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Posts Tagged ‘medici’

Carenza medici, per i Pronto soccorso rischio collasso estivo per ferie

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

Pronti soccorso in crisi in tutta Italia per carenza di personale. E con le ferie estive -a parte il fatto che diventa sempre più difficile goderne – il servizio può spopolarsi ed andare in tilt. Mentre gli accessi, complice la stagione turistica, aumentano. L’allarme arriva dal congresso Anaao Toscana che ha sancito l’avvicendamento al vertice della sezione regionale del sindacato: Gerardo Anastasio (Pisa) succede a Flavio Civitelli(Nottola, Siena). Inaugurando l’incontro, il presidente dell’Ordine di Firenze Pietro Dattolo ha osservato come in Toscanasolo nel 2021 abbia lasciato volontariamente il posto di lavoro nel servizio pubblico un 3% dei medici confermando il trend nazionale ed un problema nelle condizioni di lavoro. «Ebbene, nei pronti soccorso dell’Asl Toscana Sud-Est -denuncia Francesco Carbone, segretario Anaao aziendale – i medici previsti come personale minimo necessario nel 2018 avrebbero dovuto essere 184, ma nella realtà erano disponibili solo in 146. Attualmente, nel 2022, sono scesi a 95. Il tasso di abbandono è del 10% medio annuo, e si fa flebile la possibilità di coprire i vuoti a breve. Ma non è tutto. D’estate, se da una parte c’è l’esigenza sacrosanta di ferie per il personale, le coste della Toscana e molte aree interne dell’Area vasta Arezzo-Siena-Grosseto come Montepulciano e Val d’Orcia si popolano di turisti e cresce inevitabile la pressione sulle strutture sanitarie. I primi ad andare in sofferenza sono i servizi dell’emergenza urgenza. Anche se il problema non è solo toscano, ma nazionale, originato dalla fuga dei professionisti e dalla crisi di nuove vocazioni, nonché dallo stipendio che nella nostra Regione è più basso della media italiana malgrado i servizi offerti siano tra i migliori nel panorama nazionale».L’Anaao con l’Intersindacale segnala da anni che si tratta di un problema strutturale da affrontare con coraggio innovativo. «Nell’incontrarci, come ha promesso farà, la direzione aziendale potrà partire dall’accordo sottoscritto la scorsa estate che prevedeva innanzi tutto l’adesione volontaria dei professionisti tra i quali individuare quelli da inviare con ordine di servizio per la copertura assicurativa, svolgimento delle ore eccedenti nel proprio reparto in attività aggiuntiva, orario di passaggio delle consegne in attività aggiuntiva. A fianco di questi punti che il sindacato dà per acquisiti ed irrinunciabili, faremo valere le nostre richieste che mirano a garantire qualità del lavoro, minimizzando disagio e rischi sia in conseguenza del superlavoro sia in termini di perdita di servizi essenziali, nell’auspicio che l’Azienda assuma modelli organizzativi più strutturali, che evitino il ricorso ai soliti schemi emergenziali. Ricordiamo che la produttività aggiuntiva, ore in più pagate a personale inserito oltre l’orario di lavoro istituzionale, è su base volontaria ed è quindi strumento di per sé inappropriato per programmare a medio-lungo periodo. In ogni caso -conclude Carbone- la sicurezza sul posto di lavoro va garantita ed il disagio va ricompensato. Tutto questo in un quadro di fuga dei professionisti dal SSN, tra colleghi che si pensionano, altri che si licenziano e vanno a lavorare nel privato dove trovano opportunità più favorevoli, e i giovani che sempre più spesso, finita la specialità, valutano la scelta tra il privato e l’estero». (fonte Doctor33)

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Concorso per l’ammissione dei medici alle Scuole di Specializzazione in Medicina

Posted by fidest press agency su sabato, 11 giugno 2022

Il MUR, Ministero dell’UniversitaÌ e della Ricerca, con il decreto n. 909/2022, ha reso nota la data per il concorso per l’ammissione dei medici alle Scuole di Specializzazione in Medicina (SSM) per il 2022, prevista quest’anno per il 26 luglio 2022. Il 1° novembre 2022 eÌ stata indicata come data di inizio delle attivitaÌ didattiche per coloro che saranno ammessi alle scuole di specializzazione. Al concorso possono partecipare tutti i candidati con laurea in Medicina e Chirurgia ottenuta entro 15 luglio 2022 e l’abilitazione alla professione medica. La domanda di iscrizione deve essere effettuata sul portale Universitaly, dal 31 maggio al 9 giugno. EÌ ancora ignoto il numero di borse e la loro ripartizione per Scuola, che saranno indicati con un provvedimento integrativo del bando prossimamente. Destano poi alcuni dubbi e sono oggetto di controversia i cosiddetti punti cv, ossia i punti bonus attribuiti in base al voto di laurea e alla media degli esami sostenuti che non possono essere assegnati ad alcune categorie, come ad esempio i medici specializzati o che stanno frequentando una scuola di specializzazione. TestBusters – il piuÌ grande network di docenti-studenti di Medicina in Italia fondato nel 2011 che si occupa di sviluppare attivitaÌ di orientamento e preparazione ai test di ammissione, da diversi anni ha esportato il suo metodo consolidato e codificato, con un approccio distintivo basato sulla peer education, anche alla preparazione del Concorso SSM con il suo brand dedicato, Peer4Med, che offre corsi online, in diretta e on demand e simulazioni online.

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Medici di famiglia tra pandemia, Pnrr e Case di comunità

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 Maggio 2022

Palermo. “La scuola di medicina generale vi darà formazione, ma soprattutto la consapevolezza sul valore fondamentale della professione per l’assistenza di prossimità. Tra pandemia, investimenti del Pnrr e nuove competenze della medicina territoriale, la sanità sta cambiando, portando con sé Case di comunità, reti di salute con gli altri soggetti del territorio e innovazione tecnologica. Da qui la necessità di una formazione specialistica in medicina generale in grado di reggere le novità del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.Lo ha detto, stamattina nella sede del Cefpas di Caltanissetta, il direttore della Scuola di medicina generale Toti Amato, presidente Omceo Palermo e consigliere Fnomceo, all’avvio delle lezioni in presenza del triennio 2021-2024 del “Corso di formazione specifica in Medicina generale”.“Al centro dei 15 miliardi di investimenti Pnrr – ha proseguito Amato – ci sono 4 miliardi destinati alla telemedicina e 2 assegnati a 1288 Case di comunità da realizzare in tutto il Paese entro il 2026. Una Casa per ogni 24.500 abitanti, come struttura polivalente in grado di erogare una risposta appropriata ai bisogni di salute della popolazione attraverso il lavoro di un team multidisciplinare composto da specialisti, infermieri e altri professionisti della salute. Ma il vero filtro con il territorio, per contenere il sovraccarico degli ospedali, sarà la presenza dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, che potranno lavorare nelle strutture o dai loro studi”.“Nelle Case, i cittadini potranno consultare un medico, ogni giorno e a qualsiasi ora, o avere assistenza per risolvere la maggior parte dei problemi di salute nello stesso luogo. Come avverrà non è ancora chiaro. Resta però la sfida di rendere questi spazi un vero punto di riferimento di salute. Non è semplice. Serve una rivoluzione organizzativa e di processo e un nuovo modello di formazione per la condivisione e l’interazione tra tutti i sanitari. Non solo. Al servizio sanitario servono anche competenze di management capaci di orientare il nuovo processo e di far funzionare la prossimità delle Case e degli ospedali di comunità, soprattutto in regioni come la Sicilia dove non ci sono mai state esperienze analoghe”.

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Diagnostica in studio, ecco cosa prevede il nuovo testo e che cosa cambierà per i medici

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 Maggio 2022

«Ben venga il riparto dei 235 milioni tra regioni per incentivare la diagnostica di primo livello negli studi dei medici di famiglia. Ma quegli stanziamenti hanno bisogno di personale dedicato, di collegamenti – ad esempio, il radiologo che legge i referti -e di connessioni stabili, il che esclude per ora aree d’Italia. Abbiamo infrastrutture e personale per le nuove tecnologie?». Benedetto Magliozzi nuovo Segretario Generale di Cisl Medici succeduto a Biagio Papotto il 5 marzo scorso fa riferimento al decreto attuativo della manovra 2020 che per la diagnostica di primo livello stanziava 235 milioni: nel nuovo testo portato all’attenzione delle regioni per il riparto si specifica come le apparecchiature, acquistate dalle Asl per i medici di famiglia e i pediatri, verranno assegnate in prima battuta alle Case della Comunità hub, spoke ed alle medicine di gruppo “tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche per favorire più equità di accesso in aree interne, rurali, piccole isole e periferie urbane”. L’obiettivo è far sì che nessuno resti scoperto e che gli studi dei medici tra prima diagnostica e telemedicina siano rinforzati ovunque. Ciascuna regione o provincia autonoma deve presentare entro 2 mesi dall’uscita del decreto, una volta che sarà approvato, un piano pluriennale dei fabbisogni con obiettivi di salute, elenco dei beni da acquistare con costo e descrizione della tecnologia, esame delle diverse forme organizzative di medici destinatarie della “macchina”, tempi di acquisizione e di messa in funzione, piano di manutenzione, indicatori di processo e risultato per misurare l’attività svolta. Mauro Miserendino (Fonte doctor33)

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Medici di famiglia, in due anni carichi di lavoro quadruplicati

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 Maggio 2022

By Mauro Miserendino. Altro che “nascosti” durante i picchi di coronavirus. Dal 2020 ad oggi i carichi di lavoro per i medici di famiglia sono quadruplicati. E l’aumento è avvenuto in gran parte spontaneamente, in altra parte in relazione alla disponibilità telefonica chiesta dal decreto rilancio. Oltre a dare una grossa mano durante il Covid, spesso nel silenzio, durante i picchi di coronavirus, la categoria ha contribuito a mantenere la continuità delle cure per i pazienti cronici. Ciò non è avvenuto a costo zero. Nel Lazio, una delle regioni che peraltro ha risposto meglio ai bisogni dei malati, il carico di lavoro è cresciuto del 300%. La percentuale è stata calcolata da Fimmg Lazio, che ha elaborato una ricerca nelle province in grado di dire quali prestazioni sono state offerte e quali voci hanno pesato di più sul bilancio quotidiano del “generalista”. I numeri vengono resi noti oggi alla sede Fimmg di Via Marconi nel ‘Doctor Day’ nazionale dove la sezione regionale del sindacato, prima “antenna” a lanciare l’allarme Covid-19 da gennaio 2020, fa un bilancio di due anni di ricetta dematerializzata, di intricati obblighi certificatori, di vaccinazioni antinfluenzali e Covid effettuate negli studi con materiale che scarseggiava (anche protezioni), di assistenza a domicilio e telemedicina, di accessi delle “Uscar”, le unità speciali di continuità assistenziali regionali, nelle varie province. L’indagine è tesa a mettere in luce come i medici siano stati molto rapidi a sviluppare modelli organizzativi nuovi di assistenza sia contro il diffondersi del virus pandemico e dei contagi, sia nel dare «continuità di cura per tutte quelle patologie di routine la cui assistenza rischiava di diminuire a causa della pandemia stessa. Tutto ciò è stato pagato dai medici di medicina generale in termini di contagi e decessi», recita una nota del sindacato. Fimmg Lazio nei mesi scorsi ha chiesto un ruolo centrale alla Regione per i medici di famiglia nelle case di comunità previste dal PNRR, ma a livello nazionale per queste strutture, e soprattutto per gli ospedali di comunità, si continua a parlare di prevalente componente gestionale infermieristica. Parlando all’incontro ‘Ripensare la Sanità territoriale’ organizzato dalla Fondazione Magna Carta il ministro ha annunciato che è al vaglio del Consiglio di Stato il DM 71, il decreto che istituisce gli standard dell’assistenza territoriale, per la prima volta, così da dare concretezza alle spese -7 miliardi – previste per la medicina “non ospedaliera” dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato da fondi dell’Unione Europea. Il DM 71 nella casa di comunità prevede medici ed infermieri, si tratta di standard che ogni regione dovrà trasformare materialmente in servizi. Dopo l’ok del Consiglio di Stato il testo andrà alla Corte dei Conti e Speranza auspica che tutto l’iter si concluda il 30 giugno. Quindi il ministro ha riepilogato i nuovi parametri che il nostro paese è teso a raggiungere nel 2026, anno di messa a regime del PNRR, in tema di servizi sanitari pubblici territoriali: 10% di copertura in assistenza domiciliare degli over 65 rispetto al 4% ante-pandemia, «quando la media dei paesi Ocse è del 6% e nei modelli migliori si arriva al 9»; e poi ha accennato a case di comunità per le cure intermedie “a prevalente gestione infermieristica” nonché a centrali operative territoriali capaci di essere il cervello che organizza la risposta sul territorio, ed alla sanità digitale. Fonte Doctor33

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Medici ospedalieri, via dalla dipendenza Ssn per convenzionarsi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 Maggio 2022

Sono 17 su 100 i medici ospedalieri che lascerebbero le corsie ora e per sempre se potessero farlo. E, come vedremo ci riescono in media fino a 4-6 su 100 ogni anno. Ma nel sondaggio su 4258 ospedalieri realizzato da Cimo Fesmed a febbraio viene fuori che in Veneto c’è una punta di 89 medici su 100 che, potendo,vorrebbero andare via. Giovanni Leoni, presidente della Federazione in Veneto dichiara all’Agenzia Dire Leoni che la Regione spende per il personale sanitario «meno diEmilia-Romagna e Piemonte, che hanno meno abitanti», qualcosa di più si può e si deve investire per “nobilitare la professione”, specie in pronto soccorso ed in emergenza urgenza. Scarsa valorizzazione economica e pochi sbocchi di carriera sono due elementi all’origine dell’esodo dagli ospedali e da quella zona grigia fra territorio ed ospedale che si chiama 118. Ma c’è pure il tema della valorizzazione professionale, pervasivo, come testimonia la recente indagine di Anaao Piemonte: in base ai dati del Conto Annuale del Tesoro e della piattaforma Opessan i medici piemontesi hanno iniziato a lasciare in modo preoccupante i reparti dal 2016. Fino al 2015 se ne andava una media di 80-100 l’anno, ma dopo cinque anni di blocco dei contratti è progressivamente salito il numero di addii, 133 nel 2016, 210 nel ’17, 272 nel 2018, 319 (una sorta di plateau) nel 2020 -ha prevalso la solidarietà tra colleghi (e con i pazienti) di fronte alla peggiore crisi sanitaria dell’ultimo secolo – e nel 2021 il record di 331 che hanno deciso di proseguire altrove. Sono 179 donne e 152 uomini, e rappresentano il 4% dei medici attivi. Di essi oltre uno su dieci è passato alla medicina territoriale: in tutto 35 (+ 50% su entrambi gli anni precedenti), di cui 17 sono passati alla specialistica ambulatoriale, 4 sono diventati medici di assistenza primaria, 9 pediatri e 5 hanno scelto di lavorare nella continuità assistenziale. Le percentuali più elevate, sopra il 6% di cessazioni, si rilevano all’ospedale di Alessandria e all’Asl di Novara. Il top degli esodi a Medicina Interna ed Anestesia e Rianimazione. I medici che si licenziano dall’ospedale cercano orari più flessibili, ma anche maggiore autonomia professionale, e valorizzazione delle loro competenze, oltre che una vita privata che non sacrifichi del tutto la famiglia. Nel 2021, la drammatica esperienza di aver gestito le ondate pandemiche senza poi assistere a un concreto investimento nella sanità pubblica, soverchiati da slogan da propaganda, ha definitivamente tolto ogni illusione di cambiamento», è la riflessione di Chiara Rivetti Segretaria Regionale Anaao Assomed Piemonte.Il tema della valorizzazione dei medici e del loro lavoro quotidiano è sottolineato anche da Roberto Pieralli, presidente del sindacato Snami Emilia-Romagna in una riflessione che investe anche la medicina territoriale e l’Emergenza-Urgenza, a cavallo tra territorio ed ospedale. (abstract) By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici di famiglia, aprile mese decisivo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 aprile 2022

Le regioni sono allineate -tutte tranne una – e con i ministeri di Salute ed Economia hanno “quasi” dato l’ok al “DM 71”, detto così perché definisce gli standard della medicina territoriale come il DM 70/2015 definiva quelli dell’ospedale. Al momento osta un veto della Campania, rinnovato proprio ieri sera per via delle riserve della giunta sui fondi per il personale. Il documento -un decreto del premier – può comunque essere adottato d’imperio dal governo entro il 16 aprile ed è fondamentale per applicare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che destina circa 10 miliardi alla riforma del lavoro dei medici convenzionati. Il nodo sarebbe sulla Finanziaria 2022 che dota il territorio di un miliardo l’anno dal 2026 per il personale: il sì delle regioni era inizialmente legato alla disponibilità di risorse certe di qui al 2026, ad un’applicazione graduale, ad una revisione di metodo di lavoro e formazione del medico di famiglia, ad adeguata copertura dei fabbisogni di personale. I Ministeri immaginavano di aver dato garanzie, ma evidentemente non bastano ancora. E’ comunque opportuno dare uno sguardo al testo, che apre con una disamina dei bisogni socioassistenziali degli italiani, articolati in sei livelli dalla piena salute alla terminalità, i primi tre gestibili dal territorio e dal medico di famiglia, i secondi tre in un contesto di integrazione di équipe di cura. La vita del cittadino per quanto rileva ai fini clinici è racchiusa in un progetto di cura che si delinea attraverso i dati conferiti al fascicolo sanitario di cui fanno parte nelle cronicità piani assistenziali individuali (PAI) piani riabilitativi (PRI) e patti di cura (PDC).Gli standard quali-quantitativi, strutturali e tecnologici per il territorio stanno racchiusi nei seguenti numeri: un distretto ogni 100 mila abitanti (di più nelle grandi città); una casa di comunità “hub” ogni 40-50 mila abitanti e più case di comunità spoke afferenti identificabili grosso modo con le sedi delle medicine di gruppo; un’unità di continuità assistenziale-Uca (ex Usca) formata da un medico ed un infermiere ogni 100 mila abitanti; un infermiere di famiglia ogni 2-3 mila abitanti contando, a quanto sembra evincersi, sia i dipendenti Asl sia quelli del medico di famiglia; una Cot-centrale ospedaliero-territoriale per distretto; un ospedale di comunità da 15-20 letti ogni 50-100 mila abitanti, che in molti casi potrà sorgere in una Casa di Comunità “hub”. Guidato da un Direttore garante dei bisogni di salute della popolazione, il Distretto coordinerà i medici convenzionati, operando sia da committente sia da gestore dell’erogazione di prestazioni che potranno essere a rilevanza sanitaria e/o sociale.La casa di comunità “hub” avrà da 7 ad 11 infermieri, un assistente sociale, da 5 a 8 tra operatori sociosanitari ed amministrativi, vi opereranno medici di medicina generale (H24 se si include la continuità assistenziale) e prenderanno in carico cronici e fragili secondo il modello della sanità d’iniziativa, coordinandosi con dipartimenti di salute mentale, consultori ed altra offerta territoriale. Dovranno avere un punto prelievi, medico H24 sette giorni su sette, infermieri sulle 12 ore, apparecchi di diagnostica strumentale (ecografo, spirometro, retinografo, elettrocardiografo), specialisti per le visite (cardiologo, pneumologo, diabetologo etc), sistema integrato di prenotazione, collegamento con casa di comunità di riferimento; le case “spoke” dovranno offrire la presenza medica sulle 12 ore 6 giorni su 7, Cup, collegamento con CdC “hub” ed integrazione con i servizi sociali. Il coordinamento dei servizi tra professionisti della CdC, tra case “hub” e “spoke”, tra CdC ed altra offerta territoriali, tra CdC ed ospedale, e tutti i passaggi in cura dei pazienti sono gestiti dalle Centrali Ospedaliero Territoriali, una per distretto, che presidiano anche il funzionamento dei servizi di telemedicina e coordinano gli interventi di presa in carico. L’infermiere di famiglia e comunità sarà responsabile del coordinamento dei servizi assistenziali ed erogatore di servizi infermieristici, favorirà l’accesso ai servizi di presa in carico, il coordinamento tra attori, performerà programmi di educazione sanitaria a pazienti, stili di vita a residenti, userà digitale e telemedicina-teleassistenza. L’UCA assisterà pazienti dimessi a domicilio e non prendibili in carico dall’ospedale di comunità, supporterà l’assistenza domiciliare integrata, gestirà accessi a pazienti infettivi nei focolai epidemici ed attuerà programmi di prevenzione domiciliari e nelle Rsa nonché in “comunità difficili da raggiungere”; l’assistenza domiciliare integrata dovrà gradualmente prendere in carico il 10% dei pazienti sotto i 65 anni, nella “casa come primo luogo di cura”, e le cure a casa saranno erogate secondo 4 livelli di complessità, uno base e tre fissati da valutazioni multidisciplinari che presuppongono interventi integrati ma che avranno sempre il medico di famiglia o pediatra il responsabile clinico (ed i flussi informativi andranno tutti monitorati). Gli ospedali di comunità dovranno arrivare ad occupare 0,4 letti ogni 1000 abitanti prendendo in carico episodi di acuzie minore, riacutizzazioni di patologie croniche da stabilizzare, pazienti dimessi precocemente con multimorbilità che hanno bisogno di sistematica presenza infermieristica, pazienti che necessitano cure farmacologiche complesse od addestramento ad uso di dispositivi, pazienti da supportare per fasi di disabilità motorie, cognitive, funzionali; all’OdC si accede su proposta del mmg o del pediatra ma anche del medico di continuità assistenziale, ospedaliero e persino di pronto soccorso, la responsabilità dei processi clinici può essere affidata anche ad un medico di base o pediatra che però non abbia assistiti e possa dedicarsi integralmente all’OdC. Il numero 116117 gestirà le urgenze vere, interfacciandosi con 118 e continuità assistenziale, e burocratiche, ad esempio quando manca il medico di famiglia in un’area, e sarà a valenza sovra-aziendale-regionale, uno ogni 1-2 milioni di abitanti, potrà risolvere la chiamata dando consigli od indicare al turista il medico di guardia turistica. Si disciplinano anche i servizi di cure palliative, con un’unità ospedaliero-territoriale ed un hospice da 10 letti ogni 100 mila abitanti, i consultori (1:20.000 abitanti, dotati di ostetrica ginecologo infermiere ma anche pediatri terapisti educazionali e dell’età evolutiva, psicologi, assistenti sociali e persino avvocati, potranno essere collocati nelle case di comunità spoke ove si trovi un modo di rispettare la privacy) ed i dipartimenti di prevenzione Asl che dovranno essere uno ogni 500 mila abitanti e conserveranno le prerogative che li hanno resi peculiari nel mondo: sorveglianza infettiva, della salute veterinaria, della sicurezza nei luoghi di lavoro, prevenzione delle cronicità, prevenzione vaccinale, tutela dell’ambiente, attività medico legali con finalità pubbliche. Telemedicina: visite assistenza consulti monitoraggi e persino riabilitazione da remoto dovranno essere diffuse in modo capillare e con sistemi operativi omogenei per ridurre le distanze tra sanitari e con il paziente, facilitare la presa in carico, accrescere le chance d’accesso alle cure; a tal proposito, tutte le unità ospedaliero-territoriali che compongono il distretto dovranno interfacciarsi con i programmi della Pubblica Amministrazione (da Pago Pa al resto), con il sistema tessera sanitaria, con il fascicolo sanitario, con il portale Sac e quelli regionali, con i software specialistici. By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici, Europa a confronto sui numeri

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 febbraio 2022

I dati Eurostat ripresi da Openpolis certificano che rispetto agli altri paesi europei il numero di medici ogni 1000 abitanti in Italia è crollato a 4 (rispetto ai 6 di 20 anni fa) in un contesto di stabilità della popolazione.Inoltre, rivela che i medici di famiglia sul totale dei professionisti nel nostro paese sono pochi: ben più numerosi sono in Portogallo e pure in Francia. Come tendenza, nei grandi servizi sanitari nazionali i Mmg tendono ad essere di più quando dipendenti, mentre tanti convenzionati si trovano nei paesi con mutue. La ricerca sui ventisette stati membri parte dall’assunto che più medici danno più risposte in tempo di pandemia. E scopre che in Europa ci sono sacche sovrappopolate ed altre sorprendentemente sguarnite come il Flevoland, polder danese a due passi da Amsterdam grande poco meno della Val d’Aosta ma ben servito. Ma scopre soprattutto che nel nostro paese c’è stato un crollo della “classe medica” negli ultimi 20 anni, che questo crollo è spiccato al Nord e non si ferma, e che sulle cause non tutto è chiaro, ad esempio non sembra esserci nesso con il blocco degli stipendi nella dipendenza pubblica. Se a fronte di 20 anni di stagnazione in Italia nei paesi dell’Est il reddito è raddoppiato, in Grecia e Portogallo quello stesso reddito è crollato.Partiamo da lontano, dal Duemila, da quegli anni in cui ancora tanti pensavano che l’Italia avrebbe continuato a sfornare un surplus di laureati in Medicina e specialisti in camice. Il rapporto Ocse Health Data del 2002 segnalava che il nostro paese con sei abilitati alla professione ogni 1000 abitanti era il primo in Europa per densità di medici. In Germania ce n’erano 3,6 per mille residenti, in Francia 3,3 come in Spagna, nel Regno Unito solo 1,8. Il nostro paese aveva una sovrabbondanza oggettiva rispetto agli altri servizi sanitari pubblici (Spagna, Gran Bretagna) ed in relazione al numero di infermieri. Quindici anni dopo, i dati Eurostat rivelavano che l’Italia aveva posto in atto una politica di contenimento delle lauree: i medici erano scesi a 5 ogni 1000 abitanti, in Germania erano saliti a 4, in Francia a 3,5 e nel Regno Unito erano saliti a 3. Ma attenzione: in ciascuno di questi tre paesi per ogni medico c’erano nel 2015 tre infermieri, mentre in Italia la proporzione era di 1,2 infermieri per medico. Nel Sud Europa, due paesi – Grecia e Portogallo – ci avevano superati e i greci disponevano sulla carta di oltre 6 medici per 1000 abitanti.I nuovi dati Eurostat, riferiti al 31 dicembre 2021, fotografano a valle della pandemia da Covid-19 una situazione ancora leggermente diversa: nell’Unione Europea la densità di medici – che hanno raggiunto 1,8 milioni in tutto il continente ormai privo del Regno Unito – è cresciuta da 3,7 a 3,9 ogni mille abitanti. La Grecia si è mantenuta sui 6,16 medici/1000 abitanti, il Portogallo la tallona a 5,5 con l’Austria subito dietro. Il Belgio, che denunciava una “pletora” come noi, è sceso a 3, ed anche l’Italia continua a scendere con i suoi 4, meno dei 4,5 di Germania e Francia, e meno della Spagna. La cifra fin qui include tutti i medici con licenza di esercitare, al lavoro, in pensione o all’estero. Ma la ricerca Eurostat valuta anche l’incidenza dei medici di medicina generale sul resto degli iscritti all’albo. E qui scopriamo che in paesi come la Grecia solo il 6% del totale è impegnato sul territorio; al contrario, in Portogallo è medico di famiglia (dipendente) il 40% del totale dei medici, percentuale massima in Europa; in Belgio lo è il 37%, in Francia il 35%, e in questo caso si tratta di convenzionati con mutue di categoria -lo Stato detta solo le regole dei convenzionamenti -mentre in Italia e Germania i medici di medicina generale si attestano intorno al 17%. Sono tanti invece gli specialisti; ma se, il nostro paese ormai è in linea con la Germania per numero di medici, non lo è per il numero di altri professionisti sanitari.La ricerca Openpolis mira a mettere in relazione la qualità della risposta alla pandemia con la disponibilità di personale sanitario e di medici: quest’ultima cresce con dinamiche non del tutto intuitive. La densità di medici in Europa si concentra intorno alle grandi capitali (ma non in tutte le metropoli). Da noi, ad esempio, la massima rispetto agli abitanti (5 per mille) si raggiunge nel Lazio, intorno a Roma, in Sardegna ed in Liguria, dove l’età media dei residenti è alta. L’Austria, che per densità di medici è tra noi e la Grecia, confina con un Sud Tirolo che per l’Italia ha la più bassa densità insieme a tutto il nostro bacino alpino. E il Nord Italia ha densità basse, più vicine a quelle del Regno Unito che a quelle di stati a noi limitrofi, solo ieri presi ad esempio di “nordica” parsimonia ancor più che di buona programmazione. (fonte Doctor33)

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Sanità, malumore tra i medici del SSN

Posted by fidest press agency su domenica, 6 febbraio 2022

Il malumore tra i medici italiani dipendenti del SSN è sempre maggiore. “Mentre attendiamo con ansia che il rilancio della sanità italiana passi dalla fase progettuale e degli annunci a quella imprescindibile dei fatti concreti dobbiamo raccogliere con preoccupazione il malessere che serpeggia tra i nostri camici bianchi” dichiara Gianluca Giuliano, Segretario Nazionale della Ugl Salute. “I lunghi mesi dell’emergenza Covid – prosegue il sindacalista – hanno portato in superficie delle problematiche già esistenti che, come è emerso da un report di pochi giorni fa, spingerebbero oggi molti medici, nel caso si presentasse un’opportunità, a decidere di abbandonare le corsie degli ospedali pubblici italiani con l’idea di trasferirsi all’estero, di preferire il lavoro in una struttura privata, di dedicarsi esclusivamente all’intramoenia o addirittura di anticipare il pensionamento. Lo stato di prostrazione dei medici nasce dalle condizioni di lavoro critiche in cui si trovano ad operare. È causato da carichi di lavoro sempre meno sostenibili, dalla poca sicurezza come testimoniato dalle continue aggressioni fisiche e verbali subite, dall’eccessiva burocrazia che li impegna troppo spesso alla compilazione di atti amministrativi allontanandoli dall’assistenza ai pazienti. Se è vero che prevenire è meglio che curare allora bisogna intervenire puntando sul giusto adeguamento economico rafforzando la rete ospedaliera con nuove assunzioni. Inoltre servirà adeguare le funzioni dei medici rendendoli sempre più partecipi della governance clinica. Tutto questo andrà fatto con la massima urgenza per evitare un collasso dell’assistenza ospedaliera”.

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Università. Zaffini (FdI): Su numero chiuso medici

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 dicembre 2021

La pandemia ha evidenziato drammatica carenza medici.”Le dichiarazioni del ministro Messa sulla decisione di mantenere la facoltà di medicina a numero chiuso, dimostrano una chiara sconnessione dalla realtà dei fatti e dalle evidenze che, in questo periodo di pandemia, hanno reso ancor più drammatico il problema rappresentato dalla carenza di medici specializzati e in generale di personale sanitario”.A dichiararlo il senatore di Fratelli d’Italia Zaffini, segretario della commissione Sanità in Senato.”Possiamo anche essere concordi – sottolinea Zaffini – sulla impossibilità di apertura totale alle iscrizioni alla facoltà di Medicina e quindi a mantenere il ‘numero chiuso’, che però deve evidentemente essere riformato profondamente, ma comunque non possiamo condividere le motivazioni poste a supporto di tale scelta, e cioè che i numeri attualmente garantiti dalle Università sono sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale del personale sanitario. E’ vero semmai il contrario.” “Un problema drammatico lasciato irrisolto sul quale Fratelli d’Italia ha invece focalizzato l’attenzione, presentando nella manovra di bilancio un ordine del giorno che prevede l’aumento dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione, l’eliminazione del test d’ingresso – sostituito da un esame alla fine del primo anno – e un aumento del 25 per cento per ognuno dei tre anni del bilancio in esame, per la soglia d’ingresso dal secondo anno in poi. Tre proposte che pongono concreto rimedio ad una problematica molto sentita nel settore e che evidentemente il ministro Messa non conosce bene” conclude Zaffini.

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Tornano i medici nelle scuole siciliane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 novembre 2021

Riparte il progetto regionale di medicina scolastica avviato nel 2020 per gli alunni della scuola primaria e secondaria, ma interrotto per l’emergenza sanitaria. Da dicembre 2021 i medici torneranno nelle scuole elementari e medie siciliane.E’ stato deciso stamattina a Villa Magnisi nel corso di un incontro operativo tra i vertici istituzionali firmatari di un protocollo: assessorato regionale all’Istruzione rappresentato da Roberto Lagalla, assessorato regionale della Salute, rappresentato da Ruggero Razza, Ordine dei medici di Palermo, rappresentato da Toti Amato in rappresentanza degli altri otto Omceo provinciali, e l’Ufficio scolastico regionale rappresentato da Stefano Suraniti.Il progetto, che aveva già riscosso l’apprezzamento degli alunni e delle famiglie nella sua prima fase di realizzazione, quest’anno si arricchirà del contributo di nove referenti provinciali Omceo e di dieci associazioni sanitarie di volontariato.I firmatari del progetto hanno ridefinito tempi, percorso e obiettivi. Il ruolo dei medici in classe non si limiterà alle lezioni di primo soccorso o di promozione della salute e della prevenzione come fattore indispensabile per permettere ai più piccoli di adottare da adulti stili di vita sani.Grazie ai medici volontari, sono previste visite specialistiche (oculistiche, odontoiatriche, cardiologiche, ortopediche e di prevenzione all’obesità) per diagnosticare in tempo alcune delle malattie più frequenti dell’età evolutiva. A loro sarà affidato anche il compito di segnalare eventuali carenze igienico-sanitarie o rischi legati all’alimentazione delle mense.“Attraverso l’accesso diretto nelle scuole dei medici volontari – ha detto l’assessore all’Istruzione Roberto Lagalla – stiamo proponendo alle scuole, su loro stessa richiesta, un ventaglio di attività: dal tema fondamentale dell’informazione a quello della prevenzione sanitaria. E’ una pagina importante che recupera, oltre alla funzione preventiva, una dimensione di solidarietà e di eticità”.“Entro la fine dell’anno – ha commentato il presidente dell’Omceo di Palermo Toti Amato, membro del direttivo Fnomceo – le nostre scuole potranno usufruire dei servizi medico scolastici che se non fossero state cancellate avrebbero permesso oggi di fronteggiare meglio l’epidemia da covid, negli anni di migliorare gli aspetti igienico-sanitari e di rafforzare quel raccordo tra famiglie e medici del territorio necessario alla sorveglianza sanitaria e alla formazione protettiva dei minori”.“Il progetto rappresenta un’efficace azione sinergica tra istituzioni pubbliche – ha concluso Angela Fontana dirigente dell’Ufficio scolastico regionale – per realizzare un percorso formativo e di sensibilizzazione che risponde ad una necessità di supporto reale delle scuole”.

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Notte Bianca 2021 a Villa Medici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2021

Roma Giovedì 4 novembre 2021 dalle 19.00 a mezzanotte Ingresso libero Curatore: Saverio Verini Con i borsisti 2021-2022 di Villa Medici: Kaouther Adimi (scrittrice); Ivàn Argote (artista visivo e regista); Charlie Aubry (artista visivo e musicista); Théodora Barat (artista visiva); Samir Boumediene (dottore in storia); Nidhal Chamekh (artista visivo); Aude Fourel (cineasta); Marta Gentilucci (compositrice); Noémie Goddard (architetta d’interni); Evangelia Kranioti (artista visiva); Marielle Macé (scrittrice); Benoît Maire (artista visivo); Hèctor Parra Esteve (compositore); Julie Pellegrin (critica e curatrice); Mathieu Peyroulet Ghilini (designer); Guy Regis Jr. (scrittore e regista teatrale). La Notte Bianca vede la partecipazione dei sedici pensionnaires (borsisti) attualmente ospiti all’Accademia: artisti visivi, storici dell’arte, compositori, scrittori, architetti, designer, videomaker sono i protagonisti di questo momento dedicato alla creazione contemporanea. Gli interventi dei borsisti, disseminati in diversi punti della Villa, costituiranno un saggio delle loro ricerche individuali e multidisciplinari. Le proposte dei pensionnaires prenderanno forma attraverso opere d’arte visiva, performance, videoproiezioni, installazioni, interventi sonori, conferenze, creando un percorso dinamico che toccherà il giardino e l’edificio principale della Villa, ma anche ambienti solitamente non accessibili al pubblico. Da questo punto di vista, la Notte Bianca rappresenta un’occasione unica di visita alla Villa, in una condizione – di notte, e con i contributi dei borsisti – densa di suggestioni.Gli interventi dei pensionnaires illumineranno letteralmente gli ambienti della Villa: ampio spazio dunque alle videoproiezioni, così come a performance dal vivo, che porranno l’accento sul carattere effimero e momentaneo dell’iniziativa. La Notte Bianca si segnala anche per la sua dimensione laboratoriale: non una vera mostra e nemmeno un tradizionale “studi aperti” (open studio), ma una serata in cui i borsisti avranno l’opportunità di presentarsi a Roma e al suo pubblico, di esplorare e prendere confidenza con gli spazi della Villa, manifestando attitudini e approcci. Il titolo di questa edizione – Presto, la notte – da una parte fa riferimento al contesto in cui l’iniziativa ha luogo, tra il crepuscolo e le prime ore della notte; e, dall’altra, può essere interpretata come un’esortazione, un incitamento affinché la notte si manifesti in fretta, con tutto il carico di suggestioni e ispirazioni che porta con sé. Una condizione, quella della notte, sospesa tra oscurità e illuminazione, solitudine e condivisione, quiete e agitazione; l’evento di Villa Medici vuol essere un invito a riappropriarsi delle ore estreme della giornata, a margine di un periodo nel quale il nostro rapporto con esse è stato messo in discussione nei periodi di confinamento e coprifuoco.Curatore di questo percorso è Saverio Verini. La Notte Bianca costituisce la prima tappa di un percorso lungo un anno, che vedrà Verini affiancare i borsisti fino alla mostra di fine residenza, in programma nell’estate del 2022.

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Cure primarie, no ai medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 ottobre 2021

Le Case di Comunità non possono essere l’unica forma in cui si esprime la medicina di famiglia: ove venissero realizzate – con i medici dentro, come dice il Piano di Ripresa e Resilienza- gli studi attuali devono sopravvivere. L’offerta di 2 mila nuove strutture attrezzate deve essere integrativa e non sostitutiva dello studio “micro” attuale e, come professionista, il Mmg è il solo che può condurre le “case”, coordinando il personale e indirizzandone gli sforzi nell’interesse dell’assistito. Ma da convenzionato scelto dal paziente, non da dipendente. l messaggio arriva dalla proposta della Fimmg di riforma delle cure primarie: una risposta al documento delle Regioni che chiede il passaggio a dipendenza. Nel contro-documento il sindacato più rappresentativo dei medici di famiglia spiega perché la formula ideale resta la convenzione. Fimmg parte da due presupposti: tutti i medici, nessuno escluso, si sono fatti carico della risposta alla pandemia da Covid-19 e oggi pongono con l’Ordine il tema della “questione medica” posto dagli ordini: il camice dev’essere responsabile di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione, va valorizzato per le competenze che ha, e se in organico ci sono pochi medici l’Asl non deve rispondere con contratti precari. Come il documento delle regioni, il testo Fnom sulla “questione medica” riconosce però un’inadeguatezza della medicina territoriale, e da qui si parte: la “malattia” individuata c’è ma non si cura con il contratto di dipendenza. I medici di famiglia con i loro 60 mila studi espletano ogni anno il 97,4% delle prestazioni di primo livello, i pronti soccorso il 2,6% restante – 513 milioni contro 14 – ma costano meno dell’ospedale. Davvero li si vuole portare a dipendenza? In realtà dal 1978 poco è stato fatto per adeguare le convenzioni ai bisogni demografici. La parte pubblica ha tenuto il grosso dello stipendio ancorato alla quota nazionale, e le regioni hanno limitato le prospettive di categoria stabilendo dei tetti per gli incentivi alle “novità”: non si possono istituire gruppi per più del 12% della popolazione, reti per più del 9%; e ancora, i soldi per l’infermiere ci sono per un numero di medici che copre massimo l’8% dei residenti, gli incentivi bastano a coprire il 40% dei collaboratori. L’attuale rapporto convenzionale, basato sulla scelta del cittadino, non è in contraddizione con gli obiettivi di efficienza del Ssn; al contrario, ingessare il medico in rigide strutture dipartimentali non favorisce cure più “umane”, ma ingigantisce un già ridondante apparato tecnico strutturale, e fa mediare da strutture “anonimizzanti” il rapporto medico-paziente. Tra mercato ed ente pubblico c’è una terza via, il “professionalismo”, i medici di famiglia – professionisti “liberi” – hanno alle spalle un sapere specifico, si pongono obiettivi etici, per perseguire i quali devono avere margini di autonomia, adattano le proprie caratteristiche alle richieste dei cittadini, le attività – anche le più complesse – alla demografia. Da qui nasce la prossimità degli studi, per natura vicini al paziente, la loro capillarità, cioè l’essere tanti o meno in relazione alle caratteristiche di un’area geografica. Fimmg parla di medici della complessità “a minor impronta carbonica”, sostenibili, mentre la casa di comunità -un quasi- ospedale- potrebbe per paradosso peggiorare l’accesso e la velocità di alcune risposte al paziente. Per migliorarsi l’unica via è l’associazionismo: concordare con le regioni aggregazioni calibrate ai bisogni della popolazione, le reti dove quest’ultima è sparsa, i gruppi nelle aree a maggior densità. A disposizione di una medicina di famiglia associata vanno messi strumenti informatici e personale.E il contratto? Nella forma può ben restare la convenzione per ogni Mmg, ma gli obiettivi dell’attività si rinnovano: a prevenzione, presa in carico delle cronicità, gestione dell’acuzie non complicata, si affiancano definitivamente assistenza domiciliare e residenziale, sorveglianza epidemiologica – specie antipandemica – e diagnosi di primo livello. L’offerta di cure avverrà nel contesto dei “microteam” con infermiere, collaboratore di studio, assistente sociale, e si espleterà attraverso medicine organizzate in gruppo, a rete o single secondo i bisogni demo-geografici. Resterebbero le Aft, le aggregazioni funzionali formate da medici di assistenza primaria e continuità assistenziale, questi ultimi organizzati su fasce diurne o notturne in base alle esigenze regionali, e i medici di tali aggregazioni afferirebbero alcune ore/settimana alle case di comunità dove si offriranno pure prelievi, prenotazioni, prestazioni riabilitative, esami, colloqui con équipe domiciliari. Le case saranno un po’ una versione a “passo lungo” degli studi ordinari i quali a loro volta, potenziati, continueranno ad esistere e a collegarsi con esse anche informaticamente per gestire pazienti e pratiche. Lo stipendio dovrebbe cambiare: a una quota capitaria nazionale legata ad un impegno standard organizzativo se ne sostituirà una variabile regionale legata al soddisfacimento di indicatori di processo (ADI erogata, progetti Asl partecipati), di esito (pazienti vaccinati, screening fatti effettuare) e relativi ad altri temi (audit, farmacovigilanza). Tale retribuzione presuppone un rendiconto al dettaglio del lavoro svolto.Infine, Fimmg chiede la trasformazione del tirocinio da osservazionale in contratto di formazione lavoro tutorato con graduale acquisizione di responsabilità ed autonomia e parificazione dell’entità ella borsa a quella del medico specializzando. E chiede un periodo di formazione pre-laurea e docenti presi dalla professione… Tutte cose di cui si tace -rileva- negli attuali disegni di legge a favore della specializzazione in Medicina di comunità. By Mauro Miserendino fonte: Doctor33

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Medici di famiglia e pediatri dipendenti dal 2022

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 settembre 2021

Medici di famiglia dipendenti dal 1° gennaio 2022? È una delle ipotesi formulate dalle regioni in una “Prima analisi sulle modifiche delle relazioni” tra mmg/pediatri e Servizio sanitario nazionale, opera della conferenza degli assessori alla salute. Un’ipotesi che contempla alternative ma non può prescindere dall’ingresso dei medici nelle case di comunità previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e potrebbe diventare realtà. Entro l’anno tra i 42 provvedimenti che l’Italia è tenuta ad adottare per avere i soldi del Recovery Fund europeo, c’è infatti l’approvazione di un Decreto governativo sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.Le regioni chiedono che il Decreto consenta di assumere almeno i neodiplomati in medicina generale dalla sua entrata in vigore. Per gli altri medici, la “vecchia” convenzione in versione 2019-21 darà nuove regole. In realtà, gli assessori propongono quattro modelli contrattuali (e volendo nessuno esclude l’altro): dipendenza per tutti; accreditamento da realizzare con modifiche all’accordo nazionale, accreditamento con accordi tra servizio sanitario ed enti privati accreditati, mix dipendenza-accreditamento. La “relazione” dei medici convenzionati con le regioni, è la premessa del documento, non pare più in grado di garantire che “l’investimento notevole, già realizzato in alcune realtà e previsto dal PNRR, che avverrà nelle strutture di assistenza primaria italiane”, porti “ai risultati auspicati in termini di capacità di risposta ai bisogni dei cittadini”. Di più: la pandemia ha dimostrato l’estrema debolezza del modello organizzativo “single” del medico e la “resilienza” del modello associato multi-professionale.I medici di famiglia e i pediatri dovranno garantire la partecipazione a forme organizzative, il lavoro nelle case della comunità, le prestazioni chieste da Regione ed Asl (ma cesseranno le contrattazioni aziendali), il rispetto di indicatori di garanzia di presa in carico, servizi di assistenza domiciliare come parte dell’attività. Ci si coordinerà con gli infermieri di comunità e con i medici di guardia che potrebbero essere ri-assegnati alla fascia oraria diurna, lasciando il 118 dalle 0 alle 8 (nella prima ipotesi di accreditamento con modifica dell’accordo nazionale). La dipendenza è l’ipotesi più “acclamata” da molti assessori ma richiede risorse ed una legge nuova che superi la Balduzzi con le sue aggregazioni Aft e Uccp, che consenta a chi fa il triennio di medicina generale di entrare nella dirigenza medica, e che sciolga il nodo della contribuzione: si potrebbe mantenere quella all’Enpam, magari ad opzione del medico. In cambio i medici avrebbero orari precisi, timbrerebbero il cartellino nella casa o nell’ospedale di comunità o nella centrale operativa territoriale (dove si coordina il rapporto con l’ospedale), e coprirebbero sedi dislocate oggi non gradite. Alternativa è l’accreditamento da realizzare o modificando l’accordo nazionale o dando il via ad accordi regionali con nuovi soggetti convenzionati composti da medici aggregati in società o cooperative. La prima chance prevede una convenzione snella che definisca volumi di lavoro per ogni medico, obiettivi da raggiungere, nuovo ottimale (1:1500 visto il lavoro in tandem con l’infermiere), massimale a 2000, orari certi, presa in carico delle cronicità. Ad essere autorizzato non sarebbe il singolo ma l’aggregazione funzionale se ha idonea rete informatica; l’accreditamento richiederebbe in più la capacità di coprire la continuità assistenziale 8-24 e il rispetto di dotazioni richieste dalla regione. Andrebbe rivista la composizione della quota capitaria. Ma si può arrivare al dunque con tanti sindacati e con così tante cose da dirsi al tavolo Sisac? Le Regioni propongono un modello alternativo che passa per la costituzione di “soggetti giuridici accreditabili”, ciascuno dei quali, forte di un tot di medici e pediatri secondo norme regionali, concluderebbe con la regione un accordo di fornitura servizi. Quarta opzione: far coesistere dipendenza ed accreditamento, con assunzioni a carico delle regioni solo per i nuovi diplomati, e “vecchi” mmg ad esaurimento con la convenzione del 1978, e a seconda delle regioni mix differenti di carichi di lavoro. Da valutare altri aspetti, come il passaggio del triennio di formazione specifica agli atenei, pur con molti docenti mmg, il mantenimento di eventuali equipollenze, la disincentivazione all’offerta di strutture a mmg e pediatri da parte delle farmacie. Tante novità, dunque, ma si tratta pur sempre di una “prima analisi”. Inoltre, le regioni hanno fatto sapere con il coordinatore degli assessori Raffaele Donini (al congresso sull’Emergenza di Riva del Garda) che sentiranno sempre i medici prima di cambiare le cose. Infine, nel Dataroom di Milena Gabanelli dov’era ospite con il leader Fimmg Silvestro Scotti, il direttore Agenas Domenico Mantoan ha minimizzato: la priorità è far entrare i medici nella casa della salute, che va pensata ad integrazione degli studi esistenti, e non il dibattito su dipendenza o convenzione; e per i cittadini resterebbe sempre la scelta fiduciaria del medico di famiglia, come indicato dalla Costituzione. By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Le regioni evocano la dipendenza per i medici di famiglia? E la categoria potrebbe vanificare gli incontri per la convenzione, che dovevano ripartire questo mese. La segreteria nazionale Fimmg riunita dal 1° al 3 settembre a Roma è lapidaria: “Non si andrà al rinnovo 2016-2018 dell’Accordo nazionale della medicina generale finché non saranno affrontate e risolte le numerose contraddizioni di Regioni che da un lato continuano a proporre il modello precedente alla pandemia, e dall’altro mettono in discussione la centralità della medicina generale nelle sue funzioni fondanti”.La bozza di convenzione in circolazione, per Silvestro Scotti segretario nazionale Fimmg “presenta due ordini di criticità inaccettabili, da un lato mette in discussione elementi fondanti la nostra professione, quali la scelta fiduciaria e l’autonomia organizzativa su cui la categoria non è disposta ad alcun compromesso, dall’altro propone elementi di subordinazione, anche attraverso la sottrazione di risorse a favore di modelli mai realizzati e già superati dai progetti di riorganizzazione post pandemica sui quali siamo disponibili a dare il nostro contributo”. Scotti torna a proporre un accordo nazionale nuovo che veda il Mmg “centrale nella sua capillarità e prossimità nel sistema di studi professionali in cui i micro-team esercitino come rete spoke del territorio. Funzioni prioritariamente rivolte a temi quali la prevenzione, la domiciliarità e la cronicità, il cui Piano Nazionale è stato affidato dalle stesse Regioni alla medicina generale ma che le stesse regioni oggi si rimangiano”.A proporre la dipendenza per i medici di famiglia, già chiesta in Veneto, è ora la Lombardia: l’intenzione sarebbe stata manifestata in Commissione salute delle regioni da Letizia Moratti, assessora sanità lombarda, a un mese dalla presentazione della riforma che promuove le case della salute e offre ai distretti le redini delle cure primarie. La segretaria regionale Paola Pedrini parla di follia, di una mossa che in un colpo solo toglierebbe efficienza di un sistema già in difficoltà, libera scelta del medico da parte del cittadino, fiducia del paziente nel camice che egli stesso ha scelto, e persino quelle poche candidature a coprire zone carenti oggi rimaste. «I sostenitori della dipendenza pensano a una più facile copertura delle aree disagiate», dice Pedrini, e ricorda che invece tale copertura è difficile pure nella dipendenza, «nei piccoli ospedali periferici: i bandi vanno spesso deserti». Il timore di Fimmg è che a dispetto di legge 833/78, riforma 502/92 e legge Balduzzi del 2012, in un contesto dove la medicina di famiglia si va spopolando, le regioni impongano una visione che va nel senso del controllo del medico. «In uno scenario dove le farmacie potranno offrire servizi diagnostici e gli infermieri guidare l’assistenza domiciliare ai fragili, c’è il rischio che ai medici ridimensionati per il carente turnover restino spazi residuali e funzioni più governabili dall’alto», dice il vicesegretario nazionale Fimmg Fiorenzo Corti, che proprio all’indomani della presentazione della riforma aveva ammonito la Lombardia a non introdurre modelli organizzativi senza sentire la categoria. «Noi – continua Corti – avevamo plaudito alla riforma lombarda perché non vi si parlava di dipendenza ma si faceva una scommessa sulla categoria e sulle cooperative di servizio nel telemonitoraggio dei pazienti Covid e no Covid, nella presa in carico delle cronicità e nei servizi di medicina di prossimità, che proprio grazie alle coop sono letteralmente esplosi durante le vaccinazioni, con IML, Insubria e Cosma che hanno somministrato in totale circa 700 mila dosi ai cittadini lombardi. Ora la situazione cambia». Corti sottolinea che in caso di dipendenza del medico, il cittadino, anche se gli si lasciasse la libera scelta, perderebbe di fatto il rapporto fiduciario. «Intanto, per l’indicazione del curante sarebbe guidato dal Servizio di medicina generale del distretto (e magari i colleghi degli studi decentrati sarebbero sempre più riservati ai residenti dei relativi bacini). Ma anche se un cittadino ottenesse il medico da lui richiesto, quel dottore, presumibilmente bravo, sarebbe conteso. L’assistito nel prenotarsi un appuntamento scoprirebbe di dover attendere settimane prima di vederlo, come avviene in ospedale. E, come in ospedale, crescerebbero contenziosi».Argomento forte di Fimmg e della maggior parte dei sindacati della medicina generale è che la dipendenza al Ssn costa molto più del convenzionamento. In parte, forse, la regione potrebbe risparmiare inserendo personale Asl già assunto al servizio del medico anziché pagargli incentivi per mantenere collaboratore di studio ed infermiere. All’obiezione, Corti replica che allo stato dei fatti è probabile che la regione debba intanto assumere infermieri (si parla di 30 mila, ndr) per i compiti sul territorio. In questo modo la dipendenza significherà spese su spese. «Non c’è abbastanza personale. Si deve investire. I fondi aggiuntivi del Recovery Plan sono stanziati su strutture ed hardware, non sulle figure di supporto. Ammettendo per un attimo di riuscire a dirottare personale già in servizio – dice Corti – mi è difficile immaginare un infermiere dipendente ospedaliero dirottato sul territorio per visite domiciliari di un’ora e mezza ciascuna da effettuarsi ad orari concordati con le necessità del paziente. Per quanto invece riguarda noi medici di famiglia, dovremmo intenderci su cosa s’intenda per dipendente: ferie retribuite ed indennità di malattia – azzarda qualcuno- assicurazione, cartellino da timbrare, permessi, possibilità di periodi di formazione “come nel resto del settore pubblico”. E se invece il contratto fosse privatistico? Che diremmo se in Lombardia si permettesse alle case di comunità di essere guidate da strutture private, e di poter a loro volta assumere i medici con un contratto sul tipo di quello delle case di cura?» Fimmg annuncia nelle prossime settimane una nuova proposta di Accn all’insegna di “Fiduciarietà, Prossimità e Professionalismo e a garanzia di un Ssn pubblico per evitare una deriva privatistica”. Alle Regioni si chiede chiarezza e si rinnova “la disponibilità al confronto”. Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici italiani tornano a emigrare

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

Dopo l’arresto nei mesi di lotta al Covid-19, torna forte l’emorragia di medici dall’Italia verso gli stati esteri. In media un medico ogni 40 emigra verso Emirati, Qatar o Nordamerica. L’allarme lo lancia il presidente Omceo Mi Roberto Carlo Rossi segnalando che ogni anno firma oltre 500 certificati “good standing” per consentire l’espatrio a medici italiani (su 27 mila iscritti, a Roma Antonio Magi ne firma 1000 su 42 mila iscritti). Per una proporzione corretta bisogna aggiungere gli espatri di medici italiani verso paesi dell’Unione europea, gestiti con una procedura di attestazione della “buona condotta” che coinvolge ministero della Salute e Fnomceo. Rossi aggiunge che non vanno via solo giovani camici ma anche medici 45-50enni, specialisti della dirigenza pubblica, dipendenti del privato. Tra convenzione e dipendenza, un distinguo: «In convenzione la maggior parte dei medici è a 10-15 anni alla pensione, c’è poi uno zoccolo non nutritissimo di quarantenni, infine ci sono i giovani, e in quella fascia la tendenza alla mobilità, anche verso l’estero, è più elevata che in passato. Nella dipendenza invece tendono ad andare via anche i quarantenni, molti in piena carriera», dice Rossi. «Cardiochirurghi da un giorno all’altro si stabiliscono negli Emirati, e li capisco; un direttore di dipartimento responsabile di più unità dove si effettuano migliaia di prestazioni delicate, con annessi rischi legali, incassa 4500 euro mensili, meno che nel resto dei paesi industrializzati. Gli stipendi dei medici italiani a tutto il 2019 erano i peggiori in Europa occidentale eccezion fatta per la Spagna (di cui non conosco i limiti posti dalle incompatibilità); oggi forse siamo all’ultimo posto». Tra i medici di famiglia è prevedibile che a breve qualcuno, più giovane o avvezzo alle lingue straniere, chiuda la convenzione ed emigri? «Anche la nostra categoria è meno remunerata rispetto alle omologhe nel resto d’Europa, con buona pace dei Beppe Grillo secondo cui guadagneremmo come i cardiochirurghi, del ministro Giancarlo Giorgetti per il quale non serviamo più e della giornalista Milena Gabanelli nei cui pezzi leggiamo di entrate per noi cospicue (a fronte di un lavoro minimo) ma non dei costi dello studio e del personale. La realtà è diversa – dice Rossi – in una grande città le entrate non coprono le uscite, mentre in montagna il carico di lavoro e di chilometri è spesso superiore alle possibilità umane. Il turnover sarà sempre più precario e in certi casi potrà fallire, a meno di affrontarlo con due soluzioni alternative. Una è far entrare il privato nella medicina territoriale, aprendo una competizione che vedrà arretrare il servizio sanitario pubblico e i livelli di assistenza rispetto a quanto oggi erogato. L’altra è aumentare gli stipendi ai medici; osservo una certa timidezza dei sindacati nel parlare di aumenti ma per consentire al medico di respirare si potrebbe puntare alla rimozione di alcune incompatibilità».In effetti proprio lo Snami in questi mesi con il presidente Angelo Testa chiede l’abolizione di molte incompatibilità sia dei medici che già esercitano sia dei corsisti di medicina generale «per non lasciar scoperte cliniche private, guardie mediche, Rsa e 118». «La strada è quella – dice Rossi – già nel 2005 mi chiedevo come si sarebbe potuti andare avanti con un medico di famiglia garante dei Lea senza offrire a questa professione motivazioni per crescere. Oggi, peraltro i margini di libera professione rimasti sono residuali. Il lavoro prende gran parte delle nostre energie; non c’è più il rischio di un medico con più lavori, alcuni dei quali in contrasto, quel “mito” che diede il destro alla riforma bindiana e all’introduzione dell’indennità di esclusività in ospedale (pochi soldi in confronto a quanto danno all’estero, si veda Israele). Bene sarebbe concedere a chi ha residue energie e ha bisogno di soldi di poter effettuare altre attività, anche complementari a quelle rientranti nei livelli essenziali di assistenza. Anziché far entrare il privato nei Lea, daremmo al medico di fiducia la possibilità di fare qualcosa di più, di andare oltre, a fronte di prospettive economiche. Del resto, un nodo certo sta per venire al pettine: televisite e teleconsulti sono all’ordine del giorno nella medicina generale, i pazienti ce li chiedono, spesso noi riusciamo a offrirli senza problemi. Ma è lavoro supplementare e va pagato a parte». By Mauro Miserendino fonte: Doctor33.

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Medici di famiglia, 20 su 100 potrebbero andar via entro l’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 24 luglio 2021

«Nel 2021 avremo il doppio dei pensionamenti attesi. Il 20% dei colleghi andrà in pensione nel 2021. Chi può, ormai scappa», l’allarme di Pier Luigi Bartoletti, segretario romano e vicesegretario nazionale della Fimmg, risuona forte e quasi ultimativo. Se fino a qualche anno fa c’era la corsa per restare fino a 70 anni, ora invece molti medici convenzionati esodano, complici il cambiamento dei contenuti del lavoro indotto dalla pandemia, il telefono che non dà tregua e le moltiplicate incombenze burocratiche, dal green pass al certificato di guarigione. «Di fronte al rischio di una quarta ondata pandemica a settembre così come siamo non reggiamo», la chiosa, non senza un accenno al fatto che non ci sono rimpiazzi: i neolaureati scelgono di andare altrove.L’allarme arriva proprio mentre il sottosegretario alla Salute Andrea Costa in audizione in Commissione Affari sociali alla Camera annuncia l’arrivo di nuove borse per i giovani aspiranti medici di famiglia. Un investimento specifico, il 2.2 inserito nella Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato dall’Unione Europea, che contempla l’incremento del numero delle borse di studio di formazione specifica per i trienni 2021-24, 2022-25 e 2023-26: 900 borse di studio aggiuntive l’anno, per un totale di 2.700 borse per i 3 cicli. Una buona notizia prontamente ripresa dal presidente Fnomceo Filippo Anelli che ringrazia il ministro della Salute Roberto Speranza per il forte impegno ma subito invita le Regioni a rendere noti i fabbisogni, così da poter emettere il nuovo bando, e a fissare la data del Concorso. Costa sa quanto sia elevata l’età mediana della categoria e conferma indirettamente i dati di Bartoletti.«Si stima che oltre 20 mila medici di medicina generale abbiano un’età uguale o superiore ai 65 anni e a breve raggiungeranno i requisiti per il pensionamento. Il tema è da tempo all’attenzione del ministero della Salute e delle Regioni, e assicuro che tale priorità resterà al centro delle iniziative del ministero della salute nei prossimi mesi», afferma. E ricorda come già per il triennio 2018-21 sia stato raddoppiato il numero di borse rispetto al precedente 2017-20, passando da 1100 a 2093 mentre per il triennio 2020-23 i posti risultano 2046 in totale, 1332 a bando più altri 714 assegnati con il decreto Calabria del 2019. Infine, per il triennio 2021-24 ricorda come l’articolo 1 bis del ‘Decreto Rilancio’, accantoni altri 20 milioni. Il decreto semplificazioni del 2018 e il decreto Calabria 2019 infine consentono agli iscritti al corso di partecipare all’assegnazione di incarichi convenzionali, oltre a poter assumere incarichi provvisori o di sostituzione. Però, al netto di tutto questo, chi pratica la medicina di famiglia ogni giorno non è convinto che questi numeri siano sufficienti. (fonte doctor33)

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Medici base pagati 6 euro a dose, questi sono i veri numeri

Posted by fidest press agency su domenica, 13 giugno 2021

“I medici di base percepiscono 6,16 euro per ogni dose di vaccino che somministrano e, per ora, ricevono 1 fiala a settimana che contiene 11 dosi nel caso di Astrazeneca o 6 se si tratta di Pfizer. Parliamo di un massimo di 67,76 euro a settimana. In questa cifra è incluso tutto, dai costi legati al ritirare i vaccini, alle utenze dello studio medico, al lavoro di segreteria per fissare gli appuntamenti e calendarizzare i richiami, ai presidi medici di cui è necessario dotarsi quando si vaccinano i pazienti”. E’ quanto dichiara alla Dire il dottor Stefano De Lillo, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma, dicendosi sorpreso di aver letto ieri, su un autorevole quotidiano, un titolo sui medici che guadagnano fino a 80 euro l’ora per vaccinare, “quasi come fosse una cifra straordinaria”.De Lillo, che ha inviato al direttore della testata una lettera aperta, puntualizza che “la somma è lorda e si riferisce al compenso di medici specialisti. Al netto di qualsiasi considerazione ironica che si possa fare sul costo delle prestazioni dei medici specialisti- aggiunge- non mi pare sia una cifra assurda su cui costruire un titolo”. Secondo il vicepresidente Omceo Roma, poi, l’attenzione pubblica dovrebbe premiare l’impegno dei tanti medici di famiglia rappresentando una spesa “irrisoria a fronte di macchine organizzative come gli hub, che hanno costi più importanti”. Per questo, afferma, “in futuro, contrariamente a ciò che è successo negli ultimi anni, bisognerà investire nel capitale umano, ampliando il numero dei posti nelle facoltà di Medicina, aumentando le borse di Specializzazione e i corsi di formazione. Per questo- conclude- dovrebbero essere usati i soldi del Recovery plan”.Fonte «Agenzia DIRE

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Governo ha stabilito vaccinazione requisito essenziale per medici

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

“In Senato abbiamo discusso molto a lungo sui contenuti del decreto che ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per gli ‘esercenti le professioni sanitarie’. Il decreto, voluto dal governo Draghi e dalla maggioranza che lo sostiene, stabilisce tra le altre cose che la vaccinazione è un requisito essenziale per l’esercizio della professione proibendo, quindi, in ogni caso e in ogni modo l’attività a coloro che rifiutano la vaccinazione. Fratelli d’Italia rispetto a questo passaggio, così preciso e controverso, avrebbe voluto apportare modifiche attraverso i molti emendamenti presentati, ma è stato impossibile perché il governo ha alzato un vero muro. Alla luce di queste considerazioni appare chiarissima la posizione del dottor De Monte, del quale non discutiamo le capacità professionali, ma che si trova oggettivamente in una condizione di assoluta incompatibilità, sia per quanto riguarda il ruolo apicale alla SORES, da poco ricoperto, e sia adesso anche con il ruolo di primario all’ospedale di Udine”.Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani. “Peraltro, lo stesso decreto stabilisce che siano proprio le Regioni a vigilare e a verificare con tempestività ‘lo stato vaccinale dei soggetti interessati’ in collaborazione con l’Ordine dei medici. A questo proposito suonano alquanto singolari le dichiarazioni lette in questi giorni da parte di importanti dirigenti, che appaiono molto lontane dal contenuto assai stringente del decreto legge. La questione si risolve, quindi, in maniera molto semplice: o il medico in questione come tutti i suoi colleghi si vaccina o altrimenti non può continuare a esercitare la sua attività professionale. Confidiamo ovviamente in una soluzione rispettosa della legge e soprattutto ispirata dal buon senso, che consiglia scelte e atteggiamenti in linea con il poderoso sforzo che tutto il Paese sta compiendo per rendere la vaccinazione anti Covid il più capillare e diffusa possibile” conclude il senatore Ciriani.

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Medici: fuga dagli ospedali

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 Maggio 2021

Sono oltre 3000 i medici che nel 2019 si sono dimessi dall’ospedale per cercare realizzazione professionale e migliore qualità di vita nel privato o sul territorio. Ma in 10 anni sono aumentati del 81%. È quanto emerge da uno studio di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti. “Questi numeri – avverte il sindacato medico – sono un segnale di allarme rispetto all’inizio della fine del sistema sanitario pubblico e universalistico per come lo conosciamo, che semplicemente non esiste senza i suoi medici. Se la politica non interviene, e rapidamente, per motivare, valorizzare, premiare e trattenere i medici ospedalieri – sottolinea Anaao – gli ospedali diventeranno quinte teatrali anche se ammodernati dal punto di vista tecnologico e digitale e resi resistenti ai terremoti. Ma non a quelli provocati dalla fuga delle competenze e delle conoscenze”. Nel 2019, dai dati del Conto annuale del Tesoro, il 2,9% dei medici ospedalieri ha deciso di dare le dimissioni, di lasciare il lavoro prima di andare in pensione, di licenziarsi. Si tratta di 3.123 camici bianchi. Il 2,9% rappresenta la media nazionale, ma il fenomeno ha interessato alcune Regioni più di altre: nelle Marche, ad esempio, nel 2019, si è dimesso il 6.6% dei medici ospedalieri, a seguire il Veneto con 5.9%, poi Valle d’Aosta (3.8%) e Piemonte (3.5%). Le Regioni in cui maggiori sono le dimissioni volontarie sono quelle del Nord: è possibile che la ragione sia da ricercare nelle maggiori opportunità di lavoro nell’ospedalità privata o nel settore libero professionale. Se al Centro spiccano le Marche, al sud sono Campania e Calabria. Se poi analizziamo il trend degli ultimi 10 anni, i dati sono allarmanti: la percentuale di medici che si sono dimessi dagli ospedali – evidenzia lo studio – risulta in aumento in quasi tutte le regioni italiane. In numero assoluto si è passati da una media italiana di dimessi di 1.849 medici nel 2009 a 3.123 nel 2019. Ma se analizziamo le dimissioni in relazione al numero totale di medici dipendenti, in Italia si è passati dall’1,6% di dimessi nel 2009 al 2,9% nel 2019. In 10 anni, dunque, i medici che si licenziano sono aumentati del 81%. In Veneto, le dimissioni in 10 anni si sono quintuplicate, raggiungendo nel 2019 il numero di 465. In Lombardia, che nel 2009 contava numeri già alti, le dimissioni sono aumentate di 2,5 volte, nelle Marche e in Piemonte di oltre 3 volte.Se analizziamo infine l’andamento, è da notare come la curva dei licenziati si impenni proprio negli ultimi tre anni. In particolare, nelle Marche dal 2017 al 2019 il numero di medici che si è dimesso è quasi triplicato, in Lazio e in Campania è più che raddoppiato. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, nonostante partissero da numeri assoluti molto alti, in 3 anni hanno aumentato i medici che si sono dimessi rispettivamente del 115%, 50% e del 66%. In ospedale i problemi sono molti – sottolinea l’Anaao – il taglio del personale e la carenza di specialisti hanno creato organici sempre più ridotti rendendo insostenibile il carico di lavoro. La presenza delle donne in sanità è in progressivo aumento e i turni disagevoli previsti dal lavoro in ospedale non consentono, soprattutto a loro, di dedicarsi alla famiglia come vorrebbero. Il lavoro burocratico – indica Anaao – è diventato intollerabile. L’autonomia decisionale è svilita, la professionalità poco premiata e per nulla incentivata, il coinvolgimento nei processi decisionali è assente, il loro lavoro – elenca lo studio – ha perso valore, anche economico, come il proprio ruolo sociale. E ancora: la solitudine di fronte a tutte le mancanze e le carenze organizzative è pesante da tollerare, il rischio di denunce legali e aggressioni verbali e fisiche è aumentato negli anni, le ambizioni di carriera sono state rese scarse: in Italia nel 2009 i direttori di Struttura complessa, cioè l’apice della carriera professionale, erano 9.691, nel 2019 solo 6.629, il 31,5% in meno. I responsabili di Struttura semplice, il livello immediatamente inferiore, nel 2009 erano 18.536, dopo 10 anni il 44% in meno, cioè 10.368.In queste condizioni – sottolinea lo studio – il privato diventa sempre più attrattivo, anche per la possibilità di un trattamento fiscale agevolato del reddito prodotto e la medicina di famiglia o specialistica ambulatoriale per il fatto di non conoscere il lavoro notturno e festivo. La speranza è soprattutto di avere un lavoro meno burocratico, più autonomo, con orari più flessibili. I medici ospedalieri – denuncia l’analisi dell’Anaao – si sentono pedine per coprire i turni, alle quali mandare ordini di servizio, chiedere di sopperire alle carenze del sistema, dalle quali pretendere sempre maggiore produzione ed efficienza. Non parte di un progetto, ma elementi marginali, sostituibili, che pesano sul bilancio quando sono malati, in gravidanza o in congedo, anche per motivi formativi. I dati del Conto annuale del Tesoro ci permettono di fotografare le dimissioni dei dirigenti medici solo fino al 2019. Ma, c’è da scommettere – avverte l’Anaao – che la pandemia da Covid-19 aggraverà le fuoriuscite. E lo vedremo probabilmente dal 2021, perché nel 2020 lo spirito di servizio ha certamente fatto posticipare la scelta di dimettersi. Durante l’emergenza i dirigenti hanno dimostrato senso di abnegazione, ma le condizioni e i carichi di lavoro non sono migliorati con i mesi. Mentre la stanchezza, il senso di frustrazione e impotenza, fino al burnout fisico e psicologico sono peggiorati. Da eroi della prima ondata sono diventati oggetto di attacchi, critiche, a volte denunce, nelle fasi successive. I dati dei licenziamenti volontari, che peggiorano di anno in anno, paiono un grido di aiuto. E se è vero che nei colleghi sopravvive una grande passione per il loro lavoro – conclude il sindacato medico – è anche vero che in tanti stanno cercando luoghi diversi dall’ospedale pubblico dove realizzarla. E più della metà si vede fuori nei prossimi due anni. (fonte Doctor33)

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