’impegno civile nel contrasto alla criminalità mafiosa. Sono intervenuti, infine, Fabrizio Fonte (Presidente Centro Studi Dino Grammatico) e Giuseppe Bica (Sindaco di Custonaci)».

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Lotta alla mafia

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

«La lotta alla mafia la fanno le forze dell’ordine, lo Stato ma i colpi più pesanti sono stati subiti dalle mafie nel momento in cui si è mobilitata la società civile, indignandosi e ribellandosi. Libri come “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia” di Jole Garuti raccontano cosa sono state le mafie in Italia e, quindi, anche cosa possono tornare ad essere. Le mafie, infatti, ci sono ancora: hanno subito colpi durissimi, hanno fatto scelte strategiche diverse ma ci sono. La ‘ndrangheta, ad esempio, per mimetizzarsi meglio nella società ha scelto di abbandonare gli aspetti militari e agire penetrando l’economia legale ma gli arsenali li ha ancora e se servissero verrebbero usati, come hanno raccontato i magistrati che hanno seguito l’inchiesta Aemilia». Lo ha detto il senatore Franco Mirabelli, che nella scorsa legislatura è stato capogruppo PD nella Commissione Parlamentare Antimafia, intervenendo alla presentazione del libro di Jole Garuti a Milano. «Non dobbiamo perdere la memoria di vicende come quella di Saveria Antiochia e di suo figlio ed è importante che se ne discuta anche nelle scuole. – ha proseguito Mirabelli – Oltre al lavoro di forze dell’ordine, magistrati, carabinieri, nella lotta alla mafia dobbiamo tantissimo alla rivolta della società civile che c’è stata dopo le stragi. Per questo, è importante il lavoro che fanno persone come Jole Garuti, Nando Dalla Chiesa, o le associazioni come Libera: perché fa tenere accesi i riflettori sul problema delle mafie, ricordando che ci sono ancora e che sono molto pericolose anche se non si vedono. Oggi, infatti, in Italia c’è molta preoccupazione per i piccoli reati di strada ma non c’è alcun allarme sociale rispetto al fatto che le mafie ci sono, come esplicita chiaramente anche la Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare Antimafia».

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Il tempo dei diritti, quello dei doveri e le convenienze mafiose

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

L’idea ricorrente è che la stessa logica di sfruttamento della manodopera senza diritti si pone alla mercé di un capitalismo senza scrupoli e sostenuto per giunta da governi deboli se non conniventi a dispetto del voto popolare di segno opposto vanificando ciò che resta di buono e di giusto nella coscienza collettiva. E la mafia in questa logica trova possibilità espansive illimitate come sta accadendo nel Nord Italia, già da anni, per restare in casa nostra, anche se altrove, ovviamente, non è da meno per quanto si è adusi chiamarla con altri nomi.
A mio avviso il successo mafioso o anche di altri sodalizi del genere si fonda essenzialmente sulle debolezze umane dalla prostituzione alla droga e trova, altresì, proseliti nella stessa classe politica che cerca consensi elettorali, voti di scambio e risorse finanziarie per foraggiarsi.
Il segreto di questo successo la mafia l’ottiene dalla sua capacità d’essere una sorta di società segreta con regole rigide e rispetto delle gerarchie. In questo modo diventa per coloro che si rivolgono a lei sinonimo di certezze e di riservatezza. E’ capace, per sostenere i loro affiliati o chi la contatta per dei favori, di commettere dei delitti, anche eccellenti, conservando al tempo stesso il primato dell’efficacia e della risolutezza e quel che più conta della segretezza anche se a tratti vi sono state delle sbavature.
Questa sua caratteristica la fa notare il Sales allorché osserva: “E’ avvenuto in diverse parti del mondo che una forma di violenza privata sia diventata una forza organizzata e stabile, pur operando in contrasto con le leggi dello Stato.” E soggiunge: “Quando l’uso della violenza privata conquista spazio e potere e si dà una forma organizzata, il consolidarsi di questo stesso potere sottrae credibilità e legittimità agli ordinamenti statali e a chi li rappresenta. Ciò genera nella popolazione una graduale perdita di fiducia e di sicurezza, e di conseguenza una condizione di paura che viene superata non appena le forze dello Stato riprendono il controllo del territorio e via via ridimensionano, chi è stato causa di tale situazione.” E qui di certo non parliamo di una “violenza episodica” ma “organizzata” e persino stabile sul luogo mostrando l’incapacità o la scarsa reattività dello Stato a porvi rimedio anche in virtù di leggi permissive e garantiste o peggio ancora di complicità a livello istituzionale.
Come possono reagire i cittadini interessati? Di certo con la consapevolezza che non c’è rimedio e che convenga accettare la legge del più forte per evitare guai maggiori. Questo accade anche laddove lo Stato riesce in qualche modo a ristabilire la legalità perché non dimostra di farlo in maniera continuativa ma si limita a qualche caso e non di più. E’ così che anche nella parte sana della società si diventa, a volte, conniventi perché si “tace per paura”.
Il tutto diventa una spirale perversa che non permette allo Stato, che decide di reagire, di trovare la collaborazione con la popolazione perché il timore di ritorsioni è senza dubbio maggiore del suo senso civico. Significa pure che il sopruso esercitato e il danno subito tendono sempre più a racchiudersi in un fatto privato e non pubblico e la prova provata l’abbiamo avuta in Italia con la stagione dei sequestri di persona a scopo estorsivo. Giustamente il giudice Giuseppe Gennari nel suo libro “Le fondamenta della città” rilevava che “la scelta di tacere è quasi sempre il risultato di una banale ed efficientistica analisi di costi e benefici.” Nel citato periodo penso all’atteggiamento assunto da un noto imprenditore lombardo che minacciato dalla mafia che intendeva rapire un suo congiunto mobilitò amici e conoscenti per avvicinare i capi mafiosi residenti in Sicilia e tentare, tramite loro, un accordo che evitasse la realizzazione di questo progetto criminale. Dopo una non breve trattativa fu raggiunta l’intesa, ma a un prezzo molto elevato per l’industriale che si vide legato mani e piedi agli interessi lombardi della mafia siciliana. Si ritrovò in casa un picciotto con il compito di fare da garante e per scongiurare che gli affiliati lombardi dell’organizzazione o di altri gruppi come la ‘ndrangheta potessero interferirvi. L’intesa nel tempo si consolidò avendo l’imprenditore deciso d’impegnarsi in prima persona in politica. Fu un momento magico per la mafia e il seguito lo lascio immaginare ai lettori anche se i soliti ben informati ne hanno piena consapevolezza e si rendono conto che questa pesante ipoteca grava ancora sulla testa non solo dei diretti interessati ma su tutta la classe politica italiana e sul mondo imprenditoriale.
Ciò che posso soggiungere è che il tutto fu condito abbondantemente da convenienze, da opportunità economiche e di potere. E’ che alla fine furono gli italiani a subirne le conseguenze non tanto e non solo dal punto di vista della sistematica dilapidazione dei beni pubblici ma nei rapporti istituzionali dove la mafia fece prevalere il suo solido legame con i plenipotenziari della politica e della finanza per dettare le sue leggi. I guasti sono sotto gli occhi di tutti: appalti miliardari, o di poche centinaia di migliaia di euro, rigorosamente truccati, corruzione dilagante e incontenibile, leggi disattese, istituzioni prese letteralmente d’assalto con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli di go-verno e di amministrazione. E agli italiani non rimane altro che subire, o nella migliore delle ipotesi guardare dall’altra parte, per badare ai propri interessi personali per cercare di salvare il salvabile, sia pure con affanno.
Alla fine ci ritroviamo con tante persone sconcertate che non si fidano più del prossimo anche se è un componente della famiglia. Riducono la loro partecipazione al voto schifati da una politica asservita ai poteri forti e alla malavita organizzata, si vedono erosi i propri diritti ad opera dei loro stessi rappresentanti istituzionali, (amministratori e governanti) e si sentono intrappolati in casa propria da un crescendo di azioni criminali che mettono a dura prova i loro sudati risparmi e il potere d’acquisto per le necessità familiari. Ma ciò che è davvero drammatico è quella sensazione d’incertezza e di precarietà che non permette loro di guardare il futuro speranzosi di tempi migliori. E’ una spirale perversa che dobbiamo spezzare se vogliamo, in qualche modo, uscirne onorevolmente. Ci riusciremo? Si se pensiamo alla politica in positivo e se riusciamo a scremarla dalle lusinghe dell’imbonitore di turno. (Riccardo Alfonso)

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Dal muro di Berlino ai fatti di casa nostra

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

Con la caduta del muro di Berlino del 16 novembre del 1989 l’alleanza strategica tra mafiosi e politici poteva cessare se nel frattempo non fossero subentrati altri e più forti interessi per il modo come si poteva economicamente e finanziariamente condizionare il governo italiano mettendo alla loro guida uomini che non fossero del tutto ostili agli interessi malavitosi e disponibili, per questo, a un “voto di scambio”. In pratica le parti in causa ci avevano provato tanto gusto che hanno preferito continuare a ingurgitarsi nella stessa mangiatoia e convinti, al tempo stesso, che i vertici l’avrebbero fatta franca non solo nei confronti della giustizia terrena ma anche in quella divina grazie all’acquiescente benevolenza di alcune eminenze vaticane e ai loro amici di merenda Calvi e Sindona. La circostanza non deve sorprenderci. Già al tempo della seconda guerra mondiale duemila “picciotti” di origine italo-americana, si dice, furono paracadutati in Sicilia per costituire una specie di testa di ponte allo sbarco degli anglo-americani. Seguì il tentativo di rivolta separatista con il bandito Giuliano per contrastare l’avanzata del consenso popolare comunista in Italia. Ma non finì qui, ovviamente, come la storia più recente c’insegna. E i libri di storia invece cosa dicono? Non certo la verità per non dover ammettere, ad esempio, che la marcia trionfale dell’eroe dei due mondi da Marsala a Napoli, lungo la dorsale calabrese, fu ampiamente supportata dalle bande mafiose e che dal 1876, e per un ventennio, la mafia fece parte di quel blocco sociale ed elettorale per osteggiare l’avvento della sinistra storica italiana. E fu ancora la mafia, dopo la strage di Portella delle Ginestre da parte del bandito Giuliano, il primo maggio del 1947, a provocare una svolta politica spegnendo brutalmente gli ardori rivoluzionari della Sicilia del dopo-guerra per appoggiare la D.C. di De Gasperi.
E l’intesa, com’è noto, fu siglata con una mattanza mettendo in campo il delitto mafioso a fini elettorali. Così, secondo lo storico Giuseppe Giarrizzo, vi fu il “riconoscimento, in chiave storica, da parte del nuovo Stato del ruolo politico dei gruppi mafiosi.” La conclusione mi pare ovvia e la leggiamo nelle parole di Isaia Sales: “Il successo delle mafie è dovuto non solo al successo nazionale di quel blocco sociale e politico di cui facevano parte in Sicilia e in altre regioni, ma anche perché a livello nazionale furono fatte scelte di conservazione in politica e in economia che finirono con il difendere lo stesso ambiente sociale che condizionavano e a volte dominavano.” E’ questo, in effetti, il nocciolo della questione. Se le istituzioni non sono state capaci di combattere efficacemente il fenomeno mafioso lo dobbiamo al fatto che anch’esse covavano al loro interno la “perversione mafiosa”. Veniva così legittimata, direttamente o indirettamente, da taluni rappresentanti delle istituzioni che avrebbero dovuto combatterla o per lo meno isolarla come mero fatto criminale.
E’ terribile pensare e quindi scrivere che la “mafia è lo Stato” e ciò spiega il motivo della sua presenza in tutti gli eventi storici italiani da due secoli a questa parte. Essa è stata capace di vivere e prosperare in tutti gli ambienti da quelli culturalmente più arretrati ad un’economia progredita e con una mentalità diversa. Da qui la sua capacità di adattamento e di penetrazione tanto che ha avuto modo di radicarsi in una nazione come gli Stati Uniti d’America considerata tra le più sviluppate del mondo “ad alto tasso civico, lontanissima dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Calabria.”
Ma qui, come osserva giustamente Isaia Sales nel suo citato libro, non si tratta tanto di un know how culturale esportato di sana pianta dal meridione d’Italia alla Sicilia. Se lo fosse dovremmo invece chiederci il perché non è accaduto in Argentina dove nello stesso periodo storico (nel 1914) quasi il 47% del milione degli immigranti italiani proveniva dal Sud. E’ che negli USA il terreno si prestava più che altrove alla semina e al raccolto mafioso per via di una “combinazione di fattori economici e sociali capaci di alimentare le mafie.” In altri termini la criminalità locale preesistente al fenomeno mafioso ebbe modo di accrescere e di prosperare con i nuovi adepti e persino di fare un salto di qualità attraverso una rete di connivenze e di codici di comportamento che lasciavano poco spazio all’improvvisazione e alla delinquenza di strada. I gangster americani d’estrazione mafiosa, tra l’altro, impersonavano perfettamente il sogno americano del successo a tutti i costi “del farsi strada con qualsiasi mezzo verso la ricchezza, e la violenza era una delle strade per il successo e si poteva abbinare con disinvoltura la violenza con gli affari anche perché il duro lavoro e il rispetto della legge “non avevano portato all’atteso benessere, com’era stato immaginato e propagandato, a milioni di persone emigrate costrette ai lavori umilissimi e malpagati. Il sogno americano di una vita migliore non si era realizzato.” (Riccardo Alfonso dal libro “verità e finzione” edizioni Fidest).

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La testimonianza: tra mafia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il DittatoreDopo anni di colpevoli silenzi, di tacite connivenze, di sistematiche disinformazioni sembra che ora gli italiani stiano prendendo coscienza del vissuto della politica e soprattutto del suo rimescolio con gli ambienti che viaggiano ai limiti del legale. C’è di conseguenza una voglia forte di cambiamento mandando alle ortiche tutto un passato di ambiguità ed anche di torbidi intrecci malavitosi. Oggi l’occasione mi offre l’opportunità di richiamarmi non solo a ciò che ho vissuto e testimoniato con un mio libro, “Il dittatore” ma anche al coraggio di quanti giornalisti e politici galantuomini che hanno rischiato e persino perso la vita per svelare questi misteri e offrire alla magistratura uno spunto per indagare. Si può dire che il tutto è iniziato con le vicende degli anni postbellici con il bandito Giuliano. Il separatismo siciliano e le intese mafiose si mescolarono alle ragioni di politica internazionale nel timore che l’Italia, con il più forte partito comunista dell’occidente, potesse finire nelle spire dell’Urss. Il compromesso storico e il delitto Moro furono l’altro passo che indusse taluni politici a ragionare su una pax-sociale che non potesse prescindere da quel potere forte mafioso che aveva imbrigliato con le sue trame l’autorità dello stato e che si apriva la strada su tutto il territorio nazionale. Nel mio libro mi sono soffermato a lungo sul delitto Pecorelli e quello del generale Dalla Chiesa. Fatti che si conoscevano da decenni ma volutamente ignorati. Persino una mia testimonianza prevista in una trasmissione televisiva fu annullata all’ultima ora. O tempora! O mores! (Riccardo Alfonso)

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I misteri d’Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

toto-riinaGiornali, TG., talk e organi di informazione di varia estrazione riempiono le loro prima pagine con quella che viene presentata come la notizia del giorno: la morte di Totò Riina, il noto “capo dei capi” che stava scontando i 26 ergastoli che gli sono stati comminati, con sentenze passate in giudicato.
Un leit motif accomuna i più svariati organi di stampa, ed è l’errore nel quale cadono tutti, quando affermano che con la morte Riina avrebbe portato con se i misteri e i segreti d’Italia.
Errore gravissimo, che suona come una assoluzione “urbi et orbi” per tutti i fiancheggiatori del criminale che erano, sono e saranno ancora al corrente di quei segreti e quei misteri che sono, ma solo in parte, dentro la bara; e non mi riferisco alla manovalanza criminale di killer a pagamento, piccoli spaccciatori, picchiatori che sollecitano il pagamento del “pizzo”. Mi riferisco a quei tanti “signori” in doppio petto che frequentano i salotti buoni della politica, dell’economia, dell’imprenditoria e dell’alta finanza.
Le sedi istituzionali del sistema democratico, dai consigli comunali a quelli regionali, per arrivare, a piè pari, al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati, sono pieni di personaggi legati o collegati alle varie mafie, e sono i principali divulgatori dell’affermazione secondo la quale “Riina avrebbe portato con le i misteri d’Italia”. Questi figuri sono in prima linea a sostenere tale erronea impostazione, come se una cappa di piombo coprisse parecchi decenni di malefatte restituendo loro la verginità perduta, accollando al solo Riina le stragi perpetrate, la gestione mafiosa del potere, le connivenze assurde tra malaffare e politica, mafia e alta finanza.Le istituzioni, secondo questi fiancheggiatori più o meno occulti, dovrebbero tirare un sospiro di sollievo e rallentare l’azione di controllo e di indagine, perché i misteri italiani giacciono in una bara, assolvendo i complici che “nulla sapevano”. Questo è il momento di intensificare le indagini perché la mafia indotta si sentirà al disopra dei sospetti, e allenterà il controllo, fornendo elementi in grado di sferrare un attacco decisivo e definitivo a questo fenomeno che mortifica la Sicilia e l’Italia. (Rosario Amico Roxas)

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“Il silenzio è mafia – da Impastato a Manca”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 febbraio 2017

il-silenzio-e-mafiaCustonaci Venerdì 3 marzo, alle ore 21.15 Teatro Comunale di Custonaci Via Ugo Foscolo andrà in scena la tragedia teatrale “Il silenzio è mafia – da Impastato a Manca” con Claudia Gammicchia, Renato Bica, Roberto Valenti con la regia di Ivan Alabrese e Maria Enrica Sanna.
Lo spettacolo rappresenta le storie di 4 personaggi (Peppino Impastato, Beppe Alfano, Ilaria Alpi e Attilio Manca) che si sono opposti, in modi diversi, alla mafia ed alla corruzione. Un momento di forte riflessione per il pubblico, un teatro d’impegno civile.
«Lo spettacolo rappresenta alcuni momenti salienti della vita dei vari personaggi ricollocandoli a volte nel presente, a volte nel passato, con l’intento principale di poter rendere eticamente giustizia a queste persone. Lo spettacolo vuole dare voce anche al dolore di tutti i familiari delle vittime della mafia» così afferma il regista Ivan Alabrese.
Primo personaggio rappresentato nella pièce teatrale è Giuseppe Impastato, detto Peppino, giornalista, attivista e poeta italiano, membro di un partito denominato Democrazia Proletaria nato a Cinisi il 5 gennaio 1948. Assassinato il 9 maggio 1978, su ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti (detto Tano) a causa dei suoi discorsi di denuncia contro le attività di “Cosa Nostra” (la mafia siciliana), diramati attraverso “Radio Aut”, emittente radiofonica da lui fondata. La madre di Peppino, Felicia Bartolotta, non ha mai creduto alla versione ufficiale che aveva chiuso frettolosamente le indagini che definirono la morte del figlio “suicidio”.
Altro personaggio della rappresentazione teatrale è Giuseppe Alfano, detto Beppe, nacque a Barcellona Pozzo di Gotto, il 4 novembre 1945. Giornalista della testata “La Sicilia” di Catania. Insegnava Educazione Tecnica alla scuola media, ma la sua passione era il giornalismo. Le sue attività d’indagine giornalistica raccoglievano notizie soprattutto su uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici, amministratori locali e massoneria. Venne ucciso l’8 gennaio 1993. Un momento di riflessione su un’altra storia, quella di Ilaria Alpi. Nata a Roma, il 24 maggio 1961. Giornalista e fotoreporter RAI del TG3 assassinata insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 in Somalia poiché aveva scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici e prodotti radioattivi provenienti dai Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi, che avrebbe coinvolto anche alte personalità dell’economia italiana. L’omicidio è stato attribuito alla delinquenza somala ma in realtà è forte il sospetto che possa essere stato commissionato dai servizi segreti o dalla CIA.Il dramma teatrale si conclude con la storia di Attilio Manca. Nato a San Donà di Piave, il 20 febbraio 1969. Medico urologo molto rinomato per la sua specializzazione conseguita in America. Fu trovato cadavere nella sua abitazione di Viterbo l’11 febbraio 2004. L’autopsia certificò la presenza nel sangue di eroina ed il caso fu inizialmente ritenuto un’overdose, poi archiviato come “suicidio”. I genitori si opposero all’archiviazione sostenendo che il figlio fosse stato ucciso poiché avrebbe riconosciuto, in un anziano paziente da lui operato, il boss mafioso superlatitante Bernardo Provenzano. (foto: il silenzio è mafia)

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