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Cure per la malattia di Lyme/Cures for Lyme Disease

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 giugno 2018

Più di 300.000 nuovi casi di malattia di Lyme, la malattia da zecche più comune negli Stati Uniti, sono diagnosticati ogni anno. In una nuova intervista con CMRubinWorld, Dr. Brian Fallon, Direttore delle Malattie di Lyme e zecche Research Center presso la Columbia University Medical Center Irving rivela che, nonostante le difficoltà di trovare una cura per questa complessa e debilitante malattia, la medicina di precisione e della biotecnologia stanno accelerando la scoperta di nuovi strumenti con cui i medici saranno in grado di diagnosticare e trattare i pazienti. In un libro autorevole nuova, Columbia University Medical Center medici Brian Fallon e Jennifer Sotsky spiegano perché c’è molto motivo di ottimismo. “Attraverso un rapido sequenziamento genetico, gli scienziati possono identificare diversi ceppi di Borrelia burgdorferi (agente eziologico della malattia di Lyme), così come le nuove infezioni microbiche zecche, come la Borrelia miyamotoi, Borrelia mayonii, e il virus Heartland”, dice Fallon. La scoperta di questi nuovi microbi all’interno zecche ha contribuito in modo significativo i ricercatori in quanto “fornisce un punto di partenza per lo studio della patogenesi, lo sviluppo di vaccini, e il trattamento.”, Osserva Fallon che i ricercatori sono stati anche in grado di schermo migliaia di farmaci per stabilire quali abbiano la capacità di distruggere Borrelia.Brian Fallon, MD, MPH è il direttore delle Malattie di Lyme e zecche Research Center presso la Columbia University Irving Medical Center e autore con Jennifer Sotsky di conquistare malattia di Lyme: Scienza Ponti il ​​Great Divide, pubblicato nel 2018 dalla Columbia University Press.
More than 300,000 new cases of Lyme disease, the most common tick-borne illness in the United States, are diagnosed each year. In a new interview with CMRubinWorld, Dr. Brian Fallon, Director of the Lyme and Tick-Borne Diseases Research Center at the Columbia University Irving Medical Center reveals that despite the challenges to find a cure for this complex, debilitating disease, precision medicine and biotechnology are accelerating the discovery of new tools with which doctors will be able to diagnose it and treat patients.In an authoritative new book, Columbia University Medical Center physicians Brian Fallon and Jennifer Sotsky explain why there is much cause for optimism. “Through rapid genetic sequencing, scientists can identify many different strains of Borrelia burgdorferi (causative agent of Lyme disease) as well as new tick-borne microbial infections, such as Borrelia miyamotoi, Borrelia mayonii, and the Heartland virus,” says Fallon. The discovery of these new microbes inside ticks has significantly helped researchers since it “provides a starting point for the study of pathogenesis, vaccine development, and treatment.” Fallon notes that researchers have also been able to screen thousands of drugs to determine which have the ability to destroy Borrelia.
Brian Fallon, MD, MPH is the Director of the Lyme and Tick-Borne Diseases Research Center at the Columbia University Irving Medical Center and the author with Jennifer Sotsky of Conquering Lyme Disease: Science Bridges the Great Divide, published in 2018 by Columbia University Press.

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Oltre i limiti della malattia

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Bergamo. Grazie alla generosità di Ubi Banca e dell’Associazione IBIS, arriva al Papa Giovanni una figura professionale – tecnicamente un case manager, letteralmente “coordinatore del caso” – specializzata nel facilitare l’accesso dei pazienti con SLA e altre gravi malattie neurologiche ai servizi di cui hanno bisogno, anche quelli fuori dall’ospedale, come vuole la Riforma del Sistema socio sanitario di Regione Lombardia.E’ questo il cuore del progetto Superabile, chiamato così perché ha come obiettivo ultimo quello di consentire ai pazienti di superare i limiti imposti dalla malattia, soprattutto sul fronte della comunicazione e dei movimenti, e di acquisire nuove abilità e competenze e una migliore qualità della vita.
Superabile è l’estensione del progetto “Un Case manager per la SLA”, realizzato nel triennio 2015-2017 grazie al sostengo dell’ Associazione Ibis, che ha visto un professionista impegnato nella rilevazione dei bisogni assistenziali dei pazienti con SLA – in occasione degli accessi in day Service, degenza, a domicilio o interpellando medici, infermieri, terapiste, psicologhe e assistenti sociali -, per adeguare il piano assistenziale alle effettive necessità e consentire la tempestiva fornitura di protesi e ausili per il movimento, il controllo ambientale, la comunicazione e il superamento di barriere architettoniche.Il progetto Superabile intende ricalcare questo percorso, estendendo la figura del Case Manager anche ai pazienti con altre malattie neurologiche che comportano un analogo deficit funzionale e neuromotorio destinato a peggiorare nel tempo, e adeguandone il ruolo ai cambiamenti previsti dalla Riforma del Sistema socio sanitario della Regione Lombardia.Questo progetto è realtà grazie alla sensibilità e generosità di Ubi Banca e dell’Associazione IBIS, da tempo vicine al Papa Giovanni, ai suoi pazienti e alle loro necessità.
“Nuovamente ci troviamo a collaborare con l’Ospedale di Bergamo, portando avanti una storica ed importante sinergia che risale alla sua fondazione e confermando la nostra volontà di tradurre in modo concreto lo slogan “fare Banca per bene” – interviene Luca Gotti, Responsabile Macro Area Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest di UBI Banca -. Il progetto che oggi viene presentato, e che ci coinvolge direttamente, rappresenta un sostanziale tentativo di combattere una terribile malattia che potrebbe affliggere tutti quanti noi, ecco il motivo per cui abbiamo accolto la richiesta di aiuto dell’Associazione IBIS, riaffermando così, una volta di più, il nostro ruolo istituzionale all’interno del tessuto bergamasco e il forte legame che abbiamo con le Associazioni.”“Grazie alla generosità del territorio bergamasco siamo riusciti già dal 2015 ad anticipare le linee strategiche di cura e presa in carico che la Riforma della sanità di Regione Lombardia sta estendendo a tutti i pazienti cronici e fragili – ha commentato Carlo Nicora, direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Oggi riusciamo a rinnovare ed estendere questo servizio, sempre grazie al sostegno di realtà bergamasche molto attente ai bisogni dei malati, consapevoli che i case manager sono figure sempre più centrali nella cura di pazienti con necessità che vanno oltre il confine del reparto o dell’ambulatorio ospedaliero”.

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La malattia rende (più) cattivi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Roma Giovedì 12 Aprile 2018 – Ore 16.30 – Oratorio Arciconfraternita S. Caterina – Via Monserrato 111. In particolare, in Oncologia, la scoperta di aver contratto la malattia condiziona in negativo le relazioni interpersonali tra il paziente e il suo mondo di riferimento: familiare, lavorativo, affettivo? Quanto una malattia incide sui sentimenti, quanta “cattiveria” aggiunge in un normale rapporto di vita quotidiana con le cose e le persone con le quali si convive? E ancora: tali comportamenti che perseguono, senza motivazioni apparenti e oggettive, “il male degli altri” – una sorta di “salvazione” attraverso il dolore altrui – quanto alla fine interferiscono con il buon andamento delle terapie, con la speranza della guarigione, nei rapporti con chi si prende cura della malattia e della persona, dentro e fuori gli ospedali? E se la “cattiveria”, intesa come piacere della sofferenza altrui senza un apparente vantaggio personale, è pre-esistente al male? E se si impadronisce, per effetto riflesso, di soggetti che hanno relazione con il paziente? Insomma: “quando il male rende cattivi” e la cattiveria diventa un ostacolo sconosciuto e pericoloso nei percorsi di cura, che si deve fare?… L’obiettivo della tavola rotonda è un’occasione di approfondimento realmente transdisciplinare sul fenomeno della “cattiveria” nei pazienti complessi, come quelli oncologici. Il tema appare stimolante, anche se insidioso, per le ripercussioni cliniche che potrebbe avere. Emergono i richiami culturali e le moltissime differenze, con comportamenti o sentimenti presenti nelle diverse fasi della malattia oncologica come rabbia, malvagità, aggressività. Diversamente da queste, il tema della cattiveria è affrontato raramente in Medicina e ancor meno in Oncologia, sebbene la sua carica di negatività ostacoli la cura e interagisca pesantemente con il benessere del paziente. “Pianeta Medicina & Salute” di maggio ospiterà un ampio servizio.

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Caccia aperta alla proteina che “infiamma” la malattia di Alzheimer e di Parkinson

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

alzheimer-cervelloI giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia tornano a caccia di proteine come potenziali target farmacologici per curare la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questa volta si tratta della proteina LRRK2: si cercherà di capire se e come possa essere associata alla neuroinfiammazione, caratteristica presente in entrambe le malattie neurodegenerative. L’associazione tra la proteina LRRK2 e la neuroinfiammazione è già stata studiata in modelli cellulari e animali che riproducono la malattia di Parkinson, la domanda attuale è capire se LRRK2 possa essere associata anche alla malattia di Alzheimer, spiega la dottoressa Isabella Russo, che coordinerà due giovani ricercatori presso l’unità di Genetica dell’ IRCCS Fatebenefratelli nel progetto di ricerca “LRRK2 come nuovo target farmacologico per la cura delle malattie neurodegenerative” (costo 410.000 euro). L’obiettivo è scoprire il meccanismo d’azione della proteina in queste patologie, a scopo terapeutico. «Diversi studi in letteratura – racconta – indicano eventi neuropatologici in comune tra la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questo progetto si pone l’obiettivo di investigare se la neuroinfiammazione mediata dalla proteina LRRK2 possa rappresentare un pathway comune alle due patologie. LRRK2 è un gene mutato nelle forme genetiche di Parkinson e, di interesse, varianti genetiche nel gene LRRK2 sono state associate ad un rischio maggiore di insorgenza di entrambe le malattie. Questo progetto ha la potenzialità in futuro di identificare LRRK2 come un target farmacologico per rallentare la progressione delle due malattie neurodegenerative».

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97esimo Congresso nazionale della Società Oftalmologica italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 2 dicembre 2017

Glaucoma“Il glaucoma è una patologia caratterizzata da una otticopatia, cioè una malattia del nervo ottico, e il più delle volte è determinata da un aumento della pressione oculare. L’obiettivo e’ quello di fare uno screening di massa per cercare di individuare i circa 500mila soggetti in Italia affetti da glaucoma e che non sanno di avere questa malattia, definita il ‘ladro silenzioso della vista’, proprio perche’ ruba il campo visivo in maniera lenta e progressiva”. Cosi’ Lucio Zeppa, primario di oculistica all’ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino in occasione della presentazione della relazione ufficiale Soi 2017 sul trattamento del glaucoma, avvenuta oggi a Roma durante il 97esimo Congresso nazionale della Societa’ Oftalmologica italiana, in programma fino a sabato all’Hotel Rome Cavalieri. La relazione tratta la gestione medica e chirurgica del glaucoma in tutte le sue forme.
“I soggetti piu’ a rischio hanno un’eta’ compresa tra i 40 e i 60 anni- prosegue Zeppa- epoca nella quale piu’ frequentemente la malattia comincia a determinare danni, escluse ovviamente le forme di tipo congenito. I primi segnali possono essere una visione offuscata, la visione di aloni luminosi e un senso di pesantezza a livello perioculare”. Ma cosa e’ emerso dalla relazione della Soi sul glaucoma? “Oggi sono stati fatti passi estremamente in avanti- risponde l’esperto- Dal punto di vista diagnostico, con la alta tecnologia che consente all’oculista, una volta screenato il paziente, di ben stabilizzare la malattia; dal punto di vista terapeutico, con le nuove metodologie chirurgiche e parachirurgiche (mi riferisco ai laser, in particolare); dal punto di vista terapeutico, infine, con tante molecole nuove immesse sul mercato per il controllo della pressione intraoculare”. Grandi passi in avanti si stanno inoltre facendo anche in termini di neuroprotezione. “Il glaucoma, come ho gia’ detto- spiega ancora Zeppa- e’ una malattia caratterizzata da un’alterazione a carico della testa del nervo ottico, quindi il nostro obiettivo non e’ solo quello di ottenere un abbassamento del valore pressorio oculare, ma e’ anche quello di effettuare una neuroprotezione per proteggere questo nervo. Volendo semplificare, noi potremmo paragonare il sistema visivo a quello di una lampadina elettrica: la lampadina e’ l’occhio, il filo della corrente e’ il nervo dell’occhio e l’interruttore il cervello.
La malattia si realizza li’ dove c’e’ il frutto della lampadina, cioe’ l’innesto della lampadina sul filo della corrente. Noi dobbiamo allora cercare in tutte le maniere di andare a proteggere questo frutto, cioe’ il nervo ottico”. Nel corso della presentazione della relazione Soi sul glaucoma, intanto, e’ stato dato particolare rilievo alle piu’moderne tecniche di trattamento chirurgico e alle piu’ attuali metodologie di trattamento con laser. “Mi piace fare sempre questo paragone- aggiunge ancora Zeppa- tra l’oculistica e la cardiochirurgia. In passato il paziente affetto da cardiopatia ischemica aveva due possibilita’: o la terapia medica o il bypass aortocoronarico; poi l’evoluzione tecnologica ha evidenziato le possibilita’, con l’emodinamica, di mettere gli stent nelle arterie coronariche. Nell’oculistica oggi possiamo dunque dire che abbiamo una terapia medica e, mentre in passato si faceva esclusivamente un intervento definito trabeculectomia, oggi abbiamo una via intermedia grazie a dei microsten t minimamente invasivi che si possono inserire nell’occhio per ottenere un abbassamento della pressione oculare”. Studi recenti hanno dimostrato che una molecola, la ‘citicolina’, e’ in grado di rallentare la progressione del glaucoma. È davvero cosi’? “Si’ il nostro obiettivo e’ quello di andare a correggere la testa del nervo ottico e la citicolina ha come finalita’ proprio la protezione della testa del nervo ottico. Viene somministrata in varie forme ed e’ auspicabile, credo in un futuro non troppo lontano, di poter riuscire ad ottenere la localizzazione di questa molecola, che e’ un neuroprotettore, direttamente sulla testa del nervo ottico”.

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Il Parkinson in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 novembre 2017

parkinsonOggi in Italia sono circa 300.000 le persone con malattia di Parkinson, e purtroppo questo numero è destinato a raddoppiare. Nei prossimi 15 anni si stima che si arriverà a 6.000 nuovi pazienti l’anno, di cui la metà colpiti ancora in età lavorativa.
Il prossimo 25 novembre in occasione della Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson promossa dall’Accademia Italiana Malattia di Parkinson e Disordini del Movimento, la Società Italiana di Neurologia (SIN) fa il punto sui progressi della ricerca scientifica.Per la prima volta in Italia verrà realizzato uno studio con l’obiettivo di valutare il complesso dei fattori di rischio e dei fattori protettivi della malattia di Parkinson per identificare le probabili associazioni che possono impattare sulla malattia.“Finora la letteratura scientifica ha riportato gli effetti dei singoli fattori di rischio sullo sviluppo della Malattia di Parkinson – afferma il Prof. Alfredo Berardelli, Ordinario di Neurologia presso l’Università La Sapienza di Roma – Attraverso questo primo studio italiano multicentrico osservazionale intendiamo capire in che modo i diversi fattori interagiscono tra di loro e creano i cambiamenti nel cervello che sviluppano la malattia, cosi come indagare sull’associazione tra fattori di rischio e fattori di protezione con l’obiettivo di prevenire o rallentare il progredire della malattia”. “Tra i fattori di rischio più frequenti – dichiara il Prof. Giovanni Defazio, Ordinario di Neurologia presso l’Università di Cagliari – si annoverano l’età avanzata, la familiarità, il sesso maschile, l’etnia (i più colpiti sono i Caucasici), diversi fattori ambientali, i traumi cranici e i disturbi dell’umore come la depressione. Mentre tra quelli protettivi l’attività fisica è il più importante, seguita da un’attività lavorativa; sembra che anche il fumo e il caffè, malgrado nocivi sotto altri punti di vista, siano considerati fattori protettivi”.Oltre a questo studio italiano, i neurologi continuano a lavorare intensamente a nuove tecniche che permettano una diagnosi il più precoce possibile, addirittura pre-clinica, ossia prima della comparsa dei sintomi motori.“Ai fini di una diagnosi quanto più precoce – afferma il Prof Pietro Cortelli, Ordinario di Neurologia dell’Università di Bologna – è molto importante che i pazienti riferiscano al proprio specialista tutti quei sintomi apparentemente non riconducibili alla Malattia di Parkinson come ad esempio il deficit olfattivo, la depressione, i dolori delle grosse articolazioni e i disturbi comportamentali durante il sonno. Si tratta, infatti, di sintomi non motori che possono aiutare a identificare soggetti a rischio di sviluppare la malattia con un anticipo di 10-12 anni. In questo modo si potrebbe iniziare il trattamento sintomatico o neuro-protettivo nella fase pre-motoria della malattia e sarebbe possibile cambiare il decorso della malattia, rallentandone la progressione.La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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Malattie della pelle in aumento

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

ospedale bresciaBrescia. Psoriasi, dermatite atopica e vitiligine sono malattie infiammatorie della pelle sempre più diffuse. Molti pazienti possono essere trattati dal dermatologo senza farmaci ma con gli strumenti messi a disposizione dalla fototerapia, in cui gli Spedali Civili di Brescia sono un punto di riferimento europeo. La fototerapia consiste nell’esposizione alla luce con particolari apparecchiature che permettono di irradiare il paziente o solo alcune zone specifiche del corpo, evitando l’uso di farmaci biologici, molto costosi, che possono provocare effetti indesiderati anche pesanti e sono comunque controindicati in pazienti portatori di infezioni croniche o che hanno sofferto di tumori.“La fototerapia è da tempo un approccio utilizzato con successo nel nostro ospedale – afferma il prof. Piergiacomo Calzavara-Pinton, Direttore del Dipartimento di Dermatologia all’Università di Brescia e Presidente SIDeMaST, (Società Italiana di Dermatologia medica e chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmesse) -, non riduce le difese immunitarie e può essere efficace quanto le terapie farmacologiche. Inoltre i costi sono ridotti rispetto all’uso di alcune molecole: un ciclo di farmaci biologici costa circa 15mila euro per paziente ogni anno, utilizzando le apparecchiature per la fototerapia si possono trattare efficacemente tra i 100 e i 200 pazienti al giorno, con un notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale.” Con i nuovi macchinari, a tecnologia laser, LED o a eccimeri, l’esposizione alla luce può essere localizzata e regolata sulla persona e sul tipo di malattia modulando il sistema immunitario senza avere la tossicità sistemica tipica dei farmaci biologici, che tra l’altro non sono indicati in pazienti con epatite B o C, HIV e tumori.”
Di fototerapia, ma anche di malattie causate da sensibilità alla luce e di fotoprotezione si parla al 3° Corso Europeo di Fotodermatologia che si apre oggi al Centro Pastorale Paolo VI a Brescia. Nella prima giornata sotto i riflettori i meccanismi della fotodermatologia (fototerapia e fotosensibilità), nella seconda invece si approfondiranno i temi della fotoprotezione. “In seguito all’esposizione al sole i pazienti con fotodermatosi autoimmuni come eritema solare (polimorfo solare) e orticaria solare – continua il prof. Calzavara-Pinton – hanno una potente reazione cutanea perché il loro sistema immunitario non si adatta alla luce come nelle persone sane. Reazioni fotoallergiche o fototossiche da farmaci o sostanze naturali applicate localmente o assunte per bocca sono anche frequentissime. L’esposizione solare, insieme all’inquinamento ambientale, contribuisce in modo determinante all’invecchiamento della pelle. Per averne un’idea basta guardare la differenza tra la pelle del viso e quella della pancia: hanno la stessa età, hanno mangiato le stesse cose, ma la pelle del viso ha un aspetto più vecchio con molte più rughe e macchie. Dunque, come dobbiamo proteggere la pelle? I solari, e ne esistono moltissimi in commercio, non sono sempre adeguati. A volte si usano i prodotti sbagliati e in modo errato. È importante sapere quali prodotti usare e in che modo”. Tutto ciò rappresenta un ulteriore costo per il SSN. Nella seconda giornata del corso previsti anche i contributi dei direttori medici di alcune delle maggiori aziende produttrici di prodotti solari impegnate nella ricerca sulla fotoprotezione, insieme ai clinici, per mettere a punto nuove linee guida europee per la fotoesposizione che saranno disponibili il prossimo anno.

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BPCO, una malattia che gli europei conoscono poco

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 settembre 2017

European public opinion“Hai mai sentito parlare di BPCO?” Due volte su tre, la risposta a questa domanda è “no”. Soltanto il 45% dei tedeschi, il 44% degli inglesi, il 41% degli spagnoli, appena il 20% dei belgi e, fanalino di coda, il 10% degli italiani, infatti, ha risposto di sì. A rivelarlo è un’approfondita indagine realizzata a luglio da GfK Eurisko in cinque paesi europei (Italia, Germania, Spagna, Regno Unito, Belgio) su un campione di 4.250 persone dai 18 anni in poi. In media, “ha sentito parlare di BPCO” il 35% degli intervistati e soltanto il 10% ha associato la sigla alla Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva. Un numero sorprendentemente basso per una malattia che colpisce 348 milioni di persone nel mondo e che entro il 2020 sarà la terza causa di decesso. L’indagine GfK Eurisko “La BPCO (Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva) le conoscenze, i vissuti, l‘impatto sulla qualità di vita”, svela molti aspetti di questa malattia e della percezione che se ne ha. Correttamente, viene considerata grave o molto grave nella quasi totalità dei casi (95%) e nella classifica delle patologie più severe viene messa al quinto posto, dopo cancro, infarto, ictus e Alzheimer. Anche riguardo alla prevenzione c’è un buon livello di consapevolezza: i dati mostrano che per la maggior parte delle persone che la conoscono, la BPCO può essere prevenuta non fumando o smettendo di fumare (84%) e facendo controlli periodici (63%). Il fumo, in particolare, è considerato la causa principale dell’insorgere della malattia (da oltre l’80% di chi ne ha sentito parlare), seguito dall’inquinamento (54%) e dalla familiarità (37%).“È indispensabile che si alzi la guardia su questa malattia, che nel mondo causa tre milioni di morti ogni anno”, afferma Leonardo M. Fabbri, già Professore di Medicina Interna e Respiratoria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, Visiting Professor di Medicina Interna e Respiratoria all’Università di Ferrara e Gothenburg (Svezia). “Secondo l’indagine GfK Eurisko – continua Fabbri – l’opinione pubblica la pone al quinto posto tra le malattie più invalidanti, dopo gli eventi cardiovascolari. Ma pochi forse sanno che oggi la mortalità di chi è ricoverato in ospedale per infarto è del 15% a tre anni, mentre la mortalità di un paziente con BPCO ricoverato per una riacutizzazione della malattia, cioè un peggioramento acuto dei sintomi, è del 50% nello stesso periodo”.
I sintomi della malattia più presenti risultano essere la stanchezza (48%), la mancanza di fiato/fiato corto (dispnea, 46%), la tosse secca (40%), il senso di oppressione sul petto e la difficoltà a respirare (31%).Ma al di là dell’elenco dei singoli sintomi, i dati svelano il grande impatto della malattia sulla qualità della vita. La BPCO influenza la vita in generale nel 75% dei casi, il lavoro e le attività quotidiane nel 66%, la vita sociale, le relazioni e la vita familiare nel 56% e la vita di coppia nel 51%.
Scendendo più nel dettaglio, nel 79% dei casi i pazienti hanno difficoltà a fare qualsiasi tipo di attività sportiva; nel 62% non riescono a dedicarsi come vorrebbero al proprio hobby; nella stessa percentuale (62%) non riescono a prendersi cura dei bambini o a giocare con loro; il 56% limita i viaggi, il 53% la vita affettiva, il 47% gli incontri con gli amici e il 42% le uscite per andare al ristorante, al cinema, a teatro, al pub.
Solo il 35% dei pazienti intervistati assume un solo farmaco, il 42% ne assume due e ben il 23% ne assume tre o più. Questo per molti significa dover gestire più inalatori: un problema che si riflette sull’aderenza al trattamento. Se il 75% segue le prescrizioni del medico, infatti, uno su quattro non riesce: la metà perché si sente meglio e pensa di non aver bisogno del farmaco, il 41% perché si dimentica, il 13% perché “assumere tante medicine lo fa sentire malato”. Altri commentano che “è difficile utilizzare differenti tipi di inalatore”, che la cura non è efficace e che è una cura complicata, ed è facile commettere errori.
In ultimo, l’indagine ha sondato quali siano i bisogni ancora insoddisfatti di questi pazienti. Ebbene, la stragrande maggioranza – 85% – vorrebbe un farmaco che lo facesse stare meglio, il 77% vorrebbe un farmaco che agisse più in fretta, il 65% vorrebbe usare un solo inalatore, il 60% vorrebbe dover assumere un solo farmaco.

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Glaucoma: malattia sempre più neurologica

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

GlaucomaL’occhio come il cervello: un organo che può subire gli effetti del tempo ed essere colpito da neuro-degenerazione. Solo che mentre i danni al cervello si manifestano sotto forma di malattie cognitive, come Alzheimer o Parkinson, negli occhi la neuro-degenerazione si può presentare sotto forma di glaucoma. Una patologia in crescente aumento: nel mondo il numero delle persone di età tra i 40 e gli 80 anni affette da glaucoma è attualmente di 64.3 milioni ed è previsto aumentare a 76.0 milioni nel 2020 e a 112 milioni nel 2040 (1). A spiegare qual è il nesso tra glaucoma e neuroprotezione sono il Professor Stefano Gandolfi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, e il Professor Carlo Nucci, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica presso il Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata, intervenuti al Meet the Expert, organizzato con il patrocinio della Società Italiana Glaucoma (SIGLA).
Alcuni studi dimostrano che l’esposizione prolungata al sole senza una protezione adeguata può provocare danni permanenti agli occhi. La luce ultravioletta (UV), che si riflette maggiormente sulla sabbia e sull’acqua, può provocare una bruciatura sulla superficie dell’occhio (cornea e congiuntiva). L’esposizione a lungo termine può influenzare non solo la superficie dell’occhio, ma anche le strutture interne, tra cui la retina. L’esposizione non protetta alla luce UV è un fattore di rischio per la cataratta e la degenerazione maculare, ma per il glaucoma? “Non c’è un nesso tra il sole e questa patologia” chiarisce il Professor Carlo Nucci Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Milano.

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Artrite reumatoide: progressi terapeutici

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

artrite reumatoideMadrid. L’Artrite Reumatoide sino a qualche anno fa era una malattia legata ad una buia prospettiva di invalidità. Dal Congresso Europeo di Reumatologia, EULAR da poco concluso a Madrid, emergono importanti novità sulla patologia, non più considerata inesorabile. “Se la malattia è riconosciuta in tempo e trattata adeguatamente, anche le forme moderate e gravi possono essere controllate efficacemente” dichiara il Professor Luigi Sinigaglia dell’ Unità Operativa di Reumatologia dell’Istituto Gaetano Pini di Milano. Un problema che solo in Italia interessa oltre 400mila pazienti e con una prevalenza sulla popolazione stimata intorno allo 0.5% .
L’AR ha un impatto importante sulla vita dei malati: circa il 90% dei soggetti ha qualche grado di disabilità entro i 30 anni dall’esordio. Nel 22% dei casi il malato è costretto ad abbandonare ogni tipo di lavoro ed il 10% necessita di assistenza continuativa. Ma anche l’aspettativa di vita diminuisce: in media di 4 anni negli uomini e di 10 nelle donne se la malattia non viene adeguatamente trattata.
Secondo alcune analisi tratte dai dati emersi dallo studio RA-BEAM, la nuova ‘small molecule’ baricitinib, inibitore reversibile degli enzimi JAK1 e JAK2 (Janus chinasi, noti mediatori del processo infiammatorio alla base della patologia), ha dimostrato di essere in grado di inibire la progressione del danno articolare ad un anno nei pazienti con AR in fase attiva, che hanno avuto una risposta inadeguata o insoddisfacente al trattamento di prima linea con DMARDs convenzionali.
Dopo 24 mesi di osservazione la progressione dei danni strutturali articolari causati dalla malattia era significativamente inferiore nei pazienti trattati con baricitinib con un rallentamento significativo della progressione del danno articolare con un profilo di safety accettabile.
Ma non è tutto perché baricitinib prevede una unica somministrazione giornaliera del farmaco in forma orale, fattore apprezzato dai pazienti, che favorisce significativamente l’aderenza ai trattamenti e che rappresenta un indubbio valore aggiunto: “La qualità di vita delle persone è importante” sottolinea il Professor Sinigaglia “per questo la valutazione clinica (mediante indici clinimetrici) è diretta sia a valutare il grado di infiammazione sia la componente soggettiva del paziente che deve essere sempre contestualizzata in relazione al suo stato sociale, alla sua professione e al contesto familiare, permettendo così la scelta del miglior trattamento per quel determinato paziente.”.
“Nel rispondere agli unmet needs, i cosiddetti ‘bisogni insoddisfatti’ dei pazienti adulti affetti da AR moderata a grave che non ottengono miglioramenti significativi o sono intolleranti, ad uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia (DMARD, sigla in inglese di Disease Modifyng Antirheumatic Drugs) baricitinib rappresenta un’interessante novità terapeutica” continua il Professor Luigi Sinigaglia: ha mostrato di migliorare in maniera significativa segni e sintomi della malattia, agendo con un meccanismo d’azione totalmente innovativo. Le terapie che hanno come target gli enzimi JAK sono in grado di ridurre i mediatori dell’’infiammazione: in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, baricitinib è stato associato ad un significativo miglioramento del dolore e della rigidità articolare rispetto al placebo e rispetto ad adalimumab dopo 12 settimane di trattamento.
All’EULAR sono stati diffusi anche i risultati dell’indagine “RA Matters” commentati da Antonella Celano alla guida di APMAR (Ass. Per. Mal. Reumatiche) : “i sintomi fisici come la stanchezza (43%) e il dolore (39%) continuano ad essere le barriere più grandi per le persone con artrite reumatoide sul posto di lavoro. Oltre il 60 per cento di persone affette da questa patologia hanno difficoltà generiche e il 23% denuncia problemi con le routine quotidiane come l’igiene e la cura personale. E’ più del 50% la quota di malati che auspica che le persone sane possano comprendere meglio l’impatto fisico e psicologico che l’artrite reumatoide ha sulla propria vita. Dati che ci confermano quanto sia importante usare farmaci che migliorino queste percentuali e abbiano un effetto sulla qualità dell’esistenza globale”. (foto. artrite reumatoide)

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La morte annunciata di un ergastolano

Posted by fidest press agency su sabato, 3 giugno 2017

carcereQuando una persona in libertà è malata, spesso, anche se non sempre, vive in un ambiente che rispetta il suo stato, nel senso che riceve cure e assistenza e, di norma, può essere sicura di ricevere attenzione dalla propria famiglia. Sono guai più grandi quando chi si ammala è detenuto in carcere: invece di attenzione trova indifferenza, tanto che spesso il male si trasforma in vergogna. Il prigioniero malato non gode della minima protezione e molte volte gli si fa persino una colpa della sua malattia. Alla prima occasione, al minimo lamento o tentativo di cercare conforto, la malattia gli viene rinfacciata come una colpa. Viene tacciato di non essere un vero ammalato, anzi è considerato sempre “sano” perché socialmente pericoloso. Penso che il detenuto malato sia come un cieco a cui si rimprovera di non vedere. Aurelio è un “uomo ombra” condannato all’ergastolo ostativo, detenuto nel carcere di Padova, con la diagnosi di un grave tumore alla prostata e con la necessità urgente di un intervento chirurgico. Eppure gli è stata respinta la richiesta di differimento della pena per motivi di salute, nelle forme della detenzione domiciliare o, in alternativa, di operarsi in carcere, ma vicino al luogo di residenza dei propri familiari, per essere assistito dalla moglie e dai figli.
Sulle sue spalle pesano ora due gravi condanne, tutte e due mortali: ergastolo e cancro, ma, bizzarria della sorte, una condanna può eliminare l’altra… Dagli uomini è stato condannato alla “Pena di Morte Viva” -così si chiama l’ergastolo ostativo, quello senza possibilità di liberazione- , dal destino invece è stato condannato a morire di un brutto male, solo e lontano dalla sua terra e dai suoi familiari.
Aurelio l’altro giorno mi ha scritto che non ha neanche più la forza per stare male, ma che ciò che lo terrorizza è la paura di doversi spegnere lentamente, fra sbarre e cemento.
Penso che abbia ragione, perché quello che fa più paura a un uomo ombra malato è morire prigioniero, lontano dai propri familiari. Invece quello che terrorizza un uomo ombra sano è continuare a vivere senza neppure un calendario in cella per segnare i giorni che mancano al suo fine pena.Aurelio sta morendo, a poco a poco, in una prigione dei “buoni”. Ecco le sue più recenti parole: “Sono dimagrito 25 chili. Ormai sono pelle e ossa. E con la testa non ci sono più. Ho solo voglia di impiccarmi. Ti prego fai qualcosa. Non farmi morire nel silenzio e nell’ indifferenza”.Mi dispiace Aurelio, ma io posso fare ben poco per aiutarti, se non scrivere queste quattro righe che quasi nessuno leggerà. Ti ricordi che una volta ti avevo detto che la morte, per farci dispetto, noi ergastolani ci porterà con sè per ultimi? Oggi sono costretto ad augurarti che sia veramente così e ti mando un sorriso pieno di vita. (Carmelo Musumeci) (foto: carcere)

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Osteoartrite: una nuova medicina rigenerativa

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

osteoartriteL’osteoartrite è un processo degenerativo che interessa circa il 15% della popolazione mondiale e colpisce prevalentemente individui in età adulta oppure giovani che sollecitano in modo eccessivo le articolazioni come gli sportivi professionisti e gli obesi. L’artrosi all’anca e al ginocchio è considerata l’undicesima causa globale di disabilità in quanto il dolore articolare determina un handicap che condiziona le attività quotidiane dell’individuo con serie ripercussioni nell’ambito socio sanitario. Dati confermati da una recente metanalisi pubblicata su Plos One che ha preso in esame diversi studi clinici, che vanno tutti nella stessa direzione e confermano un miglioramento nei sintomi percepiti e misurati con tecniche di imaging diagnostico, con valori incoraggianti: miglioramento del 44% dei sintomi a 6 mesi, e 59% a 12 mesi (secondo la scala IKDC che prende in esame le attività svolte senza dolore, il numero di giorni con dolore nelle ultime 4 settimane, la severità dello stesso e la rigidità e il gonfiore). I trattamenti fino ad oggi utilizzati, come antinfiammatori (FANS), iniezioni intra-articolari di centrifugati di grasso, di gel piastrinico e acido ialuronico sono riusciti in minima parte a contrastare la sintomatologia, ma non certo ad intervenire nel processo degenerativo del tessuto cartilagineo. L’assunzione di farmaci, inoltre, ha portato un aumento delle patologie a carico dell’apparato gastrointestinale e cardiaco. L’osteoartrite è quindi di un problema di natura degenerativa che vede nella medicina rigenerativa, e quindi nelle cellule staminali, l’unico approccio sostenibile. Nello specifico, le cellule staminali che hanno la capacità di differenziarsi in condrociti sono quelle mesenchimali, la cui fonte elettiva è il tessuto adiposo perché è facile da prelevare ed è sempre disponibile.La capacità di differenziarsi in condrociti rende rigenerativa la terapia con le cellule staminali perché, una volta iniettate nei pressi della lesione, si differenziano in nuove cellule che rimpiazzano quelle obsolete o danneggiate rinnovando i tessuti.La svolta in questa direzione è stata segnata dalla pubblicazione del report dello studio ADIPOA, durato 54 mesi e finanziato dall’Unione Europea, con 12 centri europei di ortopedia riuniti in un consorzio coordinato dal Centro Universitario di Montpellier. Questo studio multicentrico, oltre a confermare la sicurezza e l’efficacia dell’uso di cellule staminali derivate dal tessuto adiposo ed espanse, nel trattamento dell’osteoartrite del ginocchio, ha anche definito il dosaggio ideale per una singola iniezione intra-articolare.Questo studio ha affermato indirettamente che l’uso del grasso in osteoartrite è privo di risultato a meno che non si proceda all’isolamento e coltura delle cellule staminali mesenchimali in esso contenute.Bioscience Institute, presso la cell factory di San Marino e Dubai, segue lo stesso protocollo di coltura usato nel corso dello studio ADIPOA e prevede un mini prelievo di grasso da circa 20 ml per ottenere circa 100 milioni di ADSC, divise in 10 provette da 10 milioni di cellule ciascuna, per altrettanti trattamenti da effettuarsi sullo stesso paziente (autologo). Disporre di 100 milioni di cellule crioconservate permette anche la ripetizione dei trattamenti nel tempo senza doversi sottoporre nuovamente al prelievo di grasso. La procedura beneficia quindi di tutte le evidenze di sicurezza ed efficacia che sono state espresse dallo studio finanziato dalla UE. A differenza delle colture di condrociti, utilizzate per due decadi ed indicate per persone giovani, le cellule staminali sono idonee a trattare con successo anche persone tra 80 e 90 anni.
L’osteoartrite è l’espressione del progressivo processo degenerativo che affligge le cartilagini e quindi, indirettamente, le articolazioni e loro funzionalità. I sintomi classici come dolore, rigidità articolare, tensione muscolare e instabilità, inducono il paziente all’immobilità nel tentativo di evitare il dolore con la conseguenza di produrre uno stato depressivo peggiorativo del quadro generale.
La progressione della malattia segue uno sviluppo parallelo all’invecchiamento dei condrociti, cellule che compongono la cartilagine e che si rigenerano difficilmente dopo i 50 anni oppure a seguito di danni da traumi. (foto: osteoartrite)

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Il diabete nel Lazio

Posted by fidest press agency su domenica, 7 maggio 2017

diabete testTerzo posto al Lazio per prevalenza di diabete in Italia, con il 6,6 per cento della popolazione colpita dalla malattia. Situazione molto preoccupante soprattutto a Roma e provincia – dove risiedono più persone con diabete che in tutto il Piemonte, ben 286 mila. Nella sola capitale si concentra il 50% delle persone con diabete residenti nel Lazio, ovvero quasi 190 mila persone, pari a quanti diabetici risiedono in Toscana. “Non bastasse, il Lazio e, in particolare, Roma registrano un aumento di obesità e invecchiamento della popolazione, entrambi fattori di rischio strettamente legati all’incremento della prevalenza del diabete”, spiega Ketty Vaccaro, Fondazione Censis e coordinatore di Roma Cities Changing Diabetes. “Il numero di persone obese, ad esempio, ha avuto un aumento del 21 per cento negli ultimi 13 anni nel Lazio, tant’è che oggi 1 residente su 10 in età adulta è affetto dalla malattia”, sostiene Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch. “Inoltre, anche il numero di over 65 ha subìto una crescita analoga negli ultimi anni, raggiungendo nella sola città di Roma la quota di 631 mila persone. Anche il problema della sedentarietà non è da sottovalutare. Nel Lazio oltre il 40 per cento della popolazione è totalmente sedentaria e solo un quinto dei cittadini svolge attività fisica con regolarità”, aggiunge Nicolucci. D’altro canto tra le 339 mila persone che ogni giorno si spostano per lo più all’interno della capitale per motivi di lavoro o studio, ben 1 su 5 impiega oltre 45 minuti per il viaggio, valore decisamente superiore a quello nazionale. Se si considera che quasi il 60 per cento utilizza l’auto, se ne deduce che sono in molti i cittadini di Roma che trascorrono parte della loro giornata seduti nel traffico caotico romano. Il lato positivo è che Roma risulta essere uno tra i comuni più verdi d’Europa vantando un’estensione di parchi, giardini, ville storiche e aree protette di vario tipo di 16,5 m2 per abitante, considerate funzionali per lo stato di salute e al benessere della persona.
Questi dati emergono dall’analisi preliminare del progetto internazionale Cities Changing Diabetes per Roma e l’area metropolitana presentato oggi nella sede della Città Metropolitana di Roma. Dopo Città del Messico, Copenhagen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg è, infatti, Roma la metropoli scelta per il 2017 dal progetto nato tre anni fa in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Il progetto in Italia e a Roma è coordinato dall’Health City Institute in collaborazione con il Ministero della Salute, l’Anci, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istat, la Fondazione Censis, Coresearch, l’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Medi-Pragma e tutte le Università di Roma, le Società scientifiche del diabete e dell’obesità e le associazioni pazienti e di cittadinanza.

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Europa: 55 donne su 100 muoiono o moriranno per colpa di una malattia cardiovascolare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 marzo 2017

trombosi-1L’Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, in occasione della 6° Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, dal 21 marzo al 12 aprile, dà appuntamento a tutti, in Italia e all’estero, sui social media con la campagna social «I CAMBIAMENTI PIU’ IMPORTANTI SI FANNO CON UN….. SALTO», invitando a fare un SALTO di conoscenza e di qualità che può salvare la vita. Le malattie da Trombosi si chiamano Infarto, Ictus, Embolia: colpiscono ogni anno 600mila persone in Italia, uno spreco enorme, perché almeno 200 mila avrebbero potuto evitarle, cambiando in tempo il proprio stile di vita. Le malattie a Trombosi sono l’incontro più probabile per tutti coloro che hanno o avranno più di 50 anni, e non solo: ma potranno essere evitate, con l’informazione e con un atto di volontà che ci permetta di cambiare stile, facendo un SALTO di qualità per la nostra vita e per la vita di chi ci sta accanto. Solo 33 italiani su 100 sanno di questo pericolo e dell’opportunità di evitarlo: è un vero spreco, ALT lavora perché tutti hanno il diritto di sapere, di prendersi la responsabilità di agire e di SALTARE. ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, in occasione della 6° Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, dal 21 marzo al 12 aprile, dà appuntamento a tutti, in Italia e all’estero, sui social media, invitando a fare un SALTO di conoscenza e di qualità che può salvare la vita.

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Sla: Individuati i batteri intestinali che rallentano la progressione della malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

Human intestine with intestinal bacteria, 3D illustration

Human intestine with intestinal bacteria, 3D illustration

La SLA è una malattia neurodegenerativa in grado di provocare la morte dei neuroni che controllano il movimento. Nei pazienti che ne soffrono si osserva una progressiva perdita della capacità di muoversi, parlare, deglutire e, in fase terminale, anche di utilizzare i muscoli deputati alla respirazione. Secondo quanto riportato sulla rivista Clinical Therapeutics, il modello murino di SLA utilizzato dai ricercatori americani è caratterizzato da una maggiore permeabilità intestinale e da un’alterata composizione del microbioma, con una netta riduzione dei batteri che producono butirrato.
Dal momento che le modificazioni a livello intestinale sembrano insorgere nei topi prima dei sintomi tipici della SLA, gli studiosi hanno ipotizzato che, come già dimostrato per altre malattie neurologiche, l’omeostasi intestinale e la composizione del microbioma possano svolgere un ruolo anche nello sviluppo della patologia.
«L’intestino e il cervello sono collegati, quindi non siamo sorpresi che la salute del primo impatti sulla funzionalità del secondo» dichiara Jun Sun, coordinatrice dello studio. I ricercatori, sulla base dei risultati ottenuti nei topi, ipotizzano che l’alterazione del microbioma e la perdita dell’omeostasi intestinale siano associati alla patofisiologia della SLA. Inoltre, l’efficacia del butirrato nel ristabilire l’equilibrio intestinale e nel ritardare la progressione della malattia suggerisce la possibilità di individuare in questo composto una nuova opportunità terapeutica. A tal proposito, Jun Sun sottolinea che «attualmente è disponibile un unico farmaco per il trattamento della SLA, che è in grado di aumentare la sopravvivenza dei pazienti solo di pochi mesi». E aggiunge: «Il butirrato è già disponibile sul mercato americano come supplemento e i risultati preliminari ottenuti nei topi sono molto promettenti: ecco perché riteniamo necessario condurre nuovi studi per verificare i suoi effetti nei pazienti affetti da SLA». I ricercatori hanno quindi deciso di somministrare a un gruppo di topi transgenici sodio butirrato sciolto in acqua per un periodo di due mesi e mezzo: i dati ottenuti indicano che, rispetto al gruppo di controllo, i roditori trattati hanno mostrato uno dei primi sintomi della SLA, ovvero la perdita di peso, con un ritardo di 40 giorni.
La somministrazione di butirrato è risultata associata a una maggiore sopravvivenza, in media 38 giorni in più rispetto ai topi non trattati. Gli studiosi hanno potuto rilevare anche alcuni effetti a livello intestinale, come la riduzione della permeabilità intestinale e la correzione della disbiosi. In particolare, nei topi trattati è stato osservato l’aumento sia dei batteri in grado di produrre butirrato (Butyrivibrio fibrisolvens), sia di quella popolazione di Firmicutes che risulta meno rappresentata nel modello murino di SLA. Le persone affette da SLA a livello mondiale sono oltre 420.000, di cui circa 6.000 soltanto in Italia. Alcune stime parlano di circa 14.000 nuovi casi all’anno nel mondo. Ciò significa che, ogni giorno, 384 persone sono colpite dalla malattia. (fonte: http://www.alsmndalliance.org).
Il microbioma, la nuova frontiera della ricerca scientifica. Il microbioma umano è l’insieme dei microbi che si trovano nel nostro corpo e dei loro geni. Un vero e proprio “superorganismo” composto da cellule umane e non umane, dove le cellule batteriche sono 10 volte di più delle nostre: 100 trilioni contro 10 trilioni. Il microbioma, principalmente quello intestinale, si modifica in funzione della dieta, dell’attività fisica, delle medicine assunte e sempre più studi correlano la biodiversità del microbioma a stati patologici quali obesità, patologie cardiovascolari, malattie autoimmuni, depressione, patologie neurologiche, fino al processo di invecchiamento vero e proprio.Leggi l’articolo su microbioma: http://microbioma.it/neuroscienze/sla-individuati-batteri-intestinali-che-rallentano-la-progressione/
Consulta l’articolo originale: http://www.clinicaltherapeutics.com/article/S0149-2918(16)30927-4/abstract (fonte: Microbioma.it)

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Viaggio nel pianeta di una malattia “misconosciuta”

Posted by fidest press agency su sabato, 26 novembre 2016

porta nuova milanoMilano Lunedì 12 dicembre 2016 10:30 – 12:00 Spazio Open Viale Monte Nero, 6 Centralità del paziente, sostenibilità economica e appropriatezza delle cure sono i punti cardine che hanno guidato questo progetto, ideato e curato da Claudio Barnini, giornalista AGIR, e supportato da Chiesi Farmaceutici. L’idea nasce dalla volontà di coinvolgere tutti gli “attori” che ruotano attorno alla Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una grave patologia diffusa ma ancora sotto diagnosticata, i cui sintomi sono a tutt’oggi sottostimati o persino poco o per nulla conosciuti.Le voci di pazienti, medici, ricercatori, scienziati, giornalisti, industria, associazioni, istituzioni sono state ascoltate e raccolte per definire un quadro d’insieme funzionale a contrastare la BPCO e le sue complicanze, e per migliorare la qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari. Parteciperanno:
– Claudio Barnini, giornalista AGIR (curatore del libro e moderatore)
– Francesco Blasi, Professore ordinario Malattie Respiratorie, Università di Milano
– Claudio Cricelli, Presidente SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e Cure Primarie
– Salvatore D’Antonio, Presidente Associazione Italiana Pazienti BPCO
– Marco Zibellini, Direttore Medico di Chiesi Farmaceutici

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Nuove linee guida sul trattamento della malattia arteriosa periferica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2016

Coronary Angioplasty procedure - plague blocking blood flow 1L’American Heart Association e l’American College of Cardiology hanno pubblicato sulle rispettive riviste Circulation e Journal of the American College of Cardiology un documento congiunto sulla gestione della malattia arteriosa periferica (Pad), che sostituisce la versione del 2011. «La malattia arteriosa periferica è una malattia piuttosto frequente che può avere gravi conseguenze, e le linee guida di pratica clinica sono un importante strumento per fare il punto sulle diverse opzioni terapeutiche da proporre a questi pazienti» esordisce Heather Gornik, vice presidente del comitato di esperti che ha firmato le linee guida e specialista in cardiologia e medicina vascolare alla Cleveland Clinic, spiegando che il nuovo documento include suggerimenti su quando prendere in considerazione l’angioplastica nei pazienti con malattia arteriosa periferica in forma meno grave, ma che continuano ad avere significative limitazioni nel cammino nonostante i farmaci e l’allenamento strutturato. «In questa sottopopolazione le procedure vascolari per migliorare il flusso di sangue agli arti inferiori sono spesso una ragionevole opzione di trattamento» sottolinea l’autrice. Dal punto di vista della terapia medica gli esperti Aha/Acc raccomandano l’uso di statine per ridurre l’accumulo di colesterolo all’interno delle pareti arteriose. Consigliando ai pazienti con malattia arteriosa periferica anche gli antiaggreganti come l’aspirina o il clopidogrel, le linee guida elencano le condizioni in cui la duplice terapia anti-piastrinica può essere presa in considerazione, come per esempio dopo un intervento di chirurgia vascolare o il posizionamento di uno stent. «Come nel documento precedente, l’attività fisica viene ritenuta un elemento fondamentale nella gestione della Pad, e consigliamo a tutti i pazienti di partecipare ad allenamenti strutturati» ribadisce Marie Gerhard-Herman, presidente del gruppo di esperti e cardiologa al Brigham and Women’s Hospital. «Aggiornare periodicamente il modo in cui trattare malattie complesse incorporando gli ultimi studi è fondamentale per garantire ai medici la possibilità di fornire le migliori cure ai loro pazienti» conclude l’autrice. (fonte: doctor33) (foto: malattia arteriosa periferica)

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Oncologia: “Dal vissuto della malattia agli strumenti per prevenirla e vincerla”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2016

villa-mediceaEmpoli Villa Medicea di Cerreto Guidi 26 novembre (a partire dalle ore 10.00) “Dal vissuto della malattia agli strumenti per prevenirla e vincerla” è il tema del convegno promosso dal Centro Donna di Empoli dell’Ausl.
L’evento prevede (dopo i saluti del sindaco Simona Rossetti, del direttore generale dell’Ausl Toscana Centro Paolo Morello Marchese, della direttrice della villa medicea di Cerreto Guidi Cristina Gnoni Mavarelli e l’introduzione del direttore della direzione diritti di cittadinanza e coesione sociale della Regione Toscana Monica Piovi) una serie di interventi che permetteranno di approfondire problematiche relative alle malattie tumorali con cui le donne sono spesso costrette a confrontarsi.
Durante il convegno si parlerà di: “Tumore alla mammella: un paradigma dell’oncologia” con Gianni Amunni, direttore generale dell’ISPO di Firenze; “La salute della donna nella realtà toscana” con Anna Maria Celesti, coordinatore del Centro di coordinamento regionale per la salute e la medicina di genere; “Alto rischio genetico e strategie di prevenzione” con Domenico Palli, direttore della struttura complessa di Epidemiologia dei fattori di rischio e degli stili di vita dell’ISPO di Firenze; “Innovazione negli screening: estensione fasce di età, tomosintesi” con Letizia Salvadori, dirigente medico presso l’unità operativa semplice Diagnostica senologica del “San Giuseppe” di Empoli; “La ricostruzione del seno” con Claudio Caponi, coordinatore del Centro senologico di Empoli dell’Ausl Toscana Centro; “Sostegno psicologico e cura della ferita emotiva” con Guida Corsi della psicologia ospedaliera di Empoli dell’Ausl Toscana Centro.
Nel pomeriggio, a partire dalle ore 14.00, si parlerà, invece, dell’importanza di una corretta e sana alimentazione come fattore salute con Maria Giannotti, direttore dell’unità operativa Igiene degli alimenti e nutrizione di Empoli; dei “Giochi di forme e colori con la frutta e verdura” con Claudio Menconi, docente all’Istituto alberghiero di Barga; nonché delle varie tipologie di attività sportive a scopo terapeutico e riabilitativo con Emanuela Marconcini, dirigente della UISP, con le donne dell’Astro Dragon Ladies, con Claudia Parisi per il Nordic Walking e con Massimo Baragli, responsabile tecnico della “Scuola Cani Guida” della Regione Toscana per “Il Valore aggiunto della pet-therapy”.
L’evento si concluderà, alle ore 17.00, con l’esibizione del coro “Le Stelle di Astro”, costituito da alcune delle partecipanti agli incontri di musicoterapia vocale organizzati da ASTRO, sotto la direzione della cantante e musicoterapeuta Jenny Fumanti.

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Schizofrenia, patologia “giovane”

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 ottobre 2016

schizofreniaUna malattia che compromette le prestazioni sociali di persone giovani, nel pieno della vita lavorativa e produttiva, alterando gli equilibri anche all’interno delle famiglie: ancora oggi il “peso” maggiore ricade sulla figura del caregiver, quasi sempre un familiare, che tra i suoi compiti assistenziali deve anche spesso ricordare al paziente di assumere la terapia. È il profilo della schizofrenia che emerge dalla ricerca “Addressing misconceptions in schizophrenia”, realizzata da Janssen su pazienti e caregiver, presentata a Milano in occasione di un incontro che ha fatto il punto sulle attività del progetto TRIATHLON – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi, che proprio in Lombardia inaugura una nuova fase con il lancio delle iniziative legate alla dimensione sociale del progetto, finalizzate al reinserimento del paziente.
La metà (50%) dei pazienti italiani che hanno partecipato alla survey ha un’età compresa tra i 31 e i 50 anni, il 35% tra i 18 e i 30 anni; conseguentemente, anche i caregiver sono persone giovani nel pieno della loro vita (il 72% ha tra i 28 e i 50 anni), che si trovano a dover gestire da sole l’assistenza, i trattamenti e l’impatto della malattia schizofrenica sulle attività quotidiane del paziente. Dalla ricerca emerge che la preoccupazione maggiore dei caregiver riguarda proprio quest’ultimo aspetto: il 63% degli intervistati teme gli effetti “destabilizzanti” della malattia sul corso ordinario delle attività e si mostra preoccupato per il lavoro, lo studio, le attività sociali del paziente. L’indagine sottolinea una volta di più l’importanza di intervenire “presto e bene”, obiettivo oggi possibile grazie all’approccio integrato di cura e all’evoluzione delle risorse farmacologiche. «I dati che emergono da questa indagine fanno capire quanto sia importante intervenire tempestivamente, oggi più che mai – commenta Claudio Mencacci, Presidente Società Italiana di Psichiatria (SIP) – dati recenti ci dicono che questi pazienti arrivano nei DSM dopo un periodo medio di 7 anni: troppi, se consideriamo che in un periodo così lungo la malattia peggiora, con conseguenze sulle condizioni del paziente e sulla qualità di vita del paziente stesso e della sua famiglia. Inoltre, un intervento efficace dovrebbe essere coordinato e integrato tra le parti: solo così può portare a una reale riabilitazione e al reinserimento nella società».
Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), sono circa 24 milioni le persone che nel mondo soffrono di schizofrenia a un qualunque livello. La malattia si manifesta in percentuali simili negli uomini e nelle donne. Nelle donne si osserva la tendenza a sviluppare la malattia in età più avanzata. In Italia sono circa 300.000 le persone che soffrono di questo disturbo. Coloro che si ammalano appartengono a tutte le classi sociali. Non si tratta, pertanto, di un disturbo causato dall’emarginazione o dal disagio sociale.

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Gli esperti sulla Malattia di Gaucher

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 ottobre 2016

porto antico genovaGenova 11 ottobre 2016 Palazzo della Borsa a partire dalle 8.15 XII incontro annuale sulla Malattia di Gaucher. L’evento è sotto la guida della dottoressa Maja Di Rocco, responsabile dell’Unità operativa semplice dipartimentale di Malattie Rare dell’Ospedale Gaslini di Genova, che da dodici edizioni è responsabile scientifico dell’evento, affiancata da uno Scientific Steering Committee, l’appuntamento chiamerà a raccolta i medici che da anni si occupano della patologia. La giornata, che sarà aperta appunto dalla dottoressa Di Rocco con la presentazione degli obiettivi dell’incontro, vedrà tra i protagonisti il professor Timothy M. Cox, del Dipartimento di Medicina dell’Università di Cambridge, che terrà una lectio magistralis proprio sui benefici della terapia, dal titolo “Development of substrate reduction therapy in Gaucher disease” e parlerà di una nuova terapia orale per la Malattia di Gaucher, che potrebbe migliorare la qualità di vita delle persone affette per le quali ad oggi è disponibile solo l’infusione endovenosa. Durante i lavori, diversi altri specialisti ed esperti svilupperanno una serie di argomenti di discussione (in allegato, il programma) per poi arrivare alle conclusioni, in serata.
E’ così che anche quest’anno, Genova ospiterà i maggiori esperti nazionali e internazionali della Malattia di Gaucher, per fare il punto su diagnosi, terapia, esperienze e ricerca riguardo a questa patologia rara che in due terzi dei soggetti affetti vede l’esordio in età pediatrica. Anche se la diagnosi è spesso ritardata all’età adulta. E’ a partire dalla prima edizione del 2005 che ogni anno, grazie al contributo non condizionato di Genzyme, gli esperti si riuniscono a Genova per confrontarsi e discutere sulle più recenti acquisizioni sulla Malattia di Gaucher. L’obiettivo raggiunto è stato la creazione di un gruppo di lavoro italiano che coinvolge non solo i clinici dei centri di riferimento per la malattia di Gaucher del nostro Paese, ma anche i medici ospedalieri che effettuano ogni quattordici giorni la terapia enzimatica sostitutiva. Un gruppo di lavoro coeso, che ha condiviso le conoscenze ed elaborato le esperienze cliniche in pubblicazioni di rilievo internazionale, creando cultura e professionalità per questa malattia rara. Un percorso che ha permesso di rendere omogeneo l’approccio clinico e terapeutico.
Nel 2014, per esempio, è stato presentato un algoritmo che individua la malattia già nei bambini. Creato da un gruppo di metabolisti ed ematologi, l’algoritmo è nato partendo da due premesse: la prima è che più del 30% di chi manifesta la malattia lo fa, appunto, in età pediatrica, pure se la diagnosi può arrivare con ritardo anche di otto o dieci anni. La seconda è che con la giusta terapia, se iniziata precocemente, si possono evitare danni permanenti e irreversibili agli organi. Durante il convegno, saranno presentati i primi risultati di uno studio italiano che, applicando appunto l’algoritmo, aiuta il pediatra a diagnosticare precocemente i bambini affetti dalla malattia.
La Malattia di Gaucher è una condizione rara ed ereditaria con una frequenza intorno a 1 su 40.000 persone. A causa della carenza di un enzima, la beta-glucosidasi acida (glucocerebrosidasi), che ha il ruolo di scindere una molecola di natura lipidica, la malattia porta un accumulo di lipidi nelle cellule denominate appunto di Gaucher. Questo provoca l’ingrossamento della milza e del fegato con anemia, ematomi, sanguinamento eccessivo, ma anche osteoporosi o alterazioni ossee. La malattia di Gaucher fu descritta per la prima volta nel 1882, ma gli studi clinici sono partiti molti anni dopo. Basti pensare che solamente nel 1984, grazie alla madre di un bambino statunitense e a un gruppo di ricercatori, si iniziò la sperimentazione della terapia con l’enzima mancante.

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