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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

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Giustizia e inaugurazioni. Prepariamoci al mantra incurabile. E quindi?

Posted by fidest press agency su sabato, 28 gennaio 2017

giustiziaInaugurazione anno giudiziario. Come tutti gli anni. Prima quello nazionale e poi quelli dei distretti delle corti d’Appello. Prepariamoci a leggere di tutto e di piu’ su uno dei poteri del nostro sistema statuale e costituzionale, quello giudiziario. Un potere che dovrebbe essere indipendente e, in quanto tale, fare da bilanciamento e garanzia agli altri due poteri (esecutivo e legislativo)… sulla carta, anche quella con la “C” maiuscola.
Intanto arrivano i primi dati della Cassazione: 107 mila processi civili pendenti, mentre quelli penali sono in leggero calo. Sugli altri dati -Tribunali a vari livelli, Appello- sono cifre da capogiro facilmente reperibili sui siti istituzionali e non solo.
Caratteristica diffusa: la maggior parte dei procedimenti giudiziari che arrivano a conclusione e’ perche’… scatta la prescrizione. Cioe’: nulla di fatto. Tarantella di rito: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. E meno male che la prescrizione c’e’, altrimenti saremmo in piena guerra civile.
Un mantra incurabile? Saremo riempiti di dati, numeri, lamentele, dichiarazioni di lotta, con corollario di avvocati e magistrati che parteciperanno e non parteciperanno per significare il proprio disappunto. Ci saranno i magistrati che parleranno dicendo cose che i vari interpreti ci tradurranno come segnale per il potere esecutivo e/o legislativo (alla faccia della divisione dei poteri). Ma il giorno dopo, quasi tutti se ne saranno dimenticati. E quindi continueremo come prima con -caratteristica inamovibile- la schifezza umana e giuridica dello strumento di coercizione di questo potere: le carceri, sovraffollate e scuole del crimine di ogni livello. In buona compagnia col resto del mondo, per carita’, e anche meglio in molti casi…. ma aver “compagni al duol” e’ quello che ci basta e ci consola e ci serve? Ma io, “piccolo” cittadino, “piccolo” utente di questo servizio dello Stato, che devo fare? Quando il vicino di casa mi fa un sopruso o quando un commerciante mi frega o quando lo Stato mi vomita addosso la sua arroganza e inefficienza? Farmi giustizia da me? Non e’ proprio il caso, visto che poi sarebbe un metodo che mi si ritorcerebbe contro. Sopportare? Sono stufo! Prevenire? Sarebbe auspicabile, ma chi mi da’ gli strumenti per farlo, visto che dovrebbe darmeli quello stesso Stato che spesso e’ mia controparte?
Intanto mi posso organizzare per una riduzione del danno. Per fortuna sono in diversi che in questo concerto possono essere un mio punto di riferimento in proposito. Diversi a cui pero’ devo prestare attenzione, perche’ alcuni di questi sono pagati o emanazione diretta proprio delle mie controparti (private o pubbliche che siano), e non e’ il massimo di affidabilita’ e credibilita’.
E quindi? Devo stare sempre sul “chi va la’”, anche per leggere una bolletta della luce. Al momento (…) non siamo in grado di dare altre indicazioni e consigli. Siamo legalitari pur se non istituzionali, e proprio per questo non vogliamo “buttar via il bambino con l’acqua sporca”… sperando che nel frattempo il bimbo non sia gia’ annegato o non sia stato sufficientemente istruito per nuotare dentro quest’acqua. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Le menzogne e i fatti di Giuseppe D’avanzo

Posted by fidest press agency su domenica, 12 luglio 2009

Scrive D’Avanzo: “Ora che “il mondo” ci ha lasciato di nuovo soli, con le nostre anomalie, ricordiamo dove ci siamo interrotti. Con la solita mossa da lupo, mentre ciascuno con responsabilità segnava una pausa “per il bene del Paese” (Repubblica, 8 luglio), il premier ha approfittato del G8 per afferrare qualche beneficio personale (abusivo, come se i “Grandi della Terra” fossero venuti all’Aquila per soddisfare il loro Ego con giudizi personali e non a rappresentare gli interessi nazionali). Berlusconi – “sorriso, piagnisteo, ringhio” – si è illuso di acconciare alla meglio la sua infelice reputazione. Ha rilanciato il suo mantra (“Calunnie!”) per esorcizzare i fatti nel caleidoscopio delle verità rovesciate che si è combinato. Ci ritorna per due giorni di seguito. “Sulla strada delle menzogne si sbatte contro il muro dei fatti”, dice (la Stampa, 9 luglio). “Ci sono due tipi di realtà, quella vera della gente comune e l’altra, la realtà descritta dai giornali che è pura fantasia”, ripete (Repubblica, 10 luglio) Dunque, se non a ugole gregarie per vocazione (come Piero Ostellino, soi-disant liberale di via Solferino, parolaio indifferente ai fatti, che vede separazione dei poteri dove c’è – macroscopico – un “potere unico” che liquida il principio costituzionale d’eguaglianza), almeno al capo del governo è chiaro di che cosa si discute. Parliamo di “fatti” e di “menzogne”, quindi di una tecnica della politica contemporanea che trova in Berlusconi un artefice ineguagliato nel mondo evoluto: valgono ancora le qualifiche “vero”, “falso” nel virtuale politico e televisivo che domina? Ci si interroga su una strategia che riduce i fatti a trascurabili opinioni lasciando campo libero a una menzogna deliberata che soffoca la realtà. Ci si chiede se siamo disposti a ridurre la complessità del reale a dato manipolabile, e quindi superfluo. Ci si domanda quale funzione specifica e drammatica abbia la menzogna nell’epoca dell’immagine, della Finktionpolitik. Sono i “falsi indiscutibili” di Berlusconi a rendere rassegnata l’opinione pubblica italiana o il “carnevale permanente” l’ha già uccisa? Di questo discutiamo. Finora Silvio Berlusconi ha mentito. Ha negato di aver voluto candidare veline al parlamento europeo. Ha negato di aver frequentato minorenni, ha giurato di aver incontrato Noemi Letizia soltanto “tre, quattro volte e sempre alla presenza dei genitori”. Ha dichiarato di non aver mai conosciuto l’avvocato David Mills. Ha dichiarato di aver usato i “voli di Stato” soltanto per “esigenze di servizio”. Patrizia D’Addario racconta di aver fatto sesso a pagamento con il capo del governo, la notte del 4 novembre 2008 (la paga un prosseneta, abituale ospite delle feste del premier). La donna raccoglie, a Palazzo Grazioli, fotografie e registrazioni di quella notte. Berlusconi, dice l’avvocato, “sarebbe soggetto inconsapevole”. Magari incantato, una notte, dalla bellezza di quella donna che non sapeva si prostituisse. Pensare che Berlusconi abbia bisogno di pagare 2000 euro una ragazza, perché vada con lui, mi sembra un po’ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis” (Corriere, 17 giugno). Grandi quantitativi, gratis. Lo lascia intendere anche Berlusconi. Questa è la scena. Già vista, la strategia di banalizzazione. Nessun eccesso, nessuna disinvoltura. Soltanto qualche decisione infelice, un carnet disordinato, un’incuria nell’aprire la porta di casa a chi non lo merita. Anche stavolta Silvio Berlusconi inganna chi lo ascolta perché – anche se non c’è alcun rilievo penale in questi comportamenti, come teme Ghedini, né la magistratura pare interessata al “caso” – i ricordi invincibili dei testimoni, le parole intercettate da un’inchiesta giudiziaria, raccontano come le residenze private di Berlusconi (Villa Certosa, Palazzo Grazioli) si affollino con regolarità di prostitute di caro prezzo. Ora che “il mondo” ci ha lasciato di nuovo soli con noi stessi, immaginiamo di poter attribuire ai “Grandi della Terra” quel che si può assegnare al nostro premier. Immaginiamo di poter dire, senza timore di essere contraddetti, che Barack Obama è un bugiardo e ha mentito al suo Paese; che Nicholas Sarkozy va in vacanza con minorenni; che Angela Merkel porta con sé in voli di Stato musici e ballerini che allietano le sue serate; che Gordon Brown, imputato in un processo, ha corrotto un testimone; che Taro Aso si riempie la casa di prostitute a frotte, pagate da un suo amico a cui poi promette affari. Pensate che, con questo peso, le opinioni pubbliche consentirebbero a chiunque di quei “Grandi” di restare al loro posto? Perché questo da noi non avviene dovrebbe interessarci: ci mostra la malattia organica di un’Italia moralmente “gobba”. A meno di non voler pensare, con Giolitti, che convenga soltanto tagliarle addosso un abito deforme”. (Repubblica, 11 luglio 2009 testo riprodotto in sintesi)

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