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Anziani sì, malati no: parliamo di longevità

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 febbraio 2019

Milano 13 febbraio alle ore 18:00 presso l’Aula CAN dell’Ospedale San Giuseppe, in Via San Vittore 12 un incontro nell’ambito di un nuovo appuntamento con i Mercoledì della Salute dell’Ospedale San Giuseppe di Milano. A svelare i “Segreti di lunga vita” e rispondere alle domande dei cittadini, che potranno accedere all’incontro gratuitamente, interverrà la dottoressa Gaia Spinetti, biologa presso la Fondazione MultiMedica Onlus, impegnata in un progetto di ricerca, finanziato da Fondazione Cariplo, che studia il midollo osseo come organo chiave nella sindrome dell’anziano fragile.La popolazione mondiale sta invecchiando. Entro il 2031 gli over 65 saranno circa 140 milioni, molti dei quali purtroppo affetti da patologie più o meno invalidanti. Quello tra anzianità e malattia, però, non è un connubio ineluttabile. Sono molti i comportamenti virtuosi che si possono adottare, per cercare di invecchiare in buona salute: la regolare attività fisica, dire no al fumo, limitare il consumo di alcolici, seguire una sana alimentazione. Di questo e altro parlerà la dottoressa Spinetti.L’evento si inserisce nell’edizione 2019 dei “Mercoledì della Salute” dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, nati per permettere ai cittadini di avere un dialogo diretto con esperti che, grazie a un linguaggio semplice e divulgativo, parlano di importanti patologie di interesse generale. Complici web, social media e blog, sempre più spesso, infatti, ci si affida alle fonti più disparate per cercare informazioni su argomenti relativi alla salute, perdendo di vista gli unici interlocutori con cui varrebbe davvero la pena avere un confronto: i medici. Per comunicare la propria partecipazione rivolgersi a: Farmacia dei Padri Fatebenefratelli, via San Vittore 12, Milano, dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.15 alle ore 19.15 – Tel. 02 86454006.

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X Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici

Posted by fidest press agency su domenica, 20 Mag 2018

Il sistema sanitario italiano rischia di “collassare” se non viene riconosciuta e tutelata quanto prima la figura del caregiver oncologico, cioè la persona che assiste il malato di cancro in maniera volontaria e informale. La sostenibilità del sistema è messa a dura prova anche dall’insufficienza delle cure palliative domiciliari. “Nel 2016 le persone decedute nei reparti per acuti con diagnosi di cancro sono state 44.049 (circa il 25% della mortalità per tumore), con una modalità di cura ad alto costo, ma con benefici limitati e con la privazione del diritto a morire nel proprio domicilio con ben altra qualità di vita – spiega il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. È stato dimostrato che, se a queste persone fosse assicurata un’adeguata assistenza domiciliare e palliativa, la degenza in ospedale si ridurrebbe da 20 a 4 giorni, con un risparmio di circa 2.000 euro a paziente. L’insuccesso e l’emergenza rappresentati dai dati sono da ricercare in un’offerta eccessivamente frammentata, che varia non soltanto da regione a regione, ma addirittura da provincia a provincia. Le rilevazioni effettuate continuano a rappresentare un panorama di intollerabile disparità territoriale: è la residenza, infatti, a determinare l’accesso alle cure palliative e non una efficace programmazione né tanto meno un’adeguata organizzazione dei servizi”. Ogni anno, in Italia, 183 mila nuovi casi di tumore sono diagnosticati negli over 70. E il 60% dei 3 milioni di persone che vivono dopo la diagnosi ha più di 60 anni. “Sono i numeri di un’emergenza sociale che rendono evidente la centralità, da un lato, dell’assistenza domiciliare per le cure palliative, dall’altro dei caregiver che, nel pieno della loro età lavorativa, sono costretti a subire una compressione delle loro capacità di produrre reddito e di previdenza – continua il prof. De Lorenzo -. In Italia la legge di Bilancio per il 2018, per la prima volta, ha previsto un fondo di 20 milioni di euro all’anno, per il triennio 2018-2020: in totale 60 milioni di euro destinati al sostegno dei caregiver, riconoscendone dunque la funzione, ma rinviando a una normativa non ancora approvata la definizione delle regole per l’accesso alle risorse disponibili. È quindi urgente un provvedimento in questo senso, perché senza criteri chiari non è possibile finanziare alcuna azione concreta. Inoltre occorre promuovere lo sviluppo delle Unità di Cure Palliative Domiciliari, in analogia con quanto avvenuto per gli hospice e in conformità con i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, attraverso un programma specifico finanziato ad hoc da parte dello Stato”. L’appello è contenuto nel X Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato oggi al Senato nel corso della XIII Giornata nazionale del malato oncologico, organizzata da FAVO.
“L’attività svolta dai caregiver, letteralmente coloro che si prendono cura, rappresenta un fattore imprescindibile per il funzionamento dei sistemi sociosanitari – continua il prof. De Lorenzo -. Una crescente consapevolezza, a livello sociale e politico, del ruolo determinante di questo ‘welfare invisibile’ ha suscitato i primi interventi normativi, sia a livello nazionale che europeo, volti a riconoscere i caregiver e a prevedere misure di tutela. Sostenere e valorizzare la figura del ‘prestatore di cura’ costituisce, infatti, un vero e proprio investimento per la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, la cui tenuta complessiva è minacciata dai cambiamenti demografici, dalla trasformazione dei sistemi produttivi, dal mutamento delle strutture sociali – prima tra tutte la famiglia – e ovviamente dalla prolungata depressione economica”. “Nella legislatura appena conclusa ben tre disegni di legge agli atti del Senato, di iniziativa parlamentare, intendevano trattare il tema del riconoscimento di coloro che prestano volontariamente e informalmente assistenza a un familiare o ad un congiunto e degli strumenti per il loro sostegno – continua l’Avv. Elisabetta Iannelli, segretario FAVO -. Le tre proposte erano state riunite in un testo unificato per dettare una disciplina organica della materia. Il nuovo Parlamento dovrà con urgenza riprendere l’esame di tali argomenti”. I numeri del cancro ed il suo elevato impatto socio-economico giustificano un’autonoma considerazione, nel contesto della futura regolazione del “welfare informale”, delle cure fornite ai malati oncologici dai familiari o da altre “persone di fiducia”. “Le peculiarità delle malattie neoplastiche e gli specifici bisogni di assistenza che generano, rischiano, infatti, di non trovare adeguata tutela nel contesto di una regolazione rivolta a tutti i caregiver genericamente intesi – spiega l’Avv. Iannelli -. Attualmente, la tutela del caregiver lavoratore consiste in Italia soprattutto nella concessione di permessi o congedi retribuiti, nell’adattamento dell’orario di lavoro o nella giustificazione di assenze, ma riguarda esclusivamente i lavoratori dipendenti. I legislatori dovranno al più presto estendere misure di sostegno ai lavoratori autonomi, finora drammaticamente privi di tutela. Il recentissimo ‘Pilastro Europeo dei diritti sociali’ proclamato da Parlamento, Consiglio e Commissione UE, all’art. 12 afferma, infatti, che anche ‘i lavoratori autonomi hanno diritto ad un’adeguata protezione sociale’. Infine, affinché l’assistenza prestata sia più efficace, anche il caregiver informale dovrebbe essere destinatario di iniziative di formazione specifiche”.
La rete di supporto informale costituita dai caregiver si assume inoltre l’onere di molte funzioni di assistenza domiciliare. Ricevere cure palliative al domicilio, oltre a rispondere alle preferenze di pazienti e familiari, favorisce una migliore qualità di vita e costituisce una scelta assistenziale decisamente sostenibile dal punto di vista economico ed è per questo motivo che incentivare questo tipo di setting è divenuta una priorità delle politiche sanitarie della maggior parte dei paesi occidentali. Ciononostante, una delle più gravi emergenze rilevate nel X Rapporto riguarda proprio la disponibilità e l’accesso a tale tipologia di assistenza, registrandosi un tasso di decessi in ospedale ancora troppo elevato. A inizio 2018, l’Istat ha reso noti i dati aggiornati dell’Archivio “Cause di morte”, secondo i quali il 39,6% dei decessi del 2015 è avvenuto in casa, il 42,6% in ospedale, il 5,7% in un hospice, il 9,2% in una RSA (Residenza sanitaria assistenziale) ed il restante 2,8% per strada, nel luogo di lavoro o in carcere. “Eppure, dal 2010, l’Italia può contare sulla Legge n. 38 (‘Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore’) che ha fornito una solida base per la costruzione delle reti di cure palliative e l’erogazione di tali servizi in modo omogeneo su tutto il territorio – conclude il prof. De Lorenzo -. In seguito, in sede di Conferenza Stato-Regioni sono stati approvati provvedimenti attuativi di fondamentale importanza, nell’ottica di favorire un’offerta omogenea, valutabile e controllabile. Una importante sfida per le Regioni sarà dunque l’implementazione dei sistemi di Cure Palliative, anche attraverso la loro integrazione con le reti per patologia, e soprattutto con le reti oncologiche. Il volontariato oncologico, insieme ad AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), alla Federazione Cure Palliative Onlus e al mondo del no profit, sulla base dei dati prodotti dal Ministero della salute, non si limita a lanciare un allarme, ma si impegnerà affinché la disuguaglianza non comprometta la dignità degli ultimi momenti di vita dei pazienti, alimentando il dibattito sulle cure palliative, contribuendo a tenere alta l’attenzione su questo tema, promuovendo iniziative specifiche di lobbying ed advocacy in tutte le sedi istituzionali coinvolte”.

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Il peso economico del cancro sul portafoglio degli Stati e dei singoli malati

Posted by fidest press agency su domenica, 4 giugno 2017

chicagoChicago. Sta diventano sempre più pesante. Da un lato infatti le terapie innovative permettono di migliorare la sopravvivenza dei pazienti, di cronicizzare o, in alcuni casi, di sconfiggere la malattia, dall’altro pongono i Servizi Sanitari di fronte alla sfida della sostenibilità. Oltre 20 tipi di tumori sono stati trattati con uno o più dei 70 nuovi trattamenti lanciati negli ultimi 6 anni, portando la spesa mondiale per il cancro a 107 miliardi di dollari nel 2015. Ed è prevista un aumento di questa cifra fra il 7,5% e il 10,5% fino a raggiungere i 150 miliardi di dollari nel 2020. Il 53° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) si apre oggi a Chicago con la partecipazione di oltre 30mila oncologi da tutto il mondo e l’attenzione dei clinici è focalizzata sul tema della sostenibilità e sugli strumenti per garantire a tutti i pazienti l’accesso alle terapie più efficaci. “Per la prima volta anche in Italia si comincia a parlare di ‘tossicità finanziaria’, la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Fino a pochi anni fa era un problema confinato agli Stati Uniti, oggi interessa anche il nostro Paese. Un’analisi di 16 sperimentazioni condotte tra il 1999 e il 2015, a cui hanno partecipato 3.760 pazienti italiani, colpiti da tumore del polmone, della mammella o dell’ovaio, ha evidenziato che il 22,5% presentava ‘tossicità finanziaria’ e un rischio di morte nei mesi e anni successivi del 20% più alto rispetto ai malati senza problemi economici. L’analisi è stata condotta dall’Istituto Nazionale Tumori ‘Pascale’ di Napoli, si tratta di dati preoccupanti perché evidenziano come il contraccolpo finanziario dovuto alla malattia si riverberi in un peggioramento della prognosi”. Inoltre la spesa sanitaria pubblica italiana non riesce a tenere il passo con quella dell’Europa occidentale. Nel 2015, la spesa sanitaria totale ha assorbito in Italia circa il 9,0% del PIL mantenendo di fatto invariato il suo peso rispetto all’anno precedente; anche nei Paesi dell’Europa occidentale il rapporto tra spesa sanitaria totale e PIL si è mantenuto tendenzialmente stabile, ma su un livello maggiore e pari a circa il 10,4%. Nel 2015 in Italia la spesa per i farmaci anticancro è stata pari a 4 miliardi e 175 milioni, con un incremento del 7,1% rispetto al 2014. L’aumento è stato inferiore rispetto al biennio precedente (+9,6%), quando queste uscite erano passate da 3 miliardi e 557 milioni di euro (2013) a 3 miliardi e 899 milioni (2014). “È la dimostrazione che gli oncologi italiani sono sempre più attenti al valore dei trattamenti e alle esigenze di razionalizzazione delle risorse – sottolinea la dott.ssa Stefania Gori, presidente eletto AIOM -. Lo scorso ottobre è stato introdotto per la prima volta da parte del Governo un Fondo di 500 milioni di euro destinato ai farmaci oncologici innovativi. Una decisione importante che rappresenta il punto di partenza per un ‘Patto contro il cancro’, che veda insieme Istituzioni e clinici. In questo modo potrà essere realizzata un’unica strategia che governi e promuova la lotta ai tumori dalla prevenzione agli screening, dalle terapie innovative alla riabilitazione e alle cure palliative fino alla ricerca. Un’unica strategia con un’unica regia di governo”. Nel 2016 nel nostro Paese sono stati registrati 365.800 nuovi casi di tumore, circa 1.000 ogni giorno: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sconfiggono la malattia. “Queste percentuali collocano l’Italia fra i primi Paesi in Europa per numero di guarigioni – continua il prof. Pinto -. Perché il nostro sistema, basato sul principio di universalità, è efficiente grazie alle eccellenze ospedaliere. Ma è necessario far fronte a criticità urgenti che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza. Almeno il 15% degli esami (in particolare radiologici e strumentali) è improprio, vi sono terapie di non comprovata efficacia che costano ogni anno al sistema circa 350 milioni di euro e il peso delle visite di controllo è pari a 400 milioni. Uno degli obiettivi principali e non più procrastinabili del Patto è la realizzazione delle Reti oncologiche regionali. In Italia sono attive in un numero inferiore alle dita di una mano, alcune iniziano a muoversi, le Regioni del Sud presentano gravi ritardi. Le Reti potranno permettere ai pazienti l’accesso guidato secondo percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA) alle migliori cure e aderenza alle linee guida, con conseguente riduzione delle aree di inappropriatezza e collegamento organico tra ospedale e territorio”.
Oggi sono disponibili terapie sempre più efficaci, che migliorano significativamente non solo la quantità ma anche la qualità vita, con la possibilità in alcune patologie come il melanoma metastatico di sopravvivere nel 20% dei casi a 10 anni. “Si tratta di molecole immuno-oncologiche e di farmaci a bersaglio molecolare a cui il Fondo permetterà di garantire l’accesso in tutte le Regioni, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – conclude il prof. Pinto -. Perché questo avvenga facilmente, è importante che i farmaci siano inseriti nel Fondo in aderenza ai criteri di innovatività elaborati recentemente dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Inoltre la gestione del Fondo dovrebbe essere attribuita all’agenzia regolatoria e vi potranno accedere a fine anno le Regioni sulla base dei volumi di spesa per farmaco. Meccanismi semplici, ma soprattutto univoci e trasparenti”.

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Malati di solitudine

Posted by fidest press agency su martedì, 11 aprile 2017

ospedale bresciaBrescia. Se ne parlerà a Brescia, il 21 aprile, nell’ambito di un corso con Antonino Carcione, fondatore e Direttore Scientifico del III Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma. «Siamo di fronte a un disturbo di personalità caratterizzato dalle vitale necessità di avere e mantenere dei rapporti personali che danno all’individuo la sensazioni di non essere mai solo – spiega la psicoterapeuta Roberta Rossi, responsabile scientifico del corso – e tipicamente i soggetti che presentano questo disturbo hanno l’idea di essere incapaci di vivere da soli e di non essere in grado di affrontare gli eventi della vita. Si sentono smarriti, vuoti e inutili senza la presenza di una persona al loro fianco. Sentono, inoltre, la necessità di essere costantemente presenti e fondamentali nella vita della persona a loro vicina. Per questo richiedono spesso rassicurazioni e conferme e tendono a vivere qualsiasi gesto di allontanamento, se pur minimo, come un possibile e doloroso abbandono. L’assenza di una relazione significativa ed accudente fa percepire, alla persona dipendente, un senso di vuoto, la sensazione di assenza di scopi e direzione fino, in alcuni casi, alla percezione di annientamento e di inconsistenza della propria persona».
Per evitare l’abbandono temuto, i soggetti dipendenti si adoperano per assicurarsi la presenza costante dell’altro, investono scopi ed energie nel mantenere i legami e rendersi indispensabili, per assicurarsi così un posto in primo piano nella vita della persona vicina. Questo disturbo colpisce con maggiore frequenza il sesso femminile e soggetti con un’età media superiore ai 40 anni. «E’ considerato tra i più frequenti nei disturbi di personalità, anche se poco studiato» osserva Rossi.
Il corso si inserisce sul filone dei disturbi di personalità, tema di grande attualità sui cui l’Istituto da anni è molto attivo, sia in termini di ricerca che di formazione. «Le persone che presentano un disturbo dipendente di personalità – commenta Rossi – si sentono sbagliate, inadeguate e incompetenti; tale considerazione di sé le rende insicure e le porta ad avere una bassa valutazione del proprio valore personale e delle proprie capacità. I soggetti con DDP manifestano, per questa ragione, un forte timore di essere abbandonati. Tale stato può portare allo sviluppo di emozioni, quali paura, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti, anche compulsavi, volti ad evitare l’abbandono. Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa, invece, lo stato mentale prevalente è uno stato di vuoto». Nello specifico, nel corso verrà illustrato il modello del disturbo nella cornice della Terapia Metacognitiva Interpersonale, sviluppata presso il Terzocentro di Roma, centro leader per lo studio e la cura dei disturbi di personalità.

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Malati a terra: Piazza (Acoi), no ‘caccia alle streghe’ ma riforma rete ospedaliera

Posted by fidest press agency su martedì, 10 gennaio 2017

medico“La polemica sull’assistenza a terra per i pazienti del pronto soccorso dell’ospedale S. Maria della Pietà di Nola non può trasformarsi nell’ennesimo attacco a medici e personale sanitario. Abbiamo più volte denunciato la situazione in cui versano molti reparti di emergenza urgenza degli ospedali italiani, spesso al limite del collasso per insufficienza di personale e di posti letto. Il caso di Nola non deve essere strumentalizzato per avviare una nuova ‘caccia alle streghe’ nei confronti di chi, pur in condizioni difficilissime, presta il primo soccorso ai cittadini, ma deve servire per avviare una riforma della rete ospedaliera e dell’assistenza , basata su criteri razionali e non di convenienza politica. Ci auguriamo, in attesa che la magistratura e gli ispettori prontamente inviati dal ministro Lorenzin facciano chiarezza, che nessuno speculi su una vicenda che mostra in modo chiaro le gravi difficoltà in cui si trova il Servizio Sanitario Nazionale”. Lo afferma in una nota Diego Piazza, presidente Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani).

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Disabilità: riconosciuti i propri diritti

Posted by fidest press agency su sabato, 24 dicembre 2016

Lorenzin beatriceCon riferimento all’avvenuta firma da parte del ministro della Salute Beatrice Lorenzin del provvedimento sui nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e all’aggiornamento del Nomenclatore tariffario. “Apprendiamo della firma del ministro Lorenzin all’atto di aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e del Nomenclatore delle protesi (atti fermi al 2001 il primo e al 1999 il secondo). – dichiara l’Associazione Luca Coscioni – In 15 anni di nostre richieste, con esperti e malati e associazioni, abbiamo sempre visto atti che non sono mai arrivati alla firma finale per poi entrare in vigore. Con il risultato che l’assistenza per i malati è ferma nel tempo e differente da regione e regione a causa anche di un elenco non aggiornato delle patologie, fondi per l’assistenza insufficienti e nomenclatore delle protesi fermo al 1999 con ausili obsoleti”. Per renderli operativi, tali provvedimenti dovranno seguire le firme del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e del Premier Paolo Gentiloni. “Con questa riforma i malati avranno finalmente beneficio e il successivo aggiornamento speriamo avvenga annualmente, nel pieno rispetto dei nuovi termini – prosegue l’Associazione Luca Coscioni – Confidiamo, dunque, che siano state accolte le nostre richieste di stralcio dei 12 ausili con Repertorio e la riforma del comitato LEA, così come anche evidenziato dalla XII Commissione alla Camera dei Deputati nel parere espresso con condizione sui 12 ausili. Auspichiamo che comunque tali atti siano attuati contestualmente alla modalità che renderanno applicabile il Nomenclatore stesso. Solo così le persone malate e con disabilità, che vedranno finalmente riconosciuti i propri diritti”.

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Lettera AIFA /Ministero su utilizzo farmaci

Posted by fidest press agency su domenica, 22 Mag 2016

farmaci“I pazienti reumatici, che da anni utilizzano la Ciclosporina e che vorranno continuare l’utilizzo del farmaco brand, saranno costretti a pagare di tasca propria un altissimo ticket (massimo € 67,00 a confezione) o a esporsi agli effetti collaterali di un sovradosaggio farmacologico, come evidenziato dalla stessa AIFA. Tutto ciò senza che la stessa Agenzia abbia tenuto in serio conto che la sostituzione del farmaco brand con l’equivalente comporterà oneri maggiori per le più frequenti visite di controllo e per il dosaggio della ciclosporinemia con conseguente possibile riduzione della compliance e della aderenza terapeutica da parte del paziente”. E poi l’affondo vero e proprio: “La Determina n. 5/2016 ha, di fatto, posto una discriminante tra categorie di pazienti”. Sono alcuni passaggi della lettera aperta che l’Associazione Nazionale Malati Reumatici ANMAR Onlus ha inviato con il Collegio dei reumatologi ospedalieri (Crel) e dei Professori ordinari di reumatologia (UNIREUMA) e con la Società Italiana di Reumatologia (SIR) al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, alla Direzione generale della programmazione sanitaria e a quella dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico, e inoltre al Presidente dell’Agenzia del farmaco (AIFA), Mario Melazzini, al Direttore generale, Luca Pani e al Consiglio di Amministrazione AIFA. La richiesta delle Associazione pazienti ANAMR e gli specialisti reumatologi è che venga concessa la continuità terapeutica con il farmaco brand ai malati reumatici, adottando con chiarezza tutti i provvedimenti necessari affinché non si creino discriminazioni, tra regione e regione, per i cittadini portatori di patologie croniche o peggio ancora che per condizioni sociali ed economiche, non possano accedere al pagamento della differenza di prezzo imposta. «L’auspicio è che il Ministero e la stessa AIFA non creino discriminazioni sociali ed economiche tra cittadini portatori di patologie croniche –afferma Silvia Tonolo, vice presidente di ANMAR- Come associazione nazionale dei malati ci facciamo portavoce presso il Ministero della Salute, della necessità di rivedere la Determina AIFA del 12/01/2016 con la quale l’Agenzia impone la continuità terapeutica, relativamente alla Ciclosporina, per i soli pazienti trapiantati. I pazienti reumatici già in terapia con il farmaco brand, sono rimasti esclusi dal beneficio. Ad essi, salvo integrazione economica, è stato riservato unicamente l’utilizzo del farmaco generico, il quale, nello specifico, sottoporrà il paziente agli eventuali effetti collaterali indicati dalla stessa Agenzia, con notevole stress psico-fisico. E’ di tutta evidenza –conclude Tonolo- che la gestione della sostituzione comporterà un monitoraggio più frequente, così come specificato dalla stessa Agenzia, con un costo per il SSN di gran lunga superiore al mantenimento in terapia con il farmaco brand».

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Salute mentale: in Italia un milione di anziani con demenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 aprile 2016

cervelloll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze, che colpiscono un milione di italiani (600.000 con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il Medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano Nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo promosso dall’Associazione Italiana Psicogeriatria, con il supporto incondizionato di Angelini, azienda da anni impegnata a tutela della salute mentale nell’anziano.
L’iniziativa, dal titolo “Piano Nazionale Demenze, nuovi scenari di cura”, è stata annunciata in occasione del XVI Congresso Nazionale AIP in corso a Firenze e prevede 13 eventi ECM locali, che si svolgeranno da maggio a ottobre nelle principali regioni italiane, per raggiungere oltre 600 Medici di Medicina Generale.Le demenze sono sindromi cerebrali degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l’evoluzione della malattia e contenerne i disturbi specifici. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo lo stigma e il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l’accordo tra Governo, Regioni e Province autonome sul “Piano Nazionale Demenze” che, puntando a una gestione integrata e multidisciplinare del problema, intende fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell’assistenza erogata in Italia: dalle terapie specialistiche al sostegno e all’accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura.
Ed è in un simile contesto che si colloca l’operato del Medico di famiglia, fondamentale per l’applicazione degli obiettivi del Piano, in collaborazione con lo specialista.“La complessità della sfida alle demenze e la loro crescita esponenziale, legata al costante aumento dell’aspettativa di vita, rendono necessario strutturare sul territorio interventi assistenziali appropriati e precoci, che richiedono un’adeguata preparazione da parte del personale sanitario”, spiega il professor Marco Trabucchi,Presidente dell’Associazione Italiana Psicogeriatria. “Il Piano Nazionale Demenze costituisce il primo tentativo di dare al nostro Paese una guida unitaria per affrontare una priorità mondiale di salute pubblica: è un punto di partenza di grande significato, perché coinvolge gli operatori a tutti i livelli, comunicando ai cittadini un impegno diffuso da parte della comunità. Per questo motivo, l’Associazione Italiana Psicogeriatria intende dar vita a un’intensa attività formativa, volta a far conoscere il Piano ai Medici di Medicina Generale, aumentare la loro consapevolezza sul problema demenze e coinvolgerli nella rete assistenziale integrata, dove rappresentano una figura centrale: sono infatti il primo riferimento sul territorio per il paziente e i caregiver. Il loro ruolo è fondamentale per riconoscere precocemente i sintomi, portare la famiglia alla coscienza del bisogno di un intervento, intercettare i casi da avviare ai Centri specialistici e supportare l’assistito e i suoi familiari lungo tutta la storia naturale della malattia, in un percorso condiviso con lo specialista”.Nel caso di disturbi psichiatrici così invalidanti come le demenze dell’anziano, una corretta informazione dei professionisti e della popolazione generale è il primo strumento per migliorare la presa in carico del paziente ma anche l’accettazione della patologia da parte dei congiunti e di tutta la comunità, che deve sempre rispettare il diritto del malato ad essere considerato “persona”. L’impegno di AIP sul fronte della formazione, al quale Angelini ha aderito con un contributo educazionale, punta anche a questo obiettivo.
“L’Italia è uno dei Paesi con la più alta percentuale di over 65”, dichiara il dottor Fabio De Luca, Chief Commercial Officer Italia di Angelini. “Se ne contano oltre 13 milioni, secondo i dati ISTAT 2015, pari al 21,7% della popolazione totale; le problematiche di salute mentale legate a una società che invecchia sono, pertanto, un’emergenza sanitaria e sociale dei nostri tempi. Da anni Angelini è impegnata nell’area della neuropsichiatria e dei disturbi depressivi, promuovendo campagne di sensibilizzazione sul pubblico e gli operatori del settore, con un’attenzione particolare ai soggetti fragili come gli anziani. Per questo motivo, non potevamo far mancare il nostro sostegno al progetto formativo di AIP, nell’intento comune di migliorare la cultura e l’approccio del medico di famiglia alle demenze ma, al tempo stesso, supportare il paziente e i suoi caregiver, che hanno diritto a ricevere l’assistenza più appropriata, in ogni fase della malattia”.

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“Servono misure per concrete per malati cancro”

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2015

Cancro-sintetizzata-molecola-che-blocca-proteina-tumorale“Per non dimenticare i malati di cancro nella Legge di stabilità occorre prevedere misure molto concrete sia per la ricerca che per l’assistenza di malati che oggi vivono molto più a lungo, ma in alcuni casi sono anche soggetti a recidive che incidono pesantemente nella loro qualità di vita”. Lo afferma Paola Binetti, deputata di Area popolare.
“Oggi il vero investimento va fatto per ridurre le conseguenze di una possibile cronicizzazione del cancro e soprattutto – prosegue Binetti – per garantire cure palliative di altissima qualità a pazienti che hanno già percorso un lungo itinerario di cure e di sofferenza, di speranza e di delusioni. Le cure palliative oggi non sono applicate in tutta Italia con la stessa competenza e la stessa dedizione. Spero che non sia per motivi di risorse economiche distribuite in modo tale da non garantire equità ed efficienza nelle cure”.
“Particolare interesse va rivolto, garantendo qualità di cura e di ricerca, al campo dei tumori rari – aggiunge la parlamentare di Ap -, in cui non disponiamo ancora neppure di un registro nazionale. Eppure la tradizione italiana in questi comparto è tale da garantire a livello europeo, con ottima probabilità, la possibilità di candidarsi alla guida di un Ern”, network di prestatori di cure sanitarie.

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Come parlare con gli ammalati?

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2015

Bergamo convegno del 31 ottobre al Centro Congressi Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII. La Fondazione di ricerca Ospedale Maggiore (From), l’Ospedale Papa Giovanni XXIII con il sostegno della Fondazione Menarini, promuovono un meeting che vuole pconvegnorendere atto di come sono cambiati i pazienti, che non delegano più le decisioni sulla propria salute ai tecnici, ma si informano, spesso su Internet; confrontano professionisti, centri e terapie; propongono soluzioni e priorità.Gli operatori dal canto loro si trovano a vivere in un contesto profondamente cambiato, senza che la formazione universitaria ne tenga conto. Allora ben venga una giornata di riflessione e scambio, che sottolinei l’importanza di parlare (e ascoltare!) gli ammalati, anche cercando di capire se e come si possa imparare a farlo bene.
Non si tratta di umanizzazione, brutto termine che sembra sottintendere che finora cura e assistenza fossero disumane. Prendere atto dei cambiamenti in corso, delle soluzioni messe in campo e di quello che resta da fare perché il colloquio – ma sarebbe meglio dire dialogo – tra medico e paziente non assomigli più a quello tra Renzo e l’Azzeccagarbugli.Sul tema interverranno, stimolati da Giuseppe Remuzzi, medici, infermieri, psicologi, anche l’ex ministro Fabio Mussi, in dialogo con il pubblico presente, cittadini, studenti, associazioni. Emilio Zanetti, vicepresidente From, ha sottolineato: “L’innovazione riguarda anche il modo di rapportarsi con i malati. La ricerca serve a fare le cose in modo nuovo, migliore e questo vale anche per gli aspetti di relazione. Una realtà come la nostra, che ha un forte legame con la città e il territorio, non può che appoggiare questa iniziativa”.
Giuseppe Remuzzi, Direttore del Dipartimento di Medicina, ha raccontato della madre di un paziente, che, dopo aver approfondito in Internet le possibili terapie per il figlio affetto da malattia rara, scrisse una mail al medico curante: “Forse potremmo incontrarci e parlarne”. Quello che il New England Journal of Medicine chiama “the changing task of medicine”, la sfida della medicina che cambia, è tutto qua, in questo “potremmo trovarci e parlarne”. Una delle sfide più grandi è quella di parlare con gli ammalati e sapersi spiegare. All’Università a parlare agli ammalati non te lo insegna nessuno. E un bravo medico deve anche saper ascoltare per poi suggerire le soluzioni e i vantaggi e i rischi. E se una cosa non la sa fare lui, ti manda dalla persona giusta, senza connotazioni affettive o caritatevoli però, perché oggi è l’ammalato l’artefice vero del suo guarire. Un po’ come dal barbiere – irriverente se volete ma rende l’idea – quasi nessuno di quelli che ci vanno dice “faccia lei”. I più vogliono i capelli così, la messa in piega cosà, il barbiere consiglia, ma si decide insieme”.
Tiziano Barbui, direttore scientifico di From ha concluso: “La medicina è cambiata, sono cambiati i pazienti, è cambiato il modo di curare, che è sempre più multidisciplinare e sempre più dipendente dalla tecnologia. Per questo è necessario ripensare il rapporto con gli ammalati, perché al centro resti la persona di cui dobbiamo prenderci cura e la relazione con chi se ne deve occupare”. (foto: convegno)

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Giornata mondiale dei malati di lebbra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 gennaio 2014

Lebbra-immagine-delle-ditaL’AIFO celebra il 26 gennaio 2014 la 61a Giornata mondiale dei malati di lebbra, una ricorrenza istituita da Raoul Follereau e riconosciuta dall’ONU per indirizzare l’attenzione del mondo intero sul dramma della lebbra e dello stigma ad essa associato e per affermare con forza i diritti umani delle persone colpite dalla lebbra e dei loro familiari. La Giornata mondiale dei malati di lebbra è un grande appuntamento di solidarietà che si rinnova da sessant’anni. Capi di Stato, autorevoli ricercatori, persone semplici, offrono il proprio contributo alla celebrazione di questo evento. Fu istituita nel 1954 da Raoul Follereau, scrittore, poeta e giornalista francese che per il suo impegno nella lotta alla lebbra fu definito “apostolo dei malati di lebbra”. In Italia l’iniziativa è promossa dall’Associazione italiana Amici di Raoul Follereau – AIFO, che il 26 gennaio sarà nelle piazze di tutta Italia con il “Miele della Solidarietà”.
L’AIFO, grazie al sostegno di centinaia di migliaia di italiani, in 52 anni di attività, ha contribuito alla cura di oltre un milione di malati di lebbra, destinando 140 milioni di Euro a progetti nei paesi a basso reddito.Circa 600 persone si ammalano ogni giorno nel mondo. Si stima che siano almeno altrettanti, quotidianamente, i casi non identificati.In realtà nessuno può dire esattamente quanti siano i malati nel mondo. Di fatto, quando si avviano piani di ricerca dei casi di lebbra in aree poco raggiungibili, si continuano a scoprire numerose persone affette dalla malattia. Tra loro la percentuale dei bambini rimane alta. Ciò indica un alto livello d’infezione.

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Terapia per malati epilettici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2013

Nasce il Documento Congiunto LICE- SIMG dal titolo “Commorbidità, politerapia e interazioni farmacologiche nei pazienti affetti da epilessia”, grazie all’accordo tra la Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) e la Società Italiana di Medicina Generale (SIMG). Il documento è già disponibile on line sul sito http://www.lice.it.La collaborazione tra le due Società Scientifiche nasce con l’obiettivo di fornire uno strumento di rapida consultazione, utile a supportare il Medico di Medicina Generale nella gestione dei pazienti affetti da epilessia. E’ importante che il Medico abbia un ruolo attivo nella gestione dell’epilessia, soprattutto per le risorse aggiuntive che caratterizzano la Medicina Generale, rappresentate dalla conoscenza dei propri pazienti e dalla visione d’insieme dei loro problemi di salute.
Procedure diagnostiche, terapia, valutazione di eventi avversi dei farmaci specifici, situazioni di comorbidità e interazioni farmacologiche, periodicità dei controlli clinici e strumentali, comunicazione della diagnosi e counselling al paziente e ai suoi familiari, sinergia gestionale tra operatori rappresentano i punti principali degli interventi che devono essere attuati in modo appropriato.Il primo documento congiunto LICE-SIMG, la “Guida pratica per la gestione del paziente affetto da epilessia”, redatto nel 2012, racchiude le evidenze scientifiche più recenti e analizza i principali aspetti clinici e legali legati alla patologia quali epidemiologia, terapia, invalidità ed esenzione ticket, idoneità alla guida, servizio militare e attività sportive.Il secondo documento congiunto affronta la cosiddetta “commorbidità”, situazione che implica la presenza contemporanea di più patologie e molto diffusa nei pazienti epilettici. In questi casi, il documento rappresenta uno strumento in grado di supportare il medico nell’articolato percorso di gestione dei pazienti affetti da epilessia e da altre patologie concomitanti, con riferimenti a situazioni cliniche specifiche e con un’ampia sintesi delle principali interazioni farmacologiche correlate all’uso dei farmaci anti-epilettici.

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Linguaggio medico ostico: i malati ne risentono

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2013

Una mancata adesione alle cure può prendere avvio da una scarsa alfabetizzazione sanitaria, ovvero da una bassa capacità di trarre indicazioni dalle informazioni offerte dal sistema sanitario. Questo, almeno, stando a una ricerca condotta nel Regno Unito da Gill Rowlands, della London South Bank University (Lsbu), è dovuto al fatto che la comunicazione sanitaria è troppo complicata. «Lo studi» chiarisce subito Claudio Cricelli, presidente Simg «non fa riferimento al rapporto tra curante e assistito, ma prende in considerazione solo la correlazione tra ci&o grave; che è scritto (cartellonistica di Asl e ospedali, lettere, foglietti illustrativi, etichette di farmaci, indicazioni stradali oppure raccomandazioni prima dell’effettuazione di un esame diagnostico o chirurgico) e utenti del servizio sanitario». Lo studio della Lsbu dimostra che circa il 43% dei soggetti di età compresa tra i 16 e i 65 anni non è in grado di comprendere tali informazioni, e la quota sale al 61% qualora l’informazione richieda anche capacità matematiche (“come indicazioni posologiche, con riferimento al numero di compresse da assumere, o a dosaggi da calcolare in base al peso corporeo” chiarisce Cricelli). Secondo i calcoli della ricerca britannica, sarebbero circa 21 i milioni di persone in età lavorativa non in grado di utilizzare le informazioni sulla salute. Gli esiti dello studio sono stati presentati alla Camera dei Comuni, dove è stato preso l’impegno di “migliorare il modo di comunicare informazioni sanitarie per assicurarsi che tutti i pazienti del Ssn possono ottenere il massimo beneficio dai servizi disponibili”. «In realtà non ci sarebbe bisogno di traslare una ricerca di questo tipo in Italia per capirne l’esito» afferma Cricelli. «Da noi il linguaggio della Pubblica amministrazione e della burocrazia è assolutamente incomprensibile e astrusa per la maggior parte delle persone, e la comunicazione conseguentemente farraginosa. Senza contare che gli inglesi hanno ottenuto risultati non positivi pur avendo dalla loro una lingua che si caratterizza per semplicità e concisione».(fonte doctorrnews33)

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Volontari per combattere le ulcere

Posted by fidest press agency su sabato, 12 Mag 2012

Corato (Ba) Rappresentano uno dei maggiori problemi nel mondo occidentale. Secondo l’Osservatorio permanente della sanità, ne soffrono circa due milioni di italiani, ma quasi certamente il dato è sottostimato. Stiamo parlando delle ulcere cutanee croniche che non tendono a guarire spontaneamente per cause varie e che sono nella maggioranza dei casi dovute ad altre malattie, in particolare diabete, malattie vascolari e a tutte quelle disfunzioni che costringono il paziente a letto. Le forme più comuni sono l’ulcera venosa (la più frequente sia a livello mondale sia nazionale, di cui soffrono prevalentemente donne intorno ai 40 anni), da piede diabetico, da decubito, arteriosa-mista, reumatologica, neoplastica.
“Le ulcere cutanee rappresentano una vera e propria piaga sociale e la cura rappresenta una delle prestazioni sanitarie più costose in assoluto” dichiara la dott. Angela Garrubba, responsabile dell’ambulatorio di Vulnologia e Geriatria del Presidio Ospedaliero Umberto I di Corato. “Nel nostro Paese ogni anno vengono spesi 1500 milioni di euro, il 2% del budget annuo della Sanità. Il 36% dei pazienti grava sull’economia familiare con costi da 100 a 300 euro al mese”. Quindi per affrontare questa patologia, che ha assunto un’importanza crescente, è nata a Corato l’Associazione Volontari Ulcera Cutanea (AVUC).
“L’associazione vuole essere un punto di incontro e di riferimento per i malati e per quanti ogni giorno si impegnano e affrontano la difficile problematica delle ulcere” spiega la dott. Garrubba. “L’obiettivo è la messa a punto delle conoscenze in tema di ricerca, terapia e prevenzione, mettendo sempre al centro il malato, con la consapevolezza delle difficoltà nell’affrontare questa patologia cutanea, spesso sottostimata e sottovalutata. Nel mio ambulatorio, in un anno, sono arrivati oltre 1000 pazienti, una cifra enorme legata anche al fatto che al Sud mancano centri d’eccellenza per gestire la cura”.
“Con l’appoggio dell’associazione AVUC e dell’Asl stiamo attivando dei corsi di formazione per gli operatori sanitari, per le famiglie e per chi assiste i malati, con l’intento di fornire un’informazione scientifica adeguata, assistenza e favorire il reinserimento sociale” aggiunge la dottoressa. Poter effettuare un trattamento adeguato delle ulcere rappresenta ancora una sorta di sfida per i professionisti del settore.
Ma quanto è importante dare voce a questo tipo di malati? “È fondamentale. A volte neanche il paziente si rende conto della gravità e delle conseguenze di questa patologia, che deve acquisire una sua ‘dignità di malattia’. La realtà pugliese è ancora indietro sulle normative se paragonata a regioni come il Piemonte, la Lombardia e il Veneto che hanno adottato misure a favore del paziente. La conoscenza è alla base della guarigione, questo è il motto dell’associazione, senza dimenticare che intorno a un’ulcera non c’è solo una ferita ma anche una persona”.(Chiara Merli)

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Il pensionato dove lo metto?

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 Mag 2012

(sesta proposta) Ci sono interi quartieri romani dove è più facile notare gli anziani in luogo dei giovani in specie in alcune ore del giorno. Questo significa che il “prendere aria” non è solo un aspetto della vita, per una certa età, che favorisce il dettato medico di fare lunghe camminate, ma è anche l’aspetto più evidente dell’invecchiamento della popolazione che per gli over 65 significa aver raggiunto se non superato il 20% della popolazione. E ci si può invecchiare in due modi: stando abbastanza bene in salute o da malati, handicappati e non autonomi. Manca, per quanto ci è dato di sapere, una precisa statistica sui due aspetti della condizione umana degli anziani ma guardandoci in giro ci sembra più evidente che coloro che stanno meglio sono la maggioranza. Per costoro “fare qualcosa” dopo una vita spesa al lavoro, è fondamentale. C’è chi dedica il suo tempo alla famiglia, alle prese con i nipoti, lo sfaccendare in casa e a fare la spesa. C’è chi si trova un hobby e ancora chi non riesce ad attaccare i classici scarpini al chiodo e s’ingegna per trovare un lavoro, sia pure come volontario.
Questo popolo di “emarginati” dalla vita attiva e relegati alla sedentarietà forse più intellettuale che materiale non merita l’isolamento ma si deve pensare a loro come ad una forza che può essere impiegata in qualche modo. I centri studi della Fidest, circa 25 anni fa, furono già allora consapevoli di questo aspetto tanto che si cercò di approfondirlo con gli stessi interessati. L’idea che ci parve più singolare, ma che allora non trovò riscontro pratico, fu quella di “riciclare” i borghi abbandonati che pullulano in Italia per via dell’esodo dei giovani verso le grandi città o i centri industriali e commerciali, con il trasferimento “su base volontaria” degli anziani ristrutturando, ove necessario, le vecchie abitazioni ma con l’aggiunta di attività di supporto per gli immigrati (corsi di lingue, arte, mestieri, ecc.) e che a loro volta avrebbero potuto ricambiare tali prestazioni con piccoli lavori domestici e di badanza. L’idea parve così interessante a taluni che si pensò ad una sua ulteriore applicazione attraverso un progetto denominato “le cittadelle del sapere” con la costruzione di centri abitati polifunzionali sparsi lungo le coste dell’Africa settentrionale che si affacciano sul Mediterraneo con la stessa formula del “docente” anziano e del “discente” autoctono e con lo scambio di servizi di supporto logistico. Riteniamo, data la crisi in atto, che queste proposte possono essere rilanciate e, se del caso, approfondite e migliorate poiché non solo offrono una opportunità a chi ha tirato i remi in barca più per volontà di altri che la propria, ma potrebbe essere stimolo ad attività commerciali e imprenditoriali di un certo spessore. Meditate, voi tecnici, meditate ma anche i politici lo dovrebbero fare. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it – le algtre precedenti proposte sono reperibili su: https://www.google.com/bookmarks/lookup)

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Su uso terapeutico della cannabis

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 Mag 2012

Cannabis

Cannabis (Photo credit: Duncan Brown (Cradlehall))

Il Consiglio Regionale della Toscana ha approvato una legge sull’uso terapeutico della cannabis. Un voto a nostro avviso importante che ci permette di portare nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica una nostra proposta di legge.Il progetto di legge da noi presentato si poneva l’obiettivo di normare l’uso dei cannabinoidi per fini terapeutici. La nostra proposta si pone l’obiettivo di riempire un vuoto normativo, senza alcun fine antiproibizionista, ma con forte valenza scientifica.
Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 è divenuto possibile anche in Italia prescrivere e utilizzare alcuni cannabinoidi, derivati naturali o di sintesi della Cannabis. In realtà l’accesso a questi farmaci resta molto problematico. È evidente la necessità di una Legge Regionale applicativa delle norme quadro nazionali, al fine di poter evitare le attuali confusioni ed equivoci, causa illegittima di grave ed ingiustificato danno ai malati.La proposta di legge di Sinistra Ecologia Libertà è in sostanza un protocollo attuativo delle norme già pienamente in vigore a livello nazionale, al fine di evitare perdite di tempo gravemente nocive per il malato.
Questa norma regionale permetterebbe una vera svolta nell’uso di questi medicinali, anche perché la legge nazionale vigente non prevede il rimborso dei medicinali derivati dalla cannabis, un costo che – con l’approvazione di questa legge – sarebbe a carico del servizio sanitario regionale e non più dei singoli pazienti. Si noti che una terapia completa di medicinali a base di cannabinoidi ha un costo mensile di circa 600 euro.Con questa norma si potrà poi convenzionare la Regione Piemonte con stabilimenti dotati delle autorizzazioni necessarie a produrre cannabinoidi e si eviterà la dipendenza totale dalle importazioni di tali sostanze, consentendo anche un notevole risparmio.A differenza del progetto di legge toscano, la proposta di SEL prevede la somministrazione del farmaco anche fuori dalle strutture ospedaliere, ferma restando l’esclusiva responsabilità del medico richiedente, che valuta la carenza di adeguata e percorribile alternativa terapeutica.In tal proposito anche il coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia Libertà aderirà alla Million Marijuana March che si terrà come ogni anno a Roma il sabato 5 maggio da piazzale dei Partigiani a Piazza Bocca della Verità dalle ore 16,00 in poi. Si tratta di una mobilitazione che si terrà contemporaneamente in 420 città che vuole rilanciare la discussione sulle droghe leggere: riproponendo lotte libertarie e antiproibizioniste contro il narcotraffico internazionale che produce morte ed economia sommersa ed illegale. La legalizzazione delle sostanze leggere e la regolamentazione della coltivazione domestica sono l’unico strumento praticabile per far emergere sia una nuova economia basata sulla canapa, ed i suoi derivati, e sia per sottrarre dall’illegalità e dalla criminalità milioni di consumatori nel mondo. E’ quanto dichiara Monica Cerutti della Sinistra Ecologia Libertà

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Cure gratuite per i malati di Alzheimer

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 aprile 2012

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease (Photo credit: Wikipedia)

Buone notizie per i familiari dei malati di Alzheimer. Non devono versare alcuna retta, ai Comuni, per il ricovero dei loro cari in strutture per lungodegenti, in quanto si tratta di importi a totale carico del Servizio sanitario nazionale dato che il tipo di patologia non consente di fare distinzione tra spese per la cura e spese per l’assistenza. Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza 4558 del 22 marzo 2012 che ha respinto il ricorso di un Comune veneto che forniva assistenza a pagamento.
Gli ermellini hanno dato ragione al marito e ai figli di una donna, ricoverata nel 1992 nella casa di cura ‘Costante Gris’ di Mogliano Veneto perchè, per effetto dell’Alzheimer, non era autosufficiente e aveva bisogno di assistenza continua per tutto, anche per deglutire.
Il Comune trevigiano di Carbonera, dove la famiglia risiedeva, aveva preteso una retta di quasi due milioni e mezzo al mese di vecchie lire solo per pagare l’assistenza, oltre ai costi del ricovero sanitario vero e proprio. Il Comune sosteneva che si sarebbe dovuto fare carico di tali spese solo se la malata fosse “indigente”, ma non era questo il caso dato che i congiunti avevano un loro reddito e dunque, dovevano, pagare.
In primo grado il Tribunale di Treviso aveva dato ragione al Comune, e aveva condannato i familiari a pagare la retta e quasi 50 milioni di lire per l’assistenza. La Corte di appello di Venezia però accoglieva l’appello proposto da familiari del malato, ritenendo fondata la domanda di ripetizione degli stessi avanzata e immeritevole di accoglimenti la riconvenzionale proposta dal comune. La Corte di appello spiegava infatti che “veniva in evidenza, alla stregua delle norme contenute nell’art. 30 della l. n. 730 del 1983 e del DPCM 8 agosto 1985, la natura di carattere sanitario delle prestazioni eseguite nei confronti della paziente, gravemente affetta dal morbo di Alzheimer e sottoposta a terapie continue, a fronte delle quali le prestazioni di natura non sanitaria assumevano un carattere marginale e accessorio”. Su ricorso del Comune, la Cassazione respingendo le pretese dell’amministrazione, confermava la decisione di secondo grado.
Una simile distinzione tra gli aspetti della cura e quelli dell’assistenza, spiega la Suprema Corte, “presuppone una scindibilità delle prestazioni” che non ricorre nell’ipotesi dei malati di Alzheimer, che hanno bisogno di una “stretta correlazione” di prestazioni sanitarie e assistenziali, con “netta prevalenza degli aspetti di natura sanitaria”. Per la Cassazione, in fatto di sanità, la legge che più conta “è il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana”.
Giovanni componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti chiede al governo di estendere questo principio sancito dalla sentenza della Cassazione anche alle altre drammatiche situazioni per i malati non autosufficienti per i quali non sono previsti finanziamenti.

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Italia: aumentano malati diabete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 dicembre 2011

Il diabete interessa 3,5 milioni di italiani e, con una prevalenza della patologia nella popolazione di circa il 5,8% e una crescita dal 2007 a oggi nel numero dei casi pari al 13%, costa al nostro Sistema sanitario nazionale circa 10 miliardi di euro l’anno. Ma a pesare di più sono le complicazioni. Una situazione, questa, che rende inconcepibile procedere con la politica dei tagli lineari alla spesa sanitaria. Il grido d’allarme arriva dall’Osservatorio Arno Diabete del Cineca, che ha realizzato un’indagine in collaborazione con la Società italiana di diabetologia (Sid) tra oltre 500mila diabetici su 15 anni, presentata a Dubai nel corso del Congresso mondiale sul diabete promosso dalla International Diabetes Federation (Idf). Sulla spesa annua per ogni paziente diabetico, precisano gli esperti, circa 1.600 euro derivano dai costi per i ricoveri, che sono l’80% in più rispetto alla popolazione non diabetica. Il secondo capitolo della spesa è invece rappresentato dai farmaci: solo quelli per curare le patologie collegate al diabete, come le malattie cardiovascolari, fanno infatti registrare una spesa di oltre 600 euro pro-capite l’anno. Negli ultimi 5 anni, inoltre, è raddoppiato il numero dei pazienti trattati con terapie insuliniche, con un incremento della spesa media pro-capite del 42%. Allarme anche dal resto del mondo: sono 366 milioni i malati di diabete nel 2011 ma, (fonte farmacista33)

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Ospedale di Ortona: nuove sale operatorie

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2011

Tre sale, più una dedicata ai piccoli interventi, e un’altra per il risveglio controllato, chiamata più propriamente “terapia intensiva post operatoria”, il tutto in un’area di 800 metri quadrati che comprende anche ambulatori, sala anestesiologica e spazi comuni. L’ospedale di Ortona da oggi può contare su un complesso operatorio completamente rinnovato, a conclusione di un articolato e lungo intervento di ristrutturazione delle sale esistenti, per il quale è stato utilizzato un finanziamento regionale di un milione 380 mila euro. La struttura è stata inaugurata ieri mattina alla presenza di numerose autorità, tra cui il sindaco Nicola Fratino, gli assessori regionali Federica Carpineta e Luigi De Fanis e la presidente della V commissione consiliare, Nicoletta Verì.
I lavori, iniziati nell’agosto 2007, secondo le previsioni dovevano essere conclusi in 18 mesi, ma mentre erano in corso si sono verificati numerosi problemi di natura statica e funzionale che hanno reso necessario apportare modifiche al progetto originario. A livello strutturale sono stati rinforzati i solai per evitare problemi di sovraccarico, mentre dal punto di vista operativo si è scelto di sottoporre alla stessa operazione di restyling l’intero blocco, mentre da progetto originario si escludeva dai lavori l’area di preparazione dei malati e degli operatori e altri ambienti attigui alle sale chirurgiche. Invece, apportando modifiche ritenute dai tecnici necessarie e soprattutto senza alcun aggravio di costi, è stato ultimato un lavoro più completo, che sicuramente ha richiesto tempi notevolmente più lunghi del previsto ma che ha consentito di dotare il “Bernabeo” di un blocco operatorio moderno, adeguatamente attrezzato e coerente con le nuove esigenze legate al futuro dell’ospedale.(ospedale ortona)

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Nuova terapia malati Alzheimer

Posted by fidest press agency su domenica, 16 gennaio 2011

(Centro Maderna)  Il National Institute on Aging Statunitense è attualmente impegnato nel finanziamento di nuovi studi sulla terapia dei malati di Alzheimer finalizzati a “rendere la vita di questi malati e dei loro caregiver meno gravosa”, come specifica lo stesso Sidney M. Stahl, capo del dipartimento Individual Behavioral Processes dell’istituto, che aggiunge che “almeno per il momento, queste nuove ricerche sembrano essere prettamente concentrate su tecniche non-farmacologiche.” Le nuove tecniche menzionate da Stahl includono la somministrazione di cibi particolari, la particolare programmazione delle giornate con arte, musica ed esercizio fisico, e si basano sulla teoria, ampliamente dimostrata, secondo cui creare emozioni positive sui pazienti affetti da Alzheimer diminuisce in loro il senso di angoscia e i loro problemi comportamentali, e che tali emozioni p ersistano anche nella fase successiva al decadimento cognitivo.  Da questo complesso di studi si sviluppano dunque esperienze come quella di Beatitudes, la casa di cura di Phoenix che permette ai pazienti affetti da demenza qualsiasi “vezzo” che porti loro conforto, dal consumo di cioccolata, al “bicchierino della staffa” prima di andare a dormire, dando loro la possibilità di dormire, fare il bagno o cenare quando vogliono, fosse anche alle due del mattino. Lo stesso centro, per impedire ai propri pazienti di prendere l’ascensore e perdersi per l’edificio, o ancor peggio al di fuori di esso, ha sistemato dei tappeti neri davanti alle entrate dell’ascensore, che i malati interpretano come buchi o comunque ostacoli. Il personale ha poi il compito, quando vede i malati aggirarsi nei pressi dei tappeti, di salutarli con espressioni molto cordiali ed enfatiche per far passare loro il messaggio che non vale la pena rischiare di oltrepassare ostacoli quando si è circondati da personale così ; gentile, e pare che il metodo funzioni e sia meno traumatico di quello di altre case di cura che fanno indossare ai malati braccialetti che emettono un allarme quando questi si allontanano.

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