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L’epoca di malafede

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 agosto 2017

violenza_stadi_2E’ stato scritto: “La nostra non è un’epoca di fede, ma neppure d’incredulità. E’ un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine…” Questo accade nei nostri percorsi culturali e religiosi, scientifici e sociali. Questa visione del nostro modo d’affrontare la vita e ancor più i rapporti sociali che vi intercorrono mostrano chiari limiti d’incompletezza e di palesi contraddizioni con il nostro modo d’essere e di divenire. Abbiamo, in pratica, perso il senso della misura nei rapporti umani partendo da una concezione patriarcale e solidale tribale in uno stacco generazionale che genera sovente confronti conflittuali, incomprensioni e rivalità. Il tutto è avvelenato da una speculazione mediatica costruita proprio sul clamore che derivano i contrasti, le opposizioni non più ideologiche, ma di costume.
In questo contesto va precisato che qui non parliamo di modelli generazionali che si evolvono e denotano nel corso degli anni un modo diverso di leggere i passi della vita, ma della loro degenerazione sistematica e cruciale che inquina, che lascia tracce ammorbanti.
La ricerca del sapere, della conoscenza come stimolo per crescere culturalmente e socialmente, è umiliata da quella dell’avere come spinta al possesso, all’odio per il diverso, alle distinzioni razziali, religiose e culturali. Ognuno cerca di coltivare la propria nicchia d’interessi che si restringe sempre di più da quella del clan, alla famiglia che si forma e sino a toccare il singolo componente in opposizione a tutti gli altri. Da qui spuntano le piccole e grandi degradazioni che passano dai contrasti appena velati da formalità comportamentali a quelli traumatici dell’aggressione e della violenza mortale. Il detto latino homo homini lupus sembra attagliarsi a questa fattispecie di atteggiamento. E il veleno di questa tendenza è ancora più efficace, nella sua penetrazione, se si pensa all’esaltazione della ricchezza come potere, come dominio sugli altri. E chi ricco non è cerca in tutti i modi di adeguarsi a quel modello per trovare la propria soddisfazione esistenziale perché siamo al trionfo dell’apparenza, dell’edonismo quale unica ragione di vita. Da qui un modello di società che si presenta come un bel coccio visto da fuori ma privo di contenuti al suo interno. E la vacuità che ne deriva è anch’essa malafede a tutto tondo perché neghiamo ai valori della vita il diritto ad esistere. Se non cambiamo atteggiamento i danni che provochiamo e che demandiamo ai posteri saranno inevitabilmente molto gravi e devastanti soprattutto sul piano sociale. (Riccardo Alfonso direttore centro studi religiosi e sociali)

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L’epoca di malafede

Posted by fidest press agency su domenica, 8 aprile 2012

E’ stato scritto: “La nostra non è un’epoca di fede, ma neppure d’incredulità. E’ un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine…” Questo accade nei nostri percorsi culturali e religiosi, scientifici e sociali. Questa visione del nostro modo d’affrontare la vita e ancor più i rapporti sociali che vi intercorrono mostrano chiari limiti d’incompletezza e di palesi contraddizioni con il nostro modo d’essere e di divenire. Abbiamo, in pratica, perso il senso della misura nei rapporti umani partendo da una concezione patriarcale e solidale tribale in uno stacco generazionale che genera sovente confronti conflittuali, incomprensioni e rivalità. Il tutto è avvelenato da una speculazione mediatica costruita proprio sul clamore che derivano i contrasti, le opposizioni non più ideologiche, ma di costume.
In questo contesto va precisato che qui non parliamo di modelli generazionali che si evolvono e denotano nel corso degli anni un modo diverso di leggere i passi della vita, ma della loro degenerazione sistematica e cruciale che inquina, che lascia tracce ammorbanti.
La ricerca del sapere, della conoscenza come stimolo per crescere culturalmente e socialmente, è umiliata da quella dell’avere come spinta al possesso, all’odio per il diverso, alle distinzioni razziali, religiose e culturali. Ognuno cerca di coltivare la propria nicchia d’interessi che si restringe sempre di più da quella del clan, alla famiglia che si forma e sino a toccare il singolo componente in opposizione a tutti gli altri. Da qui spuntano le piccole e grandi degradazioni che passano dai contrasti appena velati da formalità comportamentali a quelli traumatici dell’aggressione e della violenza mortale. Il detto latino homo homini lupus sembra attagliarsi a questa fattispecie di atteggiamento. E il veleno di questa tendenza è ancora più efficace, nella sua penetrazione, se si pensa all’esaltazione della ricchezza come potere, come dominio sugli altri. E chi ricco non è cerca in tutti i modi di adeguarsi a quel modello per trovare la propria soddisfazione esistenziale perché siamo al trionfo dell’apparenza, dell’edonismo quale unica ragione di vita. Da qui un modello di società che si presenta come un bel coccio visto da fuori ma privo di contenuti al suo interno. E la vacuità che ne deriva è anch’essa malafede a tutto tondo perché neghiamo ai valori della vita il diritto ad esistere. Se non cambiamo atteggiamento i danni che provochiamo e che demandiamo ai posteri saranno inevitabilmente molto gravi e devastanti soprattutto sul piano sociale. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Università: riforma da incoraggiare, non da contestare

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2009

“Chi contesta questa riforma o è disinformato o in malafede ed evidentemente teme una  gestione dell’Università che risponda per la prima volta a principi di responsabilità e meritocrazia”  fa sapere in una vota Andrea Volpi, capogruppo del centrodestra in Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari e dirigente nazionale di Azione Universitaria.  “Il Decreto Gelmini – aggiunge Volpi – mira ad una ottimizzazione delle spese tagliando corsi e sedi inutili, riorganizzando gli Atenei e identificando nel Rettore il legale rappresentante alla cui figura spetterà il coordinamento delle attività scientifiche e didattiche secondo criteri di qualità e nel rispetto dei principi di efficacia, efficienza e semplificazione. Si concretizza inoltre una vera lotta alle storiche baronie universitarie con i docenti che dovranno rendicontare le ore destinate alla didattica e con il limite di 2 mandati ai Rettori che non potranno più essere i padroni a vita degli Atenei” “Se ne facciano una ragione compagni e nostalgici del 68, la privatizzazione di cui si riempiono la bocca non c’è stata l’anno scorso e non ci sarà quest’anno. In compenso se il buco supererà il 10% del bilancio dell’Ateneo scatterà il dissesto finanziario con il conseguente commissariamento e laddove si assumeranno indiscriminatamente gli amici degli amici senza raggiungere un buon livello di ricerca e una buona qualità della didattica si percepiranno meno soldi dal Fondo di Finanziamento Ordinario” ha concluso Volpi uscendo dalla sede di Via dell’Umiltà.

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