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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 25

Posts Tagged ‘materie prime’

Agricoltura e aumento delle materie prime

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2021

Si preannuncia un autunno difficile per tutto il sistema produttivo a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. L’agricoltura non fa eccezione: tra le dinamiche più preoccupanti c’è quella del prezzo delle sementi, quasi raddoppiato nel corso dell’ultimo anno, ma a registrare rincari sono molti altri beni e servizi. L’aumento del prezzo del gasolio e della manodopera, in particolare, sono destinati ad avere ripercussioni sull’intero settore agroalimentare. A pagare il prezzo più alto, come sempre, saranno gli anelli più deboli della filiera: produttori e consumatori.Un’altra emergenza riguarda i concimi, le cui scorte sono in via di esaurimento e hanno raggiunto prezzi senza precedenti – continua Tiso. In questo scenario, le aziende più in difficoltà potrebbero decidere di interrompere le attività e rinunciare a seminare. È un pericolo che bisogna scongiurare per non innescare una nuova crisi che avrebbe ripercussioni sull’intera economia italiana. Chiediamo al Governo di intervenire per tenere sotto controllo i prezzi dei fattori produttivi e sostenere le aziende agricole nei prossimi mesi. L’impennata dei prezzi delle materie prime deve inoltre essere un’ulteriore spinta per promuovere metodi di produzione sostenibili, che riducano al minimo gli sprechi e rendano più efficiente e verde la nostra agricoltura.

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I prezzi delle materie prime agricole alle stelle

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

E’ diventato economicamente insostenibile per gli allevatori alimentare gli animali mettendo così a serio rischio una filiera fondamentale dell’agroalimentare italiano”. Lo dichiara Marcello Veronesi, presidente di ASSALZOO – Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici. “Ci uniamo alle richieste sia di Agrinsieme e Coldiretti al Ministero delle Politiche Agricole per la convocazione di un tavolo sull’emergenza latte, sia di Assocarni e Uniceb perché si apra subito un confronto con la GDO per sostenere le produzioni nazionali”, prosegue Veronesi. “Che un litro di latte fresco italiano valga al supermercato meno di un caffè è inaccettabile”. Secondo le ultime stime della FAO, aprile è stato l’undicesimo mese consecutivo di aumento dell’Indice dei prezzi dei prodotti alimentari. Dopo una breve flessione in marzo, sono tornate a salire le quotazioni dei cereali (+1,2%), che si assestano su un valore del 26% in più rispetto ad aprile 2020. In particolare, per il mais i prezzi si portano a un livello più alto del 66,7% rispetto a un anno fa. Anche per la soia, principale fonte proteica per l’alimentazione animale, secondo i dati Crefis, i prezzi del prodotto nazionale segnano un aumento di circa il 50% da inizio anno. “C’è il rischio – aggiunge il presidente di ASSALZOO – che il forte aumento delle quotazioni delle materie prime crei un cortocircuito per la zootecnia italiana che vede i costi di produzione superare nettamente i prezzi di vendita di carni, latte, uova e pesce”.“Il settore è stato già colpito duramente dalle conseguenze della pandemia che ha ridotto i consumi e gli scambi commerciali, aumentando l’incertezza sul mercato e sulle abitudini dei consumatori. Nei mesi scorsi i mangimisti hanno cercato di non scaricare il rincaro delle materie prime sugli allevatori ma, a fronte della consolidata tendenza rialzista, questa posizione diventa ormai impraticabile, con inevitabili conseguenze lungo tutta la filiera”. Infine “serve rilanciare i consumi interni di prodotti italiani, eliminare tutte le barriere che impediscono ai nostri prodotti di presentarsi sui mercati internazionali a più forte crescita, garantire la sostenibilità finanziaria della zootecnia nel suo complesso e un piano di potenziamento delle produzioni nazionali. È a rischio la sopravvivenza stessa della zootecnia italiana”, conclude Veronesi.

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Materie prime: “Anche nel 2021 non si arresta la corsa dei prezzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 gennaio 2021

L’aumento delle quotazioni di cereali e farine proteiche vegetali, le principali materie prime agricole per il settore zootecnico, che ha caratterizzato gli ultimi mesi del 2020, prosegue anche nel nuovo anno. Un effetto a cascata sugli approvvigionamenti e sui prezzi dei prodotti agro-alimentari-zootecnici a danno delle imprese di trasformazione e dei consumatori finali è concreto. Nell’arco di tre mesi, dal 20 ottobre 2020 al 19 gennaio 2021, il prezzo del mais ha fatto registrare un incremento del 22%; il grano tenero del 20%. Nello stesso periodo le quotazioni della farina di soia sono cresciute del 26% e quelle della crusca addirittura del 41%. Aumenti che sono ancor più elevati se raffrontati allo stesso mese dell’anno precedente, rispettivamente 23%, 25%, 45% e 68%. “Nei mesi scorsi il settore mangimistico italiano ha già assorbito il rincaro delle commodities agricole e dei costi dovuti all’emergenza sanitaria. Ma in un contesto di prolungato rialzo dei prezzi, di incertezza produttiva e di consumi stagnanti, è fondamentale gestire al meglio e senza speculazioni una situazione che avrà inevitabili ricadute a valle della filiera, e pertanto sui consumatori, destinatari finali di quei prodotti sani, sicuri e di qualità che l’industria di trasformazione continua a garantire”. “Ed è per tale ragione che è importante aprire un tavolo di confronto per far funzionare meglio i mercati, le relazioni e la catena del valore all’interno delle filiere con il fondamentale contributo della GDO affinché ogni anello abbia la corretta remunerazione senza intimorire il consumatore finale”, conclude il presidente di ASSALZOO

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Materie prime, è allarme prezzi. A rischio produzione e consumi

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

Le principali materie prime agricole per l’industria mangimistica, ovvero soia e cereali, hanno fatto registrare decisi aumenti dei prezzi, cresciuti, come nel caso della soia, di quasi il 30% in poche settimane. Dopo le forti oscillazioni già osservate tra marzo-aprile, con l’avvio del IV trimestre le quotazioni delle materie prime proteiche e dei cereali continuano a segnare incrementi costanti. Gli aumenti sono dovuti più al concorso di problematiche di carattere speculativo, a notizie su un ipotetico rilancio dei rapporti commerciali tra USA e Cina e a incertezze sul meteo in Sud America che non a reale carenza di prodotto sui mercati internazionali.Una situazione che suscita la preoccupazione dell’industria mangimistica italiana per gli effetti a cascata che questa rischia di produrre sulla filiera agro-zootecnica-alimentare: “Queste oscillazioni – sottolinea Marcello Veronesi, presidente di ASSALZOO – Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti zootecnici – sono una minaccia per la catena di valore perché impediscono la corretta gestione dei flussi produttivi con conseguenze sui consumi in un periodo già complicato dagli effetti della pandemia”. Rischio lockdown – A questo scenario, sia in Italia che in Europa, si aggiungono i timori per il rischio che il nuovo lockdown possa pregiudicare nel nostro Paese, dopo aver compromesso il settore Horeca, uno dei periodi dell’anno più performanti per il settore agroalimentare, caratterizzato di regola da un incremento produttivo e dei consumi: “Gli sforzi di tutti devono essere convogliati nella stessa direzione, ovvero evitare di precipitare verso un secondo lockdown generalizzato che avrebbe un impatto pesantissimo sui consumi nel periodo delle festività natalizie, con gravi ricadute sulle filiere dei prodotti agroalimentari e zootecnici”, ricorda Veronesi.Ruolo della mangimistica – La mangimistica italiana, essendo il settore al centro della filiera e anello di congiunzione tra materie prime e trasformazione industriale, è esposta tanto ai rischi degli aumenti di prezzo delle materie prime quanto a quelli legati alla riduzione dei consumi. “Fino a oggi, con grande impegno dei produttori, la mangimistica italiana è riuscita a svolgere una funzione calmierante dei prezzi. Lo sforzo, anche tramite il ricorso a materie prime alternative e a maggiore efficienza, è stato diretto a evitare la ricaduta degli aumenti delle materie prime sui prodotti finali. L’auspicio – evidenzia il presidente di ASSALZOO – è che tale sforzo sia compreso da tutta la filiera e che la mangimistica non debba far fronte a ulteriori pressioni dovute alle crescenti quotazioni delle materie prime”.Mangiare italiano – In questo contesto di grande incertezza, uno degli effetti più evidenti e pericolosi è quello della caduta dei consumi interni anche a seguito della stretta anti-contagio dell’ultima settimana. “Oggi più che mai è necessario rivolgere un appello a tutti i soggetti della filiera, dai produttori alla GDO e a tutto il commercio, per far sì che ci sia una spinta propositiva a favore dei prodotti italiani. Solo rafforzando la produzione e l’inclinazione dei consumi nel segno del Made in Italy è possibile garantire la tenuta del sistema agroalimentare nazionale gravato dalla crisi di liquidità, dalla pressione dei prezzi e dal sensibile calo dei fatturati”, conclude Marcello Veronesi. http://www.assalzoo.it

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“L’aumento dei rendimenti obbligazionari prefigura un rincaro delle materie prime”

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

(A cura di David Donora, Head of Commodities, Columbia Threadneedle Investments) Ci è voluto tempo, ma gli investitori si stanno abituando all’idea che i rendimenti obbligazionari globali sono in aumento. Ciò ha provocato una raffica di analisi sulla possibile reazione dei mercati azionari e del reddito fisso al repricing delle obbligazioni. Una minore attenzione è stata rivolta al potenziale impatto dell’aumento dei rendimenti e dei tassi d’interesse sui prezzi delle materie prime.Che i rendimenti dei titoli di Stato siano in rialzo non è in discussione, specialmente negli Stati Uniti. Gli aumenti dei tassi effettuati dalla Federal Reserve a partire dal 2015 hanno lentamente innalzato i rendimenti del debito pubblico statunitense. Questa tendenza viene adesso rafforzata dall’operato dell’amministrazione USA. A fronte della crescente chiarezza riguardo alla scarsa prudenza della Casa Bianca sul fronte dei conti pubblici, gli investitori globali stanno rivalutando il rischio delle obbligazioni statunitensi, con ricadute sull’inflazione, sul dollaro e sui mercati azionari.Nell’universo delle materie prime, l’aumento dei rendimenti obbligazionari renderà più oneroso l’indebitamento per i produttori. Di conseguenza, i nuovi progetti risulteranno meno appetibili e la risposta dell’offerta al rincaro delle materie prime in futuro potrebbe essere gravemente limitata. Tuttavia, un potenziale grattacapo per i produttori di commodity potrebbe rivelarsi un’opportunità per gli investitori. Il rialzo dei rendimenti contribuirà a rafforzare le limitazioni già favorevoli dal lato dell’offerta, il che potrebbe determinare un rincaro delle commodity superiore alle attese.Le scorte nei mercati delle materie prime sono già diminuite notevolmente, in quanto i produttori evidenziano un’insolita disciplina in questa fase del ciclo. A nostro avviso, al di fuori dei mercati obbligazionari vi sono tre fattori chiave che potrebbero accentuare le limitazioni dal lato dell’offerta.
Uno di questi è la Cina, il maggior consumatore mondiale di risorse naturali, che ha imposto vincoli all’offerta di molte commodity, nello specifico carbone, acciaio e alluminio, per ragioni ambientali. L’azione concertata delle autorità cinesi ha già avuto l’effetto di innalzare i prezzi di carbone, minerale di ferro e metalli di base, con un impatto positivo sul settore dei materiali.Alla fine del 2016, l’OPEC e i russi hanno stretto un’alleanza che ha ridotto la produzione petrolifera mondiale immessa sul mercato di 1,8 milioni di barili al giorno (bg). Di nuovo, si tratta di una situazione senza precedenti. Negli ultimi 40 anni i tentativi fatti dall’OPEC di ottenere la cooperazione della Russia sui tagli all’offerta erano sempre stati vani.
L’esperienza del periodo di oltre un anno appena trascorso dimostra che stavolta è diverso. L’OPEC e la Russia hanno iniziato a ridurre la produzione alla fine del 2016 e, alla luce di quanto avvenuto nel 2017, è probabile che manterranno il mercato in equilibrio anche nel 2018. Il coordinamento tra i due appare decisamente solido.
Il settore delle materie prime non ha mai dimostrato tanta disciplina nel limitare la nuova produzione a fronte della stabilizzazione o persino dell’aumento dei prezzi. Questo rigore giunge in una fase in cui la crescita globale sincronizzata dei mercati emergenti e sviluppati sostiene la domanda delle principali materie prime. Semmai, si assiste a un’accelerazione della domanda nei mercati emergenti, dove l’indebolimento del dollaro ha favorito l’aumento dell’indebitamento, la crescita e gli investimenti.Permangono tuttavia aree di incertezza e potenziale volatilità. I dazi su acciaio e alluminio annunciati dall’amministrazione statunitense non hanno avuto di per sé ricadute significative sui prezzi delle commodity nel medio termine. La situazione è destinata a cambiare a fronte delle ritorsioni e della guerra commerciale innescata dalle misure protezionistiche americane.

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Mercati materie prime

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

I prezzi del petrolio tendono a salire. Con molta probabilità, nei prossimi mesi si porteranno intorno a 92 dollari per barile rispetto agli attuali 86,6. E’, in pratica, aumentata la domanda e contratta l’offerta. Questo accade sia nelle economie dell’Ocse che a quelle non appartenenti all’organizzazione e all’agenzia internazionale per l’energia. C’è comunque da rilevare che l’insufficiente offerta sul mercato dipenda soprattutto da un elevato margine di capacità inutilizzata e che ci sia a monte una regia che tende a tenere sulle corde i prezzi del petrolio per evitare che si abbassino entro certi limiti. Vi fanno il paio i prezzi delle materie prime non energetiche. Anch’esse sono in ascesa alimentati dai rincari dei prodotti alimentari e dei metalli. Qui parliamo per la fine del corrente anno di un rapporto in crescita su base annua del 24%. Se da questo osservatorio guardiamo al futuro dobbiamo arguire che la crescita mondiale dovrebbe mantenersi a livelli alquanto modesti. Ancora una volta dobbiamo registrare tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari che faranno leva proprio sugli aumenti del petrolio e delle altre materie prime e da spinte protezionistiche da parte delle aree più deboli a livello globale. (A.R.)

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Inflazione sulle materie prime

Posted by fidest press agency su martedì, 6 aprile 2010

Stupirsi per la nuova ondata di aumenti dei prezzi delle materie prime dimostra che, dal fallimento della Lehman Borthers in poi, si è sognato ad occhi aperti. Giustificare la recente impennata inflazionistica con una fantomatica “ripresa” o con la corsa e la sete del cavallo cinese vuol dire perseverare nell’irresponsabilità.   L’impennata dei prezzi delle materie prime ha solo un nome: speculazione. Come a vecchi tempi. Dovrebbe essere chiaro che se il sistema viene inondato di liquidità senza che nel frattempo si siano costruiti argini forti per incanalarla, essa prima o poi si riverserà dove può determinare alti ritorni di profitto, anche a spese dell’intera economia.  Il solo costo del salvataggio bancario in America è costato 2.500 miliardi di dollari. Il costo totale della crisi per Washington oscilla tra i 3.500 e i 5.000 miliardi di dollari. Quanto la seconda guerra mondiale in dollari attuali!. Allora quei soldi andarono nella produzione bellica, oggi questa bomba-carta di liquidità è rimasta nei mercati della finanza e nel sistema bancario. Nel contempo si sono registrati il crollo del commercio mondiale che oggi varia tra il 16 e il 20% e il crollo della produzione industriale di tre, quattro volte superiore in misura percentuale alla riduzione del Pil.
A nostro avviso la recente spinta speculativa sulle materie prime non è il risultato della “magia del mercato” ma la decisione della finanza di sfidare in anticipo il sistema politico che continua a parlare di riforme globali ma fatica a realizzarle.   La stessa amministrazione Obama ne è consapevole e denuncia le grandi banche e le finanziarie americane che stanno spendendo 1,4 milioni di dollari al giorno per operazioni di lobbying al fine di  “spegnere la volontà politica di cambiamento”.  Per deragliare il treno delle riforme si tenta di provocare  preventivamente un’ondata di inflazione che crei una situazione di emergenza e quindi la possibilità di ricatto, come nella crisi bancaria.   Giocare adesso con l’inflazione dei prezzi delle materie prime significa innescare una nuova crisi, forse peggiore di quella che abbiamo sperimentato, perché va a stravolgere il sistema produttivo e la precaria stabilità sociale.   Recentemente in Messico al Forum Internazionale dell’Energia il segretario generale dell’OPEC, Abdallah Salem el-Badri ha dichiarato:” Alla fine del 2008 i prezzi del petrolio sono sfuggiti a ogni controllo a causa della speculazione, oggi dobbiamo lavorare duramente per ridurre la volatilità dei mercati”.
Infatti il prezzo del petrolio non è sospinto in alto da un aumento di domanda di barili reali ma dalla crescita del mercato dei “barili di carta”. Petrolio virtuale viene scambiato nella forma di “futures” che, scommettendo sul rialzo del prezzo, ne determinano l’aumento vero.  Ma la speculazione sta generando volatilità anche sui prezzi dell’acciaio, del rame, del nickel, ecc.  Per l’economia italiana ciò potrebbe essere devastante. L’aumento medio dei costi di approvvigionamento di materie prime nel 2010 si calcola in un  più 17%, senza contare gli effetti perversi della speculazione.
Per fronteggiare “i nuovi rischi emergenti”, Obama, Sarkozy e i capi del  governo inglese, canadese e sud coreano, in quanto ospitanti passati e futuri dei summit del G20, hanno indirizzato una lettera a tutti i governi al fine di stabilire le nuove regole internazionali. Ma, mentre i tempi della loro entrata in vigore sono lontani, nel 2012, la situazione economica potrebbe precipitare ulteriormente.  Negli Usa la Commodity Futures Trading Commission  starebbe per imporre limiti ai volumi di petrolio e di altre materie prime che possono essere oggetto di operazioni finanziarie al fine di ridurre gli effetti speculativi. Il “cuore” del problema, come abbiamo da tempo evidenziato, sta però nel meccanismo dei derivati OTC che sono negoziati tra  banche e hedge fund fuori dai mercati regolamentati e quindi sottratti a ogni forma di controllo.   E’ tempo di agire. La lettera dell’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors  “Per un rinnovo del partenariato euro-americano” indica una strada che si può percorrere insieme.  (Di Mario Lettieri  Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi  Paolo Raimondi Economista)

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