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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

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BCE: Si chiude l’era Draghi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 ottobre 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Se ci si limitasse a guardare i numeri con poca cognizione di causa, il settennato di Draghi alla guida della Bce potrebbe essere addirittura considerato in chiaroscuro: l’inflazione, il mandato principale della Banca Centrale Europea, è stata per tutto il periodo lontana dal raggiungimento del target del 2%. Spostando l’attenzione verso indicatori macroeconomici al di fuori del mandato della BCE: la crescita è stata moderata nell’area Euro e, anche nelle regioni dove essa ha fatto registrare i migliori risultati, è stata inferiore a quella registrata negli Stati Uniti (l’economia più assimilabile a quella del Vecchio Continente). Il mercato del lavoro, pur facendo registrare livelli di crescita sostenuti negli ultimi anni, ha reagito con straordinaria lentezza alla crisi del 2008-2011 e questa difficoltà di reazione si è fatta sentire sulla dinamica salariale per la maggior parte dei cittadini dell’Eurozona. Queste evidenze numeriche, pur in gran parte dovute alla congiuntura in cui Draghi si è trovato ad operare, non possono non essere l’elemento di riflessione centrale il giorno in cui Draghi lascia la guida della BCE. Tuttavia, l‘eredità della politica del Governatore non potrebbe essere valutata nella sua interezza senza inserirla in una prospettiva storica e contestuale. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha rivendicato il merito di aver vinto la battaglia sull’Euro. Ovviamente manca la prova controfattuale, ma ciò che è certo è che la moneta unica ha superato questa decade turbolenta – la seconda della propria storia – mantenendo a bordo tutti gli Stati membri. Questo esito non era per niente scontato. Nell’estate del 2012 l’idea che la moneta unica affondasse sotto il peso delle sue contraddizioni era un’eventualità più che concreta. Il settennato di Draghi non era infatti iniziato secondo i migliori auspici. Nell’estate del 2011 l’Eurozona piombò in una profonda crisi economica e finanziaria. L’instabilità causata dalla crisi del debito di molti Stati dell’Europa del Sud fece emergere in maniera evidente tutte le contraddizioni politiche e strutturali proprie che minava il progetto europeo alle fondamenta. La capacità del braccio fiscale di reagire alla crisi era ridotta a causa della poca agibilità fiscale di molti governi. Le divergenze economiche emerse all’interno del blocco ebbero l’effetto di paralizzare la Commissione Barroso. Gli stimoli fiscali post-crisi, gestiti dai singoli stati, finirono per peggiorare la situazione finanziaria di alcuni di essi. La BCE che Draghi prese in mano era un’istituzione che aveva la fama di essere conservatrice, non del tutto indipendente dall’influenza dei singoli stati e per giunta accusata da molti di aver perso il controllo della politica monetaria (in seguito al contestato ultimo rialzo dei tassi messo in atto dal governatore uscente Trichet).In questo contesto si sviluppa l’azione politica di Draghi, il cui spunto simbolico e programmatico è il celebre discorso del “whatever it takes” (“faremo tutto quello che è in nostro potere per salvare l’Euro e, fidatevi di me, sarà abbastanza). Con questa presa di posizione Draghi ha proiettato la politica monetaria in un territorio inesplorato. Quella della BCE è una promessa aperta, che mantiene un certo grado di imprevedibilità, soprattutto in tempi incerti: una prova di resilienza per un’istituzione costretta a lottare per la sua sopravvivenza.
Difficile dire se la politica della BCE abbia effettivamente salvato l’Euro. Sicuramente lo stimolo monetario ha regalato all’Eurozona e ai governi dei Paesi membri un po’ di tempo e di capitale politico in più per risolvere i suoi problemi strutturali (sul fatto che questo tempo sia stato utilizzato in modo proficuo in molti dissentono, in un senso o in un altro).
Allargando il campo, Mario Draghi è stato protagonista di una stagione di innovazione degli strumenti della politica monetaria, ma l’armamentario a disposizione della BCE non è stato l’unico aspetto in cui il Governatore ha marcato una rottura rispetto al passato.
Piaccia o no (lui stesso nega questa evidenza), è innegabile che Draghi abbia interpretato il ruolo di Governatore non come quello di tecnico ma come interlocutore attivo della dialettica politica continentale. Ciò si è visto molto chiaramente nei passaggi cruciali del suo settennato: il QE e la gestione della crisi greca. Non solo: Draghi, nel rispetto delle proprie prerogative, ha ingaggiato un dialogo, a volte anche molto acceso, con i rappresentanti dell’establishment politico ed economico degli Stati Membri. Se la preoccupazione degli economisti, fino a qualche anno fa, era quella che i governi dettassero l’agenda alla Banca Centrale, in Europa abbiamo visto come anche i banchieri centrali possano utilizzare la propria autorità per stimolare la politica fiscale.Il fatto che oggi il Governatore rivendichi come il suo principale successo la creazione di posti di lavoro, un mandato che è al di fuori degli obiettivi della banca centrale, la dice lunga. Nessuno crede che il mandato della Banca Centrale Europea oggi sia limitato al raggiungimento del target dell’inflazione al 2%: è inutile negare questa evidenza. Se il mandato è un sistema rigido ma gli strumenti per raggiungerlo sono flessibili, rischia di crearsi una frattura della già precaria armonia istituzionale europea.La gestione Draghi ha di fatto allargato il raggio d’azione della BCE, contribuendo a sostenere il mercato del lavoro nell’Eurozona e probabilmente a dare una seconda chance al progetto dell’Euro. La sua azione ha tuttavia evidenziato la fragilità delle catene di trasmissione classiche della politica monetaria.

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Perché il controllo della curva dei rendimenti dovrebbe essere l’assolo finale di Draghi

Posted by fidest press agency su sabato, 31 agosto 2019

A cura di Steve Donzé, Senior Macro Strategist di Pictet Asset Management. Il governatore della Banca Centrale Europea dovrebbe prestare grandissima attenzione ai colleghi della banca centrale giapponese. Infatti, l’eurozona, con la sua economia a diverse velocità, ha bisogno di una radicale politica di controllo della curva dei rendimenti in stile giapponese tanto quanto il Giappone. Dovrebbe trattarsi dell’ultimo coniglio estratto dal cappello di Draghi prima della fine del suo incarico nella seconda parte dell’anno.
Il Giappone rappresenta una realtà all’avanguardia a livello globale in fatto di politiche monetarie non ortodosse. I suoi esperimenti con l'”helicopter money” negli anni Trenta e, più di recente, con il quantitative easing e i tassi di interesse negativi, hanno offerto lezioni preziose alle altre banche centrali.Grazie alla sua politica di controllo della curva dei rendimenti, la Bank of Japan (BOJ) è ancora una volta al centro dell’attenzione delle sue controparti, dal momento che le autorità monetarie sono alla ricerca di metodi per ridurre gli stimoli senza compromettere la crescita.
Attraverso il controllo della curva dei rendimenti, la BOJ intraprende acquisti di titoli con gli obiettivi specifici di mantenere i tassi a breve termine al -0,1% e i rendimenti dei titoli di Stato decennali allo 0%.La principale attrattiva di questa politica è la capacità di operare come un tapering “furtivo” del QE. La BOJ è riuscita a ridurre i suoi acquisti obbligazionari annuali di 60.000 miliardi di JPY portandoli a 20.000 miliardi senza perturbare i mercati finanziari.In questo modo ha potuto evitare una ripetizione del taper tantrum statunitense del 2013, quando i rendimenti obbligazionari hanno registrato un’impennata dopo l’annuncio della Federal Reserve di un ridimensionamento del QE.
L’altro grande successo del controllo della curva dei rendimenti è stato l’aver aiutato il Giappone a iniziare a risanare il debito mantenendo i costi del credito al di sotto del livello della sua crescita economica nominale, un elemento fondamentale in quello che Ray Dalio di Bridgewater ha definito “beautiful deleveraging”.Da questo punto di vista, il controllo della curva dei rendimenti sarebbe positivo per l’eurozona, o almeno per alcuni suoi Paesi, in particolare per l’Italia, il cui debito pubblico del 130% del PIL, il secondo maggiore della regione dopo la Grecia, è tutt’altro che sostenibile.Gli interessi pagati dal Paese ammontano al 4% del PIL, quattro volte rispetto a quanto pagato dalla Germania e il doppio della media OCSE. Inoltre, i suoi costi di servizio del debito sono superiori di 0,9 punti percentuali rispetto al tasso di crescita del PIL nominale.
In un’altra analogia con il Giappone, i Paesi periferici dell’eurozona hanno difficoltà a incentivare i prestiti ai privati. Senza l’iniezione di liquidità della BCE, la ripresa economica nell’Europa meridionale, dove si registra tuttora una contrazione del credito, potrebbe presto venir meno.Per una regione in cui alcuni Paesi necessitano di una stretta monetaria e altri Paesi di stimoli, un abbandono in stile statunitense della politica ultra-espansiva potrebbe risultare deleterio.Al contrario, un controllo europeo della curva dei rendimenti offrirebbe un sostegno mirato all’area meridionale del continente.In pratica, la BCE potrebbe introdurre un massimale, ad esempio, dello 0,5% per il debito a 10 anni dell’eurozona. Sebbene rappresenti una forte correzione, ciò dovrebbe contribuire a ridurre il divario tra i costi del credito dell’Italia e il suo PIL nominale, aiutando il Paese a ridurre il debito rispetto alle dimensioni della sua economia.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe altresì ridurre le pressioni sulle banche dell’eurozona, che non soltanto detengono grandi quantità di titoli di Stato, ma hanno anche difficoltà a smaltire quasi 800 miliardi di euro di debiti in sofferenza.
Questa politica, ad esempio, ridurrebbe le pressioni sulle banche italiane, che collettivamente detengono il 28% del debito sovrano interno e sono alle prese con una miriade di crediti deteriorati.Tutto questo non significa però che il controllo della curva dei rendimenti sia un’impresa facile. Dal momento che il costo del debito scenderebbe, i governi potrebbero essere tentati di indebitarsi maggiormente. Per evitare potenziali indebitamenti incauti e placare i timori dei falchi fiscali come la Germania, la BCE potrebbe subordinare il massimale sui rendimenti ad alcuni obiettivi predefiniti di disciplina fiscale.In teoria, il controllo della curva dei rendimenti impegna una banca centrale all’acquisto di una quantità di debito potenzialmente illimitata. Tuttavia, in pratica, come mostra il Giappone, gli acquisti obbligazionari totali della BCE dovrebbero gradualmente diminuire senza un programma esplicito di tapering.La BCE dovrebbe essere pronta a difendere i suoi rendimenti target con lo stesso vigore della BOJ, che ha effettuato “offerte di acquisto illimitate di titoli” soltanto qualche volta dal lancio del programma per evitare un rialzo dei tassi durante le ondate di vendita del mercato obbligazionario.Questo, però, non dovrebbe rappresentare un grosso problema. La BCE si è dimostrata sia flessibile sia credibile, traendo vantaggio da un quadro istituzionale rigoroso che ne garantisce l’indipendenza politica.Il controllo della curva dei rendimenti potrebbe rivelarsi una soluzione pratica al dilemma con cui Draghi è alle prese. Potrebbe, anzi dovrebbe, essere il suo assolo finale.

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Dibattito con Draghi su investimenti, sostegno post-crisi alle banche e minacce informatiche

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

mario-draghi2Strasburgo 5-8 febbraio 2018, sessione plenaria parlamento europeo. Il sostegno della BCE alle banche ancora non si riflette pienamente nella concessione di prestiti all’economia reale. Lo affermeranno i deputati in un dibattito con il Presidente della BCE, Mario Draghi, che si terrà lunedì sera. Nel corso del dibattito, dovrebbero inoltre essere discusse le minacce informatiche e le conseguenze della Brexit. I deputati esprimeranno preoccupazione riguardo al prolungamento del programma di acquisto di attività finanziarie della BCE dopo la crisi, che potrebbe incidere sui singoli risparmiatori e sull’equilibrio finanziario dei regimi pensionistici e assicurativi. Chiederanno poi alla BCE di valutare i benefici e gli effetti collaterali di tale politica e di comunicarla chiaramente ai mercati finanziari.Esorteranno inoltre la BCE a continuare a segnalare le minacce informatiche al settore finanziario e ad adottare una politica chiara e pubblica in materia di denuncia delle irregolarità.I deputati dovrebbero chiedere una politica più organica in materia di crediti in sofferenza e il completamento dell’Unione bancaria dell’UE, al fine di garantire la sicurezza dei depositi dei risparmiatori. Dovrebbero infine invitare la BCE a condurre una valutazione di tutte le conseguenze del ritiro del Regno Unito dall’UE e a preparare in tempo utile l’architettura finanziaria europea post-Brexit.

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Inflazione al 2%: panacea di tutti i mali?

Posted by fidest press agency su sabato, 13 gennaio 2018

mario-draghi2Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera e propria ossessione.
A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.
La parola “inflazione” è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.
Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.
L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un “animale” non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell’occupazione.
La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. E’ un processo che porta direttamente alla recessione.
L’obiettivo “inflazione al 2%” è il “fratello gemello” della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.
Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.
Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s’intuisce che il cosiddetto “inflation targetting” più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
E’ arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l’intera economia. Spesso lo ha fatto l’America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro. Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%. (Mario Lettieri già sottosegretario all’economia e Paolo Raimondi economista)

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Jackson Hole: le reticenze delle banche centrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

mario-draghi2E’ stato un incontro molto “strano” quello di fine agosto a Jackson Hole, dove si sono confrontati Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ogni anno nella nota località del Wyoming si fa il punto della situazione monetaria, finanziaria ed economica degli Stati Uniti e del resto del mondo. Quest’anno i due massimi responsabili della politica monetaria internazionale hanno parlato di molte cose, anche interessanti, ma hanno evitato accuratamente di presentare i loro programmi monetari futuri.
I maggiori mass media economici hanno sostenuto che Yellen avrebbe difeso le riforme finanziarie e bancarie parzialmente realizzate dall’amministrazione Obama, mentre Draghi si sarebbe schierato contro il ritorno a misure protezionistiche. In sostanza entrambi avrebbero criticato le politiche di Donald Trump che, in effetti, sta smantellando la già debole riforma Dodd-Frank relativa alle banche “too big to fail” e al “sistema bancario ombra” e sta riavviando la campagna neoprotezionista “America First”.
Considerazioni condivisibili. Ma il mondo vorrebbe anche sapere se e come la Fed aumenterà i tassi d’interesse e come e fino a quando la Bce intende continuare con il Quantitative easing. In questo momento le banche centrali perseguono politiche molto differenti ma con effetti globali rilevanti.
In occasione del decennale della Grande Crisi, Yellen ha evidenziato che quanto fatto negli ultimi dieci anni avrebbe reso l’intero sistema più stabile e più sicuro.
Importante è stata la sua ammissione che i responsabili della politica economica e monetaria americana avevano negato l’evidenza del collasso persino mentre avveniva. In merito ha detto:” Dieci anni fa il sistema finanziario americano e quello globale erano in una situazione di pericolo. I prezzi delle case nel 2006 avevano toccato il massimo e le difficoltà del mercato ipotecario erano diventate acute nella prima metà del 2007. In agosto la liquidità nei mercati monetari era deteriorata a tal punto da richiedere degli interventi da parte della Fed. Nonostante ciò, la discussione a Jackson Hole nell’agosto 2007, con poche eccezioni, era stata molto ottimista rispetto alle possibili ricadute economiche negative derivanti dalle tensioni che scuotevano il sistema finanziario”.
Il problema per i mercati, e non solo, è che la presidente della Fed ha attentamente evitato di confrontare la situazione del 2007 con quella di oggi. Eppure la situazione globale non è migliorata, anzi.
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha evidenziato che a fine 2015 il debito aggregato globale (pubblico, privato e corporate, senza il settore finanziario) ha toccato il livello di 152 trilioni di dollari, pari al 225% del Pil mondiale. La percentuale era di circa 190% nel 2007. E si stima che dal 2015 il debito sia cresciuto almeno di un trilione il mese.
Intanto il debito pubblico mondiale è raddoppiato, passando da 29,5 trilioni del 2007 a circa 60 trilioni di dollari attuali.
Lo stesso è accaduto per il “debito corporate”, cioè quello delle imprese private. E’ di circa 50 trilioni di dollari, di cui la metà nelle economie emergenti, in primis la Cina. Nei paesi emergenti si è passati dai 7 trilioni del 2007 ai 25 trilioni di dollari di oggi.
Anche il commercio mondiale non ha recuperato dopo il crollo post crisi. Secondo l’UNCTAD, l’agenzia dell’Onu che studia il commercio, definito 100 il valore del commercio mondiale delle merci nel 2000, esso era 250 nel 2008, 194 nel 2009 e 247 alla fine del 2016.
Le borse internazionali hanno invece avuto un andamento molto differente e anche poco comprensibile. L’indice della borsa italiana è circa la metà di quello del 2007 e l’Euro Stoxx 50 Stock Market (l’indice delle 50 principali aziende dell’Eurozona, che dà una rappresentazione dei principali settori dell’area) è di 3500 punti contro i 4500 del 2007. Invece, è il Dow Jones americano a sbalordire: dal livello di 14.000 del 2007 era sceso a 6600 nel marzo del 2008 per arrivare oggi alla stratosferica vetta di 22.000 punti. Una crescita inflazionata senza precedenti!
Non è un caso, quindi, che siano sempre più numerosi e autorevoli gli ammonimenti sul rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Lo è sicuramente quello dell’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, che, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg, ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla relativa ai prezzi delle obbligazioni delle imprese».
«Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflation mai vista dal 1970», ha detto Greenspan. Si tratta, com’è noto, della micidiale combinazione tra la stagnazione dell’economia e l’inflazione sui prezzi.
Jacques Attali, il più noto uomo dell’establishment francese, dalle pagine dell’Express ha sostenuto che «prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come dei Madoff legalizzati. Dovranno ridurre il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Ciò farà salire i tassi d’interesse e i governi e le imprese dovranno tagliare le spese o finiranno in bancarotta». Si ricordi che Bernard Madoff è lo speculatore americano condannato a 150 anni di carcere per aver truffato 65 miliardi di dollari.
Attali ha concluso che «sarebbe il momento di pensare collettivamente, con calma, a ridurre l’indebitamento e a mettere in atto delle vere riforme finanziarie da applicare a livello internazionale. Questo è il compito del G20. I governi dovrebbero occuparsi di questo, se hanno veramente a cuore l’interesse delle generazioni future. Naturalmente non si farà. Soltanto degli ottimisti lucidi potranno riuscirci». Un’amara conclusione, ma purtroppo realistica. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Conferenza stampa di Mario Draghi

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 settembre 2017

mario-draghi2A cura di Adrian Hilton, Head of global rates and currency di Columbia Threadneedle Investments.“Il mercato era focalizzato sulla forza dell’euro già prima del meeting e Mario Draghi ne ha parlato largamente durante la conferenza stampa. Lo staff della BCE ha recepito questa forza della valuta tagliando le previsioni CPI per il 2019 di un decino di punto percentuale.” “Ma il tono di Draghi era più rilassato del previsto, il che suggerisce che secondo il suo punto di vista l’apprezzamento dell’euro riflette il miglior andamento dei fondamentali economici. A questi livelli, per lo meno, non ritiene che l’euro rappresenti una minaccia per l’obiettivo di inflazione a medio termine.”“Pensiamo che la BCE abbia ancora intenzione di diminuire i suoi acquisti di beni a partire dall’inizio del prossimo anno, anche se dovremo aspettare il meeting di ottobre – o anche oltre – per avere i dettagli. Se l’euro si spingesse ulteriormente verso la soglia dell’1.25 rispetto al dollaro, comunque, la banca potrebbe trovarsi intrappolata tra un tasso di cambio disinflazionario e il bisogno di ritirare i suoi acquisti QE prima che le obbligazioni da acquistare si esauriscano.”
“The market was focused on the subject of euro strength ahead of the meeting and Mario Draghi spent plenty of time talking about it during the press conference. And the ECB staff did reflect recent currency strength by trimming its 2019 CPI forecast by a 10th of a percentage point.” “But we found Draghi’s tone to be more relaxed than many had expected, suggesting that he views the euro’s appreciation as reflective of improved economic fundamentals. At its present level, at least, he doesn’t seem to think the euro threatens the medium term inflation objective.” “As it is, we think this leaves the ECB on track to taper its asset purchases from the start of next year, although we may have to wait until the October meeting – or maybe longer – to see the details. Were the euro to push on towards the 1.25 level versus the dollar, however, the bank may find itself trapped between a disinflationary exchange rate and a need to phase out its QE purchases before it runs out of bonds to buy.”

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Mario Draghi Inaugurates the 6th Lindau Meeting on Economic Sciences

Posted by fidest press agency su martedì, 22 agosto 2017

67th Lindau Nobel Laureate Meeting, 25.06.2017, Lindau, GermanyThe 6th Lindau Meeting on Economic Sciences will be launched tomorrow (Wednesday, 23 August) with an opening speech by Mario Draghi, President of the European Central Bank. The participants of the meeting include 17 Nobel Laureates and 350 young economists from 66 countries, who will have the opportunity for in-depth exchange with each other until Saturday, 26 August. The participating laureates include Oliver Hart and Bengt Holmström, who in 2016 together received the ‘Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel’, which is generally referred to as the Nobel Prize in Economics.
The President of the Council for the Lindau Nobel Laureate Meetings, Countess Bettina Bernadotte af Wisborg, said in advance with a view to her opening speech: “I want to emphasise that Lindau has always given an appropriate answer to isolationism: hundreds of the best minds from all continents come here to discuss new approaches and share their experiences. The international and cross-generational dialogue that takes place in Lindau has, in the past, led to constructive solutions to some draghiof the world’s challenges. It is my hope that this year’s meeting is no different.”The key topics of the Lindau Meeting include social inequality, research in the areas of contract and organisational theory as well as monetary and fiscal policy. Mario Draghi’s remarks are eagerly awaited. The ECB President will speak about the interaction between research and monetary policy decision making, and how both have developed in response to the financial crisis. Mario Draghi himself taught for many years as a professor of economics at Italian universities.As part of the Get-Together in the Dornier Museum in Friedrichshafen on Wednesday evening, the Chief of Staff of the German Chancellery, Federal Minister Peter Altmaier, will speak as representative of the German federal government. According to information provided by the Federal Chancellery, in his talk he will stress the importance of international cooperation and multilateralism – especially in times of separatism.The participating young economists are excellent students, PhD candidates and post-doctoral researchers under the age of 35, who have undergone a multi-stage, international selection process. They can now look forward to a programme which includes lectures by the laureates and panel discussions. In addition, this year’s meeting will, for the first time, feature seminars in which more than 80 young economists will present their own research work to laureates and receive individual feedback.
On Saturday, 26 August, there will be a boat trip on Lake Constance to Mainau Island, where the meeting will be brought to a close with a panel discussion on the challenges of global social inequality.Since their founding in 1951, the Lindau Nobel Laureate Meetings have developed into a forum for international exchange in the natural sciences that is unique worldwide. Since 2004, meetings on the economic sciences have also taken place. The meetings serve to promote knowledge transfer, to inspire and to foster networking among scientists. (photo: lindau)

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Draghi potrà salvare i mercati all’infinito?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2016

Bce taglia stima inflazione Eurozona 2014 a 0,7%

(FILE) A file photo dated 17 February 2014 showing the glass facade of the new building of the European Central Bank, ECB, (R) in the last light of the day in Frankfurt Main, Germany. ANSA/BORIS ROESSLER

Come tutti ci ricordiamo, nel luglio del 2012 Mario Draghi pronunciò le famosissime tre parole, “whatever it takes”, che – di fatto – salvarono l’unione monetaria dalla sua disgregazione (che ciò sia stato un bene o male resta un dibattito aperto, anche se la grande maggioranza lo considera un bene).Giovedì scorso, il 10 Marzo 2016, Draghi ha annunciato un nuovo piano di stimoli economici che i giornali hanno ribattezzato il nuovo “bazooka di Draghi”. Piano molto gradito ai mercati che lo hanno “festeggiato” con giornate molto positive (dopo essere rimasti profondamente delusi dagli annunci dati tre mesi prima).
Molti analisti hanno paragonato i due episodi ritenendo che, ancora una volta, le parole di Draghi potranno dare una nuova linfa a lungo termine ai mercati finanziari grazie all’ulteriore denaro che verrà immesso nel sistema.Potrebbero esserlo anche le conclusioni, sebbene i mercati finanziari siano imprevedibili e quindi tutto può accadere. Intanto le due situazioni, quella del Luglio 2012 e quella attuale, sono profondamente diverse.
La crisi dell’Euro era principalmente una crisi politica. Crisi con pesanti riflessi nei mercati finanziari, ma l’origine era tutta politica. Era legata all’incertezza che i vari vertici europei continuavano ad infondere sul futuro dell’Euro. Le decisioni assunte precedentemente erano sempre state tardive e insufficienti. I mercati temevano la disgregazione dell’Euro principalmente perché non si intravedeva una chiara volontà politica. Nel momento in cui una voce autorevole c’ha messo la faccia in modo inequivocabile, ed ha preso provvedimenti conseguenti, ciò è bastato a far scomparire i dubbi ed a far tornare il sereno.Il contesto attuale è completamente diverso. Da aprile 2015 i mercati azionari sono entrati in una fase negativa (bear market) che ha visto più ondate discendenti e fasi di recupero. Il primo “scricchiolio”, pesante, si ebbe nelle due settimane fra la fine di Giugno e l’inizio di Luglio 2015. Una discesa piuttosto violenta che vide però un pronto recupero, sebbene – come è logico in una fase discendente, ma allora non si sapeva che lo fosse – il recupero non fu completo. A metà Agosto inizia una nuova tempesta nei mercati azionari che durerà più tempo, fino a tutto Settembre. Ancora una volta, il recupero – che durerà due mesi esatti, fino a tutto Novembre – non riporterà gli indici azionari ai valori del 10 Agosto (picco del recupero precedente). Ad inizio dicembre 2015 inizia una nuova ondata di vendite che termina l’11 Febbraio scorso. Questa è la più violenta e prolungata – fino ad oggi – delle fasi discendenti di questo bear market. Attualmente siamo in una terza fase di recupero che dura da oltre un mese. Basteranno le parole di Mario Draghi per invertire definitivamente la rotta? C’è da dubitarne.In primo luogo bisogna dire che gli strumenti della BCE sono senza alcun dubbio sufficienti a fugare ogni dubbio sulla possibilità tecnica di mantenere l’unione monetaria “a qualsiasi costo” (whatever it takes), ma ben diverso è il discorso se parliamo di ottenere specifici obiettivi di politica economica come il raggiungimento di certi livelli d’inflazione.
Abbiamo visto che se la BCE è certamente in grado di salvare le Banche o gli Stati membri (acquistando le loro obbligazioni) è stata pesantemente inefficace nel controllare l’inflazione. L’obbiettivo di un’inflazione, inferiore ma vicina, al 2% è stato gravemente mancato.Se i mercati azionari registreranno una nuova ondata di vendite, quando sarà esaurito questo recupero, oppure se questo recupero sarà l’inizio di una inversione del trend e quindi la fine di questo bear market, dipenderà solo parzialmente dalla BCE. Dipenderà molto più pesantemente dall’andamento dell’economia. Non sempre i prezzi delle azioni sono collegati ai fondamentali, anzi, succede spesso che i mercati azionari esagerino, sia in una direzione che nell’altra. Ciò nonostante, i grandi trend dei mercati azionari (quelli che durano alcuni trimestri, naturalmente fra eccessi e correzioni) sono sempre collegati ai fondamentali.
I mercati azionari sono ottimi indicatori anticipatori del ciclo economico. Non c’è mai stato un bear market significativo che non coincidesse con una fase o di rallentamento o di recessione del ciclo economico.
E’ molto probabile che anche questa volta sia così. Questo bear market dovrebbe indicare che l’economia sta rallentando e potrebbe essere che il rallentamento sia già in atto, ma non lo registriamo con gli indicatori coincidenti. Purtroppo, mentre li viviamo, le inversioni dei cicli economici sono sempre difficili da leggere, dopo qualche trimestre (avendo anche dati più completi) possiamo dire con certezza che quella era una fase di rallentamento o di recupero, ma nell’immediato è sempre tutto più difficile. E’ ragionevole supporre, però, che questo bear market finirà quando potrà essere in grado di anticipare di qualche mese una fase di recupero dell’economia.Se prendiamo per buona l’ipotesi che anche questo bear market ha segnalato un rallentamento economico, se non proprio una recessione, ci restano solo due ipotesi: o questa rallentamento è un rallentamento “flash”, cioè che dura solo un trimestre o due, oppure questo bear market non è ancora concluso e quindi questa fase di recupero si fermerà, come le altre, prima di raggiungere il livello dei prezzi raggiunti a fine novembre 2015, per avviare un’altra ondata di vendite che dovrebbe raggiungere livelli di prezzo inferiori a quelli raggiunti il 12 Febbraio 2016.Vi è un ultimo punto, a nostro giudizio, molto rilevante: la credibilità delle politiche monetarie. Sono ormai molti anni che le banche centrali vanno avanti con politiche di allentamento monetario. La FED ha intrapreso una fase di “normalizzazione” delle politiche monetarie, anche se in modo molto lento e molto discusso. Inizialmente le voci discordanti erano veramente poche ed isolate. Recentemente si stanno facendo sempre più convincenti, anche alla luce degli oggettivi problemi che stanno creando. Si può discutere se questi problemi siano o meno inferiori rispetto a quelli che vi sarebbero stati in assenza di queste decisioni, ma non si può discutere sul fatto che la politica di inondare i mercati finanziari di denaro ha creato forti distorsioni e una serie di “trappole” dalle quali sarà difficile uscire. Voci sempre più autorevoli stanno sollevando il problema.
Recentemente, il 4 Marzo, Claudio Borio (non un economista eretico o di poco peso), Capo del Dipartimento monetario ed economico della BIS, la Bank of International Settlements, cioè la banca che coordina l’operato della varie banche centrali del mondo, ha messo il dito nella piaga indicando come la politica del denaro facile abbia fatto aumentare in modo significativo i debiti (pubblici e privati), in particolare nei paesi emergenti, e mini la crescita della produttività.
Scrive Borio: “questo aumento e’ spesso accompagnato da un forte rialzo dei prezzi immobiliari in un contesto di aggressiva assunzione di rischio, fattori che ricordano in modo inquietante i boom finanziari osservati nelle economie colpite successivamente dalla crisi.” ed ancora: “secondo una recente ricerca BIS, i boom del credito minano la crescita della produttivita’ man mano che aumentano di vigore, prevalentemente perche’ destinano risorse ai settori sbagliati. L’impatto di queste allocazioni errate perdura nel tempo e si intensifica allo scoppio di una crisi finanziaria. A sua volta, una minore produttivita’ rende piu’ difficile sostenere gli oneri debitori. Per metterla in altri termini, quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati, bensi’ i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo.” Infine, Borio, sferra la stoccata finale: “Le recenti turbolenze hanno mostrato chiaramente che le banche centrali, dopo la crisi, sono state gravate per un tempo troppo lungo di un fardello eccessivo, proprio nel momento in cui si sono ridotti gli spazi per politiche di bilancio e c’e’ stata carenza di misure strutturali. Malgrado condizioni monetarieeccezionalmente espansive, la crescita nelle giurisdizioni piu’ importanti e’ stata deludente e l’inflazione e’ rimasta persistentemente bassa. Gli operatori di mercato ne hanno preso atto e la loro fiducia nei poteri curativi delle banche centrali – probabilmente per la prima volta – vacilla.” Il giorno in cui questo pensiero dovesse diventare dominante, cioè quando sarà evidente che le banche centrali non hanno un potere infinito, quel giorno, probabilmente, vedremo dei crolli nei mercati azionari alla luce dei quali, i recenti, appariranno solo come avvisaglie. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Perché non basta Draghi ad evitare il collasso dell’Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 marzo 2016

banca europeadi Giuseppe Pennisi. La Banca centrale europea (Bce) ha deciso di tagliare tutti i tassi di riferimento del costo del denaro, mentre il programma d’acquisto di titoli di Stato varato un anno fa (il Quantitative Easing, Q.E) non solo aumenta di 20 miliardi di euro al mese (arrivando, quindi, a 80 miliardi al mese), ma viene ampliato all’acquisto di titoli emessi dalle aziende più solide. Come da attendersi, queste notizie, e la conferenza stampa del presidente della Bce, hanno dato un robusto impulso alle Borse, salvo, poi, farle rientrare nella volatilità che da diverse settimane caratterizza il mercato finanziario.I resoconti dei corrispondenti della stampa internazionale presenti a Francoforte hanno anche mostrato quanto sia stata sofferta e difficile la decisione di questa nuova iniezione monetaria da parte degli organi centrali dell’istituto. Alla sua base, c’è l’aggiornamento delle stime macroeconomiche effettuate in questi ultimi giorni dal servizio studi della Bce. La crescita del Pil è ora stimata allo 1,4% per quest’anno, all’1,7% per il 2017 e all’1,8% per il 2018. “La previsione è stata rivista al ribasso per riflettere la debolezza dell’economia globale”, ha spiegato Draghi. Le previsioni precedenti erano di un aumento del Pil dell’1,6% per quest’anno, seguita da saggi più sostenuti nei due anni successivi. La Bce ha anche ridotto le proprie stime del saggio di inflazione che resterebbe, nei tre anni della previsione, inferiore all’obiettivo del 2% l’anno. In breve, la stessa Bce ritiene che, nonostante la messa in atto di misure monetarie innovative e di grande portata, il target non verrà centrato.A questo punto, occorre porsi due domande. La prima è se non si sono raggiunti i limiti delle misure monetarie per rivitalizzare la dormiente vecchia Europa che pare scivolare nella ‘stagnazione secolare’ che la caratterizzò prima della rivoluzione industriale. La seconda è cosa sarebbe avvenuto se la Bce non si fosse mossa con fantasia ed utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione.Molto probabilmente la politica monetaria più di tanto non può fare. Uno studio della Cgia di Mestre documenta come i grandi istituti bancari non avrebbero convogliato verso le aziende gli 87 miliardi di titoli pubblici diretti dalla Bce all’Italia, mentre nello stesso periodo i prestiti degli istituti di credito alle imprese sono diminuiti di 15 miliardi di euro (rispetto ai 12 mesi precedenti). L’impressione è che numerosi istituti hanno utilizzato il Q.E. per “ripulire” i loro conti da crediti deteriorati piuttosto che per nuove attività. Tuttavia, questa è solamente una delle componenti. Pure in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (0,2% per i consumatori tedeschi e 0,1% per i francesi).Quindi, non è solo l’”opportunismo” degli istituti di credito a fare sì che “il cavallo non beva” la liquidità che gli viene fornita. Il nodo di fondo risiede nei limiti delle politica monetaria in una fase di rallentamento dell’economia mondiale e di rischi di una nuova deflazione nell’area dell’euro. La revisione al ribasso delle stime di crescita da parte della Bce conferma che la Banca dell’euro è consapevole di potere fare molto di più; il “bazooka” di Draghi nell’attuale contesto è piuttosto spuntato. Perché possa incidere occorrono quelle profonde riforme nei mercati del lavoro, dei prodotti e dei servizi che l’eurozona, legata ad un passato mitico (e che non tornerà), non riesce ad avere il coraggio di fare. Ed anche una sospensione del Fiscal Compact, unitamente ad una ristrutturazione del debito europeo.
Tuttavia, se non ci fossero state le flebo della Bce probabilmente saremmo da tempo in deflazione, con le conseguenze finanziarie, economiche e politiche che si possono immaginare. Le vitamine propinate dal Bce non sveglieranno l’Europa dal letargo, ma ne impediranno il collasso. Sta a Governi e Parlamenti (ed alle forze politiche e sociali) fare il resto. Prima che sia troppo tardi. (fonte: http://www.societalibera.org

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I principali eventi della settimana al parlamento Europeo

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 febbraio 2016

parlamento europeoBCE / Draghi. Oggi pomeriggio, dalle 15, il presidente della Banca centrale Mario Draghi parlerà alla commissione Affari economici e monetari del Pe su temi quali, fra gli altri, l’evoluzione dell’inflazione, i bassi prezzi del petrolio, l’andamento dei salari reali nella zona euro e i pro e i contro dell’estensione del programma di allentamento quantitativo (quantitative easing) della BCE.
Referendum sulla Brexit/ Cameron. Domani il primo ministro britannico David Cameron sarà in visita al Parlamento europeo e incontrerà il Presidente Schulz e i leader dei gruppi politici per discutere le richieste di riforma del Regno Unito e la soluzione proposta dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì e venerdì. Seguirà una conferenza stampa.
Euro. Giovedì il presidente dell’Eurogruppo e dell’Ecofin Geroen Dijsselbloem interverrà in commissione Problemi economici e monetari, per discutere dello stato economico nella zona euro, del debito greco e della situazione delle banche italiane.
Governance economica. Domani e mercoledì, delegazioni di deputati dei parlamenti nazionali provenienti da tutta l’UE incontreranno gli europarlamentari per discutere del coordinamento economico, in particolare del ruolo del Fondo europeo, delle assemblee legislative nazionali, della stabilità dell’Ue e della governance economica, come parte dell’edizione 2016 della Settimana parlamentare europea. Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker inaugureranno l’iniziativa.
Resistenza agli antibiotici in veterinaria. Mercoledì sarà votato in commissione Ambiente e Salute Pubblica il progetto di legge per affrontare la crescente resistenza agli antibiotici negli animali, che prevede norme più severe sull’uso di farmaci esistenti e lo stimolo allo sviluppo di nuovi medicinali per uso veterinario in tutta l’UE.
Iran / Mohammad Javad Zarif.Martedì il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif incontrerà la commissione Affari Esteri per discutere sulle relazioni Iran-UE, e sull’accordo nucleare e lo scongelamento dei beni iraniani.
Allarme Zika. Mercoledì esperti dell’organizzazione mondiale della sanità (OMS) interverranno in commissione ambiente e salute pubblica per discutere della recente epidemia del virus Zika, che potrebbe causare difetti alla nascita e che ha indotto l’OMS a dichiarare un’emergenza di salute pubblica globale. A livello UE è già stato attivato l’allarme rapido e di reazione per le emergenze mediche.
Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz parteciperà giovedì al Consiglio Europeo che avrà, come tema principale, quello del referendum nel Regno Unito.

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Banche. Il falco Draghi e il gufo Weidmann

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2015

WeidmannE’ iniziato il Qe, cioe’ l’acquisto di titoli pubblici, sul mercato secondario, da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Il presidente della BCE, Mario Draghi, ritiene che questo abbassera’ i tassi di interesse (l’Italia dovrebbe beneficiarne per circa 3 miliardi), diminuiranno i mutui e aumenteranno le esportazioni. Di traverso si mette il presidente della Banca Federale Tedesca (BUBA), Jens Weidmann, che dichiara l’ovvio: e’ troppo presto per valutare gli effetti del Qe e, ancora, “Il miglioramento dell’economia dimostra che il QE non era necessario” che contraddice la precedente affermazione. Ora, per fare i primi della classe bisognerebbe essere proprio i primi. La BUBA lo e’? Abbiamo dei dubbi ad iniziare dall’incredibile salvataggio delle banche locali tedesche, lottizzate dai partiti, e il cui salvataggio e’ costato ben 290 miliardi. La Germania, inoltre, non rispetta gli accordi e le regole europee sul surplus commerciale che nel 2014, per loro, e’ stato del 7,5% mentre il limite e’ il 6%? Insomma, di maestrini, non ne abbiamo proprio bisogno. E neanche di gufi. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Rassegna BCE: soffiando sui carboni del fuoco reflazionista

Posted by fidest press agency su sabato, 24 gennaio 2015

banca centrale europea“Il mancato perseguimento del nostro mandato sarebbe illegale”. È così che Mario Draghi ha concluso la sua ultima conferenza stampa del 2014. La prima del 2015 è iniziata con l’annuncio di un programma di quantitative easing (QE) che persegue il mandato inflazionistico della Banca centrale europea (BCE) in modo ancora più forte. Una scelta opportuna, dal momento che i trend deflazionistici nell’eurozona erano divenuti ancora più incerti, con un continuo calo della produzione economica e del prezzo del petrolio.Le dimensioni del QE si situano nella parte alta delle aspettative del mercato. A partire da marzo 2015, la BCE intende acquistare obbligazioni per 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016, il che significa poco più di mille miliardi di acquisti di asset di titoli di Stato e di enti pubblici di tutta l’Eurozona. In questo ammontare sono compresi anche i programmi di acquisto di covered bond e ABS già previsti.L’elemento che distingue questo QE da quelli di altre banche centrali è il carattere illimitato implicito nel fatto che il suo arresto è legato a un momento futuro in cui “osserveremo un aggiustamento sostenuto dell’andamento dell’inflazione che sia coerente con il nostro obiettivo di conseguire tassi d’inflazione inferiori, ma prossimi al 2% nel medio periodo” (l’enfasi è mia). Con l’inflazione attualmente pari al -0,2% e previsioni BCE che la collocano all’1,3% nel 2016, peraltro elaborate prima che il prezzo del petrolio scendesse a 50 dollari al barile, un aggiustamento sostenuto dell’andamento dell’inflazione che riporti quest’ultima verso il livello obiettivo potrebbe richiedere parecchio tempo, aprendo le porte alla possibilità che gli acquisti proseguano oltre il 2016, il che ci induce a concludere che la BCE sta prendendo molto sul serio il suo mandato.Inizialmente, eravamo preoccupati per il modo in cui le eventuali perdite sulle obbligazioni acquistate nell’ambito del QE potessero essere distribuite tra la BCE e i suoi 19 azionisti, le banche centrali nazionali (BCN), ma alla fine siamo giunti alla conclusione che la condivisione del rischio non è assolutamente un problema: il 20% delle obbligazioni acquistate dalla BCE e dalle BCN sarà oggetto di condivisione del rischio, mentre l’80% non lo sarà. Per quanto riguarda quest’ultima parte, ogni BCN acquisterà obbligazioni del proprio Stato e si accollerà il rischio ad esse connesso. Nell’eventualità di una perdita, solo la BCN di uno Stato in default parteciperebbe alla perdita. Ma la cosa più importante di tutte è che, dal momento che le banche centrali possono operare con un capitale proprio negativo e che i crediti delle banche commerciali sulle riserve create dal QE possono essere fatti valere in tutta l’Eurozona, la condivisione del rischio è, come ha detto Draghi nella conferenza stampa, “irrilevante”.Funzionerà il QE? Non illudiamoci: la politica monetaria può aiutare a mantenere il controllo sul ciclo economico, ma una crescita sostenibile deriva in definitiva dagli investimenti, dalla produttività e dalla crescita della popolazione. E affinché si giunga a ciò, sia il settore privato che quello pubblico dovranno fare la loro parte.Le autorità europee sembrano aver raggiunto una sorta di “grand bargain”, di ampio accordo che lascia pensare che il QE avrà successo. La BCE ha fatto la sua parte. La Commissione europea sta coordinando un fondo di investimenti infrastrutturali in partnership pubblico-privato che spera raggiungerà i 300 miliardi di euro, e diversi governi nazionali stanno intraprendendo seriamente riforme strutturali. Il premier Matteo Renzi si distingue per le iniziative di riforma del mercato del lavoro, del sistema elettorale e del settore bancario in Italia, e sebbene non tutte le riforme siano state ancora tradotte in legge, su questo fronte l’Europa sta senz’altro cambiando in meglio.Quale sarà l’impatto sul mercato e quale strategia di portafoglio consideriamo per il futuro? Una generalizzazione delle esperienze di QE negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone suggerisce che un simile programma è favorevole per gli asset rischiosi e per l’oro e sfavorevole per la duration e per il valore esterno della moneta che viene stampata. Sebbene il Giappone rappresenti un’eccezione sul fronte della duration, riteniamo che l’Eurozona evidenzierà dinamiche simili a quelle di altri paesi che hanno adottato il QE.I titoli di Stato dei paesi periferici hanno registrato buone performance in passato, ma non vediamo particolari motivi per venderli. Con rendimenti del 2,7% sulle emissioni pubbliche italiane e spagnole a più lungo termine, il differenziale non è insignificante rispetto ad obbligazioni tedesche di pari scadenza. Ci aspettiamo che questi spread si riducano.Continuiamo a ravvisare opportunità nelle obbligazioni societarie investment grade e high yield. Le azioni bancarie dell’Eurozona e le obbligazioni bancarie subordinate hanno sottoperformato i corrispondenti mercati dei titoli di Stato di recente, e gli interventi della BCE sembrano prefigurare la possibilità di un certo recupero.Spostandoci più verso l’esterno di quelli che PIMCO chiama i cerchi concentrici dell’investimento, ossia verso asset class meno liquide e a più alto rischio, come gli investimenti immobiliari e il debito in sofferenza, anche in questo caso l’allentamento della politica monetaria dovrebbe avere un impatto positivo. Il team di analisti esperti di PIMCO dedicati al mercato immobiliare e al private equity sarà al lavoro nei prossimi mesi per individuare le opportunità in questi settori.Riteniamo meno interessanti i bassi rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e l’esposizione valutaria all’euro. L’aumento di 33 euro del prezzo di un’oncia d’oro alla chiusura delle contrattazioni di giovedì (22 gennaio) in Europa dimostra quel che può succedere quando l’offerta di un asset aumenta rispetto a quella di un altro. L’euro continuerà probabilmente a deprezzarsi.Più in generale, dobbiamo considerare anche le ripercussioni globali delle decisioni della BCE. L’economia mondiale ha attraversato 35 anni di disinflazione sostanzialmente ininterrotta, culminata in una politica di tassi a zero e in un QE in tutti i principali mercati sviluppati. Sebbene si sia tornati ad assistere a fasi di espansione del ciclo economico negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il notevole peso del rallentamento della crescita nel resto del mondo, soprattutto se si considerano anche la Cina e i mercati emergenti, e le dinamiche demografiche di invecchiamento della popolazione avranno implicazioni sui livelli fino ai quali la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra potranno normalizzare i propri tassi ufficiali.I mercati continuano a credere nella capacità delle banche centrali di orchestrare scenari economicamente desiderabili. Se questa convinzione dovesse essere messa in dubbio, e le banche centrali gettassero la spugna come ha fatto la Banca nazionale svizzera, la disinflazione potrebbe trasformarsi in deflazione da debito. Per il momento almeno, la BCE soffierà sui carboni del fuoco reflazionista.” (Commento di Andrew Bosomworth – managing director di PIMCO)

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ECB preview: the devil in the QE detail

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 gennaio 2015

merkel angelaBy Andrew Bosomworth Managing Director, Head of PIMCO portfolio management in Germany. When the European Central Bank’s (ECB) Governing Council gathers on 22 January 2015, their discussion will turn to the final touches of “how” to implement quantitative easing (QE), not “if” and “when”. Even Germany’s Chancellor Angela Merkel, speaking at the Deutsche Börse’s New Year reception on Monday night, 19 January, in ECB President Mario Draghi’s presence, signaled her only request was that any ECB policy action must not give eurozone member states the impression that “what needs to be done in the fiscal and competitive spheres could be pushed into the background.”PIMCO’s baseline view is broadly in-line with market expectations (see table below). We think the ECB will implement an expanded asset purchase programme in the amount of €500 to €1,000 billion focused on government bonds, distributed using the ECB’s capital key as guidance and will probably include some form of partial risk sharing.We expect the ECB’s QE to have a similar effect as QE programmes by other central banks, such as the U.S. Federal Reserve, have had in the past. Importantly, the desired impact of QE on the economy will depend on how eurozone governments’ respond. By lowering the cost of financing, QE could help eurozone governments’ efforts to spur growth, for example through growth-enhancing reforms or investment in productive infrastructure. By exchanging newly created reserves for government bonds, QE will compress risk premia on other financial assets, such as mortgages, corporate bonds and stocks, and lower the euro’s external exchange value. Much of these financial effects, however, are already discounted. We think the market’s reaction, therefore, will likely hinge on three inter-related modalities of how QE is designed: risk-sharing, size and distribution. In our view the risk to eurozone taxpayers from large-scale government bond purchases by the ECB are similar to a massive eurobond issued by eurozone member states with several liabilities. Since there is no political consensus among eurozone member states to issue eurobonds, the ECB’s critics claim QE is tantamount to eurobonds via the back door by unelected officials – and therefore wrong.The problem lies in how the ECB might share eventual losses. The typical solution is to distribute such losses over each national central bank (NCB) in accordance with their share of paid-up capital in the ECB. There are three possible options: full, partial or no risk-sharing by each NCB on eventual losses on the bonds purchased under QE. At face-value, the no risk-sharing option might diminish the efficiency of QE because it sends a signal of disunity, i.e., at the zero lower bound, there are limits to what monetary policy in a monetary union can achieve.

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Banche: sofferenze

Posted by fidest press agency su domenica, 20 ottobre 2013

Boom di sofferenze nelle banche: negli ultimi 12 mesi sono cresciute del 22% arrivando a quota 141 miliardi di euro. La fetta maggiore di prestiti che non vengono rimborsati regolarmente agli istituti di credito è quella delle imprese (97 miliardi). Le “rate non pagate” dalle famiglie valgono oltre 30 miliardi mentre quelle delle imprese familiari più di 12 miliardi. A 1,8 miliardi ammontano invece le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni e di altre istituzioni finanziarie. Complessivamente le sofferenze ora corrispondono al 9,9% dei prestiti bancari (1.433,7 miliardi), in aumento rispetto al 7,8% di un anno fa. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi Unimpresa.Secondo lo studio dell’associazione, basato su dati della Banca d’Italia, in totale le sofferenze sono passate dai 115,8 miliardi di agosto 2012 ai 141,8 miliardi di agosto 2013 (+22,4%) in aumento di 25,9 miliardi. Nel dettaglio, la quota delle imprese è salita da 77,1 miliardi a 97 (+25,7%) in aumento di 19,8 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 26,5 miliardi a 30,4 miliardi (+14,8%) in salita di 3,9 miliardi. Per le imprese familiari c’è stato un aumento di 1,7 miliardi da 10,7 miliardi a 12,5 miliardi (+16,4%). Le “altre” sofferenze sono passate invece da 1,4 a 1,8 miliardi (+27,4%) con 397 milioni in più.Credit crunch senza fine: -52 mld a privati in un anno
Parallelamente c’è la serrata dei rubinetti del credito. Negli ultimi dodici mesi le banche hanno tagliato oltre 50 miliardi di euro a imprese e famiglie. I finanziamenti al settore privato sono crollati del 3,5% da 1.485 miliardi a 1.433 miliardi. Nel dettaglio, tra agosto 2012 e agosto 2013 il totale dei prestizi ai privati sono calati di 52,1 miliardi passando dai 1.485,8 miliardi a 1.433,7 miliardi (-3,51%). Nel dettaglio sono calati di 45,5 miliardi (-5,20%) i finanziamenti alle imprese, scesi da 875,5 miliardi a 830 miliardi. Quelli alle famiglie sono diminuiti di 3,3 miliardi ( -0,66%) da 501,3 miliardi a 498 miliardi. Giù anche i prestiti alle imprese familiari, calati di 3 miliardi (-3,09%) da 98,7 miliardi a 95,6 miliardi. Il credit crunch colpisce anche le organizzazioni non lucrative sena fine di lucro: per le onlus la riduzione dei finanziamenti è stata pari a 249 milioni (-2,44%) da 10,1 miliardi a 9,9 miliardi. Agosto ha fatto registrare una battuta d’arresto assai rilevante per le erogazioni. Complessivamente quelle del settore privato sono scese in un solo mese di 14,7 miliardi (-1,02%) e a farne le spese sono state soprattutto le imprese, che hanno visto ridursi i finanziamenti di 12,4 miliardi (-1,48%); per le famiglie -1,6 miliardi (-0,34%), per le imprese familiari -552 milioni (-0,57%), per le onlus – 7 milioni (-0,07%). Longobardi: “Soluzione con legge stabilità””Mese dopo mese siamo costretti a fotografare una situazione che si aggrava sempre di più. E’ evidente che la recessione acuisce l’ingessamento del mercato del credito: le imprese non incassano, non fanno investimenti, non chiedono prestiti e fanno fatica a rimborsare quelli già concessi” osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Auspicavamo una soluzione con la legge di stabilità, con importanti risorse destinate da un lato alla creazione di meccanismi di garanzia statali rilevanti dall’altro ad abbattere la pressione fiscale, unico modo per far ripartire i consumi. Speriamo che con le correzioni in Parlamento al disegno di legge licenziato dal consiglio di ministri si imbocchi la strada giusta” aggiunge Longobardi.

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La Sapienza e la Banca d’Italia ricordano l’economista Federico Caffè a 25 anni dalla scomparsa

Posted by fidest press agency su domenica, 20 Mag 2012

federico caffè

federico caffè (Photo credit: Wikipedia)

Roma giovedì 24 maggio, ore 9.30 Facoltà di Economia – aula Tarantelli via del Castro Laurenziano 9, La facoltà di Economia della Sapienza e il dipartimento di Economia e diritto, con il concorso della Banca d’Italia, intendono rendere omaggio alla figura e al pensiero del grande economista e docente della Sapienza Federico Caffè scomparso nel 1987. Nella giornata del 24 maggio è prevista una serie di eventi, tra cui un intervento del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, una lezione del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e una Tavola rotonda sul tema “Crisi, equità, sviluppo”, alla quale contribuiranno il Presidente dell’Istat Enrico Giovannini e i docenti Gustavo Piga, Nicola Acocella, Roberto Artoni e Elena Granaglia. Nel corso della giornata verrà proiettato un docufilm introdotto da Ermanno Rea. Concluderà l’attore Roberto Herlitzka che leggerà alcuni brani tratti dagli scritti di Federico Caffè, con l’accompagnamento musicale della Numinoso Jazz Ensemble.

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I fantasmi del XX secolo

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 dicembre 2011

Germania

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Lo strappo della Gran Bretagna al recente summit europeo dove appare chiaro il ruolo egemone della cancelliera tedesca Angela Merkel e quello dell’attaché Sarkozy, suscita, per l’immediato, più apprensioni per ciò che possa significare per l’uomo della strada in termini di perdita di potere d’acquisto che timori di altro genere. Ma la storia è tiranna. Scriveva Pierre Renouvin su “Le crisi del secolo XX (1929-1945) Vallecchi editore, “La caratteristica dominante dei rapporti internazionali all’indomani della prima guerra mondiale è data dal “declino della potenza europea”. Un declino tamponato in qualche modo negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e che oggi si riverbera al cospetto di un rinnovato decadimento economico europeo. Non è facile, osservava Renouvin “portare l’attenzione sotto gli aspetti più importanti e darne una interpretazione critica” eppure oggi ci prova Paolo Barnard commentando proprio quel vertice europeo che ha escluso dal suo club la Gran Bretagna. Secondo Barnard la mossa della Merkel è ispirata ad una sorta di revanscismo tedesco che non riesce ancora a digerire le brucianti sconfitte nelle due guerre mondiali dello scorso secolo. E soggiunge: “Giovedì notte abbiamo visto la Germania finalizzare, con la piena complicità di Mario Draghi, il suo terzo tentativo di distruggere l’Europa in un secolo. Ora siamo al terzo tentativo. Per questo usa l’economia, la Banca Centrale Europea, i Trattati sovranazionali capestro, e questa volta ce la sta facendo. E come nel 1939, l’Inghilterra si tira fuori, per poi combattere più tardi. Sarkozy, a sua volta, non ha capito che la Merkel si sta portando la Francia a braccetto come un cagnolino solo per affondarla. Questa per i francesi è una nemesi ben meritata: furono loro che ricattarono la Germania dicendole “o ci fai fare la BCE e l’unione monetaria come vogliamo noi, oppure ti scordi i prestiti per l’unificazione con la Germania dell’Est”. Berlino accettò, ma i tedeschi sono micidiali e ora Parigi la pagherà cara.” Uno scenario a dir poco inquietante e che sembra trovare un riscontro con la realtà di queste ore se pensiamo ad una Italia letteralmente schiacciata da una manovra capace solo d’impoverirla, senza sviluppo e umiliando la nostra sovranità con un diktat economico senza precedenti. L’accordo, infatti, prevede che ” i parlamenti nazionali potranno esaminare le rispettive finanziarie solo dopo che esse saranno state esaminate e approvate dalla Commissione Europea di tecnocrati neoliberisti non eletti, e che rispondono direttamente alle lobby finanziarie internazionali”. Cioè, precisa Barnard: quelle che a voi dicono essere state decisioni prese da Monti, Zapatero, Sarkozy e soci oggi, sono invece ordini impartiti da lobby private neoliberiste tempo fa”. E il disegno egemonico si può così sintetizzare con le stesse parole di Barnard: “L’Europa collassata, l’esplosione del sistema Euro, il crollo di tutte le economie più deboli come Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Grecia, Francia, Belgio, riporteranno il Vecchio Continente alla situazione precedente il 1999, ma a condizioni da sogno per la Germania. Essa, con un Euro a due velocità o anche col suo ritorno al Marco, sarà vista dai mercati come l’unica scialuppa di salvezza su cui saltare con tutti i suoi soldi, mentre noi rimarremo a secco e agonizzanti. In più, i veri manovratori della Merkel, e cioè le mega industrie dell’export Neomercantile della Germania, si troveranno con decine di milioni di lavoratori europei a due passi da casa disposti a lavorare a ritmi da lager e a stipendi da Cina per loro. E l’impero germanico dell’export si presenterà al mondo dei grandi mercati del domani, Brasile, Cina, India, Est asiatico, con prodotti a prezzi competitivi.” E conclude: “Ma c’è una mina che può essere inserita nei cingoli del Panzer tedesco. Si chiama MMT, Modern Money Theory, cioè l’impianto di economia che prescrive il ritorno dell’Italia alla sua sovranità monetaria, la decisione del futuro governo di spendere la nuova Lira sovrana a deficit (più soldi per i cittadini che tasse prelevate dai cittadini) per creare piena occupazione, pieno Stato Sociale, piena istruzione, pieni alloggi, piena produzione delle aziende e piene infrastrutture. La MMT ha permesso all’Argentina fallita di inserire quella mina nei cingoli di una macchina da guerra ben più micidiale della Germania, gli Stati Uniti del Washington Consensus Neoliberista. E gli americani sono saltati. L’Argentina oggi sta bene”. (fine prima parte) Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Bce e governo sotto dettatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2011

International Monetary Fund's Managing Directo...

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“La lettera firmata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi che la Banca Centrale Europea inviò al Governo italiano il 5 agosto scorso, oggi pubblicata dal Corriere della Sera, dimostra quanto le manovre economiche di Berlusconi e Tremonti siano state letteralmente dettate dal potere finanziario europeo”, commenta Fabrizio Tomaselli, dell’Esecutivo Nazionale USB. “Una ingerenza senza precedenti, una imposizione pesantissima che riguarda i contenuti, il metodo ed i tempi di attuazione e che prescrive addirittura la modifica della stessa Costituzione italiana”. “Il capitolo del lavoro – denuncia il dirigente USB – è talmente particolareggiato da rappresentare un vero e proprio elenco dei desideri di Confindustria. In gran parte questi sono già realizzati attraverso l’ormai famigerato art.8, che esalta proprio quell’accordo del 28 giugno la cui ratifica è stata recentemente sottoscritta da Confindustria, Cisl e Uil e dalla Cgil, la quale ha così smentito la sua stessa partecipazione allo sciopero del 6 settembre” Prosegue Tomaselli: “Altri aspetti, che non sono stati immediatamente recepiti dal governo Berlusconi, sono in discussione da mesi negli ambienti governativi, politici ed economici, dalle pensioni ai licenziamenti. A ciò si aggiunge la riforma che dovrebbe essere approvata dall’Ecofin il 4 ottobre e che impone all’Italia di ridurre ogni anno del 5% la parte del debito eccedente il 60% del Pil. Ciò si tradurrebbe in una tassa sugli italiani di 50 miliardi l’anno, che andrebbero ad aggiungersi agli 80 miliardi di interessi da pagare ed alle certe misure restrittive che, in un periodo di crisi, accompagneranno ogni legge finanziaria annuale”. “Tutto ciò è assurdo – incalza il dirigente USB – anche dal punto di vista strettamente economico, e rende ancor più credibile e necessaria l’esigenza di non pagare il debito e di prevedere misure di modifica sistemica che colpiscano non soltanto i grandi patrimoni, ma i meccanismi finanziari che hanno determinato la crisi attuale, anche attraverso la nazionalizzazione delle banche e delle attività economiche strategiche per il paese”. Conclude Tomaselli: Per questi motivi è indispensabile dare seguito alle mobilitazioni sindacali messe in campo in questi mesi da USB, che hanno visto la forte partecipazione allo sciopero del 6 settembre e che attraverseranno tutte le iniziative che si moltiplicheranno in questi giorni, compresa quella del 1° ottobre a Roma contro il pagamento del debito, e sino alla grande manifestazione nazionale del 15 ottobre”.

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Italy Trashing the lifeboat Rome

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 settembre 2011

Silvio Berlusconi, Italy’s prime minister and escape­artist extraordinary, sparked the †rst of several market panics over Italy’s public debt by vowing to water down an already soggy package of deficit­reduction measures. He was forced to retreat by the resulting turmoil. But the threathe poses to the euro was again made clear this week when he pitched his country’s public finances into further chaos, leaving a hole of at least ¤4 billion­5 billion ($5.8 billion­7.2 billion) in the latest of two emergency budgets designed to get his country out of the fix in which it has been trapped for the past two months. Two things now stand between Italy and a debt crisis vastly more menacing to the single currency than any so far on the euro­zone periphery: support for Italy’s bonds from the European Central Bank (which has bought some ¤30 billion­ worth since mid­August), and a ¤45.5 billion deficit­reduction plan that the ECB demanded in return for its help. When this was unveiled by Mr Berlusconi on August 12th, investors might have been forgiven for thinking that‹bar the odd amendment‹the same plan would be set before parliament. But in Italy nothing is safe from modi†cation, and on August 29th Mr Berlusconi unpicked his package, throwing out the measure he most disliked, a surtax on top incomes in the private sector. (Embarrassingly, the multimil­ lionaire chairman of Ferrari, Luca di Montezemolo, o…ered to pay more tax, saying you have to begin by asking it of those who have most.) To placate Italy’s irate local mayors and governors, Mr Berlusconi lightened the burden of savings they were supposed to have made. Some new measures were put in. The government promised to save money by abolishing the provincial administrations and halving the number of national law­makers. But it said it would do so with con­ stitutional laws, which are notoriously difficult to get approved. The immediate savings would come from postponing the retirement of many Italians by excluding from their pension calculations time spent at university or doing military service. The measure was understandably seen as penalising those who failed to dodge conscription, and simply robbing those who chose higher education (since graduates in Italy have to make a payment to the treasury for their university courses to be counted as time worked). The public looks likely to force Mr Berlusconi into a U­turn that would enlarge still further the hole in his former austerity package. That alone is enough to cast doubt on
the ECB’s readiness to continue buying Italian debt. But there is another factor. As the price of intervention, the bank’s president, Jean­Claude Trichet, and his successor­designate, Mario Draghi, reportedly required not only the pushing through of the package that Mr Berlusconi has just undone, but also a comprehensive programme of privatisation and liberalisation. And, of that, there has never been more than a trace in the government’s plans. (from The Economist)

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Nomina di Mario Draghi a Presidente della BCE

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2011

In vista del Consiglio europeo di questa settimana, che può ora finalizzare la sua nomina, ideputati hanno confermato Mario Draghi come prossimo Presidente della Banca centrale europea. Il Presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek ha dichiarato: “sono molto lieto che il Parlamento europeo abbia approvato Mario Draghi quale prossimo Presidente della Banca centrale europea In questi tempi di crisi economica, è rassicurante sapere che, con Draghi, la zona euro sarà in mani sicure e non vedo l’ora di lavorare con lui “.

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Bce: voto candidatura Mario Draghi

Posted by fidest press agency su martedì, 21 giugno 2011

Bruxelles parlamento europeo. Votazione: giovedì 23 giugno La candidatura di Mario Draghi a Presidente della Banca centrale europea è stata approvata il 15 giugno dalla commissione per i problemi economici e monetari ma deve ora essere confermata dal Parlamento con un voto in Plenaria il 23 giugno. La nomina di Draghi figura anche all’ordine del giorno del Consiglio europeo.

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