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Marina Gazzini Storie di vita e di malavita: Criminali, poveri e altri miserabili nelle carceri di Milano alla fine del medioevo

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 aprile 2018

Parma venerdì 20 aprile alle 16.30 Palazzo del Governatore terzo appuntamento della rassegna “Libri di Storia – Incontri con gli autori”, organizzata dall’Università di Parma – Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali con il Comune di Parma. L’appuntamento sarà aperto dal Delegato del Rettore alle Iniziative culturali di carattere storico Piergiovanni Genovesi, curatore della rassegna, e dal Direttore del Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali Diego Saglia. Con l’autrice Marina Gazzini, docente di Storia medievale all’Università di Parma, dialogheranno Giuliana Albini e Nadia Covini dell’Università di Milano, e Giovanni Marcello Ceccarelli dell’Università di Parma.
Storie di vita e di malavita. Criminali, poveri e altri miserabili nelle carceri di Milano alla fine del medioevo (Firenze University Press, 2017) affronta un tema – le prigioni e i loro abitanti – poco praticato dalla storiografia medievistica italiana, e in generale poco frequentato anche dai moderni media che, al di là di eventi sensazionalistici, tendono a rimuovere quello che accade dentro le carceri. Indagare la condizione dei carcerati è invece importante non solo per ridare voce a individui messi ai margini della società, ma anche perché si rivela un modo per cogliere le dinamiche di esclusione e di inclusione sociale pertinenti al controllo della devianza. Si tratta anche di una via di accesso all’ideologia religiosa, di un mezzo per scavare nelle condizioni sociali ed economiche di una fetta di popolazione che viene facilmente confinata a rappresentazioni di maniera, e infine permette un’ulteriore verifica dei meccanismi di relazione tra governanti e governati negli stati del tardo medioevo.La ricerca che ha dato vita al volume si è basata su fonti di vario genere, ma in particolar modo sono state esaminate suppliche di carcerati, elenchi di detenuti, liste di condannati a morte, statuti cittadini. Il volume è disponibile sia in formato cartaceo sia in formato digitale, ed è scaricabile gratuitamente dal web al link http://www.ebook.retimedievali.it

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Immigrazione: Il business della malavita

Posted by fidest press agency su martedì, 16 Mag 2017

immigrazione-via-mare“Il Cara di Crotone è una bomba ad orologeria dove i Poliziotti rischiano ogni giorno la vita e che costa di milioni di euro che, a leggere oggi i titoli di tutti i media nazionali, vanno ad ingrassare la criminalità organizzata. Diviene sempre più chiaramente visibile la vera fisionomia del ‘sistema della solidarietà’ in Italia… un vero e proprio business che, lungi dal fare davvero il bene dei migranti che meritano accoglienza e tutela, è solo un ‘baraccone’ fetido ed al limite della disumanità. Un pozzo nero in cui svaniscono milioni di euro che comunque arricchiscono pochi e che non fanno il bene dei tanti che ne avrebbero davvero bisogno, ed il tutto a spese, anche e soprattutto, dei tanti colleghi travolti nel gorgo di servizi al limite del sopportabile, in cui si fanno in quattro, in condizioni parimenti disumane, senza che questo serva ad affrontare seriamente il problema. La vergogna dell’assurda, inadeguata, dannosa gestione del massiccio fenomeno migratorio senza precedenti trova ogni giorno conferme sempre più autorevoli, eppure noi facciamo da anni denunce gravissime, che non hanno avuto seguito”. Così Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, dopo la maxi-operazione antimafia effettuata a Crotone per l’esecuzione di 68 fermi che ha colpito la cosca Arena, per accuse che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, porto e detenzione illegale di armi, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture. Secondo le accuse il clan controllava anche il Cara della città pitagorica, il più grande d’Europa, e sui 103 milioni di euro che lo Stato ha destinato dal 2006 al 2015 per la gestione del Centro richiedenti asilo di Crotone, ben 36 sarebbero finiti alla cosca degli Arena. In manette sono finiti anche Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, organizzazione che da dieci anni gestisce il Cara di Isola Capo Rizzuto, ed il parroco del paese, don Edoardo Scordio, entrambi accusati a vario titolo di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose. Secondo le indagini, Sacco avrebbe stretto accordi con don Scordio, parroco di Isola e tra i fondatori delle Misericordie, per accaparrarsi tutti i subappalti del catering e di altri servizi. Grazie a Sacco la ‘ndrangheta sarebbe riuscita a mettere le mani sui fondi governativi versati non solo per la gestione del Cara calabrese e di due Spraar aperti nella medesima zona, ma anche per quella dei centri di Lampedusa.
“Sono anni che dalla Calabria si leva un vero e proprio grido di denuncia da parte del Coisp – si infuria Maccari -. Appena dieci mesi fa l’ultima volta che abbiamo chiesto con tutta la nostra forza che si mettesse la parola fine alla vergogna del centro più grande d’Europa dove di grande c’è soprattutto la violazione di ogni regola di umanità e di buon senso e la fine di ogni garanzia dei diritti degli Operatori della sicurezza. La denuncia di una vera e propria polveriera pronta ad esplodere, dove le condizioni igienico sanitarie e quelle della sicurezza sono ben oltre il limite del tollerabile. Dove nulla depone nel senso di una seria, controllata ed efficace gestione del fenomeno migratorio, e dove i colleghi vivono un vero e proprio incubo di pericoli, insidie e disumanità, che condividono oltre tutto con i migranti. Anni che chiediamo seri e maggiori controlli, che strepitiamo la necessità di mettere la parola fine ad un vero e proprio delirio che oggi ha mostrato un ulteriore lato oscuro, quello dell’asservimento alle ragioni della ‘ndrangheta. E’ una vergogna inenarrabile che si sia arrivati a tanto. Ci chiediamo: quella severità immancabile ogni qualvolta si tratta di infierire sui Poliziotti, magari bloccando indennità di missione o pagando un pidocchioso straordinario a uomini che svolgono turni senza fine, sbiadisce fino a svanire del tutto quando si tratta dei necessari controlli sulla destinazione di così tanto cospicui fondi dello Stato?”.

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La camorra assume disoccupati

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 luglio 2011

Nel rione “Piano Napoli” di Boscoreale i carabinieri di Torre Annunziata hanno eseguito 34 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di un importante snodo di spaccio, macchina della droga che fruttava alla malavita circa 25 mila euro di fatturato giornaliero. “Il mio plauso va alla magistratura e alle forze dell’ordine – sottolinea Licia Palmentieri, viceresponsabile per la Campania dell’Italia dei Diritti – per l’abnegazione con la quale lavorano al fine di svuotare goccia a goccia il mare della Camorra. Purtroppo non posso che riscontrare di nuovo come la malavita faccia da ‘anti-Stato’ laddove i cittadini sono abbandonati a se stessi, privi di speranze, di una vita lavorativa onesta che consenta loro di garantirsi la sopravvivenza. Più il governo continuerà a credere di potersi rivalere sul Welfare per le proprie mancanze organizzative e più le mafie di tutti i tipi troveranno disperazione e persone disposte ad affidarsi a simili alternative pur di riuscire a guadagnare il pane”. Francesco Casillo, che figura tra gli arrestati, è ritenuto il capo dell’organizzazione. Secondo le indagini, l’organizzazione reclutava giovani disoccupati e sembrerebbe che alcune madri si rivolgessero alla cosca per far assumere i propri figli, altrimenti senza occupazione.
“Per l’ennesima volta – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro -, sbattiamo la testa sulle conseguenze del proibizionismo bacchettone ed ottuso che alimenta le reti del malaffare. Regolamentare alcune droghe non significa condannare a morte dei giovani, tutt’altro, vuol dire tagliare ingenti risorse finanziarie alle organizzazioni criminali e monitorare che proprio i fruitori di droghe non si facciano del male. Invito a riflettere di nuovo su questa decennale questione – conclude la Palmentieri – che potrebbe già essere risolta da tempo”.

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Voto estero rischio criminalità?

Posted by fidest press agency su sabato, 27 febbraio 2010

“Vale la pena ribadire, a difesa del principio costituzionale del diritto di voto per gli italiani residenti all’estero, che un Rischio infiltrazioni della malavita nelle votazioni esiste sempre e ovunque”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, rispondendo alle dichiarazioni di Pisanu secondo cui sarebbe necessario rivedere la questione del voto perché  rischia fortemente di essere controllato dalla criminalità. “D’altronde, la democrazia -nella sua imperfezione- resta sempre il migliore dei sistemi di organizzazione politica mai sperimentati dalla umanità ed immagino che il senatore Pisanu, persona che stimo e rispetto, ne conosca bene le regole. Piuttosto si potrebbe -più seriamente- mettere mano alle modalità di voto previste dalla legge ordinaria, così come da noi già proposto in tempi non sospetti ovvero prima delle elezioni 2008”.

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Unità d’Italia?

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2009

Editoriale fidest. Fiumi di parole, di scritti, di dotte concioni sono stati espressi a partire dal giorno dopo dell’unità d’Italia per dirci che quella realtà che Metternich disconosceva, e sprezzantemente definì il nostro paese solo una espressione geografica, era stata smentita dai fatti. Ma di quali fatti parliamo? Cito come prova gli atti parlamentari a cavallo tra il 1890 e il 1912 e quelli degli anni 1950 in poi. Parlamentari e illustri esponenti della cultura meridionale fecero a gara per sollecitare interventi statali in favore dell’economia meridionale, per il suo rilancio, per modernizzare la sua rete dei trasporti dalle ferrovie e per finire alle vie del mare e autostradali e a quelli delle telecomunicazioni. Tutte le volte si contentarono delle promesse e si rassegnarono al fatalismo di una condizione sociale che a detta di taluni dipendeva grandemente dai veti imposti dalla malavita organizzata: mafia, camorra, ‘ndrangheta, corona unita, ecc. Come se si riconoscesse ai malavitosi una sovranità territoriale, se non al di sopra, senza dubbio alla pari con quella dello Stato. Oggi come se gli anni non fossero passati si va in treno da Napoli a Milano, percorrendo quasi mille chilometri in circa cinque ore e per fare i mille chilometri da Roma a Palermo ci vogliono 12 ore, se tutto va bene. Non solo. Abbiamo aggiunto alla beffa lo scorno. Con la Cassa del Mezzogiorno abbiamo trovato un marchingegno per finanziare le industrie del Nord promettendo loro contributi a fondo perduto se impiantavano industrie al sud e lo facevano, ovviamente. Ma dopo aver costruito qualche capannone e incassato il “disturbo” se ne ritornavano da dove erano venuti più ricchi di prima mentre i pifferi meridionali invece di suonare furono suonati. Ora si pensa ad una riedizione della Cassa del mezzogiorno sotto mentite spoglie: una banca del Sud sperando di ripetere lo stratagemma e finanziare in tal modo le imprese del nord le quali, ovviamente, hanno già pronta la scusa ufficiale: la scoperta del pizzo, della malavita che impedisce, di fatto, l’esercizio delle attività imprenditoriali. Ma lo stato dov’è? E’ una bella domanda ma la risposta potrebbe essere brutta, molto brutta. Ci rinunciamo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Odore di mafia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 luglio 2009

Editoriale fidest. La morte di Borsellino per mano di mafia e di quanti come lui, prima e dopo, hanno subito lo stesso criminale disegno ogni anno è giustamente ricordata sia dai movimenti spontanei che provengono dalla società civile sia dalle istituzioni attraverso le dichiarazioni rilasciate ai media dalle maggiori cariche dello Stato. Noi abbiamo preferito parlarne il giorno dopo per voler dare, a modo nostro, un segnale di continuità. Ma vi è anche un’altra ragione. E’ espressa nella nostra contrarietà nel modo come si procede per concretizzare una lotta che non dovrebbe fermarsi davanti ai vertici della malavita organizzata ma andare oltre per colpire le diverse connivenze anche politiche e istituzionali che danno alla mafia la sua ragione d’essere e permettono, di fatto, la sua presenza sul territorio. Più volte ho affrontato l’argomento e nel momento che stavo iniziando a scrivere non ho potuto evitare dal chiedermi: perché mafia? Un siciliano mi disse una volta che la mafia è stato il prezzo che il regno delle due Sicilie prima e il malgoverno di quello sabaudo e ancora l’Italia repubblicana poi hanno fatto pagare ai meridionali per il malgoverno, l’assenza di un’autorità che sapesse amministrare con sagacia la giustizia e a farla sentire forte e decisa a fianco dei più deboli. La trovai una scusa e continuai a pensare perché? Ad un certo momento la risposta mi giunse spontanea mentre cercavo di togliere delle erbacce dal vaso di fiori e qualcuno mi disse che se non avessi estirpato anche le radici non sarei riuscito ad ottenere il risultato che mi ero proposto. Le radici? Si del corruttore e del corrotto ovunque si annidi e a qualsiasi livello di “comando”. La mafia è, quindi, il frutto delle nostre debolezze, della nostra venalità, della nostra incapacità di proporre un buon governo. La sua radice è dentro di noi e prospera se noi non siamo in grado di strapparla anche a costo di farci male. Non è un fatto culturale ma si appropria della cultura come un tumore che si estende anche alla parte sana del nostro organismo e provoca una metastasi diffusa e infausta. A che livello oggi siamo ce lo dice lo stesso Riina che dal carcere ci fa pervenire un messaggio realistico, ma che le istituzioni hanno cercato subito di vanificare, nel quale vi è ironia e sfida al tempo stesso: se non estirpi la radice essa ti ricrescerà di continuo. Sta a noi guardandoci intorno capire il significato di quelle parole e le figure che dietro quelle parole si nascondono e preservano la radice per consentirle una continuità. Gli altri, almeno per ora, continuano a tagliare la piantina senza curarsi della radice. E’ questa la dura realtà. E’ il motivo che mi ha spinto a parlare di Borsellino e di quanti come lui che conoscevano la storia della radice e per questo sono morti mentre la mafia ha solo fatto la parte del braccio armato. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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