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Posts Tagged ‘malattia’

Sclerosi Multipla: identificata nei linfociti B e nei monociti l’espressione alterata di nuovi geni associati alla malattia

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 maggio 2019

Un’alterazione nell’espressione dell’interferone, ovvero di quel gruppo di proteine che le cellule del sistema immunitario producono in presenza di virus, può essere alla base dello sviluppo di diverse malattie autoimmuni. In uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Autoimmunity, i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e con l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, e grazie al sostegno della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM), hanno scoperto nei linfociti B e nei monociti delle persone con sclerosi multipla (SM), alterazioni in diversi geni regolati dall’interferone. “Studi svolti in precedenza avevano già individuato il ruolo significativo dei linfociti B nei meccanismi patogenetici della malattia – spiega Eliana Marina Coccia dell’ISS, a capo del progetto multicentrico FISM – La nostra indagine si è spinta oltre e ha identificato anomalie nei linfociti B e nei monociti che alterano profondamente i processi in cui sono coinvolti gli interferoni. Questi dati, se da un lato confermano l’importanza del trattamento delle forme recidivanti-remittenti e progressive della SM con anticorpi monoclonali diretti selettivamente contro i linfociti B, dall’altro aprono nuove prospettive verso cui indirizzare futuri sforzi per la messa a punto di terapie innovative centrate su questa popolazione linfocitaria”.I ricercatori dell’ISS hanno isolato sia i linfociti B che i monociti da campioni di sangue periferico di persone con SM senza trattamenti in corso e da soggetti di controllo appaiati per sesso ed età. Di questi tipi cellulari i ricercatori dell’Ospedale San Raffaele hanno analizzato i profili di espressione genica (trascrittoma) con l’ausilio del database Interferome (http://interferome.org/interferome/home.jspx), che è stato sviluppato dal collaboratore allo studio il Professore Paul Hertzog della Monash University in Australia e che raccoglie in maniera sistematica tutti i geni regolati dagli interferoni descritti nella letteratura scientifica mondiale.
“Questo progetto FISM ha consentito di mettere in luce numerose disregolazioni trascrittomiche nei geni regolati dagli interferoni nelle persone con SM – spiega Cinthia Farina dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – in particolare in questo studio sono state trovate anomalie geniche specifiche per tipi cellulari distinti, indicando così quelle sulle quali indagare in vista della ricerca di nuovi processi patologici e di marcatori di malattia”.“Inoltre, l’identificazione selettiva nei linfociti B di alterazioni di alcune risposte anti-virali – conclude Martina Severa dell’ISS – rende verosimile l’ipotesi in base a cui il virus di Epstein-barr abbia un forte impatto, negli individui con SM, sul controllo della patologia. Questo virus è molto diffuso (oltre il 90% degli adulti ne risulta infettato, spesso senza alcuna conseguenza), rimane latente proprio nei linfociti B della memoria per tutta la vita, e sembra aumentare il rischio di sviluppare malattie autoimmuni, tra cui la SM, in alcuni soggetti geneticamente predisposti. Lo studio è stato possibile grazie un finanziamento di FISM assegnato all’ISS e all’IRCCS Ospedale San Raffaele. Hanno inoltre partecipato allo studio: l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, l’Università di Roma La Sapienza; l’IRCCS San Raffaele-Pisana di Roma; la Monash University di Clayton (Australia); l’Istituto Neurologico Mediterraneo (INM) Neuromed, Pozzilli (Isernia).

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Prevenzione della Malattia Venosa Cronica

Posted by fidest press agency su martedì, 23 aprile 2019

Avere gambe sane è fondamentale per tutti e a tutte le età, ma è necessario occuparsi della loro salute fin da giovani. Dolore, gonfiore e crampi notturni, infatti, possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica (MVC), patologia che coinvolge il sistema circolatorio e che peggiora se non trattata fin dalle prime avvisaglie.
Questa malattia si verifica quando le vene delle gambe non funzionano più in modo corretto e hanno difficoltà a far defluire il sangue dalla periferia del corpo al cuore perdendo elasticità.Con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione e di invitarla a controllare lo stato di salute delle proprie gambe, prende il via la campagna “Ama le tue gambe”, promossa da Servier – Azienda farmaceutica indipendente leader nell’ambito delle patologie croniche – con la validazione e il supporto scientifico della SIDV, la Società Italiana Diagnostica Vascolare e della FIV, Fondazione Italiana Vascolare onlus.
“Il paziente con Malattia Venosa Cronica ha una qualità di vita compromessa, per questo Servier, da sempre dedicata alla gestione delle malattie croniche cardio-vascolari, si pone come partner di riferimento per i pazienti ed i professionisti della salute al fine di offrire soluzioni adatte alle loro esigenze. La nascita del Mese della Prevenzione della Malattia Venosa Cronica è un’ulteriore dimostrazione del nostro impegno nei confronti di questi pazienti” dichiara François Debaillon-Vesque, il Direttore Generale di Servier Italia.Per tutto il mese di maggio, chiamando il numero verde 800 042 650, sarà possibile fissare una visita gratuita con i medici della SIDV. Tutte le informazioni sulla campagna, sulla patologia e sulle regole della prevenzione saranno disponibili sul sito http://www.amaletuegambe.it e nelle principali farmacie italiane.I consigli per prevenire e curare la Malattia Venosa Cronica sono stati definiti da un board di esperti appartenenti alla SIDV, alla SIMG e a Federfarma, e riassunti in un vademecum che contiene tutte le indicazioni pratiche sulla prevenzione, diagnosi e trattamento farmacologico della Malattia Venosa Cronica.Il consiglio degli esperti, dunque, è farsi controllare soprattutto prima dell’estate, periodo dell’anno in cui i sintomi si possono accentuare, in particolare in caso di familiarità, se durante il giorno si tende a stare molto in piedi fermi o seduti, se si è in sovrappeso e se ci si espone a fonti di calore.
“Dolore, gonfiore, bruciore alle gambe e crampi notturni possono essere i primi sintomi legati alla Malattia Venosa Cronica – spiega il Prof. Pier Luigi Antignani, Presidente FIV e Presidente Onorario SIDV -. Questa patologia, la terza più diffusa, dopo allergie e ipertensione, colpisce 19 milioni di italiani: dal 10 al 50% degli uomini e oltre la metà delle donne (dal 50 al 55%). Solo una persona su tre, però, sa di essere malata e segue una corretta terapia farmacologica. A queste prime avvisaglie si accompagnano gonfiore e pesantezza durante il giorno. A livello visivo i primi segni che si notano sulle gambe sono piccoli capillari in vista, di colore rosso o verdastro di circa 3 millimetri: non si tratta solo di inestetismi ma dei primi campanelli d’allarme delle branche varicose”.
“Per Malattia Venosa Cronica (MVC) si intende ogni anormalità morfologica e funzionale che riguarda il sistema venoso, di lunga durata ed espressa da sintomi e segni che indicano la necessità di indagini o di cure – approfondisce il professor Leonardo Aluigi, Presidente SIDV (Società Italiana di Diagnostica Vascolare) -. Viene distinta dall’Insufficienza Venosa Cronica, che è invece una fase più avanzata della Malattia Venosa Cronica e che si riferisce alle alterazioni emodinamiche del sistema venoso, che si manifestano con edemi, alterazioni della pelle e addirittura con le ulcere, nei casi più avanzati”.
“Considerando che circa il 20% della popolazione soffre di MVC, le richieste al Medico di Medicina Generale sono numerose e non vanno assolutamente trascurate. Già i primi sintomi vanno presi in considerazione dal medico che in quel caso può prescrivere alcuni farmaci – precisa il dottor Ovidio Brignoli, Medico di Medicina Generale e Vicepresidente SIMG -. Anche l’indicazione di presidi adeguati è fondamentale come l’elastocompressione.”

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Malattie della pelle

Posted by fidest press agency su domenica, 24 marzo 2019

Roma, 28 marzo 2019 ore 11.30 Auditorium Ministero della Salute, Lungotevere Ripa, 1 E’ noto che tutte le persone soffrono di più di una malattia della pelle nel corso della vita e che in ogni istante, circa il 25% della popolazione europea soffre di almeno una patologia cutanea. Inoltre l’incidenza di queste malattie è in costante e progressivo aumento a causa, prevalentemente, dell’invecchiamento della popolazione.
Le ormai imprescindibili valutazioni con tecniche di diagnostica non invasiva (come dermoscopia, epiluminescenza digitale, microscopia confocale e tomografia ottica) hanno migliorato in modo radicale la sensibilità e specificità delle diagnosi di tumori cutanei permettendo di osservare che, a fronte dell’aumento di incidenza dei tumori cutanei, la mortalità non è cresciuta. Inoltre, i nuovi farmaci mirati su bersaglio molecolare e l’immunoterapia hanno consentito risultati inimmaginabili prima nei casi avanzati.
A questi temi SIDeMaST dedica la conferenza stampa che annuncia l’avvio della prima Campagna nazionale per promuovere la conoscenza delle malattie della pelle, spesso invalidanti e che richiedono l’utilizzo di farmaci innovativi, sotto la guida dello specialista più adatto: il dermatologo. Relatori:
Piergiacomo Calzavara Pinton, Professore Ordinario Malattie Cutanee e Veneree, Università degli Studi di Brescia, Presidente SIDeMaST – Il peso umano, sanitario e sociale delle malattie dermatologiche oggi in Italia e in Europa e il ruolo del dermatologo
Giampiero Girolomoni, Professore Ordinario Dermatologia e Venerologia, Università degli Studi di Verona – La rivoluzione nella terapia delle patologie dermatologiche infiammatorie
Ketty Peris, Professore Universitario di Dermatologia e Venereologia e Direttore della Unità Operativa Complessa di Dermatologia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Consigliere SIDeMaST – Le nuove tecniche diagnostiche e i nuovi orizzonti terapeutici in oncologia dermatologica, Valeria Corazza, Presidente Associazione Amici Fondazione Natalino Corazza, Bologna – Il punto di vista del paziente.

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La malattia di Crohn

Posted by fidest press agency su sabato, 23 marzo 2019

Roma 26 marzo 2019 h. 11 Sala Cristallo – Hotel Nazionale, Piazza di Monte Citorio, 131. Parte nel Lazio la campagna di comunicazione sociale “Aspettando Crohn. L’agenda impossibile” patrocinata dalla Regione Lazio, dalle associazioni di pazienti A.M.I.C.I. Onlus e A.M.I.C.I. Lazio, e dalla società scientifica IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Diseases), e promossa da Janssen Italia, per favorire l’informazione e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla malattia di Crohn e sulla complessità della condizione delle persone che ne soffrono.La malattia di Crohn è una patologia infiammatoria cronica dell’intestino che colpisce poco meno di 100.000 persone in Italia, soprattutto tra i 20 e i 30 anni. I sintomi, dolori addominali, perdita di peso e diarrea, fatica, perdita di peso o febbre, si manifestano in modo imprevedibile e influenzano la vita quotidiana di chi soffre di questa malattia, con importanti risvolti sulle loro relazioni personali, lavorative e sociali.Il lancio della campagna nel Lazio è l’occasione per discutere non solo dell’impatto di questa malattia, ma anche dell’accesso alle terapie innovative e della tutela dei pazienti con:
Pierpaolo Sileri, Presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato
Lorella Lombardozzi, Dirigente Area Politica del Farmaco, Regione Lazio
Alessandro Armuzzi, Segretario Nazionale IG-IBD, Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease
Stefania Canarecci, Presidente AMICI Lazio
Salvo Leone, Direttore Generale AMICI Onlus
Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen Italia
Anna Maria Scategni, Presidente AMICI Onlus sezione Lazio.

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Malattia renale diabetica: “È l’unione che fa la forza”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 marzo 2019

L’alleanza tra due società scientifiche, la Società Italiana di Diabetologia (Sid) e la Società Italiana di Nefrologia (Sin), ha portato alla nascita di un gruppo di lavoro intersocietario che ha redatto un documento congiunto sulla ‘Storia naturale della malattia renale nei soggetti con diabete e sul trattamento dell’iperglicemia nei soggetti con diabete di tipo 2 e insufficienza renale’. Ma è solo il primo passo.
“Come primo atto di questo gruppo appena formato – spiega Il professor Giuseppe Pugliese (SID), coordinatore del Gruppo di lavoro che ha messo a punto il documento per conto delle due società – abbiamo voluto mettere a punto un documento su quegli aspetti della malattia renale nel diabete che, negli ultimi anni, hanno visto le maggiori novità. Da un lato, diversi studi epidemiologici hanno rivelato che la storia naturale di questa complicanza del diabete è più eterogenea di quanto si credesse. In particolare, l’aumento dell’escrezione urinaria di albumina, da sempre considerata il primo segno di danno renale, si osserva con sempre minore frequenza, probabilmente per effetto dei progressi del trattamento. Tuttavia, la riduzione della funzione renale fino all’insufficienza terminale può manifestarsi anche in assenza di albuminuria o indipendentemente da essa. Ciò ha importanti implicazioni diagnostiche, prognostiche e probabilmente terapeutiche, che gli specialisti di riferimento debbono tenere ben presenti”. Alla luce di queste nuove evidenze scientifiche, lo screening e la diagnosi di malattia renale diabetica dunque non si può più limitare al dosaggio della microalbuminuria; si dovrà sempre misurare anche la creatinina nel sangue e da questa stimare il filtrato glomerulare con formule quali la CKD-EPI, disponibili sul web o come app; alcuni laboratori forniscono direttamente il valore del filtrato stimato. Dal punto di vista prognostico, è importante valutare l’andamento nel tempo del filtrato stimato, al fine di evidenziare un’eventuale tendenza alla riduzione, che indica una progressione e dunque un peggioramento della malattia renale. Avendo a disposizione sia la microalbumina che i valori di creatininemia/filtrato glomerulare sarà possibile dunque individuare tre diverse tipologie (fenotipi) di persone con diabete e malattia renale:
– quello in cui è presente solo un aumento dell’albuminuria (micro o macroalbuminuria) ma con filtrato conservato;
– quello in cui è presente solo una riduzione del filtrato, in assenza di albuminuria (normoalbuminuria)
– quello in cui sono presenti entrambe le alterazioni (riduzione del filtrato glomerulare e micro/macroalbuminuria).
Le novità sul fronte del trattamento delle persone con diabete e insufficienza renale. “Sul fronte del trattamento del diabete di tipo 2,nei soggetti con ridotta funzione renale, che limita o impedisce l’uso di alcuni farmaci – prosegue Pugliese – l’armamentario terapeutico si è arricchito di nuove classi farmacologiche, che hanno il vantaggio di non causare ipoglicemia (complicanza alla quale questi soggetti sono particolarmente predisposti) e che, in alcuni casi, sembrano avere un effetto di protezione renale. Sono stati inoltre rivisti anche i livelli di filtrato fino ai quali possono essere utilizzati alcuni vecchi ma validissimi farmaci, come la metformina (oggi la metformina può essere prescritta fino ad un filtrato glomerulare di 30 ml/min, mentre prima sene consigliava la sospensione quando il filtrato scendeva al di sotto dei 60 ml/min) e questo ha contribuito ad ampliare ulteriormente le opzioni terapeutiche. Il documento fornisce quindi raccomandazioni aggiornate sulla gestione terapeutica dei pazienti con problemi renali”.Quali farmaci proteggono meglio i reni delle persone con diabete? Tra i farmaci antipertensivi, i sartani (o gli ACE inibitori, che hanno un meccanismo di azione diverso ma sempre diretto al sistema renina-angiotensina) sono farmaci che hanno dimostrato un buon effetto nefroprotettivo. Tra i farmaci anti-diabete,gli studi condotti sugli agonisti recettoriali del GLP-1 (studi LEADER e SUSTAIN) e soprattutto sugli inibitori di SGLT2 (studi EMPAREG e CANVAS), hanno dimostrato che queste nuove categorie di farmaci anti-diabete sono in grado di conferire cardio e nefroprotezione. Altri farmaci sono in corso di sperimentazione. Tuttavia, il fatto che la prevalenza dell’albuminuria sia diminuita negli ultimi decenni, mentre è aumentata la prevalenza dei soggetti con una riduzione del filtrato glomerulare,significa che le attuali strategie terapeutiche sono poco efficaci nel contrastare la caduta del filtrato. Purtroppo non si dispone di studi effettuati su pazienti con il fenotipo ‘non albuminurico’, che possano indicare quali siano le misure più adatte per prevenire o trattare questi soggetti.

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Libro: “Glaucoma: Apriamo gli occhi sulla malattia”

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 dicembre 2018

E’ ora disponibile in versione e-book, scaricabile gratuitamente.Il glaucoma è stato definito dall’OMS una vera e propria “patologia sociale”, che colpisce in Italia oltre un milione di persone a partire dai 40 anni. Il volume raccoglie il parere degli esperti, le voci dei pazienti, l’impegno delle istituzioni e tocca tutti gli aspetti della patologia, dall’impatto psico-sociale a quello socioeconomico, all’importanza di una corretta informazione.Presentato a Milano il 13 novembre scorso presso la sede del Corriere della Sera, si avvale del contributo di diversi esperti scientifici tra cui medici e ricercatori, esponenti di istituzioni a livello internazionale e nazionale, associazioni di pazienti, persone comuni e un personaggio noto colpito dalla malattia, giornalisti, socio-economisti, istituti di ricerca e università.
Un volume che racchiude testimonianze, opinioni, vissuti e impegno di chi ha avuto a che fare con la patologia, per esperienze personali, professionali o entrambe, con l’obiettivo comune di stimolare il supporto del Governo e dell’assistenza sanitaria a favore dei pazienti affetti da glaucoma, di rendere più efficace la prevenzione, di mettere a frutto la ricerca clinica, di rendere disponibili le cure e, soprattutto, di fornire un’informazione corretta e utile alle persone.

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Glaucoma: Apriamo gli occhi sulla malattia

Posted by fidest press agency su sabato, 17 novembre 2018

È stato presentato a Milano presso la sede del Corriere della Sera il libro bianco dal titolo “Glaucoma: Apriamo gli occhi sulla malattia”. Si tratta di un libro pensato e rivolto a tutte le persone direttamente coinvolte dalla malattia – pazienti, familiari, medici, istituzioni, sanità pubblica e il mondo dell’informazione – con lo scopo di fare luce e sensibilizzare su una patologia invalidante, definita ‘killer silenzioso della vista’ che colpisce oltre 60 milioni di persone nel mondo e rappresenta la prima causa di cecità irreversibile[ii] e la seconda causa di cecità nei paesi industrializzati. Per tale motivo è stata definita dall’OMS una “patologia sociale”.Il glaucoma è una malattia degenerativa dell’occhio dovuta a un aumento della pressione intraoculare che può, a lungo andare, danneggiare il nervo ottico e quindi il campo visivo, provocando lesioni gravi e irreversibili. In Italia sono affette da glaucoma circa 550 mila persone, con un’incidenza che sale con l’aumento dell’età, colpendo in maniera maggiore dopo i 70 anni (circa il 10%). La prevenzione gioca un ruolo cruciale, a partire dai 40 anni, anche perché la malattia si sviluppa in maniera silente.“La prevenzione è la migliore arma, ma l’informazione è la seconda. Perché il paziente informato è molto più forte contro la malattia: può arrivare più precocemente alla diagnosi e alla cura e affrontare in modo più consapevole e attivo il percorso terapeutico, gestendo meglio la propria patologia e le sfide ad essa correlate.” – spiega Claudio Barnini, giornalista professionista e co-autore del libro.L’impatto psicosociale della cecità e dell’ipovisione è molto rilevante, considerato l’aumento dei soggetti ipovedenti: in Italia sono 4.500 i nuovi casi di cecità che si verificano ogni anno a causa del glaucoma.“Ho voluto fortemente realizzare questo libro bianco perché sono convinta che la comunicazione – a fianco delle scienze mediche – abbia un ruolo fondamentale nella lotta alla malattia” – spiega Monica Vallario, autrice del libro e responsabile comunicazione e relazioni pubbliche per Allergan. “L’impegno a battermi in prima linea per la riduzione della cecità prevenibile nasce non solo dalle circostanze professionali legate a un’azienda che ha fatto dell’eradicazione della cecità prevenibile uno dei suoi fondamenti, ma soprattutto dalle vicende personali. Mio padre è stato colpito da glaucoma in età ancora giovane e questo ha segnato la mia vita. Vicino a lui, ho vissuto distintamente tutti gli aspetti di questa malattia e li ho voluti raccontare in questo libro. Con il sogno di un futuro – oggi, per fortuna, sempre più vicino – nel quale il dono della vista possa essere preservato”.Il libro raccoglie i punti di vista e le testimonianze di quanti – a vario titolo – sono impegnati a combattere il glaucoma: medici, ricercatori, istituzioni, associazioni e persone. Un punto di arrivo, ma anche di partenza, per dare speranza e coraggio alla lotta alla malattia e ribadire il concetto che nessuno è lasciato da solo.Un approfondimento viene dedicato anche all’importanza della comunicazione giornalistica. Nell’epoca delle cosiddette “fake news”, si ribadisce l’importanza di informare correttamente per contribuire ad attivare una prevenzione efficace e tempestiva contro una patologia invalidante e degenerativa come il glaucoma.

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Ipertensione sotto i 40 anni e rischio di malattia cardiovascolare futura

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 novembre 2018

Due studi e due editoriali pubblicati su JAMA hanno analizzato la relazione tra la presenza di pressione alta in adulti di età inferiore ai 40 anni e l’aumento del rischio di successivi eventi legati a malattie cardiovascolari. Nel primo studio, i ricercatori, guidati da Yuichiro Yano, della Duke University di Durham, Stati Uniti, hanno sottoposto 4.800 adulti afroamericani e bianchi a misurazioni della pressione arteriosa prima dei 40 anni. I dati raccolti hanno mostrato che gli adulti con pressione arteriosa elevata (sistolica da 120 a 129 mmHg; diastolica inferiore a 80 mmHg), ipertensione di stadio 1 (sistolica da 130 a 139 mmHg; diastolica da 80 a 89 mmHg) o ipertensione di stadio 2 (sistolica di 140 mmHg o superiore; diastolica di 90 mmHg o superiore) prima dei 40 anni presentavano un rischio associato più alto di sviluppare malattie cardiovascolari come malattia cardiaca coronarica fatale e non fatale, insufficienza cardiaca o ictus rispetto agli adulti che avevano una pressione sanguigna normale durante un follow-up di circa 19 anni. In un secondo studio, Sang Min Park, della Seoul National University di Seoul, Corea del Sud, e il suo gruppo di lavoro, hanno analizzato i dati del Servizio nazionale di assicurazione sanitaria coreano relativi a circa 2,5 milioni di adulti di età compresa tra i 20 e i 39 anni che sono stati sottoposti a misurazioni della pressione arteriosa nell’arco di quattro anni e che sono stati seguiti per altri 10 anni per riscontrare eventuali malattie cardiovascolari. Anche in questo caso, i ricercatori hanno osservato che gli adulti con ipertensione di stadio 1 o 2 prima dei 40 anni di età mostravano un aumento del rischio di malattia cardiovascolare successiva rispetto agli adulti con pressione arteriosa normale. «Esistono grandi lacune nelle attuali conoscenze su epidemiologia, diagnosi, stratificazione del rischio e gestione della pressione sanguigna elevata nei giovani adulti. Saranno necessari studi anche per chiarire le origini dello sviluppo di pressione elevata nei bambini e l’impatto dei determinanti sociali» dice in un editoriale di accompagnamento Ramachandran Vasan, della Boston University School of Medicine. In un altro editoriale, Naomi Fisher, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, e Gregory Curfman, redattore capo della rivista, affermano che saranno necessari sistemi innovativi di assistenza sanitaria per gestire l’innalzamento della pressione arteriosa nella popolazione giovane. (fonte: doctor33)

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La depressione è una malattia che condiziona chi ne soffre

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che entro il 2030 potrebbe diventare la malattia cronica più diffusa al mondo; già oggi è un disturbo psichiatrico ampiamente diffuso e si stima interessi quasi 4.500.000 di persone in Italia, soprattutto donne in una proporzione di 2 a 1 rispetto agli uomini. La depressione colpisce almeno una volta nella vita da 1 persona su 5 a 1 su 3; in sostanza, il rischio di un individuo di sviluppare un episodio depressivo durante la propria esistenza è di circa il 15%. L’esordio può avvenire a qualunque età, ma è più frequente tra i 20 e i 30 anni, con un picco di incidenza nella decade successiva con gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, su quello socio-relazionale e nell’ambito professionale. Secondo una recente indagine di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere infatti la depressione impatta negativamente in tutte le sfere della vita: sull’autostima (78%), sulla propria vita sociale e relazionale (70%) e sugli interessi personali (67%) coinvolgendo non solo il paziente, ma anche la sua famiglia. Tre italiani su 5 considerano la depressione una malattia seria e complessa, da diagnosticare e curare, i principali fattori scatenanti sono identificati in traumi psicologici (62%) e periodi di stress (60%) e un paziente su 5 ha pensieri suicidari.Il suicidio costituisce la complicanza più temuta e il rischio di suicidio in coloro che soffrono di depressione è del 10-15%, mentre il rischio di tentato suicidio è di quarantuno volte superiore rispetto a quello della popolazione generale.
Se ne è parlato oggi a Milano in occasione della presentazione del nuovo libro di Onda a cura di Claudio Mencacci e Paola Scaccabarozzi “Viaggio nella depressione. Esplorarne i confini per riconoscerla e affrontarla”, realizzato grazie al contributo incondizionato di Lundbeck, che fotografa tutti gli aspetti della malattia: sociali, epidemiologici, clinico-diagnostici, terapeutici ed economici, con l’obiettivo di farla conoscere meglio, prevenirla e affrontarla.“La depressione condiziona pesantemente la vita di chi ne soffre”, afferma Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento salute mentale e neuroscienze ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano, “e può diventare una condizione debilitante anche per i suoi riflessi sulla sfera cognitiva riducendo il funzionamento della persona in ambito lavorativo, scolastico e sociale.”“La depressione è una patologia della mente e dell’anima che a cascata innesca sentimenti di colpa, di inadeguatezza e di incapacità di reagire agli stimoli esterni”, spiega Paola Scaccabarozzi, giornalista e divulgatore scientifico. “È un’apatia logorante che fa vedere la vita a tinte fosche e può colpire in tutte le fasi dell’esistenza, ma fortunatamente la possibilità di uscirne esiste. Questo volume vuole essere uno strumento per conoscerla meglio, prevenirla e affrontarla grazie alle nuove conoscenze scientifiche, al supporto di associazioni e centri di riferimento elencati nel libro e alle testimonianze di chi con la depressione ha dovuto fare i conti in prima persona”.

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Patologia vascolare e malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Milano, Palazzo Reale – 10 novembre 2018 h.9-13 – Ingresso libero ARD Onlus e Federazione Alzheimer Italia insieme per la IX Conferenza di Neurologia Patologia vascolare e malattia di Alzheimer. Organizzato da ARD-Associazione per la Ricerca sulle Demenze Onlus e dalla Federazione Alzheimer Italia, il convegno scientifico è a ingresso libero (prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti). Protagonista del convegno sarà il prof. Leonardo Pantoni – ordinario di neurologia presso l’Università degli Studi di Milano e neo Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano – che nella sua Lectio magistralis “Il contributo della patologia vascolare al declino cognitivo: riconoscere per prevenire” illustrerà come la patologia vascolare sia una causa, da sola o in associazione con altri processi neurodegenerativi (tra cui il più frequente e noto è l’Alzheimer), del declino cognitivo che colpisce in maniera sempre più esponenziale la popolazione.“Tale riconoscimento è importante perché misure preventive e terapeutiche sono possibili nel caso della componente vascolare attraverso un’azione sui fattori di rischio e sulla prevenzione dell’ictus”.“La prevenzione vascolare può quindi aiutare nella patologia degenerativa”, commenta a sostegno il prof. Claudio Mariani, presidente di ARD Onlus, che passa il testimone della direzione della UOC di Neurologia al Sacco al prof. Pantoni. “Numerosi sono gli studi scientifici recenti che rilevano che la prevenzione dei fattori di rischio vascolari (ipertensione arteriosa, diabete, colesterolo, fumo di sigaretta, obesità, vita sedentaria, stress) riduce di più di un terzo i casi di Alzheimer, cioè la malattia degenerativa pura, che rappresenta nel complesso il 60% di tutti i casi di demenza”.
Nella seconda parte della mattinata si terrà la Tavola rotonda, moderata dal prof. Mariani, in cui interverranno tre relatori di fama europea: il prof. Massimo Musicco, dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che farà un focus sull’invecchiamento della popolazione; il prof. Stefano Cappa, ordinario di neurologia presso la IUSS di Pavia e direttore scientifico dell’IRCSS Fatebenefratelli di Brescia, che si concentrerà sulla stimolazione e riabilitazione cognitiva; il prof. Nicola Vanacore, del Centro Nazionale di prevenzione delle malattie e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, che affronterà il tema dei fattori di rischio e delle strategie di prevenzione.“Sono felice di affiancare ARD Onlus e il prof. Mariani, importante ricercatore e personale amico, in questa iniziativa proposta ai cittadini”, commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. “In Italia le persone affette da demenza e Alzheimer sono stimate nel complesso in 1.241.000 e noi abbiamo il dovere di diffondere la più corretta e diffusa informazione sia di tipo sociale sia medico scientifico”.

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Malattia di Fabry: diagnosi e cura

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 luglio 2018

Dare ai pazienti in trattamento con la ERT la possibilità di effettuare la terapia domiciliare in alternativa alla somministrazione in ospedale in ogni regione italiana e inserire nel panel dello Screening Neonatale Esteso la malattia di Fabry e le Lisosomiali. Ha esposto le sue priorità AIAF Onlus, l’Associazione Italiana Anderson-Fabry (www.aiaf-onlus.org) nel corso dell’”Excellence Meeting I AM FABRY – Accademia Malattia di Fabry”, che si è svolto a Napoli.
Ad aprire il convegno proprio Stefania Tobaldini, presidente di Aiaf, invitata per dare voce ai pazienti. Nel suo intervento “Cosa si aspetta dal Sistema Sanitario un paziente affetto da malattia rara nel 2018”, ha fatto il punto sui progetti e gli obiettivi dell’associazione di fronte ad una platea di 250 medici provenienti da tutta Italia.
Nel corso del suo intervento Stefania Tobaldini ha evidenziato le diverse problematiche vissute dal paziente Fabry fin dal momento in cui si trova a dover affrontare i primi sintomi: i numerosi consulti medici (a partire dal medico di medicina generale o pediatra di libera scelta fino alle visite specialistiche, cui spesso viene indirizzato anche senza un corretto sospetto diagnostico), i troppi anni vissuti alla ricerca di una diagnosi corretta, con un impatto pesante sulla famiglia sia sotto l’aspetto economico che dal punto di vista della qualità di vita, ma anche la difficoltà nel comprendere la diagnosi di ‘malattia rara’, specie se questa viene comunicata in modo frettoloso. “Oggi i pazienti sono molto esigenti, vogliono essere parte attiva e si informano sul web, ma purtroppo in Internet non sempre si trovano informazioni corrette – ha spiegato la Tobaldini – E’ quindi molto importante che si instauri un buon rapporto tra medico e paziente, e che la visita di monitoraggio periodica venga programmata con regolarità e possa diventare anche un momento per confrontarsi ed instaurare un clima di fiducia”. Un problema, inoltre, le disparità regionali nella domiciliazione delle terapie, le difficoltà nel gestire le assenze dal lavoro per la gestione della malattia e delle terapie a causa dell’assenza di tutele specifiche e il mancato riconoscimento di invalidità da pare delle commissioni INPS. Tutto questo aggravato dall’assenza di un supporto psicologico strutturato lungo tutto il percorso del paziente.
Su molti di questi temi il Consiglio Direttivo di Aiaf sta lavorando con progetti ad hoc.
La Malattia di Anderson-Fabry è una patologia genetica rara, caratterizzata da un accumulo di particolari grassi in varie cellule dell’organismo. Colpisce soprattutto i reni, il sistema nervoso e l’apparato cardiocircolatorio e l’aspettativa di vita è fino a 30 anni in meno rispetto al resto della popolazione. Si calcola che siano circa 60 i nuovi casi ogni anno in Italia, per un totale di 700 pazienti che convivono con questa patologia, ma si tratta di un numero ampiamente sottostimato.

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Cure per la malattia di Lyme/Cures for Lyme Disease

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 giugno 2018

Più di 300.000 nuovi casi di malattia di Lyme, la malattia da zecche più comune negli Stati Uniti, sono diagnosticati ogni anno. In una nuova intervista con CMRubinWorld, Dr. Brian Fallon, Direttore delle Malattie di Lyme e zecche Research Center presso la Columbia University Medical Center Irving rivela che, nonostante le difficoltà di trovare una cura per questa complessa e debilitante malattia, la medicina di precisione e della biotecnologia stanno accelerando la scoperta di nuovi strumenti con cui i medici saranno in grado di diagnosticare e trattare i pazienti. In un libro autorevole nuova, Columbia University Medical Center medici Brian Fallon e Jennifer Sotsky spiegano perché c’è molto motivo di ottimismo. “Attraverso un rapido sequenziamento genetico, gli scienziati possono identificare diversi ceppi di Borrelia burgdorferi (agente eziologico della malattia di Lyme), così come le nuove infezioni microbiche zecche, come la Borrelia miyamotoi, Borrelia mayonii, e il virus Heartland”, dice Fallon. La scoperta di questi nuovi microbi all’interno zecche ha contribuito in modo significativo i ricercatori in quanto “fornisce un punto di partenza per lo studio della patogenesi, lo sviluppo di vaccini, e il trattamento.”, Osserva Fallon che i ricercatori sono stati anche in grado di schermo migliaia di farmaci per stabilire quali abbiano la capacità di distruggere Borrelia.Brian Fallon, MD, MPH è il direttore delle Malattie di Lyme e zecche Research Center presso la Columbia University Irving Medical Center e autore con Jennifer Sotsky di conquistare malattia di Lyme: Scienza Ponti il ​​Great Divide, pubblicato nel 2018 dalla Columbia University Press.
More than 300,000 new cases of Lyme disease, the most common tick-borne illness in the United States, are diagnosed each year. In a new interview with CMRubinWorld, Dr. Brian Fallon, Director of the Lyme and Tick-Borne Diseases Research Center at the Columbia University Irving Medical Center reveals that despite the challenges to find a cure for this complex, debilitating disease, precision medicine and biotechnology are accelerating the discovery of new tools with which doctors will be able to diagnose it and treat patients.In an authoritative new book, Columbia University Medical Center physicians Brian Fallon and Jennifer Sotsky explain why there is much cause for optimism. “Through rapid genetic sequencing, scientists can identify many different strains of Borrelia burgdorferi (causative agent of Lyme disease) as well as new tick-borne microbial infections, such as Borrelia miyamotoi, Borrelia mayonii, and the Heartland virus,” says Fallon. The discovery of these new microbes inside ticks has significantly helped researchers since it “provides a starting point for the study of pathogenesis, vaccine development, and treatment.” Fallon notes that researchers have also been able to screen thousands of drugs to determine which have the ability to destroy Borrelia.
Brian Fallon, MD, MPH is the Director of the Lyme and Tick-Borne Diseases Research Center at the Columbia University Irving Medical Center and the author with Jennifer Sotsky of Conquering Lyme Disease: Science Bridges the Great Divide, published in 2018 by Columbia University Press.

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Oltre i limiti della malattia

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Bergamo. Grazie alla generosità di Ubi Banca e dell’Associazione IBIS, arriva al Papa Giovanni una figura professionale – tecnicamente un case manager, letteralmente “coordinatore del caso” – specializzata nel facilitare l’accesso dei pazienti con SLA e altre gravi malattie neurologiche ai servizi di cui hanno bisogno, anche quelli fuori dall’ospedale, come vuole la Riforma del Sistema socio sanitario di Regione Lombardia.E’ questo il cuore del progetto Superabile, chiamato così perché ha come obiettivo ultimo quello di consentire ai pazienti di superare i limiti imposti dalla malattia, soprattutto sul fronte della comunicazione e dei movimenti, e di acquisire nuove abilità e competenze e una migliore qualità della vita.
Superabile è l’estensione del progetto “Un Case manager per la SLA”, realizzato nel triennio 2015-2017 grazie al sostengo dell’ Associazione Ibis, che ha visto un professionista impegnato nella rilevazione dei bisogni assistenziali dei pazienti con SLA – in occasione degli accessi in day Service, degenza, a domicilio o interpellando medici, infermieri, terapiste, psicologhe e assistenti sociali -, per adeguare il piano assistenziale alle effettive necessità e consentire la tempestiva fornitura di protesi e ausili per il movimento, il controllo ambientale, la comunicazione e il superamento di barriere architettoniche.Il progetto Superabile intende ricalcare questo percorso, estendendo la figura del Case Manager anche ai pazienti con altre malattie neurologiche che comportano un analogo deficit funzionale e neuromotorio destinato a peggiorare nel tempo, e adeguandone il ruolo ai cambiamenti previsti dalla Riforma del Sistema socio sanitario della Regione Lombardia.Questo progetto è realtà grazie alla sensibilità e generosità di Ubi Banca e dell’Associazione IBIS, da tempo vicine al Papa Giovanni, ai suoi pazienti e alle loro necessità.
“Nuovamente ci troviamo a collaborare con l’Ospedale di Bergamo, portando avanti una storica ed importante sinergia che risale alla sua fondazione e confermando la nostra volontà di tradurre in modo concreto lo slogan “fare Banca per bene” – interviene Luca Gotti, Responsabile Macro Area Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest di UBI Banca -. Il progetto che oggi viene presentato, e che ci coinvolge direttamente, rappresenta un sostanziale tentativo di combattere una terribile malattia che potrebbe affliggere tutti quanti noi, ecco il motivo per cui abbiamo accolto la richiesta di aiuto dell’Associazione IBIS, riaffermando così, una volta di più, il nostro ruolo istituzionale all’interno del tessuto bergamasco e il forte legame che abbiamo con le Associazioni.”“Grazie alla generosità del territorio bergamasco siamo riusciti già dal 2015 ad anticipare le linee strategiche di cura e presa in carico che la Riforma della sanità di Regione Lombardia sta estendendo a tutti i pazienti cronici e fragili – ha commentato Carlo Nicora, direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Oggi riusciamo a rinnovare ed estendere questo servizio, sempre grazie al sostegno di realtà bergamasche molto attente ai bisogni dei malati, consapevoli che i case manager sono figure sempre più centrali nella cura di pazienti con necessità che vanno oltre il confine del reparto o dell’ambulatorio ospedaliero”.

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La malattia rende (più) cattivi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Roma Giovedì 12 Aprile 2018 – Ore 16.30 – Oratorio Arciconfraternita S. Caterina – Via Monserrato 111. In particolare, in Oncologia, la scoperta di aver contratto la malattia condiziona in negativo le relazioni interpersonali tra il paziente e il suo mondo di riferimento: familiare, lavorativo, affettivo? Quanto una malattia incide sui sentimenti, quanta “cattiveria” aggiunge in un normale rapporto di vita quotidiana con le cose e le persone con le quali si convive? E ancora: tali comportamenti che perseguono, senza motivazioni apparenti e oggettive, “il male degli altri” – una sorta di “salvazione” attraverso il dolore altrui – quanto alla fine interferiscono con il buon andamento delle terapie, con la speranza della guarigione, nei rapporti con chi si prende cura della malattia e della persona, dentro e fuori gli ospedali? E se la “cattiveria”, intesa come piacere della sofferenza altrui senza un apparente vantaggio personale, è pre-esistente al male? E se si impadronisce, per effetto riflesso, di soggetti che hanno relazione con il paziente? Insomma: “quando il male rende cattivi” e la cattiveria diventa un ostacolo sconosciuto e pericoloso nei percorsi di cura, che si deve fare?… L’obiettivo della tavola rotonda è un’occasione di approfondimento realmente transdisciplinare sul fenomeno della “cattiveria” nei pazienti complessi, come quelli oncologici. Il tema appare stimolante, anche se insidioso, per le ripercussioni cliniche che potrebbe avere. Emergono i richiami culturali e le moltissime differenze, con comportamenti o sentimenti presenti nelle diverse fasi della malattia oncologica come rabbia, malvagità, aggressività. Diversamente da queste, il tema della cattiveria è affrontato raramente in Medicina e ancor meno in Oncologia, sebbene la sua carica di negatività ostacoli la cura e interagisca pesantemente con il benessere del paziente. “Pianeta Medicina & Salute” di maggio ospiterà un ampio servizio.

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Caccia aperta alla proteina che “infiamma” la malattia di Alzheimer e di Parkinson

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

alzheimer-cervelloI giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia tornano a caccia di proteine come potenziali target farmacologici per curare la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questa volta si tratta della proteina LRRK2: si cercherà di capire se e come possa essere associata alla neuroinfiammazione, caratteristica presente in entrambe le malattie neurodegenerative. L’associazione tra la proteina LRRK2 e la neuroinfiammazione è già stata studiata in modelli cellulari e animali che riproducono la malattia di Parkinson, la domanda attuale è capire se LRRK2 possa essere associata anche alla malattia di Alzheimer, spiega la dottoressa Isabella Russo, che coordinerà due giovani ricercatori presso l’unità di Genetica dell’ IRCCS Fatebenefratelli nel progetto di ricerca “LRRK2 come nuovo target farmacologico per la cura delle malattie neurodegenerative” (costo 410.000 euro). L’obiettivo è scoprire il meccanismo d’azione della proteina in queste patologie, a scopo terapeutico. «Diversi studi in letteratura – racconta – indicano eventi neuropatologici in comune tra la malattia di Alzheimer e di Parkinson. Questo progetto si pone l’obiettivo di investigare se la neuroinfiammazione mediata dalla proteina LRRK2 possa rappresentare un pathway comune alle due patologie. LRRK2 è un gene mutato nelle forme genetiche di Parkinson e, di interesse, varianti genetiche nel gene LRRK2 sono state associate ad un rischio maggiore di insorgenza di entrambe le malattie. Questo progetto ha la potenzialità in futuro di identificare LRRK2 come un target farmacologico per rallentare la progressione delle due malattie neurodegenerative».

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97esimo Congresso nazionale della Società Oftalmologica italiana

Posted by fidest press agency su sabato, 2 dicembre 2017

Glaucoma“Il glaucoma è una patologia caratterizzata da una otticopatia, cioè una malattia del nervo ottico, e il più delle volte è determinata da un aumento della pressione oculare. L’obiettivo e’ quello di fare uno screening di massa per cercare di individuare i circa 500mila soggetti in Italia affetti da glaucoma e che non sanno di avere questa malattia, definita il ‘ladro silenzioso della vista’, proprio perche’ ruba il campo visivo in maniera lenta e progressiva”. Cosi’ Lucio Zeppa, primario di oculistica all’ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino in occasione della presentazione della relazione ufficiale Soi 2017 sul trattamento del glaucoma, avvenuta oggi a Roma durante il 97esimo Congresso nazionale della Societa’ Oftalmologica italiana, in programma fino a sabato all’Hotel Rome Cavalieri. La relazione tratta la gestione medica e chirurgica del glaucoma in tutte le sue forme.
“I soggetti piu’ a rischio hanno un’eta’ compresa tra i 40 e i 60 anni- prosegue Zeppa- epoca nella quale piu’ frequentemente la malattia comincia a determinare danni, escluse ovviamente le forme di tipo congenito. I primi segnali possono essere una visione offuscata, la visione di aloni luminosi e un senso di pesantezza a livello perioculare”. Ma cosa e’ emerso dalla relazione della Soi sul glaucoma? “Oggi sono stati fatti passi estremamente in avanti- risponde l’esperto- Dal punto di vista diagnostico, con la alta tecnologia che consente all’oculista, una volta screenato il paziente, di ben stabilizzare la malattia; dal punto di vista terapeutico, con le nuove metodologie chirurgiche e parachirurgiche (mi riferisco ai laser, in particolare); dal punto di vista terapeutico, infine, con tante molecole nuove immesse sul mercato per il controllo della pressione intraoculare”. Grandi passi in avanti si stanno inoltre facendo anche in termini di neuroprotezione. “Il glaucoma, come ho gia’ detto- spiega ancora Zeppa- e’ una malattia caratterizzata da un’alterazione a carico della testa del nervo ottico, quindi il nostro obiettivo non e’ solo quello di ottenere un abbassamento del valore pressorio oculare, ma e’ anche quello di effettuare una neuroprotezione per proteggere questo nervo. Volendo semplificare, noi potremmo paragonare il sistema visivo a quello di una lampadina elettrica: la lampadina e’ l’occhio, il filo della corrente e’ il nervo dell’occhio e l’interruttore il cervello.
La malattia si realizza li’ dove c’e’ il frutto della lampadina, cioe’ l’innesto della lampadina sul filo della corrente. Noi dobbiamo allora cercare in tutte le maniere di andare a proteggere questo frutto, cioe’ il nervo ottico”. Nel corso della presentazione della relazione Soi sul glaucoma, intanto, e’ stato dato particolare rilievo alle piu’moderne tecniche di trattamento chirurgico e alle piu’ attuali metodologie di trattamento con laser. “Mi piace fare sempre questo paragone- aggiunge ancora Zeppa- tra l’oculistica e la cardiochirurgia. In passato il paziente affetto da cardiopatia ischemica aveva due possibilita’: o la terapia medica o il bypass aortocoronarico; poi l’evoluzione tecnologica ha evidenziato le possibilita’, con l’emodinamica, di mettere gli stent nelle arterie coronariche. Nell’oculistica oggi possiamo dunque dire che abbiamo una terapia medica e, mentre in passato si faceva esclusivamente un intervento definito trabeculectomia, oggi abbiamo una via intermedia grazie a dei microsten t minimamente invasivi che si possono inserire nell’occhio per ottenere un abbassamento della pressione oculare”. Studi recenti hanno dimostrato che una molecola, la ‘citicolina’, e’ in grado di rallentare la progressione del glaucoma. È davvero cosi’? “Si’ il nostro obiettivo e’ quello di andare a correggere la testa del nervo ottico e la citicolina ha come finalita’ proprio la protezione della testa del nervo ottico. Viene somministrata in varie forme ed e’ auspicabile, credo in un futuro non troppo lontano, di poter riuscire ad ottenere la localizzazione di questa molecola, che e’ un neuroprotettore, direttamente sulla testa del nervo ottico”.

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Il Parkinson in Italia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 novembre 2017

parkinsonOggi in Italia sono circa 300.000 le persone con malattia di Parkinson, e purtroppo questo numero è destinato a raddoppiare. Nei prossimi 15 anni si stima che si arriverà a 6.000 nuovi pazienti l’anno, di cui la metà colpiti ancora in età lavorativa.
Il prossimo 25 novembre in occasione della Giornata Nazionale della Malattia di Parkinson promossa dall’Accademia Italiana Malattia di Parkinson e Disordini del Movimento, la Società Italiana di Neurologia (SIN) fa il punto sui progressi della ricerca scientifica.Per la prima volta in Italia verrà realizzato uno studio con l’obiettivo di valutare il complesso dei fattori di rischio e dei fattori protettivi della malattia di Parkinson per identificare le probabili associazioni che possono impattare sulla malattia.“Finora la letteratura scientifica ha riportato gli effetti dei singoli fattori di rischio sullo sviluppo della Malattia di Parkinson – afferma il Prof. Alfredo Berardelli, Ordinario di Neurologia presso l’Università La Sapienza di Roma – Attraverso questo primo studio italiano multicentrico osservazionale intendiamo capire in che modo i diversi fattori interagiscono tra di loro e creano i cambiamenti nel cervello che sviluppano la malattia, cosi come indagare sull’associazione tra fattori di rischio e fattori di protezione con l’obiettivo di prevenire o rallentare il progredire della malattia”. “Tra i fattori di rischio più frequenti – dichiara il Prof. Giovanni Defazio, Ordinario di Neurologia presso l’Università di Cagliari – si annoverano l’età avanzata, la familiarità, il sesso maschile, l’etnia (i più colpiti sono i Caucasici), diversi fattori ambientali, i traumi cranici e i disturbi dell’umore come la depressione. Mentre tra quelli protettivi l’attività fisica è il più importante, seguita da un’attività lavorativa; sembra che anche il fumo e il caffè, malgrado nocivi sotto altri punti di vista, siano considerati fattori protettivi”.Oltre a questo studio italiano, i neurologi continuano a lavorare intensamente a nuove tecniche che permettano una diagnosi il più precoce possibile, addirittura pre-clinica, ossia prima della comparsa dei sintomi motori.“Ai fini di una diagnosi quanto più precoce – afferma il Prof Pietro Cortelli, Ordinario di Neurologia dell’Università di Bologna – è molto importante che i pazienti riferiscano al proprio specialista tutti quei sintomi apparentemente non riconducibili alla Malattia di Parkinson come ad esempio il deficit olfattivo, la depressione, i dolori delle grosse articolazioni e i disturbi comportamentali durante il sonno. Si tratta, infatti, di sintomi non motori che possono aiutare a identificare soggetti a rischio di sviluppare la malattia con un anticipo di 10-12 anni. In questo modo si potrebbe iniziare il trattamento sintomatico o neuro-protettivo nella fase pre-motoria della malattia e sarebbe possibile cambiare il decorso della malattia, rallentandone la progressione.La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

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Malattie della pelle in aumento

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

ospedale bresciaBrescia. Psoriasi, dermatite atopica e vitiligine sono malattie infiammatorie della pelle sempre più diffuse. Molti pazienti possono essere trattati dal dermatologo senza farmaci ma con gli strumenti messi a disposizione dalla fototerapia, in cui gli Spedali Civili di Brescia sono un punto di riferimento europeo. La fototerapia consiste nell’esposizione alla luce con particolari apparecchiature che permettono di irradiare il paziente o solo alcune zone specifiche del corpo, evitando l’uso di farmaci biologici, molto costosi, che possono provocare effetti indesiderati anche pesanti e sono comunque controindicati in pazienti portatori di infezioni croniche o che hanno sofferto di tumori.“La fototerapia è da tempo un approccio utilizzato con successo nel nostro ospedale – afferma il prof. Piergiacomo Calzavara-Pinton, Direttore del Dipartimento di Dermatologia all’Università di Brescia e Presidente SIDeMaST, (Società Italiana di Dermatologia medica e chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmesse) -, non riduce le difese immunitarie e può essere efficace quanto le terapie farmacologiche. Inoltre i costi sono ridotti rispetto all’uso di alcune molecole: un ciclo di farmaci biologici costa circa 15mila euro per paziente ogni anno, utilizzando le apparecchiature per la fototerapia si possono trattare efficacemente tra i 100 e i 200 pazienti al giorno, con un notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale.” Con i nuovi macchinari, a tecnologia laser, LED o a eccimeri, l’esposizione alla luce può essere localizzata e regolata sulla persona e sul tipo di malattia modulando il sistema immunitario senza avere la tossicità sistemica tipica dei farmaci biologici, che tra l’altro non sono indicati in pazienti con epatite B o C, HIV e tumori.”
Di fototerapia, ma anche di malattie causate da sensibilità alla luce e di fotoprotezione si parla al 3° Corso Europeo di Fotodermatologia che si apre oggi al Centro Pastorale Paolo VI a Brescia. Nella prima giornata sotto i riflettori i meccanismi della fotodermatologia (fototerapia e fotosensibilità), nella seconda invece si approfondiranno i temi della fotoprotezione. “In seguito all’esposizione al sole i pazienti con fotodermatosi autoimmuni come eritema solare (polimorfo solare) e orticaria solare – continua il prof. Calzavara-Pinton – hanno una potente reazione cutanea perché il loro sistema immunitario non si adatta alla luce come nelle persone sane. Reazioni fotoallergiche o fototossiche da farmaci o sostanze naturali applicate localmente o assunte per bocca sono anche frequentissime. L’esposizione solare, insieme all’inquinamento ambientale, contribuisce in modo determinante all’invecchiamento della pelle. Per averne un’idea basta guardare la differenza tra la pelle del viso e quella della pancia: hanno la stessa età, hanno mangiato le stesse cose, ma la pelle del viso ha un aspetto più vecchio con molte più rughe e macchie. Dunque, come dobbiamo proteggere la pelle? I solari, e ne esistono moltissimi in commercio, non sono sempre adeguati. A volte si usano i prodotti sbagliati e in modo errato. È importante sapere quali prodotti usare e in che modo”. Tutto ciò rappresenta un ulteriore costo per il SSN. Nella seconda giornata del corso previsti anche i contributi dei direttori medici di alcune delle maggiori aziende produttrici di prodotti solari impegnate nella ricerca sulla fotoprotezione, insieme ai clinici, per mettere a punto nuove linee guida europee per la fotoesposizione che saranno disponibili il prossimo anno.

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BPCO, una malattia che gli europei conoscono poco

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 settembre 2017

European public opinion“Hai mai sentito parlare di BPCO?” Due volte su tre, la risposta a questa domanda è “no”. Soltanto il 45% dei tedeschi, il 44% degli inglesi, il 41% degli spagnoli, appena il 20% dei belgi e, fanalino di coda, il 10% degli italiani, infatti, ha risposto di sì. A rivelarlo è un’approfondita indagine realizzata a luglio da GfK Eurisko in cinque paesi europei (Italia, Germania, Spagna, Regno Unito, Belgio) su un campione di 4.250 persone dai 18 anni in poi. In media, “ha sentito parlare di BPCO” il 35% degli intervistati e soltanto il 10% ha associato la sigla alla Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva. Un numero sorprendentemente basso per una malattia che colpisce 348 milioni di persone nel mondo e che entro il 2020 sarà la terza causa di decesso. L’indagine GfK Eurisko “La BPCO (Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva) le conoscenze, i vissuti, l‘impatto sulla qualità di vita”, svela molti aspetti di questa malattia e della percezione che se ne ha. Correttamente, viene considerata grave o molto grave nella quasi totalità dei casi (95%) e nella classifica delle patologie più severe viene messa al quinto posto, dopo cancro, infarto, ictus e Alzheimer. Anche riguardo alla prevenzione c’è un buon livello di consapevolezza: i dati mostrano che per la maggior parte delle persone che la conoscono, la BPCO può essere prevenuta non fumando o smettendo di fumare (84%) e facendo controlli periodici (63%). Il fumo, in particolare, è considerato la causa principale dell’insorgere della malattia (da oltre l’80% di chi ne ha sentito parlare), seguito dall’inquinamento (54%) e dalla familiarità (37%).“È indispensabile che si alzi la guardia su questa malattia, che nel mondo causa tre milioni di morti ogni anno”, afferma Leonardo M. Fabbri, già Professore di Medicina Interna e Respiratoria presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, Visiting Professor di Medicina Interna e Respiratoria all’Università di Ferrara e Gothenburg (Svezia). “Secondo l’indagine GfK Eurisko – continua Fabbri – l’opinione pubblica la pone al quinto posto tra le malattie più invalidanti, dopo gli eventi cardiovascolari. Ma pochi forse sanno che oggi la mortalità di chi è ricoverato in ospedale per infarto è del 15% a tre anni, mentre la mortalità di un paziente con BPCO ricoverato per una riacutizzazione della malattia, cioè un peggioramento acuto dei sintomi, è del 50% nello stesso periodo”.
I sintomi della malattia più presenti risultano essere la stanchezza (48%), la mancanza di fiato/fiato corto (dispnea, 46%), la tosse secca (40%), il senso di oppressione sul petto e la difficoltà a respirare (31%).Ma al di là dell’elenco dei singoli sintomi, i dati svelano il grande impatto della malattia sulla qualità della vita. La BPCO influenza la vita in generale nel 75% dei casi, il lavoro e le attività quotidiane nel 66%, la vita sociale, le relazioni e la vita familiare nel 56% e la vita di coppia nel 51%.
Scendendo più nel dettaglio, nel 79% dei casi i pazienti hanno difficoltà a fare qualsiasi tipo di attività sportiva; nel 62% non riescono a dedicarsi come vorrebbero al proprio hobby; nella stessa percentuale (62%) non riescono a prendersi cura dei bambini o a giocare con loro; il 56% limita i viaggi, il 53% la vita affettiva, il 47% gli incontri con gli amici e il 42% le uscite per andare al ristorante, al cinema, a teatro, al pub.
Solo il 35% dei pazienti intervistati assume un solo farmaco, il 42% ne assume due e ben il 23% ne assume tre o più. Questo per molti significa dover gestire più inalatori: un problema che si riflette sull’aderenza al trattamento. Se il 75% segue le prescrizioni del medico, infatti, uno su quattro non riesce: la metà perché si sente meglio e pensa di non aver bisogno del farmaco, il 41% perché si dimentica, il 13% perché “assumere tante medicine lo fa sentire malato”. Altri commentano che “è difficile utilizzare differenti tipi di inalatore”, che la cura non è efficace e che è una cura complicata, ed è facile commettere errori.
In ultimo, l’indagine ha sondato quali siano i bisogni ancora insoddisfatti di questi pazienti. Ebbene, la stragrande maggioranza – 85% – vorrebbe un farmaco che lo facesse stare meglio, il 77% vorrebbe un farmaco che agisse più in fretta, il 65% vorrebbe usare un solo inalatore, il 60% vorrebbe dover assumere un solo farmaco.

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Glaucoma: malattia sempre più neurologica

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

GlaucomaL’occhio come il cervello: un organo che può subire gli effetti del tempo ed essere colpito da neuro-degenerazione. Solo che mentre i danni al cervello si manifestano sotto forma di malattie cognitive, come Alzheimer o Parkinson, negli occhi la neuro-degenerazione si può presentare sotto forma di glaucoma. Una patologia in crescente aumento: nel mondo il numero delle persone di età tra i 40 e gli 80 anni affette da glaucoma è attualmente di 64.3 milioni ed è previsto aumentare a 76.0 milioni nel 2020 e a 112 milioni nel 2040 (1). A spiegare qual è il nesso tra glaucoma e neuroprotezione sono il Professor Stefano Gandolfi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, e il Professor Carlo Nucci, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica presso il Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata, intervenuti al Meet the Expert, organizzato con il patrocinio della Società Italiana Glaucoma (SIGLA).
Alcuni studi dimostrano che l’esposizione prolungata al sole senza una protezione adeguata può provocare danni permanenti agli occhi. La luce ultravioletta (UV), che si riflette maggiormente sulla sabbia e sull’acqua, può provocare una bruciatura sulla superficie dell’occhio (cornea e congiuntiva). L’esposizione a lungo termine può influenzare non solo la superficie dell’occhio, ma anche le strutture interne, tra cui la retina. L’esposizione non protetta alla luce UV è un fattore di rischio per la cataratta e la degenerazione maculare, ma per il glaucoma? “Non c’è un nesso tra il sole e questa patologia” chiarisce il Professor Carlo Nucci Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Milano.

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