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Posts Tagged ‘medicina’

La medicina rigenerativa come rimedio all’infertilità femminile

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

Grazie a microiniezioni di plasma e staminali. Il sangue viene prelevato dalla paziente, lavorato per ottenere un concentrato ricco di piastrine e cellule (tra cui appunto le staminali, fondamentali nel processo), e poi, attraverso delle microiniezioni, inserito nell’ovaio, con un aumento delle possibilità di concepimento. È questo uno dei temi di maggior interesse nell’ambito della medicina rigenerativa, su cui il 30 ottobre si terrà il primo Congresso Giovani SIMCRI (Società Italiana di Medicina e Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica). “Ci sono evidenze scientifiche che, sfruttando le capacità rigenerative del sangue, si possano aiutare le donne ad avere figli – precisa il professor Eugenio Caradonna, presidente nazionale SIMCRI –. Si tratta di una grande opportunità per chi ha difficoltà a restare incinta, perché permette l’ispessimento dell’endometrio, che favorisce il concepimento. Questa tecnica presenta anche tanti altri ambiti di applicazione: per esempio, garantisce grandi risultati nella risoluzione dei disturbi causati dalla sindrome urogenitale tipica della menopausa”. Le cellule staminali rappresentano un’importante materia di studio: la loro individuazione nel sangue consente, infatti, di osservare l’evoluzione di malattie cardiovascolari e degenerative, di valutare l’efficacia dei farmaci e di misurare il livello di stress nei pazienti.Le innovazioni della medicina rigenerativa di cui si discuterà al Congresso non riguardano solo l’infertilità femminile e approfondiscono la tecnologia al servizio della salute. Sono infatti in fase di sviluppo particolari medicazioni che permetteranno, in caso di ferite, una più rapida guarigione. Con l’applicazione di alcuni sensori sarà possibile ricevere segnali sulle condizioni della cute (come temperatura e PH), e successivamente rilasciare farmaci che stimolino la rigenerazione dei tessuti e accelerino il processo di riparazione delle lesioni. Il Congresso sarà presieduto da Diletta Trojan, direttrice della Banca dei Tessuti di Treviso, e vedrà riuniti i membri dello Young Scientific Board, istituito per valorizzare il lavoro dei ricercatori under 40. “I giovani sono il presente e futuro del nostro Paese – conclude il professor Caradonna –, e in SIMCRI abbiamo voluto dar loro importanza istituendo un comitato di grande valore che favorisca lo sviluppo di un vero e proprio network della medicina rigenerativa. Per noi è fondamentale studiarne l’aspetto moderno, per poter offrire ai pazienti programmi non solo di cura ma anche di prevenzione di patologie cardiovascolari e neurodegenerative. Per la formazione dei ricercatori abbiamo dato vita a due progetti: un Master all’Università Cattolica di Roma e la SIMCRI School, una Scuola di Alta Formazione che si terrà a Caserta e che dirigerà il professor Farina”.

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Per una medicina del territorio

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

‘Cure sul territorio appropriate e accessibili ovunque, gestite da personale sanitario e caregiver adeguatamente formati, ad alta resa anche tecnologica e finalmente a misura della qualità di vita di pazienti e del caregiver. È la richiesta dei pazienti oncologici e onco-ematologici che emerge dall’indagine online su Medicina del territorio e Oncologia promossa dal Gruppo di 39 Associazioni ‘La salute: bene da difendere, diritto da promuovere’ condotta in collaborazione con AstraRicerche e alla quale hanno risposto in oltre 800 tra pazienti e caregiver’. Lo comunica in una nota l’associazione ‘La salute. Bene da difendere, diritto da promuovere’. ‘La pandemia ha messo ancora più in evidenza le carenze di cure di prossimità per i pazienti oncologici e onco-ematologici- prosegue l’associazione, che specifica: disuguaglianze nell’accesso alle cure, mancanza di collegamento tra ospedale e territorio, macchinari obsoleti e poco funzionali, disomogeneità nell’accesso a screening, test e terapie e infine carenza di supporto ai caregiver. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è una grande opportunità per ridisegnare il modello di assistenza sul territorio, grazie agli oltre 7 miliardi stanziati per quest’obiettivo nell’ambito della ‘Missione Sanità’, ai quali si aggiungono gli oltre 4 miliardi resi disponibili dalla Commissione Europea per programmi sull’Oncologia. Ma per sanare il grave gap dell’assistenza sul territorio e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale, l’architettura disegnata nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza va riempita di personale, formazione e tecnologie innovative e ‘amiche’, tenendo conto delle caratteristiche e delle istanze dei potenziali assistiti’.’La distanza dal luogo di cura può influenzare negativamente sia l’adeguatezza delle cure sia la sopravvivenza e proprio per questo l’assistenza da remoto rappresenta una risorsa importante che in questi due anni di pandemia è stata rilanciata e praticata- afferma Luigi Cavanna, presidente CIPOMO, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri- Ma questo modello non può prescindere da un contatto diretto: la telemedicina deve inserirsi in un confronto già attivo tra medico e paziente perché il rapporto umano, la relazione, la visita medica, la conoscenza del caregiver e dei familiari e del contesto sociale nel quale vive il paziente sono condizioni molto importanti per poter poi proseguire con la visita a distanza’.Quali innovazioni servono per agevolare l’oncologia di prossimità? I pazienti chiedono un pieno e uniforme accesso su tutto il territorio nazionale ai test genomici e alla medicina personalizzata/predittiva per individuare le terapie appropriate (46,9%), a dispositivi medici e diagnostici di ultima generazione resi disponibili su ampia scala e su tutto il territorio (42,5%) e a piani di medicina personalizzata a misura del singolo paziente (40,1%). Figura fondamentale di una oncologia del territorio ben strutturata è la figura del caregiver sia informale (parenti/amici) che formale (badanti/tutor) che deve pertanto essere formata e sostenuta. La metà degli intervistati (49,8%) vorrebbe che il Fondo triennale per le attività di cura non professionale andasse innanzitutto alla formazione dei caregiver su assistenza, terapie e dispositivi. I corsi dovrebbero vertere sulla gestione del dolore (43,8%), sulla specifica patologia in accordo con l’équipe ospedaliera (37,6%) e sulla somministrazione delle terapie e gestione dei presìdi a domicilio (36,6%). Inoltre, per alleggerire il burden fisico ed emotivo del caregiver si chiede di attivare help-line in orari ‘scomodi’ (52,4%) e un costante raccordo con lo psiconcologo e con lo psicologo del territorio (44%)’.Le Associazioni chiedono, in definitiva, di essere ascoltate in occasione della stesura di tutti i grandi strumenti di programmazione che riguardano i pazienti, non solo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma anche l’attuazione del Piano oncologico nazionale, del Piano nazionale della Cronicità e del ‘Dm 71’ di riordino dell’assistenza territoriale. ‘Ci auguriamo di essere tenuti sempre in maggiore considerazione sui tavoli decisionali- conclude Annamaria Mancuso- poiché la nostra esperienza sul campo è un prezioso contributo, aggiungerei è un apporto indispensabile, per una reale modernizzazione del Servizio Sanitario Nazionale’.

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“Sfruttiamo il Pnrr per la medicina del territorio”

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 settembre 2021

Appello di De Lillo, Omceo Roma. “La medicina territoriale deve potere contare sulle risorse del Pnrr, ma deve ripartire dal capitale umano, per tutti i colleghi che andranno in pensione e non saranno rimpiazzati dai nuovi ma anche perché bisogna rivedere le modalità di accesso agli studi per la medicina generale perché attualmente non garantiscono che siano formate figure idonee al ruolo di medico di famiglia”. Lo afferma Stefano De Lillo, vice-presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Roma e provincia.”Dopo tanti anni di blocco del turnover dobbiamo lavorare sul capitale umano- ribadisce- il medico di medicina generale è centrale per l’assistenza sul territorio e ha costi contenuti per il Servizio sanitario nazionale. Lui investe sull’innovazione ed è autonomo, ma per consentirgli di fare questo e stare al passo con le richieste dei pazienti e dei tempi, che mutano velocemente, serve metterlo in rete con i medici specialisti, rafforzare o in caso costruire reti forti di connessione per i dati, così che il professionista specialista o anche il medico di base possa caricare cartelle cliniche e referti. È un sistema a basso costo- spiega il vice-presidente dell’Omceo Roma- ma ad alta produttività che va modernizzato: bisogna dare al medico la possibilità di interloquire con gli specialisti, con chi ha emesso il referto, anche in via telematica, informatica e telefonica, affinché si accelerino le prestazioni in modo efficace, senza far girare i pazienti tra le varie strutture. Noi usciremo dalla pandemia molto più maturi e consapevoli, come classe medica saremo più preparati, però proprio per questo dobbiamo rendere il sistema più efficiente”. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede la realizzazione delle case di comunità, strutture a basso impatto dal punto di vista edilizio ma dal raggio d’azione ampio, in grado di fare da presidio ambulatoriale sul territorio con specialisti sia per l’assistenza medica che sociale, non alternativo all’ospedale, ma capace di intercettare la metà degli accessi impropri nei Pronto soccorso. Un’idea che secondo De Lillo deve essere valutata con molto pragmatismo: “Bisogna essere realistici, perché non serve costruire dei mini-ospedali. Il punto di riferimento devono rimanere gli studi degli mmg, che vanno potenziati e messi in rete. Bisogna puntare sull’esistente e non soltanto su strutture da realizzare ex novo, che rischiano di duplicare l’offerta o di disorientare il paziente. Il medico di famiglia infatti conosce i propri assistiti, mentre un nuovo collega sarebbe completamente digiuno”.Infine, rispetto al ruolo centrale del medico di base per le vaccinazioni anti-Covid, De Lillo non teme che si perda né che si riduca, anzi “con gli hub che restano attivi sul territorio continueremo a dare supporto nei nostri studi alla campagna vaccinale contro il Sars-CoV-2, ma ci occuperemo anche delle altre vaccinazioni, proprio per non lasciare indietro le somministrazioni importanti, come l’antipneumococcica e l’antinfluenzale. Saremo ancora di supporto- conclude- e magari con un’organizzazione capillare ancora più forte”.

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Accademia Medicina Torino corso latte fattore salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Torino. L’Accademia di Medicina di Torino organizza un corso nazionale di aggiornamento per Medici Chirurghi intitolato “Il latte, un fattore di salute” che si svolgerà per via telematica il 22, 28 settembre e 6 ottobre, dalle 17 alle 19. Il corso è coordinato da Gianni Bona, Direttore Emerito Clinica Pediatrica, Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità di Novara e Giuseppe Poli, Professore Emerito Università di Torino. Al prof. Bona si alterneranno come moderatori Claudio Fabris, Professore Emerito Università di Torino e Aishah Pathak, Esperta in Dialogo e Comunicazione Internazionale.Articolato in tre incontri, il programma prevede un’analisi aggiornata dei davvero molteplici aspetti clinici e biologici del latte in generale, con particolare approfondimento su quello umano, ponendo però in risalto anche l’innovazione tecnologica raggiunta dall’industria a proposito dell’alimento latte, il più antico ma sempre tra i più attuali. Saranno esposte nel dettaglio le ultime acquisizioni sulle effettive capacità antivirali e di riduzione del rischio di malattie croniche dell’adulto/anziano esercitate dall’assunzione del latte, specie alla nascita e nei primi mesi/anni di vita. Infine, verrà fatta una panoramica sull’attuale consumo di latte (specialmente bovino) nelle varie fasce d’età e sui continui progressi della ricerca scientifica volta al miglioramento della qualità di questo prezioso elemento.Per partecipare al corso, la cui adesione è gratuita fino ad esaurimento dei posti disponibili e che erogherà 9 crediti formativi ECM occorre iscriversi al sito del provider http://www.symposium.it/eventi.Si potrà seguire il primo incontro anche accedendo all’Aula Magna dell’Accademia di Medicina (via Po 18, Torino), previa prenotazione da effettuare via mail all’indirizzo accademia.medicina@unito.it e dietro presentazione di Green Pass. Gli incontri successivi verranno tenuti solo in modalità web.

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Assistenza domiciliare: Deve diventare il nuovo modello del Servizio sanitario

Posted by fidest press agency su martedì, 17 agosto 2021

“Ha ragione il ministro Speranza: l’assistenza domiciliare è la chiave di volta del nuovo modello che deve caratterizzare il Servizio sanitario nazionale”, afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) che raccoglie gli oltre 456mila infermieri presenti in Italia, commentando l’intesa Stato Regioni sottoscritta a inizio agosto e ora in vigore. “E bene è – continua – che il PNRR dedichi a questa novità già 4 miliardi per organizzare cure e assistenza che finora è stata a macchia di leopardo nelle Regioni”.“Ma la chiave dell’assistenza domiciliare – precisa la presidente FNOPI – sono gli infermieri che h24 sono accanto alle persone e che le stesse associazioni di cittadini -pazienti chiedono siano di più e più presenti proprio nel nuovo modello di prossimità delle cure”.Il medico di medicina generale indica la diagnosi e la terapia da seguire, ma accanto al paziente c’è l’infermiere che ne garantisce appropriatezza, esecuzione, aderenza clinica.E in particolare proprio l’intesa indica tra i principali attori di tutto questo l’infermiere di famiglia e comunità per il quale l’Agenas, Agenzia nazionale per l’assistenza sanitaria, nella sua proposta di decreto per la regolamentazione dell’assistenza sul territorio, ha indicato un fabbisogno che passa dagli 8 ogni 50mila abitanti indicati nel decreto Rilancio (legge 77/2020) a uno ogni 2000-2.500 abitanti, proprio per assicurare le cure e l’assistenza di prossimità.“Il territorio è il luogo privilegiato per la risposta ai bisogni di assistenza infermieristica, la prevenzione e il monitoraggio; insiste sulla necessità di riconfigurare tutti i sistemi di presa in carico e di continuità assistenziale poiché la risposta ai bisogni di salute è ancora culturalmente ospedalocentrica”, ha detto Mangiacavalli.“L’ospedalizzazione – aggiunge – è una parentesi nella vita della persona che continua fuori dall’ospedale, laddove deve continuare anche la risposta. Il futuro del Servizio sanitario nazionale e quello di un’assistenza a misura di cittadino è nella multi-professionalità: ogni figura, ogni professionista della salute in questo gioca un ruolo essenziale e importantissimo perché il castello della salute sia stabile e indistruttibile e abbia come suo apice gli assistiti e il loro assoluto benessere. In questo conclude – ogni professionista è una carta importante, senza la quale il castello inesorabilmente crolla”

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Non si fa la riforma della sanità senza medici

Posted by fidest press agency su sabato, 31 luglio 2021

Le sette sigle che costituiscono Alleanza per la Professione Medica, APM, ovvero ANDI, CIMOP, Federazione CIMO-FESMED, FIMMG, FIMP, SBV e SUMAI nel loro manifesto chiedono in sostanza di: promuovere e difendere l’indispensabile autonomia decisionale del medico, che deve sostanziarsi anche nella possibilità di partecipare concretamente al governo del contesto organizzativo in cui esercita la propria attività professionale; – promuovere una diversa progressione professionale e di carriera nel corso della vita lavorativa che esalti la sfera professionale, anche attraverso una valutazione/certificazione periodica delle abilità professionali individuali in una logica meritocratica; – rivendicare una corretta programmazione delle attività formative, sia per quanto riguarda i tempi e le modalità di accesso al corso di laurea, alle specialità universitarie e al corso di formazione in medicina generale; sia per quanto riguarda contenuti e luoghi di formazione specialistica, propedeutica per la successiva immissione nel mondo del lavoro eliminando una volta per tutte l’imbuto formativo; – recuperare l’autonomia e la centralità del proprio ruolo, all’interno del SSN; – salvaguardare la libera professione medica e odontoiatrica dalla sempre più incombente pressione burocratica e fiscale; – proporre modelli organizzativi e di governance che sappiano coniugare gli obiettivi del PNRR con le reali esigenze dei professionisti e dei cittadini; – consentire la libera scelta del medico e odontoiatra curante da parte del cittadino che ne esalti il rapporto fiduciario Medico paziente sia nella medicina generale che nella specialistica ambulatoriale convenzionata e accreditata che nella pediatria di libera scelta valorizzando il lavoro in team impedendo anche il protrarsi dei condizionamenti esercitati dai providers di reti di sanità integrativa. – equilibrare in sanità il rapporto fra professione e capitale. “Soddisfazione per la partecipazione degli esponenti politici che ci hanno ascoltato e si sono dichiarati disponibili a recepire le nostre proposte riguardanti il PNRR. Il Recovery oggi è completamente privo di riferimenti ai professionisti medici, senza i quali non solo le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità rischiano di essere delle scatole vuote ma anche il Servizio sanitario nazionale rischia di non essere più tale, non potendo svolgere il suo ruolo di tutela della salute dei cittadini. Tutto ciò in un momento storico in cui, anche a causa del Covid, la gobba pensionistica sta per raggiungere il suo apice e il carico burocratico è sempre più preponderante, a discapito del tempo da dedicare al rapporto medico-paziente”. “Alla luce di queste considerazioni come APM ribadiamo alla politica l’esigenza di ascoltarci e di coinvolgerci nei piani di riforma che riguardano, direttamente o indirettamente, la professione medica perché come la pandemia ha ulteriormente dimostrato senza i medici non si fa la sanità”.

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Presentazione del nuovo corso di laurea in Medicine and Surgery dell’Università di Parma

Posted by fidest press agency su domenica, 11 luglio 2021

Parma “Medicine and Surgery”: si chiama così il nuovo corso di laurea magistrale a ciclo unico dell’Università di Parma, attivato dal prossimo anno accademico (2021-22) nella sede di Piacenza. Un corso interamente erogato in lingua inglese, attivato dall’Ateneo con la collaborazione dell’Ausl e del Comune di Piacenza e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, caratterizzato da una prospettiva internazionale e pronto da un lato a rafforzare l’offerta formativa dell’Università di Parma in ambito medico-chirurgico e dall’altro a potenziare il settore sul territorio regionale e in particolare piacentino. L’idea di avviare un nuovo corso di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, con sede a Piacenza, in lingua inglese, è nata con un triplice obiettivo: potenziare l’offerta formativa in Medicina e Chirurgia, potenziare il grado di internazionalizzazione dell’Università di Parma e, più in generale, l’offerta di formazione medica universitaria internazionale in Emilia-Romagna, e realizzare una sinergia con ampie potenzialità di sviluppo tra l’attuale corso di laurea in Medicina e Chirurgia di Parma e la struttura sanitaria del territorio piacentino. I contenuti didattici del corso mirano a formare un medico che possieda una solida cultura bio-medica e una visione multidisciplinare dei problemi più comuni della salute e della malattia. Gli studenti e le studentesse svilupperanno una conoscenza medica completa, dalla promozione della salute alla medicina d’urgenza, dalla ricerca applicata alle ultime tecnologie all’economia e alla gestione della salute. La formazione dovrà essere orientata sia alla cura sia alla prevenzione delle malattie, così come alla promozione della salute: una missione specifica che risponde in maniera adeguata alle nuove esigenze di cura e salute, poiché centrata non solo sulla malattia ma anche e soprattutto sul malato, fornendo gli strumenti per comprendere e applicare sia i principi della medicina personalizzata sia l’analisi dei contesti socio-sanitari. Interamente concepito con un orizzonte internazionale, il corso in Medicine and Surgery potrà avvalersi “in esclusiva” del sistema ospedaliero di Piacenza, non condiviso con altri corsi di Medicina. La dimensione internazionale del corso e la presenza di temi relativi alla salute globale potranno consentire di intraprendere, dopo la Laurea, percorsi italiani e internazionali di specializzazione, di esercizio della professione e di ricerca. Prosecuzione naturale dell’itinerario formativo potrà essere l’accesso a programmi post laurea in Italia o in altri Paesi. Il corso è a numero programmato a livello nazionale (100 posti). La prova di ammissione, unica a livello nazionale, è fissata per il 9 settembre 2021 con test IMAT (International Medical Admission Test). Per iscriversi al test di ammissione è necessario presentare domanda on line attraverso il portale Universitaly entro le 15 del 22 luglio.

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Medicina di famiglia verso la dipendenza

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

La medicina generale è destinata alla dipendenza, lo dice il Recovery Plan o meglio, un addendum di Agenas, l’agenzia dei servizi sanitari regionali, di cui è venuto in possesso il Corriere della Sera. Il documento specifica cos’è scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza inviato dal governo Draghi a Bruxelles alla componente “medicina di prossimità”, destinataria di poco meno di metà dei 19 miliardi previsti per la salute nel Piano. Accanto ai 4 miliardi per l’assistenza domiciliare, ai 2 per le case di comunità popolate da team multi-professionali con Mmg, specialisti, infermieri, diagnostica strumentale e di laboratorio, a 1 miliardo per gli ospedali di comunità, agli investimenti per telemedicina e per 602 maxi-sportelli, uno per distretto di orientamento e coordinamento socio sanitario, un punto stabilirebbe che il medico di medicina generale, dovendo essere meglio coordinato per fare medicina d’iniziativa e contenere accessi e ricoveri impropri in ospedale, è ad un bivio: diventare dipendente del Ssn come l’ospedaliero o restare convenzionato, ma “arruolato in cooperative intermedie che garantiscano la copertura dell’assistenza nelle case della comunità”. Le coop si porrebbero come unica àncora di salvezza del rapporto convenzionale che per la quasi totalità dei sindacati è invece garanzia di “terzietà” del medico di famiglia tra un cittadino-paziente che cerca risposte e una sanità-giungla dove non tutto è perfetto e bisogna scegliere i servizi più idonei. Ma come si porrebbe a sua volta la coop tra medico di famiglia e servizio sanitario? Il modello fin qui prevalente in Italia non è esattamente quello societario britannico (“practice” che assumono medici che poi operano per il National Health Service). In un recente incontro Antonio Di Malta, medico di famiglia e presidente del consorzio Sanità Co.S che le raggruppa, ha spiegato come le cooperative di servizio alla medicina generale anche durante la pandemia si siano distinte realizzando presidi territoriali in grado di affiancare gli ospedali nel fronteggiare il virus. E ha fornito una ricetta in 10 passaggi per costruire questi presidi oltre a presentare un Manifesto strategico per dare slancio organizzativo alla medicina generale. Il punto centrale è che la coop non assume medici ma ha per soci i medici, che a loro volta tra loro, per gli interventi “professionali” in convenzione, possono coordinarsi in aggregazioni funzionali (di soli Mmg) e unità complesse di cure primarie pluriprofessionali. In compenso, la coop può assumere amministrativi, collaboratori e infermieri. «Nella gestione del Covid sul territorio, i risultati delle Aft, in termini di esiti di salute sono stati impattanti nei territori dove il personale dipendeva da una coop di servizio dei medici: il coinvolgimento qui è più facile che nei confronti di personale distaccato Asl-Ats», spiega Di Malta. Quanto alle cronicità, dove negli ultimi 10 anni un po’ ogni regione ha diretto i giochi, la coop «potenzia il motore di Aft e Uccp consentendo di svolgere medicina proattiva, diagnostica, accrescere competenze».Il numero due Fimmg Pierluigi Bartoletti rileggendo le indiscrezioni di Corsera osservava due rischi imminenti: l’arrivo di una sanità dei “palazzinari” al posto di quella dei cittadini e la privatizzazione rapida del Ssn. Anche se è al medico di famiglia che si rimprovera nel primo picco di Covid di non aver fatto da argine all’accesso indiscriminato di pazienti in pronto soccorso, «il collasso del sistema è avvenuto in regioni che avevano smontato la rete dei medici di famiglia chi – la Lombardia – contando sugli ospedali, chi – l’Emilia Romagna – sulle Case della salute. Dallo schema pubblicato – contesta Bartoletti – emerge un sistema frammentato, in cima il centralino, poi una serie di palazzi, un “domicilio”, la parola medico non c’è, si parla col centralino che smista ai palazzi dove ci sono operatori sanitari. E chi vuole invece avere il suo medico che lo segue? Lo pagherà evidentemente». Per Di Malta, la medicina generale può ben gestire al posto della politica sia l’assistenza domiciliare (“casa come primo luogo di cura”) sia case e ospedali di comunità.Già ad aprile il Co.S ga ha anticipato che il salvataggio della “terzietà” del Mmg sta in quattro interventi: prevedere nel compenso, accanto alla quota fissa, compensi correlati al raggiungimento di obiettivi di salute, più un finanziamento che alle coop di servizio copra i costi di personale, logistica, beni e servizi, tecnologia. Le coop, previste all’articolo 54 comma 14 dell’Accordo nazionale del 2005 andrebbero riconosciute anche fiscalmente sull’esempio delle coop sociali (legge 381/91). Si dovrebbe poi promuovere la costituzione di consorzi di servizi (o compagnie o reti d’impresa) che acquisiscano fattori produttivi, formazione, consulenze su modelli gestionali, in modo autonomo rispetto ai sindacati. In parallelo, si dovrebbe dare alla medicina di famiglia un ruolo attivo nei Dipartimenti di Cure primarie e di SanitaÌ pubblica per partecipare ai processi di riorganizzazione e gestione di nuovi servizi. Di medicina di prossimità e assistenza domiciliare si è parlato anche al Digital Debate di Confcooperative, dove il ministro della Salute Roberto Speranza non ha nascosto l’ambizione dell’Italia di coprire il 10% degli over 65 (siamo appena saliti al 6%) superando big come la Germania. Il presidente di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese ha ribadito l’esigenza di «un modello di continuità assistenziale nazionale centrato sulla casa, che superi le impasse originate dal Titolo V» e possa «garantire 240 ore di assistenza all’anno ad un milione di anziani occupando 112 mila operatori specializzati». By Mauro Miserendino fonte doctor33

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Medicina di precisione: un nuovo snodo chiave del percorso diagnostico-terapeutico’

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 Maggio 2021

Giovedì 20 maggio, dalle ore 10:30 alle 13:30, si terrà il webinar: ‘ONCOnnection La medicina di precisione: un nuovo snodo chiave del percorso diagnostico-terapeutico’, organizzato da Motore Sanità. In Italia ogni anno circa 270 mila cittadini sono colpiti al cancro. Attualmente, il 50% dei malati riesce a guarire, con o senza conseguenze invalidanti. Dell’altro 50% una buona parte si cronicizza, riuscendo a vivere più o meno a lungo. I risultati della ricerca sperimentale, i progressi della diagnostica, della medicina e della chirurgia, le nuove terapie contro il tumore, stanno mostrando effetti positivi sul decorso della malattia, allungando, la vita dei malati anche senza speranza di guarigione. Ma, se da una parte i vantaggi del progresso scientifico hanno cancellato l’ineluttabile equazione “cancro uguale morte”, dall’altra sono sorti nuovi problemi. In questo nuovo appuntamento analizzeremo con gli esperti l’organizzazione necessaria per programmare il futuro ed approfondiremo il percorso oncologico di ieri, oggi e domani. Vi partecipano: Vincenzo Adamo, Direttore Oncologia Medica A.O. Papardo-Messina e Coordinatore Rete Oncologica Siciliana (Re.O.S.), Mattia Altini, Presidente SIMM – Direttore Sanitario AUSL Romagna, Gianni Amunni, Associazione Periplo – Direttore Generale ISPRO, Regione Toscana, Rossana Berardi, Direttore Clinica Oncologica, Direttore Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica, Direttore Centro di Riferimento Regionale di Genetica Oncologica, Ospedali Riuniti di Ancona, Livio Blasi, Presidente CIPOMO, Pierfranco Conte, Associazione Periplo – Direttore Oncologia Medica 2 IOV Padova, Direttore della Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica, Dip. Scienze Chirurgiche Oncologiche e Gastroenterologiche Università di Padova, Coordinatore Rete Oncologica Veneta, Francesco De Lorenzo, Presidente F.A.V.O. Franca Fagioli, Direttore ff Rete Oncologica Piemontese – Direttore SC Oncoematologia Pediatrica e Centro Trapianti – Presidio Ospedaliero Infantile Regina Margherita – AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, Valeria Fava, Cittadinanzattiva Mosè Favarato, UOSD Genetica, Citogenetica e diagnostica molecolare ULSS 3 Serenissima, Pierfrancesco Franco, Professore Associato Dipartimento di Medicina Traslazionale, Università del Piemonte Orientale, Paolo Marchetti, Direttore Oncologia Medica B Università La Sapienza Roma Francesco Saverio Mennini, Presidente SIHTA – Professore di Economia Sanitaria e Economia Politica, Research Director-Economic Evaluation and HTA, CEIS, Università degli Studi di Roma“Tor Vergata”, Federico Pantellini, Relatore in rappresentanza di Farmindustria, Carmine Pinto, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia dell’IRCCS Santa Maria Nuova, Reggio Emilia, Fausto Roila, Coordinatore della Rete Oncologica Regionale dell’Umbria – Direttore Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica Università degli Studi di Perugia, Anna Sapino, Presidente SIAPEC-IAP e Direttore Scientifico IRCCS FPO Candiolo (TO), Specchia, Professore di Ematologia Università Bari e Componente Comitato Scientifico AIL, Gianmarco Surico, Coordinatore Rete Oncologica ROP Regione Puglia, Daniela Turchetti, Genetica Medica AOU Policlinico S. Orsola-Malpighi Bologna Claudio Zanon, Direttore Scientifico Motore Sanità​.

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Farmaci anti-Covid, Fda accelera terapie adatte ai bambini

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 Maggio 2021

A fronte di oltre 31 milioni di casi e più di 564.000 decessi provocati nei soli Stati Uniti dalla pandemia Covid-19 la Food and Drug Administration (Fda) ha creato il programma Ctap, acronimo per Coronavirus Treatment Acceleration Program, mirato ad accelerare lo sviluppo di nuovi trattamenti anti Sars-CoV-2. Più di 600 farmaci sono in fase di sviluppo e il Ctap ha esaminato oltre 400 studi clinici su farmaci contro il Coronavirus, di cui molti approvati dalla Fda o autorizzati per l’uso in emergenza (Eua).Tra questi remdesivir, un farmaco endovena che inibisce la replicazione virale, approvato dalla Fda nei bambini ricoverati in ospedale di età maggiore o uguale a 12 anni con peso di 40 kg o più che richiedono ossigeno supplementare, ventilazione meccanica invasiva o ossigenazione extracorporea a membrana (Ecmo). Remdesivir, invece, è in Eua per i bambini ricoverati sotto i 12 anni con peso tra 3,5 e 40 kg che richiedono supporto respiratorio. Va sottolineato che nessuno studio ha dimostrato la capacità di remdesivir di ridurre la mortalità associata a Covid-19. Approvato invece solo per uso off-label è il desametasone, un corticosteroide spesso usato in pediatria per trattare le comuni patologie infiammatorie e ampiamente testato nei pazienti con Covid-19. Il suo utilizzo è consentito nei bambini ricoverati in ospedale senza limiti di età che richiedono ossigeno supplementare, ventilazione meccanica invasiva o Ecmo. In Eua per il trattamento anti-Covid-19 anche diversi altri farmaci, tra cui baracitinib, un inibitore della Janus chinasi usato per trattare l’artrite reumatoide, approvato contro il Covid-19 nei bambini ricoverati in ospedale sopra i 2 anni in ossigenoterapia, ventilazione meccanica invasiva o Ecmo. Diversi, invece, i criteri di prescrivibilità per due associazioni a base di anticorpi monoclonali, ovvero bamlanivimab/etesevimab e casirivimab/imdevimab, da usare nei pazienti ambulatoriali di 12 anni o più e di peso uguale o superiore ai 40 kg risultati positivi al test Sars-CoV-2 che sono ad alto rischio di progressione a infezione grave e/o ricovero ospedaliero. Questi anticorpi si legano al virus e ne riducono la quantità libera presente nelle vie aeree. Bamlanivimab aveva precedentemente ricevuto una Eua dalla Fda, poi revocata per l’aumento delle varianti e per il rischio di fallimento del trattamento quando somministrato da solo. (fonte Doctor33)

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Covid-19, l’aumento della digitalizzazione della medicina può creare pericoli imprevisti

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 Maggio 2021

La pandemia causata dal Covid-19 e la tendenza mondiale verso la digitalizzazione della medicina stanno portando a un rapido cambiamento tecnologico. Secondo quanto riportato nel report di Willis Towers Watson, sul futuro della salute digitale, questo processo sta anche generando nuovi problemi emergenti di rischio e può portare i gestori del rischio sanitario a rivalutarne le responsabilità. Il rapporto delinea alcune delle principali esposizioni al rischio che devono essere considerate quando si rivedono le polizze assicurative nel settore della salute digitale. Emergono ad esempio esposizioni che richiedono una copertura per danni fisici e perdite economiche, per prodotti regolamentati e non regolamentati, per prodotti e servizi spesso forniti in collaborazione o secondo indicazioni di medici professionisti. Nel rapporto si esamina poi la crescita dell’assistenza sanitaria digitale in diverse aree geografiche e si invita il mercato assicurativo a considerare un approccio olistico alternativo rispetto all’assicurazione delle politiche sanitarie tradizionali. Kirsten Beasley, Head of Healthcare Broking, North America, Willis Towers Watson, ha dichiarato: “La pandemia ha portato la salute digitale sulla scena globale, poiché i fornitori di assistenza sanitaria in tutto il mondo cercano di sfruttare la tecnologia per aiutare a combattere la crisi. Questa rivoluzione sanitaria digitale modificherà profondamente e in modo permanente l’accessibilità e la disponibilità dell’assistenza sanitaria, è quindi imperativo che il mercato assicurativo consideri come fornire soluzioni integrate che affrontino più facilmente i pericoli emergenti nell’ambito della salute digitale. In Willis Towers Watson, puntiamo ad aiutare i nostri clienti del settore sanitario a identificare e mitigare un insieme univoco di rischi per aiutarli a continuare a crescere”. Il rapporto sul futuro della salute digitale fa parte di una serie di pubblicazioni sull’argomento e il documento completo può essere scaricato al seguente link: https://www.willistowerswatson.com/it-IT/Insights/2021/02/the-future-of-digital-health

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«Trasformazione della laurea magistrale in medicina veterinaria in laurea abilitante»

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 Maggio 2021

«Questa evoluzione del titolo di laurea e delle caratteristiche dell’esame di laurea – scrive nella nota – deve essere necessariamente accompagnata da una robusta e coerente definizione del tirocinio, elemento essenziale all’ingresso nel mondo professionale. Siamo certi che sia obiettivo condiviso la formazione di laureati adeguatamente formati, che non siano penalizzati rispetto ai colleghi europei e che siano quindi nelle condizioni di sfruttare al meglio la mobilità dei professionisti nel territorio UE». «La riforma – prosegue Penocchio – prevede tra le lauree abilitanti la laurea in “medicina veterinaria” cha abilita alla professione di “veterinario”. Questo ci consente una osservazione. È evidente l’incongruenza tra il corso di laurea in “medicina veterinaria” e la professione di “veterinario”. Nel DDL in discussione chiediamo si trovi l’opportunità di superare questa incoerenza parlando finalmente della professione di “medico veterinario” che trova i suoi presupposti nella laurea abilitante in medicina veterinaria». «FNOVI non esprime ostacoli al rendere la laurea in medicina veterinaria abilitante alla professione di medico veterinario». E poi aggiunge: «Il vero punto politico sta nel fatto che non tutti i nostri Dipartimenti universitari sono pronti a gestire un congruo numero di ore/crediti di formazione pratica coniugando la stessa con la parte teorica; ne segue la necessità di rivedere e omogeneizzare il core curriculum del piano di studi. In assenza di una riforma costituzionale, segnatamente dell’art. 33 della Carta nel quale viene prescritto un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale, la sola via percorribile è quella di riconoscere il periodo di tirocinio pratico come direttamente abilitante alla professione». Essenziale «è la necessità della piena attuazione del Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 “Riordino della disciplina in materia sanitaria” richiamato anche nell’Analisi Tecnico -normativa del disegno di legge, anche per la medicina veterinaria per il quale le università, le regioni le unità sanitarie locali, gli istituti zooprofilattici stipulano specifici protocolli di intesa per disciplinare le modalità della reciproca collaborazione ai fini della formazione dei professionisti. Lo svolgimento del tirocinio curricolare – prosegue – non può essere svolto esclusivamente all’interno dei Dipartimenti universitari, ma deve essere esternalizzato presso strutture pubbliche o private, con queste ultime accreditate in base a requisiti misurabili che dovranno essere stabiliti dal successivo Decreto del MUR». E conclude: «La verifica delle conoscenze e abilità acquisite nel corso del tirocinio deve essere svolta in un momento separato e antecedente l’esame di laurea ed effettuata da una commissione paritetica professionisti indicati dagli Ordini e docenti universitari iscritti all’Albo dei medici veterinari».

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“I bisogni dei pazienti vanno più verso la socialità che non verso la medicina”

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 marzo 2021

Lunghi sono i periodi a domicilio, dove mancano controlli importanti durante la fase a casa. Ci vuole stretta collaborazione tra oncologo ospedaliero e medicina generale. Riscrivere i PDTA, con più appropriati setting correlati ai diversi bisogni. Alcune attività trovano migliore collocazione nel territorio come la riabilitazione, il supporto nutrizionale e gli screening e la iniziale presa in carico appropriata, che a questo livello sono poi fondamentali. Il tema dell’introduzione della telemedicina è indispensabile, così come quello del caregiver dedicato e formato; non meno importante partire da dati concreti raccolti nel Real World. Attenzione non andiamo a prefigurare 2 oncologie: questa differenza non esiste perché il percorso deve essere lo stesso. Ci vogliono setting assistenziali ospedalieri e territoriali con uno stesso Governo. Credo che se si faccia un’accurata ricerca dei costi, il calcolo economico sarebbe vantaggioso, ma è impensabile che le risorse ad oggi disponibili bastino a dare efficacia a questi cambiamenti”, ha raccontato Gianni Amunni, Direttore Generale ISPRO e Responsabile Rete Oncologica Toscana “Si può parlare di oncologia territoriale solo se ci sono competenze importanti. È necessario prevedere ruoli di oncologici medici nel territorio che devono dipendere dagli stessi oncologi ospedalieri che garantiscano continuità con la struttura ospedaliera. Con la telemedicina è possibile condividere referti e discutere casi clinici. Telemedicina e oncologi ospedalieri sono i 2 pilastri dell’oncologia territoriale. In Veneto sono esaurite le graduatorie per l’oncologia medica: così oggi stiamo affrontando la pandemia dopo anni di elementi confondenti sulle scelte politiche effettuate a livello nazionale negli anni”, ha dichiarato Pierfranco Conte, Direttore SC Oncologia Medica 2 Istituto Oncologico Veneto – Coordinatore della Rete Oncologica Veneta. “Non dobbiamo più parlare di oncologia ospedaliera e territoriale ma solo di oncologia: da molte parti però abbiamo Aziende ospedaliere e territoriali che possono creare difficoltà. Non esiste una oncologia di serie A e una di serie B. Le prestazioni devono essere di qualità e possono essere erogate da un’unica oncologia che risponde a quell’area territoriale. Non si può far accedere all’ospedale un paziente solo per avere una semplice terapia orale. Occorre che ci sia un’oncologia che possa lavorare in più sedi e ci vuole la possibilità di avere una cartella unica che possa essere visibile da tutti i Centri e PDTA condivisi. In Emilia-Romagna abbiano fatto da un anno e mezzo un Progetto pilota, abbiamo creato l’oncologia provinciale coordinata dall’ IRCCS di Reggio, con un unico Direttore ma con punti di somministrazione farmaci in tutta una serie di laboratori sparsi che fanno capo all’oncologia centrale”, ha tenuto a precisare Carmine Pinto, Direttore Dipartimento Oncologico e Tecnologie Avanzate, IRCCS Istituto in Tecnologie Avanzate e Modelli Assistenziali in Oncologia, Reggio Emilia “Delocalizzare la diagnostica è molto difficile perché deve essere fatta una riorganizzazione della chirurgia, perché il trasporto del materiale deve essere garantito a tutti gli effetti. La Rete di tecnologie avanzate deve avere competenze e strutture adeguate. Durante il COVID molti malati non potevano muoversi e quindi è entrata in gioco la telepatologia che diventa indispensabile a tutti i livelli anche in futuro. Con questo scenario la futura rete diagnostica efficiente dovrà avere nuove risorse umane e strutturali da affiancare all’oncologia”, ha aggiunto Anna Sapino, Direttore Scientifico IRCCS Candiolo

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Medicina: Terapie digitali

Posted by fidest press agency su sabato, 20 marzo 2021

(digital therapeutics, DTx) Sono l’ultima frontiera della medicina, stanno attirando un’attenzione sempre maggiore. Si tratta di interventi terapeutici a tutti gli effetti, in cui un software prende il posto del principio attivo di un farmaco, e possono integrare o sostituire le terapie tradizionali. “Le terapie digitali sono vere e proprie opzioni terapeutiche, già autorizzate in diversi Paesi, basate su tecnologie digitali in grado di gestire o trattare una determinata patologia – spiega Francesca Ceradini, direttore scientifico di Osservatorio Terapie Avanzate – Sono terapie all’avanguardia nelle quali il principio attivo non è più la molecola, come nella farmacologia ‘standard’, o il gene e la cellula, come nelle terapie avanzate, ma un software. Questo anno di pandemia ha evidenziato l’importanza della tecnologia digitale in ambito sanitario e le terapie digitali fanno parte di quella che è a tutti gli effetti una rivoluzione di pensiero, di pratica medica e di gestione sanitaria”. Ad oggi sono già state interessate da questo approccio patologie come il diabete, sintomi di alcuni tipi di cancro, colon irritabile, dipendenza dal fumo o droghe, mal di schiena, asma, deficit da attenzione ADHD, insonnia e attacchi di panico. Modificare il comportamento del paziente è la base su cui poggiano molte terapie digitali: infatti, sebbene siano numerose le aree mediche nelle quali ci sono terapie digitali approvate e in sperimentazione, c’è una certa preponderanza nelle dipendenze e nelle malattie croniche, in particolare mentali e metaboliche. Ad oggi la “modalità di somministrazione” è quello della “app”, ma non è l’unico: infatti, negli USA è stato autorizzato il videogioco EndeavoRx, una terapia digitale per il trattamento dell’ADHD nei bambini tra gli 8 e i 12 anni.Le DTx già approvate hanno dimostrato di avere una efficacia pari o superiore rispetto al farmaco normalmente utilizzato, spesso con una migliore tollerabilità. Ad oggi, anche se ci sono già alcuni esempi di approvazione e commercializzazione, le DTx non sono ancora entrate a tutti gli effetti nella pratica medica.Per quanto riguarda la normativa, e restando nel nostro continente, un esempio da cui potremmo trarre beneficio è la Germania, uno tra i Paesi che si sono maggiormente occupati di strutturare una regolamentazione ad hoc per le DTx (e in più in generale per gli strumenti di digital health), facilitandone lo studio, la sperimentazione e l’approvazione. Già nel 2019 il parlamento tedesco aveva approvato la legge sull’assistenza sanitaria digitale che, oltre a voler riformare il sistema sanitario tedesco su base tecnologica, getta le basi per l’ingresso delle DTx. In Italia nessuna terapia digitale è stata ancora approvata e autorizzata al commercio, ma la situazione si sta evolvendo velocemente perché la tecnologia digitale è in continuo aggiornamento: il prossimo futuro potrebbe riservarci molte novità in questo ambito.

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Aifa in Senato: medicina del territorio troppo debole

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 marzo 2021

Il dilagare della pandemia sul territorio si è trovato di fronte un medico diverso da quello di cinquant’anni fa, che tendeva a risolvere i problemi dei suoi pazienti in studio, ed è stato affrontato in alcune regioni da emergenza assistenziale, ospedaliera, mentre era un’emergenza di sanità pubblica, da medicina territoriale. La medicina territoriale va riqualificata. È il pensiero del professor Giorgio Palù, virologo, presidente dell’Agenzia del farmaco (Aifa) e protagonista con il direttore generale Nicola Magrini di un’audizione in commissione igiene e Sanità del senato ieri sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza da presentare a Bruxelles per fruire di 200 miliardi di fondi europei.«Questa pandemia – spiega Palù – è stata trattata in molte regioni come emergenza assistenziale mentre era un’emergenza di sanità pubblica. Abbiamo 40 mila medici di medicina generale. Ma il medico di famiglia ormai ha perso la connotazione del suo omologo di metà secolo scorso che visitava il malato e gli forniva armi, oggi manda in pronto soccorso i pazienti per i quali ravvisa condizioni più gravi. La medicina del territorio va riqualificata, i medici di famiglia vanno dotati di sistemi diagnostici di primo livello, Tac e Rm, per svolgere attività che finirebbero finalmente per disincagliare l’accesso agli ospedali dagli attuali problemi». Per Palù il Covid-19 ha un punto in comune con l’influenza aviaria, la prima del nuovo millennio: l’origine animale che sempre più spesso sarà la nuova minaccia, motivo di più per una grande scommessa sull’informatica – primo capitolo del Recovery plan italiano – che però faccia centro sul territorio dove c’è bisogno di realizzare «anagrafe digitale, Fascicolo sanitario, Telemedicina, Cartella clinica elettronica. C’è anche bisogno di ammodernare le linee guida contro il Covid-19: il paracetamolo, comunemente indicato come primo rimedio contro il Covid-19 curato a domicilio, è sì antipiretico ma può avere conseguenze come la riduzione delle riserve naturali delle difese immunitarie contro questo virus. Il medico di famiglia qui deve avere altre armi, incidere, curare il paziente con inibitori Cox2, aspirine, possibilità di piccola diagnostica per evidenziare livelli di marker infiammatori e se del caso curare con cortisone ed eparine a basso peso molecolare per evitare quanto possibile ricoveri in ospedale e nelle rianimazioni». Nicola Magrini Dg Aifa sollecita per la medicina di prossimità una riforma del triennio formativo per i futuri Mmg, e una crescita di quest’ultimo per allinearlo ai livelli europei. «Fin qui è partito dalle regioni, serve un ripensamento congiunto aperto al contributo di tutti e servono un coinvolgimento dell’università e un allungamento del periodo di formazione a 4 anni con progressiva parificazione ai corsi di specializzazione dei colleghi specialisti del Servizio sanitario nazionale: nei prossimi anni il tema della formazione integrata tra medici della sanità pubblica va affrontato».Magrini risponde pure al formarsi di un intergruppo delle camere guidato da Beatrice Lorenzin per rilanciare gli studi clinici (“non chiamiamoli sperimentazioni”) in Italia: «per la prima volta di fronte al Covid-19 il parere è stato centralizzato all’Aifa e su un solo comitato etico, quello dello Spallanzani, che in 3 mesi ha esaminato cento studi approvandone il 30%. Vuol dire che lavora molto, e forse anche che si potrebbe essere ancora più rigorosi chiedendo studi di ampiezza maggiore». Uno sforzo al quale in Italia dovrebbe corrispondere una logica tesa a costituire dei «network di centri di ricerca a livello di specialità, reti -una per disciplina- ciascuna con un proprio comitato etico che prendono in carico tutte le fasi, diagnosi, terapia, prognosi». Altri capitoli finanziati nel Piano («aumento delle borse di studio, fondo per la ricerca indipendente che in Aifa si potrebbe portare da 25 a 100 milioni credo con alta resa») non necessiterebbero di fondi Ue ma basterebbe un investimento nazionale. «Come è stato fatto in Francia. Anche per potenziare le linee produttive dei vaccini». By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Conferenza on line dal titolo “Leggere i segni della violenza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 marzo 2021

Torino. Lunedì 15 marzo alle 17.30, l’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino ed il Segretariato Italiano Studenti in Medicina di Torino (SISM) organizzano una conferenza on line dal titolo “Leggere i segni della violenza”. La violenza, in particolare la violenza domestica, è da molti anni un grave problema sociale, che la pandemia e i lockdown hanno ancora inasprito. L’Associazione ha scelto quindi di inaugurare le proprie attività collaborando con gli studenti di medicina ad un momento formativo di particolare significato clinico e sociale. Dopo i saluti da parte del Presidente dell’Accademia di Medicina, prof. Giancarlo Isaia, e dell’incaricato locale del SISM Torino Giuseppe Cantelmo, interverrà la dr.ssa Paola Castagna, responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale del S. Anna, sulle difficoltà a leggere e comprendere i segni della violenza. Seguiranno gli interventi del dott. Gianluigi D’Agostino, Presidente della Commissione Albo degli Odontoiatri di Torino e della dott.ssa Maria Teresa Sorrentino, Dirigente Medico Spec. Radiologia della Città della Salute di Torino. Infine, la dr.ssa Gabriella Tanturri, già Direttrice Struttura Semplice Day Surgery ORL (otorinolaringoiatria), Città della Salute di Torino, parlerà di “Lesioni ORL da violenza: strategie di riconoscimento” mentre la dr.ssa Cristina Biglia, che opera nei consultori come referente territoriale della rete antiviolenza, affronterà il tema “Risorse del territorio come risposta ai bisogni delle persone esposte a violenza e delle loro famiglie”. Sono previsti anche tre interventi da parte di rappresentanti del SISM per declinare l’incontro sulle domande degli studenti di medicina. L’iniziativa è nata in seguito ad un’osservazione di una studentessa di medicina, lamentava come i suoi colleghi ritenessero che la violenza fosse essenzialmente sessuale, quindi competenza ginecologica. In realtà, quasi tutte le specialità, per non parlare dei medici di famiglia, entrano in contatto con patologie o lesioni causate dalla violenza di genere. E’ importante che i giovani medici e gli studenti di medicina acquisiscano strumenti per saper “leggere” e interpretare i segni clinici o radiologici di violenza.In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro collegandosi alla pagina Facebook dell’Associazione Amiche e Amici dell’Accademia di Medicina di Torino (https://www.facebook.com/AAAMedicinaTorino).

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Covid-19, il fallimento della medicina territoriale?

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2021

La medicina di famiglia è rimasta protagonista durante il Covid, ha assistito quasi tutti i malati (al netto dell’assistenza psicologica e “burocratica” ai loro familiari asintomatici) e a quelli più gravi ha evitato il ricovero nell’80% dei casi; il “fallimento della medicina territoriale” in buona parte è dunque figlio non dei medici convenzionati bensì di situazioni in cui a collassare sono state le Asl con i loro Dipartimenti di prevenzione. Lo spiega Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi Fimmg, alla presentazione del 16° Rapporto Crea Sanità, enumerando alcuni dati ancora grezzi di una ricerca in corso del suo sindacato (che è anche co-editore del Rapporto).«La tragedia del Covid sul territorio va vista in chiaroscuro. L’emergenza ha portato un “tele-adeguamento” tecnologico della nostra categoria e dell’utenza con cui abbiamo iniziato a dialogare in remoto, e sono partite sperimentazioni di telemedicina. Troppo, per contro, si è guardato agli indicatori degli ospedali, ad esempio ai dati delle terapie intensive, senza considerare che grandissima parte di questa malattia si affronta e si decide sul territorio. E là dove è stata affrontata dalla medicina territoriale, pur in contesti molto diversi tra loro e con modelli e risposte più e meno efficaci, è stata affrontata bene. Oltre il 96% dei malati è gestito a casa-sottolinea Misericordia, medico di famiglia nelle Marche – e come Centro Studi Fimmg abbiamo calcolato che anche dove la patologia si presenta moderata o severa solo nel 20% dei casi per i nostri pazienti si è dovuto ricorrere al trasferimento in ospedale. Il territorio sta sostenendo la gestione del Covid e sta attuando tempestivi interventi». Il problema è semmai coordinarsi con i “Sisp”, i servizi di prevenzione delle Asl, «che sono stati travolti, non riuscendo ad adempiere alle attività di tracciamento o di sorveglianza dei pazienti in isolamento e quarantena». La ricerca Fimmg starebbe evidenziando modelli territoriali di risposta alla pandemia più completi nelle situazioni in cui in giro per l’Italia c’è stato maggiore dialogo tra distretto e Mmg. Dove cioè il distretto Asl non ha perso la bussola. Sono spesso realtà dove si è fatta anche telemedicina: da qui si dovrebbe partire per le sperimentazioni sulle nuove case della salute e soprattutto sulle cure domiciliari. Nel Recovery Plan al capitolo- “prossimità”, spicca la scommessa “casa come primo luogo di cura” per assistere a casa altri 500 mila ultrasessantenni, disabili o malati cronici. Un progetto che fin qui non pare mettere al centro medicina di famiglia, oggetto anzi di polemiche, a partire – come ha sottolineato Francesco Spandonaro responsabile del centro ricerche Crea Sanità dell’Università Cattolica – dal futuro ruolo giuridico del medico. Convenzionato come è ora o dipendente? Misericordia risponde con i dati della medicina convenzionata, e intanto si interroga, a un anno dall’inizio della pandemia, sulla difficoltà del Ssn di programmare i vaccini anti-Covid puntando sui medici di famiglia, che già da 30 anni prendono in carico l’antinfluenzale garantendo ampia copertura. «Si tergiversa nel coinvolgerci. Eppure, ci stiamo attrezzando con sistemi che consentono di stabilire rapidamente le priorità nella scelta dei pazienti da vaccinare».Altri investimenti dal Recovery plan dovrebbero riguardare telemedicina e professioni sanitarie, in particolare l’infermiere di famiglia; vi accenna il Direttore generale dell’Agenzia dei sistemi sanitari regionali Domenico Mantoan, che invoca nuove competenze in coordinamento con i medici, e chiede agli ordini (dei medici) di accettare più flessibilità come avviene nel resto d’Europa. «Non si può accettare che per ogni lastra prodotta debba uscire il radiologo». Nel 2020 tra territorio ed ospedale sono peraltro mancati sia infermieri sia medici. Ergo, «i medici all’ingresso nei corsi di specialità e medicina generale devono essere pari a quelli che si laureano». Per Mantoan, la gestione della formazione post laurea dovrebbe cambiare, passare dall’Università al Ministero della Salute e alle Regioni. Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, ricorda la parte del Rapporto secondo cui i cittadini delle fasce più deboli nel 2018 anno speso di più per la propria salute. «Stride con il titolo V della Costituzione che era stato riformato nel 2001 per avvicinare le cure al cittadino ponendole in capo alle regioni; senza nulla cambiare nelle responsabilità esercitate dalle Regioni e nella sussidiarietà, quando si attua il Recovery Plan bisognerà fare in modo che il governo e il ministero della Salute esercitino i loro poteri sostitutivi se ci sono singole regioni inadempienti nel realizzare gli obiettivi». By Mauro Miserendino (fonte: Doctor33)

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Medicina: Appalto della Regione Lazio per le grandi apparecchiature

Posted by fidest press agency su martedì, 26 gennaio 2021

Perché l’IFO disdegna la gara d’appalto indetta dalla Regione Lazio per la fornitura di grandi apparecchiature sanitarie di alto livello tecnologico? Sono disponibili oltre 40 milioni di euro da fondi europei POR/FESR, per dotare le ASL laziali di 11 Acceleratori Lineari multi energia, 7 Risonanze Magnetiche 1.5 Tesla, 18 TC 128 Slice. Nonostante ciò l’IFO aderisce solo per la sostituzione di 2 TAC 128 slice e “misteriosamente” preferisce procedere attraverso l’avvio di un Partenariato Pubblico Privato connesso al potenziamento della radioterapia e della medicina nucleare. Una scelta che se concretizzata, inciderà pesantemente sul bilancio regionale. Con una interrogazione all’Assessore alla Sanità ed al Presidente del Lazio chiediamo di verificare per quali ragioni l’IFO preferisce avviare un Partenariato Pubblico Privato rinunciando ai fondi programmati POR/FESR. I vertici della Pisana dovranno anche spiegare in base a quale logica, il Partenariato Pubblico Privato che IFO sta avviando, possa essere economicamente più conveniente della gara indetta dalla Regione Lazio, che prevede l’utilizzo di fondi europei dedicati che non incidono sul bilancio regionale. Massima chiarezza dovrà essere fatta inoltre, sulle differenze tra la tipologia di approccio scelto da IFO per la sostituzione delle grandi apparecchiature sanitarie (Partenariato Pubblico Privato) ed un appalto tradizionale.>> E’ quanto dichiara Fabrizio Ghera, capogruppo di Fdi alla Regione Lazio.

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Medicina: Riforma del territorio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 gennaio 2021

Il 2020 si era concluso con la medicina generale nel mirino, e alcune voci si sono levate per ricordare che la dipendenza come rapporto contrattuale potrebbe, attraverso ordini di servizio, imporre al medico di famiglia compiti che oggi non svolge. Tra queste voci, quella del professor Marco Trabucchi leader dell’Associazione italiana di psicogeriatria che, nei giorni di picco pandemico, toccato dalla situazione personale di una sua paziente impossibilitata a reperire il suo medico di fiducia, in un post poi subito rimosso si è staccato dall’abituale diplomazia auspicando il passaggio a dipendenza dei Mmg con “oneri, obblighi, compiti ben definiti come qualsiasi altro operatore di ogni livello”. Quasi in contemporanea, in una lettera aperta a Quotidiano Sanità la senatrice Pd Paola Boldrini, partendo dall’assunto che la battaglia del Covid si vince sul territorio, ha individuato un conflitto tra lo status libero professionale del medico di famiglia e la qualità del rapporto fiduciario con gli assistiti, e ha avviato il dibattito per un processo legislativo che, valorizzando diversamente le competenze dei Mmg, li porti al progressivo passaggio a dipendenza – inizialmente su opzione – insieme ai pediatri convenzionati. Peraltro, tuttora, le voci di consenso alla dipendenza appaiono minoritarie nella categoria. In Veneto è avviato un dibattito per spostare dalla convenzione al contratto medici di famiglia e pediatri, ma dall’altra parte la risposta prevalente è che il medico tiene ad operare come “terzo” tra servizio sanitario e paziente tutelando quest’ultimo da scelte Asl che possono rivelarsi ora inidonee ora economicistiche. Ma una volta intrapreso un percorso parlamentare è così difficile che a breve il medico convenzionato si ritrovi a trattare sul “come dipendere” e non più sul “se”?
Tanta gente oggi mi dice che il suo medico non risponde al telefono. Colleghi anche validi. È evidente che se non c’è ricambio, se non ci sono giovani medici che premono per rimpiazzarlo, un medico “fannullone” può trarre stimoli, oltre che dal suo personale slancio verso i pazienti, da un contratto che premi il suo lavoro e il suo aggiornamento. Questo contratto oggi non c’è. Niente di strano che la mancanza di stimoli possa far crescere, in breve e imprevedibilmente, la percentuale oggi residuale di medici favorevoli a una dipendenza che in effetti vuol dire più tutele contrattuali. Tuttavia, portare un medico di famiglia a dipendenza, sarebbe una scorciatoia che al di là degli oneri in più (o in meno: gli “imboscati” ci sono anche nella dirigenza Ssn) non premia i meriti e non risolleva una categoria “appiattita” da contratti troppo “uguali per tutti”. Quale l’alternativa? «Credo che i sindacati, e in particolare la Fimmg, dovrebbero farsi promotori di progetti che premino la meritocrazia per ogni singolo medico valutando gli esiti di condivisi progetti di assistenza. I medici non sono tutti uguali e gli incompetenti o i fannulloni andrebbero via via espulsi dal “tempio”. Sul momento si perderebbero consensi, ma si preserverebbe la dignità del sistema senza affrontare sterili e pericolosi dibattiti su un rimedio, la dipendenza, peggiore del male».
Il Covid ha esacerbato le critiche a una medicina generale che però, «nelle regioni dove si è cercata la qualità dei contratti, tiene bene. Il medico di “base” è la base del palazzo del Ssn, se non curi un palazzo dalle fondamenta, a partire dalle realtà locali, ti crolla. I governi non lo curano più. Bene, dunque una libera professione con più controlli e con una cornice normativa che, quando un collega ha 1700 assistiti perché benvoluto, anziché considerarlo “arrivato”, lo incentivi ad offrire sempre di più, investendo sul personale, sulla struttura, e distogliendo dalla professione i “passivi”. Che purtroppo ci sono. Così come, onestamente, si trovano in ogni sindacato dirigenti che evitano le proposte impegnative dei colleghi e tendono giusto a coltivare le cariche, identificandosi sempre meno nella brillante parabola del medico di famiglia e magari di più in una carriera nelle grandi istituzioni: cito – una su tutte – l’Enpam, dove pure io sono stato vicepresidente e dove oggi il mio sostituto prende decine di volte più di quanto prendessi io». Mauro Miserendino by Doctor33 (abstract)

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I nuovi soci dell’Accademia di Medicina di Torino

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

Torino. L’Accademia di Medicina di Torino in seduta privata di Soci Ordinari ed Emeriti, rimodulata secondo la normativa dei recenti DPCM, ha eletto i nuovi Soci Ordinari. Si tratta di Teresa Fierro, professoressa di dermatologia all’Università di Torino e Direttore della Struttura Complessa di Dermatologia presso Città della Salute di Torino, Daniele Regge, professore di radiologia all’Università di Torino e primario presso l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di Candiolo (TO), Alessandro Vercelli, professore di Anatomia all’Università di Torino e vicerettore alla Ricerca Biomedica.

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