Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Posts Tagged ‘malattia’

Convegno: La ricerca italiana nella terapia della Malattia di Gaucher

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2020

Quest’anno si terrà in forma di webinar il 7 ottobre, per permettere a tutti di partecipare in sicurezza. Il convegno, che sarà aperto dal responsabile scientifico dell’evento – la dottoressa Maja Di Rocco – nella prima sessione tratterà di una condizione rara che ha alcuni sintomi in comune con la Malattia di Gaucher, la Malattia di Niemann Pick tipo A/B (ASMD). Questa sessione verrà preceduta dalla Keynote lecture “Olipudase Alfa for Treatment of Acid Sphingomyelinase Deficiency”, a cura della professoressa Melissa Wasserstein dell’Albert Einstein College of Medicine di New York.La professoressa Francesca Carubbi parlerà successivamente di “Gaucher a e ASMD: malattie lisosomiali con sovrapposizione fenotipica”. L’esperienza italiana in tema di ASMD verrà illustrata dal professor Alberto Burlina che parlerà di “Diagnostica e biomarcatori” e dai professori Maurizio Scarpa e Antonio Barbato che interverranno su “L’esperienza italiana nei trial clinici di terapia”. La seconda sessione sarà focalizzata sulla terapia orale della malattia di Gaucher con Eliglustat, farmaco che da alcuni anni si affianca alla terapia enzimatica sostitutiva. La sessione “L’esperienza italiana del trattamento con Eliglustat: cosa c’è di nuovo?” verrà introdotta e condotta dalla professoressa Maria Domenica Cappellini.La professoressa Fiorina Giona farà il punto su “L’esperienza negli studi post-registrativi”, la dottoressa Maja Di Rocco sul “Monitoraggio dell’aderenza terapeutica e follow up”, la dottoressa Irene Motta su “Terapia enzimatica sostitutiva ed Eliglustat durante l’emergenza Covid-19” e la dottoressa Federica Deodato su “I primi mesi di esperienza nella terapia orale pediatrica”.La sessione “Compromissione neurologica nella malattia di Gaucher”, moderata dal professor Dario Roccatello, verrà preceduta dalla Keynote Lecture “New positive Achievements on Treatment of neurological features in adults with GD type 3”, del professor Raphael Schiffmann, direttore dell’Institute of Metabolic Disease al Baylor Research Institute di Dallas. A questa seguirà “Malattia di Parkinson e Malattia di Gaucher. Che cosa sta cambiando nel counselling e management dei pazienti e familiari eterozigoti”, a cura del professor Alessio Di Fonzo. L’ultima sessione dal titolo “Gaucher e non solo”, moderata dal professor Gaetano Giuffrida e dalla dottoressa Silvia Linari prevede l’intervento “Compromissione epatica nelle malattie lisosomiali” da parte del dottor Fabio Nascimbeni e l’intervento “Iperferritinemia nella Malattia di Gaucher tipo 1” da parte della professoressa Elena Corradini.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

La malattia delle valvole cardiache

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2020

Nuovi dati, pubblicati in occasione della Settimana della Consapevolezza delle Valvole Cardiache, rivelano che la stragrande maggioranza degli italiani anziani (92,4%) non conosce la forma più comune di cardiopatia valvolare, una patologia grave ma curabile. La patologia è pericolosa per la vita se non viene curata e colpisce soprattutto la popolazione anziana. L’indagine rivela inoltre che gli anziani in Italia sono i più propensi a fornire assistenza agli altri (47%) rispetto ai loro omologhi in Europa (29,2%), evidenziando l’importanza di proteggere la loro salute.Con l’invecchiamento della popolazione in Italia, le malattie delle valvole cardiache sono un vero motivo di preoccupazione. Più della metà dei pazienti con stenosi aortica grave – la forma più comune di cardiopatia valvolare – muore entro due anni dallo sviluppo dei sintomi, per cui la diagnosi precoce è importante. Preoccupante è il fatto che solo una piccola percentuale di italiani si rivolgerebbe al proprio medico di base per un appuntamento, se si verificassero alcuni dei sintomi chiave della cardiopatia valvolare, come la stanchezza (35,6%), la riduzione dell’attività fisica (14,4%) e il “sentirsi più vecchi della propria età” (10%). Tale titubanza potrebbe essere potenzialmente dannosa in quanto impedisce la diagnosi precoce.
Malattia delle valvole cardiache è il nome dato a qualsiasi malfunzionamento o anomalia di una o più delle quattro valvole del cuore, che influisce sul flusso di sangue attraverso il cuore. Si tratta di una condizione comune, grave, ma curabile, che è particolarmente associata all’invecchiamento. Se diagnosticata in modo tempestivo, i pazienti possono tornare a una buona qualità di vita, quindi una diagnosi precoce è essenziale. La condizione è solitamente causata da malattia, usura o danni alla valvola o alle valvole cardiache. Tra i sintomi chiave vi sono la compressione toracica e il dolore, i battiti cardiaci anomali e la mancanza di respiro.La malattia delle valvole cardiache si verifica quando una o più valvole cardiache si ammalano o si danneggiano, influenzando il modo in cui il sangue scorre nel cuore. La stenosi aortica è una forma di malattia della valvola cardiaca, più spesso sviluppata a causa della degenerazione o dell’indurimento (calcificazione) della valvola aortica dovuto all’età, che porta ad un progressivo restringimento (stenosi) – cambiamenti che compromettono la funzione della valvola e compromettono il normale flusso sanguigno attraverso il cuore. I sintomi della stenosi aortica sono dolore al petto, stanchezza, mancanza di respiro, vertigini, svenimenti e difficoltà ad esercitare.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Diabete: Le varianti della malattia

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

Per la maggior parte delle persone esistono solo due tipi di diabete, il tipo 1 che colpisce i giovani ed è una malattia autoimmune, e il tipo 2, molto più frequente (90-95% di tutti i tipi di diabete) che colpisce dalla mezz’età in avanti. Ma in realtà, anche se poco note ai più, esistono diverse altre varianti di questa malattia. Il 10-15% circa di soggetti con diagnosi di diabete mellito tipo 2, ad esempio, è in realtà affetto dal diabete cosiddetto ‘LADA’, un acronimo che sta per ‘diabete autoimmune dell’adulto’. “Si tratta – spiega la professoressa Raffaella Buzzetti, coordinatrice del progetto NIRAD (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) finanziato dalla ‘Fondazione Diabete e Ricerca’ della Società Italiana di Diabetologia (SID) e ordinario di Endocrinologia preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma – di una forma particolare di diabete che insorge in età adulta, ma riconosce una patogenesi autoimmune, simile al diabete tipo 1 ad insorgenza giovanile, in quanto determinato dalla distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina da parte del proprio sistema immunitario”.
A differenza del diabete di tipo 1 però il LADA ha una evoluzione più lenta; chi ne è affetto può arrivare alla terapia con insulina anche dopo molti anni dalla diagnosi. “Per porre diagnosi di LADA – prosegue la professoressa Buzzetti – cosa certamente rilevante in quanto il trattamento di questa forma di diabete è diverso da quello del diabete tipo 2, è necessario evidenziare la presenza degli autoanticorpi diretti verso le cellule pancreatiche che producono insulina (si fa attraverso un esame del sangue). La caratterizzazione di questa forma di diabete è stata possibile negli ultimi anni anche grazie ai numerosi lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali nell’ambito del progetto italiano NIRAD. Fino ad oggi non esistevano tuttavia linee guida dedicate a questa forma di diabete ancora poco conosciuta. Una lacuna adesso colmata da una pubblicazione su Diabetes, organo ufficiale dell’American Diabetes Association. “Un panel internazionale di esperti di diabete e metabolismo – spiega la professoressa Buzzetti, che è il primo autore del documento – ha siglato una consensus sulla terapia del LADA, pubblicata Diabetes. C’era assoluta necessità di fornire indicazioni precise circa la terapia di questa forma di diabete. E’ molto importante porre una corretta diagnosi del tipo di diabete: in particolare, riconoscere il LADA in un soggetto precedentemente considerato affetto da diabete tipo 2, può comportare un cambiamento anche sostanziale della sua terapia che consentirà di ottenere un significativo miglioramento del controllo metabolico e di fare una corretta prevenzione delle complicanze croniche”. L’algoritmo proposto dagli autori della consensus, che si basa sulla valutazione della riserva insulinica del soggetto con diabete autoimmune, ottenibile con un semplice dosaggio su prelievo di sangue indirizza verso la terapia più appropriata. “Attualmente – conclude la professoressa Buzzetti – sono molte le classi di farmaci a disposizione del diabetologo per la cura del diabete, ma soltanto una diagnosi precisa permette di prescrivere al paziente una terapia personalizzata. Nel caso del LADA, il trattamento prevede in una prima fase l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti in grado di preservare la funzione delle cellule pancreatiche che producono insulina; sarà quindi necessario ricorrere alla terapia insulinica, il più precocemente possibile, qualora la funzione delle cellule beta pancreatiche risulti già compromessa. In questo modo sarà possibile prevenire le complicanze del diabete quali infarto, ictus, insufficienza renale”.“Aiutare e finanziare la ricerca in ambito diabetologico – afferma il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – è una delle missioni principali della nostra società scientifica e della Fondazione Diabete Ricerca ad essa correlata, e il LADA è stato uno dei principali temi di ricerca finanziato da diversi anni. Questo ha consentito di creare una rete di centri di diabetologia sparsi nel territorio nazionale e coordinata dalla professoressa Buzzetti, che ha prodotto un enorme numero di dati clinici e scientifici. Un orgoglio per la SID avere contribuito in modo rilevante alle conoscenze attuali su questo tipo di diabete”.Management of Latent Autoimmune Diabetes in Adults: A Consensus Statement From an International Expert Panel Raffaella Buzzetti, TiinamaijaTuomi, DidacMauricio, Massimo Pietropaolo, Zhiguang Zhou, Paolo Pozzilli, Richard David Leslie Diabetes 2020 Aug; dbi200017. https://doi.org/10.2337/dbi20-0017

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

I bambini che vivono con una malattia neuromuscolare

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

Un momento di “incontro”, riflessione e confronto per mettere al centro l’importanza della scuola sia dal punto di vista educativo sia da quello relazionale per i bambini che vivono con una malattia neuromuscolare che, in un contesto emergenziale come quello attuale, rappresentano tra le categorie in assoluto più colpite. Se ne è parlato al webinar organizzato da Cittadinanzattiva, in collaborazione con il Centro Clinico NeMO e con il contributo non condizionato di AveXis (società del gruppo Novartis). Come per molte fasce fragili della popolazione, l’insorgere della epidemia da Coronavirus e tutte le misure adottate di conseguenza in risposta all’emergenza, hanno portato cambiamenti obbligati rispetto alle priorità, alle abitudini e alla gestione quotidianità anche per le persone che vivono con malattie neuromuscolari, sia nei loro percorsi terapeutici che nella gestione ordinaria della vita. Per loro e per le loro famiglie non solo si sono spesso interrotti percorsi terapeutici e di riabilitazione, ma anche l’attività di didattica a distanza (DAD) ha mostrato pregi, limiti e dimenticanze in relazione alle loro esigenze.“Quando a settembre ripartirà la scuola, occorrerà garantire che nessuno ne sia escluso – ha dichiarato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva. “La didattica a distanza (DAD) è uno strumento già utilizzato dai ragazzi con malattie neuromuscolari e sarà quindi utile ai fini di un rientro in presenza, necessariamente graduale. Al Documento del Comitato Tecnico Scientifico di questi giorni per la ripresa delle attività didattiche dovranno seguire, a breve, le linee guida del Ministero dell’Istruzione per la riapertura delle scuole. Per l’autonomia di cui godono le istituzioni scolastiche, è auspicabile che nel frattempo i Dirigenti Scolastici, che rivestono un ruolo centrare per l’implementazione di tali indicazioni, si avvalgano del supporto di insegnanti, personale A.T.A., studenti e genitori anche di bambini con malattie neuromuscolari in modo da valutare scuola per scuola come garantire un effettivo rientro in presenza nel rispetto delle condizioni di sicurezza e salute per tutti”.L’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto importante sui pazienti che vivono con malattie neuromuscolari e sulle loro famiglie, che hanno dovuto cambiare la loro routine e adattarla al nuovo contesto, molto spesso essendo costretti a rinunciare ad alcuni fondamentali servizi assistenziali: “Già molto prima del lockdown le famiglie con pazienti che vivono con malattie neuromuscolari avevano deciso di auto-isolarsi al fine di evitare il rischio di contagio, estremamente più complesso per i soggetti più fragili – ha dichiarato il Dott. Jacopo Casiraghi, Coordinatore del Servizio di psicologia del Centro Clinico NeMO di Milano – In questo contesto ad esempio il sostegno all’insegnamento è diventato molto più complicato a causa della distanza, così come il proseguimento di alcune pratiche fondamentali come la fisioterapia: ancora oggi che la Fase 2 è entrata nel vivo e sono state ridotte le limitazioni alla circolazione, la maggior parte delle famiglie preferisce ridurre al minimo i contatti con l’esterno. Questi aspetti non vanno però sottovalutati né dal punto di vista clinico né da quello psicologico e relazionale. Il rientro alla normalità è percepito come ancora più difficoltoso e problematico”. Il webinar ha rappresentato un momento di confronto estremamente proficuo grazie alle diverse e complementari competenze messe in campo dai partecipanti: come ad esempio il Dott. Emilio Albamonte, Neuropsichiatra infantile del Centro clinico NeMO di Milano, la Prof.ssa Mariangela Di Gneo, Ufficio IV Inclusione e orientamento scolastico – Direzione Studente del Ministero dell’Istruzione. con spazio al racconto dell’esperienza personale di Giorgia Perego, genitore di un bambino che vive con una malattia neuromuscolare, e di Ra­ffaella Bombardieri, insegnante di sostegno dell’Istituto comprensivo di Sorisole (Bergamo).

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Malattia di Kawasaki e Covid nei bambini

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 maggio 2020

Bergamo. E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet (Journal Impact Factor di 59·102® e al secondo posto su 160 riviste nella categoria Medicina, generale e interna) lo studio condotto dalla Pediatria dell’Ospedale di Bergamo sul legame tra COVID-19 e la malattia di Kawasaki, rara malattia infiammatoria.Lo studio analizza 10 casi di bambini con sintomi simili alla malattia di Kawasaki arrivati al Papa Giovanni XXIII tra il 1° marzo e il 20 aprile 2020. Nei 5 anni precedenti questa malattia era stata diagnosticata a soli 19 bambini. Un aumento dei casi pari a 30 volte, anche se i ricercatori avvertano che è difficile trarre conclusioni definitive con numeri così piccoli.Otto dei 10 bambini sono risultati positivi al virus SARS-coronavirus-2 (SARS-CoV-2). Tutti i bambini dello studio sono sopravvissuti, ma quelli che si sono ammalati durante la pandemia hanno mostrato sintomi più gravi di quelli diagnosticati nei cinque anni precedenti. La malattia di Kawasaki è una condizione rara che colpisce in genere i bambini di età inferiore ai cinque anni e che causa l’infiammazione dei vasi sanguigni di medio calibro. I sintomi tipici includono febbre ed eruzione cutanea, occhi rossi, labbra o bocca secche, arrossamenti sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi e rigonfiamento di linfonodi. In genere, circa un quarto dei bambini affetti presenta complicazioni a livello delle arterie coronarie, ma la condizione si risolve rapidamente e praticamente in tutti i bambini, se trattata in modo appropriato in ospedale. Non è noto cosa scateni la malattia, ma si ritiene che si tratti di una reazione immunologica anormale successiva ad un’infezione. Lucio Verdoni, primo autore dello studio, ha dichiarato: “Abbiamo notato un aumento del numero di bambini arrivati al nostro ospedale con una condizione infiammatoria simile alla malattia di Kawasaki nel periodo in cui l’epidemia di SARS-CoV-2 stava prendendo piede nella nostra regione. Sebbene questa complicazione rimanga molto rara, il nostro studio fornisce ulteriori prove su come il virus possa causare nei bambini diversi tipi di patologie. Nonostante la condizione rimanga rara, questo riscontro dovrebbe essere preso in considerazione quando si considera l’allentamento delle misure di allontanamento sociale, come la riapertura delle scuole” I pediatri del Papa Giovanni hanno effettuato uno studio retrospettivo su tutti i 29 bambini ricoverati con sintomi della malattia di Kawasaki dal 1 ° gennaio 2015 al 20 aprile 2020.Prima del marzo 2020 l’ospedale curava un caso di malattia di Kawasaki ogni tre mesi. Durante i mesi di marzo e aprile 2020, dopo l’insorgenza dell’epidemia di COVID-19, i bambini trattati sono stati 10, e ad oggi sono aumentati a 20. L’aumento non è spiegato da una crescita dei ricoveri ospedalieri, poiché il numero di pazienti ricoverati nei mesi di marzo e aprile 2020 è stato sei volte inferiore rispetto a prima che il virus fosse stato segnalato per la prima volta nell’area.I bambini che presentavano sintomi dopo il marzo 2020 avevano in media qualche anno di più (età media 7,5 anni) rispetto al gruppo diagnosticato nei precedenti cinque anni (età media 3 anni). Inoltre manifestavano sintomi più gravi rispetto ai casi passati, con oltre la metà (60%, 6/10 casi) con complicanze cardiache, rispetto al solo 10% di quelli trattati prima della pandemia (2/19 casi). La metà dei bambini (5/10) presentava segni di sindrome da shock tossico, mentre nessuno dei bambini trattati prima del marzo 2020 aveva questa complicanza. L’80% dei bambini (8/10) ha richiesto un trattamento aggiuntivo con steroidi, rispetto al 16% di quelli del gruppo storico (4/19).I medici bergamaschi sostengono che, nel loro insieme, i loro risultati rappresentano un reale incremento dell’incidenza della malattia di Kawasaki associata all’epidemia da SARS-CoV-2. Tuttavia riportano che tale associazione va confermata in studi più ampi.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Coronavirus: la malattia è cambiata? Il virus si è indebolito? – Le risposte dei virologi

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

Termina con grande sollievo la prima settimana della Fase 2 in Italia. Il numero di nuovi casi scende sotto quota mille e anche se sono trascorsi troppo pochi giorni per valutare gli effetti dell’allentamento del lockdown i numeri sono decisamente incoraggianti.
Diversi virologi nei giorni scorsi si sono detti convinti che il virus sia mutato e che abbia perso la sua forza. Altri invece sono di parere opposto.Per Antonino Di Caro, responsabile del laboratorio di microbiologia dell’istituto Lazzaro Spallanzani non si può affermare che il virus abbia subito delle mutazioni che lo abbiano reso meno aggressivo. Nella sua intervista al Corriere sostiene che il miglioramento della situazione generale è dovuta principalmente alla attenuazione nella circolazione del virus perché condizionato dalle misure di contenimento.Sulla stessa linea l’epidemiologo Alessandro Vespignani dell’Università di Boston che a ‘Otto e mezzo’ ha detto: “Se ci fossero delle evidenze scientifiche di questo saremo tutti contenti, ma onestamente da tutti i miei contatti con altri esperti del mondo internazionale della ricerca, evidenze di questo tipo non ce ne sono”. Secondo Vespignani si tratta di “opinioni personali” non suffragate da fatti.Ma per il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri le cose non sono così definite. Nel suo intervento alla trasmissione Piazza Pulita ha riferito che “I malati di adesso sono completamente diversi da quelli di tre o quattro settimane fa, continuano a diminuire le terapie intensive e i ricoveri nei reparti normali. Prima arrivavano nei pronto soccorso 80 persone tutte con delle difficoltà respiratorie gravi, oggi ne arrivano dieci e otto le puoi mandare a casa. La situazione è cambiata ovunque, non solo a Bergamo e a Milano, ma anche a Roma e Napoli”. Remuzzi ammette di non sapere “se è il virus che è mutato o se è cambiata la carica virale dei pazienti, l’unica cosa che posso dire è che sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio della pandemia”.I laboratori di tutto il mondo portano avanti i loro studi su questo fronte, Una ricerca, pubblicata sul sito bioRxiv, dei Laboratori Nazionali di Los Alamos degli Stati Uniti e della Duke University identifica 14 mutazioni nella proteina Spike, con la quale il nuovo coronavirus aggredisce le cellule umane. Le osservazioni empiriche trovano supporto in quanto scoperto dai ricercatori dell’Arizona State University secondo i quali il virus SARS-CoV-2 riflette un cambiamento che si è verificato con il virus SARS del 2003 quando ha iniziato a indebolirsi.Lo studio pubblicato sul Journal of Virology da Efrem Lim, del Biodesign Institute dell’Arizona State University e dal suo team, si basa su una tecnologia chiamata sequenziamento genetico di nuova generazione (Next generation sequencing) che aiuta i ricercatori a determinare come il virus si sta diffondendo, mutando e adattandosi nel tempo.Secondo lo scienziato “uno dei motivi per cui questa mutazione è di grande interesse è che riporta delle analogie con l’epidemia di SARS del 2003” quando durante le fasi intermedie e tardive dell’epidemia di SARS, il virus ha accumulato mutazioni che ne hanno ridotto l’impatto sulla popolazione. Tuttavia anche i ricercatori del Biodesign Institute restano cauti: “è troppo presto per dire se il nuovo coronavirus sta iniziando a perdere la sua forza ma è possibile che il virus si trasmetta senza avere porzioni complete del suo materiale genetico”, ha detto il co-autore dello studio Matthew Scotch che però avverte: “non riteniamo che ciò significhi un indebolimento di alcun tipo.” (fonte: Dica33)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Malattia di Kawasaki e SARS-CoV-2

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

Come è noto, la provincia di Bergamo è stata colpita duramente ed estesamente dalla pandemia originata dal virus denominato SARS-CoV-2, il quale causa una grave malattia respiratoria chiamata COVID-19. “Si è molto parlato dei fattori di rischio che rendono una persona più suscettibile alla malattia, e si è detto che i bambini sono protetti dallo sviluppare forme gravi di polmonite da COVID-19 – spiega Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Nonostante ciò, stiamo imparando che questo virus può causare anche altre patologie, attivando il sistema immunitario dell’ospite e inducendo una risposta infiammatoria che può interessare qualsiasi organo, anche a distanza di tempo dall’infezione”.
“Negli ultimi due mesi – aggiunge Lucio Verdoni, reumatologo pediatra del Papa Giovanni -, ci siamo accorti che giungevano al pronto soccorso pediatrico diversi bambini che presentavano una malattia nota come Malattia di Kawasaki. In un mese il numero dei casi di Malattia di Kawasaki ha eguagliato quelli visti nei tre anni precedenti. Si è calcolato che l’incidenza di questa malattia, nell’ultimo mese, è stata di 30 volte superiore al passato”. Da queste evidenze i Pediatri del Papa Giovanni, D’Antiga, Verdoni e l’allergologo Angelo Mazza hanno approfondito i casi, e trovato delle chiare prove che confermano che per la casistica degli ultimi due mesi il responsabile è questo nuovo Coronavirus. Inoltre si è visto che questi pazienti hanno delle forme più severe di questa malattia, che coinvolgono l’apparato cardiocircolatorio e talora necessitano di cure intensive.
L’allarme è già stato lanciato all’interno della comunità scientifica e fra i pediatri di famiglia. Ora è in fase di sottomissione a un’autorevole rivista internazionale lo studio scientifico, a cui hanno preso parte anche i pediatri Annalisa Gervasoni, Laura Martelli e Maurizio Ruggeri, il cardiologo pediatrico Matteo Ciuffreda ed Ezio Bonanomi, responsabile della Terapia intensiva pediatrica, e di cui Lucio Verdoni sarà il primo firmatario.
La pediatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo negli ultimi due mesi ha messo in evidenza molti aspetti della salute del bambino durante l’epidemia da COVID-19, tra cui l’importanza del triage al Pronto Soccorso Pediatrico, la benignità dell’infezione nei bambini immunodepressi (come i trapiantati, i bambini sottoposti a cure oncologiche, i bambini con malattie intestinali che richiedono terapia immunosoppressiva), ma quella descritta oggi è sicuramente la scoperta più rilevante. E’ importante sottolineare che solo una piccola minoranza di bambini infettati da SARS-CoV-2 sviluppa la Malattia di Kawasaki, sicuramente meno dell’1%. Nonostante ciò, in previsione dell’imminente apertura alla “Fase 2” della lotta all’epidemia è importante tenere presente tutte le conseguenze che questo virus insidioso può causare, sia nella fascia di età adulta che in quella pediatrica.
La malattia di Kawasaki è una vasculite dei piccoli vasi che colpisce i bambini sotto i dieci anni, ma più spesso sotto i 5 anni. I sintomi tipici sono la febbre elevata persistente, un’eruzione cutanea, delle alterazioni delle mucose e delle estremità. La complicanza più temibile è l’infiammazione delle arterie del cuore, che può causare delle dilatazioni aneurismatiche permanenti delle coronarie. La malattia risponde molto bene alla terapia, che si avvale della somministrazione di immunoglobuline e acido acetilsalicilico, nonché, talora, di cortisone. Con il trattamento appropriato, somministrato in tempi rapidi, praticamente tutti i bambini guariscono.La causa della Malattia di Kawasaki, scoperta circa 50 anni fa, rimane ignota, nonostante si pensi che sia causata da un agente infettivo che, in bambini predisposti, causa una risposta infiammatoria alla base del quadro clinico. In passato alcuni virus della famiglia dei coronavirus sono stati considerati come probabili induttori della malattia di Kawasaki. Oggi sappiano che il coronavirus SARS-CoV-2 è uno di questi.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Sclerosi Multipla

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

E’ una malattia cronica, infiammatoria e autoimmunitaria del sistema nervoso centrale (SNC) caratterizzata da un progressivo deterioramento della mielina, il rivestimento che protegge i neuroni e ne permette il funzionamento. Il danno mielinico porta infatti a disfunzioni neuronali, compromissione della comunicazione tra neuroni e disabilità neurologiche progressive. Mentre il danno alla mielina viene riparato piuttosto efficacemente durante le prime fasi della malattia, grazie alla presenza, nel sistema nervoso adulto di cellule che sono i precursori degli oligodendrociti (OPC), durante la cronicizzazione della SM, la capacità di riparazione della mielina (“rimielinizzazione”) viene progressivamente persa, e i pazienti manifestano sintomi neurologici sempre più gravi e irreversibili.I trattamenti attualmente disponibili controllano principalmente l’infiammazione e modulano la risposta immunitaria dei pazienti, ma non sono ancora disponibili farmaci rimielinizzanti.Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE, riporta i risultati sull’attività di protezione della mielina in vivo di galinex, un composto di sintesi che agisce specificamente su GPR17, un recettore espresso dagli OPC.”Diversi anni fa, abbiamo scoperto che l’attivazione di GPR17 sugli OPC in coltura da parte di ligandi agonisti induceva le cellule a iniziare la maturazione e a produrre mielina, sollevando l’ipotesi che i composti selettivi per GPR17 potrebbero favorire la rimielinizzazione nella SM, facendo ripartire così la trasmissione degli impulsi nervosi” ha commentato la professoressa Maria Pia Abbracchio, farmacologa all’Università degli Studi di Milano, dove è stata avviata la ricerca su GPR17. “Ma” aggiunge,” per dimostrare che ciò potesse effettivamente accadere in vivo, avevamo bisogno di sviluppare una molecola agonista altamente specifica per il recettore GPR17″.”A questo scopo” afferma il professor Ivano Eberini, biochimico computazionale della stessa Università “abbiamo sviluppato una pipeline per lo sviluppo di nuovi farmaci, grazie alla quale abbiamo saggiato virtualmente oltre 1.000.000 di composti chimici su un modello strutturale di GPR17. Questo approccio è partito dall’identificazione di 3 diverse famiglie di ligandi che, in collaborazione con l’Università di Pisa e di Aptuit di Verona, sono state poi “esplose” – cioè, variate attraverso metodi di chimica combinatoriale in silico – e quindi ottimizzate per poi valutarle su cellule che esprimevano GPR17. Le molecole più potenti nell’attivazione del recettore sono state quindi sottoposte a test su colture cellulari di OPC e neuroni, per valutare la loro capacità di promuovere la formazione di mielina e, infine, selezionate per il test in vivo sull’encefalomielite autoimmune sperimentale, un modello sperimentale di SM”.Gli esperimenti in vivo sono stati progettati da Chiara Parravicini, prima autrice dell’articolo, insieme ai biologi molecolari e farmacologi Davide Lecca e Davide Marangon. “Uno dei migliori agonisti del GPR17, il galinex, aveva mostrato promettenti proprietà farmacocinetiche e metaboliche nelle simulazioni al computer ed è stato per questo motivo scelto per i test in vivo” afferma Chiara Parravicini. “Come previsto”, dichiara, “galinex si è dimostrato in grado di ritardare significativamente la comparsa dei sintomi durante l’induzione della malattia nel modello sperimentale”. In parallelo, si sta procedendo allo sviluppo, ottimizzazione e alla caratterizzazione del profilo farmacologico di nuovi composti totalmente originali, sempre appartenenti alle famiglie chimiche in studio.Questo studio è stato finanziato dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla che sostiene da 10 anni le ricerche sul ruolo del recettore di GPR17 nella sclerosi multipla. “La collaborazione tra la Fondazione Italiana SM e l’Università di Milano ha portato a questo importante risultato che apre la strada a nuove molecole per trattare la malattia”, dichiara Paola Zaratin direttore ricerca scientifica della Fondazione.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Rischio malattia dell’occhio secco

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2020

Oggi, con scuole e università chiuse durante questa emergenza sanitaria globale senza precedenti, il tempo di esposizione agli schermi si è moltiplicato in maniera esponenziale e le attività di smart-schooling sono divenute obbligatorie per il proseguimento della didattica scolastica ed universitaria. Gli esperti internazionali della Società Scientifica americana TFOS (Tear Film & Ocular Surface Society) hanno deciso di realizzare un breve e allegro video, destinato proprio agli studenti ed ai loro genitori in isolamento, per insegnare loro a fare delle pause dalla visione di fronte agli schermi e riposare gli occhi con la regola 20-20-20. Il video è disponibile su YouTube per la diffusione libera: https://youtu.be/HMg0TSRJ89c Come afferma il Prof. Stefano Barabino, responsabile del Centro Superficie Oculare e Occhio Secco dell’Ospedale L. Sacco di Milano: “L’esposizione prolungata a schermi digitali determina una più rapida evaporazione del film lacrimale, quel sottile strato di liquido che riveste la superficie oculare. Il motivo risiede nello scarso o incompleto ‘ammiccamento’,‘blink’ in inglese: gli occhi vengono strizzati meno di frequente e questo rallenta la diffusione del film lacrimale sulla superficie dell’occhio con conseguenze che vanno dall’affaticamento al bruciore, dall’irritazione al dolore. Se lo stimolo persiste a lungo questo provoca una infiammazione che può diventare cronica. Studi hanno dimostrato che la visione di fronte a schermi digitali determina una diminuzione del rateo di ammiccamento del 40%”. Sbattere le palpebre serve a mantenere intatto il film lacrimale, un sottile strato di acqua e lipidi (grassi) sulla superficie dell’occhio che ci fa vedere nitidamente e ci protegge da corpi estranei e sostanze irritanti. Fissare gli schermi per periodi prolungati di tempo significa sbattere le palpebre meno frequentemente e aumentare il rischio di sviluppare i sintomi della malattia dell’occhio secco.
La malattia dell’occhio secco colpisce milioni di persone in tutto il mondo ed è una delle principali cause di visita oculistica. Questa malattia sintomatica è caratterizzata da un film lacrimale instabile e più concentrato (chiamato iperosmolare), che porta ad un aumento dell’infiammazione con conseguenti danni alle strutture e ai nervi degli occhi. La secchezza oculare da moderata a grave può alterare la qualità della vita e può essere associata a dolore agli occhi, limitazioni nell’esecuzione di attività quotidiane (ad esempio lettura, guida, uso di dispositivi digitali), privazione del sonno, riduzione dell’energia, cattiva salute generale e spesso depressione. Ulteriori informazioni su TFOS sono disponibili su http://www.tearfilm.org.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Malattia di cuore e tutele

Posted by fidest press agency su domenica, 5 aprile 2020

“È fondamentale che i pazienti con malattia di cuore adottino comportamenti corretti a salvaguardia della propria salute, senza temere di rivolgersi all’ospedale, anche ora, in occasione della pandemia da coronavirus. Si è infatti notata una significativa riduzione dei ricoveri per emergenza cardiaca, per nulla giustificati dalla pandemia virale”. È quanto sottolinea il Dottor Claudio Cuccia, Direttore Dipartimento Cardiovascolare della Poliambulanza di Brescia, che ha perciò stilato un decalogo di semplici consigli attuabili con facilità e dagli importanti esiti.
1) Praticare attività fisica all’interno della propria abitazione. Almeno due volte al giorno e per una quindicina di minuti è benefico abbandonare la poltrona e camminare senza fermarsi, percorrendo le varie stanze avanti e indietro. In questo modo è possibile prevenire le trombosi nelle vene degli arti inferiori, e eventuali successive embolie, che in corso di infezione virale sono ancora più frequenti.
2) Mangiare leggero e idratarsi bene, assumendo liberamente bevande non zuccherate (cautela solo nei pazienti che sanno di soffrire di scompenso di cuore e che sono già istruiti in tal senso).
3) Controllare ogni mattina il peso corporeo, dopo evacuazione, evitare che aumenti, e in caso di eccesso ponderale attuare un regime dietetico per raggiungere il proprio peso forma. Chi è affetto da scompenso cardiaco qualora notasse un incremento di peso non giustificato, lo deve comunicare subito al proprio medico o al centro dello scompenso, per valutare l’opportunità di metter mano al diuretico.
4) Assumere tutti i farmaci previsti e non sospendere MAI l’assunzione delle altre terapie in atto (con antiaggreganti, anticoagulanti, antiaritmici, statine, ipoglicemizzanti), salvo su consiglio del cardiologo e per ragioni ben documentate.
5) Misurare la pressione una-due volte al giorno. In caso di abbassamento eccessivo (sotto i 100 mm Hg di massima, per esempio), e senso di stanchezza, capogiro, accenno allo svenimento, per effetto della febbre oppure del riposo o della dieta, alleggerire il carico dei farmaci anti ipertensivi assunti, solo dopo aver consultato il proprio medico.
6) Porre attenzione ai sintomi cardiaci classici (dolore o oppressione toracica, irregolarità marcata del battito cardiaco, difficoltà a respirare, capogiri intensi o svenimenti). In caso di sintomi, soprattutto se improvvisi o intensi, contattare immediatamente il 112.
7) Ricordare che in caso di urgenza e emergenza è indispensabile giungere in ospedale, per una visita o un ricovero urgente , sapendo che esistono canali d’accesso differenziati da quelli per i pazienti Covid, e quindi senza correre il rischio d’esporsi al contagio.
8) In caso di rialzo febbrile assumere preferibilmente il paracetamolo (Tachipirina) che non interferisce con i farmaci cardiologici e informare il medico.
9) Ricordare di portare tutta la documentazione relativa alla propria patologia cardiaca se si va in ospedale per una visita urgente o con il 112 per una emergenza cardiaca.
10) Combattere la depressione, un importante fattore di rischio cardiovascolare. E quindi l’invito a leggere un libro o trovare altri escamotage per alimentare la consapevolezza che il momento difficile che stiamo vivendo si concluderà e si tornerà alla normalità.
Ufficio stampa Intermedia

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Come viene diagnosticata la malattia COVID-19?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

Per la diagnosi dell’infezione si procede anzitutto con il prelievo di un campione delle vie respiratorie del paziente, preferibilmente un tampone naso-faringeo o, laddove possibile, espettorato o broncolavaggio. Questo campione quindi viene analizzato attraverso metodi molecolari di real-time RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction) per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione. Il tempo per avere i risultati dal momento dell’avvio della procedura è attualmente di 6/12 ore. Le industrie stanno lavorando allo sviluppo di test rapidi, in grado di fornire risultati attendibili in circa una-due ore. La situazione è in continua evoluzione: l’OMS sta valutando numerosi test rapidi basati su differenti approcci, e i risultati relativi a quest’attività di screening saranno disponibili nelle prossime settimane.Il Comitato Tecnico-Scientifico sui test diagnostici COVID-19 delMinistero della Salute ha invece espresso parere non favorevole all’utilizzo di “test rapidi” basati sull’individuazione degli anticorpi specifici per il SARS-CoV-2, dal momento che il loro risultato non è utile a determinare se il paziente ha una infezione in atto: la presenza degli anticorpi potrebbe infatti essere effetto di una infezione ormai conclusa, e viceversa se il test viene effettuato nella fase iniziale dell’infezione il paziente potrebbe non aver ancora sviluppato gli anticorpi (falso negativo).
Un utile supporto all’attività diagnostica classica può venire anche, per i casi sospetti che presentano sintomi riconducibili a polmonite, dall’analisi delle immagini delle Tomografie Computerizzate (TC) del torace. Un sistema informatico sviluppato in Cina durante la fase più acuta dell’epidemia, disponibile anche in Italia presso il Policlinico Campus Biomedico di Roma, è in grado, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale e di machine learning, di individuare i casi positivi con elevata attendibilità a partire dall’analisi delle immagini digitali della TC del paziente, distinguendo la polmonite da COVID-19 da altre (polmoniti batteriche, BPCO, etc.). Il sistema è inoltre in grado di calcolare il volume di compromissione polmonare e di fornire pertanto un utile supporto nella valutazione di prognosi, miglioramento o peggioramento della situazione del paziente.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Malattia di Crohn

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 febbraio 2020

Milano sono stati presentati al 15° congresso della European Crohn’s & Colitis Organisation (ECCO), da Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson, i dati preliminari dello studio di fase 3b STARDUST.L’endpoint primario dello studio STARDUST sarà valutato dopo 48 settimane, quando sarà confrontata la risposta endoscopicac tra i pazienti adulti con malattia di Crohn che ricevono la terapia di mantenimento con ustekinumab.3 Alla sedicesima settimana, i pazienti che hanno raggiunto una diminuzione pari o superiore a 70 punti dell’indice di attività della malattia di Crohnd (CDAI70-responder) sono stati randomizzati in gruppi di trattamento treat-to-target o di cura standard in un rapporto 1 a 1.
“I pazienti con malattia di Crohn possono rispondere al trattamento, ma continuare a manifestare stati infiammatori interni causa anche di danni irreversibili. Questi pazienti possono trarre beneficio da un approccio di trattamento maggiormente proattivo e solido e da metodi di monitoraggio meno invasivi”, ha affermato Silvio Danese*, Direttore del Centro per le malattie infiammatorie croniche intestinali dell’Ospedale Humanitas di Milano, coordinatore dello studio STARDUSTa.
L’analisi ad interim alla sedicesima settimana di STARDUST riguarda 500 pazienti arruolati con malattia di Crohn attiva di grado da moderato a grave, che hanno ricevuto per via endovenosa una dose di induzione di circa 6 mg/kg di ustekinumab, seguita da una somministrazione sottocutanea di 90 mg del farmaco dopo otto settimane.1 I partecipanti allo studio non erano mai stati trattati con farmaci biologici (naïve) o al massimo ne avevano ricevuto uno solo. Alla sedicesima settimana il profilo di sicurezza di ustekinumab rilevato nello studio STARDUST è coerente con il profilo di sicurezza osservato nelle precedenti sperimentazioni cliniche di fase 3 sulle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), nonché con quanto osservato in altre indicazioni.
“STARDUST è una pietra miliare nel corso del nostro impegno volto ad aiutare i pazienti con malattia di Crohn e gli specialisti che la curano”, ha spiegato Jan Wehkamp, M.D., Vice President, Gastroenterology Disease Area Leader di Janssen Research & Development, LLC. “I dati provenienti da questo studio possono fornirci conoscenze cliniche chiave in grado di influenzare le strategie di trattamento future”.Ustekinumab è attualmente approvato per il trattamento di adulti con malattia di Crohn attiva di grado da moderato a grave negli Stati Uniti, in Canada, nell’Unione europea e in Giappone.
La malattia di Crohn è una delle due principali forme di malattie infiammatorie croniche intestinali, che colpiscono fino a 1,7 milioni di persone in Europa. La malattia di Crohn è una forma infiammatoria cronica del tratto gastrointestinale senza causa nota, ma associata ad anomalie del sistema immunitario che potrebbero essere scatenate da una predisposizione genetica, dalla dieta o da fattori ambientali. I sintomi possono variare, ma spesso comprendono dolore addominale, diarrea frequente, sanguinamento rettale, perdita di peso e febbre. Non vi è attualmente una cura risolutiva per la malattia di Crohn.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Omeopatia, malattia paradontale e diabete mellito

Posted by fidest press agency su domenica, 16 febbraio 2020

Di Silvia Cocci Grifoni (fonte: Omeopatia33 Braz Dental J, 2019, 30, (2), 139) La malattia parodontale (MP) è una condizione infiammatoria cronica che induce formazione di tasche gengivali, riduzione della matrice ossea e, nella fase più avanzata, perdita dell’elemento dentale. Il primo approccio è solitamente quello della terapia periodontale non chirurgica (NSTP) e prevede adeguata igiene dentale, ridimensionamento sotto/sopra gengivale delle tasche, ablazione ad ultrasuono. Nei pazienti con diabete mellito di tipo 2 (DM2) la MP è più severa ed i diabetici con MP hanno più facilmente uno scarso controllo dei parametri laboratoristici (Hb glicata e glicemia).In uno studio randomizzato e controllato in doppio cieco 80 pazienti diabetici con MP sono stati sottoposti a NSTP; 40 di essi sono stati sottoposti anche a terapia omeopatica: Berberis 6CH associato a medicinali della fase acuta (Mercurius solubilis, Belladona, Hepar sulphur) alla dinamizzazione 6CH e al bioterapico Pyrogenium 200CH a singola dose settimanale. Ai rimanenti 40 pazienti è stato somministrato un placebo. A 12 mesi tutti i pazienti hanno mostrato un miglioramento dei parametri laboratoristici (glicemia ed Hb glicata), con il primo gruppo che ha mostrato un miglioramento molto più significativo rispetto al secondo, soprattutto per quanto ha riguardato il significativo miglioramento a carico dell’adesione della gengiva sull’elemento dentale, con riduzione della profondità della tasca gengivale.Questo studio dimostra pertanto come nei pazienti diabetici con MP l’omeopatia, in aggiunta alla NPTS, possa contribuire al miglioramento tanto del pattern metabolico-laboratoristico che delle problematiche parodontali.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Alopecia areata riconosciuta malattia auto-immune

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

Capelli che cadono ma anche barba, sopracciglia e ciglia che si diradano e solo nel 40% delle persone ricrescono. Sono questi i sintomi dell’alopecia areata, una patologia autoimmune, che colpisce l’1-4% della popolazione italiana. Sebbene non sempre irreversibile, condiziona negativamente la qualità della vita con risvolti fisici e psicologici molto importanti. Tanto più se si considera che ad essere colpiti sono soprattutto i più giovani: il 60% ha meno di 30 anni. Per dare supporto pratico a tutte persone che ad oggi “brancolano nel buio”, per la prima volta SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia, si è fatta portavoce scientifico dell’Associazione di pazienti alopeciaareata&friends. E ha chiesto, durante un’audizione alla Commissione Politiche per la Salute dell’Emilia Romagna, il riconoscimento dell’alopecia areata come patologia cronica e agevolazioni fiscali sull’acquisto di parrucche e protesi, i cui costi sono in alcuni casi proibitivi. Diritto che viene tutelato in alcune regioni italiane solo in caso di alopecia da chemioterapia. L’esito è stato positivo; l’Emilia Romagna è la prima regione italiana a sostenere i pazienti colpiti da perdita di capelli non per terapie oncologiche. Inoltre l’atto di indirizzo impegna l’esecutivo anche a richiedere al governo nazionale il riconoscimento dell’alopecia areata come malattia cronica e a sancire i livelli essenziali di assistenza. “E’ una patologia causata da un errore del sistema immunitario, che può essere associata ad altre malattie autoimmuni – spiega Bianca Maria Piraccini, consigliere SIDeMaST e Professore Associato in Dermatologia presso il Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Bologna -. Le nostre difese invece di proteggerci contro le infezioni si sbagliano, riconoscono capelli e peli come “nemici” e li fanno cadere. Nel 90% dei casi ad essere colpito è il cuoio capelluto a chiazze o nella totalità. Le altre aree pilifere, invece, possono essere interessate congiuntamente o isolatamente, con effetti funzionali in alcuni casi deleteri. Ad esempio nelle ciglia, l’alopecia areata induce una caduta che interessa sia la palpebra superiore che quella inferiore e provoca una forte sensazione di fastidio per il paziente. Gli occhi, infatti, senza ciglia sono più esposti e non ricevono alcuna protezione dalla luce, dalla polvere e dal vento”. Sull’esordio della patologia gioca un ruolo importante la predisposizione genetica su cui intervengono fattori ambientali. “Se un genitore è affetto, cresce del 6% la probabilità per i figli di sviluppare la malattia – continua la dermatologa –. L’alopecia areata non è una malattia indotta dallo stress, come spesso si tende a dire, minimizzandone la patogenesi autoimmune. Per curare l’alopecia areata non basta, perciò, intervenire attraverso un sostegno psicologico, certamente proficuo, ma bisogna intraprendere un percorso di cura farmacologico”. Sul fronte della terapia ad oggi non esistono trattamenti in grado di guarire dall’alopecia areata: i farmaci disponibili possono indurre la ricrescita dei capelli, ma non cambiano l’evoluzione a lungo termine della malattia. “Come rappresentanti della Società Italiana di Dermatologia – chiarisce Calzavara-Pinton, Presidente SIDeMaST – è nostro dovere impegnarci attivamente nel campo della ricerca per trovare cure sempre più efficaci e ben tollerate. Ma non solo. Vogliamo porre all’attenzione di tutta la società quello che è un problema concreto e non adeguatamente riconosciuto. Se non è possibile nascondere i segni dell’alopecia, poiché la caduta di peli e capelli è sotto gli occhi di tutti, bisogna considerare che esistono cicatrici non altrettanto visibili ma non per questo meno dolorose, in grado di compromettere la quotidianità dei pazienti che ne sono affetti. Ci auguriamo che vengano adottate misure idonee per facilitarne la qualità di vita, con il pieno riconoscimento dei livelli essenziali di assistenza”.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

‘Malattia polmonare da micobatteri non tubercolari’

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

Per i pazienti queste parole, ignote fino alla diagnosi, significano incertezze e paure, quelle legate all’avere una malattia rara, orfana di terapie efficaci, riconoscimenti e diritti, con un nome spaventoso, che rievoca lo stigma e l’isolamento sociale legato alla tubercolosi. Ora, grazie alla recente nascita di un’associazione – AMANTUM – su questa malattia, fino ad oggi sottovalutata, si potrà accendere una luce: a questo serve il “Libro bianco sulla malattia polmonare da micobatteri non tubercolari, una malattia rara e orfana” a cura di Osservatorio Malattie Rare, realizzato in stretta collaborazione con l’Associazione e grazie al contributo di INSMED, presentato giorni fa a Roma. Il libro è consultabile, in modalità gratuita, sui siti internet di OMaR dell’Associazione Amantum e dell’Osservatorio Italiano delle Micobatteriosi Polmonari Non-Tubercolari IRENE.
Il “Libro Bianco sulla malattia polmonare da micobatteri non tubercolari, una malattia rara e orfana” ha avuto il patrocinio dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (AMCLI), della Società Italiana di Microbiologia (SIM), della Società Italiana di Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SITI), della Società Italiana per lo Studio della Fibrosi Cistica (SIFC), dell’Osservatorio Italiano delle Micobatteriosi Polmonari Non-Tubercolari, di Stop TB Italia e di LABMedica.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Tumore del polmone: La chemioterapia a basse dosi controlla la malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 ottobre 2019

A parità di efficacia, garantisce ai pazienti colpiti da tumore del polmone una migliore qualità di vita grazie a un’ottima tollerabilità. È la chemioterapia metronomica, una strategia che prevede somministrazioni di farmaci orali a basso dosaggio, giornaliere o a cadenza settimanale, senza intervalli. Al congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO, European Society for Medical Oncology) in corso a Barcellona, questo approccio ha dimostrato un’efficacia (in termini di sopravvivenza e di controllo della malattia) paragonabile alla chemioterapia standard, riducendo nettamente gli effetti collaterali. In uno studio randomizzato di fase II (TEMPO Lung) sono stati coinvolti a livello europeo 165 pazienti colpiti da tumore del polmone non a piccole cellule, mai trattati prima (e non candidabili a chemioterapia a base di platino). La ricerca ha visto l’Italia in primo piano, con 69 pazienti arruolati. A 83 pazienti la chemioterapia (vinorelbine) è stata somministrata in prima linea secondo il dosaggio standard (60-80 mg/m², una volta a settimana) e 82 sono stati trattati con lo schema metronomico (vinorelbine orale metronomica), dose fissa e frequente (50 mg, 3 volte a settimana). “Nel 2019, in Italia, sono stimati 42.500 nuovi casi di carcinoma del polmone, il terzo più frequente dopo quelli della mammella e del colon-retto – spiega il prof. Filippo de Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. La chemioterapia metronomica ha raddoppiato l’obiettivo primario dello studio, cioè la sopravvivenza libera da progressione senza tossicità di grado 4, pari a 4 mesi rispetto a 2,2 dello schema standard. La chemioterapia metronomica presenta un’elevata tollerabilità e può essere utilizzata per lunghi periodi di tempo. Inoltre, grazie all’impiego di formulazioni orali, il paziente segue la terapia al proprio domicilio e si reca in ospedale solo per controllare gli esami del sangue e ritirare le nuove compresse. Si tratta di un grande vantaggio per i malati, le famiglie e i caregiver, con risparmi per il sistema perché si riducono gli accessi in ospedale”.
Gli altri parametri di attività ed efficacia considerati nello studio erano sovrapponibili: la sopravvivenza libera da progressione mediana (senza considerare anche la tossicità) è risultata di 4,3 mesi nel braccio sperimentale rispetto a 3,9 mesi della chemioterapia standard. E la sopravvivenza globale era, rispettivamente, di 7,1 e 7,6 mesi. Molto importante anche il controllo della malattia, che indica la possibilità di arrestare la crescita del tumore, raggiunto nel 63,9% dei pazienti trattati con la metronomica rispetto al 63,4% con chemioterapia tradizionale. I parametri di sicurezza confermano la migliore tollerabilità della metronomica: gli eventi avversi correlati al trattamento erano pari al 61,4% nel braccio sperimentale rispetto all’84% con chemioterapia standard. Ancor più netta la differenza negli eventi avversi ematologici, in particolare la neutropenia severa che con la metronomica si riduce dal 52% all’11%. “L’esposizione costante della neoplasia ai farmaci chemioterapici non determina solo una tossicità diretta sulle cellule tumorali, ma anche un effetto sul loro microambiente – conclude il prof. De Marinis -, perché inibisce l’angiogenesi neoplastica, in altre parole il meccanismo di formazione di nuovi vasi sanguigni, responsabile della crescita tumorale e delle metastasi”.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Malattia di Crohn, farmaco biologico migliora guarigione mucosa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 settembre 2019

Nella malattia di Crohn, patologia cronica dell’intestino che in Italia colpisce circa 100 mila persone, la cicatrizzazione della mucosa è uno dei traguardi più importanti per i pazienti. Uno studio internazionale pubblicato su Gastroenterology dimostra l’efficacia, in termini di cicatrizzazione, di un farmaco (vedolizumab) soprattutto nei pazienti mai trattati con farmaci biologici. La ricerca «rinforza il concetto che i pazienti con malattia precoce rispondono meglio ai farmaci biologici, non solo per quanto riguarda i sintomi ma anche per quanto riguarda il danno strutturale inteso come lesioni endoscopiche e come danno radiologico», spiega Silvio Danese, primo autore dello studio, responsabile del Centro malattie infiammatorie croniche intestinali di Humanitas, coordinatore di Humanitas Immuno Center e docente di Humanitas University. In genere la malattia di Crohn si presenta nell’ultima parte dell’intestino tenue (ileo) e nel colon, ma può presentarsi in qualsiasi parte del tratto digerente, dalla bocca all’ano e persino nella cute intorno. Per la prima volta lo studio valuta l’effetto del farmaco oltre la mucosa intestinale attraverso la risonanza magnetica. «I risultati – continua Danese – dimostrano che il farmaco è in grado non solo di cicatrizzare a livello endoscopico la mucosa, ma anche attraverso tutti gli strati della parete intestinale come evidenziato dalla risonanza magnetica, dal momento che la malattia interessa l’intestino a tutto spessore». Per ottenere questi risultati, diagnosi e trattamento precoce sono di fondamentale importanza. Lo studio di fase III, in aperto – spiega una nota dell’Humanitas – ha incluso 110 pazienti con malattia di Crohn in fase attiva. Circa un terzo ha ottenuto la remissione endoscopica dopo 52 settimane di trattamento e due terzi hanno ottenuto una remissione istologica alla settimana 26. La malattia di Crohn è una patologia cronica, progressiva e disabilitante che causa un’infiammazione del tratto gastrointestinale e che può favorire lo sviluppo di restringimenti, fistole o ascessi che necessitano di intervento chirurgico in circa la metà dei pazienti entro dieci anni dalla diagnosi. (fonte copyright: farmacista33)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Malattia da streptococco, pubblicate le linee guida sulla gestione nei neonati

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

Sulla rivista Pediatrics sono state appena pubblicate le linee guida per la gestione e il trattamento delle malattie da streptococco di gruppo B (GBS) nei neonati, firmate da Karen Puopolo della Perelman School of Medicine dell’Università di Philadelphia, e colleghi, che hanno aggiornato le raccomandazioni per la gestione dei bambini a rischio di malattia da GBS e il trattamento di quelli con infezione confermata da GBS. «L’insorgenza precoce della malattia da streptococco di gruppo B si verifica entro i primi sei giorni dalla nascita ed è più comune, e spesso letale, tra i neonati pretermine» scrivono gli esperti dell’AAP, ricordando che non esiste un approccio efficace per prevenire la malattia a insorgenza tardiva, che di solito si verifica tra i sette e gli 89 giorni di età. «Sappiamo che adottando misure preventive durante l’assistenza prenatale e trattando la madre con antibiotici durante il travaglio, è possibile prevenire l’infezione nei bambini, specialmente nei pretermine che devono affrontare rischi più elevati» afferma l’autrice, membro del comitato AAP su Feto e neonato, sottolineando che la somministrazione intrapartum di penicillina G, ampicillina o cefazolina è in grado di fornire un’adeguata profilassi antibiotica contro la GBS neonatale a insorgenza precoce. Per la forma precoce la valutazione del rischio dovrebbe seguire principi stabiliti, compresa la valutazione separata dei bambini nati ≥35 0/7 settimane e quelli nati ≤34 6/7 settimane, considerati pretermine e ad alto rischio di GBS. «L’infezione a insorgenza precoce deve essere diagnosticata con l’emocoltura o con la coltura del liquido cerebrospinale, mentre la valutazione della forma a insorgenza tardiva dovrebbe invece basarsi sui segni clinici di malattia» aggiungono gli autori. «Speriamo di identificare altri modi per prevenire queste infezioni, per esempio un vaccino che potrebbe essere usato in tutto il mondo. Nel frattempo, queste linee guida sono lo strumento più efficace attualmente a disposizione per proteggere i bambini e salvare vite umane» conclude Puopolo. (fonte: doctor33)

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Malattia di Crohn

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

La cicatrizzazione della mucosa è uno dei traguardi più importanti per i pazienti con malattia di Crohn, patologia cronica dell’intestino che in Italia colpisce circa 100.000 persone. Uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Gastroenterology dimostra l’efficacia di un farmaco (vedolizumab) nel cicatrizzare la mucosa, soprattutto nei pazienti con Malattia di Crohn che non sono stati mai trattati con farmaci biologici.
In genere, la malattia di Crohn si presenta nell’ultima parte dell’intestino tenue (ileo) e nel colon, ma può presentarsi in qualsiasi parte del tratto digerente, dalla bocca all’ano e persino nella cute intorno. Per la prima volta lo studio valuta in maniera innovativa l’effetto del farmaco oltre la mucosa intestinale tramite la Risonanza Magnetica. “I risultati dimostrano che il farmaco è in grado non solo di cicatrizzare a livello endoscopico la mucosa ma anche attraverso tutti gli strati della parete intestinale come evidenziato dalla Risonanza Magnetica, dal momento che la malattia interessa l’intestino a tutto spessore” – spiega il professor Silvio Danese, primo autore dello studio, responsabile del Centro Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali di Humanitas, coordinatore di Humanitas Immuno Center e docente di Humanitas University.
Per ottenere questi risultati, diagnosi e trattamento precoce sono di fondamentale importanza. “Questo studio rinforza il concetto che i pazienti con malattia precoce rispondono meglio ai farmaci biologici, non solo per quanto riguarda i sintomi ma anche per quanto riguarda il danno strutturale inteso come lesioni endoscopiche e come danno radiologico” – ha precisato il professor Danese.Lo studio di fase III, in aperto, ha incluso 110 pazienti con malattia di Crohn in fase attiva. Circa un terzo dei pazienti ha ottenuto la remissione endoscopica dopo 52 settimane di trattamento e due terzi hanno ottenuto una remissione istologica alla settimana 26.
Il Crohn è una patologia cronica, progressiva e disabilitante che causa un’infiammazione del tratto gastrointestinale e che può favorire lo sviluppo di restringimenti, fistole o ascessi che necessitano di intervento chirurgico in circa la metà dei pazienti entro dieci anni dalla diagnosi.La localizzazione più frequente è a livello dell’ileo e del colon e dunque i sintomi più tipici sono rappresentati da dolore addominale, diarrea e talvolta febbre. Quando la malattia interessa il tratto superiore dell’intestino è possibile avere anche nausea e vomito. Infine, nei pazienti con malattia perianale, di solito i sintomi sono il dolore in regione anale e talvolta gonfiore e secrezioni in quest’area. La diarrea è il sintomo più comune, cui si aggiungono dolori addominali e crampi, affaticamento, perdita di peso, sangue e muco nelle feci e a volte blocchi intestinali, fistole e ulcere. A causa di uno scarso assorbimento dei nutrienti, la malattia di Crohn può causare perdita di peso e sintomi correlati alla mancanza di vitamine e oligoelementi.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Sclerosi multipla: Il peso eccessivo peggiora la malattia

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 giugno 2019

Una verità per molte patologie che ora uno studio italiano conferma anche per la sclerosi multipla: la situazione immuno-metabolica delle persone con sclerosi multipla recidivante-intermittente, la forma più diffusa della malattia. gioca un ruolo importante nel determinare la gravità della patologia, fin dagli esordi. Lo studio, finanziato in gran parte dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM), è stato condotto grazie a uno sforzo collaborativo tra l’Unità di Neurologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), l’Istituto per l’Endocrinologia e l’Oncologia Sperimentale del CNR (IEOS-CNR) di Napoli, il Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche dell’Università di Napoli Federico II, assieme all’Unità di Neuroimmunologia del San Raffaele di Milano.Pubblicata sul giornale scientifico Multiple Sclerosis Journal, la ricerca, che ha coinvolto 140 persone con sclerosi multipla recidivante remittente (SMRR), ha evidenziato come i pazienti in sovrappeso e obesi abbiano un maggiore rischio di presentare già al momento della diagnosi una maggiore disabilità alla scala EDSS (Expanded Disability Status Scale), lo strumento comunemente usato per valutare la gravità della sclerosi multipla. I ricercatori hanno inoltre approfondito a livello immunologico la relazione tra sclerosi multipla e peso corporeo eccessivo, analizzando i livelli di infiammazione del sistema nervoso centrale, la concentrazione di fattori connessi al peso corporeo come la leptina (ormone prodotto da grasso), di citochine infiammatorie e la concentrazione dei grassi nel sangue.La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria del sistema nervoso centrale che colpisce la mielina, una guaina che riveste i neuroni e ne permette la conduzione degli stimoli elettrici. Nei pazienti obesi, l’analisi del liquido cerebrospinale (che viene raccolto con la puntura lombare) ha mostrato un livello più elevato di interleuchina-6 (IL-6) e leptina, due molecole ben note per essere promotrici del processo infiammatorio nel sistema nervoso centrale. Al contrario l’interleuchina-13 (IL-13), che ha azione antinfiammatoria, è risultata ridotta. Inoltre, livelli più elevati di trigliceridi e un più elevato rapporto tra colesterolo totale e colesterolo HDL, sono stati correlati a livelli di IL-6 più alti.“Questo studio – dice Mario Stampanoni Bassi, Neurologo del Neuromed – conferma che l’obesità è associata a una maggiore gravità sintomatologica della sclerosi multipla recidivante remittente. In particolare, l’analisi del liquor cerebrospinale ha evidenziato il ruolo della leptina prodotta dalle cellule adipose. Studi precedenti hanno dimostrato che questa molecola è direttamente coinvolta nel complesso rapporto fra metabolismo e infiammazione. I nostri risultati suggeriscono quindi che l’eccessivo peso corporeo, o un profilo lipidico alterato, provochi una maggiore espressività clinica della malattia”.
“È importante – commenta Diego Centonze, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università Tor Vergata e Responsabile dell’Unità di Neurologia dell’IRCCS Neuromed – definire con esattezza la relazione tra obesità, lipidi del sangue e sclerosi multipla. Ricordiamo che il peso corporeo eccessivo e le dislipidemie sono implicati in diverse condizioni infiammatorie croniche, ma sono anche fattori che dipendono strettamente dallo stile di vita. L’adozione di strategie specifiche, come la dieta o una maggiore attività fisica, potrà quindi aprire la strada alla possibilità di migliorare la condizione dei pazienti con sclerosi multipla, contrastando l’aumento di disabilità nel tempo”.
Infine, aggiunge – Giuseppe Matarese, Professore Ordinario di Patologia Generale presso l’Università di Napoli Federico II, Dipartimento di Medicina Molecolare e Responsabile del Treg Cell Lab dell’Istituto di Endocrinologia e Oncologia Sperimentale del CNR di Napoli – “questo studio pone le basi e rafforza ancora di più la prospettiva dell’utilizzo di approcci nutrizionali (per esempio dieta e restrizione calorica) volti a riprogrammare l’infiammazione nei confronti del sistema nervoso centrale. Questa idea è anche oggetto di un nuovo Progetto Speciale Finanziato dalla FISM che stiamo per iniziare in collaborazione con Neuromed e varie istituzioni della Regione Lazio (Università la Sapienza di Roma, la Fondazione Santa Lucia e l’Ospedale San Camillo) e della Regione Campania (Università Federico II e Ospedale Cardarelli). Una sperimentazione clinica che vuole comprendere se la dieta sia in grado di potenziare l’efficacia di farmaci di prima linea nella sclerosi multipla, con evidenti importanti ripercussioni sulla progressione della malattia.Questo studio conferma l’impegno della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla a promuovere e indirizzare una ricerca innovativa e responsabile, insieme alle persone e con un impatto concreto sulla loro qualità di vita.

Posted in Medicina/Medicine/Health/Science | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »