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Posts Tagged ‘malattia’

Ipertrigliceridemia persistente e malattia cardiovascolare aterosclerotica

Posted by fidest press agency su domenica, 5 settembre 2021

L’American College of Cardiology (ACC) ha pubblicato di recente una guida per la riduzione del rischio di malattia cardiovascolare aterosclerotica (atherosclerotic cardiovascular disease, Ascvd) in pazienti con ipertrigliceridemia persistente. Si tratta in particolare di un Expert Consensus Decision Pathway (ECDP), con cui gli esperti vogliono colmare il vuoto presente nella pratica clinica per quanto riguarda la gestione di un alto rischio di Ascvd con l’ipertrigliceridemia persistente e l’integrazione di terapie che non siano statine.Come spiegato nell’articolo pubblicato su Jaac, i pazienti con ipertrigliceridemia ad alto rischio di Ascvd hanno il rischio più elevato di eventi Ascvd ricorrenti e quindi ottengono il massimo beneficio da un ulteriore abbassamento del colesterolo Ldl con l’aggiunta di terapie non statiniche. Nel documento si sottolinea come la modifica dello stile di vita sia una componente fondamentale per la riduzione del rischio Ascvd, sia prima sia durante l’utilizzo di farmaci ipolipidemizzanti. Tale modifica prevede di seguire una dieta sana per il cuore, svolgere regolare attività fisica, mantenere un peso nella norma, evitare i prodotti con tabacco e limitare il consumo di alcol. Si raccomanda inoltre ai pazienti con ipertrigliceridemia persistente di rivolgersi a dietisti oltre che ai professionisti cardiovascolari e vengono fornite raccomandazioni, per medici e pazienti, anche per quelli con Ascvd accertato, diabete mellito, grave ipertrigliceridemia e altri fattori di rischio. Una linea guida sulla gestione del colesterolo ematico insieme a una raccolta delle considerazioni nella valutazione del rischio era stata rilasciata nel 2018 dall’ACC insieme all’American Heart Association (AHA) e in collaborazione con altre associazioni mediche. «Dopo la pubblicazione della linee guida sul colesterolo del 2018 sono emerse nuove prove in merito alle opzioni di trattamento per un approccio basato sul rischio di trigliceridi in pazienti a rischio con ipertrigliceridemia persistente» scrivono gli autori nelle conclusioni. «Gli algoritmi presentati in questo ECDP avallano le raccomandazioni identificate nelle linee guida sul colesterolo 2018 e si rivolgono alla gestione dell’ipertrigliceridemia in 4 popolazioni di pazienti che incontrati di frequente dai medici nella pratica quotidiana» spiegano. (Fonte Doctor33)

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Unsic: “Rifinanziare l’indennità per malattia a chi è in quarantena”

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2021

L’assenza dal lavoro privato per quarantena legata aI contatto con una persona positiva al Covid-19 è rimasta fuori dalla tutela previdenziale a carico dell’Inps. Una questione di non poco conto. In sostanza, a causa della mancanza di stanziamento pubblico per il 2021 per equiparare la quarantena a cui debbono sottoporsi coloro che vengono in contatto con persone positive al Covid-19 all’assenza per malattia, i lavoratori del settore privato sono fuori dalla tutela previdenziale con tale indennità.Nei giorni scorsi, durante il suo intervento alla Festa dell’Unità di Modena, il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha citato la questione e ha aperto uno spiraglio sulla possibilità che la tutela venga nuovamente finanziata, assicurando che sarà discussa nel prossimo Consiglio dei ministri.Come ricorda un ottimo pezzo sul Post, l’assenza dal lavoro “per quarantena” corrisponde al periodo di isolamento fiduciario che deve rispettare chi è venuto in contatto con persone positive al coronavirus e non coincide con l’isolamento che le persone positive sono tenute a rispettare. La legge stabilisce che duri dieci giorni per le persone non vaccinate e sette giorni per quelle vaccinate.Nelle prime settimane dell’emergenza da coronavirus, con il decreto cosiddetto “Cura Italia”, il primo che ha affrontato la delicata materia, l’assenza per quarantena era stata equiparata al trattamento economico e previdenziale della malattia. Il governo ci aveva messo su 663,1 milioni di euro.Per questo 2021, invece, le risorse sono scomparse. Come ha fatto sapere l’Inps a inizio agosto, tale indennità “non potrà essere erogata per gli eventi avvenuti nell’anno in corso”. In sostanza, finiti i fondi, sparita la tutela previdenziale per i lavoratori assenti dal lavoro per quarantena dopo un contatto con un positivo accertato.Si tratta di un problema di non poco conto sia da un punto di vista sanitario sia economico. Infatti c’è innanzitutto il rischio che un lavoratore eviti di denunciare il contatto con un positivo proprio per non incappare nella quarantena forzata. Il risvolto economico, infatti, è sostanzioso: sul fronte dei tagli in busta paga, Il Sole 24 Ore ha calcolato che possano arrivare fino a 461 euro netti per ciascun periodo di quarantena.La delicata questione investe soltanto i lavoratori del settore privato, perché il decreto legge numero 18 del 2020 stabilisce che il periodo trascorso in quarantena per i dipendenti pubblici debba sempre essere equiparato al periodo di ricovero ospedaliero, con retribuzione piena.L’Unsic denuncia il problema, chiedendo il rifinanziamento urgente della misura. Il mancato indennizzo e il conseguente taglio in busta paga rischiano di spingere i lavoratori a non segnalare il contatto con persone positive, facendo così aumentare la diffusione del virus.

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Sclerosi multipla: dalle lipossine un possibile strumento per combattere la malattia

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 giugno 2021

Uno studio internazionale, pubblicato dalla rivista Cell Reports, ha scoperto nelle lipossine un possibile trattamento della Sclerosi Multipla, malattia autoimmune/degenerativa con la quale in Italia si confrontano quotidianamente circa 130mila persone. Le ‘lipossine’ sono le molecole che iniziano la fase conclusiva di un processo infiammatorio acuto, innescando la successiva produzione delle resolvine, ossia le molecole responsabili dei processi di riparazione e ripristino dell’equilibrio con l’ambiente esterno dei tessuti danneggiati.La sfida di utilizzare queste molecole per bloccare l’infiammazione nella sclerosi multipla è stata raccolta dai ricercatori di tre centri di ricerca: la Fondazione Santa Lucia IRCCS, l’Università di Amsterdam e l’Università di Berna, in collaborazione anche con la Harvard Medical School USA, in un lavoro co-finanziato dal Ministero della Salute e dalla Fondazione italiana Sclerosi Multipla il braccio della ricerca di AISM. A Roma, Amsterdam ed Harvard lavorano tre esperti di fama internazionale delle resolvine applicate alla Sclerosi Multipla. Questo lavoro ha unito i dati e le competenze dei gruppi di ricerca del dott. Chiurchiù, del dott. Kooij e della dott.ssa Enzmann, proseguendo il lavoro del dott. Serhan, dell’Università di Harvard, scopritore delle lipossine (1984) e delle resolvine (anni 2010). Questa collaborazione nella ricerca ha permesso la condivisione di dati e modelli sperimentali utilizzando anche campioni di pazienti colpiti da Sclerosi Multipla, accelerando il processo verso la possibile traslazione in nuovi farmaci che possano aiutare le persone ad affrontare la malattia.È il frutto di 2 anni di collaborazione e ha visto la partecipazione di 14 ricercatori. Iniziato da una condivisione di conoscenze e di lavori, e da un’idea del dott. Chiurchiù e del dott. Kooij, è stato possibile realizzarlo in un tempo breve, nonostante il covd-19 che ha ridotto lo scambio di materiali e di campioni tra gli istituti di ricerca, grazie all’esperienza del dott. Serhan e ai modelli disponibili sia all’università di Berna sia a campioni biologici (sangue e plasma) forniti dal Santa Lucia IRCCS.Il meccanismo anti-infiammatorio che si ottiene utilizzando le lipossine in questa nuova strategia terapeutica potrebbe essere utile e replicabile anche su altre patologie croniche autoimmuni infiammatorie, come ad esempio l’artrite reumatoide, la psoriasi e molte altre, che vedono nell’infiammazione cronica un momento fondamentale dello sviluppo delle lesioni. Questo è particolarmente importante considerata la sempre maggiore diffusione di questo tipo di patologie nei paesi industrializzati.

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Via libera emendamento FdI su malattia Covid professionisti

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 Maggio 2021

“Grazie a Fratelli d’Italia è stato riconosciuto il principio del differimento per malattia Covid dei termini relativi agli adempimenti che i professionisti devono rispettare. Infatti, è stato approvato l’emendamento di FdI al dl Sostegni, a prima firma de Bertoldi, che peraltro aveva incontrato un ampio consenso tra le forze parlamentari. Con il via libera a questo emendamento, oltre a rispondere a quella richiesta di tutele che giungeva dal mondo professionale, sarà possibile evitare, sia ai liberi professionisti e sia ai loro clienti, il rischio di sanzioni per ritardi in adempimenti causati dal Covid. Un obiettivo che Fratelli d’Italia, attraverso il Dipartimento Professioni, ha portato avanti con grande determinazione in sintonia con i rappresentanti del mondo professionale, finora colpevolmente abbandonato dagli ultimi due governi. E’ dall’inizio della pandemia che denunciamo questa situazione, rilanciando il grido di dolore che giunge dal mondo della libera professione lasciato solo, con inadeguati se non nulli ristori, ad affrontare il peso economico della pandemia. Un mondo che conta oltre 1 milione e 400mila soggetti e che contribuisce in maniera importante allo sviluppo della nostra Nazione ed al Prodotto Interno Lordo. Finalmente, grazie a Fratelli d’Italia si dà ascolto a questo importante settore, fornendo aiuti concreti. Adesso l’auspicio è che il via libera all’emendamento apra la strada all’approvazione in tempi rapidi del ddl, sempre a firma FdI, sulla malattia e l’infortunio dei professionisti non limitato soltanto al Covid”. Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani.

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Covid-19, chi è vaccinato può sviluppare la malattia a causa delle varianti

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 Maggio 2021

Due nuovi casi di Covid-19 hanno permesso ai ricercatori di un’università statunitense di capire che anche le persone vaccinate possono essere soggette a sviluppare la malattia, soprattutto a causa delle varianti del virus. «I casi di malattia da nuovo coronavirus che si presentano in persone completamente vaccinate o che sono guarite potrebbero essere dovuti alla rapida evoluzione del virus, e i test in corso su individui immunizzati saranno importanti per aiutare a mitigare future epidemie» afferma Robert Darnell, della Rockfeller University, in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, di cui è autore senior.I ricercatori hanno effettuato un monitoraggio all’interno della comunità dell’università in cui due individui completamente vaccinati sono risultati positivi al coronavirus. Entrambi avevano ricevuto due dosi del vaccino Moderna o Pfizer, e la seconda dose era stata somministrata più di due settimane prima del test positivo. Una persona era inizialmente asintomatica e poi ha sviluppato i tipici sintomi di Covid-19, mentre l’altra ha mostrato sintomi prima del test. Entrambi gli individui sono guariti a casa, e questo fatto supporta le prove che suggeriscono che la vaccinazione sia efficace nel prevenire malattie gravi. Il sequenziamento del genoma ha rivelato mutazioni multiple in entrambi i campioni virali, tra cui la variante E484K, identificata per la prima volta in Sud Africa e Brasile, in uno dei due pazienti, e la variante S477N, che si è diffusa a New York da novembre, nell’altro. «Questi pazienti sono stati vaccinati, hanno avuto ottime risposte immunitarie e tuttavia hanno avuto un’infezione clinica» spiega Darnell, che ha guidato la ricerca con la collaborazione di immunologi e genetisti. I ricercatori sono stati in grado di rilevare dai test di routine in corso alla Rockefeller University una quantità di virus nei campioni di saliva sufficiente per sequenziare l’Rna virale utilizzando un nuovo metodo di test del coronavirus sviluppato nei loro laboratori. Da gennaio, l’università ha richiesto a tutti i dipendenti che lavorano in presenza di essere testati settimanalmente utilizzando questo test Pcr basato sulla saliva. Quello che hanno potuto osservare suggerisce che esiste una piccola probabilità che gli individui vaccinati possano comunque continuare a diffondere il virus.«L’idea che potremmo non avere più necessità di test nel mondo post-vaccino probabilmente non è accettabile in questo momento. Per quanto ne sappiamo attualmente, anche le persone completamente vaccinate che sviluppano sintomi respiratori dovrebbero prendere in considerazione di sottoporsi al test per Covid-19, e dovrebbero fare lo stesso in caso di esposizione a individui con infezione nota» prosegue Darnell. Gli esperti sottolineano che, data la portata della pandemia, c’è un’enorme quantità di virus nel mondo in questo momento, il che significa un’enorme opportunità per lo sviluppo e la diffusione delle mutazioni. «Questa sarà una sfida per chi dovrà sviluppare vaccini nei prossimi mesi e anni» concludono gli autori. (doctor33)

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Scoperto un nuovo meccanismo alla base della malattia di Parkinson

Posted by fidest press agency su sabato, 24 aprile 2021

Grazie allo studio di una rara forma ereditaria della malattia di Parkinson, ricercatori dell’Università di Trento hanno descritto un nuovo meccanismo patologico alla base della malattia che potrebbe in futuro essere sfruttato in chiave terapeutica anche per le forme non genetiche. Pubblicato sulla rivista Brain*, il lavoro è stato coordinato da Giovanni Piccoli, ricercatore del Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata (Cibio), con il supporto del programma carriere della Fondazione Telethon, l’Istituto Telethon Dulbecco.Quella di Parkinson è una malattia neurodegenerativa ad evoluzione lenta ma progressiva, che coinvolge specifiche aree del cervello, i gangli della base, deputate al controllo del movimento e dell’equilibrio. Nel tempo si assiste alla degenerazione di specifici neuroni presenti nei gangli della base, quelli dopaminergici, e parallelamente alla comparsa di aggregati di proteine con effetto tossico sulle cellule. Ad oggi le basi molecolari della malattia non sono ancora note e questo ha ostacolato lo sviluppo di farmaci risolutivi: infatti, le terapie farmacologiche attuali basate sul trattamento L-DOPA o DOPA agonisti sono in grado soltanto di alleviare i sintomi, ma non di risolvere la malattia alla radice.Si stima che nel mondo siano oltre 10 milioni le persone colpite dalla malattia di Parkinson. Nella maggior parte dei casi l’insorgenza è del tutto sporadica, ma esistono anche rare forme familiari di origine genetica, causate cioè da mutazioni a carico di specifici geni: studiarle si è rivelato molto utile per fare luce sui meccanismi, ancora in gran parte oscuri, della patologia. Il gruppo guidato da Piccoli si occupa di una particolare proteina espressa sia nel cervello che in altri tessuti, LRRK2, che quando presenta la mutazione G2019S è responsabile di circa il 10 per cento delle forme genetiche di Parkinson.Coinvolta in diversi meccanismi cellulari, fra cui il controllo dell’attività neuronale, LRRK2 è una chinasi, ovvero una proteina che agisce trasferendo un gruppo fosfato ad altre molecole: questa reazione chimica, denominata fosforilazione, è un meccanismo fondamentale usato dalle proteine per regolare i programmi cellulari. In presenza della mutazione G2019S, associata all’insorgenza di forme familiari di Parkinson, LRRK2 aumenta la sua attività di fosforilazione. Inoltre, studi condotti su materiale autoptico di pazienti e neuroni umani generati a partire da cellule pluripotenti hanno evidenziato come la mutazione G2019S di LRRK2 induca morte cellulare e formazione di aggregati proteici. Tra le proteine bersaglio di LRRK2 c’è anche NSF, un enzima coinvolto nel traffico delle vescicole: ed è proprio su questo enzima che si sono concentrati i ricercatori del Cibio.

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“Il Diabete è una malattia silente: l’impatto In Italia e nelle Regioni”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 febbraio 2021

Secondo i dati Istat 2019, nel nostro Paese sono 3,5 milioni le persone con diabete, ovvero il 5,8 per cento dell’intera popolazione, con un aumento di oltre il 60 per cento di casi dal 2000. Nonostante i progressi terapeutici, in Italia ancora più di 20.000 persone muoiono ogni anno a causa del diabete e, in questo anno segnato dalla pandemia, il diabete è una delle concause di morte rilevate più frequentemente nei decessi da SARS-CoV-2. Giunto alla quattordicesima edizione, l’Italian Barometer Diabetes Report, offre una fotografia della situazione del diabete a livello nazionale e con approfondimenti per ciascuna realtà regionale. L’iniziativa parte dal presupposto che la raccolta e la condivisione di informazioni possa stimolare quel dibattito necessario a promuovere la cultura del fare e quindi contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che questa malattia rappresenta e potrà rappresentare.

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Malattia e infortunio, le tutele per il paziente Covid-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2021

Medico in quarantena perché contatto stretto di paziente positivo al Covid-19? L’Inps verserà metà stipendio. Seguito a casa come asintomatico dopo tampone positivo? Prenderà il 10% in più. Il medico con Covid è anche dipendente? Difficilmente sarà licenziato anche dopo il periodo di comporto di 18 mesi, se l’ospedale lo ha messo in prima linea. Se medico di famiglia la storia cambia. Un tema abbastanza noto, ma oggi sulle tutele in caso di esposizione o contagio si può tracciare un quadro e tratteggiare come, e per chi, agiscono le coperture per infortunio e malattia. Copertura Inail – La circolare Inail 13 del 3 aprile 2020 equipara i contagi di Covid-19 avvenuti sul lavoro a infortuni se di durata superiore a 3 giorni. Ma si rivolge ai dipendenti: medici, infermieri ed altri sanitari, e ancora cassieri, banconisti, personale ospedaliero dei reparti infettivi, tecnici e portantini. Fuori ospedale ci sono altre regole. Al dipendente contagiato, il datore di lavoro deve conservare il posto per il periodo di comporto (18 mesi per il medico ospedaliero); il datore di lavoro copre al 100% il giorno di contagio e al 60% i tre successivi, dopodiché Inail paga il 60% dello stipendio dal 4° fino al 90° giorno e il 75% dal 91° giorno alla fine della malattia. Se ci sono condizioni nocive di lavoro (sentenze di Cassazione 2579/2020 e 26498/18), il datore di lavoro non può licenziare il dipendente anche dopo il periodo di comporto nella misura in cui il disagio che ha creato tali condizioni è da imputare a lui.Copertura Inps – Per gli altri contagiati “fuori” dal contesto lavorativo non vale la copertura Inail ma l’indennità Inps ordinaria; al paziente in quarantena, contatto stretto di un malato, va il certificato di malattia del medico di famiglia; in caso di tampone positivo, in base alla circolare Inps 5445/2020 il medico di famiglia, allertato dal servizio d’Igiene Asl o dall’Unità speciale di continuità assistenziale che gestisce il paziente a casa, certifica la malattia. Diversi i codici: V07 per i positivi asintomatici, V29 per altri soggetti in quarantena e V15 per i lavoratori in condizioni di rischio. Invece il codice del paziente sintomatico è 480.3 e il codice del coronavirus se conclamato è 079.82. Con l’indennità i primi 3 giorni sono in franchigia (“carenza”), poi Inps versa il 50% dello stipendio dal 4° al 20° giorno, e i due terzi dal 21° al 180° giorno. By Mauro Miserendino fonte: Doctornews33 abstract)

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Anziani e malattia renale cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 5 gennaio 2021

Torino 15 gennaio 2021 alle ore 17.30 all’Accademia di Medicina nella relazione “Malattia renale cronica e prevenzione dei fattori di progressione nell’anziano”, tenuta dal Prof. Piergiorgio Messa, professore ordinario di Nefrologia dell’Università degli Studi di Milano, direttore della Nefrologia Dialisi e Trapianti Renali del Policlinico di Milano e dal 2019 Presidente della Società Italiana di Nefrologia.L’argomento della giornata ed il relatore saranno introdotti dal prof. Piero Stratta, professore ordinario di Nefrologia dell’Università del Piemonte Orientale. Nelle ultime decadi con il progressivo allungamento della vita si è assistito ad un notevole e rapido incremento nelle popolazioni occidentali del numero dei pazienti anziani in età superiore ai 65 anni con malattia renale cronica, con una prevalenza che supera il 13%, ma con dati particolarmente drammatici nell’età superiore ai 70 anni dove la prevalenza supera di molto il 40%. Queste osservazioni unitamente all’esistenza di un’ampia fascia di pazienti con manifestazioni sub cliniche ed alla possibile successiva evoluzione verso l’insufficienza renale terminale, rendono di notevole importanza una diagnosi precoce, un riferimento tempestivo allo specialista ed un trattamento adeguato dei fattori di progressione quali l’ipertensione arteriosa, il diabete associato, il dismetabolismo lipidico, l’obesità, e l’adozione di corretti stili di vita. In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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La Fibromialgia è una malattia invalidante

Posted by fidest press agency su sabato, 28 novembre 2020

On. Stefania Mammì (M5S): “Raggiunto un altro traguardo oggi in Parlamento per riconoscere la Fibromialgia come malattia invalidante. Accolto il mio Ordine del Giorno che impegna il Governo ad inserire all’interno dei livelli essenziali di assistenza (i LEA) anche le prestazioni mediche volte alla diagnosi e alla cura della fibromialgia, e a inserirla tra le malattie croniche ed invalidanti, garantendo così ai tanti malati, il diritto all’esenzione del ticket sanitario. L’emergenza Coronavirus ha costretto le strutture ospedaliere a interrompere i servizi di routine, con conseguenze sul percorso di cura di molte patologie croniche, come la fibromialgia. Una malattia reumatica complessa e altamente invalidante, consiste in un’alterazione dei neurotrasmettitori a livello del sistema nervoso centrale, che causa forti dolori a livello muscolo-scheletrico. 4 milioni di persone in Italia soffrono di questa malattia che interferisce seriamente con la loro vita lavorativa e sociale. Ad essa sono infatti connessi disturbi come: insonnia, cefalea, alterazioni dell’equilibrio, acufeni, tachicardia, disturbi cognitivi, allergie, disturbi d’ansia e depressione. Nonostante ciò, ad oggi, la fibromialgia risulta ancora assente dal nomenclatore del Ministero della Salute e non è quindi prevista alcuna forma di esenzione dalle spese sanitarie”.

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La malattia di Parkinson in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 21 novembre 2020

Si stima che in Italia siano circa 300.000 i pazienti affetti da malattia di Parkinson, il secondo disturbo neurodegenerativo piu’ diffuso al mondo. Ma chi assiste tutti i giorni questi pazienti? Sono i caregiver, spesso i familiari piu’ prossimi i quali si trovano ad affrontare un compito difficile che puo’ avere un notevole impatto sul loro stesso benessere psicofisico. Tanto che da una indagine e’ emerso che il 79% dei caregiver ha avuto ripercussioni sulla salute. Diventa essenziale, quindi, sviluppare programmi in grado di fornire loro gli strumenti assistenziali, psicologici, legali per prendersi cura al meglio del paziente. Un’esigenza che e’ acuita nel periodo del lockdown ma persiste nel corso di questa pandemia. Per questo motivo AbbVie, Accademia LIMPE-DISMOV, Fondazione LIMPE per il Parkinson Onlus e ANIN, si sono fatti promotori della Neuroscience Caregiver Academy (NCA), a spiegare gli obiettivo del progetto a tappe che coinvolge tutta Italia e le nuove frontiere di trattamento nella cura delle patologie degenerative e’ Annalisa Iezzi, direttore medico Abbvie Italia. Gli eventi in presenza sono necessariamente diventati virtuali ma comunque fanno riferimento a grandi ospedali delle rispettive zone di appartenenza. Stiamo ancora definendo le date per gli eventi che si svolgeranno a Catania e Milano che fara’ riferimento all’Istituto neurologico Besta. Lavoriamo con tutti questi importanti centri di riferimento perche’ sono in grado di erogare il supporto necessario”. Quali sono le nuove frontiere nel trattamento della malattia di parkinson ma anche in generale dei disturbi neurodegenerative? “Per noi la priorita’ e’ perseguire l’innovazione in questo campo. La ricerca farmacologica molto spesso e’ soggetta a frustrazioni e fallimenti ma il ricercatore lo mette in conto quando fa questo lavoro. Abbvie e’ una delle poche aziende che continua ad investire nelle malattie neurodegenerative, una delle poche che ha degli asset in sviluppo per l’alzheimer. Quello che noi vediamo a breve e lungo termine e’ continuare a sviluppare farmaci innovativi per il Parkinson in cui l’efficacia clinica e’ ad un ottimo punto di avanzamento nel rallentare la progressione della malattia. Si sta lavorando all’inibizione della proteina Tau che ha un ruolo fondamentale nella patogenesi dell’alzheimer. In Abbvie mette a disposizione per tale patologie un’ampia area dell’azienda”. Ci siamo resi conto che sono stati resi in tale contesto procedimenti piu’ agili che in Italia, molto spesso, erano rallentati dalla burocrazia con cui ci troviamo a lavorare. Posso dire che in questo specifico progetto c’e’ una vera e propria alleanza in cui le competenze di un attore privato vengono poste allo stesso livello di quelle assolutamente elevate del sistema statale e dunque del Ssn. Credo che questa sia la prima di moltissime altre partnership che andranno avanti. E’ una ottima opportunita’ per noi e come coinvolgimento delle Istituzioni mettiamo in campo una triade di collaborazioni anche con le Istituzioni e con l’ambiente politico che ci governa”.

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Convegno: La ricerca italiana nella terapia della Malattia di Gaucher

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2020

Quest’anno si terrà in forma di webinar il 7 ottobre, per permettere a tutti di partecipare in sicurezza. Il convegno, che sarà aperto dal responsabile scientifico dell’evento – la dottoressa Maja Di Rocco – nella prima sessione tratterà di una condizione rara che ha alcuni sintomi in comune con la Malattia di Gaucher, la Malattia di Niemann Pick tipo A/B (ASMD). Questa sessione verrà preceduta dalla Keynote lecture “Olipudase Alfa for Treatment of Acid Sphingomyelinase Deficiency”, a cura della professoressa Melissa Wasserstein dell’Albert Einstein College of Medicine di New York.La professoressa Francesca Carubbi parlerà successivamente di “Gaucher a e ASMD: malattie lisosomiali con sovrapposizione fenotipica”. L’esperienza italiana in tema di ASMD verrà illustrata dal professor Alberto Burlina che parlerà di “Diagnostica e biomarcatori” e dai professori Maurizio Scarpa e Antonio Barbato che interverranno su “L’esperienza italiana nei trial clinici di terapia”. La seconda sessione sarà focalizzata sulla terapia orale della malattia di Gaucher con Eliglustat, farmaco che da alcuni anni si affianca alla terapia enzimatica sostitutiva. La sessione “L’esperienza italiana del trattamento con Eliglustat: cosa c’è di nuovo?” verrà introdotta e condotta dalla professoressa Maria Domenica Cappellini.La professoressa Fiorina Giona farà il punto su “L’esperienza negli studi post-registrativi”, la dottoressa Maja Di Rocco sul “Monitoraggio dell’aderenza terapeutica e follow up”, la dottoressa Irene Motta su “Terapia enzimatica sostitutiva ed Eliglustat durante l’emergenza Covid-19” e la dottoressa Federica Deodato su “I primi mesi di esperienza nella terapia orale pediatrica”.La sessione “Compromissione neurologica nella malattia di Gaucher”, moderata dal professor Dario Roccatello, verrà preceduta dalla Keynote Lecture “New positive Achievements on Treatment of neurological features in adults with GD type 3”, del professor Raphael Schiffmann, direttore dell’Institute of Metabolic Disease al Baylor Research Institute di Dallas. A questa seguirà “Malattia di Parkinson e Malattia di Gaucher. Che cosa sta cambiando nel counselling e management dei pazienti e familiari eterozigoti”, a cura del professor Alessio Di Fonzo. L’ultima sessione dal titolo “Gaucher e non solo”, moderata dal professor Gaetano Giuffrida e dalla dottoressa Silvia Linari prevede l’intervento “Compromissione epatica nelle malattie lisosomiali” da parte del dottor Fabio Nascimbeni e l’intervento “Iperferritinemia nella Malattia di Gaucher tipo 1” da parte della professoressa Elena Corradini.

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La malattia delle valvole cardiache

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2020

Nuovi dati, pubblicati in occasione della Settimana della Consapevolezza delle Valvole Cardiache, rivelano che la stragrande maggioranza degli italiani anziani (92,4%) non conosce la forma più comune di cardiopatia valvolare, una patologia grave ma curabile. La patologia è pericolosa per la vita se non viene curata e colpisce soprattutto la popolazione anziana. L’indagine rivela inoltre che gli anziani in Italia sono i più propensi a fornire assistenza agli altri (47%) rispetto ai loro omologhi in Europa (29,2%), evidenziando l’importanza di proteggere la loro salute.Con l’invecchiamento della popolazione in Italia, le malattie delle valvole cardiache sono un vero motivo di preoccupazione. Più della metà dei pazienti con stenosi aortica grave – la forma più comune di cardiopatia valvolare – muore entro due anni dallo sviluppo dei sintomi, per cui la diagnosi precoce è importante. Preoccupante è il fatto che solo una piccola percentuale di italiani si rivolgerebbe al proprio medico di base per un appuntamento, se si verificassero alcuni dei sintomi chiave della cardiopatia valvolare, come la stanchezza (35,6%), la riduzione dell’attività fisica (14,4%) e il “sentirsi più vecchi della propria età” (10%). Tale titubanza potrebbe essere potenzialmente dannosa in quanto impedisce la diagnosi precoce.
Malattia delle valvole cardiache è il nome dato a qualsiasi malfunzionamento o anomalia di una o più delle quattro valvole del cuore, che influisce sul flusso di sangue attraverso il cuore. Si tratta di una condizione comune, grave, ma curabile, che è particolarmente associata all’invecchiamento. Se diagnosticata in modo tempestivo, i pazienti possono tornare a una buona qualità di vita, quindi una diagnosi precoce è essenziale. La condizione è solitamente causata da malattia, usura o danni alla valvola o alle valvole cardiache. Tra i sintomi chiave vi sono la compressione toracica e il dolore, i battiti cardiaci anomali e la mancanza di respiro.La malattia delle valvole cardiache si verifica quando una o più valvole cardiache si ammalano o si danneggiano, influenzando il modo in cui il sangue scorre nel cuore. La stenosi aortica è una forma di malattia della valvola cardiaca, più spesso sviluppata a causa della degenerazione o dell’indurimento (calcificazione) della valvola aortica dovuto all’età, che porta ad un progressivo restringimento (stenosi) – cambiamenti che compromettono la funzione della valvola e compromettono il normale flusso sanguigno attraverso il cuore. I sintomi della stenosi aortica sono dolore al petto, stanchezza, mancanza di respiro, vertigini, svenimenti e difficoltà ad esercitare.

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Diabete: Le varianti della malattia

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

Per la maggior parte delle persone esistono solo due tipi di diabete, il tipo 1 che colpisce i giovani ed è una malattia autoimmune, e il tipo 2, molto più frequente (90-95% di tutti i tipi di diabete) che colpisce dalla mezz’età in avanti. Ma in realtà, anche se poco note ai più, esistono diverse altre varianti di questa malattia. Il 10-15% circa di soggetti con diagnosi di diabete mellito tipo 2, ad esempio, è in realtà affetto dal diabete cosiddetto ‘LADA’, un acronimo che sta per ‘diabete autoimmune dell’adulto’. “Si tratta – spiega la professoressa Raffaella Buzzetti, coordinatrice del progetto NIRAD (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) finanziato dalla ‘Fondazione Diabete e Ricerca’ della Società Italiana di Diabetologia (SID) e ordinario di Endocrinologia preso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma – di una forma particolare di diabete che insorge in età adulta, ma riconosce una patogenesi autoimmune, simile al diabete tipo 1 ad insorgenza giovanile, in quanto determinato dalla distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina da parte del proprio sistema immunitario”.
A differenza del diabete di tipo 1 però il LADA ha una evoluzione più lenta; chi ne è affetto può arrivare alla terapia con insulina anche dopo molti anni dalla diagnosi. “Per porre diagnosi di LADA – prosegue la professoressa Buzzetti – cosa certamente rilevante in quanto il trattamento di questa forma di diabete è diverso da quello del diabete tipo 2, è necessario evidenziare la presenza degli autoanticorpi diretti verso le cellule pancreatiche che producono insulina (si fa attraverso un esame del sangue). La caratterizzazione di questa forma di diabete è stata possibile negli ultimi anni anche grazie ai numerosi lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali nell’ambito del progetto italiano NIRAD. Fino ad oggi non esistevano tuttavia linee guida dedicate a questa forma di diabete ancora poco conosciuta. Una lacuna adesso colmata da una pubblicazione su Diabetes, organo ufficiale dell’American Diabetes Association. “Un panel internazionale di esperti di diabete e metabolismo – spiega la professoressa Buzzetti, che è il primo autore del documento – ha siglato una consensus sulla terapia del LADA, pubblicata Diabetes. C’era assoluta necessità di fornire indicazioni precise circa la terapia di questa forma di diabete. E’ molto importante porre una corretta diagnosi del tipo di diabete: in particolare, riconoscere il LADA in un soggetto precedentemente considerato affetto da diabete tipo 2, può comportare un cambiamento anche sostanziale della sua terapia che consentirà di ottenere un significativo miglioramento del controllo metabolico e di fare una corretta prevenzione delle complicanze croniche”. L’algoritmo proposto dagli autori della consensus, che si basa sulla valutazione della riserva insulinica del soggetto con diabete autoimmune, ottenibile con un semplice dosaggio su prelievo di sangue indirizza verso la terapia più appropriata. “Attualmente – conclude la professoressa Buzzetti – sono molte le classi di farmaci a disposizione del diabetologo per la cura del diabete, ma soltanto una diagnosi precisa permette di prescrivere al paziente una terapia personalizzata. Nel caso del LADA, il trattamento prevede in una prima fase l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti in grado di preservare la funzione delle cellule pancreatiche che producono insulina; sarà quindi necessario ricorrere alla terapia insulinica, il più precocemente possibile, qualora la funzione delle cellule beta pancreatiche risulti già compromessa. In questo modo sarà possibile prevenire le complicanze del diabete quali infarto, ictus, insufficienza renale”.“Aiutare e finanziare la ricerca in ambito diabetologico – afferma il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) – è una delle missioni principali della nostra società scientifica e della Fondazione Diabete Ricerca ad essa correlata, e il LADA è stato uno dei principali temi di ricerca finanziato da diversi anni. Questo ha consentito di creare una rete di centri di diabetologia sparsi nel territorio nazionale e coordinata dalla professoressa Buzzetti, che ha prodotto un enorme numero di dati clinici e scientifici. Un orgoglio per la SID avere contribuito in modo rilevante alle conoscenze attuali su questo tipo di diabete”.Management of Latent Autoimmune Diabetes in Adults: A Consensus Statement From an International Expert Panel Raffaella Buzzetti, TiinamaijaTuomi, DidacMauricio, Massimo Pietropaolo, Zhiguang Zhou, Paolo Pozzilli, Richard David Leslie Diabetes 2020 Aug; dbi200017. https://doi.org/10.2337/dbi20-0017

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I bambini che vivono con una malattia neuromuscolare

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

Un momento di “incontro”, riflessione e confronto per mettere al centro l’importanza della scuola sia dal punto di vista educativo sia da quello relazionale per i bambini che vivono con una malattia neuromuscolare che, in un contesto emergenziale come quello attuale, rappresentano tra le categorie in assoluto più colpite. Se ne è parlato al webinar organizzato da Cittadinanzattiva, in collaborazione con il Centro Clinico NeMO e con il contributo non condizionato di AveXis (società del gruppo Novartis). Come per molte fasce fragili della popolazione, l’insorgere della epidemia da Coronavirus e tutte le misure adottate di conseguenza in risposta all’emergenza, hanno portato cambiamenti obbligati rispetto alle priorità, alle abitudini e alla gestione quotidianità anche per le persone che vivono con malattie neuromuscolari, sia nei loro percorsi terapeutici che nella gestione ordinaria della vita. Per loro e per le loro famiglie non solo si sono spesso interrotti percorsi terapeutici e di riabilitazione, ma anche l’attività di didattica a distanza (DAD) ha mostrato pregi, limiti e dimenticanze in relazione alle loro esigenze.“Quando a settembre ripartirà la scuola, occorrerà garantire che nessuno ne sia escluso – ha dichiarato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva. “La didattica a distanza (DAD) è uno strumento già utilizzato dai ragazzi con malattie neuromuscolari e sarà quindi utile ai fini di un rientro in presenza, necessariamente graduale. Al Documento del Comitato Tecnico Scientifico di questi giorni per la ripresa delle attività didattiche dovranno seguire, a breve, le linee guida del Ministero dell’Istruzione per la riapertura delle scuole. Per l’autonomia di cui godono le istituzioni scolastiche, è auspicabile che nel frattempo i Dirigenti Scolastici, che rivestono un ruolo centrare per l’implementazione di tali indicazioni, si avvalgano del supporto di insegnanti, personale A.T.A., studenti e genitori anche di bambini con malattie neuromuscolari in modo da valutare scuola per scuola come garantire un effettivo rientro in presenza nel rispetto delle condizioni di sicurezza e salute per tutti”.L’emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto importante sui pazienti che vivono con malattie neuromuscolari e sulle loro famiglie, che hanno dovuto cambiare la loro routine e adattarla al nuovo contesto, molto spesso essendo costretti a rinunciare ad alcuni fondamentali servizi assistenziali: “Già molto prima del lockdown le famiglie con pazienti che vivono con malattie neuromuscolari avevano deciso di auto-isolarsi al fine di evitare il rischio di contagio, estremamente più complesso per i soggetti più fragili – ha dichiarato il Dott. Jacopo Casiraghi, Coordinatore del Servizio di psicologia del Centro Clinico NeMO di Milano – In questo contesto ad esempio il sostegno all’insegnamento è diventato molto più complicato a causa della distanza, così come il proseguimento di alcune pratiche fondamentali come la fisioterapia: ancora oggi che la Fase 2 è entrata nel vivo e sono state ridotte le limitazioni alla circolazione, la maggior parte delle famiglie preferisce ridurre al minimo i contatti con l’esterno. Questi aspetti non vanno però sottovalutati né dal punto di vista clinico né da quello psicologico e relazionale. Il rientro alla normalità è percepito come ancora più difficoltoso e problematico”. Il webinar ha rappresentato un momento di confronto estremamente proficuo grazie alle diverse e complementari competenze messe in campo dai partecipanti: come ad esempio il Dott. Emilio Albamonte, Neuropsichiatra infantile del Centro clinico NeMO di Milano, la Prof.ssa Mariangela Di Gneo, Ufficio IV Inclusione e orientamento scolastico – Direzione Studente del Ministero dell’Istruzione. con spazio al racconto dell’esperienza personale di Giorgia Perego, genitore di un bambino che vive con una malattia neuromuscolare, e di Ra­ffaella Bombardieri, insegnante di sostegno dell’Istituto comprensivo di Sorisole (Bergamo).

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Malattia di Kawasaki e Covid nei bambini

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 Maggio 2020

Bergamo. E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet (Journal Impact Factor di 59·102® e al secondo posto su 160 riviste nella categoria Medicina, generale e interna) lo studio condotto dalla Pediatria dell’Ospedale di Bergamo sul legame tra COVID-19 e la malattia di Kawasaki, rara malattia infiammatoria.Lo studio analizza 10 casi di bambini con sintomi simili alla malattia di Kawasaki arrivati al Papa Giovanni XXIII tra il 1° marzo e il 20 aprile 2020. Nei 5 anni precedenti questa malattia era stata diagnosticata a soli 19 bambini. Un aumento dei casi pari a 30 volte, anche se i ricercatori avvertano che è difficile trarre conclusioni definitive con numeri così piccoli.Otto dei 10 bambini sono risultati positivi al virus SARS-coronavirus-2 (SARS-CoV-2). Tutti i bambini dello studio sono sopravvissuti, ma quelli che si sono ammalati durante la pandemia hanno mostrato sintomi più gravi di quelli diagnosticati nei cinque anni precedenti. La malattia di Kawasaki è una condizione rara che colpisce in genere i bambini di età inferiore ai cinque anni e che causa l’infiammazione dei vasi sanguigni di medio calibro. I sintomi tipici includono febbre ed eruzione cutanea, occhi rossi, labbra o bocca secche, arrossamenti sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi e rigonfiamento di linfonodi. In genere, circa un quarto dei bambini affetti presenta complicazioni a livello delle arterie coronarie, ma la condizione si risolve rapidamente e praticamente in tutti i bambini, se trattata in modo appropriato in ospedale. Non è noto cosa scateni la malattia, ma si ritiene che si tratti di una reazione immunologica anormale successiva ad un’infezione. Lucio Verdoni, primo autore dello studio, ha dichiarato: “Abbiamo notato un aumento del numero di bambini arrivati al nostro ospedale con una condizione infiammatoria simile alla malattia di Kawasaki nel periodo in cui l’epidemia di SARS-CoV-2 stava prendendo piede nella nostra regione. Sebbene questa complicazione rimanga molto rara, il nostro studio fornisce ulteriori prove su come il virus possa causare nei bambini diversi tipi di patologie. Nonostante la condizione rimanga rara, questo riscontro dovrebbe essere preso in considerazione quando si considera l’allentamento delle misure di allontanamento sociale, come la riapertura delle scuole” I pediatri del Papa Giovanni hanno effettuato uno studio retrospettivo su tutti i 29 bambini ricoverati con sintomi della malattia di Kawasaki dal 1 ° gennaio 2015 al 20 aprile 2020.Prima del marzo 2020 l’ospedale curava un caso di malattia di Kawasaki ogni tre mesi. Durante i mesi di marzo e aprile 2020, dopo l’insorgenza dell’epidemia di COVID-19, i bambini trattati sono stati 10, e ad oggi sono aumentati a 20. L’aumento non è spiegato da una crescita dei ricoveri ospedalieri, poiché il numero di pazienti ricoverati nei mesi di marzo e aprile 2020 è stato sei volte inferiore rispetto a prima che il virus fosse stato segnalato per la prima volta nell’area.I bambini che presentavano sintomi dopo il marzo 2020 avevano in media qualche anno di più (età media 7,5 anni) rispetto al gruppo diagnosticato nei precedenti cinque anni (età media 3 anni). Inoltre manifestavano sintomi più gravi rispetto ai casi passati, con oltre la metà (60%, 6/10 casi) con complicanze cardiache, rispetto al solo 10% di quelli trattati prima della pandemia (2/19 casi). La metà dei bambini (5/10) presentava segni di sindrome da shock tossico, mentre nessuno dei bambini trattati prima del marzo 2020 aveva questa complicanza. L’80% dei bambini (8/10) ha richiesto un trattamento aggiuntivo con steroidi, rispetto al 16% di quelli del gruppo storico (4/19).I medici bergamaschi sostengono che, nel loro insieme, i loro risultati rappresentano un reale incremento dell’incidenza della malattia di Kawasaki associata all’epidemia da SARS-CoV-2. Tuttavia riportano che tale associazione va confermata in studi più ampi.

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Coronavirus: la malattia è cambiata? Il virus si è indebolito? – Le risposte dei virologi

Posted by fidest press agency su sabato, 16 Maggio 2020

Termina con grande sollievo la prima settimana della Fase 2 in Italia. Il numero di nuovi casi scende sotto quota mille e anche se sono trascorsi troppo pochi giorni per valutare gli effetti dell’allentamento del lockdown i numeri sono decisamente incoraggianti.
Diversi virologi nei giorni scorsi si sono detti convinti che il virus sia mutato e che abbia perso la sua forza. Altri invece sono di parere opposto.Per Antonino Di Caro, responsabile del laboratorio di microbiologia dell’istituto Lazzaro Spallanzani non si può affermare che il virus abbia subito delle mutazioni che lo abbiano reso meno aggressivo. Nella sua intervista al Corriere sostiene che il miglioramento della situazione generale è dovuta principalmente alla attenuazione nella circolazione del virus perché condizionato dalle misure di contenimento.Sulla stessa linea l’epidemiologo Alessandro Vespignani dell’Università di Boston che a ‘Otto e mezzo’ ha detto: “Se ci fossero delle evidenze scientifiche di questo saremo tutti contenti, ma onestamente da tutti i miei contatti con altri esperti del mondo internazionale della ricerca, evidenze di questo tipo non ce ne sono”. Secondo Vespignani si tratta di “opinioni personali” non suffragate da fatti.Ma per il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri le cose non sono così definite. Nel suo intervento alla trasmissione Piazza Pulita ha riferito che “I malati di adesso sono completamente diversi da quelli di tre o quattro settimane fa, continuano a diminuire le terapie intensive e i ricoveri nei reparti normali. Prima arrivavano nei pronto soccorso 80 persone tutte con delle difficoltà respiratorie gravi, oggi ne arrivano dieci e otto le puoi mandare a casa. La situazione è cambiata ovunque, non solo a Bergamo e a Milano, ma anche a Roma e Napoli”. Remuzzi ammette di non sapere “se è il virus che è mutato o se è cambiata la carica virale dei pazienti, l’unica cosa che posso dire è che sembra di essere di fronte a una malattia molto diversa da quella che ha messo in crisi le nostre strutture all’inizio della pandemia”.I laboratori di tutto il mondo portano avanti i loro studi su questo fronte, Una ricerca, pubblicata sul sito bioRxiv, dei Laboratori Nazionali di Los Alamos degli Stati Uniti e della Duke University identifica 14 mutazioni nella proteina Spike, con la quale il nuovo coronavirus aggredisce le cellule umane. Le osservazioni empiriche trovano supporto in quanto scoperto dai ricercatori dell’Arizona State University secondo i quali il virus SARS-CoV-2 riflette un cambiamento che si è verificato con il virus SARS del 2003 quando ha iniziato a indebolirsi.Lo studio pubblicato sul Journal of Virology da Efrem Lim, del Biodesign Institute dell’Arizona State University e dal suo team, si basa su una tecnologia chiamata sequenziamento genetico di nuova generazione (Next generation sequencing) che aiuta i ricercatori a determinare come il virus si sta diffondendo, mutando e adattandosi nel tempo.Secondo lo scienziato “uno dei motivi per cui questa mutazione è di grande interesse è che riporta delle analogie con l’epidemia di SARS del 2003” quando durante le fasi intermedie e tardive dell’epidemia di SARS, il virus ha accumulato mutazioni che ne hanno ridotto l’impatto sulla popolazione. Tuttavia anche i ricercatori del Biodesign Institute restano cauti: “è troppo presto per dire se il nuovo coronavirus sta iniziando a perdere la sua forza ma è possibile che il virus si trasmetta senza avere porzioni complete del suo materiale genetico”, ha detto il co-autore dello studio Matthew Scotch che però avverte: “non riteniamo che ciò significhi un indebolimento di alcun tipo.” (fonte: Dica33)

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Malattia di Kawasaki e SARS-CoV-2

Posted by fidest press agency su domenica, 3 Maggio 2020

Come è noto, la provincia di Bergamo è stata colpita duramente ed estesamente dalla pandemia originata dal virus denominato SARS-CoV-2, il quale causa una grave malattia respiratoria chiamata COVID-19. “Si è molto parlato dei fattori di rischio che rendono una persona più suscettibile alla malattia, e si è detto che i bambini sono protetti dallo sviluppare forme gravi di polmonite da COVID-19 – spiega Lorenzo D’Antiga, direttore della Pediatria dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Nonostante ciò, stiamo imparando che questo virus può causare anche altre patologie, attivando il sistema immunitario dell’ospite e inducendo una risposta infiammatoria che può interessare qualsiasi organo, anche a distanza di tempo dall’infezione”.
“Negli ultimi due mesi – aggiunge Lucio Verdoni, reumatologo pediatra del Papa Giovanni -, ci siamo accorti che giungevano al pronto soccorso pediatrico diversi bambini che presentavano una malattia nota come Malattia di Kawasaki. In un mese il numero dei casi di Malattia di Kawasaki ha eguagliato quelli visti nei tre anni precedenti. Si è calcolato che l’incidenza di questa malattia, nell’ultimo mese, è stata di 30 volte superiore al passato”. Da queste evidenze i Pediatri del Papa Giovanni, D’Antiga, Verdoni e l’allergologo Angelo Mazza hanno approfondito i casi, e trovato delle chiare prove che confermano che per la casistica degli ultimi due mesi il responsabile è questo nuovo Coronavirus. Inoltre si è visto che questi pazienti hanno delle forme più severe di questa malattia, che coinvolgono l’apparato cardiocircolatorio e talora necessitano di cure intensive.
L’allarme è già stato lanciato all’interno della comunità scientifica e fra i pediatri di famiglia. Ora è in fase di sottomissione a un’autorevole rivista internazionale lo studio scientifico, a cui hanno preso parte anche i pediatri Annalisa Gervasoni, Laura Martelli e Maurizio Ruggeri, il cardiologo pediatrico Matteo Ciuffreda ed Ezio Bonanomi, responsabile della Terapia intensiva pediatrica, e di cui Lucio Verdoni sarà il primo firmatario.
La pediatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo negli ultimi due mesi ha messo in evidenza molti aspetti della salute del bambino durante l’epidemia da COVID-19, tra cui l’importanza del triage al Pronto Soccorso Pediatrico, la benignità dell’infezione nei bambini immunodepressi (come i trapiantati, i bambini sottoposti a cure oncologiche, i bambini con malattie intestinali che richiedono terapia immunosoppressiva), ma quella descritta oggi è sicuramente la scoperta più rilevante. E’ importante sottolineare che solo una piccola minoranza di bambini infettati da SARS-CoV-2 sviluppa la Malattia di Kawasaki, sicuramente meno dell’1%. Nonostante ciò, in previsione dell’imminente apertura alla “Fase 2” della lotta all’epidemia è importante tenere presente tutte le conseguenze che questo virus insidioso può causare, sia nella fascia di età adulta che in quella pediatrica.
La malattia di Kawasaki è una vasculite dei piccoli vasi che colpisce i bambini sotto i dieci anni, ma più spesso sotto i 5 anni. I sintomi tipici sono la febbre elevata persistente, un’eruzione cutanea, delle alterazioni delle mucose e delle estremità. La complicanza più temibile è l’infiammazione delle arterie del cuore, che può causare delle dilatazioni aneurismatiche permanenti delle coronarie. La malattia risponde molto bene alla terapia, che si avvale della somministrazione di immunoglobuline e acido acetilsalicilico, nonché, talora, di cortisone. Con il trattamento appropriato, somministrato in tempi rapidi, praticamente tutti i bambini guariscono.La causa della Malattia di Kawasaki, scoperta circa 50 anni fa, rimane ignota, nonostante si pensi che sia causata da un agente infettivo che, in bambini predisposti, causa una risposta infiammatoria alla base del quadro clinico. In passato alcuni virus della famiglia dei coronavirus sono stati considerati come probabili induttori della malattia di Kawasaki. Oggi sappiano che il coronavirus SARS-CoV-2 è uno di questi.

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Sclerosi Multipla

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

E’ una malattia cronica, infiammatoria e autoimmunitaria del sistema nervoso centrale (SNC) caratterizzata da un progressivo deterioramento della mielina, il rivestimento che protegge i neuroni e ne permette il funzionamento. Il danno mielinico porta infatti a disfunzioni neuronali, compromissione della comunicazione tra neuroni e disabilità neurologiche progressive. Mentre il danno alla mielina viene riparato piuttosto efficacemente durante le prime fasi della malattia, grazie alla presenza, nel sistema nervoso adulto di cellule che sono i precursori degli oligodendrociti (OPC), durante la cronicizzazione della SM, la capacità di riparazione della mielina (“rimielinizzazione”) viene progressivamente persa, e i pazienti manifestano sintomi neurologici sempre più gravi e irreversibili.I trattamenti attualmente disponibili controllano principalmente l’infiammazione e modulano la risposta immunitaria dei pazienti, ma non sono ancora disponibili farmaci rimielinizzanti.Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE, riporta i risultati sull’attività di protezione della mielina in vivo di galinex, un composto di sintesi che agisce specificamente su GPR17, un recettore espresso dagli OPC.”Diversi anni fa, abbiamo scoperto che l’attivazione di GPR17 sugli OPC in coltura da parte di ligandi agonisti induceva le cellule a iniziare la maturazione e a produrre mielina, sollevando l’ipotesi che i composti selettivi per GPR17 potrebbero favorire la rimielinizzazione nella SM, facendo ripartire così la trasmissione degli impulsi nervosi” ha commentato la professoressa Maria Pia Abbracchio, farmacologa all’Università degli Studi di Milano, dove è stata avviata la ricerca su GPR17. “Ma” aggiunge,” per dimostrare che ciò potesse effettivamente accadere in vivo, avevamo bisogno di sviluppare una molecola agonista altamente specifica per il recettore GPR17″.”A questo scopo” afferma il professor Ivano Eberini, biochimico computazionale della stessa Università “abbiamo sviluppato una pipeline per lo sviluppo di nuovi farmaci, grazie alla quale abbiamo saggiato virtualmente oltre 1.000.000 di composti chimici su un modello strutturale di GPR17. Questo approccio è partito dall’identificazione di 3 diverse famiglie di ligandi che, in collaborazione con l’Università di Pisa e di Aptuit di Verona, sono state poi “esplose” – cioè, variate attraverso metodi di chimica combinatoriale in silico – e quindi ottimizzate per poi valutarle su cellule che esprimevano GPR17. Le molecole più potenti nell’attivazione del recettore sono state quindi sottoposte a test su colture cellulari di OPC e neuroni, per valutare la loro capacità di promuovere la formazione di mielina e, infine, selezionate per il test in vivo sull’encefalomielite autoimmune sperimentale, un modello sperimentale di SM”.Gli esperimenti in vivo sono stati progettati da Chiara Parravicini, prima autrice dell’articolo, insieme ai biologi molecolari e farmacologi Davide Lecca e Davide Marangon. “Uno dei migliori agonisti del GPR17, il galinex, aveva mostrato promettenti proprietà farmacocinetiche e metaboliche nelle simulazioni al computer ed è stato per questo motivo scelto per i test in vivo” afferma Chiara Parravicini. “Come previsto”, dichiara, “galinex si è dimostrato in grado di ritardare significativamente la comparsa dei sintomi durante l’induzione della malattia nel modello sperimentale”. In parallelo, si sta procedendo allo sviluppo, ottimizzazione e alla caratterizzazione del profilo farmacologico di nuovi composti totalmente originali, sempre appartenenti alle famiglie chimiche in studio.Questo studio è stato finanziato dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla che sostiene da 10 anni le ricerche sul ruolo del recettore di GPR17 nella sclerosi multipla. “La collaborazione tra la Fondazione Italiana SM e l’Università di Milano ha portato a questo importante risultato che apre la strada a nuove molecole per trattare la malattia”, dichiara Paola Zaratin direttore ricerca scientifica della Fondazione.

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Rischio malattia dell’occhio secco

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 aprile 2020

Oggi, con scuole e università chiuse durante questa emergenza sanitaria globale senza precedenti, il tempo di esposizione agli schermi si è moltiplicato in maniera esponenziale e le attività di smart-schooling sono divenute obbligatorie per il proseguimento della didattica scolastica ed universitaria. Gli esperti internazionali della Società Scientifica americana TFOS (Tear Film & Ocular Surface Society) hanno deciso di realizzare un breve e allegro video, destinato proprio agli studenti ed ai loro genitori in isolamento, per insegnare loro a fare delle pause dalla visione di fronte agli schermi e riposare gli occhi con la regola 20-20-20. Il video è disponibile su YouTube per la diffusione libera: https://youtu.be/HMg0TSRJ89c Come afferma il Prof. Stefano Barabino, responsabile del Centro Superficie Oculare e Occhio Secco dell’Ospedale L. Sacco di Milano: “L’esposizione prolungata a schermi digitali determina una più rapida evaporazione del film lacrimale, quel sottile strato di liquido che riveste la superficie oculare. Il motivo risiede nello scarso o incompleto ‘ammiccamento’,‘blink’ in inglese: gli occhi vengono strizzati meno di frequente e questo rallenta la diffusione del film lacrimale sulla superficie dell’occhio con conseguenze che vanno dall’affaticamento al bruciore, dall’irritazione al dolore. Se lo stimolo persiste a lungo questo provoca una infiammazione che può diventare cronica. Studi hanno dimostrato che la visione di fronte a schermi digitali determina una diminuzione del rateo di ammiccamento del 40%”. Sbattere le palpebre serve a mantenere intatto il film lacrimale, un sottile strato di acqua e lipidi (grassi) sulla superficie dell’occhio che ci fa vedere nitidamente e ci protegge da corpi estranei e sostanze irritanti. Fissare gli schermi per periodi prolungati di tempo significa sbattere le palpebre meno frequentemente e aumentare il rischio di sviluppare i sintomi della malattia dell’occhio secco.
La malattia dell’occhio secco colpisce milioni di persone in tutto il mondo ed è una delle principali cause di visita oculistica. Questa malattia sintomatica è caratterizzata da un film lacrimale instabile e più concentrato (chiamato iperosmolare), che porta ad un aumento dell’infiammazione con conseguenti danni alle strutture e ai nervi degli occhi. La secchezza oculare da moderata a grave può alterare la qualità della vita e può essere associata a dolore agli occhi, limitazioni nell’esecuzione di attività quotidiane (ad esempio lettura, guida, uso di dispositivi digitali), privazione del sonno, riduzione dell’energia, cattiva salute generale e spesso depressione. Ulteriori informazioni su TFOS sono disponibili su http://www.tearfilm.org.

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