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Ricostruzioni mammarie: addio protesi

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2014

ricostruzioni mammarieE’ un epocale cambio di direzione quello che sta avvenendo negli Stati Uniti, secondo un recente studio infatti il 70% dei chirurghi plastici americani ha usato qualche forma di impianto di grasso della paziente per gli interventi al seno (sia ricostruttivi che estetici). “Il grasso ‘autologo’ viene prelevato dall’addome o dalle cosce della paziente stessa con una piccola cannula da liposuzione, il grasso viene poi trattato, purificato e reinserito utilizzandolo alla stregua di un filler riempitivo” spiega il Dottor Carlo Macro Specialista in Chirurgia Plastica, dirigente medico Divisione Chirurgia Maxillo Facciale Ospedale San Camillo di Roma. “La tecnica sta spopolando in tutto il mondo per molti motivi e diversi utilizzi, il risultato infatti è più naturale e meno soggetto a rischi di rigetto o effetti collaterali. Il grasso viene usato per aumentare i volumi del viso (zigomi, mento) riempire depressioni cutanee e rughe profonde (come solchi naso-genieni) come forma suprema della medicina estetica detta ‘rigenerativa’ ma si sta spostando verso il corpo. In particolare nella chirurgia del seno il grasso può essere usato come complemento e perfezionamento di un intervento di protesi per rendere più morbidi i contorni, riempire svuotamenti della parte superiore del seno e riempire zone delimitate come l’asportazione di quadranti della mammella a causa di un tumore”.
Dall’Università di Pittsburg però alcuni colleghi hanno misurato il fenomeno e hanno calcolato come la tendenza più in auge negli USA sia quella di sostituire la ricostruzione con protesi unicamente con il grasso. Per perfezionare la ricerca è stato somministrato un questionario a 156 chirurghi plastici della prestigiosa ASPS (American Society of Plastic Surgery), la metà dei quali ha risposto che utilizza regolarmente il ‘fat grafting’ sia come tecnica ricostruttiva sia per perfezionare i contorni di un impianto di protesi in un intervento estetico. I tre quarti dei medici preferiscono utilizzare cellule di grasso prelevate dalla zona dell’addome grazie alla facilità di prelievo. Ma il dato davvero interessante è che i rispondenti hanno indicato che scelgono questa tecnica nel 90% dei casi di ricostruzione mammaria post-cancro, in parte perché le esigenze estetiche sono diverse e così le possibilità tecniche. Commenta il chirurgo: “in presenza di una mastectomia radicale il seno viene completamente rimosso insieme alla pelle che lo ricopriva, questo significa che per la ricostruzione sono necessarie due fasi successive: l’inserimento di un ‘espansore’ ossia un dispositivo che viene periodicamente riempito di soluzione salina ed ha il compito di sfruttare l’elasticità della pelle per aumentarne la dimensione e permettere, in terza fase, l’inserimento di una protesi mammaria. Ora va da sé che in una paziente che ha già subito un intervento massivo e traumatico come l’asportazione di un tumore e della mammella (o entrambe) la decisione di operarsi di nuovo altre due volte deve essere sostenuta da una forte motivazione. Alcune donne sono talmente provate e traumatizzate da entrare in un meccanismo chiamato ‘evitamento’ che le porta a non ricostruire il seno mai più e in fondo, sopportare un corpo che vivono, comprensibilmente come menomato. Ecco allora che un impianto di grasso autologo diventa una procedura molto meno invasiva: il grasso può essere prelevato con sottili cannule, trattato e impiantato per via iniettiva nell’arco della stessa giornata. Le donne che hanno subito un intervento per cancro hanno esigenze psicologiche e meno ‘estetiche’. Sanno che non potranno avere il seno ‘di prima’, ma spesso desiderano tornare a sentirsi donne complete, cosa che passa anche dal riconoscimento e dall’accettazione dell’immagine corporea. Per se stesse ma anche per i loro partner, i figli. E’ una sorta di rito di passaggio per celebrare il ritorno alla vita, il fatto di aver sconfitto la paura.
L’unico limite attuale al ‘fat grafting’ è una certa quota di riassorbimento del grasso, la percentuale di perdita dell’impianto dipende principalmente dalla tecnica di processamento delle cellule adipose. Ne esistono diverse e ciascun centro medico sceglie il proprio. Certamente un riassorbimento elevato costituisce una fonte di insoddisfazione per la paziente che potrebbe scegliere un ulteriore intervento e attualmente uno degli approcci usati per limitare questo rischio è l’over treatment, ossia inserire una percentuale di grasso in più in modo che quando si sarà riassorbito sarà possibile apprezzare il risultato finale. Ovviamente si tratta di una criticità che va discussa con la paziente che deve scegliere l’approccio più adatto a lei.
Va detto comunque che le differenze tra chirurghi europei e americani non si fermano qui: non solo differiscono nell’approccio chirurgico estetico (periareolare negli Usa, dal solco sotto mammario da noi), ma anche nella forma e proiezione (più tonde negli Usa dove la chirurgia plastica è ancora considerata uno status da esibire, anatomiche e meno proiettate da noi dove prevale ormai l’approccio naturale), ma soprattutto nelle misure. “La media di aumento richiesta italiana è di 250 cc, mentre negli Stati Uniti 350 cc è il livello di partenza!” racconta il Dottor Macro “Va specificato che simili quantità sono ingestibili con il grasso e che gli aumenti ideali con questo straordinario ma delicato materiale biologico si aggirano intorno ai 180-220 cc. Il grasso autologo quindi come le altre tecniche ha vantaggi e limiti ma nel caso della ricostruzione ha il vantaggio di non presentare alcun rischio di rigetto e nemmeno di reazione capsulare, quindi di rappresentare una alternativa molto sicura che, per essere gradevole, deve essere eseguita da specialisti esperti in questo tipo di impianto. Ritengo comunque che in pochi anni sarà possibile rendere il ‘fat grafting’ una tecnica ancora più raffinata che spopolerà anche nelle pazienti che cercano un risultato in termini di bellezza”.

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Protesi mammarie e rischi

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 gennaio 2012

Secondo i dati diffusi dall’Afssaps, l’agenzia francese per la sicurezza dei farmaci, il numero delle nuove vittime delle protesi PIP difettose è pesante. Nell’ultimo comunicato diramato ieri da questa istituzione, ha aggiunto che sono stati segnalati 20 casi di cancro in donne con questi impianti. Per il momento comunque, non è provato il nesso tra protesi e queste patologie. In dettaglio, sono 3 casi di linfoma, quindici casi di adenocarcinoma mammario (la forma più comune di cancro al seno), un caso di adenocarcinoma polmonare e uno di leucemia mieloide acuta.
L’Afssaps ha così identificato, in totale, sedici casi di tumori maligni del seno, tra cui un caso di linfoma del seno estremamente raro e quattro casi di tumori maligni che non pregiudicano il seno. Secondo questo nuovo bollettino, sono stati segnalati all’agenzia 1.143 interruzioni di impianti, nonché 495 casi di reazioni infiammatorie. Espiantate 672 protesi, di cui ventitré fallimenti sono stati scoperti nell’espianto oltre quattordici casi di “traspirazione” del gel. Colpite tra 400.000 e 500.000 donne. In totale, circa 30.000 donne avevano in Francia degli impianti del var Poly Implant protesi (PIP), società che utilizzava fraudolentemente gel di silicone non autorizzato. E’ probabile che queste protesi sono state vendute anche all’estero, a volte sotto un’altra marca e tra 400.000 e 500.000 donne sarebbero coinvolti nel mondo, tra cui da 40.000 a 50.000 nel Regno Unito, mentre secondo le prime stime sarebbero tra i 4.000 ed i 4.300 gli impianti di questo tipo effettuati in Italia.. Secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” in Italia il vero problema è, ora, quello di riuscire a risalire a tutte le donne con tale impianto. La difficoltà deriva principalmente dalla mancanza di un Registro nazionale degli impianti protesici, anche se un ddl per la sua istituzione è attualmente all’esame del Senato. Essendo le Pip protesi “a basso costo”, é inoltre ‘‘probabile che siano state utilizzate per scopi di chirurgia estetica specie in strutture non altamente qualificate o ambulatori chirurgici che non rilasciavano cartelle cliniche. Ma, rilevano gli esperti del Consiglio Superiore di Sanità, c‘è la possibilità che siano state impiantate anche in centri del Sistema sanitario nazionale per la ricostruzione mammaria a seguito di cancro.

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Dl sulle protesi mammarie

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 marzo 2010

Divieto di intervento di plastica mammaria per soli fini estetici alle minorenni, ma anche un Registro nazionale, e uno per ogni Regione, sugli interventi di protesi al seno. È quanto prevede il disegno di legge approvato dal Governo il 19 marzo scorso. Da ricerche effettuate è emerso che il ricorso ad impianti protesici mammari comporta delle conseguenze sulla salute della donna, che variano a seconda della tecnica utilizzata e del materiale di riempimento impiegato. Si è perciò resa necessaria l’istituzione di un registro nazionale e di registri regionali per la prevenzione, diagnosi e cura dei soggetti sottoposti all’impianto. I Registri raccoglieranno i dati relativi agli impianti protesici, con particolare riguardo alle informazioni concernenti la durata degli impianti, gli effetti collaterali ad essi connessi nonché l’incidenza dei tumori mammari e delle malattie autoimmuni. I dati personali oggetto di trattamento saranno raccolti rispettando la normativa vigente in materia di protezione di dati personali, in conformità ai principi di liceità, proporzionalità, necessità e indispensabilità del trattamento dei dati personali. A comunicare i dati saranno i responsabili delle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate ove vengono effettuati interventi di plastica mammaria, mediante l’attribuzione di un codice identificativo univoco del soggetto sottoposto all’impianto che non consenta l’identificazione diretta dell’interessato.

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