Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘mafia’

E’ a rischio la difesa in tribunale di coloro che denunciano reati di mafia

Posted by fidest press agency su sabato, 20 luglio 2019

Il Comitato di Solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, istituito presso il ministero dell’Interno, avrebbe infatti sospeso il pagamento degli avvocati difensori che per legge avviene dal Fondo di rotazione in favore delle vittime di mafia istituito nel 1999, sulla base di un controverso parere dell’Avvocatura. E’ quanto denuncia il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente dei senatori del Pd e capogruppo dem nella commissione Antimafia, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro dell’Interno Salvini.”Per sostenere le vittime di mafia che denunciano – spiega Mirabelli – la legge ha previsto la possibilità per loro di ottenere la liquidazione anticipata dal Fondo sia del risarcimento dei danni, sia delle spese legali per la loro difesa nel processo penale, come stabiliti in sentenza, garantendo così tempi più celeri in relazione alla particolare situazione economica in cui versano. E’ da gennaio, tuttavia, che il Comitato di Solidarietà ha sospeso il pagamento degli avvocatori difensori, che lavorano per associazioni come il Comitato Addiopizzo e la Federazione delle associazioni antiracket ed antiusura italiane, sulla base di un parere che aveva richiesto all’Avvocatura di Stato. L’impossibilità per gli avvocati che si occupano prevalentemente di difesa delle vittime di mafia di ottenere il pagamento dallo Stato implicherà per loro la necessità di richiedere alle vittime stesse l’onorario e le spese. Questo avrà un impatto anche sulle denunce e sull’attività delle associazioni antimafia. Per questo, con l’interrogazione chiedo a Salvini: è a conoscenza di questi fatti gravi? Cosa intende fare?”.

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La mafia? È nata nel 1816. Ecco perché

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 giugno 2019

In libreria per Rubbettino “La spugna d’oro” dello studioso Dario Lanfranca, un saggio che mette in relazione la storia politica siciliana con le origini di cosa nostra
Grazie al lavoro di inquirenti e studiosi oggi sappiamo molto della mafia, di com’è strutturata, della sua ramificazione all’interno della società. L’aspetto che continua a rimanere avvolto nel mistero resta però quello delle sue origini che spesso vengono grossolanamente confuse con quelle del brigantaggio, quasi che l’una fosse la naturale prosecuzione dell’altro.
“La spugna d’oro” (Rubbettino), Il saggio di Dario Lanfranca, studioso siciliano, dottorato a Parigi, attualmente docente a Palermo, vuole indagare proprio quel tratto della storia della mafia che appare ancora fumoso ed enigmatico. Il libro che Rubbettino lancerà in libreria il prossimo 20 giugno vanta la prefazione di Goffredo Fofi e una postfazione di Enzo Ciconte.
“La spugna d’oro” è il frutto di una ricerca durata dieci anni tra gli archivi siciliani e alcune tra le più importanti biblioteche europee, in particolare la BNF di Parigi.
L’autore arriva a delineare l’oggetto sfuggente del suo studio solo dopo aver percorso una lunga – e non frequentata – strada, quella della storia politica della Sicilia. Tutto comincia con un sovrano, Federico III d’Aragona, che nella turbolente fase post-Vespri per mantenersi al potere è costretto ad offrire ai feudatari siciliani buona parte delle competenze e dei beni che appartenevano alla corona: da qui comincia una dinamica di continuo logorio del potere centrale da parte dei poteri periferici rappresentati dai feudatari, legittimati dalle ‘costituzioni’ di Federico, i quali diventano (e permangono nel corso di secoli) signori assoluti di buona parte del territorio isolano. In Sicilia nasce quindi una pratica politica che non si trova da nessun altra parte, in cui al centro del confronto pattizio tra la classe dirigente locale e il sovrano (che dal 1400 circa in poi risiederà fuori) c’è il demanio regale: si verifica il paradosso di sovrani che nel parlamento siciliano – il luogo di ogni compromesso pattizio – mettono in vendita parte dello ‘Stato’ per avere il denaro che consenta loro di riacquistarne parti vendute precedentemente. In Sicilia si sviluppa un’ideologia originale che l’autore chiama con un neologismo nazionalautonomismo, che consiste in una concezione flessibile della nazione che è tale solo nella misura in cui garantisce pattiziamente le prerogative autonomistiche, cioè gli interessi dei potentati locali. Nel meccanismo di funzionamento e di riproduzione del sistema vicereale-parlamentare che per secoli governa l’isola, un ingranaggio essenziale era costituito da quelle strutture adibite alla violenza e al controllo dell’ordine pubblico, con una storia tutta a sé stante di Palermo, centro della dinamica pattizia da cui partivano e in cui confluivano le diramazioni politico-amministrative-economiche dall’intera isola. La fine del parlamento nel 1816 crea un vuoto che viene riempito dalla polvere del crollo delle suddette strutture che nel corso dell’Ottocento si rideposita creando un nuovo aggregato: la mafia. Un aggregato composto da una strana caratteristica mistura di vecchio, anche molto vecchio, e nuovo.
http://www.rubbettinoeditore.it

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Carlo Palermo: ”Sono un sopravvissuto alla rivelazione di alcuni segreti di Stato”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 marzo 2019

Carlo Palermo, già giudice istruttore presso il Tribunale di Trento e di Trapani, è autore di “La Bestia” (ed. Sperling & Kupfer). Nel saggio l’ex magistrato ripercorre diversi accadimenti che lo hanno visto protagonista anche in prima persona. Palermo, oggi avvocato, è infatti sopravvissuto alla strage di Pizzolungo, il 2 aprile 1985, che lo vedeva come principale obiettivo e che spazzò via le vite di Barbara Rizzo, 30 anni, e dei suoi figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta, di appena 6 anni. A 34 anni di distanza, la richiesta di verità e giustizia su quel delitto è ancora forte ed è più che mai necessario comprendere ciò che è avvenuto in merito a questa storia. Una vicenda che ha segnato profondamente Carlo Palermo il quale, anche dopo aver lasciato la magistratura nel 1990, non ha mai smesso di indagare sui rapporti tra mafia e Stato. Anche se per l’attentato sono stati condannati i boss mafiosi, appare evidente che a voler eliminare il magistrato non fosse solo Cosa Nostra. Intervista a cura di Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia Duemila.

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Cremona: “Plauso a forze ordine, la mafia si può vincere”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 marzo 2019

I finanzieri del Comando Provinciale della di Cremona hanno confiscato beni mobili e immobili a esponenti di una cosca della ‘ndrangheta per un valore di circa 40 milioni di euro.Marco Degli Angeli, consigliere regionale del M5S Lombardia, dichiara: “Voglio complimentarmi con le forze dell’ordine per la brillante operazione che restituirà alla collettività 40 milioni di euro. È la dimostrazione che in Lombardia e a Cremona lo Stato è più forte delle mafie e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Il monitoraggio e il controllo del territorio siano costanti e capillari e il Ministero dell’Interno garantisca risorse e mezzi per il contrasto della criminalità organizzata.Solo ieri in Regione Lombardia è stato presentato il secondo “Monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia”. Questo lavoro costituirà nei mesi a venire un prezioso strumento per valutare elementi d’intervento e azioni pratiche di contrasto istituzionale. La situazione è molto grave, non c’è territorio in Lombardia che si possa definire immune dalla presenza mafiosa e i sequestri di oggi a Cremona ne sono la dimostrazione. La mafia sottrae risorse all’economia legale e ai lombardi e va combattuta con tutte le forze. I cittadini devono denunciare e le istituzioni intervenire con maggior fermezza. La mafia si può vincere”.

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Trattativa Stato-Mafia. Fava “Da chi è partito ordine?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

“Se, come si legge nella motivazione della sentenza di Palermo, la trattativa fra pezzi dello Stato e mafia accelerò l’omicidio Borsellino, c’è una domanda in più che va rivolta con urgenza a chi ha voluto, permesso e agevolato il depistaggio su via d’Amelio: da chi è partito l’ordine per quel depistaggio come quello della trattativa stessa? Chi ne ebbe la responsabilità politica e giudiziaria? Chi sapeva e ha taciuto durante tutti questi anni? La Commissione regionale antimafia si farà carico di cercare anche queste ulteriori risposte e questa indispensabile verità.” Lo dichiara Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia siciliana.

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Presentato a Custonaci il volume «La mafia dopo le stragi»

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

«È stato presentato a Custonaci il volume «La mafia dopo le stragi» di Attilio Bolzoni. L’autore, durante il suo intervento, ha saputo affascinare la platea con la sua profonda conoscenza delle vicende storiche su «cosa nostra» e sulla sua evoluzione fino ai giorni nostri. Hanno preso parte all’evento Roberta Gatani (nipote di Paolo Borsellino) del «Movimento Agende Rosse» che ha saputo emozionare nel ricordare le gesta del Magistrato assassinato nel vile attentato di via D’Amelio, il professore Enzo Guidotto (Presidente Associazione Antiracket e Usura Trapani) e l’insegnante Maria Concetta Marino (animatrice culturale) che hanno, invece, voluto sottolineare l’importanza dell’impegno civile nel contrasto alla criminalità mafiosa. Sono intervenuti, infine, Fabrizio Fonte (Presidente Centro Studi Dino Grammatico) e Giuseppe Bica (Sindaco di Custonaci)».

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Lotta alla mafia

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

«La lotta alla mafia la fanno le forze dell’ordine, lo Stato ma i colpi più pesanti sono stati subiti dalle mafie nel momento in cui si è mobilitata la società civile, indignandosi e ribellandosi. Libri come “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia” di Jole Garuti raccontano cosa sono state le mafie in Italia e, quindi, anche cosa possono tornare ad essere. Le mafie, infatti, ci sono ancora: hanno subito colpi durissimi, hanno fatto scelte strategiche diverse ma ci sono. La ‘ndrangheta, ad esempio, per mimetizzarsi meglio nella società ha scelto di abbandonare gli aspetti militari e agire penetrando l’economia legale ma gli arsenali li ha ancora e se servissero verrebbero usati, come hanno raccontato i magistrati che hanno seguito l’inchiesta Aemilia». Lo ha detto il senatore Franco Mirabelli, che nella scorsa legislatura è stato capogruppo PD nella Commissione Parlamentare Antimafia, intervenendo alla presentazione del libro di Jole Garuti a Milano. «Non dobbiamo perdere la memoria di vicende come quella di Saveria Antiochia e di suo figlio ed è importante che se ne discuta anche nelle scuole. – ha proseguito Mirabelli – Oltre al lavoro di forze dell’ordine, magistrati, carabinieri, nella lotta alla mafia dobbiamo tantissimo alla rivolta della società civile che c’è stata dopo le stragi. Per questo, è importante il lavoro che fanno persone come Jole Garuti, Nando Dalla Chiesa, o le associazioni come Libera: perché fa tenere accesi i riflettori sul problema delle mafie, ricordando che ci sono ancora e che sono molto pericolose anche se non si vedono. Oggi, infatti, in Italia c’è molta preoccupazione per i piccoli reati di strada ma non c’è alcun allarme sociale rispetto al fatto che le mafie ci sono, come esplicita chiaramente anche la Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare Antimafia».

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Il tempo dei diritti, quello dei doveri e le convenienze mafiose

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

L’idea ricorrente è che la stessa logica di sfruttamento della manodopera senza diritti si pone alla mercé di un capitalismo senza scrupoli e sostenuto per giunta da governi deboli se non conniventi a dispetto del voto popolare di segno opposto vanificando ciò che resta di buono e di giusto nella coscienza collettiva. E la mafia in questa logica trova possibilità espansive illimitate come sta accadendo nel Nord Italia, già da anni, per restare in casa nostra, anche se altrove, ovviamente, non è da meno per quanto si è adusi chiamarla con altri nomi.
A mio avviso il successo mafioso o anche di altri sodalizi del genere si fonda essenzialmente sulle debolezze umane dalla prostituzione alla droga e trova, altresì, proseliti nella stessa classe politica che cerca consensi elettorali, voti di scambio e risorse finanziarie per foraggiarsi.
Il segreto di questo successo la mafia l’ottiene dalla sua capacità d’essere una sorta di società segreta con regole rigide e rispetto delle gerarchie. In questo modo diventa per coloro che si rivolgono a lei sinonimo di certezze e di riservatezza. E’ capace, per sostenere i loro affiliati o chi la contatta per dei favori, di commettere dei delitti, anche eccellenti, conservando al tempo stesso il primato dell’efficacia e della risolutezza e quel che più conta della segretezza anche se a tratti vi sono state delle sbavature.
Questa sua caratteristica la fa notare il Sales allorché osserva: “E’ avvenuto in diverse parti del mondo che una forma di violenza privata sia diventata una forza organizzata e stabile, pur operando in contrasto con le leggi dello Stato.” E soggiunge: “Quando l’uso della violenza privata conquista spazio e potere e si dà una forma organizzata, il consolidarsi di questo stesso potere sottrae credibilità e legittimità agli ordinamenti statali e a chi li rappresenta. Ciò genera nella popolazione una graduale perdita di fiducia e di sicurezza, e di conseguenza una condizione di paura che viene superata non appena le forze dello Stato riprendono il controllo del territorio e via via ridimensionano, chi è stato causa di tale situazione.” E qui di certo non parliamo di una “violenza episodica” ma “organizzata” e persino stabile sul luogo mostrando l’incapacità o la scarsa reattività dello Stato a porvi rimedio anche in virtù di leggi permissive e garantiste o peggio ancora di complicità a livello istituzionale.
Come possono reagire i cittadini interessati? Di certo con la consapevolezza che non c’è rimedio e che convenga accettare la legge del più forte per evitare guai maggiori. Questo accade anche laddove lo Stato riesce in qualche modo a ristabilire la legalità perché non dimostra di farlo in maniera continuativa ma si limita a qualche caso e non di più. E’ così che anche nella parte sana della società si diventa, a volte, conniventi perché si “tace per paura”.
Il tutto diventa una spirale perversa che non permette allo Stato, che decide di reagire, di trovare la collaborazione con la popolazione perché il timore di ritorsioni è senza dubbio maggiore del suo senso civico. Significa pure che il sopruso esercitato e il danno subito tendono sempre più a racchiudersi in un fatto privato e non pubblico e la prova provata l’abbiamo avuta in Italia con la stagione dei sequestri di persona a scopo estorsivo. Giustamente il giudice Giuseppe Gennari nel suo libro “Le fondamenta della città” rilevava che “la scelta di tacere è quasi sempre il risultato di una banale ed efficientistica analisi di costi e benefici.” Nel citato periodo penso all’atteggiamento assunto da un noto imprenditore lombardo che minacciato dalla mafia che intendeva rapire un suo congiunto mobilitò amici e conoscenti per avvicinare i capi mafiosi residenti in Sicilia e tentare, tramite loro, un accordo che evitasse la realizzazione di questo progetto criminale. Dopo una non breve trattativa fu raggiunta l’intesa, ma a un prezzo molto elevato per l’industriale che si vide legato mani e piedi agli interessi lombardi della mafia siciliana. Si ritrovò in casa un picciotto con il compito di fare da garante e per scongiurare che gli affiliati lombardi dell’organizzazione o di altri gruppi come la ‘ndrangheta potessero interferirvi. L’intesa nel tempo si consolidò avendo l’imprenditore deciso d’impegnarsi in prima persona in politica. Fu un momento magico per la mafia e il seguito lo lascio immaginare ai lettori anche se i soliti ben informati ne hanno piena consapevolezza e si rendono conto che questa pesante ipoteca grava ancora sulla testa non solo dei diretti interessati ma su tutta la classe politica italiana e sul mondo imprenditoriale.
Ciò che posso soggiungere è che il tutto fu condito abbondantemente da convenienze, da opportunità economiche e di potere. E’ che alla fine furono gli italiani a subirne le conseguenze non tanto e non solo dal punto di vista della sistematica dilapidazione dei beni pubblici ma nei rapporti istituzionali dove la mafia fece prevalere il suo solido legame con i plenipotenziari della politica e della finanza per dettare le sue leggi. I guasti sono sotto gli occhi di tutti: appalti miliardari, o di poche centinaia di migliaia di euro, rigorosamente truccati, corruzione dilagante e incontenibile, leggi disattese, istituzioni prese letteralmente d’assalto con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli di go-verno e di amministrazione. E agli italiani non rimane altro che subire, o nella migliore delle ipotesi guardare dall’altra parte, per badare ai propri interessi personali per cercare di salvare il salvabile, sia pure con affanno.
Alla fine ci ritroviamo con tante persone sconcertate che non si fidano più del prossimo anche se è un componente della famiglia. Riducono la loro partecipazione al voto schifati da una politica asservita ai poteri forti e alla malavita organizzata, si vedono erosi i propri diritti ad opera dei loro stessi rappresentanti istituzionali, (amministratori e governanti) e si sentono intrappolati in casa propria da un crescendo di azioni criminali che mettono a dura prova i loro sudati risparmi e il potere d’acquisto per le necessità familiari. Ma ciò che è davvero drammatico è quella sensazione d’incertezza e di precarietà che non permette loro di guardare il futuro speranzosi di tempi migliori. E’ una spirale perversa che dobbiamo spezzare se vogliamo, in qualche modo, uscirne onorevolmente. Ci riusciremo? Si se pensiamo alla politica in positivo e se riusciamo a scremarla dalle lusinghe dell’imbonitore di turno. (Riccardo Alfonso)

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Dal muro di Berlino ai fatti di casa nostra

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

Con la caduta del muro di Berlino del 16 novembre del 1989 l’alleanza strategica tra mafiosi e politici poteva cessare se nel frattempo non fossero subentrati altri e più forti interessi per il modo come si poteva economicamente e finanziariamente condizionare il governo italiano mettendo alla loro guida uomini che non fossero del tutto ostili agli interessi malavitosi e disponibili, per questo, a un “voto di scambio”. In pratica le parti in causa ci avevano provato tanto gusto che hanno preferito continuare a ingurgitarsi nella stessa mangiatoia e convinti, al tempo stesso, che i vertici l’avrebbero fatta franca non solo nei confronti della giustizia terrena ma anche in quella divina grazie all’acquiescente benevolenza di alcune eminenze vaticane e ai loro amici di merenda Calvi e Sindona. La circostanza non deve sorprenderci. Già al tempo della seconda guerra mondiale duemila “picciotti” di origine italo-americana, si dice, furono paracadutati in Sicilia per costituire una specie di testa di ponte allo sbarco degli anglo-americani. Seguì il tentativo di rivolta separatista con il bandito Giuliano per contrastare l’avanzata del consenso popolare comunista in Italia. Ma non finì qui, ovviamente, come la storia più recente c’insegna. E i libri di storia invece cosa dicono? Non certo la verità per non dover ammettere, ad esempio, che la marcia trionfale dell’eroe dei due mondi da Marsala a Napoli, lungo la dorsale calabrese, fu ampiamente supportata dalle bande mafiose e che dal 1876, e per un ventennio, la mafia fece parte di quel blocco sociale ed elettorale per osteggiare l’avvento della sinistra storica italiana. E fu ancora la mafia, dopo la strage di Portella delle Ginestre da parte del bandito Giuliano, il primo maggio del 1947, a provocare una svolta politica spegnendo brutalmente gli ardori rivoluzionari della Sicilia del dopo-guerra per appoggiare la D.C. di De Gasperi.
E l’intesa, com’è noto, fu siglata con una mattanza mettendo in campo il delitto mafioso a fini elettorali. Così, secondo lo storico Giuseppe Giarrizzo, vi fu il “riconoscimento, in chiave storica, da parte del nuovo Stato del ruolo politico dei gruppi mafiosi.” La conclusione mi pare ovvia e la leggiamo nelle parole di Isaia Sales: “Il successo delle mafie è dovuto non solo al successo nazionale di quel blocco sociale e politico di cui facevano parte in Sicilia e in altre regioni, ma anche perché a livello nazionale furono fatte scelte di conservazione in politica e in economia che finirono con il difendere lo stesso ambiente sociale che condizionavano e a volte dominavano.” E’ questo, in effetti, il nocciolo della questione. Se le istituzioni non sono state capaci di combattere efficacemente il fenomeno mafioso lo dobbiamo al fatto che anch’esse covavano al loro interno la “perversione mafiosa”. Veniva così legittimata, direttamente o indirettamente, da taluni rappresentanti delle istituzioni che avrebbero dovuto combatterla o per lo meno isolarla come mero fatto criminale.
E’ terribile pensare e quindi scrivere che la “mafia è lo Stato” e ciò spiega il motivo della sua presenza in tutti gli eventi storici italiani da due secoli a questa parte. Essa è stata capace di vivere e prosperare in tutti gli ambienti da quelli culturalmente più arretrati ad un’economia progredita e con una mentalità diversa. Da qui la sua capacità di adattamento e di penetrazione tanto che ha avuto modo di radicarsi in una nazione come gli Stati Uniti d’America considerata tra le più sviluppate del mondo “ad alto tasso civico, lontanissima dalla Sicilia, dalla Campania e dalla Calabria.”
Ma qui, come osserva giustamente Isaia Sales nel suo citato libro, non si tratta tanto di un know how culturale esportato di sana pianta dal meridione d’Italia alla Sicilia. Se lo fosse dovremmo invece chiederci il perché non è accaduto in Argentina dove nello stesso periodo storico (nel 1914) quasi il 47% del milione degli immigranti italiani proveniva dal Sud. E’ che negli USA il terreno si prestava più che altrove alla semina e al raccolto mafioso per via di una “combinazione di fattori economici e sociali capaci di alimentare le mafie.” In altri termini la criminalità locale preesistente al fenomeno mafioso ebbe modo di accrescere e di prosperare con i nuovi adepti e persino di fare un salto di qualità attraverso una rete di connivenze e di codici di comportamento che lasciavano poco spazio all’improvvisazione e alla delinquenza di strada. I gangster americani d’estrazione mafiosa, tra l’altro, impersonavano perfettamente il sogno americano del successo a tutti i costi “del farsi strada con qualsiasi mezzo verso la ricchezza, e la violenza era una delle strade per il successo e si poteva abbinare con disinvoltura la violenza con gli affari anche perché il duro lavoro e il rispetto della legge “non avevano portato all’atteso benessere, com’era stato immaginato e propagandato, a milioni di persone emigrate costrette ai lavori umilissimi e malpagati. Il sogno americano di una vita migliore non si era realizzato.” (Riccardo Alfonso dal libro “verità e finzione” edizioni Fidest).

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La testimonianza: tra mafia e politica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il DittatoreDopo anni di colpevoli silenzi, di tacite connivenze, di sistematiche disinformazioni sembra che ora gli italiani stiano prendendo coscienza del vissuto della politica e soprattutto del suo rimescolio con gli ambienti che viaggiano ai limiti del legale. C’è di conseguenza una voglia forte di cambiamento mandando alle ortiche tutto un passato di ambiguità ed anche di torbidi intrecci malavitosi. Oggi l’occasione mi offre l’opportunità di richiamarmi non solo a ciò che ho vissuto e testimoniato con un mio libro, “Il dittatore” ma anche al coraggio di quanti giornalisti e politici galantuomini che hanno rischiato e persino perso la vita per svelare questi misteri e offrire alla magistratura uno spunto per indagare. Si può dire che il tutto è iniziato con le vicende degli anni postbellici con il bandito Giuliano. Il separatismo siciliano e le intese mafiose si mescolarono alle ragioni di politica internazionale nel timore che l’Italia, con il più forte partito comunista dell’occidente, potesse finire nelle spire dell’Urss. Il compromesso storico e il delitto Moro furono l’altro passo che indusse taluni politici a ragionare su una pax-sociale che non potesse prescindere da quel potere forte mafioso che aveva imbrigliato con le sue trame l’autorità dello stato e che si apriva la strada su tutto il territorio nazionale. Nel mio libro mi sono soffermato a lungo sul delitto Pecorelli e quello del generale Dalla Chiesa. Fatti che si conoscevano da decenni ma volutamente ignorati. Persino una mia testimonianza prevista in una trasmissione televisiva fu annullata all’ultima ora. O tempora! O mores! (Riccardo Alfonso)

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I misteri d’Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

toto-riinaGiornali, TG., talk e organi di informazione di varia estrazione riempiono le loro prima pagine con quella che viene presentata come la notizia del giorno: la morte di Totò Riina, il noto “capo dei capi” che stava scontando i 26 ergastoli che gli sono stati comminati, con sentenze passate in giudicato.
Un leit motif accomuna i più svariati organi di stampa, ed è l’errore nel quale cadono tutti, quando affermano che con la morte Riina avrebbe portato con se i misteri e i segreti d’Italia.
Errore gravissimo, che suona come una assoluzione “urbi et orbi” per tutti i fiancheggiatori del criminale che erano, sono e saranno ancora al corrente di quei segreti e quei misteri che sono, ma solo in parte, dentro la bara; e non mi riferisco alla manovalanza criminale di killer a pagamento, piccoli spaccciatori, picchiatori che sollecitano il pagamento del “pizzo”. Mi riferisco a quei tanti “signori” in doppio petto che frequentano i salotti buoni della politica, dell’economia, dell’imprenditoria e dell’alta finanza.
Le sedi istituzionali del sistema democratico, dai consigli comunali a quelli regionali, per arrivare, a piè pari, al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati, sono pieni di personaggi legati o collegati alle varie mafie, e sono i principali divulgatori dell’affermazione secondo la quale “Riina avrebbe portato con le i misteri d’Italia”. Questi figuri sono in prima linea a sostenere tale erronea impostazione, come se una cappa di piombo coprisse parecchi decenni di malefatte restituendo loro la verginità perduta, accollando al solo Riina le stragi perpetrate, la gestione mafiosa del potere, le connivenze assurde tra malaffare e politica, mafia e alta finanza.Le istituzioni, secondo questi fiancheggiatori più o meno occulti, dovrebbero tirare un sospiro di sollievo e rallentare l’azione di controllo e di indagine, perché i misteri italiani giacciono in una bara, assolvendo i complici che “nulla sapevano”. Questo è il momento di intensificare le indagini perché la mafia indotta si sentirà al disopra dei sospetti, e allenterà il controllo, fornendo elementi in grado di sferrare un attacco decisivo e definitivo a questo fenomeno che mortifica la Sicilia e l’Italia. (Rosario Amico Roxas)

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“Il silenzio è mafia – da Impastato a Manca”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 febbraio 2017

il-silenzio-e-mafiaCustonaci Venerdì 3 marzo, alle ore 21.15 Teatro Comunale di Custonaci Via Ugo Foscolo andrà in scena la tragedia teatrale “Il silenzio è mafia – da Impastato a Manca” con Claudia Gammicchia, Renato Bica, Roberto Valenti con la regia di Ivan Alabrese e Maria Enrica Sanna.
Lo spettacolo rappresenta le storie di 4 personaggi (Peppino Impastato, Beppe Alfano, Ilaria Alpi e Attilio Manca) che si sono opposti, in modi diversi, alla mafia ed alla corruzione. Un momento di forte riflessione per il pubblico, un teatro d’impegno civile.
«Lo spettacolo rappresenta alcuni momenti salienti della vita dei vari personaggi ricollocandoli a volte nel presente, a volte nel passato, con l’intento principale di poter rendere eticamente giustizia a queste persone. Lo spettacolo vuole dare voce anche al dolore di tutti i familiari delle vittime della mafia» così afferma il regista Ivan Alabrese.
Primo personaggio rappresentato nella pièce teatrale è Giuseppe Impastato, detto Peppino, giornalista, attivista e poeta italiano, membro di un partito denominato Democrazia Proletaria nato a Cinisi il 5 gennaio 1948. Assassinato il 9 maggio 1978, su ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti (detto Tano) a causa dei suoi discorsi di denuncia contro le attività di “Cosa Nostra” (la mafia siciliana), diramati attraverso “Radio Aut”, emittente radiofonica da lui fondata. La madre di Peppino, Felicia Bartolotta, non ha mai creduto alla versione ufficiale che aveva chiuso frettolosamente le indagini che definirono la morte del figlio “suicidio”.
Altro personaggio della rappresentazione teatrale è Giuseppe Alfano, detto Beppe, nacque a Barcellona Pozzo di Gotto, il 4 novembre 1945. Giornalista della testata “La Sicilia” di Catania. Insegnava Educazione Tecnica alla scuola media, ma la sua passione era il giornalismo. Le sue attività d’indagine giornalistica raccoglievano notizie soprattutto su uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici, amministratori locali e massoneria. Venne ucciso l’8 gennaio 1993. Un momento di riflessione su un’altra storia, quella di Ilaria Alpi. Nata a Roma, il 24 maggio 1961. Giornalista e fotoreporter RAI del TG3 assassinata insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 in Somalia poiché aveva scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici e prodotti radioattivi provenienti dai Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi, che avrebbe coinvolto anche alte personalità dell’economia italiana. L’omicidio è stato attribuito alla delinquenza somala ma in realtà è forte il sospetto che possa essere stato commissionato dai servizi segreti o dalla CIA.Il dramma teatrale si conclude con la storia di Attilio Manca. Nato a San Donà di Piave, il 20 febbraio 1969. Medico urologo molto rinomato per la sua specializzazione conseguita in America. Fu trovato cadavere nella sua abitazione di Viterbo l’11 febbraio 2004. L’autopsia certificò la presenza nel sangue di eroina ed il caso fu inizialmente ritenuto un’overdose, poi archiviato come “suicidio”. I genitori si opposero all’archiviazione sostenendo che il figlio fosse stato ucciso poiché avrebbe riconosciuto, in un anziano paziente da lui operato, il boss mafioso superlatitante Bernardo Provenzano. (foto: il silenzio è mafia)

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“La mafia durante il fascismo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 gennaio 2017

la-mafia-durante-il-fascismoE’ questo il titolo del libro di Duggan edito da Rubbettino nel 1986 e ripubblicato (sempre da Rubbettino) nel 2007. Probabilmente Christopher Duggan, all’epoca ancora giovane allievo di Dennis Mack Smith (ma poi diventato celebre studioso di storia italiana fino alla sua prematura scomparsa avvenuta di recente), non avrebbe mai immaginato che il suo primo libro, “La mafia durante il fascismo” (Rubbettino 1986 e 2007) frutto di un lavoro per la tesi di dottorato avrebbe suscitato un simile terremoto nel mondo culturale italiano dopo la recensione di Leonardo Sciascia (riprodotta in appendice nella nuova edizione del volume Rubbettino) sulle colonne del «Corriere della Sera». Il libro si occupava della campagna antimafia condotta dallo stato fascista in Sicilia per mezzo del “prefetto di ferro” Mori. Ma per capire le ragioni del fallimento dell’intervento fascista si doveva andare più a fondo, alle radici del fenomeno mafioso. Lo studioso inglese contestava la lettura della mafia unicamente come organizzazione e l’identificazione della mafia con Cosa Nostra evidenziando come semmai vi fosse soprattutto un sostrato culturale che non andava trascurato:«Se la mafia – scriveva lo storico inglese nella prefazione alla nuova edizione del volume stampata da Rubbettino nel 2007 – fosse sempre stata un’organizzazione criminale unitaria dotata del tipo di struttura formale di Cosa Nostra e con poca o nessuna legittimazione culturale all’interno della società siciliana – come alcuni storici di oggi continuano a sostenere – sarebbe stato estremamente improbabile che il problema avrebbe continuato a persistere come è invece accaduto. Il peso dell’evidenza storica indica una realtà molto più complessa, che nasce dall’assenza per secoli di un’effettiva struttura statale in ampie zone dell’isola e dallo stabilirsi di modelli di comportamento e valori connessi all’esercizio della violenza privata. Questi modelli di comportamento non sono mai stati completamente abbandonati per una serie di ragioni derivanti tanto dalle deficienze dello stato italiano sin dal 1860 quanto dalla penuria economica della zona. Mori capì perfettamente che le operazioni di polizia da sole avrebbero avuto effetti di scarsa durata; ma il fascismo era più interessato alla retorica che non alla sostanza del successo e fallì, dopo il 1929, nel dimostrare chiaramente che i “valori dello stato” erano più degni di rispetto di quelli che i mafiosi tradizionalmente portavano avanti. È questa, mi pare, la più importante lezione che ci offre lo studio della storia della campagna fascista contro la mafia. Si tratta di una lezione che Leonardo Sciascia – che aveva trascorso gran parte della sua vita a riflettere sulle difficili relazioni tra potere e moralità – aveva pienamente compreso».

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La mafia uccide solo d’Estate

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2016

mafia-uccide-solo-destateRoma Martedì 15 novembre ore 10.45 Cinema Barberini Piazza Barberini 24 Presentazione della serie tv “LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE” con Claudio Gioè, Anna Foglietta, Francesco Scianna, Valentina D’Agostino e con Nino Frassica Regia di Luca Ribuoli Una coproduzione Rai Fiction – Wildside Prodotto da Mario Gianani e Lorenzo Mieli Ispirata all’omonimo film di Pif, la serie racconta,
attraverso la voce fuori campo dello stesso Pif, la storia di una famiglia nella Palermo degli anni ’70.
Mescolando tragedia e commedia, la serie scava nel nostro passato per parlarci del nostro presente. Un modo nuovo di raccontare la mafia. Un sorriso ironico e mai banale sugli anni terribili degli omicidi eccellenti. La proiezione sarà preceduta dagli interventi del Presidente del Senato Pietro Grasso e del Direttore Generale Rai Antonio Campo Dall’Orto Al termine della visione, ore 13.00 circa, incontro stampa con produzione, cast e Pif, voce narrante della serie In onda su Rai1, da lunedì 21 novembre per 6 serate, ore 21.25

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Serie TV: La mafia uccide solo d’estate

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 novembre 2016

mafia-uccide-solo-destateRoma Martedì 15 novembre ore 10.45 Cinema Barberini Piazza Barberini 24 Presentazione della serie tv “LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE”
con Claudio Gioè, Anna Foglietta, Francesco Scianna, Valentina D’Agostino Regia di Luca Ribuoli Una coproduzione Rai Fiction – Wildside
Prodotto da Mario Gianani e Lorenzo Mieli Ispirata all’omonimo film di Pif, la serie racconta, attraverso la voce fuori campo dello stesso Pif, la storia di una famiglia nella Palermo degli anni ’70. Mescolando tragedia e commedia, la serie scava nel nostro passato
per parlarci del nostro presente. Un modo nuovo di raccontare la mafia. Un sorriso ironico e mai banale sugli anni terribili degli omicidi eccellenti. Sarà presente il Presidente del Senato Pietro Grasso Al termine della proiezione, ore 13.00 circa, incontro stampa con produzione e cast In onda, su Rai1 da lunedì 21 novembre per 6 serate.

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Lotta alla mafia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 luglio 2016

borsellino falcone<<Nel giorno che commemora il sacrificio di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta ci sovvengono le parole di Antonino Caponnetto, Magistrato il cui pool portò all’arresto di 400 criminali legati a Cosa Nostra giudicati nel maxiprocesso di Palermo.Caponnetto rammentava sempre che, già venti giorni prima dell’attentato, Borsellino aveva chiesto alla Questura di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l’abitazione della madre, ma che la sua richiesta rimase inevasa. Su questa, come sulla sparizione dell’agenda rossa, emergono molto pagine oscure legate alla strage di via d’Amelio.Al dolore che accompagna il ricordo, si aggiunge il brivido della sospetta connivenza tra mafia e parte deviata dello Stato, uniti dalla volontà di fermare Borsellino ad ogni costo.E’ per questo che è necessario ricordare, è per questo che è necessario continuare a lottare. La speranza cammina nelle gambe di chi guarda al futuro con occhi sinceri e leali verso la propria Terra e la propria gente, si vivifica nelle azioni di chi si impegna ogni giorno a tutela dei diritti delle persone e combatte ogni sistema di sopruso.Insieme a Paolo Borsellino, Emanuela Loi e i poliziotti caduti nella strage, vogliamo ringraziare il lavoro quotidiano di tutti gli agenti in servizio, dei Magistrati, ma anche delle associazioni, dei comitati e di tutti i cittadini che si impegnano in prima persona nella lotta alla mafia.Nessuna connivenza potrà mai superare l’energia che ispira un popolo a combattere per la libertà.>>Queste le dichiarazioni di Cinzia Pellegrino, Coordinatore Nazionale del Dipartimento Tutela Vittime di FdI AN nella 24ma ricorrenza della strage.

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Mafia: dedichiamo una strada a Emanuela Loi

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 luglio 2016

emanuela loi“In occasione del 24° anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo, in cui morirono per mano della mafia il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, il Dipartimento Tutela Vittime di Fratelli d’Italia-AN esprime il suo sostegno e la sua solidarietà alle forze dell’ordine e di polizia per il lavoro e l’impegno profusi alla sicurezza dell’intera collettività. Estende, inoltre, a tutto il territorio nazionale l’iniziativa promossa dall’Area Tutela Vittime di Foggia volta a intitolare, in tutti i capoluoghi e le principali città italiane, una via a Emanuela Loi, tiratrice scelta facente parte della scorta del giudice, persona di grande coraggio e con forte dedizione per il suo lavoro” dichiara Cinzia Pellegrino, Coordinatore Nazionale del Dipartimento.
“Ci sembra più che doveroso omaggiare una ragazza che con la sua forza ha sfidato l’omertà della mafia. Con lei commemoriamo e ricordiamo con orgoglio tutte le persone che si sono schierate contro le organizzazioni criminali, affinché la speranza di sconfiggere ‘Cosa Nostra’ non si spenga mai”, continua la Pellegrino.
“Fratelli d’Italia non ha mai negato il suo sostegno a coloro che ogni giorno indossando la divisa mettono a repentaglio la loro vita. Emanuela detiene il triste primato di prima donna agente di polizia morta in servizio. La nostra iniziativa rappresenta un gesto di sensibilità alla memoria di una persona che ha svolto il suo lavoro con passione arrivando a sacrificare la sua giovane vita per difendere la collettività”, conclude Antonella Zuppa, Referente del Dipartimento per la Provincia di Foggia ed ideatrice della proposta. (foto: emanuela loi)

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Il caso Borsellino-Crocetta

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 luglio 2015

lucia borsellino“Il contenuto della conversazione, intercettata dagli inquirenti, tra il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta, ed il suo medico personale Matteo Tutino, arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di falso, abuso d’ufficio, truffa e peculato, apre uno spaccato inquietante sulla realtà politica siciliana, che ancora oggi, nella migliore delle ipotesi, fatica a prendere le distanze dalla sotto-cultura mafiosa. E’ agghiacciante il fatto che il presidente Crocetta sia rimasto impassibile di fronte alla considerazione espressa dal suo interlocutore, secondo cui Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso da Cosa Nostra, dovrebbe essere fatta fuori come suo padre.” E’ quanto afferma Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp – il Sindacato Indipendente di Polizia, che prosegue: “Bene ha fatto Lucia Borsellino a lasciare la giunta Crocetta. Ritengo che sul presidente della Regione Sicilia, terra impoverita e devastata dalla mafia e bagnata dal sangue di tanti che l’hanno combattuta, non debbano esserci ombre di collusioni, connivenze, anche solo di una malcelata tolleranza verso espressioni di malaffare o peggio di criminalità. Non si può non reagire di fronte a chi auspica la morte di una donna impegnata nelle Istituzioni, che porta il nome di un magistrato che ha sacrificato la propria vita per combattere la mafia. Io credo che debba essere verificata l’estraneità del presidente della Regione a relazioni illecite con un soggetto come Tutino, su cui pendono le gravi accuse della magistratura, ma ritengo che una prima immediata risposta Crocetta debba darla ai siciliani, dimettendosi immediatamente dal proprio incarico, e scusandosi pubblicamente per il suo comportamento indegno di chi è stato chiamato dai cittadini a costruire per la propria terra un futuro di sviluppo, di legalità, di rifiuto di ogni forma di criminalità”.

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Mafia Capitale: ferita infetta

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 giugno 2015

regione-lazio“La corruzione che attraversa la Città di Roma appare di momento in momento più grave e sembra non risparmiare nessuna delle sue strutture di accoglienza, a cominciare da quelle che per loro stessa vocazione dovrebbero occuparsi delle persone più fragili: immigrati, anziani e bambini, soprattutto quei minori non accompagnati a cui dobbiamo aggiungere anche tutti quegli altri bambini accolti senza diagnosi sicura e senza un piano preciso in una vera e propria rete di case famiglia” lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare. “La speculazione, gli sprechi, le ruberie, sono una grave ferita infetta che indebolisce l’intero organismo della città. Qualcuno vorrebbe le dimissioni della giunta a cominciare dal suo sindaco, ma la risposta preoccupata è che comunque non sarebbe sufficiente, perché non è solo il poter politico ad essere coinvolto. C’è un’ampia coinvolgimento di funzionari ed impiegati, e soprattutto c’è la responsabilità di una società civile che appare, molto ma molto più corrotta dello stesso potere politico. I politici locali appaiono come burattini nelle mani dell’uno e dell’altro boss. Sembra che per la Città di Roma non ci sia speranza, ma non può essere così” aggiunge. “Da qualche parte occorre ricominciare. Qualche giornale ha scritto che non basta essere onesti. Eppure se ricominciassimo tutti da lì forse si potrebbe guarire dalla corruzione, come recita una delle più belle lezioni di Papa Bergoglio, che risale ai tempi in cui era cardinale a Buenos Aires. Di corruzione ci si ammala e dalla corruzione si può guarire. Però è ora di passare dalla diagnosi alla terapia, usando tutti i mezzi possibili: dalla chirurgia alla farmacologia. Tutti i mezzi vanno messi in gioco senza limitarsi alla denuncia, pur essendo questa assolutamente necessaria, ma non sufficiente” conclude.

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La mafia in veneto

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 febbraio 2015

mafia in venetoIl Veneto è la Quinta regione in Italia per operazioni finanziarie sospette; decima per beni confiscati alla criminalità; operazioni di riciclaggio quadruplicate; casi di usura più che raddoppiati. Questo lo spaccato (dati al 2013) che emerge da «Mafie e criminalità in Veneto», ricerca di Unioncamere del Veneto presentata presso la Camera di Commercio di Padova da Fernando Zilio, presidente Unioncamere del Veneto e Cciaa patavina, Roberto Tommasi, referente regionale dell’Associazione Libera contro le Mafie, il giornalista Antonio Selvatici e Nando dalla Chiesa, presidente onorario Libera. La ricerca è stata realizzata nell’ambito del protocollo d’intesa tra Unioncamere del Veneto e Libera, sottoscritto nel febbraio 2012 e rinnovato nel 2014, al fine di sviluppare forme di collaborazione per una più efficace realizzazione d’iniziative destinate alla diffusione della cultura della legalità ed al contrasto alle infiltrazioni mafiose.«Per troppo tempo – ha detto il presidente di Unioncamere Veneto, Fernando Zilio – abbiamo ritenuto che la mafia, le mafie, fossero un problema solo del Sud. Chi sosteneva il contrario non solo doveva sopportare i sorrisetti di circostanza, ma doveva quasi sentirsi fortunato se non veniva accusato di “procurato allarme”. Ora che abbiamo “scoperto” che la mafia è nel bar e nel ristorante sottocasa, nel negozio da cui ci serviamo, nei trasporti, nelle costruzioni e negli alberghi, oltre che nel gioco d’azzardo, nella prostituzione e nel traffico di esseri umani, fatichiamo comunque a trovare gli antidoti. Quasi che scoprire “il re nudo” sia un fastidio da accantonare. Invece dobbiamo essere coscienti che le mafie, oltre che inquinare il mercato con prodotti contraffatti, oltre che annientare parti sane dell’economia, introducono anche la violenza come metodo sia nei confronti delle cose che delle persone. Prendere coscienza di tutto questo e sostenere l’azione di chi, come l’Associazione Libera, si batte per far emergere la legalità non solo è doveroso, ma diventa indispensabile se non vogliamo vedere l’economia della nostra regione passare dal ruolo di traino del Paese a quello di “lavatrice” di denaro sporco».«Le pagine del Quaderno raccontano di capitali sospetti, sporchi, ambigui, entrati chissà come, e in silenzio, nel tessuto della nostra comunità, come sottolinea Marcello Cozzi nella prefazione – spiega Roberto Tommasi di Libera –. Raccontano di inchieste che disegnano una geografia attraversata da estorsioni, usura, tratta degli esseri umani, traffici di droga, armi e rifiuti. Una geografia nella quale mafie e corruzione sono nel sistema dei mega appalti e dei fiumi dei finanziamenti europei. L’intento è soprattutto divulgativo, un contributo a sollecitare l’opinione pubblica affinché possa aumentare la coscienza e l’attenzione su un fenomeno spesso poco conosciuto o addirittura negato».Il Veneto è una regione dove i gruppi mafiosi ripuliscono e riciclano i proventi delle attività illegali investendoli per conquistare nuovi mercati. Le operazioni di riciclaggio sono quadruplicate: dalle 1.244 del 2009 alle 4.959 del 2013 in modo omogeneo in tutte le province. I mercati più a rischio sono edilizia, trasporti, turismo, smaltimento rifiuti, grande distribuzione, mercati ortofrutticoli, intermediazione di manodopera, gioco d’azzardo, contraffazione merci. Il Veneto è anche terra di transito di importanti partite di droga, armi ed esseri umani sfruttati nel lavoro nero e nel mercato della prostituzione. I gruppi criminali più presenti sono cinesi, nigeriani, moldavi e albanesi.Dai dati di Direzione Investigativa Antimafia, Direzione Nazionale Antimafia e Ministero dell’Interno, in Veneto i casi di estorsione sono cresciuti dai 95 del 2009 ai 221 del 2013. A fronte di una generalizzata riduzione delle operazioni sospette di riciclaggio, in controtendenza alla media nazionale si registra un aumento dalle 4.674 del 2012 alle 4.959 del 2013. Le altre regioni più colpite sono Lombardia (11.575), Lazio (9.188), Campania (7.174), Emilia Romagna (4.947), che col Veneto concentrano quasi il 60% delle segnalazioni nazionali.Nel primo semestre 2013 il Veneto risultava la quinta regione (8,42%) per operazioni finanziarie sospette (24 persone denunciate per riciclaggio, +26% sul semestre precedente). Nello stesso semestre denunciati 59 fatti di estorsione (+16%). Tra fine 2011 e fine 2013 la diminuzione dei prestiti bancari a famiglie ed imprese è stata di quasi 100 miliardi di euro.Sul fronte usura in Veneto la situazione sembra ancora rassicurante (terzultimo). Nell’ultimo anno però i numeri sono più che raddoppiati (da 29 a 76), in primis per l’industria del gioco d’azzardo col quale il fatturato delle mafie supera i 15 miliardi di euro. Si stima che in Italia sia coinvolto il 47,1% dei giovani che frequentano le scuole medie superiori e il Veneto è quinto in Italia per scommesse e giocate (5,5 miliardi di puntate nel 2013 tra videopoker, slot machines, gratta e vinci).Nell’ultimo anno le infrazioni accertate di illegalità ambientale sono state 1.004 (995 nell’anno precedente), le denunce 1.035 e i sequestri 213. Oggi in Veneto il termine corruzione viene “automaticamente” associato agli appalti al massimo ribasso e alla concessione dei grandi lavori in project financing. La Relazione per l’apertura dell’Anno Giudiziario 2015 evidenzia il triplicarsi dei casi di corruzione (da 31 a 122) e il quasi raddoppio di concussione (da 27 a 45).Al 7 gennaio 2013 la Sicilia è la regione con la maggior presenza di beni confiscati sia immobili (quasi la metà) che aziendali (circa il 40%). Seguono Calabria, Campania e Lombardia. Con 88 beni censiti il Veneto occupa il decimo posto. Anche per beni mobili registrati la Sicilia è prima (24% del totale), il Veneto nono con 39. Sono 84 gli immobili e 4 le aziende confiscate in modo definitivo in Veneto con 23 Comuni interessati da almeno una confisca: le più coinvolte Venezia (8) e Verona (9), ma la diffusione della criminalità organizzata è parcellizzata. La provincia di Venezia è prima per presenza di beni: i soli Comuni di Campolongo Maggiore (17), Campagna Lupia (6) e Stra (3) raggruppano quasi la metà di beni sul totale della provincia (beni confiscati alla Mala del Brenta). I Comuni con la maggior presenza di beni immobili confiscati sono Campolongo Maggiore (12), Belluno (10), Salzano (9) e Padova (7). Fra gli esempi di riutilizzo sociale dei beni confiscati figurano la base scout di Erbè (Verona); Villa a Salvaterra di Badia Polesine (Rovigo); Villa “Affari Puliti” a Campolongo (Venezia). Un importante elemento di indagine e di contrasto alle pratiche di usura ed estorsione è rappresentato dallo Sportello di ascolto “SOS giustizia”, operativo da maggio 2014 presso la Camera di Commercio di Padova. Lo sportello, gestito da Libera in attuazione del protocollo stipulato con Unioncamere del Veneto, nei primi otto mesi di operatività ha registrato 60 colloqui con persone che hanno evidenziato fatti o contesti inquadrabili nei disposti degli articoli 629 e 644 del Codice di procedura penale riguardanti i reati di estorsione ed usura. (foto: mafia in veneto)

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