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Liberato il sacerdote rapito più di tre settimane fa dai jihadisti in Mali

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 luglio 2021

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) conferma la liberazione di Don Leon Douyon, sacerdote cattolico di Ségué nella regione di Mopti in Mali, avvenuta ieri pomeriggio martedì 13 luglio. In un messaggio ricevuto da ACS Mons. Jean-Baptiste Tiama, vescovo di Mopti, ha espresso la sua gioia per la notizia: «Il nostro fratello Léon Douyon era separato, lontano da noi. Oggi pomeriggio è tornato fra noi e ne siamo molto contenti». Don Leon è stato rapito il 21 giugno insieme a quattro fedeli sulla strada che da Ségué porta a San, mentre si recavano a un funerale. Quattro degli ostaggi sono stati rilasciati dopo poche ore, ma il sacerdote è stato trattenuto dai jihadisti.Mons. Tiama ha ringraziato «tutti i conoscenti e gli sconosciuti che hanno contribuito alla sua liberazione». Padre Léon è stato rilasciato nei pressi di Bandiagara, dove attualmente riposa prima di tornare a Mopti, ha riferito il vescovo. Il presule ha anche chiesto a ciascun sacerdote della diocesi di celebrare una Messa di ringraziamento per il ritorno del confratello. I fedeli di Ségué, dopo aver appreso la notizia, si sono subito radunati per rallegrarsi della sua liberazione. Dal 2012 gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda e al sedicente Stato Islamico effettuano rapimenti per ottenere fondi o esercitare pressioni politiche. Questi gruppi includono Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen (JNIM) and the Islamic State of the Greater Sahara (ISGS). Oltre a un aumento dell’attività jihadista, con una chiara componente religiosa finalizzata a imporre la sharia e a diffondere l’estremismo islamico tra la popolazione, nella regione di Mopti si registrano gravi conflitti tra etnie e comunità. Tali conflitti, in gran parte incentrati sulla proprietà della terra e delle risorse, si instaurano tra i Fulani, principalmente musulmani, i Dogon, che praticano prevalentemente religioni etniche, e alcuni cristiani. Secondo i dati del Rapporto di ACS sulla Libertà Religiosa, in Mali predomina il ramo sunnita dell’Islam. Circa il 13% della popolazione appartiene ad altre religioni. I cristiani sono poco più del 2%, di cui due terzi cattolici e l’altro terzo protestanti. Nel Mali sono diffuse anche le religioni tradizionali africane (quasi il 9% della popolazione). Alcuni musulmani e cristiani incorporano anche le tradizioni africane nelle loro osservanze rituali.

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I mali italiani vengono da lontano e i limiti del governo Draghi

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

By Enrico Cisnetto.Presi come siamo a discutere di quanto siano assordanti i silenzi e vistosi i comportamenti normali di Draghi – certo entrambi inediti per un inquilino di palazzo Chigi – e viceversa di come non lascino il segno i (disperati) tentativi dei politici di riempire i vuoti apparenti del nuovo dominus della politica italiana, nessuno si è accorto o ha dato peso ad uno studio del Sole 24Ore, secondo cui l’Italia negli ultimi 20 anni ha perso il 18,4% rispetto al pil dell’intera Eurozona. Nel 2001 il nostro “peso economico” in Europa dell’euro era pari al 17,7%, oggi è del 14,5%, mentre il reddito pro-capite italiano è crollato all’82,8% della media Ue e al 67,6% rispetto di quello tedesco. Ora, che fossimo secondi solo alla Grecia nella classifica della peggiore recessione era cosa conosciuta ai più, ma che la nostra regressione economica duri da un quarto di secolo – visto che l’ultima accelerazione l’abbiamo avuta nel lontano 1996 – è questione meno nota, o volutamente dimenticata. Lo dico perché sembra che tutti i nostri guai siano nati con il Covid, e che le responsabilità del ceto politico e delle classi dirigenti del Paese al massimo siano circoscrivibili alla reazione messa in campo per combattere la pandemia. Sembra, cioè, che Draghi sia stato chiamato sulla scena per fronteggiare l’emergenza sanitaria, che in quanto eccezionale ed imprevista ha colto di sorpresa un sistema politico e istituzionale che, altrimenti, in assenza del Covid, avrebbe potuto dare il meglio di sé.Invece, quei numeri impietosi snocciolati dall’ottimo Giovanni Trovati sul quotidiano diretto da Fabio Tamburini, così come molti altri con cui potremmo misurare il declino italiano iniziato – non a caso – con la fine della Prima Repubblica, ci dicono che le cose stanno assai diversamente. E che credere che Draghi sia e debba essere una parentesi emergenziale, chiusa la quale tutto tornerà felicemente come prima, sia un delitto prima ancora che una corbelleria. Al pari di quelle uscite dalla bocca (e dalla penna) dei Conte boy’s, che a giorni alterni da un lato inveiscono contro il banchiere usurpatore longa manus dei poteri forti europei e planetari, da un altro lo descrivono con in mano il manuale Cencelli (ma a favore di chi, se non prima di tutto dei partiti che sostenevano Conte?) intento ad essere in perfetta continuità con il predecessore (ma allora che senso ha essergli contro?), e da un altro ancora lo vogliono impotente perché sostenuto da un’armata Brancaleone mentre per fare le riforme occorrono maggioranze solide e omogenee come se quelle che si sono avvicendate dal 1994 in poi fossero state tali (ammesso, perché allora non sono state fatte queste benedette riforme?). La verità, invece, è che Draghi a capo di un governo che al massimo potrà durare due anni, offre ai partiti e al sistema nel suo complesso una (insperata e immeritata) occasione last minute per ripensarsi e ridisegnarsi. Persa eventualmente la quale, una nuova ondata populista e qualunquista, ancor più grande di quella che ha prodotto il declino di questi anni, travolgerà tutto e tutti, lasciando solo macerie. Certo, lo scenario che abbiamo davanti agli occhi non genera troppe speranze. Il partito più strutturato e potenzialmente perno del sistema politico, il Pd, è vittima di una “vocazione minoritaria” (Giorgio Gori dixit) che lo ha reso subordinato ai 5stelle (nonostante la loro disgregazione) e indotto al suicidio al grido di “o Conte o elezioni”. Guidato (si fa per dire) da un segretario che scambia l’avvocato del popolo per De Gasperi e Barbara d’Urso per Walter Cronkite, è totalmente privo di identità politica, che deve necessariamente venir prima delle alleanze, e di conseguenza è dilaniato al suo interno nonostante abbia smesso di discutere di politica e non pratichi più i congressi per selezionare il suo ceto dirigente (ammesso che lo abbia mai fatto). È vero che si assiste al risveglio della componente riformista – interessante il fatto che Enrico Morando abbia costretto il “santone” Goffredo Bettini a contraddirsi negando di aver mai parlato di “alleanza strategica” con i grillini, così come sono da sottolineare le recenti sortite del sindaco di Bari Decaro e del presidente emiliano Bonaccini – ma resta il fatto che l’improvvida decisione di formare un intergruppo parlamentare con 5stelle e Leu è passata senza colpo ferire nonostante quell’alleanza fosse nata per sbarrare le porte al Salvini sovranista che, almeno formalmente, non c’è più. A proposito, si potrà anche provare soddisfazione nel vedere che la Lega, nata secessionista e poi diventata nazionalista, sia stata capace di compiere, nel giro di 48 ore, una svolta europeista. Ma non si può far finta di non vedere come questa straordinaria parabola politica da guinness dei primati sia stata realizzata senza alcuna discussione interna né maturazione culturale, e che quindi con altrettanto rapido trasformismo domani questa linea possa virare verso chissà quale altro approdo. Insomma, se nel Pd e nella Lega ci sono due o più anime, sarebbe indispensabile che venissero allo scoperto, quantomeno creando articolazioni interne codificate dalla distinzione delle idee ma anche fino al punto – sano ai fini di una rigenerazione del sistema politico malato – di una separazione in forze distinte (sovranisti ed europeisti, pur se organizzati in correnti, non possono coesistere in un unico partito).
Ancorché scandito dall’odioso sistema delle espulsioni, paradossalmente pare più serio (pardon, meno infruttuoso) il lacerante scontro tra bande rivali in atto nel mondo pentastellato. Non fosse altro perché questa guerra fratricida è assai probabile che alla fine ci consegni il definitivo annientamento del cosiddetto “movimento”, con la più che auspicabile conseguenza che la parte maggiormente qualunquista dell’elettorato italiano torni alla sua storica vocazione dell’astensione dal voto, e che le miserevoli bandiere dell’antipolitica, dell’incompetenza al potere e del giustizialismo – che troppo hanno sventolato in questi anni di declino – lascino il posto a quelle del merito, del dovere e del garantismo. Anche perché se qualcuno crede davvero all’evoluzione moderata, liberale, europeista e atlantista di chi a suo tempo è stato partorito (da un comico fin troppo furbo e da una società di consulenza nata per far business) con il dna peronista, illiberale, no euro, pro decrescita (in)felice, filo Putin-Xi-Maduro – e sono convinto che Di Maio, di animo doroteo, sia uno dei pochissimi a prestarci fede sinceramente – ha il dovere di testimoniarlo uscendo e andando altrove (e magari lasciando allo smanioso Conte l’ingrato compito di rimanere sotto le macerie). Altrimenti la contraddizione, anzi la contrapposizione, tra il punto di partenza e quello di arrivo è troppo stridente per rendere credibile il percorso. Infine, produce horror vacui osservare gli infiniti tentativi da parte delle moltitudini che sono o credono di essere il “centro politico” di cercare un “centro di gravità permanente”, per dirla alla Battiato, in cui ciascuno possa prendere il sopravvento sugli altri. Fallendo così ogni possibilità di aggregazione: Renzi e (ora) Salvini in competizione nel tentativo di annettersi le spoglie di Forza Italia, le diaspore laiche e cattoliche, radicali e moderate che s’incontrano e si lasciano alla velocità della luce, la società civile che produce sigle promettenti ma che hanno un po’ tutte il difetto (letale) dell’eccesso di personalizzazione a discapito delle matrici culturali e basi programmatiche. Ecco, se questa è la cornice politico-parlamentare entro cui giocoforza agisce Draghi, deve essere chiaro dove iniziano e dove finiscono le sue responsabilità e quelle degli altri. Al presidente del Consiglio spettano essenzialmente due compiti, che corrispondo ad altrettanti “buchi” (voragini, per meglio dire) che il governo precedente gli ha lasciato in eredità: predisporre il piano vaccinale che non c’è, unica possibilità che ci è rimasta per vincere la pandemia dopo il sostanziale fallimento del piano sanitario che ha rincorso il virus senza mai acchiapparlo; riscrivere i contenuti del piano per il Recovery e ridefinire la governance chiamata a gestirlo, impegnando investimenti e imbastendo riforme per i prossimi sei anni in modo tale che qualunque governo successivo non possa mettere in discussione nulla. Non sarà facile, ma la corrispondenza tra la dimensione europea di questi passaggi e la caratura internazionale della sua personale credibilità è un’arma di cui l’Italia non disponeva e che ora è finalmente a nostra disposizione.
A tutti gli altri – personalità e forze politiche esistenti e potenziali – spetta il resto: auto-riformarsi, morire e nascere (politicamente parlando), riscrivere le regole (la legge elettorale, ma non solo) in coerenza con il ridisegno della architettura istituzionale. Ripensare il sistema, insomma. O se si vuole, passare finalmente ad una vera Terza Repubblica (concedendo, magnanimamente, che la Seconda avesse titolo di definirsi tale). Compito non meno difficile di quello di Draghi. Ma se si sciupa l’occasione, ha ragione Enrico Letta a denunciarlo con forza, la conseguenza sarà una nuova, ancor più spaventosa ondata di populismo. E sarà così che ci risveglieremo in Venezuela. Enrico Cisnetto direttore sito http://www.terzarepubblica.it

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Traffico di minori in aumento in Mali a causa di conflitti e COVID

Posted by fidest press agency su sabato, 5 dicembre 2020

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, avverte oggi che conflitti, insicurezza, il COVID-19 e il deterioramento delle condizioni economiche stanno portando a un aumento del traffico di minori, del lavoro forzato e del reclutamento forzato da parte di gruppi armati in Mali.Nella prima metà di quest’anno sono stati registrati più casi di reclutamento di minori (230 casi) rispetto all’intero 2019 (215 casi), secondo un recente rapporto pubblicato dal Global Protection Cluster, una rete di agenzie delle Nazioni Unite e ONG guidata dall’UNHCR che fornisce protezione alle persone colpite da crisi umanitarie.Poiché le scuole rimangono chiuse a causa di conflitti, insicurezza, COVID-19 o scioperi degli insegnanti, anche i minori sono spinti verso le miniere d’oro informali, in particolare a Gao e Kidal, dove molte zone sono controllate da gruppi armati. Alcuni minori sono arrivati sul posto a “credito”, cioe’ con il trasporto e il cibo finanziati da una parte terza. Altri hanno riferito di aver lavorato per giorni senza essere pagati. I minori sono costretti a lavorare per un tempo non specificato fino a quando non saldano il loro “debito”. Le vittime sono sia maliani che rifugiati, richiedenti asilo o migranti.Dalla regione di Mopti sono arrivate segnalazioni di comunità di donne e ragazze rapite, aggredite sessualmente e stuprate; sono stati registrati oltre 1.000 casi nel 2020. L’UNHCR teme anche una spirale di matrimoni infantili, in un Paese in cui si stima che il 53 per cento delle ragazze sia sposato prima dei 18 anni.I profili dei trafficanti e dei loro complici vanno da gruppi criminali organizzati o armati, capi tribù o autorità statali, a, in alcuni casi, perfino genitori, parenti o membri della comunità. Nonostante le violazioni dei diritti umani, tra cui la violenza di genere, la tratta e il reclutamento di minori in aumento, un nuovo rapporto pubblicato ieri avverte che quasi 40 milioni di persone sfollate all’interno del paese o coinvolte in conflitti potrebbero non ricevere sostegno a causa di finanziamenti insufficienti. Secondo il rapporto, i finanziamenti di quest’anno per la protezione delle persone più bisognose di assistenza nelle crisi umanitarie hanno ricevuto solo il 25% di quanto necessario.

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Talvolta la storia ci insegna qualcosa sui mali di oggi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2020

Allora si poteva evitare un bagno di sangue “rivoluzionario” se solo il giovane re Luigi XIV avesse ascoltato, tra le altre, le parole del filosofo e pedagogista Fenelon che indirizzò al re aspre critiche elencando gli errori sia commessi in politica estera sia interna, disattendendo così gli elementari principi e calpestando gli inalienabili diritti nella persona dei suoi sudditi, pensando esclusivamente a “rendere grande il suo nome e potente lo Stato”. All’immagine del principe sovrano e del monarca assoluto con poteri illimitati, auspicato dal filosofo Hobbes, fa riscontro quella del principe illuminato e del monarca costituzionale voluto dai filosofi: l’olandese Spinoza e l’inglese Locke come difensori dei diritti del singolo e assertori della libertà dei popoli. Vi furono nazioni che compresero il messaggio di questi ultimi come la Gran Bretagna e l’Olanda mentre non sortì lo stesso effetto in Francia e altrove. Oggi se è stato superato l’assolutismo monarchico, non è stato così per gli altri assolutismi a partire dalle logiche del consumismo di stampo capitalista, dall’imperialismo che si regge sugli inneschi delle bombe atomiche, delle minacce batteriologiche, delle guerre chimiche e si nutre degli arrembaggi pirateschi per il controllo delle risorse energetiche mondiali, e per finire allo sfruttamento delle aree depresse. Persino l’ordinamento giuridico ispirato da Montesquieu che vedeva nella tripartizione dei poteri non tanto la sovranità del popolo, come nel contratto sociale di Rousseau, ma un reciproco controllo inteso ad evitare la preminenza di un potere sull’altro, oggi è stato messo in crisi dall’arroganza di chi ci ha governati, pur restando ancorati in linea di principio ad una democrazia compiuta. È caduto il comunismo, dopo settanta anni di sognatori e di fieri oppositori per un ideale di vita, ma ancora vi sono i nostalgici che richiamano il passato per farlo rivivere al presente, ma in loro non c’è futuro. Sia chiaro. L’idea era e resta buona. È mancato, semmai, il modo di rappresentare il diverso con uomini giusti. E l’errore prosegue se anche tra i leader cosiddetti di sinistra oggi parlano di riforme mentre il prezzo più alto sono i ceti meno abbienti a pagarlo.  Così tutte le cose che la politica propone hanno un grosso limite: non riescono ad andare oltre la barriera del presente e il “male oscuro” è sempre lo stesso: l’idea del potere che ci rende homo homini lupus. È e resta, come lo fu, dal fallimento della rivoluzione ateniese a oggi, una negatività che si riflette un po’ da tutte le parti. (Riccardo Alfonso)

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Talvolta la storia ci insegna qualcosa sui mali di oggi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 gennaio 2020

Allora si poteva evitare un bagno di sangue “rivoluzionario” se solo il giovane re Luigi XIV avesse ascoltato, tra le altre, le parole del filosofo e pedagogista Fenelon che indirizzò al re aspre critiche elencando gli errori sia commessi in politica estera sia interna, disattendendo così gli elementari principi e calpestando gli inalienabili diritti nella persona dei suoi sudditi, pensando esclusivamente a “rendere grande il suo nome e potente lo Stato”. All’immagine del principe sovrano e del monarca assoluto con poteri illimitati, auspicato dal filosofo Hobbes, fa riscontro quella del principe illuminato e del monarca costituzionale voluto dai filosofi: l’olandese Spinoza e l’inglese Locke come difensori dei diritti del singolo e assertori della libertà dei popoli. Vi furono nazioni che compresero il messaggio di questi ultimi come la Gran Bretagna e l’Olanda mentre non sortì lo stesso effetto in Francia e altrove. Oggi se è stato superato l’assolutismo monarchico, non è stato così per gli altri assolutismi a partire dalle logiche del consumismo di stampo capitalista, dall’imperialismo che si regge sugli inneschi delle bombe atomiche, delle minacce batteriologiche, delle guerre chimiche e si nutre degli arrembaggi pirateschi per il controllo delle risorse energetiche mondiali, e per finire allo sfruttamento delle aree depresse. Persino l’ordinamento giuridico ispirato da Montesquieu che vedeva nella tripartizione dei poteri non tanto la sovranità del popolo, come nel contratto sociale di Rousseau, ma un reciproco controllo inteso ad evitare la preminenza di un potere sull’altro, oggi è stato messo in crisi dall’arroganza di chi ci governa, pur restando ancorati in linea di principio ad una democrazia compiuta. È caduto il comunismo, dopo settanta anni di sognatori e di fieri oppositori per un ideale di vita ma ancora vi sono i nostalgici che richiamano il passato per farlo rivivere al presente, ma in loro non c’è futuro. Sia chiaro. L’idea era e resta buona. È mancato, semmai, il modo di rappresentare il diverso con uomini giusti. E l’errore prosegue se anche tra i leader cosiddetti di sinistra oggi si continua a parlare di riforme mentre il prezzo più alto si continua a farlo pagare ai ceti meno abbienti. Così tutte le cose che la politica propone hanno un grosso limite: non riescono ad andare oltre la barriera del presente e il “male oscuro” è sempre lo stesso: l’idea del potere che ci rende homo homini lupus. È e resta, come lo fu, dalla rivoluzione ateniese a oggi una negatività che si riflette un po’ da tutte le parti. (Riccardo Alfonso)

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Mali: il paese sconvolto da nuove violenze

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 settembre 2018

Non trova pace il Mali, dove negli scorsi giorni sono stati uccisi da un gruppo di assalitori non identificati almeno 19 nomadi Tuareg disarmati. Martedì 25 settembre un gruppo di motociclisti ha attaccato due accampamenti di nomadi Tuareg del gruppo degli Ibogholitane a 45 km dalla città di Menaka nel nordest del paese. Gli aggressori hanno ucciso a colpi di arma da fuoco 17 civili, tra cui diversi adolescenti. Solo pochi giorni prima, sabato 22 settembre, nella città di Kidal due capi clan dei Tuareg sono stati uccisi in strada da esponenti di un gruppo radical-islamico. Anche in questo caso i due capi clan, Saida Ould Cheik Cheick e Mohamed Ag Eljamet, sono stati circondati e bloccati da motociclisti armati e poi uccisi. Questi ultimi avvenimenti rischiano di deteriorare ulteriormente il clima nella regione settentrionale del paese africano, dove comuni banditi e seguaci radical-islamici continuano a seminare violenza e tensione. Solamente lo scorso 22 settembre il neo-eletto presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita aveva annunciato che il ripristino della sicurezza nel paese costituisce il primo e più importante punto del suo programma. Sembra però che né le truppe di pace ONU della missione Minusma né le truppe anti-terrorismo francesi stazionate nella regione
né tanto meno l’esercito del Mali siano in grado di garantire la sicurezza della popolazione civile. Per interrompere la escalation di violenza ed evitare che questi ultimi assassinii vadano ad alimentare ulteriormente la pericolosa spirale di aggressioni mortali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede l’immediato avvio di un’indagine indipendente in grado di far incriminare i responsabili degli assassinii. L’APM chiede inoltre che le autorità competenti, nazionali ed internazionali, sviluppino delle strategie per una reale tutela della popolazione civile. Il primo passo in tal senso dovrebbe essere l’effettiva attuazione dell’accordo di pace con la popolazione Tuareg da parte del governo maliano. Il governo
finora ha attuato solo parzialmente e in modo molto lento l’accordo di pace, dando l’impressione di non volersene in realtà occupare. Secondo l’APM, in questo modo il governo diventa uno dei principali responsabili del clima di insicurezza, ma soprattutto del vuoto legislativo che si è creato nella regione, e che a sua volta lascia liberi comuni criminali ed estremisti di agire impunemente. Fintanto che il governo non si assume le proprie responsabilità, attua finalmente l’accordo di pace in tutti i suoi punti e ristabilisce la legalità nella regione, la spirale di violenza in Mali rischia di aggravarsi ulteriormente.

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Mali: nuova ondata di violenza oscura le elezioni presidenziali

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 agosto 2018

A qualche giorno dal ballottaggio per le elezioni presidenziali in Mali si registra una nuova escalation di violenza tra la popolazione appartenente ai gruppi etnici dei Peul e dei Dogon nel centro del paese. Lo scorso 9 agosto sono stati trovati i corpi senza vita di 14 Peul che erano stati rapiti due giorni prima da un gruppo di miliziani. In molti accusano del crimine un gruppo di miliziani Dogon che già in passato aveva fatto parlare di sé per attacchi condotti contro persone appartenenti ai Peul. Il conflitto tra Peul e Dogon ha causato dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 317 morti.L’assenza istituzionale e la mancanza di politiche di sviluppo per la regione del Mali centrale è causa di malcontento e rabbia in particolare tra la popolazione Dogon che accusa in toto la popolazione Peul si sostenere gruppi islamici radicali. Di fatto però, lo stesso conflitto e la mancanza di sicurezza finisce per avvantaggiare proprio i gruppi radicalizzati. Meno di un mese fa, lo scorso 24 luglio, nella regione sono stati trovati i corpi di 17 Peul disarmati, e a fine giugno 2018 sono stati uccisi 42 Peul a Koumaga. In entrambi i casi, molti hanno pensato che i fautori delle violenze potessero essere gruppi di miliziani Dogon. Le cause del conflitto tra Peul e Dogon in realtà sono molteplici e risiedono principalmente nelle diverse economie di sussistenza dei due gruppi. Mentre i Peul sono tradizionalmente pastori nomadi, i Dogon sono agricoltori stanziali. Il cambio climatico e la conseguente scarsità di risorse e disponibilità di terre adatte alla pastorizia e all’attività agricola ha innescato forti tensioni tra i due gruppi, rese ancora più forti a causa della generale povertà e della crescita demografica unita alla mancanza di prospettive per il futuro.L’assenza delle istituzioni e di politiche adatte contribuisce a far crescere il malcontento e lascia campo libero alle milizie islamiche che approfittano della situazione per reclutare nuovi combattenti in particolare tra i Peul. Il ballottaggio di domenica 12 agosto stabilirà il nuovo presidente del paese. Molti danno per favorito il presidente uscente Ibrahim Boubacar Keita. Ma chiunque vincerà le elezioni dovrà occuparsi velocemente e seriamente della situazione nelle regioni centrali del paese se non vuole che le attuali violenze si trasformino in veri e propri conflitti armati.

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Inflazione al 2%: panacea di tutti i mali?

Posted by fidest press agency su sabato, 13 gennaio 2018

mario-draghi2Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera e propria ossessione.
A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.
La parola “inflazione” è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.
Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.
L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un “animale” non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell’occupazione.
La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. E’ un processo che porta direttamente alla recessione.
L’obiettivo “inflazione al 2%” è il “fratello gemello” della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.
Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.
Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s’intuisce che il cosiddetto “inflation targetting” più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
E’ arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l’intera economia. Spesso lo ha fatto l’America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro. Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%. (Mario Lettieri già sottosegretario all’economia e Paolo Raimondi economista)

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Mali: un anno dall’intervento militare francese

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2014

malìA un anno dall’inizio dell’intervento militare francese in Mali avvenuto l’11 gennaio 2013, molti degli obiettivi posti all’operazione Serval non sono ancora stati raggiunti. L’intervento francese sembra aver spezzato il controllo dei gruppi islamici radicali nel Mali settentrionale e gli estremisti sembravano aver abbandonato le città ma Al Qaeda Maghreb (AQMI) continua a fare attentati ed è più che probabile che tornerà a formarsi nel paese africano una volta che le truppe francesi diminuiranno la loro presenza. Molti profughi provenienti dal Mali settentrionale non credono che l’esercito del Mali da solo possa essere in grado di proteggere la popolazione da possibili aggressioni degli estremisti religiosi e non vogliono tornare a casa. In Mali vi sono tuttora 422.000 profughi e il conflitto Tuareg che aveva scatenato la guerra civile è lungi dall’essere risolto. Altro punto irrisolto riguarda i procedimenti giudiziari a carico degli jihadisti arrestati e per i quali ancora non è stato stabilito dove e quando verranno processati.Inizialmente la Francia aveva annunciato l’inizio del ritiro delle sue truppe per marzo 2013 ma l’intervento francese si è rivelato più impegnativo di quanto le autorità sembrano aver pensato. Fino a fine novembre 2013 gli aerei da combattimento francesi hanno sganciato più di 200 bombe sul Mali settentrionale. Diverse centinaia di combattenti jihadisti sono morti ma i sistemi di tunnel sotterranei nelle montagne del nordest del paese continuano ad esistere e ad essere usati. Ancora in dicembre 2013 i militari francesi hanno recuperato quasi sei tonnellate di esplosivi e scoperto un centro di addestramento sotterraneo usato fino a pochi giorni prima di essere scoperto. L’intervento armato francese costa alla Francia circa 1,8 milioni di euro al giorno per un costo complessivo che secondo i dati forniti da esperti militari francesi si aggira ormai attorno ai 650 milioni di euro.Nonostante le ingenti somme il nord del Mali è tutto meno che sicuro e i circa 254.000 profughi interni e i 168.000 profughi rifugiatisi nei paesi vicini si rifiutano di tornare a casa. Nella regione di Kidal ad esempio persistono forti tensioni tra i combattenti tuareg e l’esercito del Mali. Secondo l’opinione diffusa tra la popolazione del Mali, l’esercito francese ha deliberatamente coperto e protetto i combattenti del movimento tuareg MNLA per guadagnarsi il loro appoggio nella lotta contro AQMI. D’altro canto la Francia ha più volte ripetuto che senza una soluzione politica della questione tuareg non vi potrà essere stabilità nel nord del paese. La maggioranza della popolazione del Mali non sembra però disposta a scendere a compromessi con la popolazione tuareg e chiede il disarmo e la generica punizione dei Tuareg. Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita si è detto contrario all’autonomia per le regioni tuareg e finora non ha presentato nessuna iniziativa concreta per il superamento del conflitto tuareg. I movimenti tuareg a loro volta minacciano di riprendere le armi se la loro situazione resterà invariata. Il Mali settentrionale è insomma in una situazione non troppo diversa da quella del gennaio 2012 quando appunto scoppiò la rivolta tuareg. La possibilità di un nuovo inizio non è stata colta né nel nord del Mali né nella capitale Bamako dove continuano la corruzione e l’abuso di potere da parte dei maggiori leader politici. La bassissima partecipazione di solo il 38% degli aventi diritto al voto alle elezioni parlamentari è stato un chiaro indicatore del reale stato di salute della democrazia in Mali

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French troops in Mali

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

The Mali Empire at its height under Mansa Musa.

The Mali Empire at its height under Mansa Musa. (Photo credit: Wikipedia)

French troops are moving north Wednesday for their first major ground operation in Mali alongside Malian troops, in an attempt to stop rebels, believed to be associated with the terrorist group al-Queda, from dominating a region that some fear could become an extremist hot spot and a launching pad for terrorist attacks. The insurgents have moved north into southern Algeria, where they kidnapped several people including Japanese nationals as well as other foreigners. (Sources: BBC, AP, New York Times)

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Church in Mali urges international help as crisis unfolds

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

English: Bamako Cathedral, Mali

English: Bamako Cathedral, Mali (Photo credit: Wikipedia)

The president of Caritas Mali, Archbishop Jean Zerbo of Bamako, has asked for a humanitarian corridor to be opened in his war-torn country. He also appealed to the global Caritas network and the international community to help those affected by the conflict currently being fought. French and African troops are trying to prevent Islamic rebels who have taken control of northern Mali from advancing further. Archbishop Jean Zerbo of Bamako said, “A new period of suffering is beginning for the people of Mali. We would welcome support so that we can help the increasing number of displaced and refugees.” Reports say up to 400,000 people have fled their homes either to southern Mali or to neighbouring countries since the rebels began advancing from the north last year. Some 18 million people lived through a severe food crisis in the region last year. It is feared that influxes of refugees will deplete low food supplies in some countries.“People will increasingly need food, drinking water, hygiene kits, anti-malarials and other items to cover their basic needs as the situation worsens. Here we’re in the cold season, and it is also damp. This makes the humanitarian situation even more complicated,” says Archbishop Zerbo. Caritas Mali continues to work with Catholic Relief Services (a US member of the Caritas network) on development projects in unaffected areas and has been monitoring the situation. Insecurity means that it is extremely difficult for humanitarian agencies to operate. The Caritas office in Mopti has been closed for the past week because of intensive fighting in the surrounding area.French airstrikes started in the north of Mali a week ago. A ground offensive has now begun with the help of African troops. The UN says that at least 30,000 people have abandoned their homes over the past few days. A small percentage have gone to Niger, Burkina Faso and Mauritania. Ninety percent of those fleeing are women.

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Attività medici senza frontiere

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

In risposta a questo afflusso massiccio, Medici Senza Frontiere (MSF) sta rafforzando le proprie attività e l’assistenza medica d’urgenza in questa zona desertica, dove l’accesso alle cure mediche è estremamente limitato.I combattimenti tra l’esercito del Mali, il movimento dei tuareg e altri gruppi armati sta costringendo migliaia di persone a fuggire verso Fassala, in Mauritania, località a 3 chilometri dal confine col Mali. “La presenza di gruppi armati e le incertezze politiche in Mali sta generando paura e panico tra la popolazione”, dichiara Elisabetta Maria Faga, coordinatore del progetto di MSF. Gli sfollati sono principalmente famiglie tuareg della regione di Timbuktu. “Arrivano qui esausti dopo un viaggio di due giorni in camion”.Nel campo Mbera, nel cuore della regione del Sahel e a sei ore di macchina dal più vicino ospedale di riferimento di Nema, MSF sta fornendo assistenza sanitaria primaria e materna ai rifugiati e cure mediche ai bambini malnutriti. MSF sta anche supportando le popolazioni locali, gestendo punti sanitari nella regione. “Un gran numero di persone soffre di infezioni respiratorie e diarrea a causa della mancanza di accesso all’acqua, l’esposizione a temperature estreme e a frequenti tempeste di sabbia”, spiega Jean-Paul Jemmy, coordinatore medico di MSF.Aumentando il numero di sfollati, cresce anche la pressione per la risposta umanitaria per migliorare le condizioni di vita all’interno del campo. Ci sono attualmente 100 latrine in comune per 57.000 rifugiati e solo nove litri di acqua per persona, al giorno. Queste condizioni sono al di sotto degli standard umanitari, che richiedono 20 litri di acqua per persona, al giorno, e una latrina ogni 20 persone. “Ci aspettiamo ancora diverse migliaia di sfollati nelle prossime settimane. Con questo costante afflusso di persone, dobbiamo agire in modo rapido ed efficiente per fornire servizi di emergenza. Dobbiamo fornire ricoveri a sufficienza, acqua e servizi sanitari e rafforzare l’assistenza medica di emergenza generale”, conclude Jean-Paul Jemmy. Da febbraio, MSF ha effettuato oltre 8.500 visite mediche di base a Fassala e Mbera (Mauritania). MSF sta anche rispondendo alle esigenze mediche dei rifugiati maliani in Niger e Burkina Faso. L’organizzazione sta lavorando anche nel nord del Mali (Timbuktu, Gao, Kidal e Mopti), dove offre assistenza sanitaria di base alle persone sfollate dalla violenza.

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Journalists Caritas closes local office in conflict hit northern Mali

Posted by fidest press agency su martedì, 3 aprile 2012

Bamako, Mali

Bamako, Mali (Photo credit: Wikipedia)

Caritas Mali says its local office in Gao in northern Mali was destroyed along with the local church after Tuareg rebels seized the city at the weekend. Despite the conflict in the north and a coup last month, Caritas Mali says its operations providing desperately needed food aid to the rest of the country continue. The Tuareg rebels have seized three regional capitals in as many days. The main rebel group is the National Movement for the Liberation of Azawad (MNLA). They are operating alongside the Islamist group Ansar Edine, who have links to Al Qaeda’s north African branch. Fr Jean-Jacques, director of Caritas Gao said, “Caritas staff fled Gao on Saturday. We learned from our guard today that the centre and the church compound have been destroyed.
“We have received calls from the small Catholic community left in Gao. They are now in hiding, fearing for their lives.” Fr Jean-Jacques says there are about 200 Catholics in Gao The capital of Mali is calm. “All is normal here in Bamako,” said Théodore Togo, the Secretary General of Caritas Mali.”We are monitoring the situation in the north. Apart from in Gao and in Mopti temporally, our programme continues in assisting people affected by the food crisis.” Caritas Mali is distributing corn, millet, rice and sorghum, as well as seeds to over 100,000 people affected by a growing food crisis. “If the rebels limit their activities to the north, then the majority of our aid programmes will be able to continue as planned,” said Théodore Togo. A coup last month toppled President Amadou Toumani Toure, adding further insecurity to volatile situation in Mali. Caritas members in Niger are also providing food aid to refugees who have fled the conflict in northern Mali.

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Malì: sviluppi situazione

Posted by fidest press agency su sabato, 24 marzo 2012

Mali Lošinj

Mali Lošinj (Photo credit: aly24j)

Dopo l’annuncio che i soldati dell’esercito hanno preso il controllo del paese, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) continua a seguire da vicino gli sviluppi della situazione in Mali. Al momento non si registrano nuovi movimenti di popolazione all’interno del paese, né verso i paesi limitrofi.
L’UNHCR è preoccupato che la protratta incertezza politica possa innescare ulteriori spostamenti forzati di popolazione, in una fase in cui la popolazione sradicata all’interno e oltre i confini del paese è già considerevole. L’Agenzia sta aggiornando i propri piani d’emergenza in modo da poter rispondere a possibili nuovi esodi verso i paesi confinanti.Dalla metà di gennaio – a seguito dei combattimenti tra un movimento ribelle e le forze maliane nel nord – migliaia di maliani hanno lasciato il proprio paese. In Mali inoltre gli sfollati vivono in condizioni difficili all’interno di villaggi e insediamenti temporanei e dipendono dalla generosità delle comunità d’accoglienza. Nei prossimi giorni l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres sarà in visita in Mauritania per assistere a una cerimonia che segnerà il termine del rimpatrio volontario dal Senegal e per dare riconoscimento all’impegno profuso negli anni per sostenere il processo d’asilo. Nell’occasione Guterres valuterà anche la situazione, in connessione con l’afflusso di persone colpite dal conflitto in Mali.

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Sahel: Potenziata l’assistenza ai rifugiati Maliani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2012

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sta potenziando l’assistenza alle migliaia di cittadini maliani sradicati dai combattimenti – in corso da metà gennaio – tra ribelli Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad e le forze maliane. Col protrarsi dell’instabilità nel nord del Mali, continuano a essere decine di migliaia le persone fuggite in Burkina Faso, Mauritania e Niger, oltre che in altre aree dello stesso Mali.Sono oltre 60 le tonnellate di aiuti – tra cui coperte, materassi, utensili per cucinare e teli di plastica – attualmente trasportati su camion dai depositi dell’Agenzia ad Accra, in Ghana, verso il Niger e 52 tonnellate in Burkina Faso. La scorsa settimana 35 tonnellate di aiuti – prelevati dalle scorte UNHCR a Douala, in Camerun – sono state trasportate in Niger e 10 tonnellate in Burkina Faso. Le necessità più urgenti rimangono l’alloggio, l’acqua potabile, le cure mediche e beni di prima necessità per le famiglie. In Mauritania, ieri l’Agenzia ha completato il trasferimento di oltre 39mila rifugiati dall’area di confine al campo di Mbera. Operazioni simili sono in corso in Burkina Faso e in Niger, dove durante il fine settimana l’UNHCR ha organizzato il trasferimento di oltre 2.000 rifugiati maliani che si erano insediati a Sinegodar, nell’instabile zona di confine tra Niger e Mali, verso un campo per rifugiati che si trova ad Abala, in un’area interna più sicura. Ad Abala – in collaborazione con le agenzie partner – sono state piantate circa 500 tende e allestite le strutture e i servizi principali, tra cui il trasporto dell’acqua per le famiglie trasferite di recente. Gli operatori UNHCR stanno svolgendo opera di sensibilizzazione presso i rifugiati che risiedono in altri siti al confine – come Miel, Kizamu Tigizefane e nella città di Abala – per il possibile trasferimento in località più sicure come il campo di Abala, che può accogliere fino a 10.000 persone. In Burkina Faso circa 740 rifugiati che si trovavano in località di transito al confine col Mali, nelle province di Oudalan e Soum, sono stati trasferiti in siti più all’interno. Le operazioni di trasporto sono state organizzate dall’UNHCR e dal partner governativo CONAREF (Commissione Nazionale per i Rifugiati). I potenziali nuovi arrivi dal Mali – da 60 a 100 al giorno secondo le autorità – stanno attualmente passando attraverso i punti di transito al confine e proseguono il proprio percorso verso i siti per rifugiati di Ferrerio, Gandafobou, Mentao o Damba. L’accesso all’acqua continua a costituire una preoccupazione nelle regioni del Sahel nel nord del Burkina Faso: mentre finora le popolazioni locali hanno condiviso pozzi e risorse d’acqua con i rifugiati, con le agenzie umanitarie e con l’UNHCR, hanno cominciato a installare cisterne e a trasportare acqua nei siti per rifugiati. Molti rifugiati hanno portato dal Mali il proprio bestiame, che tuttavia pone ulteriore pressione sulle risorse idriche.
In Mali, migliaia di persone sono sfollate, principalmente nella provincia di Gao. La maggior parte di loro si trova in insediamenti di nomadi, dopo aver abbandonato le proprie città o villaggi nel timore di nuovi combattimenti. Centinaia di persone sono fuggite dalla città di Tessalit – dopo che due settimane fa è stata presa dai ribelli – e sono arrivate a Gao. I rifugiati nei paesi limitrofi e gli sfollati all’interno del Mali hanno riferito ai team di operatori UNHCR di voler tornare a casa, ma solo una volta che la pace sarà stata ristabilita.

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Mali: gravi attacchi contro civili Tuareg

Posted by fidest press agency su sabato, 4 febbraio 2012

English: Bamako Cathedral, Mali

Image via Wikipedia

In seguito alle aggressioni contro civili Tuareg avvenute la scorsa settimana in Mali, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha esortato il governo del Mali a garantire la tutela della popolazione civile Tuareg. In seguito ai successi militari ottenuti dai ribelli Tuareg, nelle città di Kati e Bamako sono state attaccate abitazioni ed esercizi commerciali appartenenti a Tuareg senza che le forze dell’ordine intervenissero per fermare gli attacchi. Gli aggressori erano principalmente donne, madri e mogli di soldati caduti negli scontri contro i ribelli Tuareg nel nord del paese. Nella città di Kati sono stati distrutti e saccheggiati una farmacia, un ospedale e diversi negozi di Tuareg mentre gli abitanti Tuareg della città hanno cercato rifugiato nel commissariato di polizia.L’APM ricorda alle autorità del Mali che i Tuareg hanno, come tutti i cittadini del paese, diritto alla tutela da parte delle forze dell’ordine che non possono restare a guardare mentre persone Tuareg vengono minacciate e la loro proprietà distrutta semplicemente a causa della loro appartenenza etnica. Per contro i responsabili delle aggressioni devono essere indagati e devono assumersi la responsabilità dei loro atti.I manifestanti e lo stesso governo del Mali accusano i ribelli Tuareg di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani e il governo ha annunciato di voler far intervenire il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Le accuse rivolte dal governo ai ribelli devono essere indagate e verificate da una commissione indipendente, cosa che attualmente non è possibile fare a causa della pericolosità che caratterizza il nord del paese. Ma se anche queste accuse dovessero rivelarsi corrette, ciò non giustifica la criminalizzazione in toto di tutta la popolazione Tuareg del paese. Il rischio è l’ulteriore emarginazione della popolazione Tuareg nel Mali e un conseguente inasprimento della rivolta. Anche i Tuareg che prestano servizio nell’esercito maliano sono stati sospettati in blocco di mancata lealtà di sostenere la ribellione.Nel frattempo la vicina Algeria ha sospeso gli aiuti militari al Mali per non favorire l’inasprimento del conflitto militare. Attualmente in Algeria si stanno svolgendo dei colloqui tra il governo del Mali e il movimento Tuareg MNLA (Movimento nazionale per la liberazione dello Azawad). In seguito ai successi militari ottenuti dal movimento Tuareg non ci si aspetta però che i colloqui possano concludersi positivamente.

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Football legend Zinédine Zidane ends Mali visit with anti-poverty call

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 ottobre 2011

Football superstar and United Nations Development Programme (UNDP) Goodwill

Zinedine Zidane

Ambassador Zinédine Zidane ended a visit to Mali last Friday highlighting new anti-poverty tools put into action across the West African nation.Zidane visited a group of women who manage a multi-purpose engine that provides the village of Koursalé, 60 kilometres southwest of the capital, Bamako, with an affordable power supply for milling grain, processing rice, and recharging batteries.The programme has so far reached about 1.5 million people in Mali and approximately three million in West Africa now have better energy access through the engines, some of which now run on biofuels such as the Jatropha vegetable oil.It focuses on women with low income and minimal access to energy. Only registered women’s associations, with support of village members, can apply for a unit. Once trained, they save an average of between two and six hours daily using the technology.Improving access to energy for some of the world’s poorest populations is one plank of UNDP’s poverty reduction strategy, which involves supporting governments in drawing up and putting into action policies that break poverty cycles and create opportunities for women.In Bamako, Zidane also participated in a sports event with 3,000 youth as part of advocacy efforts for the Millennium Development Goals (MDGs) – eight internationally-agreed goals that seek to end extreme poverty by 2015.Acting UNDP Resident Representative Maurice Dewulf hailed Zidane as a “valuable Ambassador who has teamed up with 13 million Malians with a view to achieving the MDGs.”Prior to his departure, Zidane met with Mali’s President Amadou Toumani Touré, who acknowledged the football star’s commitment to advocating against poverty.

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Prevenire i malanni di stagione

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2009

Con l’arrivo della stagione fredda, e il timore del virus influenzale pandemico, aumentano i consumi di prodotti, come vitamine e integratori per rinforzare il sistema immunitario, che prevengono i classici malanni stagionali. “Possiamo stimare che, tra i bimbi da 1 a 6 anni, 500 mila assumano questi prodotti, più altri 300 mila dai 7 ai 14 anni” sono le stime fornite da Italo Farnetani, pediatra dell’Università di Milano. Tuttavia, secondo il pediatra a 1-2 anni è normale che un bambino si ammali con tosse, raffreddore e febbre 5-6 volte l’anno, a 3-4 anni si scende a 4-5 volte, a 5-9 anni a 3-4 volte, e a 10-18 anni si arriva a 2-3 volte. “Ogni anno che passa i bambini si ammalano sempre di meno. D’inverno la colpa non è dell’aria fredda, ma del fatto che si sta maggiormente al chiuso, dove è più facile trasmettersi i virus e i batteri”. Esprime inoltre perplessità su alcuni prodotti: “Per i farmaci immunomodulatori o immunostimolanti non esistono prove cliniche che dimostrino con certezza che funzionino. Lo stesso, dicasi per integratori, antibiotici preventivi, immunoglobuline e rimedi omeopatici. Attenzione ai prodotti di erboristeria: anche se naturali, non vanno usati con leggerezza”, avverte. “La vitamina A sembra prevenire le infezioni dell’apparato respiratorio e di quello digerente: se si prende come farmaco dovrà essere il medico a prescriverla – conclude Farnetani – ma per evitare carenze basterà mangiare cibi che la contengono: carote, verdure gialle, spinaci, broccoli, zucca, tuorlo dell’uovo, fegato, pesce e formaggio”.

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Piemonte: Trasporto aereo e ferroviario

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2009

Dichiarazione on. Vernetti del Pd: “I clamorosi disservizi registrati in queste settimane penalizzano Torino, il nostro sistema economico e rendono per migliaia di cittadini sempre più difficile partire e raggiungere la propria città. Le gravi inefficienze che in questi mesi si sono accumulate sia sul versante del trasporto aereo come su quello del trasporto ferroviario da e per Torino, sono diretta conseguenza dello stesso problema: il monopolio di Trenitalia sulle ferrovie e della nuova Compagnia aerea italiana (Cai) sul trasporto aereo. Fino a poco tempo fa l’aeroporto di Caselle era servito da due compagnie in competizione tra loro, Air One ed Alitalia, che complessivamente garantivano un maggior numero di voli e una migliore efficienza. La nascita della Cai e l’affermazione di un forte monopolio sono i principali responsabili dei mali attuali. Per quanto riguarda il trasporto ferroviario, non ritengo una provocazione la proposta della Presidente Bresso, ma un’idea giusta che condivido pienamente, in linea con le direttive europee. Dobbiamo aprire il trasporto ferroviario alla competizione così come è tempo che la Sagat porti nuovi vettori a Torino, a cominciare da Lufthansa Italia e Ryanair”.

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