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Il filo-arabismo italiano

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 ottobre 2017

uno sguardo al medio orienteMolti ritengono, e noi siamo tra costoro, che l’amicizia italo araba abbia radici che trovano la loro ragione d’essere intorno agli anni cinquanta. In quel periodo, a livello internazionale, vi era da una parte l’Unione Sovietica intenzionata a esercitare un suo ruolo egemone sull’area medio orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti decisi a contrastarla.
Due sono, uno per parte, gli aspetti che richiamano tale circostanza. Il primo è dell’aprile del 1955 quando il quotidiano Izvestija pubblicò un comunicato del Ministero degli esteri in cui si manifestava l’intenzione dell’Urss di sviluppare rapporti più stretti con i paesi del Medio Oriente. Alla fine del mese di settembre fu reso pubblico l’accordo tra Egitto e unione Sovietica per la fornitura di armi. Sull’altro versate Eisenhower scrisse nelle sue memorie, a proposito della risoluzione americana sul Medio Oriente: “Con essa eravamo riusciti ad ottenere il consenso del Congresso alla decisione governativa di fermare la marcia dell’Unione Sovietica verso il Mediterraneo, verso il canale di Suez, gli oleodotti e verso i pozzi sotterranei di petrolio che alimentano le case e fabbriche dell’Europa occidentale.” Entro questa logica si muoveva l’Italia per indicare al mondo arabo una terza via di alleanze tra l’occidente e l’oriente. Inizialmente gli Stati Uniti videro con favore tale iniziativa: “Italy had a great deal of experience with the Arabs”, ma ben presto si accorse che la disinvolta azione dell’Eni e l’attivismo di Mattei toccavano, nei loro interessi, le società petrolifere statunitensi. Da qui si tentò in tutte le maniera di “oscurare” l’opera filo-araba italiana a vantaggio della dottrina Eisenhower che prevedeva interventi diretti americani nella regione, allora con la scusante dell’anticomunismo ed ora del terrorismo arabo. Ma l’Italia continuò nella sua strada di buone relazioni con il mondo arabo ed anzi ne acquistò meriti per via del fastidio che arrecava al potente alleato americano. Ora se una certa parte degli arabi è severamente critica con l’Italia lo dobbiamo al fatto che l’attuale governo è avvertito troppo schierato dalla parte americana e dal suo ruolo considerato più ostile nei loro confronti. Tutto questo rischia di rallentare il nostro processo di riavvicinamento e proprio in una fase molto delicata nei rapporti oriente-occidente e con la mina vagante dell’integralismo religioso panarabo e con la bomba demografica dell’immigrazione. (Riccardo Alfonso)

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Roma, comunità libanese in festa per le reliquie di San Marun

Posted by fidest press agency su sabato, 6 febbraio 2016

concerto libanesiRoma. Sono poco meno di quattromila i libanesi che vivono in Italia. La maggior parte in Lombardia (in provincia di Como), seguita da Lazio ed Emilia-Romagna. La città con la comunità più numerosa è Roma con circa 500 persone, per lo più professionisti e commercianti.
Nazione multiconfessionale, l’unica con una maggioranza non islamica in tutto il medioriente, i figli del Libano presentano analoghe caratteristiche in Italia, dove la comunità cristiana maronita è certamente la più rappresentativa.
Dall’8 al 13 febbraio 2016, in occasione del trasferimento a Roma delle reliquie di San Marun, patrono della Chiesa Antiochena Maronita, la Procura generale del Patriarcato antiocheno maronita promuove una settimana di festeggiamenti all’insegna della spiritualità, della cultura e dell’enogastronomia libanese e araba.
Evento d’eccezione si annuncia il concerto corale e strumentale in onore di San Marun, con la partecipazione del coro Santa Rafqa proveniente dal Libano, una delle più importanti formazioni del mondo arabo, composta da 55 elementi. L’esibizioni, che avrà luogo giovedì 11 febbraio 2016, dalle ore 21, presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva (piazza della Minerva 42), si dividerà in due parti: nella prima sarà eseguita musica sacra maronita con canti in siriaco e in arabo, nella seconda saranno protagoniste le musiche orientali e di diverse tradizioni. Durante il concerto sarà fornito il programma dettagliato, con la descrizione completa dei brani in esecuzione.L’ingresso è libero.
Il concerto sarà preceduto, martedì 9 febbraio dalle ore 19, da una festa liturgica presso la Chiesa Nazionale del Libano in via Aurora 6 (zona via Veneto) e presso il Pontificio Collegio Maronita in via di Porta Pinciana 18, limitrofo alla chiesa. La messa sarà presieduta da monsignor Francois Eid, procuratore patriarcale a Roma. Seguirà un momento conviviale, con l’accoglienza e la venerazione delle reliquie del santo.
I festeggiamenti si concluderanno con una cena di beneficenza il 13 febbraio presso il Grand Hotel Parco dei Principi in via Frescobaldi 5 (Villa Borghese) dalle ore 20, con piatti della cucina libanese. I biglietti dovranno essere acquistati entro il 10 febbraio.
Gli eventi sono promossi dalla Parrocchia Maronita di Roma unitamente al suo cappellano corepiscopo Tony Gebran e sotto il patrocinio di sua eccellenza reverendissima Monsignor Francois Eid, procuratore patriarcale maronita a Roma. La Basilica di Santa Maria sopra Minerva è di proprietà del Fondo edifici di culto (Fec) e data in concessione ai frati domenicani. (foto: concerto libanesi)

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Nuova crisi in Medioriente

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 ottobre 2015

unicefDichiarazione del Direttore generale dell’UNICEF Anthony Lake.“Chiunque abbia a cuore il migliore interesse della popolazione palestinese e israeliano deve essere sempre più allarmato per l’escalation di violenza nell’area”.”Allarmato in primo luogo per le vite distrutte o spezzate. La violenza attuale ha lasciato almeno otto morti e dozzine di feriti, tra cui uno studente palestinese colpito da uno sparo e ucciso e un bambino israeliano accoltellato e ferito” (dato aggiornato a ieri, ndr).“E allarmato anche perché il ciclo di escalation di violenza sembra essere fuori controllo, minacciando la vita o il futuro di molti bambini e famiglie innocenti”.”L’abbiamo già visto accadere prima. L’ultima Intifada palestinese scoppiata nel 2000 è continuata per anni, causando migliaia di morti, feriti e giovani vite segnate dall’odio e dalla paura. Questa esperienza rende ancora più urgente per tutte le parti di fare un passo indietro e dare prova di moderazione, per prevenire ulteriori attacchi e contrattacchi e per tenere i bambini lontano dai pericoli”.”In caso contrario, al di là delle nuove tragedie individuali, vedremo un’altra generazione crescere con la convinzione che tale violenza sia in qualche modo normale e che rappresenti una soluzione ai loro problemi. Loro stessi perpetreranno più facilmente tali violenze. Un ciclo intergenerazionale di distruzione che non aiuta nessuno e danneggia tutti”. “Per il bene dei bambini la cui vita e il futuro sono in gioco, questo ciclo non deve ripetersi. Per il bene di tutti noi”.

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In Medio Oriente e in Nord Africa migliorano i tassi di iscrizione a scuola, ma 21 milioni di bambini rischiano di rimanere senza istruzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 aprile 2015

scuola-digitale-casnati-como-800x500_cNonostante i grandi progressi ottenuti nello scorso decennio nell’iscrizione dei bambini a scuola, un bambino su quattro – più di 21 milioni – in Medio Oriente e nel Nord Africa è fuori dal ciclo scolastico e rischia di rimanerne escluso.
Secondo un rapporto dell’UNICEF e dell’Istituto per le Statistiche dell’UNESCO, una riduzione del 40% del numero di bambini fuori dalla scuola in Medio Oriente e Nord Africa (MENA) nell’ultimo decennio ha dato speranza e opportunità a milioni di bambini. Il rapporto è il risultato dell’iniziativa “Out of School per il Medio Oriente e Nord Africa” e fornisce dati aggiornati sull’equità dell’istruzione nella regione.
I progressi sono recentemente rallentati a causa della povertà, delle discriminazioni, della scarsa qualità dell’istruzione e dei conflitti.
Secondo il rapporto, 12,3 milioni tra bambini e adolescenti in Medio Oriente e Nord Africa sono fuori dalla scuola. Inoltre, secondo gli ultimi dati, oltre 6 milioni di bambini rischiano di rimanerne esclusi. Altri 3 milioni di bambini non vanno a scuola in Siria e in Iraq, dove il conflitto ha distrutto gran parte del sistema scolastico. Mentre le violenze continuano a crescere, milioni di bambini rischiano di diventare una “generazione perduta”, senza le conoscenze e gli strumenti di cui hanno bisogno per diventare degli adulti consapevoli. Diversi altri paesi nella regione hanno esperienze di conflitti armati o di disordini politici che impediscono ai bambini di apprendere.
“In un momento di così grande cambiamento e inquietudine, questa regione non può permettersi che 21 milioni di bambini perdano la propria strada”, ha dichiarato Maria Calivis, Direttore Regionale dell’UNICEF MENA. “Questi bambini devono avere l’opportunità di acquisire le conoscenze di cui hanno bisogno attraverso l’istruzione per fare la loro parte nella trasformazione della regione”.
Secondo il Rapporto, i governi devono ampliare i propri sforzi, soprattutto per dare priorità all’istruzione delle famiglie più vulnerabili e svantaggiate. Sono necessarie nuove politiche per ampliare i programmi di istruzione pre-elementari, evitare che gli studenti siano lasciati fuori dalle scuole e che subiscano discriminazioni di genere, e aiutare il maggior numero di bambini nelle aree di conflitto garantendo loro l’accesso all’istruzione.
“Dobbiamo calibrare gli interventi per raggiungere le famiglie sfollate a causa del conflitto, le ragazze costrette a rimanere a casa e i bambini obbligati a lavorare” – ha dichiarato Silvia Montoya, direttore dell’Istituto di Statistiche dell’UNESCO – ”Questo rapporto presenta dati utili a migliorare i processi di identificazione di questi bambini, gli ostacoli che affrontano e le politiche necessarie a raggiungerli”.
Dal rapporto è emerso che i donatori devono impegnarsi a dare più fondi per eliminare le disparità che continuano a tenere i bambini fuori dalle scuole. Il rapporto sottolinea che le ragazze non vanno a scuola e sono esposte al rischio di rimanere escluse a causa dei comportamenti sociali, dei matrimoni precoci e della mancanza di insegnanti donne. Mediamente, in questa area, una ragazza ha il 25% di probabilità in meno di andare a scuola rispetto a un ragazzo. Ciononostante, tra gli adolescenti, un alto tasso di esclusione è stato alimentato da standard educativi bassi e dalla scarsa qualità degli ambienti scolastici.
Il rapporto arriva in un momento cruciale ed è destinato ad integrare gli sforzi della comunità internazionale sulla preparazione degli obiettivi per l’istruzione post 2015.

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2014: persone in fuga nel mondo

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 gennaio 2015

rifugiatiCon la guerra che infuria in ampie aree del Medio Oriente e dell’Africa oltre che in altre zone, si stima che 5,5 milioni di persone siano state costrette a lasciare le proprie case nei primi sei mesi del 2014, segnalando un ulteriore aumento delle persone in fuga.
Il nuovo rapporto Mid-Year Trends 2014 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) mostra che di questi 5,5 milioni, 1,4 milioni è fuggita attraverso i confini internazionali divenendo rifugiati, mentre il resto è sfollato all’interno dei propri Paesi (IDPs). Prendendo in considerazione l’esistente popolazione di persone in fuga, la revisione dei dati, i rimpatri volontari e i reinsediamenti, il numero di persone che sono state assistite dall’UNHCR (menzionate nel rapporto come People of Concern) si è attestato a 46,3 milioni a partire da metà 2014 – circa 3,4 milioni in più rispetto alla fine del 2013, un nuovo record.Tra i principali risultati del rapporto emerge che i siriani, per la prima volta, sono diventati la più grande popolazione di rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR (i palestinesi nel Medio Oriente sono infatti sotto il mandato dell’UNRWA), superando gli afghani, che avevano tenuto quella posizione per più di tre decenni. I rifugiati siriani, oltre 3 milioni a giugno 2014, rappresentano ora il 23% di tutti i rifugiati che sono assistiti dall’UNHCR in tutto il mondo.Nonostante siano scesi in seconda posizione, i 2,7 milioni di rifugiati afghani nel mondo rimangono la più grande popolazione di rifugiati di lunga data di cui si occupa l’UNHCR (l’Agenzia definisce una “situazione di rifugiato di lunga data”, quando sussiste da almeno cinque anni).Dopo Siria and Afghanistan, i principali paesi di origine dei rifugiati sono Somalia (1,1 milioni), Sudan (670.000), Sud Sudan (509.000), la Repubblica Democratica del Congo (493.000), Myanmar (480.000) e Iraq (426 mila).Il Pakistan, che ospita 1,6 milioni di rifugiati afghani, rimane il maggiore paese ospitante in termini assoluti. Altri paesi con una popolazione di rifugiati numerosa sono Libano (1,1 milioni), Iran (982.000), Turchia (824.000), Giordania (737.000), Etiopia (588.000), Kenya (537.000) e Chad (455.000).Facendo un confronto tra il numero di rifugiati e la popolazione di un paese o la sua economia, il rapporto dell’UNHCR contestualizza il contributo dei paesi ospitanti: in proporzione alla propria popolazione ad esempio, il Libano e la Giordania ospitano il maggior numero di rifugiati, mentre in proporzione all’economia gli oneri sostenuti dall’Etiopia e dal Pakistan sono i maggiori.A metà anno, sono diventati 13 milioni i rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR, il numero più elevato dal 1996, mentre il totale degli sfollati interni protetti o assistiti dall’Agenzia ha raggiunto il nuovo record di 26 milioni. Dal momento che l’UNHCR assiste gli sfollati interni solo nei paesi dove il governo richiede l’intervento dell’Agenzia, la cifra non include tutte le persone in questa situazione a livello mondiale.“Nel 2014 abbiamo visto crescere senza precedenti il numero di persone sotto la nostra protezione. Fintanto che la comunità internazionale continuerà a fallire i tentativi di trovare soluzioni politiche ai conflitti esistenti e di prevenirne di nuovi, noi ci troveremo ad avere a che fare con le drammatiche conseguenze umanitarie” ha affermato l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres. “I costi economici, sociali e umani di assistere i rifugiati e gli sfollati interni è sostenuto soprattutto dalle comunità povere, coloro che possono permetterselo di meno. E’ un dovere incrementare la solidarietà internazionale se vogliamo evitare il rischio che sempre più persone vulnerabili vengano lasciate senza un adeguato sostegno”.Un altro importante risultato che emerge dal rapporto è lo spostamento della distribuzione regionale della popolazione di rifugiati. Fino all’anno scorso, la regione che ospitava il maggior numero di rifugiati era l’Asia e il Pacifico. Come conseguenza della crisi in Siria, il Medioriente e il Nord Africa sono diventate le regioni che accolgono il maggior numero di rifugiati.Il rapporto dell’UNHCR Mid-Year Trends 2014 è basato su dati provenienti dai governi e dagli uffici dell’UNHCR nel mondo. Poiché le informazioni disponibili a questo punto dell’anno sono incomplete, non è possibile mostrare il totale delle persone in fuga globalmente (questi dati sono invece presenti nel rapporto dell’UNHCR Global Trends pubblicato a giugno di ogni anno, che alla fine del 2013 ha evidenziato che 51,2 milioni di persone sono state sfollate forzatamente in tutto il mondo). Tuttavia, i dati che presenta sono una componente importante del totale mondiale e un indicatore importante dei rifugiati in tutto il mondo e delle tendenze relative ai dati sugli sfollati.

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