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Posts Tagged ‘malessere’

Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Giovani: un nuovo malessere

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

opportunita-lavoroParto da un dato rilevato nei più recenti sondaggi d’opinione sul malessere giovanile. Mi limito, in questo caso solo ad un aspetto che riguarda la disaffezione dei giovani nei riguardi del lavoro. Non è, è bene precisarlo, un dato rilevante, statisticamente parlando, ma denota, a mio avviso, un “umore” che non va, in ogni caso, sottovalutato. Fatta questa doverosa premessa entro nel merito. Ciò che mi ha colpito è proprio quella percentuale che riguarda i giovani che non lavorano ma che nemmeno cercano lavoro. Sembra che essi, in qualche modo, vogliono “rivendicare” il disagio dei loro padri che, assillati dal bisogno, non guardavano tanto per il sottile l’impiego che si offriva loro, ma al tempo stesso non si sentivano realizzati. Nacque una disinteresse per ciò che si faceva che, in un certo, senso spiega il doppio lavoro, la scelta di un pensionamento precoce per fare qualcosa d’altro e più congeniale con ciò che avrebbero desiderato sin dall’inizio dell’avventura lavorativa. Il tutto risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Reduci che tornavano dal fronte, dalla prigionia, giovani che avevano lasciato uno studio, una professione, un mestiere e si sentivano catapultati in una realtà amara fatta di disoccupazione, di emarginazione, di povertà. Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro era per essi un imperativo. Nacquero così i cosiddetti “ammortizzatori sociali” enfiando i posti di lavoro che non c’erano, obbligando i giovani ad una ferma militare che spezzava in qualche modo il tempo per entrare nel mondo del lavoro e lo stesso accadeva per chi sceglieva di proseguire gli studi con i fuori corso universitari. Oggi la situazione si è capovolta. I posti di lavoro si riducono perché bisogna far quadrare i bilanci delle imprese pubbliche e private e non è più tollerato un eccesso di manodopera. Si pensò all’inizio che sarebbe bastato accelerare il turnover con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti ma la soluzione mostrò subito i suoi limiti. Prima di tutto perché si dilatò il lavoro in nero (pensionati giovani in cerca di lavoro che non avevano bisogno di versare contributi previdenziali e che accettavano di buon grado tale condizione di “clandestinità” anche perché se l’avessero resa pubblica sarebbe stata penalizzata la loro rendita pensionistica). Secondariamente la cura dimagrante delle aziende non permetteva un assorbimento della nuova manodopera in condizioni di parità rispetto alle unità che andavano in pensione, ma con il solo aggravamento del bilancio dell’Inps che per pagare i pensionati aveva bisogno di nuovi contributi da parte di coloro che si immettevano in un’attività lavorativa. Con queste contraddizioni, con la logica capitalistica delle multinazionali che per moltiplicare i profitti insediano le loro attività produttive nei paesi dove è molto basso il costo della manodopera, con l’incapacità di chi ci governa e ci ha governati di mettere ordine alle politiche del lavoro e ad adottare provvedimenti ad hoc per scoraggiare il lavoro in nero, per assicurare una filiera corta per ridurre il maggior costo del lavoro, nel mettere a punto servizi tecnologicamente più qualificati e nel rapportare uno sviluppo del sistema paese omogeneo in tutte le sue aree. Ciò non è accaduto. La stessa scuola si sta privando della cultura come valore di pregio. E i giovani, a questo punto, cominciano a dubitare che il lavoro possa essere degno per una loro elevazione culturale e sociale essendo sempre più massificato a logiche opportunistiche di sfruttamento e ad interessi a loro estranei. E questa disaffezione ha oggi un terreno fertile per germinare se non si cambiano radicalmente le regole del gioco. (Riccardo Alfonso)

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Renzi mortifica i pompieri, bozza legge bilancio non risolve trattamento da serie B

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2016

abbraccio“L’Italia crolla, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi abbraccia e ringrazia in pubblico i Vigili del Fuoco con i quali si fa fotografare ma nelle stanze di Palazzo Chigi ignora il loro malessere di corpo di serie B in quanto a retribuzioni e pensioni, le piu’ basse tra tutti i Corpi dello Stato”. A dirlo è Antonio Brizzi, segretario generale del sindacato autonomo Conapo il quale spiega che “Renzi sa benissimo che i vigili del fuoco percepiscono ogni mese 300 euro in meno rispetto ai poliziotti, eppure siamo nello stesso ministero dell’interno e dove anche Alfano continua a fare figli e figliastri nonostante rischiamo tutti la vita per la sicurezza dei cittadini. E la stessa grave ingiustizia avviene per le pensioni. Dopo tante lodi dei politici ci saremmo aspettati la dovuta attenzione nella legge di bilancio, invece nella bozza che circola non c’è un centesimo per risolvere questo problema e azzerare l’ingiustificato divario con gli altri corpi. Serve inoltre un piano urgente e straordinario di assunzioni che azzeri le 2.461 unità mancanti dalle 30 mila previste in campo nazionale per i settori piu operativi di pronto intervento”. “Siamo stanchi di essere presi in giro – conclude Brizzi – attendiamo di leggere il testo ufficiale della legge di bilancio, ma se sarà confermata, come pare, questa disattenzione di Renzi per i problemi specifici dei vigili del fuoco non esiteremo a scendere nuovamente in piazza. Caro Renzi, i pompieri hanno bisogno avere la stessa dignità retributiva e pensionistica degli altri corpi, altro che pacche sulle spalle”. (abbraccio)

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Politica: lezioni amministrative

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 Mag 2012

Deutsch: Prof. Dr. Leoluca Orlando bei der Ver...

Deutsch: Prof. Dr. Leoluca Orlando bei der Verleihung des Humanismus-Preises im Rahmen des Bundeskongresses des DAV 2008 in der alten Aula der Universität Göttingen. (Photo credit: Wikipedia)

Le recenti elezioni amministrative hanno aperto il vaso di pandora dei partiti e da quel contenitore sono uscite tante parole, inutili e fuorvianti. Possiamo dire, se mettiamo da parte tante chiacchiere inutili, che i fatti dimostrano una situazione non del tutto spiegabile razionalmente per via dell’indecisione strisciante che ha provocato un’alta percentuale di astensioni, ma pur sempre indicativa di un malessere profondamente avvertito.
Fatta questa premessa valutiamo le circostanze per i dati che si desumono dal voto di quest’ultima tornata elettorale caratterizzata dai ballottaggi tra i due candidati più rappresentativi.
Il primo che balza evidente è dato dai due risultati più eclatanti di Parma con l’elezione di Federico Pizzarotti del Movimento Grillo cinque stelle e di Palermo con Leoluca Orlando. E se vi aggiungiamo il voto di Verona con il leghista Tosi possiamo dire che l’elettore ha espresso il suo consenso non ad uno schieramento ma all’uomo e al suo “pedigree” di amministratore più che di politico in carriera e dove, come a Palermo vi è stata la candidatura che si identificava con l’uomo del sistema, il favore è venuto dalla convinzione che fosse l’unico capace di restare nell’ambito della qualità e della affidabilità nei confronti di un oppositore inconsistente. E questi dati sono, per altro, conformi al precedente di Milano con Pisapia e di Luigi de Magistris per Napoli. Ma vi è qualcosa di più da considerare. Nel 1993 abbiamo avuto in Berlusconi l’uomo nuovo ed è stato votato perché rappresentava la discontinuità con il vecchio sistema e oggi si vorrebbe ripetere l’exploit con un altro personaggio similare e già circolano i nomi di taluni esponenti dell’industria e della finanza italiana.
Ma la cattiva riuscita di Berlusconi e il prezzo che tutti noi abbiamo dovuto pagare per il suo malgoverno, non incoraggia di certo una candidatura dello stesso genere. Varrebbe solo se si sortisse dall’attuale impeachment dei partiti e dei loro leader che rendono fumoso il quadro politico nostrano e lo arricchiscono solo d’incognite, per fare piazza pulita dei soliti nomi, salvo qualcuno, ovviamente che ha dimostrato di saper uscire dal coro. E’ questo il primo segnale per un rinnovamento sociale, economico e civile che la Nazione attende e poi vi è il programma che dovrebbe fare la differenza tra gli opposti schieramenti e, al tempo stesso, mandare in pensione le logiche di schieramento: destra, centro, sinistra e sfumature varie. Diciamo che in effetti vi sono solo due partiti: quello che privilegia l’avere e che penalizza l’essere e quello che, al contrario, privilegia l‘essere e diffida di chi ha. E’ tempo che si prenda coscienza di questo dualismo e se ne faccia una ragione di vita privata e pubblica in Italia come altrove. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il malessere dell’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 marzo 2012

Mentre la fidest raccoglie e rilancia la lettera di Orlando Masiero riguardo il dramma che colpisce le piccole medie imprese italiane costrette a traslocare in Svizzera per sfuggire alla morsa del fisco e all’incertezza di una bancarotta, intende sottolineare, al tempo stesso, il reale malessere di un sistema di gestione delle politiche governative che sta mettendo in ginocchio la parte sana del paese per la dichiarata incapacità di porre mano alle vere riforme. Abbiamo una classe politica che non può non rendersi conto della gravità della situazione e che sta peggiorando di ora in ora. Abbiamo scritto e lo ribadiamo,anche se molti italiani ancora non se ne rendono conto, che siamo al cospetto del peggiore governo in termini assoluti che abbiamo avuto a partire dall’unità d’italia. Ci fa specie in questa circostanza che il presidente della Repubblica, uomo di grande spessore politico e sensibilità istituzionale, non percepisca il fatto di trovarsi al cospetto di un governo preposto a fare il “lavoro sporco” ma lo fa solo nei confronti della povera gente, dei precari, dei disoccupati,dei pensionati. Un governo che si preoccupa solo a togliere i diritti e ad accanirsi sui doveri, ma lascia i diritti solo ai percettori di redditi alti e non ci vengano a dire che anche loro danno un contributo: Se togliamo 100 euro ad una modesta retribuzione non è la stessa cosa se togliamo mille euro a chi percepisce un emolumento superiore ai 100.000 euro all’anno. E ancora: Perché il parlamento è stato così sollecito a far pagare ai poveri e così lento ad imporre la patrimoniale? Perchè il parlamento non legifera per la lotta senza quartiere agli sprechi, alle evasioni, al lavoro nero con leggi adeguate? E potremmo andare avanti all’infinito ma ci rendiamo conto che non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Giovani: un nuovo malessere

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Mappa della Terra di Lavoro

Image via Wikipedia

Parto da un dato rilevato nei più recenti sondaggi d’opinione sul malessere giovanile. Mi limito, in questo caso solo ad un aspetto che riguarda la disaffezione dei giovani nei riguardi del lavoro. Non è, è bene precisarlo, un dato rilevante, statisticamente parlando, ma denota, a mio avviso, un “umore” che non va, in ogni caso, sottovalutato. Fatta questa doverosa premessa entro nel merito. Ciò che mi ha colpito è proprio quella percentuale che riguarda i giovani che non lavorano ma che nemmeno cercano lavoro. Sembra che essi, in qualche modo, vogliono “rivendicare” il disagio dei loro padri che, assillati dal bisogno, non guardavano tanto per il sottile l’impiego che si offriva loro, ma al tempo stesso non si sentivano realizzati. Nacque una disinteresse per ciò che si faceva che, in un certo, senso spiega il doppio lavoro, la scelta di un pensionamento precoce per fare qualcosa d’altro e più congeniale con ciò che avrebbero desiderato sin dall’inizio dell’avventura lavorativa. Il tutto risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Reduci che tornavano dal fronte, dalla prigionia, giovani che avevano lasciato uno studio, una professione, un mestiere e si sentivano catapultati in una realtà amara fatta di disoccupazione, di emarginazione, di povertà. Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro era per essi un imperativo. Nacquero così i cosiddetti “ammortizzatori sociali” enfiando i posti di lavoro che non c’erano, obbligando i giovani ad una ferma militare che spezzava in qualche modo il tempo per entrare nel mondo del lavoro e lo stesso accadeva per chi sceglieva di proseguire gli studi con i fuori corso universitari. Oggi la situazione si è capovolta. I posti di lavoro si riducono perché bisogna far quadrare i bilanci delle imprese pubbliche e private e non è più tollerato un eccesso di manodopera. Si pensò all’inizio che sarebbe bastato accelerare il turnover con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti ma la soluzione mostrò subito i suoi limiti. Prima di tutto perché si dilatò il lavoro in nero (pensionati giovani in cerca di lavoro che non avevano bisogno di versare contributi previdenziali e che accettavano di buon grado tale condizione di “clandestinità” anche perché se l’avessero resa pubblica sarebbe stata penalizzata la loro rendita pensionistica). Secondariamente la cura dimagrante delle aziende non permetteva un assorbimento della nuova manodopera in condizioni di parità rispetto alle unità che andavano in pensione, ma con il solo aggravamento del bilancio dell’Inps che per pagare i pensionati aveva bisogno di nuovi contributi da parte di coloro che si immettevano in un’attività lavorativa. Con queste contraddizioni, con la logica capitalistica delle multinazionali che per moltiplicare i profitti insediano le loro attività produttive nei paesi dove è molto basso il costo della manodopera, con l’incapacità di chi ci governa e ci ha governati di mettere ordine alle politiche del lavoro e ad adottare provvedimenti ad hoc per scoraggiare il lavoro in nero, per assicurare una rete di comunicazioni e di trasporti capace d’offrire da contrappeso al maggior costo del lavoro, servizi tecnologicamente più qualificati e nel rapportare uno sviluppo del sistema paese omogeneo in tutte le sue aree. Ciò non è accaduto. La stessa scuola si sta privando della cultura come valore assoluto. E i giovani, a questo punto, cominciano a dubitare che il lavoro possa essere degno per una loro elevazione culturale e sociale essendo sempre più massificato a logiche opportunistiche di sfruttamento e ad interessi a loro estranei. E questa disaffezione ha oggi un terreno fertile per germinare se non si cambiano radicalmente le regole del gioco. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Giocare a perdere

Posted by fidest press agency su sabato, 16 aprile 2011

Tutte le volte che facciamo una riflessione sull’andamento della politica italiana dopo la pagina “nera” di mani pulite negli anni novanta e l’avvento del “fenomeno” Berlusconi, non pochi osservatori lasciano trasparire una loro stima dei fatti attraversata da un sospetto. Esso è avvalorato dal come le forze politiche che si sono contrapposte al nascente partito “Forza Italia” e al suo leader si sono comportate allorchè hanno vinto le elezioni e si sono poste alla guida del Paese. Sin dalle prime battute si è notato un malessere crescente al proprio interno. Non a caso il primo governo Prodi è caduto per mano delle faide interne alla sua coalizione e agli errori commessi dai suoi successori a partire da D’Alema e per finire ad Amato. Il secondo Prodi non è stato da meno. Tutto questo si poteva evitare. Ma la sconfitta elettorale delle politiche nella sua ultima tornata è derivata anche dalla incapacità del centro sinistra di proporsi all’attenzione dell’elettorato nazionale come forza credibile per il governo del paese. Idee poco chiare, distinguo inopportuni, alleanze ambigue, litigiosità soprattutto all’interno della sinistra e una leadership poco rappresentativa sono stati gli ingredienti che hanno remato contro un impegno elettorale che avrebbe potuto segnare la fine del berlusconismo. Possibile che non era stata compresa l’importanza della posta in gioco? E ora che cosa si indica? Solo una sterile opposizione nella quale si offre il fianco all’accusa di essere dei conservatori nel sostenere lo status quo della giustizia, nella difesa ad oltranza della scuola pubblica e degli interessi dei “baroni”, della voglia di riscatto politico attraverso le aule di tribunale, nel continuo chiedere dimissioni di questo o quel ministro o del governo per ritrovarsi immancabilmente messi in minoranza. E ora si aggiunge la circostanza che tutto il centro sinistra non solo si ritrova al cospetto di una maggioranza parlamentare e di governo ricompattata ma anche capace di esprimere al suo interno una opposizione e con il rischio di far diventare superflui, agli occhi degli elettori, tutto lo schieramento del centro sinistra definito da Berlusconi con un solo epiteto: comunisti e il che vuol dire “sorpassati” “antenati” “fuori dalla realtà”. Di questo passo giocare a perdere diventa qualcosa di più di un sospetto. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il malessere del Pd

Posted by fidest press agency su martedì, 22 marzo 2011

Dichiara Davide Gariglio:  “La tentazione di uscire dal Partito Democratico che mi viene attribuita da un quotidiano locale, è del tutto priva di fondamento ed è da attribuirsi alla malafede di chi confonde i propri auspici con la realtà dei fatti. I fatti in questione sono incontrovertibili: ho voluto a tutti i costi le primarie contro la volontà di molti del mio partito, ho lottato per vincerle e diventare candidato Sindaco, le ho perse raccogliendo un buon consenso intorno alla mia candidatura, ho dichiarato di sostenere Piero Fassino alle amministrative di maggio e in tal senso mi sto impegnando. E’ assai lontana da me l’idea che alle primarie del PD si partecipa e poi, se si perde, allora uno se ne va. Detto ciò, di fronte agli abbandoni del PD da parte di diversi autorevoli esponenti vi sono tre possibili modi di comportarsi: rallegrarsi all’insegna del ‘meno siamo meglio stiamo’ (che è il teorema di chi pensa e vive il PD come una ulteriore fase dell’evoluzione del PCI), alzare le spalle minimizzando l’accaduto come se si trattasse di semplici riposizionamenti personali e solitarie avventure intraprese da qualche deluso, oppure interrogarsi sulle ragioni che stanno alla base di un malcontento assai diffuso in una parte della dirigenza e della militanza del nostro partito che vede non compiutamente realizzato il progetto di un nuovo soggetto riformista e plurale per creare il quale si decise di superare le esperienze rappresentate da DS e Margherita. Personalmente credo che il malcontento di chi vede nel PD attuale un qualcosa di ben lontano dal progetto iniziale meriti una ben diversa considerazione e non può essere risolto semplicemente attraverso un’oculata distribuzione di poltrone e incarichi tra le diverse componenti.”

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Dentro e fuori le caserme

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 ottobre 2010

E’ in atto una “sottile” polemica all’interno delle forze armate che vede di frequente contrapposti il ruolo e la funzione del Cocer (organo elettivo di rappresentanza dei militari) e il “Partito dei militari” (Pdm) che si avvale, tra l’altro, del supporto di alcuni parlamentari per riverberare quello che considera un malessere degli uomini e delle donne in divisa. In questo contesto ci troviamo da una parte, il Cocer, con Girolamo Foti, uno dei delegati più attivi e “grintosi” che oggi si sta cimentando con sempre maggiore foga anche nel campo civile, nelle sue ore di libera uscita, sia come conduttore televisivo sia come dirigente nazionale del movimento “Idea e legalità” e che ha la sua sede legale a Palermo e, dall’altra, Luca Marco Comellini segretario, Marco Diana, presidente, e cofondatore L’Onorevole Maurizio Turco del Pd-radicali del partito per la tutela dei Diritti dei militari e delle Forze di Polizia (PDMP). Inoltre dobbiamo annotare l’esistenza di un terzo movimento: quello degli operatori della Sicurezza e della Difesa – PSD, con Giuseppe Paradiso e Avv. Giorgio Carta, nelle rispettive qualità di Segretario Politico e Presidente del Partito. La sua peculiarità è, a nostro avviso, quella d’essere più tecnico nell’affrontare il tema della vita militare dal punto di vista dei diritti e della loro tutela e nel difenderli, concretamente, nelle sedi competenti.
Ma perché un partito? Diciamo, volendo sintetizzare al massimo le ragioni, che non potendo generare un sindacato dei militari e ritenendo l’attuale organismo di rappresentanza (il Cocer) inadeguato a farlo, l’unica strada percorribile si ritenne quella di fondare un partito. Non solo. Se andiamo a leggere la parte delle motivazioni che sostengono la necessità di tale risoluzione si afferma che è in conseguenza della “diretta espressione di una visione miope dei vertici militari e politici, dettata dalla paura del nuovo. Tale sistema non è più idoneo a garantire quella necessaria coesione di forze nell’interesse del Paese, confermando la necessità di una scelta che, certamente, saprà dare le adeguate risposte alle necessità di questi cittadini e delle loro famiglie. Questo partito è libero e aperto a chi crede nell’irrinunciabilità ai diritti e alla pari dignità che la Costituzione riconosce in modo uguale ad ogni cittadino italiano”.
Tali visioni non conflittuali per i fini che intendono perseguire ma fondamentalmente divise sugli strumenti, da perseguire per ottenere i risultati desiderati, stanno, per la loro stessa natura, uscendo dalla dialettica interna e fanno rimbalzare i loro umori in ambiti diversi: dal governo al Parlamento e gerarchie e finiscono con il suscitare un’attenzione dei media a volte capace soltanto di annotare il dissenso, il malumore, i venti di fronda ma non a soffermarsi sulle ragioni di fondo che hanno creato questa diversa visione di una vita militare che dopo aver accantonato la ferma obbligatoria si ritrova con un esercito di professionisti che non possono essere gestiti senza considerare la specificità dei loro compiti e, al tempo stesso, la necessità di equipararli, a livello di diritti, agli altri lavoratori del pubblico e del privato impiego. E’ questo il vero nodo della questione: il garantismo e il modo di raffigurarlo efficacemente soddisfacendo il requisito della pluralità della rappresentanza. (R.A. Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Il Coisp polizia chiede dimissioni prefetto Valeri

Posted by fidest press agency su martedì, 27 luglio 2010

Durante la manifestazione del Coisp polizia davanti al Viminale da un video in possesso dei sindacalisti risulta che il prefetto Valeri si è portato tra i poliziotti spintonandoli e strappando, e danneggiando irrimediabilmente, lo striscione recante la scritta “Ministro dimettiti anche tu”. Il Coisp nel commentare, in un comunicato, l’accaduto dichiara che “È stato un fatto di assoluta gravità che non può essere tollerato in un Paese democratico, nemmeno se è dovuto, com’è probabile, alle evidenti pressioni politiche a cui il Dipartimento della P.S. è sottoposto, e che vorrebbero far zittire il profondo malessere che sempre più cresce tra i poliziotti, cercando di proibire persino le legittime manifestazioni operate anche davanti al nostro Ministero dell’Interno”. E si soggiunge: “Quanto accaduto rappresenta l’evidente necessità di assecondare il potente di turno a prescindere dalla Legge. I video in nostro possesso sono chiari, la faccia del Prefetto VALERI e la sua espressione di violenza gratuita ed infondata contro Poliziotti che manifestano liberamente e nel rispetto assoluto delle Leggi contro una manovra economica che affama le loro famiglie, è una faccia ed un’espressione che i poliziotti non vogliono più vedere, è la faccia di una persona che, per quanto ci riguarda, in alcun modo può rappresentare un’Amministrazione come quella della Pubblica Sicurezza che mai ed in alcun caso può essere o presentarsi come arrogante ed irrispettosa della Legge.    Il Prefetto Valeri dovrebbe comunque prendere atto, autonomamente, che i comportamenti messi in atto, per la loro gravità, lo hanno reso incompatibile con la prosecuzione del suo incarico presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

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Bravi ragazzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 aprile 2010

Roma 24 aprile 2010 ore 21.00  Teatro Tor Bella Monaca  – via Bruno Cirino, Bravi ragazzi scritto e diretto da Angelo Longoni con Lorenzo De Angelis, Riccardo Francia, Valerio Morigi, Edoardo Persia  scene Leonardo Conte e Alessandra Panconi  aiuto regia Marco Maria della Vecchia  Quattro giovani di un’anonima periferia urbana  consumati dalla rabbia e dal sentimento di rivalsa  verso una società indifferente al crescendo di intolleranza e ingiustizia  Tragedia, rabbia, solitudine e nessun sogno per “quattro bravi ragazzi” capaci di tradurre in violenza il malessere e il disagio di un’esistenza vacua e priva di significato. A raccontarlo l’autore e regista, anche di film Tv come “Caravaggio”, Angelo Longoni che, sul palcoscenico del Teatro Tor Bella Monaca  porta in scena “Bravi Ragazzi”, uno spettacolo spiazzante, disarmante, duro e dal forte impatto emotivo, che ha già vinto la rassegna di Ennio Coltorti Schermo/scena 2008. Biglietti: intero 10€ – ridotti 5€ – per i bambini fino a 11 anni 2€  http://www.teatrotobellamonaca.it

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Date a Cesare quel che è di Cesare e a…

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2009

E’ ancora valido come precetto cristiano?  E’ quanto ci chiediamo non certo per rispolverare antichi steccati integralisti tra l’opera laica e quella religiosa sia pure espressa sul terreno del sociale e del civile. La verità è che ogni azione che una politica compie ha degli indubbi riflessi nel popolo che amministra. E se essi sono di segno negativo e ingenerano proteste e malumori di questo la Chiesa, sia essa cattolica o protestante o di altra professione religiosa, non può non riverberarne il disagio avvertito dai propri fedeli. Ci si attende, quindi, una risposta etica di solidarietà per gli indigenti e di protesta nei confronti di coloro che si sono avventurati su un percorso così accidentato e capace di lasciare profonde tracce di malessere collettivo. Governare, è ovvio, non è facile in una società composita dove si intrecciano interessi interclassisti forti e ben organizzati, ma nello stesso tempo è dovere di tutti riconoscere che esiste una parte della società che raccoglie i più deboli ed i più esposti alle crisi occupazionali e di reddito, che i singoli e le famiglie registrano, e che essi vanno più degli altri difesi e sostenuti. E se il richiamo è formulato in nome di una solidarietà cristiana ciò non vuol dire che si debba partire dal fatto che non esiste un’altrettanta forte solidarietà laica. Tutt’altro. E’ che da qualche parte si recita il ruolo delle tre scimmiette: per non udire, per non parlare, per non vedere. E se tutto ciò comporta, e ci riferiamo in primo luogo al Sud del mondo, l’abbandono di intere popolazioni al loro tragico destino di fame, malattie, emigrazioni forzate, sanguinose lotte tribali dobbiamo chiederci se esiste una coscienza laica capace di digerire tutto ciò con indifferenza e distacco o se invece non si meriti un richiamo forte e deciso da chi non rappresenta solo e comunque una autorità religiosa ma quella ancora più incisiva di una coscienza civile verso il rispetto dell’essere umano in toto. Se il capitalismo ci ammannisce questi frutti avvelenati, è bene denunciarlo con forza, combatterlo con il linguaggio più appropriato e chiederci, in definitiva, se non è colpa di una cultura non acquisita o deviata che dobbiamo riportare sulla strada maestra prima che diventi troppo tardi per tutti.

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Gli spazi della politica

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2009

Ci siamo mai chiesti chi in realtà fa le politiche ambientali degli stati e del mondo, le politiche energetiche, le politiche economiche, le politiche sui diritti dell’uomo, sulla pace, sulle migrazioni, sullo sviluppo ed altro ancora? Questo perché spesso troviamo il livello istituzionale e governativo in posizione subordinata o notarile o in affannosa rincorsa dell’emergenza dell’ultima ora, quasi sempre puntualmente cavalcata, in modo più o meno autonomo, dal sistema locale o mondiale dei media: questo meccanismo, a seconda dei vari contesti e delle connesse possibili derive, può potenziare, ridurre o bloccare del tutto ogni legittima azione di dominio politico. In effetti questa tanta decantata società civile è attraversata in ogni momento ed in vario modo da variegati sistemi di interessi che attivano ad arte tessiture, più o meno manifeste, ma con indubbi esiti di sicuro rilievo politico. In un sistema di tal fatta i rischi politici e sociali appaiono più che evidenti: entra con forza in gioco la disponibilità di risorse e di reti, la capacità organizzativa, il possesso di conoscenze e di informazioni, la messa in campo, secondo precise strategie, di professionalità mirate e, fattore non secondario, la gestione flessibile dell’insieme delle risorse entro intervalli temporali del tutto imponderabili. Su questo terreno istituzioni e mondo politico, nella generalità dei casi e nella situazione italiana in particolare, possono vantare scarsi crediti e poche deboli difese. Ed è questa la vera ragione del nostro malessere politico che spesso inconsciamente avvertiamo e traduciamo, e sicuramente in modo improprio perché con tali comportamenti finiamo con il fare il gioco degli altri, con il non voto o con le proteste violente di piazza.

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Quale futuro per i militari Italiani?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 Mag 2009

Roma 9 maggio si svolgerà presso la John Cabot University – Aula Magna, via della Lungara 233 (dalle ore 10.30 alle 15.30) il convegno organizzato dall’associazione “Carabinieri in servizio Pastrengo”, dal titolo: Associazionismo, Rappresentanza e Sindacato Militare. Quale futuro per i militari Italiani? In tale sede i Carabinieri, rompendo il proverbiale silenzio, esporranno le loro considerazioni sull’attuale legislazione italiana che non prevede per i militari, a differenza della quasi totalità delle nazioni europee, nè il diritto ad associarsi liberamente nè quello di formare liberi sindacati. L’ultima “protesta” organizzata di militari italiani in servizio attivo risale agli anni 70. Questa volta a fare da apripista al diffuso malessere che circonda il comparto Difesa sull’assoluta mancanza di rappresentatività sociale e di diritti fondamentali sono i Carabinieri, che attraverso la Pastrengo, un’associazione che nel corso di 9 anni ha raccolto 29.000 iscritti, ha deciso di rendere pubbliche le conseguenze prodotte da un sistema normo-legislativo che su tali argomenti è rimasto fermo rispetto alle conquiste sociali ottenute dai militari in ambito europeo. Alla manifestazione interverranno i rappresentanti di importanti organismi europei.

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Eurobarometro

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2009

È stato presentato a Bruxelles l’Eurobarometro 2008, sondaggio della Commissione europea su un campione di 26618 cittadini europei dei 27 stati membri di cui 1061 italiani, da cui emerge che l’Europa continua a rimanere un punto di riferimento per la maggioranza degli italiani, ma appaiono sempre più evidenti i sintomi di un malessere che parte dal disappunto verso la politica nazionale per estendersi alle istituzioni europee. Il dato più preoccupante riguarda la fiducia verso l’Ue (manifestata solo da un 41% del campione, mentre la media europea è del 47%). Maggiore consenso viene dato invece agli enti locali e regionali rispetto al livello nazionale (38% contro il 29% rispettivamente) per quanto riguarda l’influenza che questi hanno sulle condizioni di vita dei cittadini, nonostante la “sofferenza” in cui si trovano specialmente gli enti locali rispetto all’interlocutore Europa. Infatti, gli italiani lamentano un’Europa distante dai cittadini: il 50% degli intervistati ritiene insufficiente la considerazione che l’Unione europea ha degli enti locali e regionali nel prendere le decisioni politiche. La maggior parte del campione ammette inoltre di non comprendere il funzionamento della macchina comunitaria ed il 52% vorrebbe ricevere maggiori informazioni sull’attività degli enti territoriali dinanzi ai vertici Ue. A dispetto di tutto ciò, gli italiani continuano a preferire una gestione comune europea per la maggior parte delle politiche, dall’immigrazione all’energia, dalla lotta al cambiamento climatico all’economia. Anche nei settori tradizionalmente considerati prerogativa nazionale, come la lotta alla disoccupazione o la sanità, aumentano coloro che favoriscono un maggiore ruolo per l’Ue.

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