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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘medici’

Cure primarie, no ai medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 ottobre 2021

Le Case di Comunità non possono essere l’unica forma in cui si esprime la medicina di famiglia: ove venissero realizzate – con i medici dentro, come dice il Piano di Ripresa e Resilienza- gli studi attuali devono sopravvivere. L’offerta di 2 mila nuove strutture attrezzate deve essere integrativa e non sostitutiva dello studio “micro” attuale e, come professionista, il Mmg è il solo che può condurre le “case”, coordinando il personale e indirizzandone gli sforzi nell’interesse dell’assistito. Ma da convenzionato scelto dal paziente, non da dipendente. l messaggio arriva dalla proposta della Fimmg di riforma delle cure primarie: una risposta al documento delle Regioni che chiede il passaggio a dipendenza. Nel contro-documento il sindacato più rappresentativo dei medici di famiglia spiega perché la formula ideale resta la convenzione. Fimmg parte da due presupposti: tutti i medici, nessuno escluso, si sono fatti carico della risposta alla pandemia da Covid-19 e oggi pongono con l’Ordine il tema della “questione medica” posto dagli ordini: il camice dev’essere responsabile di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione, va valorizzato per le competenze che ha, e se in organico ci sono pochi medici l’Asl non deve rispondere con contratti precari. Come il documento delle regioni, il testo Fnom sulla “questione medica” riconosce però un’inadeguatezza della medicina territoriale, e da qui si parte: la “malattia” individuata c’è ma non si cura con il contratto di dipendenza. I medici di famiglia con i loro 60 mila studi espletano ogni anno il 97,4% delle prestazioni di primo livello, i pronti soccorso il 2,6% restante – 513 milioni contro 14 – ma costano meno dell’ospedale. Davvero li si vuole portare a dipendenza? In realtà dal 1978 poco è stato fatto per adeguare le convenzioni ai bisogni demografici. La parte pubblica ha tenuto il grosso dello stipendio ancorato alla quota nazionale, e le regioni hanno limitato le prospettive di categoria stabilendo dei tetti per gli incentivi alle “novità”: non si possono istituire gruppi per più del 12% della popolazione, reti per più del 9%; e ancora, i soldi per l’infermiere ci sono per un numero di medici che copre massimo l’8% dei residenti, gli incentivi bastano a coprire il 40% dei collaboratori. L’attuale rapporto convenzionale, basato sulla scelta del cittadino, non è in contraddizione con gli obiettivi di efficienza del Ssn; al contrario, ingessare il medico in rigide strutture dipartimentali non favorisce cure più “umane”, ma ingigantisce un già ridondante apparato tecnico strutturale, e fa mediare da strutture “anonimizzanti” il rapporto medico-paziente. Tra mercato ed ente pubblico c’è una terza via, il “professionalismo”, i medici di famiglia – professionisti “liberi” – hanno alle spalle un sapere specifico, si pongono obiettivi etici, per perseguire i quali devono avere margini di autonomia, adattano le proprie caratteristiche alle richieste dei cittadini, le attività – anche le più complesse – alla demografia. Da qui nasce la prossimità degli studi, per natura vicini al paziente, la loro capillarità, cioè l’essere tanti o meno in relazione alle caratteristiche di un’area geografica. Fimmg parla di medici della complessità “a minor impronta carbonica”, sostenibili, mentre la casa di comunità -un quasi- ospedale- potrebbe per paradosso peggiorare l’accesso e la velocità di alcune risposte al paziente. Per migliorarsi l’unica via è l’associazionismo: concordare con le regioni aggregazioni calibrate ai bisogni della popolazione, le reti dove quest’ultima è sparsa, i gruppi nelle aree a maggior densità. A disposizione di una medicina di famiglia associata vanno messi strumenti informatici e personale.E il contratto? Nella forma può ben restare la convenzione per ogni Mmg, ma gli obiettivi dell’attività si rinnovano: a prevenzione, presa in carico delle cronicità, gestione dell’acuzie non complicata, si affiancano definitivamente assistenza domiciliare e residenziale, sorveglianza epidemiologica – specie antipandemica – e diagnosi di primo livello. L’offerta di cure avverrà nel contesto dei “microteam” con infermiere, collaboratore di studio, assistente sociale, e si espleterà attraverso medicine organizzate in gruppo, a rete o single secondo i bisogni demo-geografici. Resterebbero le Aft, le aggregazioni funzionali formate da medici di assistenza primaria e continuità assistenziale, questi ultimi organizzati su fasce diurne o notturne in base alle esigenze regionali, e i medici di tali aggregazioni afferirebbero alcune ore/settimana alle case di comunità dove si offriranno pure prelievi, prenotazioni, prestazioni riabilitative, esami, colloqui con équipe domiciliari. Le case saranno un po’ una versione a “passo lungo” degli studi ordinari i quali a loro volta, potenziati, continueranno ad esistere e a collegarsi con esse anche informaticamente per gestire pazienti e pratiche. Lo stipendio dovrebbe cambiare: a una quota capitaria nazionale legata ad un impegno standard organizzativo se ne sostituirà una variabile regionale legata al soddisfacimento di indicatori di processo (ADI erogata, progetti Asl partecipati), di esito (pazienti vaccinati, screening fatti effettuare) e relativi ad altri temi (audit, farmacovigilanza). Tale retribuzione presuppone un rendiconto al dettaglio del lavoro svolto.Infine, Fimmg chiede la trasformazione del tirocinio da osservazionale in contratto di formazione lavoro tutorato con graduale acquisizione di responsabilità ed autonomia e parificazione dell’entità ella borsa a quella del medico specializzando. E chiede un periodo di formazione pre-laurea e docenti presi dalla professione… Tutte cose di cui si tace -rileva- negli attuali disegni di legge a favore della specializzazione in Medicina di comunità. By Mauro Miserendino fonte: Doctor33

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Medici di famiglia e pediatri dipendenti dal 2022

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 settembre 2021

Medici di famiglia dipendenti dal 1° gennaio 2022? È una delle ipotesi formulate dalle regioni in una “Prima analisi sulle modifiche delle relazioni” tra mmg/pediatri e Servizio sanitario nazionale, opera della conferenza degli assessori alla salute. Un’ipotesi che contempla alternative ma non può prescindere dall’ingresso dei medici nelle case di comunità previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e potrebbe diventare realtà. Entro l’anno tra i 42 provvedimenti che l’Italia è tenuta ad adottare per avere i soldi del Recovery Fund europeo, c’è infatti l’approvazione di un Decreto governativo sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.Le regioni chiedono che il Decreto consenta di assumere almeno i neodiplomati in medicina generale dalla sua entrata in vigore. Per gli altri medici, la “vecchia” convenzione in versione 2019-21 darà nuove regole. In realtà, gli assessori propongono quattro modelli contrattuali (e volendo nessuno esclude l’altro): dipendenza per tutti; accreditamento da realizzare con modifiche all’accordo nazionale, accreditamento con accordi tra servizio sanitario ed enti privati accreditati, mix dipendenza-accreditamento. La “relazione” dei medici convenzionati con le regioni, è la premessa del documento, non pare più in grado di garantire che “l’investimento notevole, già realizzato in alcune realtà e previsto dal PNRR, che avverrà nelle strutture di assistenza primaria italiane”, porti “ai risultati auspicati in termini di capacità di risposta ai bisogni dei cittadini”. Di più: la pandemia ha dimostrato l’estrema debolezza del modello organizzativo “single” del medico e la “resilienza” del modello associato multi-professionale.I medici di famiglia e i pediatri dovranno garantire la partecipazione a forme organizzative, il lavoro nelle case della comunità, le prestazioni chieste da Regione ed Asl (ma cesseranno le contrattazioni aziendali), il rispetto di indicatori di garanzia di presa in carico, servizi di assistenza domiciliare come parte dell’attività. Ci si coordinerà con gli infermieri di comunità e con i medici di guardia che potrebbero essere ri-assegnati alla fascia oraria diurna, lasciando il 118 dalle 0 alle 8 (nella prima ipotesi di accreditamento con modifica dell’accordo nazionale). La dipendenza è l’ipotesi più “acclamata” da molti assessori ma richiede risorse ed una legge nuova che superi la Balduzzi con le sue aggregazioni Aft e Uccp, che consenta a chi fa il triennio di medicina generale di entrare nella dirigenza medica, e che sciolga il nodo della contribuzione: si potrebbe mantenere quella all’Enpam, magari ad opzione del medico. In cambio i medici avrebbero orari precisi, timbrerebbero il cartellino nella casa o nell’ospedale di comunità o nella centrale operativa territoriale (dove si coordina il rapporto con l’ospedale), e coprirebbero sedi dislocate oggi non gradite. Alternativa è l’accreditamento da realizzare o modificando l’accordo nazionale o dando il via ad accordi regionali con nuovi soggetti convenzionati composti da medici aggregati in società o cooperative. La prima chance prevede una convenzione snella che definisca volumi di lavoro per ogni medico, obiettivi da raggiungere, nuovo ottimale (1:1500 visto il lavoro in tandem con l’infermiere), massimale a 2000, orari certi, presa in carico delle cronicità. Ad essere autorizzato non sarebbe il singolo ma l’aggregazione funzionale se ha idonea rete informatica; l’accreditamento richiederebbe in più la capacità di coprire la continuità assistenziale 8-24 e il rispetto di dotazioni richieste dalla regione. Andrebbe rivista la composizione della quota capitaria. Ma si può arrivare al dunque con tanti sindacati e con così tante cose da dirsi al tavolo Sisac? Le Regioni propongono un modello alternativo che passa per la costituzione di “soggetti giuridici accreditabili”, ciascuno dei quali, forte di un tot di medici e pediatri secondo norme regionali, concluderebbe con la regione un accordo di fornitura servizi. Quarta opzione: far coesistere dipendenza ed accreditamento, con assunzioni a carico delle regioni solo per i nuovi diplomati, e “vecchi” mmg ad esaurimento con la convenzione del 1978, e a seconda delle regioni mix differenti di carichi di lavoro. Da valutare altri aspetti, come il passaggio del triennio di formazione specifica agli atenei, pur con molti docenti mmg, il mantenimento di eventuali equipollenze, la disincentivazione all’offerta di strutture a mmg e pediatri da parte delle farmacie. Tante novità, dunque, ma si tratta pur sempre di una “prima analisi”. Inoltre, le regioni hanno fatto sapere con il coordinatore degli assessori Raffaele Donini (al congresso sull’Emergenza di Riva del Garda) che sentiranno sempre i medici prima di cambiare le cose. Infine, nel Dataroom di Milena Gabanelli dov’era ospite con il leader Fimmg Silvestro Scotti, il direttore Agenas Domenico Mantoan ha minimizzato: la priorità è far entrare i medici nella casa della salute, che va pensata ad integrazione degli studi esistenti, e non il dibattito su dipendenza o convenzione; e per i cittadini resterebbe sempre la scelta fiduciaria del medico di famiglia, come indicato dalla Costituzione. By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Le regioni evocano la dipendenza per i medici di famiglia? E la categoria potrebbe vanificare gli incontri per la convenzione, che dovevano ripartire questo mese. La segreteria nazionale Fimmg riunita dal 1° al 3 settembre a Roma è lapidaria: “Non si andrà al rinnovo 2016-2018 dell’Accordo nazionale della medicina generale finché non saranno affrontate e risolte le numerose contraddizioni di Regioni che da un lato continuano a proporre il modello precedente alla pandemia, e dall’altro mettono in discussione la centralità della medicina generale nelle sue funzioni fondanti”.La bozza di convenzione in circolazione, per Silvestro Scotti segretario nazionale Fimmg “presenta due ordini di criticità inaccettabili, da un lato mette in discussione elementi fondanti la nostra professione, quali la scelta fiduciaria e l’autonomia organizzativa su cui la categoria non è disposta ad alcun compromesso, dall’altro propone elementi di subordinazione, anche attraverso la sottrazione di risorse a favore di modelli mai realizzati e già superati dai progetti di riorganizzazione post pandemica sui quali siamo disponibili a dare il nostro contributo”. Scotti torna a proporre un accordo nazionale nuovo che veda il Mmg “centrale nella sua capillarità e prossimità nel sistema di studi professionali in cui i micro-team esercitino come rete spoke del territorio. Funzioni prioritariamente rivolte a temi quali la prevenzione, la domiciliarità e la cronicità, il cui Piano Nazionale è stato affidato dalle stesse Regioni alla medicina generale ma che le stesse regioni oggi si rimangiano”.A proporre la dipendenza per i medici di famiglia, già chiesta in Veneto, è ora la Lombardia: l’intenzione sarebbe stata manifestata in Commissione salute delle regioni da Letizia Moratti, assessora sanità lombarda, a un mese dalla presentazione della riforma che promuove le case della salute e offre ai distretti le redini delle cure primarie. La segretaria regionale Paola Pedrini parla di follia, di una mossa che in un colpo solo toglierebbe efficienza di un sistema già in difficoltà, libera scelta del medico da parte del cittadino, fiducia del paziente nel camice che egli stesso ha scelto, e persino quelle poche candidature a coprire zone carenti oggi rimaste. «I sostenitori della dipendenza pensano a una più facile copertura delle aree disagiate», dice Pedrini, e ricorda che invece tale copertura è difficile pure nella dipendenza, «nei piccoli ospedali periferici: i bandi vanno spesso deserti». Il timore di Fimmg è che a dispetto di legge 833/78, riforma 502/92 e legge Balduzzi del 2012, in un contesto dove la medicina di famiglia si va spopolando, le regioni impongano una visione che va nel senso del controllo del medico. «In uno scenario dove le farmacie potranno offrire servizi diagnostici e gli infermieri guidare l’assistenza domiciliare ai fragili, c’è il rischio che ai medici ridimensionati per il carente turnover restino spazi residuali e funzioni più governabili dall’alto», dice il vicesegretario nazionale Fimmg Fiorenzo Corti, che proprio all’indomani della presentazione della riforma aveva ammonito la Lombardia a non introdurre modelli organizzativi senza sentire la categoria. «Noi – continua Corti – avevamo plaudito alla riforma lombarda perché non vi si parlava di dipendenza ma si faceva una scommessa sulla categoria e sulle cooperative di servizio nel telemonitoraggio dei pazienti Covid e no Covid, nella presa in carico delle cronicità e nei servizi di medicina di prossimità, che proprio grazie alle coop sono letteralmente esplosi durante le vaccinazioni, con IML, Insubria e Cosma che hanno somministrato in totale circa 700 mila dosi ai cittadini lombardi. Ora la situazione cambia». Corti sottolinea che in caso di dipendenza del medico, il cittadino, anche se gli si lasciasse la libera scelta, perderebbe di fatto il rapporto fiduciario. «Intanto, per l’indicazione del curante sarebbe guidato dal Servizio di medicina generale del distretto (e magari i colleghi degli studi decentrati sarebbero sempre più riservati ai residenti dei relativi bacini). Ma anche se un cittadino ottenesse il medico da lui richiesto, quel dottore, presumibilmente bravo, sarebbe conteso. L’assistito nel prenotarsi un appuntamento scoprirebbe di dover attendere settimane prima di vederlo, come avviene in ospedale. E, come in ospedale, crescerebbero contenziosi».Argomento forte di Fimmg e della maggior parte dei sindacati della medicina generale è che la dipendenza al Ssn costa molto più del convenzionamento. In parte, forse, la regione potrebbe risparmiare inserendo personale Asl già assunto al servizio del medico anziché pagargli incentivi per mantenere collaboratore di studio ed infermiere. All’obiezione, Corti replica che allo stato dei fatti è probabile che la regione debba intanto assumere infermieri (si parla di 30 mila, ndr) per i compiti sul territorio. In questo modo la dipendenza significherà spese su spese. «Non c’è abbastanza personale. Si deve investire. I fondi aggiuntivi del Recovery Plan sono stanziati su strutture ed hardware, non sulle figure di supporto. Ammettendo per un attimo di riuscire a dirottare personale già in servizio – dice Corti – mi è difficile immaginare un infermiere dipendente ospedaliero dirottato sul territorio per visite domiciliari di un’ora e mezza ciascuna da effettuarsi ad orari concordati con le necessità del paziente. Per quanto invece riguarda noi medici di famiglia, dovremmo intenderci su cosa s’intenda per dipendente: ferie retribuite ed indennità di malattia – azzarda qualcuno- assicurazione, cartellino da timbrare, permessi, possibilità di periodi di formazione “come nel resto del settore pubblico”. E se invece il contratto fosse privatistico? Che diremmo se in Lombardia si permettesse alle case di comunità di essere guidate da strutture private, e di poter a loro volta assumere i medici con un contratto sul tipo di quello delle case di cura?» Fimmg annuncia nelle prossime settimane una nuova proposta di Accn all’insegna di “Fiduciarietà, Prossimità e Professionalismo e a garanzia di un Ssn pubblico per evitare una deriva privatistica”. Alle Regioni si chiede chiarezza e si rinnova “la disponibilità al confronto”. Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici italiani tornano a emigrare

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 settembre 2021

Dopo l’arresto nei mesi di lotta al Covid-19, torna forte l’emorragia di medici dall’Italia verso gli stati esteri. In media un medico ogni 40 emigra verso Emirati, Qatar o Nordamerica. L’allarme lo lancia il presidente Omceo Mi Roberto Carlo Rossi segnalando che ogni anno firma oltre 500 certificati “good standing” per consentire l’espatrio a medici italiani (su 27 mila iscritti, a Roma Antonio Magi ne firma 1000 su 42 mila iscritti). Per una proporzione corretta bisogna aggiungere gli espatri di medici italiani verso paesi dell’Unione europea, gestiti con una procedura di attestazione della “buona condotta” che coinvolge ministero della Salute e Fnomceo. Rossi aggiunge che non vanno via solo giovani camici ma anche medici 45-50enni, specialisti della dirigenza pubblica, dipendenti del privato. Tra convenzione e dipendenza, un distinguo: «In convenzione la maggior parte dei medici è a 10-15 anni alla pensione, c’è poi uno zoccolo non nutritissimo di quarantenni, infine ci sono i giovani, e in quella fascia la tendenza alla mobilità, anche verso l’estero, è più elevata che in passato. Nella dipendenza invece tendono ad andare via anche i quarantenni, molti in piena carriera», dice Rossi. «Cardiochirurghi da un giorno all’altro si stabiliscono negli Emirati, e li capisco; un direttore di dipartimento responsabile di più unità dove si effettuano migliaia di prestazioni delicate, con annessi rischi legali, incassa 4500 euro mensili, meno che nel resto dei paesi industrializzati. Gli stipendi dei medici italiani a tutto il 2019 erano i peggiori in Europa occidentale eccezion fatta per la Spagna (di cui non conosco i limiti posti dalle incompatibilità); oggi forse siamo all’ultimo posto». Tra i medici di famiglia è prevedibile che a breve qualcuno, più giovane o avvezzo alle lingue straniere, chiuda la convenzione ed emigri? «Anche la nostra categoria è meno remunerata rispetto alle omologhe nel resto d’Europa, con buona pace dei Beppe Grillo secondo cui guadagneremmo come i cardiochirurghi, del ministro Giancarlo Giorgetti per il quale non serviamo più e della giornalista Milena Gabanelli nei cui pezzi leggiamo di entrate per noi cospicue (a fronte di un lavoro minimo) ma non dei costi dello studio e del personale. La realtà è diversa – dice Rossi – in una grande città le entrate non coprono le uscite, mentre in montagna il carico di lavoro e di chilometri è spesso superiore alle possibilità umane. Il turnover sarà sempre più precario e in certi casi potrà fallire, a meno di affrontarlo con due soluzioni alternative. Una è far entrare il privato nella medicina territoriale, aprendo una competizione che vedrà arretrare il servizio sanitario pubblico e i livelli di assistenza rispetto a quanto oggi erogato. L’altra è aumentare gli stipendi ai medici; osservo una certa timidezza dei sindacati nel parlare di aumenti ma per consentire al medico di respirare si potrebbe puntare alla rimozione di alcune incompatibilità».In effetti proprio lo Snami in questi mesi con il presidente Angelo Testa chiede l’abolizione di molte incompatibilità sia dei medici che già esercitano sia dei corsisti di medicina generale «per non lasciar scoperte cliniche private, guardie mediche, Rsa e 118». «La strada è quella – dice Rossi – già nel 2005 mi chiedevo come si sarebbe potuti andare avanti con un medico di famiglia garante dei Lea senza offrire a questa professione motivazioni per crescere. Oggi, peraltro i margini di libera professione rimasti sono residuali. Il lavoro prende gran parte delle nostre energie; non c’è più il rischio di un medico con più lavori, alcuni dei quali in contrasto, quel “mito” che diede il destro alla riforma bindiana e all’introduzione dell’indennità di esclusività in ospedale (pochi soldi in confronto a quanto danno all’estero, si veda Israele). Bene sarebbe concedere a chi ha residue energie e ha bisogno di soldi di poter effettuare altre attività, anche complementari a quelle rientranti nei livelli essenziali di assistenza. Anziché far entrare il privato nei Lea, daremmo al medico di fiducia la possibilità di fare qualcosa di più, di andare oltre, a fronte di prospettive economiche. Del resto, un nodo certo sta per venire al pettine: televisite e teleconsulti sono all’ordine del giorno nella medicina generale, i pazienti ce li chiedono, spesso noi riusciamo a offrirli senza problemi. Ma è lavoro supplementare e va pagato a parte». By Mauro Miserendino fonte: Doctor33.

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Medici di famiglia, 20 su 100 potrebbero andar via entro l’anno

Posted by fidest press agency su sabato, 24 luglio 2021

«Nel 2021 avremo il doppio dei pensionamenti attesi. Il 20% dei colleghi andrà in pensione nel 2021. Chi può, ormai scappa», l’allarme di Pier Luigi Bartoletti, segretario romano e vicesegretario nazionale della Fimmg, risuona forte e quasi ultimativo. Se fino a qualche anno fa c’era la corsa per restare fino a 70 anni, ora invece molti medici convenzionati esodano, complici il cambiamento dei contenuti del lavoro indotto dalla pandemia, il telefono che non dà tregua e le moltiplicate incombenze burocratiche, dal green pass al certificato di guarigione. «Di fronte al rischio di una quarta ondata pandemica a settembre così come siamo non reggiamo», la chiosa, non senza un accenno al fatto che non ci sono rimpiazzi: i neolaureati scelgono di andare altrove.L’allarme arriva proprio mentre il sottosegretario alla Salute Andrea Costa in audizione in Commissione Affari sociali alla Camera annuncia l’arrivo di nuove borse per i giovani aspiranti medici di famiglia. Un investimento specifico, il 2.2 inserito nella Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato dall’Unione Europea, che contempla l’incremento del numero delle borse di studio di formazione specifica per i trienni 2021-24, 2022-25 e 2023-26: 900 borse di studio aggiuntive l’anno, per un totale di 2.700 borse per i 3 cicli. Una buona notizia prontamente ripresa dal presidente Fnomceo Filippo Anelli che ringrazia il ministro della Salute Roberto Speranza per il forte impegno ma subito invita le Regioni a rendere noti i fabbisogni, così da poter emettere il nuovo bando, e a fissare la data del Concorso. Costa sa quanto sia elevata l’età mediana della categoria e conferma indirettamente i dati di Bartoletti.«Si stima che oltre 20 mila medici di medicina generale abbiano un’età uguale o superiore ai 65 anni e a breve raggiungeranno i requisiti per il pensionamento. Il tema è da tempo all’attenzione del ministero della Salute e delle Regioni, e assicuro che tale priorità resterà al centro delle iniziative del ministero della salute nei prossimi mesi», afferma. E ricorda come già per il triennio 2018-21 sia stato raddoppiato il numero di borse rispetto al precedente 2017-20, passando da 1100 a 2093 mentre per il triennio 2020-23 i posti risultano 2046 in totale, 1332 a bando più altri 714 assegnati con il decreto Calabria del 2019. Infine, per il triennio 2021-24 ricorda come l’articolo 1 bis del ‘Decreto Rilancio’, accantoni altri 20 milioni. Il decreto semplificazioni del 2018 e il decreto Calabria 2019 infine consentono agli iscritti al corso di partecipare all’assegnazione di incarichi convenzionali, oltre a poter assumere incarichi provvisori o di sostituzione. Però, al netto di tutto questo, chi pratica la medicina di famiglia ogni giorno non è convinto che questi numeri siano sufficienti. (fonte doctor33)

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Medici base pagati 6 euro a dose, questi sono i veri numeri

Posted by fidest press agency su domenica, 13 giugno 2021

“I medici di base percepiscono 6,16 euro per ogni dose di vaccino che somministrano e, per ora, ricevono 1 fiala a settimana che contiene 11 dosi nel caso di Astrazeneca o 6 se si tratta di Pfizer. Parliamo di un massimo di 67,76 euro a settimana. In questa cifra è incluso tutto, dai costi legati al ritirare i vaccini, alle utenze dello studio medico, al lavoro di segreteria per fissare gli appuntamenti e calendarizzare i richiami, ai presidi medici di cui è necessario dotarsi quando si vaccinano i pazienti”. E’ quanto dichiara alla Dire il dottor Stefano De Lillo, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma, dicendosi sorpreso di aver letto ieri, su un autorevole quotidiano, un titolo sui medici che guadagnano fino a 80 euro l’ora per vaccinare, “quasi come fosse una cifra straordinaria”.De Lillo, che ha inviato al direttore della testata una lettera aperta, puntualizza che “la somma è lorda e si riferisce al compenso di medici specialisti. Al netto di qualsiasi considerazione ironica che si possa fare sul costo delle prestazioni dei medici specialisti- aggiunge- non mi pare sia una cifra assurda su cui costruire un titolo”. Secondo il vicepresidente Omceo Roma, poi, l’attenzione pubblica dovrebbe premiare l’impegno dei tanti medici di famiglia rappresentando una spesa “irrisoria a fronte di macchine organizzative come gli hub, che hanno costi più importanti”. Per questo, afferma, “in futuro, contrariamente a ciò che è successo negli ultimi anni, bisognerà investire nel capitale umano, ampliando il numero dei posti nelle facoltà di Medicina, aumentando le borse di Specializzazione e i corsi di formazione. Per questo- conclude- dovrebbero essere usati i soldi del Recovery plan”.Fonte «Agenzia DIRE

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Governo ha stabilito vaccinazione requisito essenziale per medici

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

“In Senato abbiamo discusso molto a lungo sui contenuti del decreto che ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per gli ‘esercenti le professioni sanitarie’. Il decreto, voluto dal governo Draghi e dalla maggioranza che lo sostiene, stabilisce tra le altre cose che la vaccinazione è un requisito essenziale per l’esercizio della professione proibendo, quindi, in ogni caso e in ogni modo l’attività a coloro che rifiutano la vaccinazione. Fratelli d’Italia rispetto a questo passaggio, così preciso e controverso, avrebbe voluto apportare modifiche attraverso i molti emendamenti presentati, ma è stato impossibile perché il governo ha alzato un vero muro. Alla luce di queste considerazioni appare chiarissima la posizione del dottor De Monte, del quale non discutiamo le capacità professionali, ma che si trova oggettivamente in una condizione di assoluta incompatibilità, sia per quanto riguarda il ruolo apicale alla SORES, da poco ricoperto, e sia adesso anche con il ruolo di primario all’ospedale di Udine”.Lo dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani. “Peraltro, lo stesso decreto stabilisce che siano proprio le Regioni a vigilare e a verificare con tempestività ‘lo stato vaccinale dei soggetti interessati’ in collaborazione con l’Ordine dei medici. A questo proposito suonano alquanto singolari le dichiarazioni lette in questi giorni da parte di importanti dirigenti, che appaiono molto lontane dal contenuto assai stringente del decreto legge. La questione si risolve, quindi, in maniera molto semplice: o il medico in questione come tutti i suoi colleghi si vaccina o altrimenti non può continuare a esercitare la sua attività professionale. Confidiamo ovviamente in una soluzione rispettosa della legge e soprattutto ispirata dal buon senso, che consiglia scelte e atteggiamenti in linea con il poderoso sforzo che tutto il Paese sta compiendo per rendere la vaccinazione anti Covid il più capillare e diffusa possibile” conclude il senatore Ciriani.

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Medici: fuga dagli ospedali

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 Maggio 2021

Sono oltre 3000 i medici che nel 2019 si sono dimessi dall’ospedale per cercare realizzazione professionale e migliore qualità di vita nel privato o sul territorio. Ma in 10 anni sono aumentati del 81%. È quanto emerge da uno studio di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti. “Questi numeri – avverte il sindacato medico – sono un segnale di allarme rispetto all’inizio della fine del sistema sanitario pubblico e universalistico per come lo conosciamo, che semplicemente non esiste senza i suoi medici. Se la politica non interviene, e rapidamente, per motivare, valorizzare, premiare e trattenere i medici ospedalieri – sottolinea Anaao – gli ospedali diventeranno quinte teatrali anche se ammodernati dal punto di vista tecnologico e digitale e resi resistenti ai terremoti. Ma non a quelli provocati dalla fuga delle competenze e delle conoscenze”. Nel 2019, dai dati del Conto annuale del Tesoro, il 2,9% dei medici ospedalieri ha deciso di dare le dimissioni, di lasciare il lavoro prima di andare in pensione, di licenziarsi. Si tratta di 3.123 camici bianchi. Il 2,9% rappresenta la media nazionale, ma il fenomeno ha interessato alcune Regioni più di altre: nelle Marche, ad esempio, nel 2019, si è dimesso il 6.6% dei medici ospedalieri, a seguire il Veneto con 5.9%, poi Valle d’Aosta (3.8%) e Piemonte (3.5%). Le Regioni in cui maggiori sono le dimissioni volontarie sono quelle del Nord: è possibile che la ragione sia da ricercare nelle maggiori opportunità di lavoro nell’ospedalità privata o nel settore libero professionale. Se al Centro spiccano le Marche, al sud sono Campania e Calabria. Se poi analizziamo il trend degli ultimi 10 anni, i dati sono allarmanti: la percentuale di medici che si sono dimessi dagli ospedali – evidenzia lo studio – risulta in aumento in quasi tutte le regioni italiane. In numero assoluto si è passati da una media italiana di dimessi di 1.849 medici nel 2009 a 3.123 nel 2019. Ma se analizziamo le dimissioni in relazione al numero totale di medici dipendenti, in Italia si è passati dall’1,6% di dimessi nel 2009 al 2,9% nel 2019. In 10 anni, dunque, i medici che si licenziano sono aumentati del 81%. In Veneto, le dimissioni in 10 anni si sono quintuplicate, raggiungendo nel 2019 il numero di 465. In Lombardia, che nel 2009 contava numeri già alti, le dimissioni sono aumentate di 2,5 volte, nelle Marche e in Piemonte di oltre 3 volte.Se analizziamo infine l’andamento, è da notare come la curva dei licenziati si impenni proprio negli ultimi tre anni. In particolare, nelle Marche dal 2017 al 2019 il numero di medici che si è dimesso è quasi triplicato, in Lazio e in Campania è più che raddoppiato. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, nonostante partissero da numeri assoluti molto alti, in 3 anni hanno aumentato i medici che si sono dimessi rispettivamente del 115%, 50% e del 66%. In ospedale i problemi sono molti – sottolinea l’Anaao – il taglio del personale e la carenza di specialisti hanno creato organici sempre più ridotti rendendo insostenibile il carico di lavoro. La presenza delle donne in sanità è in progressivo aumento e i turni disagevoli previsti dal lavoro in ospedale non consentono, soprattutto a loro, di dedicarsi alla famiglia come vorrebbero. Il lavoro burocratico – indica Anaao – è diventato intollerabile. L’autonomia decisionale è svilita, la professionalità poco premiata e per nulla incentivata, il coinvolgimento nei processi decisionali è assente, il loro lavoro – elenca lo studio – ha perso valore, anche economico, come il proprio ruolo sociale. E ancora: la solitudine di fronte a tutte le mancanze e le carenze organizzative è pesante da tollerare, il rischio di denunce legali e aggressioni verbali e fisiche è aumentato negli anni, le ambizioni di carriera sono state rese scarse: in Italia nel 2009 i direttori di Struttura complessa, cioè l’apice della carriera professionale, erano 9.691, nel 2019 solo 6.629, il 31,5% in meno. I responsabili di Struttura semplice, il livello immediatamente inferiore, nel 2009 erano 18.536, dopo 10 anni il 44% in meno, cioè 10.368.In queste condizioni – sottolinea lo studio – il privato diventa sempre più attrattivo, anche per la possibilità di un trattamento fiscale agevolato del reddito prodotto e la medicina di famiglia o specialistica ambulatoriale per il fatto di non conoscere il lavoro notturno e festivo. La speranza è soprattutto di avere un lavoro meno burocratico, più autonomo, con orari più flessibili. I medici ospedalieri – denuncia l’analisi dell’Anaao – si sentono pedine per coprire i turni, alle quali mandare ordini di servizio, chiedere di sopperire alle carenze del sistema, dalle quali pretendere sempre maggiore produzione ed efficienza. Non parte di un progetto, ma elementi marginali, sostituibili, che pesano sul bilancio quando sono malati, in gravidanza o in congedo, anche per motivi formativi. I dati del Conto annuale del Tesoro ci permettono di fotografare le dimissioni dei dirigenti medici solo fino al 2019. Ma, c’è da scommettere – avverte l’Anaao – che la pandemia da Covid-19 aggraverà le fuoriuscite. E lo vedremo probabilmente dal 2021, perché nel 2020 lo spirito di servizio ha certamente fatto posticipare la scelta di dimettersi. Durante l’emergenza i dirigenti hanno dimostrato senso di abnegazione, ma le condizioni e i carichi di lavoro non sono migliorati con i mesi. Mentre la stanchezza, il senso di frustrazione e impotenza, fino al burnout fisico e psicologico sono peggiorati. Da eroi della prima ondata sono diventati oggetto di attacchi, critiche, a volte denunce, nelle fasi successive. I dati dei licenziamenti volontari, che peggiorano di anno in anno, paiono un grido di aiuto. E se è vero che nei colleghi sopravvive una grande passione per il loro lavoro – conclude il sindacato medico – è anche vero che in tanti stanno cercando luoghi diversi dall’ospedale pubblico dove realizzarla. E più della metà si vede fuori nei prossimi due anni. (fonte Doctor33)

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Boggetti: regolamento aumenta qualità dispositivi medici

Posted by fidest press agency su sabato, 8 Maggio 2021

“Il nuovo Regolamento aumenta i termini di qualità dei dispositivi medici, sia perché introduce tutta una serie di studi clinici prima dell’introduzione del dispositivo medico nel mercato che di sorveglianza a posteriori. Dunque la qualità è centrale, per il paziente e per l’utilizzatore che poi alla fine è il medico. E quindi per noi industria che investiamo oltre il 6% in ricerca e sviluppo è un fattore estremamente qualificante”. Così Massimiliano Boggetti, presidente Confindustria dispositivi medici, partecipando ai lavori del web meeting di presentazione del numero dell’Italian health policy brief (Ihpb) dedicato al Mdr Ue 2017/745 ‘Dispositivi medici: l’Italia è pronta per il nuovo regolamento europeo?’, organizzato da Altis. “Il nostro paese ha un’occasione unica -spiega Boggetti -perché l’aumento di qualità in questo comparto si sposa molto bene con il nostro made in Italy, fatto di alta tecnologia e di alta qualità. Soprattutto poi perché l’aumento di qualità imposto dai nuovi regolamenti naturalmente taglierà tutta una serie di piccole e medie imprese a livello globale, che non hanno mai fatto della qualità il loro punto di riferimento e che invece hanno giocato molto sulla leva prezzo”. Boggetti si pone una domanda. “In questo occasione unica in cui ci sarà una razionalizzazione della capacità produttiva verso la qualità, ci sarà un Recovery Plan che permetterà di investire proprio nei dispositivi medici ospedalieri e territoriali, oltre 20 miliardi di risorse, in quale modo il nostro sistema paese vuole sfruttare questa occasione per far sì che la nostra industria prenda una occasione unica più che rara per creare un nuovo made in Italy? E quando parlo della nostra industria non intendo solo industria con bandiera italiana ma intendo industria che voglia venire a produrre, a fare ricerca e sviluppo sul territorio italiano”. (fonte: direnews.it)

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Dal 26 maggio in vigore il Nuovo Regolamento Europeo sui dispositivi medici

Posted by fidest press agency su sabato, 8 Maggio 2021

Il 26 maggio diventa operativo il Nuovo Regolamento Europeo MDR 2017/745, che mira a garantire il buon funzionamento del mercato continentale dei dispositivi medici, assicurando “un livello elevato di protezione della salute dei pazienti e degli utilizzatori e tenendo conto delle piccole e medie imprese attive in questo settore”. Sul documento è incentrata la pubblicazione dell’Italian health policy brief (Ihpb), dedicato al nuovo scenario tra sicurezza, qualità, innovazione e ricerca, con contributi di Umberto Nocco (Presidente Associazione Italiana Ingegneri Clinici), Massimiliano Boggetti (Presidente Confindustria Dispositivi Medici), Fernanda Gellona (Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici) e Roberta Marcoaldi (Direttore Organismo Notificato, Istituto Superiore di Sanità). La pubblicazione è stata presentata in un evento digitale, organizzato da Altis, a cui hanno partecipato gli autori, oltre al Viceministro per lo Sviluppo Economico, Gilberto Pichetto Fratin, ed al Senatore Antonio Tomassini (Presidente Associazione Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la salute e la prevenzione).

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Coronavirus: Fp Cgil Medici, bene accordo vaccini dai Medici di Medicina Generale

Posted by fidest press agency su martedì, 23 febbraio 2021

“Siamo soddisfatti dell’accordo sottoscritto tra Ministero della Salute e organizzazioni sindacali della medicina generale sui vaccini. Un accordo che mette ordine nella giungla degli accordi regionali, che definisce linee guida e procedure organizzative necessarie ad uniformare il piano vaccini sul territorio nazionale e che qualifica la centralità del ruolo dei medici di medicina generale indispensabili per il contrasto alla pandemia”. Lo afferma la Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn. “Ora però è necessario dare ai professionisti un nuovo contratto – aggiunge -. Dopo aver già sottoscritto l’accordo economico nel 2019, ora non è più rinviabile la sottoscrizione della parte normativa necessaria per uniformare e rendere esigibili sul territorio nazionale tutele e diritti dei Medici. Le carenze dell’assistenza territoriale drammaticamente evidenziate dalla pandemia sono chiaramente riconducibili alla mancata integrazione dei servizi dovuta anche alla frammentazione dei rapporti di lavori in convenzione dei medici di medicina generale”. “In una prospettiva di riorganizzazione della medicina territoriale, anche attraverso un transito di tutti i medici convenzionati nel contratto collettivo nazionale della dipendenza, è intanto necessario garantire l’applicazione uniforme dell’attuale accordo collettivo. Chiediamo al Ministro Speranza di intervenire per sbloccare una trattativa paralizzata per motivi a noi incomprensibili”, conclude la Fp Cgil Medici.

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Medici di famiglia, l’esodo continua e i sostituti non si trovano

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2021

Si chiamano “boomers” e sono nati tra il 1946 e il 1964. Sono i figli del baby-boom che la dimestichezza con il computer se la sono sudata. Se hanno indossato il camice hanno visto mutare la medicina da “arte” a macchina della conoscenza sorretta da informazioni che si modificano del tutto ogni 5 anni. Nel 2021 in teoria possono andare in pensione tutti i medici liberi professionisti che hanno compiuto 68 anni, quella classe 1953 laureata nei primi anni Ottanta. Nei prossimi 5 anni poi, con i nati entro il 1958, rispetto ad oggi andranno via altri 15 mila medici di famiglia, in regioni popolose come Lombardia, Sicilia, Lazio, Campania. Non molto meglio andrà in Veneto, dove da Fimmg arrivano dati inquietanti. Solo a Venezia, come ha sottolineato il nuovo segretario regionale Maurizio Scassola, nel 2020 sono andati in pensione almeno 30 medici di famiglia, più degli scorsi anni; ed entro 4 anni andrà via il 40% dei medici attivi sul territorio. I sostituti non si trovano, nelle aree rurali crescono il ricorso ad incarichi temporanei e le situazioni contrattuali precarie con conseguenze per il servizio e rischi per la sostenibilità della previdenza Enpam. A DoctorNews, Scassola spiega perché gli esodi sono una minaccia irreversibile se governo e regioni non investiranno sul personale del medico di famiglia. Il ragionamento parte da lontano. «Da Enpam e Fnomceo (di cui Scassola è stato vicepresidente dal 2015 al 2018 ndr) l’esodo era stato previsto ben 15 anni fa ma c’è stata una grave carenza nella programmazione degli accessi a Medicina e al corso triennale in Medicina generale. La colpa, la individuerei nella conferenza Stato-Regioni, che collabora con il ministero della Salute nel valutare i bisogni formativi e non ha guardato ai reali bisogni del territorio. Si è pensato da più parti che molte delle funzioni del medico di famiglia sarebbero state ereditate dagli infermieri e da un nuovo assetto organizzativo, ma gli infermieri nei nostri studi non sono mai arrivati in quantità tali da proteggere modelli organizzativi territoriali sempre più disomogenei; anche qui in Veneto, dove solo un 30% dei residenti fruisce dell’opera di medicine di gruppo integrate, mentre il resto dei colleghi opera in gruppi vecchio stampo o da solo». Al posto di premunirsi con corsi di medicina generale pieni, blindati e a cadenza rapida come i tram in una metropoli moderna, i governi italiani tuttora penalizzano i trienni di formazione post-laurea; è stato appena rinviato per Covid il concorso per dare il via al prossimo. «Un quadro desolante – conferma Scassola – specie a fronte di una crisi pandemica che ha messo a nudo le grandi differenze tra medicine generali a livello regionale. Anche in Veneto, regione tra quelle che meglio si sono comportate, vive un grave stress su modelli organizzativi e professionisti. Stanno saltando le professioni di aiuto: i docenti delle scuole, gli assistenti sociali, gli infermieri sono allo stremo come noi. Si tratta di professioni che non timbrano il cartellino ma si mettono al servizio 24 ore su 24, a scapito dei rapporti in famiglia. Servono modelli organizzativi protettivi, con più lavoro in équipe per attutire i disagi derivanti dall’esplosione della domanda». Un’esplosione che sul territorio non si può scongiurare: pandemia ed invecchiamento non si fermano. «La fase pandemica ci ha posti di fronte a una realtà grave e straordinaria. Il medico di famiglia si è messo a disposizione per gli screening sierologici, per i tamponi e presto lo farà per i vaccini. L’esperienza veneta dimostra l’enorme duttilità della nostra categoria. Ma questa duttilità non può essere sfruttata alle estreme conseguenze. La risposta che si è data di fronte agli esodi, visto che non sempre si trovavano sostituti dei colleghi andati in pensione, è stata di redistribuire parte dei pazienti ai colleghi in attività, allargando il massimale a 1800. Si è persino ragionato su un massimale di 2000 scelte tirando in ballo analogie con altri paesi europei.Ma il fatto che un medico debba seguire più persone aumenta lo stress e il rischio di ripercussioni sulla qualità del servizio. A meno che non si consenta al medico di puntare su infermieri formati alla medicina generale, ausiliari, call center, segretari: figure che alleviano i carichi lavorativi, proprio come avviene nei paesi a “massimale 2000”. Uno stato intenzionato a proteggere la sua sanità, oltre ad essere più attento a fabbisogni e periodicità dei corsi, dovrebbe investire sull’infermiere che nello studio mmg svolge compiti di piccola diagnostica, monitoraggi, o sul collaboratore efficiente», dice Scassola. «È il momento di un grande investimento pubblico sul personale della medicina del territorio per migliorare la qualità dell’offerta di cure e di misure che facilitino il reclutamento di infermieri sul territorio; in mancanza di piani simili, non potremo reggere il carico di lavoro e i pensionamenti anzitempo saranno sempre più diffusi e irrimediabili». By Mauro Miserendino, fonte: Doctor33)

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Le richieste dei medici per la riapertura delle scuole

Posted by fidest press agency su sabato, 9 gennaio 2021

Uno screening nazionale della popolazione scolastica, una campagna vaccinale prioritaria per docenti ed educatori, un piano di lockdown intermittenti fino all’estate. Sono queste alcune delle condizioni per un ritorno in aula in sicurezza per le scuole superiori, secondo la community “IoVaccino”, il Comitato “La Scuola” e alcuni eminenti pediatri, tra i quali Susanna Esposito, ordinaria di Pediatria dell’Università di Parma e consulente dell’OMS. “Come già avevamo indicato nella primavera 2020, rimane prioritaria l’azione di testing sulle persone che frequentano le scuole. Rispetto a 9 mesi fa, oggi abbiamo strumenti veloci ed economici. Attuare uno screening nazionale costante della popolazione scolastica, da ripetere ogni 10-14 giorni su tutta la popolazione scolastica asintomatica, da effettuare con test rapidi antigenici direttamente nelle scuole, è una strategia immediatamente percorribile per rendere la frequenza scolastica sufficientemente sicura per tutta la comunità; insieme al tracciamento e alla quarantena dei contatti stretti, può diventare infatti la chiave per rendere la frequenza scolastica sufficientemente sicura per tutta la comunità”, afferma il dottor Stefano Zona. Secondo l’infettivologo, che, oltre ad essere tra i promotori del Comitato La Scuola a Scuola, fa parte del comitato scientifico di IoVaccino, “il secondo passo è quello di dare priorità nella somministrazione del vaccino anti-SARS-CoV-2 a insegnanti, educatori e personale tecnico-amministrativo, nelle prime fasi della campagna vaccinale, tra i mesi di febbraio e aprile, in modo da contribuire ulteriormente a un ritorno in aula in sicurezza”.A queste proposte la professoressa Susanna Esposito aggiunge la necessità di un piano di medio-lungo termine di chiusure nazionali per periodi di 1-2 settimane ogni mese, da gennaio a giugno, come già indicato al governo in alcuni appelli inviati nei mesi di novembre e dicembre. Secondo la consulente dell’OMS, “scuola e salute devono essere alleate. Uscire dalla logica dell’emergenza, insostenibile a distanza di un anno dallo scoppio della pandemia, e pianificare misure efficaci e regolari è uno dei primi passi per contenere i contagi, pericolosamente in nuova crescita, dopo le chiusure parziali durante le festività natalizie. Siamo ancora all’interno della seconda ondata e non possiamo commettere ulteriori errori”.

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Vaccini antiCovid, coinvolgere i medici di famiglia. Ecco il piano delle Istituzioni

Posted by fidest press agency su sabato, 9 gennaio 2021

Circa 320 mila vaccinati contro il coronavirus alla sera dell’Epifania, con il commissario all’Emergenza Domenico Arcuri che spera di vaccinare 21 milioni e mezzo di italiani per maggio: è la situazione-vaccini all’indomani dell’approvazione all’agenzia Ema del secondo vaccino, quello di Moderna, per i paesi dell’Unione Europea. Il commissario per velocizzare le operazioni ventila il coinvolgimento dei medici di famiglia e dei pediatri; un apporto contemplato anche dal ministro della Salute Roberto Speranza ed invocato dal presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna.Agli intenti di protezione civile, governo e regioni plaude a nome dei medici il presidente della Federazione degli Ordini Filippo Anelli, sottolineando che gli ambulatori convenzionati «con le risorse professionali e strumentali sono capaci di vaccinare milioni di italiani in breve tempo e “sotto casa”, senza sottoporli a spostamenti onerosi in termini di tempo e non possibili per tutti». Anelli chiede al Ministro della Salute di convocare il tavolo di coordinamento dei medici territoriali e di predisporre con Arcuri il protocollo per avviare la vaccinazione sul territorio dei pazienti fragili e dei malati cronici. «Ma – aggiunge – è prioritario, intanto, somministrare il vaccino ai professionisti stessi, per permettere di operare in piena sicurezza per loro e per i cittadini: il vaccino è il miglior dispositivo di protezione individuale». Vaccinarsi è tra l’altro obbligo deontologico, ventila il segretario nazionale di Fimmg, Silvestro Scotti, che è anche presidente dell’Ordine di Napoli. Per Scotti, è un rischio coinvolgere tutti i medici di famiglia ed i pediatri come vaccinatori senza prima averli vaccinati. Tra l’altro, aggiunge il leader Fimmg, dopo la vaccinazione, perché si sviluppi l’immunità sono necessarie almeno 3-4 settimane; si dovrebbe attendere almeno un mese prima di vaccinare a propria volta. Quindi, febbraio. Fimmg chiede un incontro con il ministro della Salute e di far parte della task force organizzativa che deciderà i criteri per convocare le diverse categorie di pazienti. E chiede più infermieri negli studi per le vaccinazioni di massa. Pina Onotri, segretario generale del Sindacato medici italiani, chiede invece un tavolo di contrattazione (Regioni-sindacati) per organizzare la campagna vaccinale. «I medici di medicina generale sono da sempre impegnati con successo nelle campagne antinfluenzale e anti-pneumococciche coprendo oltre il 97% della popolazione. Tuttavia, la politica non ci coinvolge, mentre demanda ai medici atti infermieristici come i tamponi. Fanno fede i dati delle campagne vaccinali antinfluenzali: senza coinvolgerci non si va da nessuna parte». Anche tra gli infermieri, chiamati a vaccinare nelle farmacie in forza del comma 471 della Finanziaria (“sotto supervisione medica”), si chiede di essere a propria volta vaccinati. La Federazione degli Ordini Fnopi osserva che ci sono circa 60 mila infermieri, con i requisiti richiesti dal bando del Commissario Arcuri, in stand by perché non essendo dipendenti non hanno ricevuto alcuna priorità nell’essere vaccinati.C’è infine la polemica scaturita in Lombardia ed esitata con il rimpasto di giunta e la probabile sostituzione dell’assessore al Welfare Giulio Gallera, reo di aver dichiarato in un comunicato che non avrebbe forzato il rientro al lavoro dei sanitari per partire a regime con qualche giorno di anticipo sui vaccini Covid. La Lega, forza di maggioranza e partito del presidente Attilio Fontana, ha duramente criticato queste dichiarazioni, in una regione dove al 6/1 erano state somministrate 3 dosi ogni 100 consegnate contro le 38 dosi offerte in Lazio. Roberto Gentile segretario Fials lombardo ricorda come la circolare del ministero nei presidi ospedalieri preveda di destinare alle immunizzazioni un medico ogni quattro ambulatori. “E allora com’è possibile che su oltre 50mila medici in Lombardia – osserva la Fials – non si abbiano medici per la vaccinazione?” E il leader nazionale Giuseppe Carbone chiede più fatti e meno parole al governo: «Se non ci sbrighiamo a reclutare i 15 mila sanitari previsti in Legge di bilancio, peraltro con contratti a tempo, il rischio è che il banco salti». Mauro Miserendino by Doctor33

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Tamponi dai medici di famiglia, sindacati divisi. Il nodo è la sicurezza

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2020

Tamponi dal medico di famiglia protagonisti anche nel decreto legge Ristori che si va ad approvare in Senato per poi passare alla Camera. L’incombenza prevista in convenzione nel 2021 non sarà più “gratis”. L’articolo 18 del decreto in fase di conversione destina ai medici di famiglia 30 milioni considerando un costo unitario di 15 euro a tampone antigenico per 2 milioni di tamponi ed elabora una tabella di riparto in cui include le Regioni a statuto speciale per la prima volta. Il successivo articolo 19 dispone che Mmg e pediatri sono tenuti a inserire nel sistema Ts ilreferto per ogni assistito, negativo o positivo, il domicilio se positivo e il relativo tracciamento dei contatti, nonché di ulteriori informazioni sulla sorveglianza epidemiologica, da individuare con successivo decreto del ministro della Salute. Il referto elettronico indipendentemente dall’esito dev’essere subito disponibile all’assistito leggendolo nel suo fascicolo sanitario elettronico, mentre il solo esito positivo deve essere leggibile dal servizio di Igiene Asl nella piattaforma nazionale.Le nuove norme, che dovrebbero dare impulso ai tamponi e saranno con ogni probabilità seguite da ulteriori emendamenti, arrivano in uno scenario in cui gran parte delle operazioni di esecuzione del test da parte del medico e del pediatra convenzionato, previste della convenzione del 30 ottobre scorso, non è ancora partita. Il problema è il no di una parte dei medici, di cui prende atto anche il parlamento nei lavori preparatori, il superlavoro in assistenza primaria e soprattutto la sentenza Tar, che toglie dalle priorità della medicina generale l’effettuazione dei tamponi domiciliari. A questo vanno aggiunti degli errori in fase di consegna dei dispositivi di protezione promessi nel contratto. Come indica un’indagine empirica del quotidiano la Stampa ad eseguire i test antigenici in studio risulta partita fin qui solo una parte minoritaria dei medici di famiglia, un 38%, e non i tre quarti prevedibili in base alla rappresentatività dei sindacati firmatari dell’accordo, Fimmg ed Intesa, che insieme fanno il 75% delle deleghe. C’è stato qualche “no” in sede di trattativa decentrata, ad esempio di Intesa in Lombardia. E i problemi si assommano. Nel Lazio la categoria denuncia la mancanza di guanti nei kit che la Protezione civile sta facendo pervenire alle Asl: non sarebbero previsti nella fornitura e i medici di famiglia hanno difficoltà a praticare i test. Il vicesegretario Fimmg, Pier Luigi Bartoletti, da Roma osserva come per comprare i tamponi per il singolo mmg adesso sia difficile: sarebbe stato meglio acquistare un grosso lotto con appalto pubblico. Nel Lazio all’esecuzione dei tamponi hanno aderito circa 1800 medici, il 40% del totale, e 421 pediatri, pari al 50%. In Veneto, l’obbligo per i mmg di eseguire i test sugli assistiti contatti stretti asintomatici di caso positivo è partito ai primi di novembre, hanno aderito però fin qui di fatto 54 su 100. Invece, in Liguria e Trentino, partite con il Veneto, le percentuali indicate dalle giunte al quotidiano la Stampa giungono al 91 e 100%! Al top anche la Val d’Aosta. In Emilia Romagna si scende al 55% ma al momento non sono avvenute distribuzioni di tamponi. «Né è stata fatta alcuna ricognizione delle disponibilità, dei carichi orari sostenibili da ciascun settore della medicina generale in relazione ai medici disponibili al netto delle situazioni di fragilità», dice il segretario Fimmg Fabio Vespa. Sempre in Emilia Romagna, lo Snami dice no all’arruolamento obbligatorio chiesto dalla regione: troppo alta l’età media di alcuni medici convolti, con possibili difficoltà di salute. Snami indica alla regione il sistema dei drive-in al posto degli studi e l’arruolamento anche di personale infermieristico.Alla campagna di screening su contatti stretti o soggetti sospetti, in Piemonte avrebbe aderito il 34%, ancora meno (25%) in Lombardia. L’asse adriatico-ionico che va dall’Abruzzo alla Basilicata passando per Molise e Puglia doveva ancora partire la scorsa settimana e così la Sardegna. A contribuire al ritardo e ad un ipotetico disagio dei decisori ad acquistare i lotti, più che la spaccatura tra i sindacati potrebbe aver contribuito la sentenza del Tar Lazio secondo cui il medico di famiglia non deve visitare a domicilio i malati Covid, e ci sono le Usca per quello. Sempre in Lazio, e sempre sull’ordinanza del 17 marzo scorso sulle Unità speciali di continuità assistenziale regionali (Uscar), anche Snami e i pediatri Cipe hanno ottenuto un successo con l’annullamento parziale della norma, là dove dà al Direttore generale della sanità regionale la discrezionalità di ‘valutare’ l’eventuale attivazione di queste “pattuglie” di medici e medici/infermieri. Per il Tar, la Regione avrebbe violato il decreto legge 14 del 7 marzo istitutivo all’articolo 8 che “non lascia alcun margine di discrezionalità operativa agli enti locali”. (By Mauro Miserendino fonte: Doctor33)

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Covid-19: “Salvare ospedali e scuole con lockdown a Natale e chiusure ad intermittenza fino all’estate”. L’appello dei medici

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2020

Per ridurre i contagi ed evitare ulteriori ondate occorre imporre misure restrittive sull’intero territorio nazionale durante tutto il periodo delle festività natalizie e lockdown intermittenti fino all’estate. Lo chiedono alcuni tra i più importanti medici italiani, tra i quali Susanna Esposito, ordinaria di Pediatria dell’Università di Parma e consulente dell’OMS, Antonella Viola, Immunologa e Direttore dell’Istituto di Ricerca Pediatrica di Padova, e Stefano Zona, specialista in Malattie Infettive dell’AUSL di Modena. Gli autori, prendono la parola per chiedere misure chiare e restrittive nel periodo natalizio per garantire una riduzione del numero di contagi e la riapertura delle scuole a gennaio.I ricercatori, promotori tra gli altri di un appello inviato lo scorso 2 novembre al Governo e ai membri del Comitato Tecnico Scientifico in cui proponevano lockdown intermittenti fino a primavera, affermano la loro preoccupazione di fronte alle incertezze dell’esecutivo nella gestione della pandemia: “Il numero dei contagi e dei decessi giornalieri è ancora drammaticamente elevato e in alcuni Regioni, come nel caso del Veneto, fortemente in crescita. Non possiamo attendere gli effetti della campagna di vaccinazione di massa, dobbiamo agire ora nell’arrestare il contagio. I messaggi contraddittori del governo avranno conseguenze drammatiche. Dobbiamo arrivare a un lockdown nazionale nel periodo natalizio, come scelto da vari paesi europei, per poter alleggerire la pressione sugli ospedali e garantire la riapertura delle scuole in gennaio”, afferma il dott. Zona, tra i promotori dell’associazione IoVaccino. Un lockdown nazionale nel periodo delle festività è una scelta condivisa anche da Susanna Esposito, che rilancia la necessità di un piano a medio-lungo termine di lockdown intermittenti tra gennaio e giugno: “Dobbiamo avere una strategia di riduzione dei contagi e chiusure pulsate fino all’estate, che ci consenta di frenare questa seconda ondata, scongiurarne una terza, e tutelare salute e istruzione, non più ulteriormente sacrificabili”.La riapertura delle scuole “deve essere la priorità la priorità del governo, insieme alla riduzione dei contagi”, continua Antonella Viola. Conclude l’immunologa: “I livelli di diffusione attuale del virus rendono difficilmente sostenibile una riapertura a gennaio. La chiusura delle scuole ha effetti drammatici sulla salute fisica e psichica di milioni di bambini e ragazzi. Ecco perché bisogna agire immediatamente con un lockdown natalizio e misure coerenti fino all’estate”, conclude Viola.

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Auguri a Papa Francesco dai medici di origine straniera

Posted by fidest press agency su domenica, 20 dicembre 2020

L’associazione medici di origine straniera in Italia (AMSI) ,la comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) ,il movimento internazionale transculturale interprofessionale Uniti per Unire e l’Unione medica Euro Mediterranea(UMEM) esprimono dal profondo del cuore e con ammirazione e stima gli auguri a Papa Francesco nel suo 84° compleanno ,un messaggio inter religioso e laico da associazioni e movimenti che dentro i quali collaborano tutti i giorni professionisti e cittadini da tutto il mondo e da tutte le religioni e più di 1000 di associazioni ,comunità ,confederazioni e cittadini musulmani ,cristiani ,ebrei ,ortodossi ,laici che insieme dicono grazie a Papa Francesco per il suo impegno costante a favore dell’umanità e di tutti i cittadini del mondo senza distinzione. “Per noi Papa Francesco è un idolo e simbolo nell”umanità ,solidarietà e del dialogo tra le religioni e le civiltà e come sa costruire i ponti combattendo i muri mentali ed i pregiudizi. In questo momento di crisi internazionale e dell’emergenza coronavirus sono fondamentali i messaggi di papa Francesco e le sue raccomandazioni e sensibilizzazione di pensare a tutti e non lasciare nessuno da solo senza distinzione compreso persone in difficoltà , fragili ,migranti e rifugiati .ci auspichiamo che i politici e i commissari che si occupano di combattere il coronavirus possano ascoltare di più i consigli di Papa Francesco per evitare retromarce e ripensamenti su decisione frettolose e superficiali. Cosi dichiara Foad Aodi Presidente Amsi e Co-mai e membro esperti Fnomceo che lancia la sua preoccupazione, proprio nel giorno del compleanno di Papa Francesco , dei numerosi ostacoli e pericoli che arrivano da dentro la Chiesa contro Papa Franceso in particolar modo per la sua grande apertura verso l’islam. Amsi ,Co-mai ,Uniti per Unire e UMEM continueranno ,uniti e decisi senza ambiguità ,ad essere difensori dell’operato di Papa Francesco in Italia e nel mondo.

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Riaperti i concorsi anche ai medici e infermieri stranieri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 novembre 2020

Torino. La Regione Piemonte ha riaperto i concorsi anche ai medici e infermieri stranieri con il permesso di soggiorno per motivi di lavoro senza l’obbligo della cittadinanza come già ha fatto la Regione Umbria. Questo fa onore alla stessa regione piemontese e a tutti i suoi residenti che hanno dimostrato da anni una buona convivenza con i cittadini stranieri e non c’era nessuno motivo di alzare muri contro chi si impegna tutti i giorni curando cittadini italiani e stranieri collaborando con i loro colleghi italiani come hanno dimostrato i medici e professionisti di origine straniera in questi anni arricchendo la sanità italiana rendendola più internazionale e consolidare la sua posizione nel mondo vista anche la preparazione degli stessi medici e professionisti della sanità italiani. Inoltre ringraziamo il Vice Ministro della Salute Pierpaolo Sileri per il suo sostegno pubblicamente a favore della possibilità di coinvolgere tutti i medici nella stessa maniera compreso i medici gli infermieri stranieri senza muri burocratici e calcoli politici senza dividerli di seria A e seria B .cosi Dichiara *Foad Aodi presidente associazione medici di origine straniera in Italia( Amsi) e L’Unione medica euro mediterranea (UMEM) e membro del registro esperti Fnomceo.

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Esce per Rubbettino il Manuale pratico per medici e operatori sanitari

Posted by fidest press agency su domenica, 22 novembre 2020

E’ curato dal prof. Carlo Torti, «Covid 19. Una volta tanto la sanità calabrese non fa rumore per le ben note vicende di malagestione e malaffare di cui i media si occupano costantemente ma perché prova (con ottimi risultati) a fare scuola nella lotta al virus. È infatti appena stato pubblicato, su carta e in ebook, per Rubbettino, “Covid-19. Manuale pratico per medici e operatori sanitari” a cura del prof. Carlo Torti, infettivologo, docente di Malattie infettive e della relativa scuola di specializzazione presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro nonché primario del reparto di Malattie infettive e tropicali del Policlinico “Mater Domini” della stessa università. Il manuale si propone come un’utilissima guida per medici operatori sanitari a disposizione dei quali propone indicazioni e procedure per una corretta gestione della Patologia. L’approccio è multidisciplinare, vengono infatti affrontate problematiche essenziali e di frequente riscontro nei pazienti affetti da coronavirus non solo nell’ambito internistico ma anche in altri ambiti specialistici. Il manuale si rivolge sia ai medici ospedalieri che ai medici del territorio, la categoria che più di ogni altra sta subendo lo stress della pandemia, trovandosi spesso in trincea con le armi spuntate, offrendo indicazioni su farmaci, cure, strumenti diagnostici. Il libro fa una sintesi sia delle pratiche e degli studi internazionali che di quella che è stata l’esperienza del reparto di Malattie infettive guidato dal curatore. Vi è infine una parte dedicata alle prospettive vaccinali. Carlo Torti, laureato in Medicina e chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia, ha conseguito la Specializzazione in Malattie infettive presso l’Università degli Studi di Brescia dove ha lavorato come dirigente medico e ricercatore universitario. Dal 2012 è direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie infettive e tropicali del Policlinico “Mater Domini” dell’Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro. È docente di Malattie infettive e direttore della Scuola di specializzazione in Malattie infettive e tropicali presso la stessa Università, e già Honorary Lecturer presso l’Università di Makerere, Kampala (Uganda). Ha pubblicato più di 250 lavori scientifici in extenso ed è inserito nella lista dei Top Italian Scientists. È Senior Editor della rivista «BMC Infectious Diseases» e presidente della Sezione Calabria della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

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L’esenzione dell’Iva per i dispositivi medici sarà prorogata anche nel 2021

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 novembre 2020

E’ questo l’impegno che il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, ha preso con i consumatori, intervenendo alla 14esima edizione del Premio Vincenzo Dona, ora in diretta streaming dagli studi di Sky (https://m.youtube.com/user/unioneconsumatori). Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, ha domandato al viceministro, parlando delle esenzioni dell’Iva sui dispositivi medici che scadono il 31 dicembre 2020: “è pensabile una proroga su questi presidi?” “Ma certamente deve esserci una proroga” ha risposto il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri.Il Decreto Rilancio ha previsto all’art. 124 l’esenzione dell’Iva per mascherine, guanti in lattice, termometri; detergenti, etc. L’esenzione scade il 31 dicembre 2020. Ora il ministro si è impegnato a prorogarla. “E’ stata messa una data che era quella attesa (…) ovviamente dobbiamo adattare le nostre azioni anche a seconda dell’andamento dell’epidemia, quindi è evidente che sarà così” ha concluso il viceministro Sileri.L’esenzione riguarda, tra le altre cose, Ventilatori polmonari per terapia intensiva e subintensiva; umidificatori; laringoscopi; mascherine chirurgiche; mascherine Ffp2 e Ffp3; articoli di abbigliamento protettivo per finalita’ sanitarie quali guanti in lattice, in vinile e in nitrile, visiere e occhiali protettivi,tute di protezione, calzari e soprascarpe, cuffie copricapo, camici impermeabili, camici chirurgici; termometri; detergenti disinfettanti per mani;dispenser a muro per disinfettanti; soluzione idroalcolica in litri; perossido al 3 per cento in litri; carrelli per emergenza; estrattori RNA; strumentazione per diagnostica per COVID-19; tamponi per analisi cliniche; provette sterili; attrezzature per la realizzazione di ospedali da campo.

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