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La voce umana di Jean Cocteau

Posted by fidest press agency su sabato, 22 ottobre 2016

carmen-giardinaRoma Da giovedì 27 a domenica 30 ottobre 2016 teatro Brancaccio via Mecenate 2 La voce umana di Jean Cocteau con Carmen Giardina scena Marco Carniti / Paolo Carbone musiche Pivio regia Marco Carniti. (Giov/sab ore 20 e dom ore 18 Biglietti 14 euro – ridotti 11 euro) “Nulla è più drammaticamente attuale delle tragedie per amore.” dcihiara Marco Carniti nelle sue note di regia – “L’amore è pazzia e l’abbandono è il vuoto. Così Cocteau rappresenta l’Amore in un testo nel quale, ancora oggi, tutti ci possiamo rispecchiare. Così come per Shakespeare, l’innamorato è un folle chiuso nella sua prigione, vittima della sua stessa follia masochistica. Ho trasportato l’amante dolorosa di Cocteau in una dimensione contemporanea incastrando il personaggio nell’ingranaggio emotivo infernale di una routine quotidiana. Una “donna sull’orlo di una crisi di nervi” che, straziata per l’abbandono dell’amante, vive in un suo spazio fermo nel tempo, invasa dai mezzi di comunicazione. Uno spazio dominato da un totem sacrificale. Una lapide meccanica a cui la protagonista si aggrappa ostinatamente nella speranza di cancellare tracce, azioni, odori, ricordi, della persona amata. La sua condizione, ad uno sguardo distaccato, non può che svelare l’involontaria comicità dei nostri comportamenti, l’assurdità dei nostri processi interiori. Condannando l’ipocrisia dei nostri rapporti sentimentali. Dal tragicomico al dramma. Dalla farsa alla tragedia. Questo esperimento teatrale ci dà l’opportunità per un dialogo contemporaneo con Cocteau sul buio esistenziale ed il vuoto interiore causati dall’amore. [Marco Carniti] (foto: carmen giardina)

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Faccia da cucchiaio

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 Maggio 2011

Roma 17 maggio al Teatro India “Faccia da cucchiaio. Spoonface ” di Lee Hall, regia di Marco Carniti con Melania Giglio. Steinberg è una bambina molto speciale, con un’intelligenza particolare e una percezione della realtà irripetibile. Soffre di una sindrome autistica ed è così innamorata della vita che, attraverso i suoi occhi, il mondo appare nuovo e straordinario. Il testo – scritto da Lee Hall, autore inglese candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Billy Elliot, interpretato da Melania Giglio diretta da Marco Carniti – offre uno sguardo disincantato su temi di attualità, come la famiglia, la malattia, la diversità, giocando sul filo sottile che separa il riso dal pianto, drammaturgicamente ben dosato e ricco della freschezza espressiva tipica del linguaggio dei bambini. Carniti ha messo in scena la crudeltà di complessi temi come l’handicap, la malattia, la morte, le famiglie scompaginate, di padri imbelli e madri sopraffatte dalla sventura. La protagonista, sprofondata nella sua immensa salopette giallouovo, e tutta raggomitolata su se stessa, la testa racchiusa in una cuffia (sapremo che ha perso i capelli nell’inutile tentativo chemioterapico di strapparla al cancro) ascolta la musica con gli auricolari, l’opera lirica “Amo le signore che cantano le opere”, con qualche fragorosa irruzione elettronica di David Barittoni. Lei ragiona sul suo essere diversa: “Io sono una bambina diversa, ma essere diversi significa essere se stessi”. E questa è la morale della favola perché sa di essere “una bambina ritardata”. “Quando sono nata hanno detto che avevo una faccia come un cucchiaio. E da quel momento mi hanno chiamato Spoonface. Ma ero solo una neonata, e quando sei una neonata, tutte le stelle e i pianeti si muovono dentro di te. E poi sono caduta dalle braccia della mamma, che litigava col papà che andava in giro con una bambina con le tette. Ma sono stata mai giusta, io?”. “Ma le cose tristi sono le più belle”, promette Spoonface. E dopo aver schierato tutte le sue 25 piccole agghindatissime bamboledamine, ci lascia regalandoci un brandello di felicità. La sua: “E nella musica c’erano tutti i pezzetti di bellezza del mondo, ed io ero libera e cantavo come un uccellino”.

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