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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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U.S.A.: L’astensione al voto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2010

La venticinquenne assistente nel laboratorio di lingue alla mia scuola non ha mai votato in vita sua. Meg Whitman, cinquantaquattro anni, l’ultraricca candidata repubblicana a governatore della California, ha anche lei votato solo sporadicamente. La prima non aveva mai visto la necessità di votare. La seconda ha dichiarato di non essere orgogliosa della sua mancanza ma lo ha spiegato dicendo che era stata occupata con il lavoro e la famiglia. Nessuno dei due casi è atipico. Spesso una buona fetta dell’elettorato americano non si presenta alle urne. Le cifre di assenteismo non sono insignificanti. L’astensione  si aggira spesso sul cinquanta per cento. Una delle più basse astensioni è avvenuta nell’elezione presidenziale del 1960 quando il sessantadue percento degli americani si presentò alle urne. Nell’elezione presidenziale del 1996 solo il 49% partecipò.
Le cifre nelle elezioni di midterm sono sempre più basse perché l’assenza di candidati presidenziali attira meno partecipanti. In questo tipo di elezione l’assenteismo arriva e spesso oltrepassa il sessanta percento. Nell’ultima elezione di questo tipo avvenuta nel 2006 solo il trentacinque percento ha partecipato.  Chi guadagna quando la gente non vota? In linea generale il Partito Repubblicano ottiene grossi vantaggi perché i poveri e meno abbienti quando votano scelgono il Partito Democratico. Ecco come si spiega il fatto che il Gop cerca sempre di spingere per rendere il voto più complesso e difficile. Ciò avviene in parte creando ostacoli alla pertecipazione al voto. Spesso le contee che sono responsabili per condurre le elezioni non spendono abbasanza soldi per il materiale e gli strumenti necessari. Non è atipico dovere affrontare lunghe file nelle contee con poche risorse oppure utilizzare delle macchine elettorali vecchie che causano problemi al conteggio. Perché non vota la gente? Una risposta all’apatia è che le elezioni non hanno valore e che nulla cambierà dato che i politici sono tutti bugiardi e corrotti. Questo è infatti il messaggio del Partito Repubblicano che non fa altro che parlare di meno governo perché l’iniziativa privata sa fare tutto meglio dei burocrati. Nonostante questo messagio gli elettori di fede repubblicana partecipano in numeri più alti degli elettori che tendono verso il Partito Democratico. Non era sempre così.  Fino agli anni 60 molta più gente votava in quanto esisteva un grande divario fra i ricchi e i poveri che in un certo senso si ridusse con i programmi sociali del New Deal di Franklin  Roosevelt e la Great Society di Lyndon Johnson del 1964. L’azione del governo con spinte principalmente del Partito Democratico a beneficio dei cittadini ha avuto l’effetto contrario alla partecipazione al voto. Una volta ridotta l’importanza della questione economica che spingeva molti a votare, le questioni importanti divennero di natura ideologica come i diritti dei gruppi minoritari, la religione, la definizione della famiglia, i gay, ecc. Sono queste delle tematiche che in grande misura hanno attirato elettori repubblicani alle urne.
Nell’ultima elezione presidenziale i giovani ed i gruppi minoritari si sono presentati alle urne in massa ispirati in grande misura dal carisma di Barack Obama. Nell’elezione di midterm di quest’anno del 2 novembre si prevede un forte calo. Si tratta di una situazione triste perché la vittoria repubblicana di una o ambedue le camere continuerebbe a legare le mani dell’agenda legislativa di Obama. Spianerebbe il ritorno di una conquista della Casa Bianca al Partito Repubblicano. La mancanza di votare si nota però in modo significativo nelle situazioni locali. Nella California del Sud, la cittadina di Bell, non lontano da Los Angeles, è stata fonte di problemi per i cittadini. La giunta comunale di Bell era riuscita mediante elezioni speciali a farsi percepire salari stratosferici. Eventualmente tutto è venuto a galla. Si è saputo che in una di queste elezioni solo il 2% dei cittadini aveva votato. Alla fine, la responsabilità per i governanti è dovuta alla partecipazione o mancanza di essa da parte degli elettori. Il voto non è solo un diritto ma anche un dovere che ci protegge dalla possibile tirannia dei nostri eletti. (Domenico Maceri)

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La politica: sport per i ricchi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 agosto 2010

“È abbastanza ricca da potere regnare”. Ecco come il sindacato degli infermieri californiani ha punzecchiato Meg Whitman, l’ultraricca candidata a governatore della California. La Whitman, ex amministratore delegato di eBay, ha infatti speso più di novanta milioni di dollari dei propri soldi per vincere la primaria repubblicana. Non è l’unica persona attiva in politica ad essere in una situazione economica che le permette di fare uso della sua fortuna per bruciare le tappe ed aspirare ad un ruolo di prima importanza nel governo. Per i candidati che non hanno i quattrini della Whitman una parte del loro compito è di chiedere contributi. Ciò vuol dire in effetti fare doppio lavoro, quello politico, spiegare agli elettori le proprie idee e allo stesso tempo passare notevole tempo a raccogliere fondi. Da non dimenticare ovviamente l’altro lavoro per guadagnarsi il pane.
Trovandosi a corto di fondi si traduce in un serio svantaggio in elezioni nazionali o statali come quelle per la California. Con i suoi trentasette milioni di abitanti e un territorio di 411.000 kilometri quadrati il Golden State è infatti quasi una nazione. Comunicare con l’elettorato a livello nazionale o quasi richiede un notevole uso della televisione che ovviamente costa molti soldi. Ne sa qualcosa Carly Fiorina, il candidato repubblicano a senatore della California. La Fiorina, ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, è anche lei abbastanza ricca ma non quanto la Whitman. Ha contribuito alcuni milioni di tasca sua per vincere la primaria repubblicana ma adesso si trova in una situazione svantaggiata. La sua avversaria democratica, Barbara Boxer, tre mandati al Senato compiuti, non è povera ma è riuscita a raccogliere abbastanza fondi da surclassare la sua avversaria. Non è tipico pensare che il candidato repubblicano sia in una situazione di svantaggio economico quando si compara a un candidato democratico. La Fiorina dovrà dunque continuare a “prestare” i propri soldi alla sua campagna oppure aspettare che il Partito Repubblicano venga in suo soccorso. Ciò forse non avverrà date le altre elezioni costose in altri Stati dove le possibilità di successo sono più favorevoli al Gop. La Camera di Commercio Americana ha fornito ingenti contributi a Joe Sestak (Pennsylvania) e Rob Portman (Oregon), candidati repubblicani al Senato. I candidati repubblicani ricevono più contributi dalle corporation dei democratici considerando i legami ideologici con il partito conservatore. Ma in California le elezioni sono costosissime e le corporation “investiranno” in Stati dove potranno avere molto più impatto. Dopotutto un voto al Senato è un voto non importa se rappresenta mezzo milione di abitanti o trentasette. Essere ricchi e usare le proprie risorse non garantisce però il successo politico. Nelle primarie democratiche del 2008 Hillary Clinton prestò parecchi milioni di dollari alla sua campagna. Perse lo stesso anche se non di molto.  Secondo uno studio del National Institute on Money in State Government solo l’undici percento dei candidati che si autofinanziano vincono le elezioni a governatore. Non tutti gli elettori saranno completamente informati sulle questioni politiche ma riescono a vedere oltre il portafoglio del candidato. La ricchezza in un certo senso può chiarire agli elettori che il candidato non potrà mai capire i problemi del cittadino comune. Un esempio ce lo diede George Bush padre nell’elezione del 1992. Dopo avere visitato un supermercato Bush disse di essere “stupefatto” dalla tecnologia usata alla cassa. Si trattava della cassa scanner che legge automaticamente i prezzi dei prodotti. La tecnologia era già in uso dal 1980 ma Bush diede l’impressione di non essere mai entrato in un supermercato suggerendo di non avere nessun contatto con la vita quotidiana degli americani. Questa mancanza di esperienza con la vita comune dei cittadini non si applica solo ai politici repubblicani. La metà dei senatori americani sono milionari e ciò include membri di ambedue partiti. Infatti alcuni fra i più ricchi senatori fanno parte del Partito Democratico. Herb Kohl (Wisconsin), John Kerry (Massachusetts), Jay Rockefeller (West Virginia) e Diane Feinstein (California), tutti senatori democratici non hanno molto da invidiare ai loro colleghi repubblicani come Lincoln Chafee (Rhode Island), John McCain (Arizona), Elizabeth Dole (North Carolina) per quanto riguarda la loro fortuna personale o familiare. Il fattore economico ovviamente scoraggia non pochi individui a partecipare alla politica. Ci vorrebbero i finanziamenti pubblici ma ciò naturalmente richiede soldi che sia il governo nazionale che quelli statali non possiedono specialmente di questi giorni. Ciò impedisce di implementare l’ideale americano di democrazia, ossia un governo “del popolo, dal popolo e per il popolo”. (Domenico Maceri)

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U.S.A.: milioni per le primarie californiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 Maggio 2010

Hanno già speso ottanta milioni di dollari per le primarie a governatore della California. Si tratta ovviamente di Steve Poizner e Meg Whitman, ambedue repubblicani, ambedue ultraricchi. La Whitman, ex amministratore delegato di eBay, ha investito quasi sessanta milioni di dollari per farsi conoscere dall’elettorato californiano. Poizner, ex imprenditore della Silicon Valley e l’attuale
Commissioner di assicurazioni della California, ha contribuito una ventina di milioni alla sua campagna. Jerry Brown, l’unico candidato serio alle primarie democratiche, è rimasto a guardare senza spendere quasi niente. Brown, come si sa, è già stato governatore della California fra il 1975 e il 1983. Il contrasto fra l’economia disastrosa del Golden State e le spese paperoniche dei due candidati repubblicani non è passato inosservato. In parte ciò si deve ai tagli proposti dall’attuale governatore della California, Arnold Schwarzenegger, il quale vorrebbe eliminare il welfare. Così facendo, le famiglie che dipendono dallo Stato per una media di 231 dollari mensili, farebbero senza dubbio riflettere specialmente considerando i 90.000 dollari mensili che la Whitman paga al suo manager Mike Murphy. Spendendo tutti questi quattrini fa riflettere specialmente se si considera che lo Stato avrà un deficit di una ventina miliardi di dollari.
Useranno i due candidati alle primarie repubblicane le loro risorse personali per colmare il buco al bilancio? Non esattamente. Ambedue suggeriscono che il modo di uscire dalla crisi economica è mediante forti tagli e riduzioni dei servizi. In questo rispetto Poizner è stato il più specifico. Vuole tagliare le tasse del 10% e ridurre i corrispondenti servizi anche del 10%. La Whitman è stata meno specifica ma il suo piano includerebbe creare posti di lavoro, tagliare le spese e riparare il sistema di pubblica istruzione. Ambedue candidati non sono molto lontani dalla politica
dell’attuale governatore. Entrambi, infatti, hanno un “passato” di moderati, ma per vincere le primarie repubblicane si sono spostati a destra. In questo senso Poizner è stato l’estremo dei due. Trovandosi indietro nei sondaggi, Poizner si è attaccato ad una campagna contro i clandestini per cercare in parte di dimostrare che lui è il vero conservatore e non la sua rivale. Poizner vorrebbe eliminare tutti i benefici ai clandestini incluso il diritto federale dei loro figli di andare a scuola. La Whitman sarebbe un po’ più “gentile” dato che manterrebbe il diritto dei bambini di frequentare la scuola. Poizner ha poi accusato giustamente la sua avversaria di non avere fatto il più basico dei doveri civili per non avere votato per ventotto anni. Inoltre la ha attaccato per i suoi legami alla Goldman Sachs di Wall Street, azienda denunciata dal governo federale per fraude. La Whitman ha spiegato l’indiscrezione della mancanza di votare dicendo che era stata occupata con la carriera e la famiglia ma adesso è pronta per la vita politica e restaurare la California alla “grandezza del passato”. Nonostante che ambedue i candidati repubblicani si siano spostati a destra con la loro retorica, non sono riusciti a cancellare il loro passato di moderati. Ambedue sono favorevoli all’aborto. La Whitman aveva contribuito soldi a candidati repubblicani ma anche ad alcuni democratici. Inoltre aveva appoggiato Arnold Schwarzenegger nel 2006 ed ha assunto molti dei collaboratori dell’attuale governatore come consulenti politici. Poizner aveva anche lui contribuito ai democratici donando alla campagna di Al Gore durante l’elezione presidenziale del 2000. Poizner si è giustificato dicendo che il clima è cambiato e per questo lui è divenuto più conservatore. Ecco come ha spiegato il suo appoggio alla durissima legge contro i clandestini passata recentemente dallo Stato dell’Arizona alla cui la Whitman si è opposta. Nessun commento dei due però sul fatto che l’Arizona ha appena approvato un aumento sulla tassa dei consumi per colmare il buco di due miliardi al bilancio statale. Ambedue candidati repubblicani vedono la soluzione ai problemi della California con occhi tipicamente del loro partito. Si tratta di una filosofia contraria agli aumenti delle tasse come quella dell’attuale governatore. Per i due candidati repubblicani bisogna governare usando uno stile tipico degli affari e non della burocrazia. Il problema per il candidato che vincerà le primarie l’otto giugno sarà di convincere l’elettorato che il governo funziona come il business. Ci ha già provato Schwarzenegger con risultati disastrosi. Ripeteranno i californiani lo stesso sbaglio o preferiranno Jerry Brown, un “politico” professionista? Si vedrà a novembre. (Domenico Maceri)

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