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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘medici famiglia’

Convenzione, il testo di Sisac non convince i medici di famiglia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 settembre 2021

Una riforma delle cure primarie viaggia in parallelo alla trattativa sulla convenzione. Delusi dalla trattativa per il rinnovo dell’accordo dei medici di famiglia, Sindacato Medici Italiani, Cgil Medici e Simet scrivono al ministro Roberto Speranza, per far sì che il dibattito sul futuro economico e giuridico della medicina di famiglia non resti confinato al tavolo con la Sisac. Ricordano il ciclone Covid che ha fatto 170 vittime nella categoria, la carenza di giovani per il ricambio e i pensionamenti in massa, i 288 Mmg mancanti nel Bolognese, i 180 a Bergamo, i medici milanesi che assistono 2 mila cittadini l’uno. “Sarebbe necessario un investimento sul personale in termini formativi, organizzativi e contrattuali per potenziare i servizi di presa in carico – scrivono i tre sindacati a Speranza – al contrario ci viene proposta una bozza che non tiene conto delle nuove esigenze organizzative dell’assistenza territoriale e che sminuisce il ruolo dei medici sia in termini professionali che economici”. Il testo di Sisac “prevede l’abolizione di alcune indennità di funzione, non tiene conto degli sforzi organizzativi messi in campo dai medici, non incentiva le nuove generazioni, non prende in esame la necessità di nuove tutele né incentiva le pari opportunità, considerando che il 50% dei professionisti è rappresentato da donne”. Di qui l’appello al ministro a “rilanciare la medicina generale a partire da un contratto innovativo da un punto di vista organizzativo e dignitoso da un punto di vista economico”. E dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che “non può ridursi solo a un finanziamento per la costruzione di nuove strutture”. Con i leader Smi Pina Onotri e Simet Mauro Mazzoni, il segretario nazionale Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn Andrea Filippi ha firmato la lettera e spiega che si tratta di un’apertura al Ministro, «in un contesto frammentato, nel quale vogliamo comunque evitare si inneschino contrapposizioni. Le regioni hanno all’improvviso accelerato per la firma di un accordo nazionale che noi sollecitavamo da anni ma il cui impianto ora è superato, perché fermo alla sanità pre-Covid; bisogna guardare alla proposta di riforma di assistenza territoriale e cure primarie che Ministero della Salute e Regioni in Agenas stanno elaborando, legata al PNRR. Anziché soffermarci sugli articoli di un testo “vecchio” sarebbe bene capire quale sarà la collocazione dei medici di famiglia, guardia, 118, pediatri e specialisti convenzionati».Ci sono dei segni per cui tutti i convenzionati potrebbero essere indirizzati alla dipendenza? «Secondo Fp-Cgil – spiega Filippi – i professionisti e i servizi dovrebbero ruotare intorno alle esigenze dei pazienti; come servizio la medicina generale deve fare rete con altre professioni evitando di rimanere isolata. Per noi la dipendenza è il passaggio più semplice per rendere più governabili i sistemi di assistenza territoriale. Ma attenzione, alcune regioni pensano ad un cambio di contratto senza voler affrontare un loro difetto nel governare il sistema. È più importante organizzare bene i servizi dove il medico esercita che trasformarlo in dipendente. Questo, al di là del fatto che la dipendenza costa meno, e porterebbe subito 20 miliardi di euro alle casse dell’Inps, risanandolo, e ponendo fine alla cassa parastatale Enpam e alle doppie cariche di sindacalisti-ordinisti-membri di CdA. Un tema da affrontare con un referendum nella categoria». Cosa vuol dire che le regioni devono governare bene i propri servizi? «Le elaborazioni del PNRR fin qui cercano di equilibrare varie ipotesi regionali per avere un maggior controllo sulle sanità territoriali. Si valutano possibili evoluzioni del rapporto dell’attuale Mmg (dipendenza subito o ruolo ad esaurimento per gli attuali convenzionati ndr) ma non si esplicita un problema a nostro avviso centrale: i servizi territoriali devono avere un datore di lavoro e lo stato deve offrire in tutto il Paese un sistema integrato omogeneo. L’assenza di una catena di comando si è vista durante i picchi del Covid-19 e ha penalizzato la medicina di famiglia. Se le Asl si riappropriano del loro ruolo organizzativo, i servizi riguadagneranno priorità e – credo – qualità, e poco importa che il medico sia convenzionato o dipendente perché il servizio funzioni ed egli stesso sia più soddisfatto» In Lombardia qualcuno evoca una terza via alla dipendenza: case della salute ed ospedali di comunità – che possono essere società private – potrebbero assumere gli ex medici convenzionati come dipendenti. «La Lombardia anziché modificare i rapporti di lavoro apre a forme di accreditamento di privati. A nostro avviso la riforma sottesa dal PNRR dovrebbe consentire in tutta Italia alle Asl di evitare esternalizzazioni di servizi. I cittadini peraltro vanno avvertiti, come Cgil li incontreremo in giro per l’Italia, a partire dal 7 ottobre a Roma, al Centro Congressi Frentani, per spiegare che dietro il “privato” c’è il “profitto”, un obiettivo che prima o poi condiziona l’offerta di servizi ed intacca il diritto del cittadino a fruire persino dei livelli essenziali di assistenza. Invece di esternalizzare, le Asl – partecipate dai cittadini con i loro bisogni – dovrebbero da una parte riappropriarsi, attraverso i distretti, del ruolo di programmazione e committenza di prestazioni, e dall’altra dovrebbero mettere in condizione di ben lavorare i sanitari che, legati ad esse con un rapporto di dipendenza o di subordinazione, erogano prestazioni ai cittadini-pazienti. Soluzioni alternative che mischiano le carte impediscono forme di controllo sugli operatori e non vanno verso l’equità nell’accesso ai servizi». Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Covid-19, ecco le procedure per i medici di famiglia su gestione domiciliare dei malati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 dicembre 2020

Assenza «di fattori di rischio aumentato come patologie tumorali o immunodepressione», con «sintomatologia simil-influenzale, astenia, ageusia disgeusia, anosmia». Questi, i casi in cui i pazienti Covid «a basso rischio» possono essere curati a casa dai medici di famiglia. È quanto contenuto nella circolare del ministero della Salute ‘Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2’, trasmessa ai medici e ai professionisti sanitari interessati, oltre che alle istituzioni di riferimento. Il documento, redatto «al fine di fornire indicazioni operative tenuto conto dell’attuale evoluzione della situazione epidemiologica sul territorio nazionale», è firmato dal direttore generale Prevenzione del ministero, Giovanni Rezza, e dal direttore generale Programmazione sanitaria, Andrea Urbani. Il testo dà indicazioni sia sul tipo di pazienti Covid-positivi che possono essere assistiti a casa da medici di famiglia e pediatri di libera scelta, sia sugli strumenti e i farmaci che possono essere utilizzati. Con la circolare si danno indicazioni a livello nazionale, superando quelle che alcuni Ordini territoriali dei medici avevano già messo a punto e diffuso. Nel documento si sottolinea che, «per ridurre la pressione sulle strutture di Pronto soccorso e poter mantenere negli ospedali tutte le attività ordinarie, è opportuno che il personale delle Usca», le Unità speciali di continuità assistenziale, «operi in stretta collaborazione fornendo supporto ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta». Il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta assiste il paziente con sintomatologia lieve «coadiuvato da un membro della famiglia. Una valutazione del contesto sociale (condizioni domiciliari generali, presenza di caregiver) deve, pertanto, essere parte essenziale dell’iniziale valutazione», si legge nella circolare. Inoltre, «i pazienti e i membri della famiglia dovranno essere educati in merito all’igiene personale, alle misure di prevenzione e controllo delle infezioni, e a come correttamente approcciare una persona con infezione da Sars-CoV-2 in modo da evitare la diffusione dell’infezione ai contatti». Il medico di famiglia o il pediatra «deve anche rilevare la presenza di eventuali fattori che possano rendere il paziente più a rischio di deterioramento e, in particolare, è fondamentale considerare e documentare la presenza di comorbosità». La circolare, inoltre, indica sul piano tecnico che, «per rendere omogenea e confrontabile la valutazione iniziale del paziente è, importante utilizzare uno score che tenga conto della valutazione di diversi parametri vitali. Uno degli score utilizzabili, anche al fine di adottare un comune linguaggio a livello nazionale, è il Modified Early Warning Score, il quale ha il pregio di quantificare la gravità del quadro clinico osservato e la sua evoluzione, pur dovendosi tenere in conto eventuali limiti legati, per esempio, alla valutazione dello stato di coscienza in soggetti con preesistente deterioramento neurologico».La circolare sottolinea che, «anche in occasione di questa seconda ondata pandemica, esiste la necessità di razionalizzare le risorse al fine di poter garantire la giusta assistenza a ogni singolo cittadino in maniera commisurata alla gravità del quadro clinico. Una corretta gestione del caso fin dalla diagnosi consente di attuare un flusso che abbia il duplice scopo di mettere in sicurezza il paziente e di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso». I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, «grazie alla presenza capillare nel territorio e alla conoscenza diretta della propria popolazione di assistiti, sia in termini sanitari che in termini sociali», devono collaborare con le Unità speciali di continuità assistenziale e con «eventuali unità di assistenza presenti sul territorio, un ruolo cruciale nell’ambito della gestione assistenziale dei malati Covid-19» per diversi aspetti. (fonte doctor33)

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Dalla Bcc dispositivi di protezione per i medici di famiglia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 novembre 2020

Cinque mila euro alla cooperativa medica Gst per l’acquisto dei dispositivi di protezione individuali necessari per l’imminente campagna vaccinale e saturimetri da distribuire ai soci iscritti alla mutua della banca. Sono queste le prime iniziative messe in campo dalla Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate per sostenere la lotta contro la pandemia e la battaglia in prima linea della Gst, cooperativa che raggruppa circa 200 tra medici di famiglia e pediatri di libera scelta che operano tra l’Altomilanese e la provincia di Varese. «Già durante il primo lockdown avevamo fatto donazioni agli ospedali del territorio, ai medici e ai pediatri di base e alle associazioni impegnate a risolvere le urgenze delle famiglie più bisognose -commenta il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, Roberto Scazzosi-. E ora che la seconda ondata del Covid-19 ci sta nuovamente mettendo a dura prova dal punto di vista sanitario, della tenuta sociale e sotto il profilo economico, abbiamo deciso di scendere nuovamente in campo. Al di là di ciò che stiamo facendo sul fronte del credito alle imprese e alle famiglie, che è la nostra missione principale, siamo convinti che è ancora il momento di stare vicini e di sostenere lo sforzo di chi combatte in prima linea per la nostra salute. Agli ospedali, strutture e strumenti sono arrivati. Chi, invece, continua ad avere una profonda carenza di risorse sono i medici e i pediatri di base, che rappresentano il primo punto di riferimento per le famiglie. Inoltre, è determinante fornire alle famiglie strumenti per aiutare i medici nel loro lavoro: in ogni casa ci dovrebbe essere un saturimetro, perché la mancanza di questo semplice, ma efficace e necessario strumento diagnostico, spesso non permette ai medici di base di effettuare un’anamnesi completa e di diagnosticare per tempo importanti complicanze, come la polmonite».

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Screening personale scolastico, su adesioni Mmg vs insegnanti

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2020

Medici di famiglia divisi su mancati compensi «Un terzo dei docenti diserta lo screening». «Non è vero, dal medico di famiglia ci andiamo ma ci rifiuta il test dicendo che non serve, o che ha paura del contagio o gli mancano i dispositivi di protezione». Tra medici di famiglia e personale scolastico è tempo di accuse. Beninteso, sia per chi lo pratica sia per chi vi si sottopone, l’adesione al test sierologico pungi-dito volto a verificare l’incidenza del coronavirus a scuola è volontaria. Dopo Ferragosto, molti docenti e personale ATA hanno chiamato il curante per un appuntamento senza aspettare una sua telefonata, ma un 30-35% manca all’appello. Quanto ai medici di famiglia, la richiesta del Ministro della Salute Roberto Speranza e del commissario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri di uno screening gratuito entro il 7 settembre ha spaccato la categoria: ha detto sì il sindacato maggioritario Fimmg per «garantire ai cittadini la migliore assistenza possibile di una medicina generale pubblica nel suo senso di appartenenza al Servizio sanitario nazionale». No invece da Snami e Smi. E rilievi da Fismu-Intesa sindacale, sigla il cui il segretario Francesco Esposito invita ad effettuare i test a scuola, assumendo medici precari. Il resto dei sindacati si divide su gratuità, oneri, rischi.
Niente retribuzione – A livello nazionale, lo screening non comporta compensi, né è previsto in convenzione. Angelo Testa, presidente Snami, osserva che «non si lavora gratis, ed eventuali nuove incombenze vanno concordate nei tavoli istituzionali. Per noi, i test sierologici per il Covid vanno effettuati dall’igiene pubblica e dai laboratori di analisi». Snami però denuncia anche in queste ore che in alcune regioni (Sardegna) sarebbero arrivati esposti alle Asl contro i medici non aderenti. «In caso di contenzioso la posizione del medico sarà difficilmente difendibile per violazione del codice deontologico… ma che “ci azzecca” il codice con una libera scelta individuale?» Snami chiede al presidente degli Ordini Filippo Anelli di prendere posizione. Peraltro, il sindacato degli operatori scolastici Anief, denuncia che qualche medico dopo aver aderito starebbe chiedendo un compenso per l’attività reputandola extra convenzionale.Costi burocratici – E’ vero che i kit sono forniti dai Distretti o direttamente ai Mmg aderenti alla campagna spesso tramite i coordinatori delle aggregazioni che li distribuiscono insieme ai dispositivi di protezione. Ora, già sulla fornitura dei DPI ci sarebbero disparità tra regioni, denunciate dal presidente degli ordini Filippo Anelli («mi è stato raccontato di pacchi di guanti da 100 divisi e contati, uno ad uno, nella distribuzione a medici di famiglia, come se si temesse di eccedere»). Quanto ai test, sulla carta il Ministero della Salute quantifica in una decina di unità i test sierologici che ogni singolo medico dovrebbe effettuare . Bisogna però farli a tutti gli interessati. Il medico di famiglia può “convocare” lui gli assistiti. Nei programmi in uso è inserita l’opzione “test sierologici” che consente di scaricare i nominativi dei propri assistiti operativi nelle scuole e di salvarli in un file, per richiamarli. Il segretario Fimmg Silvestro Scotti nota un certo successo nei re-calling telefonici che potrebbero alla fine contribuire a dimezzare i mancati contatti. Pina Onotri leader Smi ricorda però che questi oneri portano via tempo prezioso di fronte all’ondata dei pazienti no-Covid che stanno recuperando gli esami, e spesso al medico di famiglia chiedono approfondimenti e terapie.Oneri imprevisti – Un ulteriore allarme lo lancia lo stesso Scotti. A regola, il medico – che può leggere l’esito del test in un quarto d’ora – non sarebbe tenuto a comunicare i risultati del test pungi-dito all’Asl, se non per il fatto che in caso di positività attiva la procedura per chiedere il tampone. Il segretario Fimmg avverte però oggi che «molti Mmg stanno ricevendo una richiesta discutibile; gli si chiede di rendicontare anche l’esito dei test negativi per rispondere a un fantomatico “debito informativo”». I medici Fimmg «non rendiconteranno due volte lo stesso dato; quando abbiamo inviato i risultati sui test fatti al Sistema TS o sistemi regionali e attivato il tampone per i pazienti con esito positivo basta fare una sottrazione e le Asl sapranno i negativi. Tutti i dati viaggiano collegati ai codici fiscali, quindi età e genere sono facilmente ricavabili dai servizi Asl».
Rischi tecnici – All’argomento secondo cui effettuare il test porrebbe a rischio contagio gli operatori dello studio e i pazienti, il numero 2 Fimmg Domenico Crisarà replica duro: «A chi lo dice andrebbe ritirata la laurea, o è in malafede o è ignorante. Stando al ragionamento, non si dovrebbe più visitare nessuno visto che molti pazienti sono asintomatici». Altro tema: il test non rileva il virus ma gli antigeni che indicano se il paziente è stato a contatto con il Covid-19. Giungono testimonianze dirette come quella del chirurgo Roy De Vita di come i test sierologici negli aeroporti stiano dando percentuali non irrisorie di falsi negativi. Anche qui da Fimmg si ribatte: lo screening mira a capire quanto ha inciso ed incide fin qui il virus nel mondo della scuola, ma non significa che i docenti & co non verranno più monitorati. Per i quesiti degli iscritti, Fimmg mette a disposizione un servizio mail all’indirizzo criticitasierologia@fimmg.org Mauro Miserendino (Fonte: Doctor33)

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Medici di famiglia dipendenti Ssn, una proposta in cinque step

Posted by fidest press agency su martedì, 26 Maggio 2020

I medici di famiglia possono dipendere dal Servizio sanitario nazionale, e la loro dipendenza può essere sostenibile giuridicamente, economicamente e nei fatti, anche se a precise condizioni. Lo sostiene Spazio Aperto, un think-tank di innovazione sociale composto da professionisti di estrazione pubblica e privata, provenienti anche dal mondo della sanità e dell’economia, che ha elaborato un documento sull’inquadramento del medico di famiglia. Una proposta in cinque punti, cui si lavora da inizio anno, ben prima che il decreto rilancio rivoluzionasse la medicina del territorio con l’iniezione di 9600 mila infermieri di famiglia. Primo argomento (https://www.spazioaperto.org/medici-di-base), il medico in formazione viene assimilato agli altri medici partendo dalla scuola di specializzazione: un percorso universitario quadriennale potrà garantire una più ampia formazione. Il corso sarebbe tripartito, una parte teorica universitaria, una presso un tutor medico di medicina generale e una terza di tirocinio pratico anche in ospedale. Una volta specializzato, il Mmg – seconda proposta – passerebbe alla dipendenza, ma non delle regioni, bensì del Ministero della Salute, come livello assistenziale nazionale. Per convergere sugli obiettivi comuni di sanità pubblica, i medici sarebbero raccordati alle regioni e alle direzioni generali Asl da un organo di coordinamento. Terza proposta, avrebbero uno stipendio con quota fissa e quota variabile legata alla produttività, misurata in termini di stato di salute (quali-quantitativi) dell’assistito e di capacità di agire in team secondo parametri nazionali uniformi. Tra questi ultimi: indicatori di processo ed esito nelle cronicità, adesioni agli screening, ricoveri evitati. Sarebbe previsto un premio per l’over-performing. E pure ferie, maternità, malattia. E gli orari? La quarta proposta prevede un monte-ore minimo per attività ambulatoriale ed assistenza domiciliare la cui sommatoria verrebbe considerata “fruibilità minima”; al di fuori di tale orario minimo, i medici gestirebbero settimanalmente le restanti ore secondo le necessità più opportune. Infine – quinta proposta – opererebbero in équipe con specialisti, infermieri, psicologi, assistenti sociali con dotazioni messe a disposizione da Asl e Regioni, sgravati da compiti amministrativo-gestionali, in rete con l’ospedale, con software dedicati per la gestione dell’assistito e delle cronicità, supporto amministrativo e referente sociale. Gli autori del documento credono che i 235 milioni stanziati dalla Finanziaria 2020 per le diagnostiche di studio siano un buon inizio, ma ora serve un investimento informatico a livello nazionale per una rete da finanziarsi tramite risorse di programmi europei, incluse le misure straordinarie conseguenti all’emergenza Covid-19.Non è facile persuadere un medico di assistenza primaria che con orgoglio rivendica di essere libero professionista, “terzo” tra sanità pubblica e paziente, quasi “avvocato” di quest’ultimo di fronte alla giungla del servizio sanitario, e più costoso per il sistema tra oneri di studio, infermiere, maternità etc. «In realtà il modello di un medico soltanto integrato nell’Asl non è perseguibile – replica il presidente di Spazio Aperto Marco Martellucci – le aziende sanitarie non dispongono infatti di strutture territoriali capaci di garantire la necessaria capillarità sul territorio. E del resto, la medicina territoriale è la spina dorsale dell’assistenza al cittadino, come ha dimostrato la gestione del Covid-19 (anche con i suoi problemi), perché il medico è vicino a tutti e non può restare chiuso esclusivamente nei locali Asl. Pertanto, i Mmg manterrebbero la loro organizzazione logistica così come attualmente prevista, in stretto coordinamento con la Asl. Nel nostro modello, costruito secondo i dati disponibili in rete, si prevede un contratto basato su un’attività minima predeterminata ripartita tra ambulatorio e assistenza domiciliare, consentendo comunque margini di auto-organizzazione. Il vantaggio dello stretto coordinamento con la Asl sarà quello di poter condividere i percorsi di cura con gli specialisti del Ssn nell’assistenza al paziente».
Qui guiderebbe il concetto di dipendenza: da una parte, gli ospedalieri, dalle regioni, dall’altra, i Mmg, dal Ministero della Salute, un po’ come se fossero un’estensione diretta di questo con 45 mila sentinelle sul territorio, coordinati a livello locale da consulte che assicurerebbero il legame con il resto del personale sanitario. Ricada su “Roma” o sulle Regioni, il costo del singolo Mmg dipendente parrebbe comunque più alto di oggi: non si sta per caso puntando sul fatto che saranno sempre meno? «Di qui al 2028 dei medici di famiglia usciti dalla professione per raggiunti limiti d’età, 20-22 mila secondo i numeri Fimmg non saranno rimpiazzabili – ammette Martellucci – il che significa un carico di lavoro maggiore ossia, se i numeri saranno confermati, circa 1900 assistiti in media a testa. Aumenterà il massimale, il carico di lavoro. Insostenibile per l’attuale modello “in solo”. In questo scenario il ruolo dell’infermiere di famiglia sarà sicuramente fondamentale per la gestione degli assistiti. Sicuramente la nostra futura sanità dipenderà anche dalla capacità di lavorare in team di queste nuove figure con il Mmg per realizzare gli obiettivi nazionali di salute pubblica. Serve integrare i sistemi sotto l’egida unica del Ssn. La tematica è di sicuro rilievo e di interesse nazionale». (fonte: doctornews)

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Medici di famiglia verso la dipendenza?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 Maggio 2020

I sostenitori dell’ipotesi sono molto accesi ma in passato non sono sembrati una marea. Dopo il Covid-19 qualche muro potrebbe essere stato abbattuto. La richiesta è stata fatta in passato dal Veneto (tesi: costerebbero meno) e ora dalla Lombardia. La giunta di quest’ultima regione dopo il Covid ha redatto un documento in cui chiede al governo l’autonomia per un contratto sulla falsariga di quello dei medici ospedalieri a medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che supererebbe l’accordo nazionale. Il segretario Fimmg lombardo Paola Pedrini replica: il passaggio alla dipendenza fa venir meno il rapporto di fiducia tra medico e paziente. E poi, la dipendenza «comporterebbe almeno un raddoppio dei costi attuali per gli oneri riflessi, l’obbligo per la Regione di fornire idonei locali e strutture, di fornire infermieri e amministrativi a sue spese e non solo un modesto e parziale rimborso come ora». La Regione dovrebbe inoltre garantire i turni, «non potrebbero essere di certo di 12 ore al giorno».È invece pro-dipendenza Cgil Medici (che con Cisl e Uil ha firmato il protocollo post-Covid sulla sicurezza degli ospedali); il segretario Andrea Filippi riflette: se ospedale e territorio non si parlano è anche per colpa di una mancata omogeneità dei contratti, ne servirebbe uno unico. Rincara la dose un documento del Tribunale dei Diritti e Doveri del medico abruzzese, firmato da Florindo Lalla e Lucio Zinni secondo cui lo stato di dipendente del mmg sarebbe già sancito dal decreto legge Cura Italia appena convertito, quando recluta i mmg per l’emergenza (articolo 2 quinquies), o recepisce l’istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale «che tolgono al medico di medicina generale una parte di assistenza domiciliare». Gli stessi decreti regionali istituiscono consulto telefonico, teleconsulto, prescrizione farmaci senza visita stravolgendo le modalità di lavoro del medico senza accordo preliminare tra parti. Per Lalla e Zinni, il passaggio a dipendenza – pur non essendo la panacea di tutti i mali – potrebbe migliorare l’erogazione delle cure territoriali, oggi mal utilizzate perché avulse da una struttura di sanità pubblica aziendalizzata come l’attuale. «Gli studi del mmg, definiti “presidi del Ssn”, in realtà sono “studi privati aperti al pubblico” sotto esclusiva responsabilità del professionista che non godono di tutele lavorative aziendali (ad esempio, quelle Inail su cui peraltro ci sono aperture dall’Istituto). E ancora, il rapporto di para-subordinazione del mmg, «retaggio delle mutue ante 1978, diviene anacronistico di fronte ad organizzazioni complesse delle Cure Primarie (Aft, Uccp, Ospedali di comunità, Team)». Nell’accordo nazionale alcune sigle chiedono ferie e malattia per il mmg e di riflesso per il personale di studio. «Lo stesso finanziamento delle Cure primarie, che ricade tutto su una quota derivante dalla remunerazione del mmg, è fuori d’ogni logica, come se un chirurgo dovesse far fronte alle esigenze della sala operatoria con proventi del proprio stipendio». Sul passaggio a dipendenza Fimmg nazionale torna ora con il segretario Silvestro Scotti che a margine della presentazione del Protocollo per gli ambulatori medici nella gestione Covid fase 2 ha sottolineato come «non si diventa parte del sistema attraverso la contrattualità ma attraverso la responsabilità professionale, il ruolo e i compiti che dalla convenzione derivano. (Basta) saper usare lo strumento convenzionale a livello nazionale, regionale e aziendale, come si sta rendendo evidente su molte iniziative di eccellenza anche su emergenza Covid-19 partite proprio dalla medicina generale e presenti nei territori più colpiti». Tra gli altri sindacati, Snami da sempre difende l’autonomia della professione. Di recente il presidente Angelo Testa ha detto il suo «No ad un accordo in cui il rapporto di lavoro comprenda obblighi simili a quelli della dipendenza senza i benefici della stessa». Invece il Sindacato Medici Italiani -oltre a chiedere con forza il passaggio a dipendenza dei medici del 118 – da tempo si batte per l’adozione in convenzione di istituti più tipici del contratto “ibrido” dei medici specialisti ambulatoriali Asl come ferie, maternità, malattia. Per il presidente Fnomceo Filippo Anelli la chiave per avvicinare la sanità al cittadino e garantire efficienza non è il tipo di strumento contrattuale, ma sono le risorse messe a disposizione dei medici. «Nel gestire la pandemia l’errore è stato lasciare i generalisti senza indicazioni univoche, privi di protezioni e strumenti adeguati e, soprattutto, della facoltà di prescrivere tamponi e farmaci. Se oggi le risorse per rilanciare la medicina del territorio ci sono, si utilizzino subito per mettere i medici nelle condizioni di lavorare in equipe con infermieri e collaboratori di studio». Anelli lancia una proposta: si potrebbe affidare ai professionisti la governance delle strutture sanitarie una volta definiti obiettivi di salute, da programmare magari con i comuni, in linea con la legge 833/78 istitutiva del Ssn. (by Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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“Medici di famiglia, pediatri di libera scelta e farmacia: per una medicina territoriale efficace”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 Maggio 2020

“Siamo entrati nella fase 2 della pandemia COVID19 e dal punto vista della medicina territoriale dobbiamo fare tesoro dell’esperienza appena fatta nella fase acuta dove, la Campania ha dato risposte positive. Da questa esperienza, nella regione Campania sta crescendo una medicina territoriale ancora più forte, dove vi è tutto il comparto sanitario coinvolto, dal medico di medicina generale al pediatra di libera scelta e al medico di continuità assistenziale, al fine di consentire ad ogni singolo cittadino campano di essere al centro del sistema cura. E’ stato approvato dalla Regione Campania un piano di presa in carico assistenziale, elaborato dall’Unità di crisi, per i pazienti COVID trattati a domicilio, che vede anche qui coinvolte tutte le figure professionali: dal medico di medicina generale, agli specialisti ambulatoriali, l’USCA e i farmacisti, attraverso una piattaforma informatizzata regionale che permetterà le migliori azioni da porre in essere per la Fase 2”, dice Enrico Coscioni, Consigliere del Presidente della Regione Campania per la Sanità. “La terribile esperienza del Covid-19 conferma l’importanza di un servizio sanitario territoriale capillare, basato sulla rete dei medici di medicina generale e su quella delle farmacie, che consenta di spostare l’assistenza sul territorio ogniqualvolta sia possibile, lasciando gli ospedali ai malati con acuzie e mantenendo anziani e fragili a casa, lontano da fonti di contagio”. Spiega Roberto Tobia, Segretario Nazionale Federfarma “Questo è reso possibile anche grazie all’innovazione tecnologica e alla telemedicina. Si conferma quindi la necessità di un crescente coinvolgimento nell’organizzazione del servizio sanitario della farmacia, istituzione che in queste lunghe settimane di epidemia sta dando un contributo notevole alla tutela della salute della popolazione: informa, rassicura, fa argine a un accesso improprio ai pronto soccorso, permette ai cittadini di avere sotto casa (o anche a domicilio se necessario), senza spostamenti, farmaci solitamente da ritirare nelle strutture pubbliche. Permette anche di accedere comodamente a servizi aggiuntivi di alta valenza sociosanitaria quali telemedicina, appunto, test diagnostici di prima istanza, screening di prevenzione, ecc.”, conclude Tobia. “L’emergenza Covid ha accelerato il cambiamento in alcuni ambiti nei quali c’era un’evoluzione già in atto, ma ancora molto lenta. Negli ospedali abbiamo realizzato in pochi giorni interventi che in tempi normali avrebbero richiesto mesi e analogamente abbiamo dovuto e dovremo aggiornare anche le modalità di erogazione di alcuni servizi. Penso ad esempio alla gestione dei pazienti cronici: in ULSS 8 Berica, come in tutto il Veneto, avevamo già intrapreso un percorso per favorire una presa in carico senza ricorrere all’ospedale, attraverso l’ADI e le Medicine di Gruppo Integrate. Oggi, di fronte alla necessità di un controllo più rigoroso degli accessi negli ospedali, puntiamo a proseguire su questa strada anche ricorrendo alle nuove tecnologie. Già durante il lockdown alcuni nostri reparti hanno svolto a distanza, mediante telefono e videochat, le visite di controllo e la verifica dei piani terapeutici. Un cambiamento epocale che è stato subito accolto con ottimi riscontri sia dal personale sanitario sia dai pazienti”, racconta Giovanni Pavesi, Direttore Generale ULSS 8 Berica.

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Medici famiglia: La gestione dei pazienti sarà diversa negli studi condivisi

Posted by fidest press agency su sabato, 16 Maggio 2020

A seconda se i medici abbiano turni differenti o siano compresenti: nel primo caso va prestata attenzione a utilizzare i medesimi protocolli di sanificazione e a separare gli indumenti di lavoro, nonché ad avvisare per eventuali ritardi o spostamenti di orario. Nel secondo caso l’attenzione si sposta sul distanziamento dei pazienti dei due medici compresenti una volta che arrivano in sala d’attesa, sulle misure anti-affollamento e sulla necessità di uniformare i tempi di visita. Va privilegiato il contatto a distanza nel maggior numero di casi compatibile con la necessità di dare risposte efficaci; prima e dopo ogni visita il medico deve lavare le mani, indossare non solo mascherina ma potendo visiera od occhiali protettivi, guanti monouso, e preparare le attrezzature prima di ogni visita per appuntamento, coprendo sempre se può le superfici venute a contatto con il paziente. Ecco quindi le regole per l’ambulatorio Covid: in situazioni dubbie prima di indicare l’appuntamento il medico valuta le circostanze e se del caso riferisce il paziente all’Asl per la sorveglianza o al protocollo di attivazione dell’Unità speciale di continuità assistenziale. Ogniqualvolta abbia di fronte, in modo imprevisto, un paziente che valuta potenzialmente contagioso, il medico lo invita a tornare a casa e attiva la quarantena prevista dai protocolli, sospende l’attività ambulatoriale, annota le persone che potrebbero essere venute a contatto con lui e dà indicazioni al personale di sanificare il locale. Le misure di sanificazione passano per l’aerazione di locali chiusi, la disinfezione con ipoclorito di sodio 0,1-0,5%, oppure etanolo 62-71%, o perossido di idrogeno 0,5%; se c’è stato paziente Covid è d’obbligo sanificare le superfici con ipoclorito di sodio 0,1% dopo accurata detersione. Quanto ai Dpi, ogniqualvolta si valutano le vie respiratorie di un paziente per sospetta infezione serve mascherina Ffp2 o Ffp3 e protezione degli occhi oltre a guanti in lattice o nitrile e camice monouso. Va aggiornato il documento di valutazione del rischio con idonea informazione al personale. ( by Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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Medici di famiglia: ecco il documento per gestire gli studi nella fase endemica

Posted by fidest press agency su sabato, 16 Maggio 2020

Un conto è gestire i pazienti nell’emergenza pandemica, un altro quando il coronavirus è diventato endemico e può colpire alle spalle in modo inatteso e a dispetto delle statistiche. A marzo la Fimmg ha varato il documento sulla gestione del triage telefonico dei soggetti Covid, e ad aprile le linee guida per la Fase 1, dove detta i criteri per segnalare pazienti sospetti ai servizi di prevenzione Asl e per distinguere possibili Covid-19 dai “normali” influenzati con prove di respirazione e conta dei respiri al minuto. Ora arriva un Protocollo per la gestione post-emergenza Covid-19 a beneficio di tutti gli studi di medicina generale. Un documento in sei capitoli con altrettanti protocolli: per il personale di segreteria, per i percorsi “sporco” e “pulito”, per la gestione dei pazienti in sala d’attesa, per l’ambulatorio medico, per la sanificazione e per l’uso di dispositivi di protezione. Un testo che, come ricorda il segretario nazionale Fimmg Silvestro Scotti, con i documenti precedenti costituisce un corpus di procedure connaturate a ciò che «la medicina generale, ritiene suo ruolo e responsabilità». Vediamo da vicino le regole. Intanto, l’assistente di studio non prende i dati clinici ma identifica il paziente, dà orario ed informazioni su come accedere in studio (se non ha mascherina gli va consegnata con i guanti, non possono entrare altri con lui a meno non sia disabile, deve disinfettarsi le mani con soluzione idroalcolica 70%). Ove possibile, il bancone va protetto con schermi trasparenti, non ci devono essere riviste in sala d’attesa, è necessario il distanziamento a costo di rendere inagibili con nastro adesivo alcune sedie, sempre dispenser a disposizione per le mani. Ove non due locali distinti, ci devono essere due armadi distinti per attrezzatura “sporca” e “pulita”; vanno diversificati i locali per i pazienti e quelli per il personale, separati i bagni (il più possibili dotati di attrezzatura monouso e disinfettati dopo ogni utilizzo), e vanno adottate tempistiche idonee per i fornitori esterni e le consegne di materiali.

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Medici di famiglia “a mani nude” contro il virus

Posted by fidest press agency su martedì, 21 aprile 2020

«Con ruoli e sfumature diverse, Stato, Regioni, Ats hanno delle responsabilità nell’aver lasciato sguarnito il territorio durante l’epidemia, non proteggendo i medici. È vero che ogni nazione sperava di arrivare ultima nel contagio, ma in Italia c’era un piano pandemico dal 2006 e in Lombardia c’era un piano regionale per le pandemie dal 2009. C’era tutto il tempo di procurare i kit protettivi, previsti da quei piani. E i medici di famiglia sono il primo avamposto a contatto con il virus». Paola Ferrari, avvocato, referente del sindacato Fimmg sul tema Covid-19, fa il punto sulle conseguenze legali che potrebbe implicare l’aver lasciato i medici “a mani nude” contro il Covid 19.
Posto che anche i familiari dei pazienti morti, caso per caso, potranno chiedere che siano vagliate forme responsabilità in casi di gravi omissioni. Con emendamenti al decreto legge Cura Italia, in questi giorni le forze politiche da una parte stanno chiedendo lo scudo legale per il personale sanitario per tutta la durata dell’emergenza; dall’altra parte, altri emendamenti ora ritirati, hanno chiesto fino a ieri l’immunità per le strutture. «Lo scudo legale è tema delicato, che dal punto di vista delle catene decisionali riguarda non solo strutture ma più persone. Ci sono diversi livelli di responsabilità che il testo unico contro gli infortuni 81/08 pone in capo al datore di lavoro. In Lombardia – spiega Ferrari – ha pesato la mancata predisposizione di misure di sicurezza minime per proteggere gli operatori, in particolare i medici di medicina generale. Che sono liberi professionisti convenzionati e non dipendenti del Servizio sanitario, ma hanno un rapporto di lavoro coordinato e continuativo con l’Agenzia di tutela sanitaria, e in quanto presìdi del Ssn vanno protetti. Non lo sono stati. E ciò benché fossero il primo baluardo contro un’epidemia, e il piano pandemico nazionale imponesse di minimizzare il rischio di trasmissione. Necessitavano adeguati volumi di kit protettivi aggiornati, e c’era tutto il tempo di procurarli. Del resto, in vista dell’arrivo dell’influenza, l’Ats procura vaccini e mezzi di produzione per le vaccinazioni. In tv avevamo tutti visto i sanitari cinesi vestiti da “ghostbusters”, militarizzati. Chi ha inviato i medici a organizzare una prima difesa della popolazione a mani nude, ha pesanti responsabilità. Anche politiche. La riforma della sanità lombarda del 2015 non ha messo al centro l’assistenza territoriale ma ha creato tra Asst e Ats più catene di comando autonome sulla falsariga della gestione ospedaliera». Accanto alla mancata dotazione di Dpi, c’è un altro elemento che ha peggiorato la situazione epidemica, stavolta da far risalire alla catena di comando nazionale. «Nel triage per scoprire il contagio è stato inserito il criterio della provenienza dalla Cina. La Lombardia ha 3 aeroporti internazionali, densità di 400 abitanti al km quadrato e di 17 mila a Milano, e per giunta da dicembre c’era un boom di polmoniti. Tanto bastava per far scattare quantomeno l’acquisto dei dispositivi, previsti dal Testo Unico 81/08 nella procedura di valutazione del rischio biologico nonché dalle misure di sicurezza pubblicate da Inail. È vero, l’Oms ha indicato le mascherine chirurgiche per le procedure a rischio, in tutto il mondo c’è stata sottovalutazione sul momento, ma noi le linee guida le avevamo e dovevamo rispettarle».
Intanto la Ragioneria dello Stato ha negato l’equiparazione dei medici convenzionati agli ospedalieri per l’accesso ai dispositivi di protezione. «Voglio pensare che la Ragioneria non si occupi di affrontare pandemie. In guerra non hai problemi contabili, hai un nemico e devi essere equipaggiato. Stato, Regioni ed Asl non possono pensare che essendo il medico di famiglia un libero professionista potesse andare lui a comprarsi i Dpi, a sue spese e aspettando la spedizione. La convenzione prevede già il rimborso dei mezzi di produzione -dice Ferrari- dal personale di studio all’informatica.
Di più: si sarebbero dovuti prevedere kit anche per i collaboratori del medico, e un organismo di controllo per verificare se tutti gli operatori sanitari fossero dotati a sufficienza. I medici di famiglia sono presìdi del Ssn, è una qualificazione contenuta nella legge. Un presidio che costituisce il primo avamposto contro la pandemia. Ed il primo che intercetta il nemico va “armato”», senza se e senza ma». da Mauro Miserendino (fonte Doctor33)

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“Mettere i pediatri e i medici di famiglia nelle condizioni di operare in sicurezza è una priorità”

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Perché sono la prima linea di difesa delle nostre famiglie. Sono i nostri dottori di riferimento, quelli a cui ci rivolgiamo per primi quando abbiamo un qualunque sintomo di malessere. Stanno combattendo una quotidiana battaglia e, come tutto il personale sanitario, stanno pagando un prezzo altissimo all’impegno per contenere l’epidemia». Roberto Scazzosi, presidente della Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate, dopo aver acquistato un’attrezzatura urgente e necessaria per ognuno degli ospedali di Busto Arsizio, Legnano e Varese, annuncia la donazione di 5mila euro della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate alla cooperativa dei medici Gst.
«La cifra sarà destinata all’acquisto di dispositivi di protezione individuale, che sin dall’inizio dell’emergenza scarseggiano, si fanno fatica a trovare e di cui abbiamo un gran bisogno», dice Leonardo Vegetti, medico di famiglia a Legnano e presidente della cooperativa Gst, che raggruppa circa 200 tra medici di famiglia e pediatri di libera scelta che operano tra l’Altomilanese e la provincia di Varese. «Sono iniziative come questa della Bcc che ci fanno sentire la vicinanza del territorio e che, assieme alle tante manifestazioni quotidiane di stima ed affetto che ci arrivano dai pazienti, a volte anche solo con una mail o un messaggio di supporto, consolazione e fiducia, ci aiutano a superare il senso di abbandono da parte delle istituzioni -continua Vegetti-. In questo periodo stiamo facendo molta consulenza telefonica, cerchiamo di organizzare gli accessi in ambulatorio in modo da avere contestualmente il più basso numero di pazienti possibile per evitare affollamento e quindi rischio contagio e quando c’è la necessità andiamo a domicilio a vedere il paziente: è in queste occasioni che i dispositivi di protezione individuale sono ancora più necessari, tanto per noi quanto per le famiglie in cui entriamo in casa».
«La battaglia è ancora lunga e impegnativa -conclude Vegetti-. Conosciamo ancora poco del virus e l’unico mezzo per contenerlo rimane il distanziamento sociale. La speranza è che gli scienziati trovino presto una cura utilizzando farmaci attualmente in uso per altre terapie e che ci sia una progressione nella preparazione del vaccino. Quel che è certo è che bisogna stare molto attenti e prevedere un rientro ponderato alle attività comuni di tutti i giorni». «Una volta superata l’emergenza vivremo una nuova normalità -chiosa Scazzosi-, che ci richiederà una lunga “stagione di adattamento”, porterà con sé cambiamenti destinati a consolidarsi e che non avrà nulla a che fare con quella precedente».

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Medici di famiglia, ecco le categorie abilitate alla sostituzione. Il punto sui pensionati

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

«Nell’ultima convenzione hanno messo la clausola che il medico in pensione non può sostituire un medico di famiglia» lo scrive a Doctor33 un medico in pensione che accusa i sindacati. Posto che ad imporre il cambiamento non sono stati i sindacati in trattativa ma la legge, il problema sussiste ma non è insuperabile. Mentre la vecchia convenzione prevedeva all’articolo 17 che un medico pensionato potesse sostituire un medico di famiglia titolare, ora le cose cambiano. Il comma 2 punto f dell’Accordo del 2005 (i cui contenuti sono stati ripresi nel 2009) lasciava la chance delle sostituzioni a tutti i medici che fossero titolari di convenzione per la medicina generale all’atto del pensionamento.Non era incompatibile inoltre chi era già pensionato alla firma del precedente accordo nazionale del 2000, chi avesse cessato un rapporto di dipendenza al quale però era transitato dopo il 1992 partendo dalla medicina di famiglia e chi fruisse del trattamento di quiescenza del solo fondo generale dell’Enpam (pensione di vecchiaia).Questo dispositivo si è venuto a scontrare con le leggi che portano il nome dell’ex ministro della Semplificazione Marianna Madia. Il decreto legge 90 del 2014 ha vietato alle amministrazioni pubbliche di retribuire incarichi di studio e consulenza, dirigenziali e direttivi o cariche in propri organi di governo a ex dipendenti pubblici e privati collocati in quiescenza. La successiva legge 124 del 2015 ha poi distinto gli incarichi di studio e consulenza, che si possono affidare a pensionati a titolo gratuito anche per più di un anno, da quelli dirigenziali e direttivi, che invece non possono durare oltre un anno, non sono prorogabili né rinnovabili (articolo 17, ultimo comma). Sul tema ci sono anche le circolari 5/2016 e 6/2014 del ministero per la Pubblica amministrazione.
Di fronte a una norma nazionale di rango più elevato, la convenzione di medicina generale ha dovuto adattarsi. E così l’articolo 8 comma 2 del nuovo Accordo del 2018 rimanda alla normativa “vigente” per le sostituzioni di medici di famiglia con medici pensionati. Con un’eccezione: restano compatibili i medici che beneficiano delle sole prestazioni della “quota A” del fondo di previdenza generale dell’Enpam. «La pensione in quota A spetta a chi si pensiona a partire dall’età minima Enpam, che adesso è stata portata a 68 anni, a condizione abbia contribuito al Fondo. Ma l’età della pensione di vecchiaia è comunque inferiore ai 70 anni di età alla quale si lascia la convenzione», sottolinea Mauro Ucci, storico esponente del comitato centrale Fimmg e di Fimmg Toscana. «Per anni chi andava via prima perdeva la convenzione perché si riteneva che i due redditi, pensione e convenzione, fossero incompatibili. Negli ultimi anni è stato chiarito che l’incompatibilità non sussiste, si può riscattare la pensione ed esercitare. La legge lascia questa categoria l’unica abilitata alle sostituzioni».Bisogna poi distinguere tra tipologie di sostituzioni. Quelle di oltre 30 giorni richiedono l’instaurarsi del rapporto con l’Asl, mentre in quelle per meno di 30 giorni è il medico titolare ad instaurare un rapporto fiduciario con il sostituto, e non c’è rapporto con la Pa. Sotto i tre giorni, poi, non serve nemmeno la comunicazione della sostituzione all’Asl. Ricapitolando: gli ex medici di famiglia possono ancora (ma forse solo in teoria, come vedremo a breve) sostituire i colleghi titolari per assenze sotto i 30 giorni; le sostituzioni oltre i 30 giorni sono riservate ai giovani nelle graduatorie o al solo caso particolare del medico che ha lasciato la convenzione prima dei 70 anni per riscattare prima la pensione in quota A, «fermo restando – aggiunge Ucci – che i contributi in quota A si possono riscattare anche a 70 anni, al momento di lasciare la convenzione per raggiunti limiti di età, e tra l’altro in questo caso si maturano gli arretrati». In definitiva, riflette Ucci, «il problema non è tanto ciò che la nuova convenzione ha tolto, ma ciò che di fatto è stato tolto prima. Con l’informatizzazione il medico che va in pensione deve riconsegnare le credenziali personali all’Asl, e non può più accedere al sistema per fare ricette ed impegnative. Questo è il vero ostacolo sostanziale!». Mauro Miserendino – fonte: Doctor33)

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Post-laurea dei medici di famiglia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

«Da ventisette anni come Simg diciamo sì alla specializzazione in medicina generale ma la soluzione non è a portata di mano e soprattutto esclude che il problema possa essere affrontato in modo estemporaneo. Serve una soluzione legislativa, dello stesso rango normativo del decreto legge Calabria, e in parallelo occorre affrontare questi aspetti nella convenzione». Claudio Cricelli presidente della Società italiana di Medicina generale, annuncia che il tema dell’appetibilità della medicina generale, e degli esodi dalla professione, sarà affrontato al prossimo congresso Simg a Firenze. Ma è reduce dal Congresso Fimmg di Villasimius dove si è espresso in totale sintonia con il sindacato sulla necessità di una riforma del corso di formazione triennale e del diploma. Una riforma difficile perché tanta acqua continua a correre sotto i ponti, solo quest’anno il decreto Calabria ha ammesso i giovani del 2° e 3° anno del triennio a concorrere per le zone carenti e ha disposto l’ingresso nel corso di medici neolaureati senza borsa di studio. Questi ultimi dovevano essere 2000 ma le Regioni li hanno ridotti a 666. Motivo? Il corso è destinato a un “upgrade”; sono stati presentati all’ex ministro della Salute Giulia Grillo due programmi di studi, dal movimento Giotto dei giovani medici e dalla Società di medicina generale-Simg, più una serie di rilievi della Fimmg sul core curriculum della medicina generale elaborato nel 2011. Testi corposi, che a qualche regione fanno presagire costi superiori di gestione. Le stesse regioni hanno prodotto un documento contro la carenza dei medici – dove propongono la riduzione del corso di laurea in Medicina e del post-laurea e l’assunzione di neolaureati nella sanità pubblica – ma è dedicato alla dipendenza, «non che si siano dimenticati della medicina generale, c’è un passaggio ad essa dedicato – segnala Cricelli – tuttavia ancora una volta si rivela strategico, a monte, un passaggio legislativo». In questo scenario di cambiamento, dove le specializzazioni si suggerisce scendano a 3 anni e la medicina a 4, qualche voce si leva in favore dell’ “universitarizzazione” del corso. Che è un ulteriore elemento di complicazione, ma nel ragionamento ci sta. «Se non ora quando? E’ tempo di chiedere anche per la medicina generale il titolo di specialità. Dopo che i precedenti ministri Bussetti e Grillo hanno preso in considerazione la riforma del corso triennale, la categoria dovrebbe spingere il governo a pronunciarsi», riflette Francesco Carelli dell’associazione dei tutor europei di medicina generale Euract. «L’università, come avviene all’estero, potrà garantire una omogeneizzazione dei contenuti del triennio, un piano dove si indichi che cosa deve sapere il medico diplomato alla fine del corso, che cosa deve saper fare e saper vedere, quali sono le sue abilità. Beninteso, il lavoro fatto fin qui da formatori della medicina generale va premiato. Ma che ci azzeccano le regioni (e i sindacati) con il post-laurea? E’ un’anomalia italiana. Il percorso ideale? L’Università dovrebbe fare suoi i nostri core curricula che verrebbero gestiti da un dipartimento della Medicina di Famiglia. Quanto al tirocinante, parole d’ordine devono essere: meritocrazia sulla materia specifica, qualità, e vocazione». Per la verità, il dialogo tra medicina generale ed Università in alcune realtà è già partito.Facciamo un passo indietro. In Sardegna al 76° Congresso la Fimmg ha modificato lo Statuto riservando fra i quadri una presenza fissa dei giovani medici: gli under 40 assumeranno posizioni di vertice negli esecutivi nazionale, regionali e provinciali. Inoltre è stata istituita un’area del sindacato dedicata ai tutor e ai docenti in medicina generale, e a coordinarla è stato chiamato il segretario ligure Andrea Stimamiglio. A lui intanto chiediamo perché, al di là della necessità di un atto legislativo, le regioni guardino nei documenti alle carenze dell’ospedale e non del territorio. «Per quanto ci riguarda, di fatto ci sono già norme precise volte a ovviare alla carenza di MG, carenza che inizia a diventare importante in alcune città del nord come Milano e in alcune aree periferiche montane o collinari; il nostro accordo nazionale, visto quanto disposto dal 135/2018, prevede in caso di necessità che i corsisti del triennio possano seguire fino a 500 pazienti a testa». Venendo alla durata del corso, per Stimamiglio «la soluzione non può essere comunque di accorciare la durata del triennio, vista la complessità degli argomenti trattati e la necessità di avere al termine del percorso un professionista preparato. La nostra non è una specializzazione come in altri paesi europei, ma per le sue caratteristiche meriterebbe di diventare al più presto un diploma di specializzazione». Sul punto, ecco la novità. Con l’Università sono in corso “prove di dialogo”. «In Liguria, per esempio, è stato creato per la prima volta in Italia un “Dipartimento Misto Università-Medici di Famiglia”, che ha scopi di ricerca e sperimentazione, di organizzazione degli internati abilitativi degli studenti in medicina, di collaborazione per le docenze sia per il V e VI anno del corso di laurea in medicina sia per il triennio di formazione. Devo aggiungere che è ormai tempo che le borse di studio dei corsisti in Medicina di Famiglia (circa 800 euro al mese, vale a dire meno di quanto prendono sia la mia segretaria che la mia infermiera) siano equiparate almeno a quanto guadagnano gli specializzandi, vale a dire circa il doppio». (Mauro Miserendino fonte doctor33)

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Medici di famiglia e ospedale si mettono in rete

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 ottobre 2019

«Il 95 per cento delle nostre richieste di consulenza specialistica passa attraverso l’ospedale Fatebenefratelli di Erba e costruire una rete con gli specialisti ospedalieri è dunque una cosa naturale e utile per i medici di famiglia, soprattutto per migliorare l’accuratezza e la tempestività del nostro lavoro». Negli ultimi mesi si è fatto pressante il problema dell’antibioticoresistenza e per questa ragione si è concretizzato il progetto “Microbiologia clinica partecipata”, un gruppo di lavoro supportato da un sito internet dedicato per far lavorare insieme l’Ospedale e i medici della zona. A parlarne è Giuseppe Enrico Rivolta, medico di famiglia a Erba e responsabile del progetto per l’Ordine dei medici e chirurghi di Como, sotto la cui regia si svolge l’iniziativa. «Stiamo perfezionando un network – ci racconta – tra ospedale e territorio che inizierà con l’affrontare il problema dell’antibioticoresistenza, di cui mi occupo da tempo». Rivolta, infatti è medico di famiglia ma specializzato in malattie infettive da tempo impegnato anche a livello europeo per la categoria iin quest’emergenza; nell’ambito del progetto con l’Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli di Erba si sono già pianificati alcuni incontri cui parteciperanno medici di famiglia del territorio e microbiologi ospedalieri. «Da parte nostra puntiamo a migliorare la cultura dei medici del territorio sul tema della microbiologia clinica, affinare le procedure per invio e conservazione dei campioni biologici, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni, diffondere la conoscenza delle nostre metodiche» spiega Pierpaolo Maggioni, direttore sanitario dell’Ospedale. Il network opererà attraverso riunioni periodiche e un sito ad accesso riservato dove i medici potranno scaricare documenti e porre quesiti, ottenendo una sollecita risposta dagli specialisti ospedalieri. Non si escludono le collaborazioni con le società scientifiche, corsi Ecm e pubblicazioni.

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Medici di famiglia, il ministro Speranza apre al microteam

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Il “microteam” con medico di famiglia, infermiere e collaboratore negli ambulatori «secondo me è un’idea giusta che va nella direzione giusta» e sono possibili anche «nuovi investimenti tecnologici per la diagnosi di primo livello, che qualifica il vostro lavoro e aiuta anche a ridurre le liste di attesa, evitando che una mole significativa di cittadini» arrivi agli ospedali. Lo sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, parlando alla platea del congresso nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) in corso a Villasimius (Cagliari).«Il vostro ruolo – ha aggiunto Speranza – può essere ancora più centrale e decisivo. Dobbiamo sederci e ragionare insieme sul lavoro da fare e se queste sono le vostre caratteristiche, ma stanno cambiando la domanda e i bisogni del paese. come fare? Questa è la nostra sfida». «I medici di famiglia», ha ricordato, «rappresentano il primo punto di contatto con il Ssn. La vostra forza è la competenza, i titoli, ma mi piace pensare che la forza più grande che avete sia la fiducia dei cittadini, che comporta anche un’enorme responsabilità: i titoli quando li hai presi non li perdi, la fiducia ogni giorno la devi conquistare. Dobbiamo lavorarci seriamente rispettando le funzioni di ciascuno. E dobbiamo provare a drenare risorse anche extra fondo sanitario nazionale. Non faccio promesse, ma posso garantire il mio impegno».Le parole del ministro arrivano dopo che il segretario generale della Fimmg Silvestro Scotti, tra le proposte per il futuro della medicina generale contenute nella sua relazione annuale, aveva parlato proprio del microteam, «un nuovo contenitore» per cambiare il quale «servono risorse». Secondo il segretario Fimmg, è necessario che «la politica assuma consapevolezza della possibilità di considerare il medico di medicina generale quale ‘soggetto di impresa ad alto e prevalente carattere pubblico e sociale’, definizione di sintesi espressa dallo stesso ministro della Salute, Roberto Speranza, di fronte alle proposte prospettategli nel corso del primo incontro con Fimmg, tenutosi al ministero». (fonte: doctor33)

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Medici di famiglia: Un mondo finito?

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 agosto 2019

«Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito». Così si è espresso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Giancarlo Giorgetti nel suo intervento al Meeting di Rimini per l’incontro ‘Intergruppo sussidarietà: le riforme istituzionali’ scatenando le reazioni della categoria. .Pronta la risposta della Fimmg che in una nota parla di «realtà parallela» visto che «ogni giorno negli studi dei medici di famiglia del nostro Paese passano 2 milioni di italiani» sottolinea il segretario generale della Federazione nazionale dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti. «Senza calcolare i contatti telefonici o informatici – aggiunge Scotti – possiamo dire che in un mese il numero dei pazienti che vediamo è pari a quello dell’intera popolazione italiana. E se il sottosegretario conoscesse meglio il Paese reale, saprebbe che ci sono sempre più italiani che faticano a curarsi per problemi economici. Per queste persone anche il ticket è un problema. «La realtà fotografata da un’indagine del Censis presentata lo scorso novembre in occasione dei 40 anni del Servizio sanitario nazionale è ben diversa» sottolinea Anelli «l’87% degli italiani dichiara di fidarsi del medico di medicina generale (la quota raggiunge il 90% tra gli over 65), che è tra l’altro la fonte principale delle risposte a domande di salute (si rivolge a lui il 72,3% degli italiani)».
A rassicurare la categoria l’intervento del ministro Giulia Grillo che evidenzia in un post su Facebook come «i medici di medicina generale sono il primo presidio di salute per i cittadini, la base e la garanzia di un sistema sanitario pubblico in grado di assistere tutti in base alle personali necessità. Per guarire non basta un click. Ogni giorno 2 milioni di cittadini si recano nella rete capillare di ambulatori presenti su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo essere orgogliosi di avere il diritto e il privilegio di poter liberamente scegliere il medico di famiglia di nostra fiducia senza pagare costose assicurazioni». (fonte Doctor33 3 e da noi rilanciato in abstract)

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Medici famiglia: L’aumento delle visite causato dall’incremento delle malattie croniche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 dicembre 2018

Il presidente Claudio Cricelli: “Solo il 5% dei generalisti è strutturato in forme associative. Queste organizzazioni permettono di ridurre del 50% le liste di attesa con notevoli risparmi per il sistema. Più fondi per attrezzature e tecnologie
Firenze, 29 novembre 2018 – In un decennio il carico di lavoro dei medici di famiglia è raddoppiato, passando da 5,5 visite per paziente all’anno nel 2006 a 9,9 nel 2016 (XI Report Health Search). L’allungamento della vita media e la crescente diffusione delle malattie croniche sono i motivi principali di questa vera e propria impennata. Quasi il 40% (39,1%) degli italiani è infatti colpito da una di queste patologie: in particolare, ipertensione (17,4%), artrosi/artrite (15,9%), malattie allergiche (10,7%), osteoporosi (7,6%), bronchite cronica e asma bronchiale (5,8%) e diabete (5,3%). Nonostante questi numeri preoccupanti, le risorse dedicate alla medicina del territorio sono sempre più esigue, con forti carenze organizzative. “Serve un grande Piano Sanitario della Medicina Generale, per ristrutturare completamente il comparto”. È l’appello del dott. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), al 35° Congresso nazionale della società scientifica che si apre oggi a Firenze. “Il ritardo organizzativo nella dotazione delle cure primarie è la causa dell’allungamento delle liste d’attesa e dell’enorme crescita del costo delle prestazioni, che continuano a gravare sulla medicina specialistica e sull’ospedale – spiega il presidente Cricelli -. Solo il 5% dei generalisti è strutturato in forme associative (le cosiddette medicine di gruppo integrate), anche se sono state lanciate più di 10 anni fa. Una completa realizzazione di queste modalità di lavoro aggregate permetterebbe di ridurre di più del 50% le liste di attesa per gli esami diagnostici di primo livello (ad esempio le ecografie), che oggi vengono eseguiti dagli specialisti”. “Una migliore presa in carico dei pazienti sul territorio – sottolinea il dott. Cricelli – consentirebbe anche di ottimizzare i ricoveri e le prestazioni dell’ospedale. Serve una totale ricostruzione della medicina generale. Ai medici di famiglia deve essere concessa la possibilità di prescrivere i farmaci innovativi, finora negata. Vanno aumentati gli investimenti in conto capitale in attrezzature e tecnologie mediche. Deve essere modernizzato il sistema di formazione della medicina del territorio, ancor oggi burocratico e limitato all’insegnamento in aula. Finora abbiamo assistito alla deliberata volontà di non realizzare il cambiamento. Con la Conferenza del 2020 vogliamo sbloccare questa situazione di stallo, coinvolgendo tutte le forze attive della politica sanitaria: gli specialisti potranno costruire con noi questo percorso interattivo, inevitabile di fronte ai numeri della cronicità”.
La percentuale di over 55 con almeno una malattia cronica supera il 50%, arrivando a più dell’85% per gli over 75. La stessa tendenza si osserva anche per le persone che soffrono di almeno 2 malattie croniche: la percentuale va dal 35,4% per le persone tra 60 e 64 anni, al 65,7% per gli over 75. Considerando quindi gli over 75, quasi 7 su 10 presentano più di una malattia cronica. In base all’XI Report di Health Search, il database di SIMG, il 20% delle visite dei medici di famiglia è determinato dall’ipertensione, il 6,9% dal diabete mellito di tipo 2, il 5,2% da dislipidemia e il 4,5% dalle malattie ischemiche. “La medicina generale intende porsi come una professione moderna, complessa e completa – afferma il dott. Ovidio Brignoli, vicepresidente SIMG -. Sappiamo assumerci a pieno titolo la responsabilità della cura dei cittadini. Vogliamo costruire nuove modalità per esercitarla, con strumenti innovativi, tecnologie e organizzazione avanzate. Questo Congresso vuole adottare anche un linguaggio diverso, vista l’importante presenza dei giovani medici, che rappresentano circa il 60% del totale. Al posto delle Tavole rotonde, ci sarà una sorta di sorta di commedia, con ‘personaggi in cerca d’autore’: in scena, un regista utilizzerà la traccia del testo pirandelliano e chiamerà i vari protagonisti coinvolti (ad esempio, rappresentanti del sindacato, degli infermieri, direttori generali ecc). Dobbiamo costruire la professione a immagine e somiglianza dei giovani e offrire loro il meglio di quello che siamo riusciti a costruire. A partire dalla nostra scuola che, accanto all’alta formazione, si arricchisce di una nuova scola di medicina pratica (con simulatori e manichini). Realizzeremo anche una rivista di medicina pratica e una pubblicazione sulle malattie croniche, che rappresentano la grande sfida della medicina generale del futuro insieme alle fragilità. Avvieremo, a gennaio 2019, la scuola per ricercatori di studi clinici ed è in cantiere anche quella per la realizzazione delle linee guida. Siamo l’unica società scientifica accreditata a redigere questi documenti nell’ambito delle cure primarie”.

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Medici di famiglia: carichi di lavoro duplicati. Simg lancia sos

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Le regioni non danno al medico di famiglia risorse per dotarsi di infermieri e collaboratori, e le cure primarie non decollano sul territorio; in compenso il medico da solo lavora il doppio. Nel 2006 vedeva ogni suo assistito sei volte l’anno- è la media “del pollo” trilussiana, alcuni dodici volte e altri zero – nel 2016 la media è stata di dieci volte l’anno. Il dato dell’undicesimo Report di Health Search, il generatore di dati statistici sugli assistiti dei Mmg ideato da Simg non può far riflettere una medicina generale “in cerca d’autore” quale quella presente al 35° Congresso SIMG. «Quest’anno la Società italiana di medicina generale ha tanto pubblico giovane: 320 studenti al 5° e 6° anno di Medicina, 640 tirocinanti del corso triennale di diploma post-laurea e 400 appena usciti che attendono di entrare in graduatoria «ma aspettano soprattutto di capire che cosa ne sarà di loro», sottolinea il presidente Simg Claudio Cricelli. «La medicina generale è in cerca d’autore, chi sostituisce i colleghi che si pensionano scriverà pagine nuove e a questo tema abbiamo dedicato il titolo dell’evento; un tema strettamente legato al carico di lavoro, che è un’incognita». L’aumento dell’età media della popolazione ha portato ad alte prevalenze di malattie croniche. Quattro italiani su dieci sono malati cronici, un 17,4% è iperteso, un 16% ha artrosi o artrite, un 10,7% ha malattie allergiche, un 7,6% l’osteoporosi. Anche a partire da questi dati di popolazione rilevati da Health Search Simg costruirà nei prossimi mesi una Job description del lavoro del medico di famiglia: una nuova pagina, dall’Italia, da consolidare a Firenze nel 2020 in una conferenza italiana della medicina generale annunciata da Cricelli, e sulla quale orientare i prossimi contenuti formativi. Cricelli ha però una richiesta pure per il governo: un grande piano sanitario che veda la medicina generale al centro. «Il ritardo organizzativo nella dotazione delle cure primarie è la causa dell’allungamento delle liste d’attesa e dell’enorme crescita del costo delle prestazioni che continuano a gravare sulla medicina specialistica e sull’ospedale», dice. «Solo il 5% di noi è strutturato in forme associative (medicine di gruppo integrate) ancorché siano state lanciate più di 10 anni fa. Una completa realizzazione di queste modalità di lavoro permetterebbe di ridurre di più del 50% le liste d’attesa per esami diagnostici di I livello, come le ecografie, oggi eseguiti dagli specialisti». Cricelli parla in conferenza stampa con il leader Fimmg Silvestro Scotti, il Presidente Enpam Alberto Oliveti e il Presidente della Federazione degli Ordini Filippo Anelli, che conferma punto per punto le esigenze della categoria. «Il 90% degli italiani sopra i 65 anni ci apprezza, così come il 78% di tutta la popolazione, venti punti percentuali in più che nel 1978 quando il servizio sanitario partì. Questa gratificazione prevale su quelle economiche». Il leader Simg ha da pochi minuti inaugurato una scuola di simulazione aperta a tutti i partecipanti agli eventi formativi Simg (anche ai laureandi, dunque) «acquistata con i soldi dei soci, tanto per sottolineare che noi per primi sentiamo la necessità di farci carico delle priorità del servizio pubblico, a costo di esporre nostre risorse. Come abbiamo del resto fatto per le scuole di formazione che Simg ha aperto a Firenze su dolore e cure palliative, patologia osteoarticolare, patologia cardiovascolare, acuzie, vaccinazioni, cronicità, studi clinici, e adesso linee guida. L’assistito ha capito il nostro sforzo e i sondaggi lo dicono, ma c’è un altro concetto da sottolineare: le 60 sessioni del programma tutto sono fuorché esito di una frammentazione di conoscenze, si va dall’ecografia al dolore attraverso una visione complessiva e condivisa, ma questo, che è anche apporto allo sviluppo del paese, di apparecchiature diagnostiche smart qui esposte come il telefonino a otto derivazioni da 300 euro per gli ecg, quanto viene compreso?» Il presidente Simg ricorda come ai medici di famiglia siano precluse persino le associazioni di farmaci da loro prescrivibili singolarmente contro l’asma, nonché principi antidiabetici che si dovrebbero utilizzare in prima battuta. «Ecco perché siamo in cerca d’autore. Vogliamo sapere che faremo, come verremo impiegati, in un contesto in cui esplode l’incidenza sul territorio di malati cronici, bisognosi del loro medico e spesso di care manager infermieri, ma si spende la maggior parte delle risorse per terapie da somministrare in contesti ospedalieri». (Mauro Miserendino da Doctor33)

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L’invito dei medici di famiglia dopo il rinvio dell’obbligo vaccinale inserito nel Milleproroghe

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 agosto 2018

Il presidente Claudio Cricelli: “I piccoli dovrebbero essere sottoposti a questi strumenti di prevenzione, che permettono di evitare gravi malattie, prima di iniziare la scuola”
Firenze, 3 agosto 2018 – “Prendiamo atto della decisione di prorogare di un anno l’obbligo di presentazione del certificato vaccinale per l’ammissione dei bambini a scuola. Chiediamo ai cittadini, al di là di quanto previsto da questo provvedimento, di vaccinare i figli quanto prima, di registrare l’atto di vaccinazione e di iscriverli a scuola dopo averli sottoposti a queste fondamentali misure di prevenzione. Suggeriamo ai genitori di non aspettare la scadenza dell’obbligo. La vaccinazione rappresenta una misura di tutela non solo dei figli ma dell’intera comunità”. È questo l’invito alla popolazione del dott. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), a seguito del rinvio all’anno scolastico 2019/2020 del divieto di accesso agli asili nido e alle scuole dell’infanzia per i bambini non vaccinati, inserito ieri nel Decreto Milleproroghe. “I vaccini sono strumenti di prevenzione indispensabili e sicuri – continua il dott. Cricelli – e permettono di evitare gravi malattie, anche se talvolta i cittadini faticano a comprenderne l’utilità. La dimostrazione della loro efficacia fa parte delle evidenze scientifiche. I medici di famiglia si prendono cura della salute di tutti gli italiani ogni giorno e in ogni momento della loro vita, anche spiegando l’importanza delle vaccinazioni, che rappresentano risorse primarie della medicina e della sanità pubblica”.

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Allarme estate, ospedali in affanno: Medici di famiglia chiamati a fare argine

Posted by fidest press agency su domenica, 1 luglio 2018

Estate complicata, come sempre, per chi resta in città o chi vi fa turismo. Gli ospedali e i pronti soccorso si spopolano. Ma quest’anno i medici di famiglia, tra chi va in vacanza e chi resta, sono in prima fila nel fare le prove generali degli accordi nazionali, con l’ultimo che chiede loro di fare filtro agli accessi in ospedale. Almeno nelle grandi città. A Napoli il segretario Fimmg Luigi Sparano lancia l’allarme: «La città rischia di trasformarsi in un deserto sanitario, nel quale l’incidente potrebbe essere dietro l’angolo. Soprattutto ora che Napoli vede un tale afflusso turistico». La medicina generale chiamata a fare da argine si rivolge all’Asl, mentre gli ospedali sono in affanno, al Cto i primari hanno chiesto di chiudere il Ps oltre un certo orario, al Pellegrini oculistico i temi sono simili, restano il Cardarelli e il Loreto Mare ad arginare le richieste.
E Roma? La Regione Lazio sta disponendo affinché una ventina di ambulatori aprano sabato e domenica, anche nei luoghi di villeggiatura, in particolare ai circa 350mila anziani che si rivolgono ad essi piuttosto che ai Ps. Ed è stato previsto il raddoppio dei turni dei medici che vi operano per dimezzare le attese. Seicento chilometri a Nord, l’Ats Città di Milano si appresta a varare un numero verde pubblico mirato agli over 65. «Il medico di Continuità Assistenziale che si recasse in casa di un anziano a seguito di una richiesta, a propria discrezione ne valuterà e segnalerà la fragilità al numero verde. In particolare il paziente che comunque non sia da ospedalizzare sarà indirizzato dall’Ats ai servizi sociosanitari del Comune», spiega Giovanni Campolongo presidente Snami CA lombardo. Sempre da Snami a Milano Ugo Tamborini sottolinea per i medici di famiglia che «malgrado il peso di un’ottantina di zone carenti da riempire, la medicina del territorio ha un tessuto in grado di far fronte alle esigenze della popolazione: i pazienti si distribuiscono tra i medici restanti e quanto cresce è il carico medio, l’ottimale, da 1 medico per 1300 residenti a 1 per 1500-1700. Il lavoro magari aumenta ma nessuno è lasciato solo. Andrebbe peraltro sensibilizzata la pazientela: una volta che il medico, in vacanza, metta il sostituto, nessuno dovrebbe “disertare” recandosi in Pronto soccorso. Come purtroppo succede. È una questione di educazione». E torniamo a Napoli, dove il territorio fa suo l’allarme partito dagli ospedali. «In Campania ci siamo predisposti ad arginare la domanda dei residenti cronici attrezzandoci con le aggregazioni funzionali, ma quanto è ancora su carta, previsto dal decreto regionale 53 di quest’anno, va fatto partire da Regione ed Asl», dice Luigi Sparano. «Il progetto riguarda per ora gli affetti da insufficienza respiratoria per i quali i nostri studi andrebbero dotati di spirometro ed andrebbe avviata una formazione. E riguarda un collegamento informatizzato tra studi e ospedali, in prospettiva per censire e prendere in carico la popolazione fragile, effettuando presso di noi ecg ed ecografie. Se vogliamo essere all’altezza dei tempi e delle stagioni dovremmo partire. Tanto più che i pazienti vanno in Ps spesso non per condizioni di oggettiva gravità ma per avere una diagnosi rispetto a un sintomo che li preoccupa». C’è poi il tema dell’afflusso crescente di turisti, per il quale la stessa Regione si chiede se attivare un servizio di guardia turistica, come nella penisola sorrentina, e ha convocato un incontro con i sindacati. «Qui il servizio non c’è ancora ma la questione è all’ordine del giorno. I sindacati sono convocati, l’idea è di ampliare la recettività di alcuni studi mmg verso i turisti, costituendo postazioni di riferimento per i cittadini non residenti». (fonte: doctor33)

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