Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘mario draghi’

Mario Draghi. Il ritorno del Cavaliere bianco il nuovo libro di Roberto Napoletano

Posted by fidest press agency su martedì, 22 giugno 2021

E’ edito da La nave di Teseo, un saggio per conoscere l’uomo a cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deciso di affidare le sorti del nostro Paese. Chi è Mario Draghi? Perché il Cavaliere bianco, che ha salvato l’euro e l’Italia dal suo Cigno nero del 2011, viene chiamato esattamente dieci anni dopo dal capo dello stato, Sergio Mattarella, a disincagliare il Titanic Italia? Perché viene indicato come il primo attore politico della nuova Europa e ha la stima dei grandi leader internazionali? Che cosa può signi care tutto questo per un paese che da vent’anni ha crescita zero? Avrà Draghi la forza persuasiva per cambiare il modello malato della politica italiana e il dibattito pubblico che lo ha generato? Per animare la ripartenza economica e sociale dopo la pandemia? Roberto Napoletano, che ha raccolto con Alessandro Merli l’unica intervista rilasciata a un giornale italiano da Draghi in otto anni di presidenza della BCE, ci restituisce la gura di un premier che vuole essere trattato alla pari, che ascolta tutti, ma che sa prendere le decisioni importanti al momento giusto. Roberto Napoletano è stato direttore del “Sole 24 Ore” (dal 2011 al 2017) e di tutte le testate del gruppo (Radio 24, l’agenzia di stampa Radiocor, l’informazione web e specializzata), e direttore editoriale del gruppo multimediale 24 Ore. Dal 2006 al 2011 è stato direttore del “Messaggero”. Dall’aprile 2019 è direttore del “Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia”.

Posted in Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

World Jewish Congress President Ronald S. Lauder Meets with Italian Prime Minister Mario Draghi

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 giugno 2021

Rome. Ambassador Ronald S. Lauder, President of the World Jewish Congress, and Mrs. Noemi Di Segni, President of the Union of Italian Jewish Communities, met this morning with Italian Prime Minister Mario Draghi.Ambassador Lauder and Mrs. Di Segni discussed with the Prime Minister the critical need to fight against antisemitism, especially against the background of an unprecedented surge in the United States and Europe, and with special attention to left wing political groups that boycott Israel, promote pro-Palestinian distortions of realty and deny Israel’s right to exist and defend itself.The discussion also focused on the need to adopt the International Holocaust Remembrance Alliance’s definition of antisemitism, changes in criminal offenses in Italy related to hate crimes, legitimization of fascism, and far right radicalization. Ambassador Lauder also highlighted the need for Italy – as part of its economic recovery plan – to invest in tourism featuring special itineraries of Italian Jewish heritage, including the Ghetto and synagogues of Venice and other important Jewish sites.Italy is the first country in Europe that Ambassador Lauder has visited following the prolonged travel restrictions caused by the COVID-19 pandemic.Ambassador Lauder and Mrs. Di Segni were accompanied at the meeting by the Prime Minister’s Diplomatic Advisor Ambassador Luigi Mattioli, and WJC Executive Vice President Maram Stern. The meeting occurs on a historically significant date; on 4 June 1944, the city of Rome was freed from Nazi fascist occupation by Allied forces led by the U.S. Army.

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Mario Draghi e la biodiversità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2021

“Benissimo il presidente Mario Draghi sul riferimento alla biodiversità tra i punti centrali dell’azione del nuovo governo e sulla necessità di rivedere il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. E’ finalmente arrivato il momento di sanare il vulnus dell’assenza dal Piano di programmi per la natura”.Lo dichiara la Lipu-BirdLife Italia al termine dell’intervento al Senato del presidente del Consiglio, Mario Draghi, in occasione del voto di fiducia al nuovo Governo.”E’ fondamentale correggere il grave errore commesso con la completa esclusione dei programmi di conservazione della biodiversità dall’attuale Piano – dichiara Danilo Selvaggi, direttore generale della Lipu – Un’esclusione che rappresenta una violazione formale del Regolamento europeo, che chiede di includere progetti di conservazione della biodiversità nel 37% di risorse dedicate alla transizione ecologica, e soprattutto sostanziale, perché non può esserci alcuna ripresa verde se non ponendo al centro la biodiversità e il buon uso del capitale naturale. Lo ha detto molto bene il presidente Draghi riferendosi ai tre pilastri Persone, Pianeta e Prosperità. Del resto, è il senso stesso del Next Generation EU e della sua corretta attuazione a livello di stati membri. “Restauro degli habitat, corretta gestione della rete Natura 2000, programmi per le specie in via di estinzione, tutela della biodiversità marina e valorizzazione delle bellezze naturali italiane sono le cinque linee d’azione indicate dalla Lipu, che avrebbero senza dubbio, in modo diretto e indiretto, anche un effetto economico positivo. Siamo certi – conclude Selvaggi – che il presidente Draghi e il ministro Cingolani sapranno opportunamente intervenire”.

Posted in Politica/Politics, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Governo, i bookmaker appoggiano Draghi

Posted by fidest press agency su domenica, 7 febbraio 2021

Tra le aperture del Movimento 5 Stelle, il “no” di Giorgia Meloni e il sostegno di Pd, Italia Viva e Forza Italia, si comincia a definire il perimetro della maggioranza che potrebbe sostenere Mario Draghi che, a pochi giorni dall’incarico ricevuto dal presidente Mattarella, incassa anche la fiducia dei bookmaker. Secondo i betting analyst di oddsdealer.com, il via libera del Parlamento è l’ipotesi più probabile a 1,30, contro il “no” più lontano a 2,20. In attesa che si concluda il primo giro di consultazioni, i trader hanno già cominciato a comporre il puzzle della squadra di Governo: all’Economia, rileva agipronews, il favorito a 2,75 è il direttore di Bankitalia Daniele Franco, che batte la concorrenza del membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, Fabio Panetta (a 3,90). Terzo posto in lavagna per il vicedirettore di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, a 4,20, mentre il vicepresidente della Banca europea degli investimenti, Dario Scannapieco, insegue a 5,85. L’economista Carlo Cottarelli è l’outsider degli analisti, a 6,80, mentre si allontana a 12,50 la conferma di Roberto Gualtieri. Il manager Vittorio Colao alla guida del Mef si gioca a 15,50, difficile che Draghi conservi l’interim, un’ipotesi che chiude il tabellone a 25 volte la scommessa.MSC/Agipro

Posted in Politica/Politics, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Finalmente Draghi: Ce ne parla Enrico Cisnetto

Posted by fidest press agency su sabato, 6 febbraio 2021

By Enrico Cisnetto. Avete notato? Mercoledì Mario Draghi è entrato nel cortile del Quirinale per recarsi a ricevere dal Capo dello Stato il mandato (pieno e senza limiti di tempo) di formare un nuovo governo – ultima chance per evitare il ricorso alle elezioni anticipate – a bordo di una Volkswagen Passat station wagon, auto inusuale per questo tipo di circostanze. Certamente si tratta di una pura casualità, ma a volte anche le circostanze fortuite possono assumere una straordinaria forza simbolica. In questo caso l’auto tedesca dell’ex presidente della Bce allude al ruolo che Angela Merkel ha avuto nella tormentata vicenda italica. Non tanto dal lato della scelta fatta ricadere su di lui, che ovviamente Mattarella ha compiuto in piena autonomia ancorché confortato da diversi colloqui con la stessa cancelliera e con il presidente francese Macron, quanto da quello del prescelto, la cui disponibilità ad accettare non era affatto scontata.Sì, è vero, a chi gli tirava la giacca, Draghi ha sempre detto “no grazie, non fa per me”. Tutto è cominciato 15 mesi fa, quando è terminato il suo incarico alla Bce e a Francoforte è arrivata Christine Lagarde: da allora si è allungata a dismisura la lista di chi, talvolta ammiccando talaltra evocando la patria che chiama, gli ha detto, gli ha fatto dire o semplicemente ha lanciato un messaggio con la speranza che arrivasse a segno, che avrebbe dovuto andare a Palazzo Chigi. Ma lui ha sempre parlato con tre soli interlocutori. Guarda caso quelli che il 28 ottobre 2019 erano con lui sul palco della cerimonia con cui a Francoforte si era celebrato il suo addio alla Bce: Sergio Mattarella, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Sono loro che lo hanno convinto ad accettare fastidi e rischi di un’esperienza che si sarebbe volentieri risparmiato: “devi salvare l’Italia, e con essa l’Europa”. Non avrebbe potuto dire di no. Per un momento era sembrato che potesse bastare un impegno politicamente meno impegnativo: tornare a via XX Settembre, in quel ministero dove per anni aveva lavorato come direttore generale del Tesoro. Poi il precipitare degli eventi – dalla forzatura di Conte di non dare subito le dimissioni e cercare, infruttuosamente, un manipolo di parlamentari disposti a tutto, alla mission impossible di Fico con il maldestro tentativo di leader sgangherati di mettere nero su bianco un “contratto di governo” – gli ha fatto capire che bisognava prendere di petto la situazione.Illuminante è stato, domenica 31 gennaio, un articolo di Tonia Mastrobuoni, inviata di Repubblica in Germania, dall’eloquente titolo “Le nuvole di Roma nel cielo sopra Berlino”, nel quale si raccontava che dietro un formale “non commentiamo vicende interne di altri paesi” c’era nel governo tedesco una fortissima preoccupazione per il precipitare della crisi politica a Roma, con il rischio che l’Italia da un lato si infilasse nel tunnel di una sanguinosa campagna elettorale e dall’altro che le elezioni anticipate potessero consegnare il bastone del comando alla destra populista e sovranista e che fosse poi quella maggioranza ad eleggere a inizio 2021 il successore di Mattarella, cioè l’unica figura politico-istituzionale italiana ritenuta a Berlino, così come a Parigi e Bruxelles, pienamente affidabile. Per questo la Merkel si è spesa in prima persona. Forte della consapevolezza che se Draghi nei suoi otto anni alla Bce ha potuto realizzare una politica monetaria all’insegna del quantitative easing e del famoso “whatever it takes”, è stato possibile per quel patto di ferro che loro due avevano stretto, in base al quale ogni tanto la cancelliera tuonava contro gli eccessi di deficit e di debiti pubblici e il lassismo dei tassi d’interesse a zero, per tacitare sia le componenti di governo che erano alla sua destra (a cominciare dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble) sia la tetragona Bundesbank, ma nella sostanza lo “copriva”. Entrambi pragmatici, avevano deciso di lasciare ad altri la disputa ideologica sulla opportunità o meno della “austerità”, e di affrontare le difficoltà dell’Europa nel pieno della crisi del 2011 – che in Italia portò lo spread quasi a 600 punti e costrinse Berlusconi a cedere il passo al governo Monti – senza che ancora non fosse stata digerita la crisi mondiale del 2008, cercando di evitare gli errori commessi da fine 2009 in poi nella gestione della crisi greca. Insomma, sintetizzando un po’ brutalmente il patto voluto da colei che noi italiani presto rimpiangeremo, era: Mario tu fai quel che devi fare, che io abbaio ma non mordo.Su questa intesa si è salvata e retta l’Europa nell’ultimo decennio. E grazie a questa intesa ora si può salvare l’Italia, caduta nel baratro di una crisi sanitaria, economica e sociale che non poteva non diventare crisi politica. Anzi del sistema politico, visto che dopo il fallimento dei due governi Conte – a proposito, se un civil servant della statura di Draghi viene considerato un “tecnico”, l’avvocato del popolo venuto dal niente come dovrebbe essere catalogato? – il fatto che si sia stati costretti a ricorrere ad una figura come quella dell’ex presidente della Bce mette una pietra tombale sulla stagione impropriamente definita Terza Repubblica (e che io ho preferito chiamare Seconda bis). Esattamente come il governo Monti lo fu per la fase repubblicana che si era aperta nel 1994. A caldo si è detto, ora come allora: è morta la politica. Certo, quando la politica abdica e crea le condizioni perché una figura esterna ad essa venga chiamata a surrogarla, significa che è collassato l’intero sistema politico-istituzionale. Però, né il governo figlio dello spread del 2011, né tantomeno ciò che venne dopo, furono in grado di chiudere la transizione apertasi nel 1992 con la rovinosa caduta della Prima Repubblica, formalmente causata da Tangentopoli ma in realtà prodottasi già nei tre anni precedenti dall’incapacità dei partiti tradizionali di gestire le conseguenze geopolitiche innescate dalla caduta del Muro di Berlino e la fine del mondo diviso in due blocchi.
Ora, dunque, sono due le domande strategiche che l’incarico a Draghi suscitano. La prima: la sua chiamata in campo consentirà di porre fine alla stagione del populismo – cosa facilitata sia dalla sconfitta di Trump sia dalla creazione di un debito europeo condiviso – sulla base di una linea di frattura che separi chi è europeista senza riserve da chi rimane ottusamente sovranista? Personalmente ne sono convinto, e tanto meglio se questa faglia – che per convenzione potremmo definire “Ursula sì e Ursula no” – produrrà un terremoto dentro le attuali forze politiche, che di una scomposizione e ricomposizione della rappresentanza politica abbiamo un bisogno assoluto. La seconda domanda è conseguenza della prima: l’irrompere sulla scena di Draghi potrà davvero definitivamente archiviare la “transizione infinita” apertasi oltre un quarto di secolo fa e che al paese è costata un prezzo salatissimo, quello di un inesorabile e progressivo declino? Qui il mio auspicio è altrettanto forte, ma meno salde le mie certezze. Perchè in un tempo breve – un anno se a gennaio prossimo fosse chiamato a succedere a Mattarella, due e qualcosa se arrivasse a fine legislatura – Draghi dovrebbe compiere un doppio miracolo. Da un lato, riuscire a fronteggiare l’emergenza pandemica e quella economico-sociale, predisponendo un piano vaccinale efficiente, riscrivendo daccapo il Recovery in modo che sia davvero utile per l’Italia e convincente agli occhi dell’Europa, e facendo alcune delle riforme strutturali sempre rimandate, almeno quelle che possono rendere virtuoso (“buono” come ha detto Draghi) il debito contratto per il rilancio e la modernizzazione del Paese. Dall’altro lato, Draghi dovrebbe anche avviare quel processo di trasformazione dei nostri assetti e delle nostre regole istituzionali, passaggi senza i quali non si può parlare di una “nuova Repubblica”. Insomma, roba da far tremare i polsi, considerata la qualità del ceto politico-parlamentare con cui dovrà fare i conti. Certo, l’uomo del “whatever it takes” ha l’autorevolezza e il peso necessario per indurre il Paese a formare una nuova classe dirigente costruita intorno ad una Assemblea Costituente chiamata a ridisegnare la Repubblica su basi finalmente più moderne, solide e autenticamente europee. Ma è dai tempi della bicamerale del 1997 affidata a Massimo D’Alema che i nostri politici provano a riscrivere le regole, e finora è stato fatto poco e male, perché si è finito col riformare la Costituzione solo a colpi di maggioranza, generando due referendum bocciati dai cittadini.
Insomma, anche per un uomo della statura di Draghi non sarà facile imprimere una svolta al sistema. Ma non dipenderà solo da lui. Un aiuto importante gli potrà venire dall’Europa, cioè laddove Draghi trae il massimo della credibilità e del consenso. Se, come le premesse della sua nomina fanno credere, Merkel (e poi chi le succederà) e Macron gli daranno la possibilità di trasformare l’asse franco-tedesco in un triangolo che comprenda anche l’Italia, Draghi potrà avere la forza (e non solo l’autorevolezza, che già possiede) di dire con schiettezza al Paese le cose che occorre fare per trasformare il Paese, e che negli ultimi tre decenni nessun uomo politico è stato capace nemmeno di pensare. L’altro aiuto gli potrà venire, paradossalmente, proprio dalle forze che hanno incarnato il sistema e che tuttora sono rappresentate in Parlamento: tanto più il loro disfacimento sarà veloce e accentuato, tanto più Draghi potrà contribuire a scrivere una nuova pagina della vita repubblicana. Che poi si chiami Seconda Repubblica (considerato che quella vera, cioè figlia di una reale discontinuità istituzionale, non c’è mai stata), si chiami Terza o addirittura Quarta Repubblica, poco importa.Intanto la fiamma della speranza si è riaccesa. Forse sarà perché in tempi non sospetti prima ho sostenuto la necessità e poi indicato la concreta possibilità che Draghi fosse chiamato a salvare il Paese dal disastro e avviarlo ad una fase di rinascita, ma mai come in queste ore ho ricevuto così tante manifestazioni di stima per aver indicato la “strada giusta”. C’è tanta voglia che Draghi riesca, e sono sicuro che questo desiderio scatenerà gli animal spirits evocati da J.M. Keynes, quelle emozioni istintive che guidano il comportamento umano, e quello imprenditoriale in particolare, senza le quali non ci può essere crescita e sviluppo, da troppo tempo sopite. Ma occorre che queste energie siano convogliate anche verso la società nel suo insieme, verso la cosa pubblica, verso la politica. L’Italia produttiva e non parassitaria deve cogliere in Draghi quella scintilla che ne infiammi il desiderio di costruzione di una classe dirigente, basata sulla competenza, sulle idee e sulla capacità di mettersi al servizio dell’interesse generale. Forza. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Mario Draghi e reazione dei mercati

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

A cura di Michele Morra, Portfolio Manager di Moneyfarm. La notizia della convocazione di Draghi al Quirinale ha sicuramente avuto un impatto significativo sui principali indicatori italiani. In una giornata che vede tutti i listini europei in verde (influenzati anche dalle chiusure asiatiche e d’Oltre Oceano) il rendimento del FTSE MIB è superiore al 2%, con un distacco considerevole rispetto alle altre Borse europee. Anche guardando al mercato obbligazionario gli spread hanno subíto un restringimento considerevole (circa 0.10%) continuando un trend che era già in essere da marzo e portando il decennale italiano a circa 0.55%. La reazione di mercato, dunque, c’è stata ed è stata positiva. Agli investitori la notizia sembra piacere. Ricordiamo, però, che a seguito della crisi di governo gli spread avevano subito un analogo allargamento e il FTSE MIB una simmetrica sottoperformance; capiamo dunque che probabilmente ciò che piace agli investitori è soprattutto la possibilità di una risoluzione e di un ritorno alla stabilità di governo, necessaria anche per non dissipare gli aiuti derivanti dal Recovery Fund. Nel medio termine un effetto positivo potrebbe essere rappresentato dalla capacità (o dalla percezione che ne hanno gli investitori) di Draghi di sfruttare la sua autorità e la sua capacità negoziale a livello europeo per facilitare il dialogo sul programma di investimenti europeo, rafforzando la relazione tra i paesi core dell’Eurozona. Nella giornata di oggi e di domani potremmo dunque continuare a vedere un certo livello di volatilità sul susseguirsi delle notizie relative all’accettazione o meno della carica e alla formazione di un nuovo governo. Qualora Draghi dovesse diventare il nuovo presidente del consiglio sarebbe ancora presto tirare conclusioni di medio periodo sugli asset finanziari, poiché il sentiment positivo dovrà essere poi avvalorato da numeri concreti su crescita di PIL, inflazione e utili aziendali, fattori principalmente legati agli sviluppi lato COVID e al tessuto produttivo italiano. Nel lungo periodo, qualora la percezione del sistema italiano da parte degli investitori tornasse a livelli pre-2008, ci potremmo aspettare una sovra-performance dei BTP rispetto ad obbligazioni governative di altri Paesi, grazie al potenziale restringimento degli spread (0.15% pre-crisi) e a una componente cedolare più elevata. Scenario auspicabile ma difficile da prevedere in un contesto condizionato da una pandemia globale e livelli di indebitamento che porteranno nuove sfide (politiche ed economiche) nei prossimi anni. L’effetto sul FTSE MIB invece, data la composizione settoriale di quest’ultimo, ci sembra più legato alla campagna vaccinale che non agli sviluppi politici, anche se ovviamente le due cose sono interconnesse.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

USB: il debito buono del dott. Draghi corrisponde al diritto dei padroni di licenziare

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 agosto 2020

Intervenendo al paludato meeting di CL, l’ex presidente della BCE Mario Draghi ha dettato la linea al governo Conte, prendendosi gli applausi di Confindustria e di tutte le forze politiche ed ipotecando per il prossimo futuro la guida di un possibile nuovo governo con basi parlamentari più ampie di quelle che sostengono l’attuale esecutivo. Il cuore del suo ragionamento è che i fondi a disposizione del governo non devono essere “sprecati” in sussidi ma dirottati sulla “formazione e sui giovani”, che è solo una formula elegante per ribadire che vanno spesi a sostegno delle imprese.A Draghi non va giù che lo Stato continui a spendere per il reddito di cittadinanza o per gli ammortizzatori sociali come la CIG (o per quota 100), ma vorrebbe che tutto andasse a sostenere le imprese secondo l’insana logica che finanziando le imprese private si rilancia il mercato, l’economia, il benessere e quindi il futuro delle nuove generazioni.L’interruzione dell’erogazione degli ammortizzatori sociali porterebbe però all’immediata sospensione del divieto di licenziare e la conseguenza, inevitabile, sarebbe un aumento spropositato della disoccupazione, che è fortemente lievitata in questi mesi. Già con il decreto Agosto il governo Conte ha allargato le maglie del divieto, dando per esempio la possibilità alle aziende di licenziare in caso di fallimento, espediente assai diffuso che le aziende utilizzano per disfarsi di manodopera eccedente, ricomparendo il giorno dopo sotto una nuova veste giuridica nella gestione della medesima attività. Ma per Draghi questo è troppo poco, anzi non sarebbe etico, perché invece di preoccuparsi delle nuove generazioni, così facendo, Conte starebbe sprecando soldi che poi comunque dovremo ridare.E così dicendo Draghi innanzitutto chiarisce che i soldi dell’UE sono tutto meno che a fondo perduto e che graveranno pesantemente sul debito pubblico per i prossimi decenni. In secondo luogo, finge di non capire che per preoccuparsi delle nuove generazioni serve innanzitutto che le attuali sopravvivano, e che milioni di padri e madri disoccupati non si capisce come potrebbero badare ai propri figli. E infine dimentica che il debito pubblico, se non viene finanziarizzato (come spesso le imprese fanno con gli sgravi e le diverse forme di aiuti economici che ricevono dallo Stato) ma speso in consumi o utilizzato in investimenti, è sempre debito buono, perché ha un effetto positivo sull’economia interna.Per essere veramente utile al rilancio delle condizioni di vita di questo Paese, il debito andrebbe utilizzato per investimenti pubblici gestiti dal pubblico e finalizzati ad una politica industriale che l’Italia non ha più, al rilancio della Pubblica Amministrazione e dell’economia pubblica, alla salvaguardia dell’ambiente.La linea di Draghi non ha nulla di nuovo, è la ricetta di sempre che domina le politiche UE, improntate alla scuola economica ordoliberista. La ricetta che anche il governo Conte sta ingoiando e gestendo, ma ancora a piccole dosi. Una buona fetta di esponenti PD ha dato segnali di approvazione per la proposta di Draghi, così come hanno fatto in molti dell’opposizione di centro-destra. Se Conte dovesse andare in crisi, magari per le fibrillazioni post elezioni regionali, sappiamo già cosa ci aspetta. By Unione Sindacale di Base

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Mario Draghi, l’enigma di Marco Cecchini

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

In libreria dal 28 maggio. Collana Le terre. (Fazi Editore) Prefazione di Giuliano Amato. Chi è veramente Mario Draghi? Cosa pensa? Cosa vuole fare in futuro? Dalla scomparsa dei genitori all’età di sedici anni alla formazione presso i gesuiti dell’Istituto Massimo, dal periodo degli studi americani alla verticale ascesa come banchiere fino alla vetta della Banca Centrale Europea, la vita di quello che oggi è considerato l’italiano più apprezzato al mondo viene scandagliata da dietro le quinte.

Posted in Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Economia di guerra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

Giorni fa il Financial Times ha pubblicato una lettera dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Il contenuto della lettera, considerato da molti commentatori esplosivo, ha lanciato un dibattito sulle conseguenze finanziarie ed economiche della corrente crisi sanitaria dovuta al covid-19 e alle politiche di lockdown messe in atto dalla maggioranza degli Stati nel mondo. Secondo Draghi, l’inevitabile recessione rischia di trasformarsi in una depressione economica aggravata da default degli Stati con livelli di debito già alti. Perché questo non succeda, occorre che le banche concedano prestiti alle imprese a costo zero, a condizione che queste mantengano i posti di lavoro. I governi dovranno farsi garanti dei prestiti, assumendo nuovo debito pubblico. Il dibattito che è seguito si è concentrato principalmente su quali strumenti di politica pubblica impiegare.
Gli economisti Baez e Zucman hanno proposto che lo Stato crei una nuova forma di assicurazione sociale per lavoratori ed imprese, coprendo i debiti ed i costi di queste ultime in modo che evitino la bancarotta; una soluzione che richiama quanto sta già facendo la Danimarca. L’economista Wolfgang Munchau ha però osservato che fornire credito anziché liquidità rischia di replicare il ciclo negativo iniziato durante la grande recessione: se un’impresa prende in prestito soldi mentre crollano i profitti, aumenta a sua volta il rischio che questa diventi insolvente; in questo senso, sarebbe meglio fornire “helicopter money”, mettendo soldi direttamente nelle tasche di cittadini ed imprese. Una terza soluzione è quella di creare interventi mirati volti a finanziare la spesa privata dei consumatori presso attività commerciali che accettino di non lasciare a casa lavoratori dipendenti durante i lockdown (Politico). Quello su cui però la maggior parte dei commentatori concordano è la valutazione del contesto: come ricorda Draghi, “siamo in guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza”. La specificità dell’economia di guerra, secondo Luca Michelini, è quella di spingere alla creazione di “strumenti di azione collettiva i più adatti per raggiungere l’interesse generale e gli obiettivi strategici”.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Lagarde soffia sul fuoco: dimissioniamola

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 marzo 2020

«Oggi la Borsa italiana ha vissuto il giorno più brutto chiudendo con un -17% e un assalto speculativo contro i titoli di Stato senza precedenti. Lo scenario finanziario funesto è stato scatenato dalle parole inopportune della governatrice della BCE Lagarde che nel giorno più importante ha dichiarato che la Banca centrale europea non esiste per “chiudere gli spread”, scatenando il panico nelle borse europee. E’ letteralmente inaudito che in un momento tragico come quello che sta passando tutta l’Europa sia la numero uno della BCE a soffiare sul fuoco. Nel 2012 l’italiano Mario Draghi aveva usato il ‘bazooka’ per evitare il panico, oggi il suo successore francese Lagarde ha invece avuto l’idea geniale di usare come arma il ‘boomerang’, che infatti è tornato indietro e ha colpito tutti. Il Governo italiano alzi subito la voce e pretenda la rimozione della Lagarde, persona che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza in uno scenario dove non sono ammessi errori». È quanto scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

BCE: Si chiude l’era Draghi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 ottobre 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Se ci si limitasse a guardare i numeri con poca cognizione di causa, il settennato di Draghi alla guida della Bce potrebbe essere addirittura considerato in chiaroscuro: l’inflazione, il mandato principale della Banca Centrale Europea, è stata per tutto il periodo lontana dal raggiungimento del target del 2%. Spostando l’attenzione verso indicatori macroeconomici al di fuori del mandato della BCE: la crescita è stata moderata nell’area Euro e, anche nelle regioni dove essa ha fatto registrare i migliori risultati, è stata inferiore a quella registrata negli Stati Uniti (l’economia più assimilabile a quella del Vecchio Continente). Il mercato del lavoro, pur facendo registrare livelli di crescita sostenuti negli ultimi anni, ha reagito con straordinaria lentezza alla crisi del 2008-2011 e questa difficoltà di reazione si è fatta sentire sulla dinamica salariale per la maggior parte dei cittadini dell’Eurozona. Queste evidenze numeriche, pur in gran parte dovute alla congiuntura in cui Draghi si è trovato ad operare, non possono non essere l’elemento di riflessione centrale il giorno in cui Draghi lascia la guida della BCE. Tuttavia, l‘eredità della politica del Governatore non potrebbe essere valutata nella sua interezza senza inserirla in una prospettiva storica e contestuale. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha rivendicato il merito di aver vinto la battaglia sull’Euro. Ovviamente manca la prova controfattuale, ma ciò che è certo è che la moneta unica ha superato questa decade turbolenta – la seconda della propria storia – mantenendo a bordo tutti gli Stati membri. Questo esito non era per niente scontato. Nell’estate del 2012 l’idea che la moneta unica affondasse sotto il peso delle sue contraddizioni era un’eventualità più che concreta. Il settennato di Draghi non era infatti iniziato secondo i migliori auspici. Nell’estate del 2011 l’Eurozona piombò in una profonda crisi economica e finanziaria. L’instabilità causata dalla crisi del debito di molti Stati dell’Europa del Sud fece emergere in maniera evidente tutte le contraddizioni politiche e strutturali proprie che minava il progetto europeo alle fondamenta. La capacità del braccio fiscale di reagire alla crisi era ridotta a causa della poca agibilità fiscale di molti governi. Le divergenze economiche emerse all’interno del blocco ebbero l’effetto di paralizzare la Commissione Barroso. Gli stimoli fiscali post-crisi, gestiti dai singoli stati, finirono per peggiorare la situazione finanziaria di alcuni di essi. La BCE che Draghi prese in mano era un’istituzione che aveva la fama di essere conservatrice, non del tutto indipendente dall’influenza dei singoli stati e per giunta accusata da molti di aver perso il controllo della politica monetaria (in seguito al contestato ultimo rialzo dei tassi messo in atto dal governatore uscente Trichet).In questo contesto si sviluppa l’azione politica di Draghi, il cui spunto simbolico e programmatico è il celebre discorso del “whatever it takes” (“faremo tutto quello che è in nostro potere per salvare l’Euro e, fidatevi di me, sarà abbastanza). Con questa presa di posizione Draghi ha proiettato la politica monetaria in un territorio inesplorato. Quella della BCE è una promessa aperta, che mantiene un certo grado di imprevedibilità, soprattutto in tempi incerti: una prova di resilienza per un’istituzione costretta a lottare per la sua sopravvivenza.
Difficile dire se la politica della BCE abbia effettivamente salvato l’Euro. Sicuramente lo stimolo monetario ha regalato all’Eurozona e ai governi dei Paesi membri un po’ di tempo e di capitale politico in più per risolvere i suoi problemi strutturali (sul fatto che questo tempo sia stato utilizzato in modo proficuo in molti dissentono, in un senso o in un altro).
Allargando il campo, Mario Draghi è stato protagonista di una stagione di innovazione degli strumenti della politica monetaria, ma l’armamentario a disposizione della BCE non è stato l’unico aspetto in cui il Governatore ha marcato una rottura rispetto al passato.
Piaccia o no (lui stesso nega questa evidenza), è innegabile che Draghi abbia interpretato il ruolo di Governatore non come quello di tecnico ma come interlocutore attivo della dialettica politica continentale. Ciò si è visto molto chiaramente nei passaggi cruciali del suo settennato: il QE e la gestione della crisi greca. Non solo: Draghi, nel rispetto delle proprie prerogative, ha ingaggiato un dialogo, a volte anche molto acceso, con i rappresentanti dell’establishment politico ed economico degli Stati Membri. Se la preoccupazione degli economisti, fino a qualche anno fa, era quella che i governi dettassero l’agenda alla Banca Centrale, in Europa abbiamo visto come anche i banchieri centrali possano utilizzare la propria autorità per stimolare la politica fiscale.Il fatto che oggi il Governatore rivendichi come il suo principale successo la creazione di posti di lavoro, un mandato che è al di fuori degli obiettivi della banca centrale, la dice lunga. Nessuno crede che il mandato della Banca Centrale Europea oggi sia limitato al raggiungimento del target dell’inflazione al 2%: è inutile negare questa evidenza. Se il mandato è un sistema rigido ma gli strumenti per raggiungerlo sono flessibili, rischia di crearsi una frattura della già precaria armonia istituzionale europea.La gestione Draghi ha di fatto allargato il raggio d’azione della BCE, contribuendo a sostenere il mercato del lavoro nell’Eurozona e probabilmente a dare una seconda chance al progetto dell’Euro. La sua azione ha tuttavia evidenziato la fragilità delle catene di trasmissione classiche della politica monetaria.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Perché il controllo della curva dei rendimenti dovrebbe essere l’assolo finale di Draghi

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

A cura di Steve Donzé, Senior Macro Strategist di Pictet Asset Management. Il governatore della Banca Centrale Europea dovrebbe prestare grandissima attenzione ai colleghi della banca centrale giapponese. Infatti, l’eurozona, con la sua economia a diverse velocità, ha bisogno di una radicale politica di controllo della curva dei rendimenti in stile giapponese tanto quanto il Giappone. Dovrebbe trattarsi dell’ultimo coniglio estratto dal cappello di Draghi prima della fine del suo incarico nella seconda parte dell’anno.
Il Giappone rappresenta una realtà all’avanguardia a livello globale in fatto di politiche monetarie non ortodosse. I suoi esperimenti con l'”helicopter money” negli anni Trenta e, più di recente, con il quantitative easing e i tassi di interesse negativi, hanno offerto lezioni preziose alle altre banche centrali.Grazie alla sua politica di controllo della curva dei rendimenti, la Bank of Japan (BOJ) è ancora una volta al centro dell’attenzione delle sue controparti, dal momento che le autorità monetarie sono alla ricerca di metodi per ridurre gli stimoli senza compromettere la crescita.
Attraverso il controllo della curva dei rendimenti, la BOJ intraprende acquisti di titoli con gli obiettivi specifici di mantenere i tassi a breve termine al -0,1% e i rendimenti dei titoli di Stato decennali allo 0%.La principale attrattiva di questa politica è la capacità di operare come un tapering “furtivo” del QE. La BOJ è riuscita a ridurre i suoi acquisti obbligazionari annuali di 60.000 miliardi di JPY portandoli a 20.000 miliardi senza perturbare i mercati finanziari.In questo modo ha potuto evitare una ripetizione del taper tantrum statunitense del 2013, quando i rendimenti obbligazionari hanno registrato un’impennata dopo l’annuncio della Federal Reserve di un ridimensionamento del QE.
L’altro grande successo del controllo della curva dei rendimenti è stato l’aver aiutato il Giappone a iniziare a risanare il debito mantenendo i costi del credito al di sotto del livello della sua crescita economica nominale, un elemento fondamentale in quello che Ray Dalio di Bridgewater ha definito “beautiful deleveraging”.Da questo punto di vista, il controllo della curva dei rendimenti sarebbe positivo per l’eurozona, o almeno per alcuni suoi Paesi, in particolare per l’Italia, il cui debito pubblico del 130% del PIL, il secondo maggiore della regione dopo la Grecia, è tutt’altro che sostenibile.Gli interessi pagati dal Paese ammontano al 4% del PIL, quattro volte rispetto a quanto pagato dalla Germania e il doppio della media OCSE. Inoltre, i suoi costi di servizio del debito sono superiori di 0,9 punti percentuali rispetto al tasso di crescita del PIL nominale.
In un’altra analogia con il Giappone, i Paesi periferici dell’eurozona hanno difficoltà a incentivare i prestiti ai privati. Senza l’iniezione di liquidità della BCE, la ripresa economica nell’Europa meridionale, dove si registra tuttora una contrazione del credito, potrebbe presto venir meno.Per una regione in cui alcuni Paesi necessitano di una stretta monetaria e altri Paesi di stimoli, un abbandono in stile statunitense della politica ultra-espansiva potrebbe risultare deleterio.Al contrario, un controllo europeo della curva dei rendimenti offrirebbe un sostegno mirato all’area meridionale del continente.In pratica, la BCE potrebbe introdurre un massimale, ad esempio, dello 0,5% per il debito a 10 anni dell’eurozona. Sebbene rappresenti una forte correzione, ciò dovrebbe contribuire a ridurre il divario tra i costi del credito dell’Italia e il suo PIL nominale, aiutando il Paese a ridurre il debito rispetto alle dimensioni della sua economia.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe altresì ridurre le pressioni sulle banche dell’eurozona, che non soltanto detengono grandi quantità di titoli di Stato, ma hanno anche difficoltà a smaltire quasi 800 miliardi di euro di debiti in sofferenza.
Questa politica, ad esempio, ridurrebbe le pressioni sulle banche italiane, che collettivamente detengono il 28% del debito sovrano interno e sono alle prese con una miriade di crediti deteriorati.Tutto questo non significa però che il controllo della curva dei rendimenti sia un’impresa facile. Dal momento che il costo del debito scenderebbe, i governi potrebbero essere tentati di indebitarsi maggiormente. Per evitare potenziali indebitamenti incauti e placare i timori dei falchi fiscali come la Germania, la BCE potrebbe subordinare il massimale sui rendimenti ad alcuni obiettivi predefiniti di disciplina fiscale.In teoria, il controllo della curva dei rendimenti impegna una banca centrale all’acquisto di una quantità di debito potenzialmente illimitata. Tuttavia, in pratica, come mostra il Giappone, gli acquisti obbligazionari totali della BCE dovrebbero gradualmente diminuire senza un programma esplicito di tapering.La BCE dovrebbe essere pronta a difendere i suoi rendimenti target con lo stesso vigore della BOJ, che ha effettuato “offerte di acquisto illimitate di titoli” soltanto qualche volta dal lancio del programma per evitare un rialzo dei tassi durante le ondate di vendita del mercato obbligazionario.Questo, però, non dovrebbe rappresentare un grosso problema. La BCE si è dimostrata sia flessibile sia credibile, traendo vantaggio da un quadro istituzionale rigoroso che ne garantisce l’indipendenza politica.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe rivelarsi una soluzione pratica al dilemma con cui Draghi è alle prese. Potrebbe, anzi dovrebbe, essere il suo assolo finale.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Dibattito con Draghi su investimenti, sostegno post-crisi alle banche e minacce informatiche

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

mario-draghi2Strasburgo 5-8 febbraio 2018, sessione plenaria parlamento europeo. Il sostegno della BCE alle banche ancora non si riflette pienamente nella concessione di prestiti all’economia reale. Lo affermeranno i deputati in un dibattito con il Presidente della BCE, Mario Draghi, che si terrà lunedì sera. Nel corso del dibattito, dovrebbero inoltre essere discusse le minacce informatiche e le conseguenze della Brexit. I deputati esprimeranno preoccupazione riguardo al prolungamento del programma di acquisto di attività finanziarie della BCE dopo la crisi, che potrebbe incidere sui singoli risparmiatori e sull’equilibrio finanziario dei regimi pensionistici e assicurativi. Chiederanno poi alla BCE di valutare i benefici e gli effetti collaterali di tale politica e di comunicarla chiaramente ai mercati finanziari.Esorteranno inoltre la BCE a continuare a segnalare le minacce informatiche al settore finanziario e ad adottare una politica chiara e pubblica in materia di denuncia delle irregolarità.I deputati dovrebbero chiedere una politica più organica in materia di crediti in sofferenza e il completamento dell’Unione bancaria dell’UE, al fine di garantire la sicurezza dei depositi dei risparmiatori. Dovrebbero infine invitare la BCE a condurre una valutazione di tutte le conseguenze del ritiro del Regno Unito dall’UE e a preparare in tempo utile l’architettura finanziaria europea post-Brexit.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Inflazione al 2%: panacea di tutti i mali?

Posted by fidest press agency su sabato, 13 gennaio 2018

mario-draghi2Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera e propria ossessione.
A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.
La parola “inflazione” è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.
Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.
L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un “animale” non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell’occupazione.
La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. E’ un processo che porta direttamente alla recessione.
L’obiettivo “inflazione al 2%” è il “fratello gemello” della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.
Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.
Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s’intuisce che il cosiddetto “inflation targetting” più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
E’ arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l’intera economia. Spesso lo ha fatto l’America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro. Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%. (Mario Lettieri già sottosegretario all’economia e Paolo Raimondi economista)

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Jackson Hole: le reticenze delle banche centrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

mario-draghi2E’ stato un incontro molto “strano” quello di fine agosto a Jackson Hole, dove si sono confrontati Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ogni anno nella nota località del Wyoming si fa il punto della situazione monetaria, finanziaria ed economica degli Stati Uniti e del resto del mondo. Quest’anno i due massimi responsabili della politica monetaria internazionale hanno parlato di molte cose, anche interessanti, ma hanno evitato accuratamente di presentare i loro programmi monetari futuri.
I maggiori mass media economici hanno sostenuto che Yellen avrebbe difeso le riforme finanziarie e bancarie parzialmente realizzate dall’amministrazione Obama, mentre Draghi si sarebbe schierato contro il ritorno a misure protezionistiche. In sostanza entrambi avrebbero criticato le politiche di Donald Trump che, in effetti, sta smantellando la già debole riforma Dodd-Frank relativa alle banche “too big to fail” e al “sistema bancario ombra” e sta riavviando la campagna neoprotezionista “America First”.
Considerazioni condivisibili. Ma il mondo vorrebbe anche sapere se e come la Fed aumenterà i tassi d’interesse e come e fino a quando la Bce intende continuare con il Quantitative easing. In questo momento le banche centrali perseguono politiche molto differenti ma con effetti globali rilevanti.
In occasione del decennale della Grande Crisi, Yellen ha evidenziato che quanto fatto negli ultimi dieci anni avrebbe reso l’intero sistema più stabile e più sicuro.
Importante è stata la sua ammissione che i responsabili della politica economica e monetaria americana avevano negato l’evidenza del collasso persino mentre avveniva. In merito ha detto:” Dieci anni fa il sistema finanziario americano e quello globale erano in una situazione di pericolo. I prezzi delle case nel 2006 avevano toccato il massimo e le difficoltà del mercato ipotecario erano diventate acute nella prima metà del 2007. In agosto la liquidità nei mercati monetari era deteriorata a tal punto da richiedere degli interventi da parte della Fed. Nonostante ciò, la discussione a Jackson Hole nell’agosto 2007, con poche eccezioni, era stata molto ottimista rispetto alle possibili ricadute economiche negative derivanti dalle tensioni che scuotevano il sistema finanziario”.
Il problema per i mercati, e non solo, è che la presidente della Fed ha attentamente evitato di confrontare la situazione del 2007 con quella di oggi. Eppure la situazione globale non è migliorata, anzi.
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha evidenziato che a fine 2015 il debito aggregato globale (pubblico, privato e corporate, senza il settore finanziario) ha toccato il livello di 152 trilioni di dollari, pari al 225% del Pil mondiale. La percentuale era di circa 190% nel 2007. E si stima che dal 2015 il debito sia cresciuto almeno di un trilione il mese.
Intanto il debito pubblico mondiale è raddoppiato, passando da 29,5 trilioni del 2007 a circa 60 trilioni di dollari attuali.
Lo stesso è accaduto per il “debito corporate”, cioè quello delle imprese private. E’ di circa 50 trilioni di dollari, di cui la metà nelle economie emergenti, in primis la Cina. Nei paesi emergenti si è passati dai 7 trilioni del 2007 ai 25 trilioni di dollari di oggi.
Anche il commercio mondiale non ha recuperato dopo il crollo post crisi. Secondo l’UNCTAD, l’agenzia dell’Onu che studia il commercio, definito 100 il valore del commercio mondiale delle merci nel 2000, esso era 250 nel 2008, 194 nel 2009 e 247 alla fine del 2016.
Le borse internazionali hanno invece avuto un andamento molto differente e anche poco comprensibile. L’indice della borsa italiana è circa la metà di quello del 2007 e l’Euro Stoxx 50 Stock Market (l’indice delle 50 principali aziende dell’Eurozona, che dà una rappresentazione dei principali settori dell’area) è di 3500 punti contro i 4500 del 2007. Invece, è il Dow Jones americano a sbalordire: dal livello di 14.000 del 2007 era sceso a 6600 nel marzo del 2008 per arrivare oggi alla stratosferica vetta di 22.000 punti. Una crescita inflazionata senza precedenti!
Non è un caso, quindi, che siano sempre più numerosi e autorevoli gli ammonimenti sul rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Lo è sicuramente quello dell’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, che, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg, ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla relativa ai prezzi delle obbligazioni delle imprese».
«Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflation mai vista dal 1970», ha detto Greenspan. Si tratta, com’è noto, della micidiale combinazione tra la stagnazione dell’economia e l’inflazione sui prezzi.
Jacques Attali, il più noto uomo dell’establishment francese, dalle pagine dell’Express ha sostenuto che «prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come dei Madoff legalizzati. Dovranno ridurre il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Ciò farà salire i tassi d’interesse e i governi e le imprese dovranno tagliare le spese o finiranno in bancarotta». Si ricordi che Bernard Madoff è lo speculatore americano condannato a 150 anni di carcere per aver truffato 65 miliardi di dollari.
Attali ha concluso che «sarebbe il momento di pensare collettivamente, con calma, a ridurre l’indebitamento e a mettere in atto delle vere riforme finanziarie da applicare a livello internazionale. Questo è il compito del G20. I governi dovrebbero occuparsi di questo, se hanno veramente a cuore l’interesse delle generazioni future. Naturalmente non si farà. Soltanto degli ottimisti lucidi potranno riuscirci». Un’amara conclusione, ma purtroppo realistica. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Conferenza stampa di Mario Draghi

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 settembre 2017

mario-draghi2A cura di Adrian Hilton, Head of global rates and currency di Columbia Threadneedle Investments.“Il mercato era focalizzato sulla forza dell’euro già prima del meeting e Mario Draghi ne ha parlato largamente durante la conferenza stampa. Lo staff della BCE ha recepito questa forza della valuta tagliando le previsioni CPI per il 2019 di un decino di punto percentuale.” “Ma il tono di Draghi era più rilassato del previsto, il che suggerisce che secondo il suo punto di vista l’apprezzamento dell’euro riflette il miglior andamento dei fondamentali economici. A questi livelli, per lo meno, non ritiene che l’euro rappresenti una minaccia per l’obiettivo di inflazione a medio termine.”“Pensiamo che la BCE abbia ancora intenzione di diminuire i suoi acquisti di beni a partire dall’inizio del prossimo anno, anche se dovremo aspettare il meeting di ottobre – o anche oltre – per avere i dettagli. Se l’euro si spingesse ulteriormente verso la soglia dell’1.25 rispetto al dollaro, comunque, la banca potrebbe trovarsi intrappolata tra un tasso di cambio disinflazionario e il bisogno di ritirare i suoi acquisti QE prima che le obbligazioni da acquistare si esauriscano.”
“The market was focused on the subject of euro strength ahead of the meeting and Mario Draghi spent plenty of time talking about it during the press conference. And the ECB staff did reflect recent currency strength by trimming its 2019 CPI forecast by a 10th of a percentage point.” “But we found Draghi’s tone to be more relaxed than many had expected, suggesting that he views the euro’s appreciation as reflective of improved economic fundamentals. At its present level, at least, he doesn’t seem to think the euro threatens the medium term inflation objective.” “As it is, we think this leaves the ECB on track to taper its asset purchases from the start of next year, although we may have to wait until the October meeting – or maybe longer – to see the details. Were the euro to push on towards the 1.25 level versus the dollar, however, the bank may find itself trapped between a disinflationary exchange rate and a need to phase out its QE purchases before it runs out of bonds to buy.”

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Mario Draghi Inaugurates the 6th Lindau Meeting on Economic Sciences

Posted by fidest press agency su martedì, 22 agosto 2017

67th Lindau Nobel Laureate Meeting, 25.06.2017, Lindau, GermanyThe 6th Lindau Meeting on Economic Sciences will be launched tomorrow (Wednesday, 23 August) with an opening speech by Mario Draghi, President of the European Central Bank. The participants of the meeting include 17 Nobel Laureates and 350 young economists from 66 countries, who will have the opportunity for in-depth exchange with each other until Saturday, 26 August. The participating laureates include Oliver Hart and Bengt Holmström, who in 2016 together received the ‘Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel’, which is generally referred to as the Nobel Prize in Economics.
The President of the Council for the Lindau Nobel Laureate Meetings, Countess Bettina Bernadotte af Wisborg, said in advance with a view to her opening speech: “I want to emphasise that Lindau has always given an appropriate answer to isolationism: hundreds of the best minds from all continents come here to discuss new approaches and share their experiences. The international and cross-generational dialogue that takes place in Lindau has, in the past, led to constructive solutions to some draghiof the world’s challenges. It is my hope that this year’s meeting is no different.”The key topics of the Lindau Meeting include social inequality, research in the areas of contract and organisational theory as well as monetary and fiscal policy. Mario Draghi’s remarks are eagerly awaited. The ECB President will speak about the interaction between research and monetary policy decision making, and how both have developed in response to the financial crisis. Mario Draghi himself taught for many years as a professor of economics at Italian universities.As part of the Get-Together in the Dornier Museum in Friedrichshafen on Wednesday evening, the Chief of Staff of the German Chancellery, Federal Minister Peter Altmaier, will speak as representative of the German federal government. According to information provided by the Federal Chancellery, in his talk he will stress the importance of international cooperation and multilateralism – especially in times of separatism.The participating young economists are excellent students, PhD candidates and post-doctoral researchers under the age of 35, who have undergone a multi-stage, international selection process. They can now look forward to a programme which includes lectures by the laureates and panel discussions. In addition, this year’s meeting will, for the first time, feature seminars in which more than 80 young economists will present their own research work to laureates and receive individual feedback.
On Saturday, 26 August, there will be a boat trip on Lake Constance to Mainau Island, where the meeting will be brought to a close with a panel discussion on the challenges of global social inequality.Since their founding in 1951, the Lindau Nobel Laureate Meetings have developed into a forum for international exchange in the natural sciences that is unique worldwide. Since 2004, meetings on the economic sciences have also taken place. The meetings serve to promote knowledge transfer, to inspire and to foster networking among scientists. (photo: lindau)

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Draghi potrà salvare i mercati all’infinito?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2016

Bce taglia stima inflazione Eurozona 2014 a 0,7%

(FILE) A file photo dated 17 February 2014 showing the glass facade of the new building of the European Central Bank, ECB, (R) in the last light of the day in Frankfurt Main, Germany. ANSA/BORIS ROESSLER

Come tutti ci ricordiamo, nel luglio del 2012 Mario Draghi pronunciò le famosissime tre parole, “whatever it takes”, che – di fatto – salvarono l’unione monetaria dalla sua disgregazione (che ciò sia stato un bene o male resta un dibattito aperto, anche se la grande maggioranza lo considera un bene).Giovedì scorso, il 10 Marzo 2016, Draghi ha annunciato un nuovo piano di stimoli economici che i giornali hanno ribattezzato il nuovo “bazooka di Draghi”. Piano molto gradito ai mercati che lo hanno “festeggiato” con giornate molto positive (dopo essere rimasti profondamente delusi dagli annunci dati tre mesi prima).
Molti analisti hanno paragonato i due episodi ritenendo che, ancora una volta, le parole di Draghi potranno dare una nuova linfa a lungo termine ai mercati finanziari grazie all’ulteriore denaro che verrà immesso nel sistema.Potrebbero esserlo anche le conclusioni, sebbene i mercati finanziari siano imprevedibili e quindi tutto può accadere. Intanto le due situazioni, quella del Luglio 2012 e quella attuale, sono profondamente diverse.
La crisi dell’Euro era principalmente una crisi politica. Crisi con pesanti riflessi nei mercati finanziari, ma l’origine era tutta politica. Era legata all’incertezza che i vari vertici europei continuavano ad infondere sul futuro dell’Euro. Le decisioni assunte precedentemente erano sempre state tardive e insufficienti. I mercati temevano la disgregazione dell’Euro principalmente perché non si intravedeva una chiara volontà politica. Nel momento in cui una voce autorevole c’ha messo la faccia in modo inequivocabile, ed ha preso provvedimenti conseguenti, ciò è bastato a far scomparire i dubbi ed a far tornare il sereno.Il contesto attuale è completamente diverso. Da aprile 2015 i mercati azionari sono entrati in una fase negativa (bear market) che ha visto più ondate discendenti e fasi di recupero. Il primo “scricchiolio”, pesante, si ebbe nelle due settimane fra la fine di Giugno e l’inizio di Luglio 2015. Una discesa piuttosto violenta che vide però un pronto recupero, sebbene – come è logico in una fase discendente, ma allora non si sapeva che lo fosse – il recupero non fu completo. A metà Agosto inizia una nuova tempesta nei mercati azionari che durerà più tempo, fino a tutto Settembre. Ancora una volta, il recupero – che durerà due mesi esatti, fino a tutto Novembre – non riporterà gli indici azionari ai valori del 10 Agosto (picco del recupero precedente). Ad inizio dicembre 2015 inizia una nuova ondata di vendite che termina l’11 Febbraio scorso. Questa è la più violenta e prolungata – fino ad oggi – delle fasi discendenti di questo bear market. Attualmente siamo in una terza fase di recupero che dura da oltre un mese. Basteranno le parole di Mario Draghi per invertire definitivamente la rotta? C’è da dubitarne.In primo luogo bisogna dire che gli strumenti della BCE sono senza alcun dubbio sufficienti a fugare ogni dubbio sulla possibilità tecnica di mantenere l’unione monetaria “a qualsiasi costo” (whatever it takes), ma ben diverso è il discorso se parliamo di ottenere specifici obiettivi di politica economica come il raggiungimento di certi livelli d’inflazione.
Abbiamo visto che se la BCE è certamente in grado di salvare le Banche o gli Stati membri (acquistando le loro obbligazioni) è stata pesantemente inefficace nel controllare l’inflazione. L’obbiettivo di un’inflazione, inferiore ma vicina, al 2% è stato gravemente mancato.Se i mercati azionari registreranno una nuova ondata di vendite, quando sarà esaurito questo recupero, oppure se questo recupero sarà l’inizio di una inversione del trend e quindi la fine di questo bear market, dipenderà solo parzialmente dalla BCE. Dipenderà molto più pesantemente dall’andamento dell’economia. Non sempre i prezzi delle azioni sono collegati ai fondamentali, anzi, succede spesso che i mercati azionari esagerino, sia in una direzione che nell’altra. Ciò nonostante, i grandi trend dei mercati azionari (quelli che durano alcuni trimestri, naturalmente fra eccessi e correzioni) sono sempre collegati ai fondamentali.
I mercati azionari sono ottimi indicatori anticipatori del ciclo economico. Non c’è mai stato un bear market significativo che non coincidesse con una fase o di rallentamento o di recessione del ciclo economico.
E’ molto probabile che anche questa volta sia così. Questo bear market dovrebbe indicare che l’economia sta rallentando e potrebbe essere che il rallentamento sia già in atto, ma non lo registriamo con gli indicatori coincidenti. Purtroppo, mentre li viviamo, le inversioni dei cicli economici sono sempre difficili da leggere, dopo qualche trimestre (avendo anche dati più completi) possiamo dire con certezza che quella era una fase di rallentamento o di recupero, ma nell’immediato è sempre tutto più difficile. E’ ragionevole supporre, però, che questo bear market finirà quando potrà essere in grado di anticipare di qualche mese una fase di recupero dell’economia.Se prendiamo per buona l’ipotesi che anche questo bear market ha segnalato un rallentamento economico, se non proprio una recessione, ci restano solo due ipotesi: o questa rallentamento è un rallentamento “flash”, cioè che dura solo un trimestre o due, oppure questo bear market non è ancora concluso e quindi questa fase di recupero si fermerà, come le altre, prima di raggiungere il livello dei prezzi raggiunti a fine novembre 2015, per avviare un’altra ondata di vendite che dovrebbe raggiungere livelli di prezzo inferiori a quelli raggiunti il 12 Febbraio 2016.Vi è un ultimo punto, a nostro giudizio, molto rilevante: la credibilità delle politiche monetarie. Sono ormai molti anni che le banche centrali vanno avanti con politiche di allentamento monetario. La FED ha intrapreso una fase di “normalizzazione” delle politiche monetarie, anche se in modo molto lento e molto discusso. Inizialmente le voci discordanti erano veramente poche ed isolate. Recentemente si stanno facendo sempre più convincenti, anche alla luce degli oggettivi problemi che stanno creando. Si può discutere se questi problemi siano o meno inferiori rispetto a quelli che vi sarebbero stati in assenza di queste decisioni, ma non si può discutere sul fatto che la politica di inondare i mercati finanziari di denaro ha creato forti distorsioni e una serie di “trappole” dalle quali sarà difficile uscire. Voci sempre più autorevoli stanno sollevando il problema.
Recentemente, il 4 Marzo, Claudio Borio (non un economista eretico o di poco peso), Capo del Dipartimento monetario ed economico della BIS, la Bank of International Settlements, cioè la banca che coordina l’operato della varie banche centrali del mondo, ha messo il dito nella piaga indicando come la politica del denaro facile abbia fatto aumentare in modo significativo i debiti (pubblici e privati), in particolare nei paesi emergenti, e mini la crescita della produttività.
Scrive Borio: “questo aumento e’ spesso accompagnato da un forte rialzo dei prezzi immobiliari in un contesto di aggressiva assunzione di rischio, fattori che ricordano in modo inquietante i boom finanziari osservati nelle economie colpite successivamente dalla crisi.” ed ancora: “secondo una recente ricerca BIS, i boom del credito minano la crescita della produttivita’ man mano che aumentano di vigore, prevalentemente perche’ destinano risorse ai settori sbagliati. L’impatto di queste allocazioni errate perdura nel tempo e si intensifica allo scoppio di una crisi finanziaria. A sua volta, una minore produttivita’ rende piu’ difficile sostenere gli oneri debitori. Per metterla in altri termini, quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati, bensi’ i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo.” Infine, Borio, sferra la stoccata finale: “Le recenti turbolenze hanno mostrato chiaramente che le banche centrali, dopo la crisi, sono state gravate per un tempo troppo lungo di un fardello eccessivo, proprio nel momento in cui si sono ridotti gli spazi per politiche di bilancio e c’e’ stata carenza di misure strutturali. Malgrado condizioni monetarieeccezionalmente espansive, la crescita nelle giurisdizioni piu’ importanti e’ stata deludente e l’inflazione e’ rimasta persistentemente bassa. Gli operatori di mercato ne hanno preso atto e la loro fiducia nei poteri curativi delle banche centrali – probabilmente per la prima volta – vacilla.” Il giorno in cui questo pensiero dovesse diventare dominante, cioè quando sarà evidente che le banche centrali non hanno un potere infinito, quel giorno, probabilmente, vedremo dei crolli nei mercati azionari alla luce dei quali, i recenti, appariranno solo come avvisaglie. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Perché non basta Draghi ad evitare il collasso dell’Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2016

banca europeadi Giuseppe Pennisi. La Banca centrale europea (Bce) ha deciso di tagliare tutti i tassi di riferimento del costo del denaro, mentre il programma d’acquisto di titoli di Stato varato un anno fa (il Quantitative Easing, Q.E) non solo aumenta di 20 miliardi di euro al mese (arrivando, quindi, a 80 miliardi al mese), ma viene ampliato all’acquisto di titoli emessi dalle aziende più solide. Come da attendersi, queste notizie, e la conferenza stampa del presidente della Bce, hanno dato un robusto impulso alle Borse, salvo, poi, farle rientrare nella volatilità che da diverse settimane caratterizza il mercato finanziario.I resoconti dei corrispondenti della stampa internazionale presenti a Francoforte hanno anche mostrato quanto sia stata sofferta e difficile la decisione di questa nuova iniezione monetaria da parte degli organi centrali dell’istituto. Alla sua base, c’è l’aggiornamento delle stime macroeconomiche effettuate in questi ultimi giorni dal servizio studi della Bce. La crescita del Pil è ora stimata allo 1,4% per quest’anno, all’1,7% per il 2017 e all’1,8% per il 2018. “La previsione è stata rivista al ribasso per riflettere la debolezza dell’economia globale”, ha spiegato Draghi. Le previsioni precedenti erano di un aumento del Pil dell’1,6% per quest’anno, seguita da saggi più sostenuti nei due anni successivi. La Bce ha anche ridotto le proprie stime del saggio di inflazione che resterebbe, nei tre anni della previsione, inferiore all’obiettivo del 2% l’anno. In breve, la stessa Bce ritiene che, nonostante la messa in atto di misure monetarie innovative e di grande portata, il target non verrà centrato.A questo punto, occorre porsi due domande. La prima è se non si sono raggiunti i limiti delle misure monetarie per rivitalizzare la dormiente vecchia Europa che pare scivolare nella ‘stagnazione secolare’ che la caratterizzò prima della rivoluzione industriale. La seconda è cosa sarebbe avvenuto se la Bce non si fosse mossa con fantasia ed utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione.Molto probabilmente la politica monetaria più di tanto non può fare. Uno studio della Cgia di Mestre documenta come i grandi istituti bancari non avrebbero convogliato verso le aziende gli 87 miliardi di titoli pubblici diretti dalla Bce all’Italia, mentre nello stesso periodo i prestiti degli istituti di credito alle imprese sono diminuiti di 15 miliardi di euro (rispetto ai 12 mesi precedenti). L’impressione è che numerosi istituti hanno utilizzato il Q.E. per “ripulire” i loro conti da crediti deteriorati piuttosto che per nuove attività. Tuttavia, questa è solamente una delle componenti. Pure in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (0,2% per i consumatori tedeschi e 0,1% per i francesi).Quindi, non è solo l’”opportunismo” degli istituti di credito a fare sì che “il cavallo non beva” la liquidità che gli viene fornita. Il nodo di fondo risiede nei limiti delle politica monetaria in una fase di rallentamento dell’economia mondiale e di rischi di una nuova deflazione nell’area dell’euro. La revisione al ribasso delle stime di crescita da parte della Bce conferma che la Banca dell’euro è consapevole di potere fare molto di più; il “bazooka” di Draghi nell’attuale contesto è piuttosto spuntato. Perché possa incidere occorrono quelle profonde riforme nei mercati del lavoro, dei prodotti e dei servizi che l’eurozona, legata ad un passato mitico (e che non tornerà), non riesce ad avere il coraggio di fare. Ed anche una sospensione del Fiscal Compact, unitamente ad una ristrutturazione del debito europeo.
Tuttavia, se non ci fossero state le flebo della Bce probabilmente saremmo da tempo in deflazione, con le conseguenze finanziarie, economiche e politiche che si possono immaginare. Le vitamine propinate dal Bce non sveglieranno l’Europa dal letargo, ma ne impediranno il collasso. Sta a Governi e Parlamenti (ed alle forze politiche e sociali) fare il resto. Prima che sia troppo tardi. (fonte: http://www.societalibera.org

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

I principali eventi della settimana al parlamento Europeo

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 febbraio 2016

parlamento europeoBCE / Draghi. Oggi pomeriggio, dalle 15, il presidente della Banca centrale Mario Draghi parlerà alla commissione Affari economici e monetari del Pe su temi quali, fra gli altri, l’evoluzione dell’inflazione, i bassi prezzi del petrolio, l’andamento dei salari reali nella zona euro e i pro e i contro dell’estensione del programma di allentamento quantitativo (quantitative easing) della BCE.
Referendum sulla Brexit/ Cameron. Domani il primo ministro britannico David Cameron sarà in visita al Parlamento europeo e incontrerà il Presidente Schulz e i leader dei gruppi politici per discutere le richieste di riforma del Regno Unito e la soluzione proposta dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì e venerdì. Seguirà una conferenza stampa.
Euro. Giovedì il presidente dell’Eurogruppo e dell’Ecofin Geroen Dijsselbloem interverrà in commissione Problemi economici e monetari, per discutere dello stato economico nella zona euro, del debito greco e della situazione delle banche italiane.
Governance economica. Domani e mercoledì, delegazioni di deputati dei parlamenti nazionali provenienti da tutta l’UE incontreranno gli europarlamentari per discutere del coordinamento economico, in particolare del ruolo del Fondo europeo, delle assemblee legislative nazionali, della stabilità dell’Ue e della governance economica, come parte dell’edizione 2016 della Settimana parlamentare europea. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker inaugureranno l’iniziativa.
Resistenza agli antibiotici in veterinaria. Mercoledì sarà votato in commissione Ambiente e Salute Pubblica il progetto di legge per affrontare la crescente resistenza agli antibiotici negli animali, che prevede norme più severe sull’uso di farmaci esistenti e lo stimolo allo sviluppo di nuovi medicinali per uso veterinario in tutta l’UE.
Iran / Mohammad Javad Zarif.Martedì il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif incontrerà la commissione Affari Esteri per discutere sulle relazioni Iran-UE, e sull’accordo nucleare e lo scongelamento dei beni iraniani.
Allarme Zika. Mercoledì esperti dell’organizzazione mondiale della sanità (OMS) interverranno in commissione ambiente e salute pubblica per discutere della recente epidemia del virus Zika, che potrebbe causare difetti alla nascita e che ha indotto l’OMS a dichiarare un’emergenza di salute pubblica globale. A livello UE è già stato attivato l’allarme rapido e di reazione per le emergenze mediche.
Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz parteciperà giovedì al Consiglio Europeo che avrà, come tema principale, quello del referendum nel Regno Unito.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »