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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 271

Posts Tagged ‘materie prime’

Mancano materie prime: difficoltà per la produzione industriale italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

L’Italia è a rischio approvvigionamento di materie prime critiche (CRM – Critical Raw Materials) essenziali per lo sviluppo di settori ritenuti strategici per l’economia del Paese. La produzione industriale italiana dipende, infatti, per 564 miliardi di euro (pari a circa un terzo del PIL al 2021) dall’importazione di materie prime critiche extra-UE. Uno scenario aggravato anche dall’attuale contesto di conflitto russo-ucraino in quanto l’Italia risulta esposta verso la Russia per materie prime critiche che entrano nella produzione di quasi 107 miliardi di euro, legati alla fornitura di Palladio (35%), Rodio (33%), Platino (28%) e Alluminio primario (11%). È quanto emerge dallo studio di The European House – Ambrosetti, commissionato da Erion – il più importante Sistema multi-consortile italiano di Responsabilità Estesa del Produttore per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici – che per la prima volta ha mappato tutti i settori industriali nei quali tali materie prime sono coinvolte. Nello specifico, nel nostro Paese, ben 26 CRM su 30 sono indispensabili per l’industria aerospaziale (87% del totale), 24 per quella ad alta intensità̀ energetica (80%), 21 per l’elettronica e l’automotive (70%) e 18 per le energie rinnovabili (60%). Un settore, quest’ultimo che con la transizione ecologica ed energetica è destinato a forti potenziali di crescita della domanda di materie prime critiche, essenziali allo sviluppo dell’industria dell’eolico, del fotovoltaico e della mobilità elettrica. Non è solo l’Italia, ma l’intera Unione Europea – dove le materie prime critiche contribuiscono alla generazione di oltre 3 trilioni di euro – a dipendere da Paesi terzi per l’approvvigionamento. La Cina è di fatto il primo fornitore di materie prime critiche in Europa (44% del totale) e principale esportatore dell’UE di terre rare (98% del totale); proprio quest’ultime, che contribuiscono alla generazione di quasi 50 miliardi di euro della produzione industriale italiana, hanno visto crescere tra il 2017 e il 2020 il rischio di fornitura di quasi 1 punto. Si tratta di un primato che la Cina detiene anche a livello mondiale (66% del totale), superando di quasi 4 volte le quote di Sud Africa (9%), Repubblica Democratica del Congo (5%) e Stati Uniti d’America (3%), che insieme arrivano al 17%. Secondo lo Studio, se l’Italia raggiungesse il tasso di riciclo dei best performer europei (70-75%), si potrebbero recuperare 7,6 mila tonnellate di materie prime critiche, pari all’11% di quelle importate dalla Cina nel 2021. Al contrario, con l’attuale tasso di riciclo, al 2025 non sarebbero recuperati circa 280 mila tonnellate, pari ad una perdita di 15,6 mila tonnellate di materie prime critiche. L’aumento del tasso di riciclo dei RAEE genererebbe, inoltre, notevoli benefici ambientali, con una riduzione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2, che si tradurrebbero in benefici sociali per la comunità quantificabili in circa 208 milioni di euro. Infine, la maggiore disponibilità di materie prime critiche a sostegno dell’intera economia del Paese ridurrebbe il costo delle importazioni, generando un vantaggio economico pari a quasi 14 milioni di euro. Nel dettaglio, per centrare gli obiettivi di raccolta dei RAEE, lo Studio suggerisce di agire su tre dimensioni: normativa – adeguamento della disciplina di raccolta dei prodotti tecnologici per ampliare i canali di conferimento dei RAEE di piccole dimensioni e pile -, volumi – incentivazione di meccanismi di raccolta, sviluppo di “ecopoint” diffusi sul territorio e creazione di meccanismi di controllo a contrasto ai flussi paralleli– e, infine, impiantistica – semplificazione delle procedure autorizzative (in media oggi la realizzazione di un impianto richiede 4,3 anni), così da garantire tempi certi di esecuzione anche attraverso l’adozione di modelli per favorire una «gestione del consenso» sul territorio, oltre a un incremento della capillarità dei centri di raccolta, oggi distribuiti territorialmente in modo disomogeneo. (abstract by secnewgate.it,www.secrp.com)

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Il Regno Unito offre opportunità promettenti, non solo nelle materie prime

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 giugno 2022

A cura di Richard Colwell, responsabile azioni britanniche di Columbia Threadneedle Investments. Il 2022 è iniziato all’insegna della volatilità: il conflitto in Ucraina ha creato una notevole turbolenza sui mercati del petrolio, accentuando le pressioni in atto nei mercati già alle prese con la situazione del Covid-19 e con i problemi delle catene di approvvigionamento. Pertanto, il primo trimestre 2022 si è caratterizzato per mercati ristretti guidati dalle materie prime e dal settore minerario. uttavia, vediamo nel Regno Unito molte più opportunità di quelle offerte dalle materie prime (e dalle banche). Nutriamo profonde riserve sulla natura imprevedibile dei prezzi delle commodity e non riteniamo di avere un vantaggio in quanto gestori attivi. Siamo dell’avviso che le azioni petrolifere siano spesso scambiate su base “mark-to-market” e che i dirigenti delle aziende abbiano scarsa visibilità sui comportamenti futuri; pertanto, gli investitori hanno pochi margini per prevedere l’andamento delle azioni. Inoltre, nell’attuale rotazione di mercato la natura volatile delle materie prime è motivo di preoccupazione; sul lungo termine riteniamo che il petrolio conduca a una deflazione, offrendo solo un sollievo temporaneo dall’inflazione, così come che la maggior parte delle aziende del settore presenti una bassa redditività del capitale impiegato (ROCE) ed elevati oneri debitori e di spesa in conto capitale. Nel team Azionario Regno Unito di Columbia Threadneedle ci proponiamo invece di generare alfa attraverso l’analisi bottom-up dei titoli azionari in aree in cui riteniamo di avere un reale vantaggio. Questo è il caso, ad esempio, del settore industriale, dove le molteplici leve che influenzano le imprese operanti al suo interno si prestano molto meglio a una corretta analisi fondamentale. Ci preme sottolineare, tuttavia, che ogni shock petrolifero è diverso. In eventi passati in apparenza simili a quello di oggi, in cui cioè i prezzi del Brent hanno superato di due volte la loro media mobile a tre anni, l’indice ISM dei responsabili degli acquisti (PMI) statunitense è diminuito, segnalando una contrazione economica. L’attuale valore del PMI statunitense, invece, suggerisce un marcato dinamismo, che dovrebbe contribuire a limitare i danni. Quanto ai rendimenti azionari all’indomani di uno shock petrolifero, l’indice MSCI World è arretrato del 30% nei 12 mesi successivi ai picchi dei corsi petroliferi del 1974 e del 2000, ma ha segnato un rialzo del 10% nei 12 mesi successivi a quelli del 1979 e del 1990. Uno shock petrolifero, quindi, non è sempre un male per le azioni. Nel Regno Unito persistono opportunità di M&A e l’attività in entrata rimane a livelli record. Le enormi possibilità di arbitraggio valutativo continuano a suscitare l’interesse degli operatori di private equity e degli investitori esteri. Nel 2021 il Regno Unito ha registrato 12 operazioni del valore superiore a 500 milioni di dollari, il massimo dal 2007. Nonostante il conflitto in Ucraina, questa tendenza è destinata a proseguire. Anche se non si è giunti a un accordo, l’interesse non è scemato e gli attivi quotati nel Regno Unito continuano a richiamare molta attenzione. In conclusione, gli operatori dispongono ancora di abbondante liquidità e siamo convinti che continueranno a prendere di mira il mercato azionario britannico.Tutto sommato, quindi, il Regno Unito si conferma un’alternativa affidabile rispetto ai mercati più affollati e sopravvalutati. La proliferazione dell’investimento passivo e quantitativo negli ultimi anni, insieme alla recente volatilità, ha creato opportunità per noi in qualità di stock-picker e proprietari di imprese. In quanto investitori pazienti e guidati dalle nostre convinzioni, continueremo a evitare le altalenanti strategie di trading basate sul momentum per concentrarci sui fondamentali societari e puntare a elevati rendimenti corretti per il rischio.

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Difficoltà negli approvvigionamenti energetici e delle materie prime agricole

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 aprile 2022

Roma. Mercoledì 27 aprile, dalle ore 10 alle ore 13:30, presso la Sala ‘Giuseppe Dalla Vedova’ – Palazzetto Mattei in Villa Celimontana, via della Navicella, 12 dibattito sulle politiche e sulle scelte compiute a livello comunitario, ad iniziare dalla prossima programmazione sino al 2027 della Politica Agricola Comune. Pur rimanendo nel solco della sostenibilità ambientale, tracciata nelle strategie comunitarie del ‘Green Deal’ e della ‘Farm to Fork’, come ricalibrare dunque le misure affinché vengano assicurate le riserve strategiche di alimenti dell’Unione europea? Se ne discuterà nel convegno ‘Sicurezza alimentare e politiche agroalimentari’ organizzato dalla FIDAF (Federazione Italiana dottori in Scienze Agrarie e Forestali), in collaborazione con l’UNASA (Unione Nazionale delle Accademie per le Scienze Agrarie), la Società Geografica Italiana e l’Onorevole Filippo Gallinella (M5S), presidente della Commissione Agricoltura della Camera. Ad aprire i lavori dell’evento sarà il prof. Piccardo (UNASA). Seguiranno le relazioni sulla ‘Sicurezza alimentare europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale all’invasione russa in Ucraina’ del dott. Pascale (Accademia della Ruralità G. Avolio), sulla ‘Strategia Farm to Fork: implicazioni per la sicurezza alimentare e l’ambiente” del prof. Olper (UNIMI), le ricadute sull’agroalimentare nazionale con il dott. Scordamaglia (Filiera Italia) e ‘Sicurezza alimentare: vincoli tecnici’ del prof. Mariani (UNIBS).Alla tavola rotonda, moderata dal dott. Sonnino (FIDAF), parteciperanno invece l’On. Filippo Gallinella, Massimo Giansanti (Agrinsieme), Ettore Prandini (Coldiretti), Ivano Vacondio (FederAlimentare), Sabrina Diamanti (CONAF). Al ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, sono affidate le conclusioni dei lavori.

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Capital Group: Il rally delle materie prime sarà sostenibile?

Posted by fidest press agency su sabato, 9 aprile 2022

By Lisa Thompson, Equity Portfolio Manager di Capital Group. I prezzi delle materie prime sono saliti bruscamente dopo l’invasione del 24 febbraio, soprattutto per quelli prodotti in Russia e Ucraina. Ciò include grano, petrolio e gas naturale, così come altri metalli chiave come alluminio, palladio e rame. Ma i prezzi stavano aumentando molto anche prima dell’inizio del conflitto, contribuendo a pressioni inflazionistiche che non si vedevano dai primi anni ’80. Quindi, la domanda cruciale per gli investitori è: questi picchi di prezzo sono sostenibili? Nel breve termine, la risposta è no. Il mercato ha reagito in modo eccessivo e stiamo già vedendo una diminuzione dei prezzi. Ma, rispetto ad un anno fa, i prezzi delle materie prime sono significativamente più alti – e pensiamo che si tratti di una tendenza duratura.Nel lungo periodo è probabile che i prezzi rimarranno elevati a causa di una serie di fattori, tra cui l’aumento della domanda, la scarsità dell’offerta e le forze di deglobalizzazione iniziate con la guerra in Ucraina e rinforzate dalle tensioni tra USA e Cina. Per questo ci dovremmo aspettare un aumento dei prezzi in un contesto in cui il commercio libero e aperto sta diminuendo. Da una prospettiva d’investimento, questa situazione ha delle implicazioni per il settore metallurgico e minerario. È stata un’area trascurata del mercato per più di un decennio – anche di più se si esclude l’ultima grande impennata dei prezzi durante la crisi finanziaria globale del 2008.Il settore è stato sottovalutato per anni e rimane tale anche oggi, nonostante un recente rally nei titoli delle società minerarie. Molti prezzi delle materie prime rimarranno alti per anni a causa del sotto-investimento cronico nell’industria dal 2015. Il problema è aggravato dal fatto che ci vuole più tempo che in passato per lanciare nuovi progetti minerari.In termini di prezzo, ciò indica il protrarsi di forti scostamenti fino a quando i nuovi investimenti inizieranno a produrre risultati. Questa dinamica non si applica alle produzioni alimentari e ad altre coltivazioni perché la produzione in queste aree può essere incrementata molto più velocemente.A nostro parere tutte le grandi compagnie minerarie sono sottovalutate. Il mercato non sta guardando alle conseguenze del tema del sotto-investimento. Le valutazioni, e le stime di consenso sugli utili, presuppongono che i prezzi delle materie prime diminuiranno nei prossimi anni, più vicini alle medie storiche. Pensiamo che questo non sia corretto.Un esempio per tutti: se guardiamo alla capitalizzazione di mercato delle sette maggiori compagnie minerarie del mondo, anche insieme, non si avvicinano al valore di mercato di una società della new-economy come Tesla. La casa automobilistica ha bisogno di specifici metalli raffinati, tra cui il nichel, per produrre le sue batterie agli ioni di litio. Tanto che il CEO di Tesla Elon Musk ha citato l’accesso al nichel come una delle sue maggiori preoccupazioni di produzione molto prima che la Russia invadesse l’Ucraina. Oltre al sotto-investimento, un altro fattore che potrebbe portare ad un aumento dei prezzi delle materie prime nel lungo termine è la spinta mondiale per le fonti di energia sostenibile. L’elettricità, in particolare, è diventata una risorsa privilegiata. L’espansione della rete elettrica – insieme alla rapida adozione di veicoli elettrici – richiederà un sacco di rame, nichel e altri metalli chiave. Come maggiore importatore di materie prime, la Cina consuma più della metà delle forniture mondiali di minerale di ferro, carbone e rame. Inoltre, la Cina sta affrontando una recrudescenza del COVID-19 che potrebbe ulteriormente ostacolare l’economia mentre il governo rinnova le restrizioni sui viaggi e l’intrattenimento.Anche prima dell’ultimo focolaio di COVID, l’economia cinese stava decelerando o almeno stabilizzandosi ad un tasso di crescita molto basso. È probabile che le cose peggiorino prima di migliorare, e una recessione sufficientemente grave potrebbe far crollare i prezzi delle materie prime.La banca centrale cinese probabilmente taglierà presto i tassi di interesse mentre la maggior parte delle altre banche centrali del mondo si stanno muovendo nella direzione opposta.Indipendentemente da dove i mercati andranno, l’attuale impennata dei prezzi conferma, ancora una volta, che le materie prime sono una copertura efficace contro l’inflazione. Questo non è sorprendente, dato che quelle stesse materie prime – petrolio e gas, per esempio – alimentano molti aspetti dell’economia globale e possono contribuire ad alimentare un’inflazione più alta.Storicamente parlando, il comparto dell’energia – specialmente il petrolio – si è mosso strettamente in linea con l’inflazione, misurata dall’indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti. Poiché il petrolio è di solito una componente importante degli indici legati alle materie prime, la correlazione a lungo termine tra i prezzi delle materie prime e l’inflazione è alta.Tuttavia, è anche importante notare che ci sono grandi differenze tra le principali categorie di materie prime. Il petrolio e il gas, i metalli, il cibo e i prodotti agricoli seguono spesso i loro propri cicli.Gli investitori che cercano una copertura dell’inflazione dovrebbero tenerlo a mente, Tutto dipende dalla fonte dell’inflazione.Non sorprende che il settore energetico tenda a fare bene quando l’inflazione è in aumento, perché gli aumenti dei prezzi dell’energia, soprattutto per la benzina, possono essere rapidamente trasmessi ai consumatori. Questo non vale per altre materie prime, dove gli aumenti di prezzo possono essere assorbiti mentre ci si sposta lungo la catena di produzione.

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“La soluzione proposta da Cdp al fine di garantire un approvvigionamento sicuro e resiliente delle materie prime”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 febbraio 2022

“Le valutazioni di Cdp sono strategiche e fondamentali per comprendere come garantire un approvvigionamento sicuro e resiliente delle materie prime investendo in innovazione, diversificando le forniture e rafforzando l’uso circolare delle risorse”. Ha commentato il Senatore Vincenzo Presutto membro della Commissione di Vigilanza di Cassa Depositi e Prestiti. Continua il Senatore Presutto: “È necessario ed importante capire da dove vengono i rincari delle materie prime e come affrontarli in un contesto nel quale la transizione energetica gioca certamente un proprio ruolo sui futuri fabbisogni della popolazione”. Spiega Presutto: “Le ragioni dei rincari sono riconducibili a fattori congiunturali, strutturali, geopolitici e speculativi: tra i primi lo squilibrio tra domanda e offerta ma anche i tagli alla produzione del petrolio, tra le cause strutturali invece rientra il forte incremento della domanda delle commodities necessarie per il raggiungimento degli obiettivi connessi alla transizione ecologica. Bisogna sempre tenere a mente che la fornitura di materie prima è comunque soddisfatta da Paesi terzi.”Ha concluso Presutto: “Pertanto, la soluzione per l’Europa come evidenziato da Cdp, è quella di investire in innovazione, diversificare le forniture da Paesi terzi al fine di garantire un approvvigionamento sicuro e resiliente delle materie prime. Mi preme sottolineare inoltre che l’Italia si conferma virtuosa ed in cima alla classifica tra i paesi in Europa per quanto riguarda il trattamento del riciclo dei rifiuti.”

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A gennaio 2022 forte aumento del prezzo dell’energia e delle materie prime

Posted by fidest press agency su domenica, 13 febbraio 2022

Aumenta bruscamente il prezzo di materie prime ed energia a gennaio 2022, che si riflette con sempre più intensità sulle imprese lombarde e sulle prospettive economiche generali.È quanto emerge da un’analisi del Centro Studi di Assolombarda, secondo cui, a gennaio, l’indice delle quotazioni delle materie prime non energetiche continua a crescere e raggiunge il +45% rispetto al pre Covid, con forti differenze al suo interno tra le diverse commodity (fonte: Banca Mondiale).Il quadro si è ulteriormente aggravato con la recente impennata dell’energia. Il gas naturale in Europa (TTF Olanda), soprattutto, ha registrato un’impressionante fiammata dei prezzi pari al +660% rispetto al pre Covid. Più contenuti, ma sempre rilevanti, gli aumenti delle quotazioni del petrolio (Brent) pari al +31%. Il forte rialzo dei beni energetici, soprattutto del gas, si è trasferito sul prezzo dell’energia elettrica italiana. A dicembre 2021 il PUN (Prezzo Unico Nazionale energia elettrica) in Italia ha raggiunto il picco storico di 281 €/MWh (+492% rispetto al valore di gennaio 2020) e a gennaio si attesta sui 224 €/MWh (+372%). “La situazione legata all’aumento del prezzo di materie prime ed energia è allarmante e rischia di compromettere seriamente la ripresa economica – ha dichiarato Alessandro Spada, Presidente di Assolombarda -. Per l’industria lombarda non solo stimiamo un costo energetico quadruplicato nel 2022, che passa dai 2 miliardi del 2019 agli 8,3 di quest’anno. Ma la salita dei prezzi si accompagna a problemi di disponibilità e a strozzature nelle catene di approvvigionamento, con quasi il 20% delle manifatturiere del Nord Ovest che segnala ostacoli alla produzione per mancanza di materiali e impianti a fine 2021 (dall’1% un anno prima) e lamenta un allungamento nei tempi di consegna (dal 5%). Ne deriva che le crescenti tensioni sui prezzi si traducono, nel migliore dei casi, in una sensibile compressione dei margini operativi, e, in altri casi, con sofferenze che alcune volte vengono scaricate nei settori più a valle, e spingono al rialzo le aspettative sull’andamento dei prezzi. Le imprese da tempo lanciano l’allarme: è fondamentale agire subito con decisione per contrastare un’emergenza che arriva nel momento in cui il Paese deve assolutamente rilanciarsi a livello internazionale grazie ai fondi del PNRR”.

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Agricoltura e aumento delle materie prime

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2021

Si preannuncia un autunno difficile per tutto il sistema produttivo a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. L’agricoltura non fa eccezione: tra le dinamiche più preoccupanti c’è quella del prezzo delle sementi, quasi raddoppiato nel corso dell’ultimo anno, ma a registrare rincari sono molti altri beni e servizi. L’aumento del prezzo del gasolio e della manodopera, in particolare, sono destinati ad avere ripercussioni sull’intero settore agroalimentare. A pagare il prezzo più alto, come sempre, saranno gli anelli più deboli della filiera: produttori e consumatori.Un’altra emergenza riguarda i concimi, le cui scorte sono in via di esaurimento e hanno raggiunto prezzi senza precedenti – continua Tiso. In questo scenario, le aziende più in difficoltà potrebbero decidere di interrompere le attività e rinunciare a seminare. È un pericolo che bisogna scongiurare per non innescare una nuova crisi che avrebbe ripercussioni sull’intera economia italiana. Chiediamo al Governo di intervenire per tenere sotto controllo i prezzi dei fattori produttivi e sostenere le aziende agricole nei prossimi mesi. L’impennata dei prezzi delle materie prime deve inoltre essere un’ulteriore spinta per promuovere metodi di produzione sostenibili, che riducano al minimo gli sprechi e rendano più efficiente e verde la nostra agricoltura.

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I prezzi delle materie prime agricole alle stelle

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

E’ diventato economicamente insostenibile per gli allevatori alimentare gli animali mettendo così a serio rischio una filiera fondamentale dell’agroalimentare italiano”. Lo dichiara Marcello Veronesi, presidente di ASSALZOO – Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici. “Ci uniamo alle richieste sia di Agrinsieme e Coldiretti al Ministero delle Politiche Agricole per la convocazione di un tavolo sull’emergenza latte, sia di Assocarni e Uniceb perché si apra subito un confronto con la GDO per sostenere le produzioni nazionali”, prosegue Veronesi. “Che un litro di latte fresco italiano valga al supermercato meno di un caffè è inaccettabile”. Secondo le ultime stime della FAO, aprile è stato l’undicesimo mese consecutivo di aumento dell’Indice dei prezzi dei prodotti alimentari. Dopo una breve flessione in marzo, sono tornate a salire le quotazioni dei cereali (+1,2%), che si assestano su un valore del 26% in più rispetto ad aprile 2020. In particolare, per il mais i prezzi si portano a un livello più alto del 66,7% rispetto a un anno fa. Anche per la soia, principale fonte proteica per l’alimentazione animale, secondo i dati Crefis, i prezzi del prodotto nazionale segnano un aumento di circa il 50% da inizio anno. “C’è il rischio – aggiunge il presidente di ASSALZOO – che il forte aumento delle quotazioni delle materie prime crei un cortocircuito per la zootecnia italiana che vede i costi di produzione superare nettamente i prezzi di vendita di carni, latte, uova e pesce”.“Il settore è stato già colpito duramente dalle conseguenze della pandemia che ha ridotto i consumi e gli scambi commerciali, aumentando l’incertezza sul mercato e sulle abitudini dei consumatori. Nei mesi scorsi i mangimisti hanno cercato di non scaricare il rincaro delle materie prime sugli allevatori ma, a fronte della consolidata tendenza rialzista, questa posizione diventa ormai impraticabile, con inevitabili conseguenze lungo tutta la filiera”. Infine “serve rilanciare i consumi interni di prodotti italiani, eliminare tutte le barriere che impediscono ai nostri prodotti di presentarsi sui mercati internazionali a più forte crescita, garantire la sostenibilità finanziaria della zootecnia nel suo complesso e un piano di potenziamento delle produzioni nazionali. È a rischio la sopravvivenza stessa della zootecnia italiana”, conclude Veronesi.

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Materie prime: “Anche nel 2021 non si arresta la corsa dei prezzi

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 gennaio 2021

L’aumento delle quotazioni di cereali e farine proteiche vegetali, le principali materie prime agricole per il settore zootecnico, che ha caratterizzato gli ultimi mesi del 2020, prosegue anche nel nuovo anno. Un effetto a cascata sugli approvvigionamenti e sui prezzi dei prodotti agro-alimentari-zootecnici a danno delle imprese di trasformazione e dei consumatori finali è concreto. Nell’arco di tre mesi, dal 20 ottobre 2020 al 19 gennaio 2021, il prezzo del mais ha fatto registrare un incremento del 22%; il grano tenero del 20%. Nello stesso periodo le quotazioni della farina di soia sono cresciute del 26% e quelle della crusca addirittura del 41%. Aumenti che sono ancor più elevati se raffrontati allo stesso mese dell’anno precedente, rispettivamente 23%, 25%, 45% e 68%. “Nei mesi scorsi il settore mangimistico italiano ha già assorbito il rincaro delle commodities agricole e dei costi dovuti all’emergenza sanitaria. Ma in un contesto di prolungato rialzo dei prezzi, di incertezza produttiva e di consumi stagnanti, è fondamentale gestire al meglio e senza speculazioni una situazione che avrà inevitabili ricadute a valle della filiera, e pertanto sui consumatori, destinatari finali di quei prodotti sani, sicuri e di qualità che l’industria di trasformazione continua a garantire”. “Ed è per tale ragione che è importante aprire un tavolo di confronto per far funzionare meglio i mercati, le relazioni e la catena del valore all’interno delle filiere con il fondamentale contributo della GDO affinché ogni anello abbia la corretta remunerazione senza intimorire il consumatore finale”, conclude il presidente di ASSALZOO

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Materie prime, è allarme prezzi. A rischio produzione e consumi

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

Le principali materie prime agricole per l’industria mangimistica, ovvero soia e cereali, hanno fatto registrare decisi aumenti dei prezzi, cresciuti, come nel caso della soia, di quasi il 30% in poche settimane. Dopo le forti oscillazioni già osservate tra marzo-aprile, con l’avvio del IV trimestre le quotazioni delle materie prime proteiche e dei cereali continuano a segnare incrementi costanti. Gli aumenti sono dovuti più al concorso di problematiche di carattere speculativo, a notizie su un ipotetico rilancio dei rapporti commerciali tra USA e Cina e a incertezze sul meteo in Sud America che non a reale carenza di prodotto sui mercati internazionali.Una situazione che suscita la preoccupazione dell’industria mangimistica italiana per gli effetti a cascata che questa rischia di produrre sulla filiera agro-zootecnica-alimentare: “Queste oscillazioni – sottolinea Marcello Veronesi, presidente di ASSALZOO – Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti zootecnici – sono una minaccia per la catena di valore perché impediscono la corretta gestione dei flussi produttivi con conseguenze sui consumi in un periodo già complicato dagli effetti della pandemia”. Rischio lockdown – A questo scenario, sia in Italia che in Europa, si aggiungono i timori per il rischio che il nuovo lockdown possa pregiudicare nel nostro Paese, dopo aver compromesso il settore Horeca, uno dei periodi dell’anno più performanti per il settore agroalimentare, caratterizzato di regola da un incremento produttivo e dei consumi: “Gli sforzi di tutti devono essere convogliati nella stessa direzione, ovvero evitare di precipitare verso un secondo lockdown generalizzato che avrebbe un impatto pesantissimo sui consumi nel periodo delle festività natalizie, con gravi ricadute sulle filiere dei prodotti agroalimentari e zootecnici”, ricorda Veronesi.Ruolo della mangimistica – La mangimistica italiana, essendo il settore al centro della filiera e anello di congiunzione tra materie prime e trasformazione industriale, è esposta tanto ai rischi degli aumenti di prezzo delle materie prime quanto a quelli legati alla riduzione dei consumi. “Fino a oggi, con grande impegno dei produttori, la mangimistica italiana è riuscita a svolgere una funzione calmierante dei prezzi. Lo sforzo, anche tramite il ricorso a materie prime alternative e a maggiore efficienza, è stato diretto a evitare la ricaduta degli aumenti delle materie prime sui prodotti finali. L’auspicio – evidenzia il presidente di ASSALZOO – è che tale sforzo sia compreso da tutta la filiera e che la mangimistica non debba far fronte a ulteriori pressioni dovute alle crescenti quotazioni delle materie prime”.Mangiare italiano – In questo contesto di grande incertezza, uno degli effetti più evidenti e pericolosi è quello della caduta dei consumi interni anche a seguito della stretta anti-contagio dell’ultima settimana. “Oggi più che mai è necessario rivolgere un appello a tutti i soggetti della filiera, dai produttori alla GDO e a tutto il commercio, per far sì che ci sia una spinta propositiva a favore dei prodotti italiani. Solo rafforzando la produzione e l’inclinazione dei consumi nel segno del Made in Italy è possibile garantire la tenuta del sistema agroalimentare nazionale gravato dalla crisi di liquidità, dalla pressione dei prezzi e dal sensibile calo dei fatturati”, conclude Marcello Veronesi. http://www.assalzoo.it

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“L’aumento dei rendimenti obbligazionari prefigura un rincaro delle materie prime”

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

(A cura di David Donora, Head of Commodities, Columbia Threadneedle Investments) Ci è voluto tempo, ma gli investitori si stanno abituando all’idea che i rendimenti obbligazionari globali sono in aumento. Ciò ha provocato una raffica di analisi sulla possibile reazione dei mercati azionari e del reddito fisso al repricing delle obbligazioni. Una minore attenzione è stata rivolta al potenziale impatto dell’aumento dei rendimenti e dei tassi d’interesse sui prezzi delle materie prime.Che i rendimenti dei titoli di Stato siano in rialzo non è in discussione, specialmente negli Stati Uniti. Gli aumenti dei tassi effettuati dalla Federal Reserve a partire dal 2015 hanno lentamente innalzato i rendimenti del debito pubblico statunitense. Questa tendenza viene adesso rafforzata dall’operato dell’amministrazione USA. A fronte della crescente chiarezza riguardo alla scarsa prudenza della Casa Bianca sul fronte dei conti pubblici, gli investitori globali stanno rivalutando il rischio delle obbligazioni statunitensi, con ricadute sull’inflazione, sul dollaro e sui mercati azionari.Nell’universo delle materie prime, l’aumento dei rendimenti obbligazionari renderà più oneroso l’indebitamento per i produttori. Di conseguenza, i nuovi progetti risulteranno meno appetibili e la risposta dell’offerta al rincaro delle materie prime in futuro potrebbe essere gravemente limitata. Tuttavia, un potenziale grattacapo per i produttori di commodity potrebbe rivelarsi un’opportunità per gli investitori. Il rialzo dei rendimenti contribuirà a rafforzare le limitazioni già favorevoli dal lato dell’offerta, il che potrebbe determinare un rincaro delle commodity superiore alle attese.Le scorte nei mercati delle materie prime sono già diminuite notevolmente, in quanto i produttori evidenziano un’insolita disciplina in questa fase del ciclo. A nostro avviso, al di fuori dei mercati obbligazionari vi sono tre fattori chiave che potrebbero accentuare le limitazioni dal lato dell’offerta.
Uno di questi è la Cina, il maggior consumatore mondiale di risorse naturali, che ha imposto vincoli all’offerta di molte commodity, nello specifico carbone, acciaio e alluminio, per ragioni ambientali. L’azione concertata delle autorità cinesi ha già avuto l’effetto di innalzare i prezzi di carbone, minerale di ferro e metalli di base, con un impatto positivo sul settore dei materiali.Alla fine del 2016, l’OPEC e i russi hanno stretto un’alleanza che ha ridotto la produzione petrolifera mondiale immessa sul mercato di 1,8 milioni di barili al giorno (bg). Di nuovo, si tratta di una situazione senza precedenti. Negli ultimi 40 anni i tentativi fatti dall’OPEC di ottenere la cooperazione della Russia sui tagli all’offerta erano sempre stati vani.
L’esperienza del periodo di oltre un anno appena trascorso dimostra che stavolta è diverso. L’OPEC e la Russia hanno iniziato a ridurre la produzione alla fine del 2016 e, alla luce di quanto avvenuto nel 2017, è probabile che manterranno il mercato in equilibrio anche nel 2018. Il coordinamento tra i due appare decisamente solido.
Il settore delle materie prime non ha mai dimostrato tanta disciplina nel limitare la nuova produzione a fronte della stabilizzazione o persino dell’aumento dei prezzi. Questo rigore giunge in una fase in cui la crescita globale sincronizzata dei mercati emergenti e sviluppati sostiene la domanda delle principali materie prime. Semmai, si assiste a un’accelerazione della domanda nei mercati emergenti, dove l’indebolimento del dollaro ha favorito l’aumento dell’indebitamento, la crescita e gli investimenti.Permangono tuttavia aree di incertezza e potenziale volatilità. I dazi su acciaio e alluminio annunciati dall’amministrazione statunitense non hanno avuto di per sé ricadute significative sui prezzi delle commodity nel medio termine. La situazione è destinata a cambiare a fronte delle ritorsioni e della guerra commerciale innescata dalle misure protezionistiche americane.

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Mercati materie prime

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

I prezzi del petrolio tendono a salire. Con molta probabilità, nei prossimi mesi si porteranno intorno a 92 dollari per barile rispetto agli attuali 86,6. E’, in pratica, aumentata la domanda e contratta l’offerta. Questo accade sia nelle economie dell’Ocse che a quelle non appartenenti all’organizzazione e all’agenzia internazionale per l’energia. C’è comunque da rilevare che l’insufficiente offerta sul mercato dipenda soprattutto da un elevato margine di capacità inutilizzata e che ci sia a monte una regia che tende a tenere sulle corde i prezzi del petrolio per evitare che si abbassino entro certi limiti. Vi fanno il paio i prezzi delle materie prime non energetiche. Anch’esse sono in ascesa alimentati dai rincari dei prodotti alimentari e dei metalli. Qui parliamo per la fine del corrente anno di un rapporto in crescita su base annua del 24%. Se da questo osservatorio guardiamo al futuro dobbiamo arguire che la crescita mondiale dovrebbe mantenersi a livelli alquanto modesti. Ancora una volta dobbiamo registrare tensioni in alcuni segmenti dei mercati finanziari che faranno leva proprio sugli aumenti del petrolio e delle altre materie prime e da spinte protezionistiche da parte delle aree più deboli a livello globale. (A.R.)

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Inflazione sulle materie prime

Posted by fidest press agency su martedì, 6 aprile 2010

Stupirsi per la nuova ondata di aumenti dei prezzi delle materie prime dimostra che, dal fallimento della Lehman Borthers in poi, si è sognato ad occhi aperti. Giustificare la recente impennata inflazionistica con una fantomatica “ripresa” o con la corsa e la sete del cavallo cinese vuol dire perseverare nell’irresponsabilità.   L’impennata dei prezzi delle materie prime ha solo un nome: speculazione. Come a vecchi tempi. Dovrebbe essere chiaro che se il sistema viene inondato di liquidità senza che nel frattempo si siano costruiti argini forti per incanalarla, essa prima o poi si riverserà dove può determinare alti ritorni di profitto, anche a spese dell’intera economia.  Il solo costo del salvataggio bancario in America è costato 2.500 miliardi di dollari. Il costo totale della crisi per Washington oscilla tra i 3.500 e i 5.000 miliardi di dollari. Quanto la seconda guerra mondiale in dollari attuali!. Allora quei soldi andarono nella produzione bellica, oggi questa bomba-carta di liquidità è rimasta nei mercati della finanza e nel sistema bancario. Nel contempo si sono registrati il crollo del commercio mondiale che oggi varia tra il 16 e il 20% e il crollo della produzione industriale di tre, quattro volte superiore in misura percentuale alla riduzione del Pil.
A nostro avviso la recente spinta speculativa sulle materie prime non è il risultato della “magia del mercato” ma la decisione della finanza di sfidare in anticipo il sistema politico che continua a parlare di riforme globali ma fatica a realizzarle.   La stessa amministrazione Obama ne è consapevole e denuncia le grandi banche e le finanziarie americane che stanno spendendo 1,4 milioni di dollari al giorno per operazioni di lobbying al fine di  “spegnere la volontà politica di cambiamento”.  Per deragliare il treno delle riforme si tenta di provocare  preventivamente un’ondata di inflazione che crei una situazione di emergenza e quindi la possibilità di ricatto, come nella crisi bancaria.   Giocare adesso con l’inflazione dei prezzi delle materie prime significa innescare una nuova crisi, forse peggiore di quella che abbiamo sperimentato, perché va a stravolgere il sistema produttivo e la precaria stabilità sociale.   Recentemente in Messico al Forum Internazionale dell’Energia il segretario generale dell’OPEC, Abdallah Salem el-Badri ha dichiarato:” Alla fine del 2008 i prezzi del petrolio sono sfuggiti a ogni controllo a causa della speculazione, oggi dobbiamo lavorare duramente per ridurre la volatilità dei mercati”.
Infatti il prezzo del petrolio non è sospinto in alto da un aumento di domanda di barili reali ma dalla crescita del mercato dei “barili di carta”. Petrolio virtuale viene scambiato nella forma di “futures” che, scommettendo sul rialzo del prezzo, ne determinano l’aumento vero.  Ma la speculazione sta generando volatilità anche sui prezzi dell’acciaio, del rame, del nickel, ecc.  Per l’economia italiana ciò potrebbe essere devastante. L’aumento medio dei costi di approvvigionamento di materie prime nel 2010 si calcola in un  più 17%, senza contare gli effetti perversi della speculazione.
Per fronteggiare “i nuovi rischi emergenti”, Obama, Sarkozy e i capi del  governo inglese, canadese e sud coreano, in quanto ospitanti passati e futuri dei summit del G20, hanno indirizzato una lettera a tutti i governi al fine di stabilire le nuove regole internazionali. Ma, mentre i tempi della loro entrata in vigore sono lontani, nel 2012, la situazione economica potrebbe precipitare ulteriormente.  Negli Usa la Commodity Futures Trading Commission  starebbe per imporre limiti ai volumi di petrolio e di altre materie prime che possono essere oggetto di operazioni finanziarie al fine di ridurre gli effetti speculativi. Il “cuore” del problema, come abbiamo da tempo evidenziato, sta però nel meccanismo dei derivati OTC che sono negoziati tra  banche e hedge fund fuori dai mercati regolamentati e quindi sottratti a ogni forma di controllo.   E’ tempo di agire. La lettera dell’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors  “Per un rinnovo del partenariato euro-americano” indica una strada che si può percorrere insieme.  (Di Mario Lettieri  Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi  Paolo Raimondi Economista)

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