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Monitor dei Mercati Emergenti – maggio 2019: Argentina

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 Mag 2019

A cura di Anjeza Kadilli, Economist di Pictet Asset Management. L’Argentina è in acque difficili dal 2018. E le imminenti elezioni non fanno che aumentare l’incertezza. Il peso argentino si è deprezzato al punto che un dollaro vale adesso il doppio rispetto ad un anno fa (si veda il grafico a sinistra in basso). In profonda recessione dall’inizio del 2018, l’economia del Paese si è contratta del 2,5% nel 2018, con previsioni per il 2019 che al momento suggeriscono una flessione del -1% nell’ipotesi migliore.Malgrado un leggero miglioramento a marzo 2019, il nostro indicatore della crescita è stato costantemente negativo, portando la media a lungo termine in territorio negativo. La stabilizzazione dell’inflazione era una delle priorità assolute del Presidente Macri quando si è insediato alla fine del 2015. Ma le misure intraprese finora non hanno portato a nulla: l’inflazione annua è attualmente attorno al 55%. Anche i dati mensili sull’inflazione hanno raggiunto livelli elevati. Il costo dei trasporti, ad esempio, è salito del 5% a marzo. Numerose normative sono state introdotte e modificate, in quanto il governo ha esitato sulla decisione o meno di considerare prioritario il potere d’acquisto della popolazione, sovvenzionando il costo dei servizi di pubblica utilità per i consumatori. Ciò significa spostare nuovamente il fardello dalle spalle dei consumatori a quelle di uno Stato già a corto di liquidità.Queste misure seguono la decisione della Banca centrale di ridurre la politica monetaria espansionistica e di intervenire attivamente sull’intervallo di oscillazione valutaria introdotto lo scorso anno. I tassi d’interesse attualmente oltre il 65% dovrebbero rimanere elevati almeno fino alla fine dell’estate.
Il fatto che la maggior parte dei risparmi delle famiglie argentine sia già in dollari mitiga i rischi di un’ulteriore pressione interna sulla valuta.Il problema è che malgrado le buone intenzioni, le reazioni della Banca centrale e del Governo finora sono state dettate dal panico e gli investitori di lungo termine hanno perso fiducia.La pressione sul governo Macri è andata crescendo, soprattutto da inizio anno. Gli argentini hanno visto il loro potere d’acquisto eroso dall’inflazione e da misure di austerità. Inoltre, le elezioni presidenziali che ci saranno più avanti nel corso dell’anno non lasciano molto tempo per un eventuale miglioramento della situazione economica.
Scopriremo a giugno se Macri e il suo rivale, espressione della sinistra ed ex-presidente Christina Kirchner, si candideranno.Per concludere, sarà fondamentale osservare il risultato delle elezioni di ottobre. Il destino di Macri dipende dalla capacità del suo governo di stabilizzare la valuta e riportare l’inflazione su livelli più contenuti. Per il momento, la sua popolarità sta calando, a favore dell’ex-presidente Cristina Kirchner. Ma data la sua passata esperienza di presidente, la candidatura della Kirchner crea preoccupazioni tra gli investitori nazionali ed esteri. Temiamo che potrebbe tirarsi indietro sul debito o sul pacchetto del FMI se dovesse ritornare al potere.
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa.

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“Monitor dei Mercati Emergenti: Gennaio 2019″

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

A cura di Anjeza Kadilli, Economist di Da Pictet Asset Management. L’America Latina è l’unica regione dei mercati emergenti destinata a fare meglio di quanto fatto lo scorso anno. Prendiamo in considerazione i Paesi con le prospettive migliori. In un contesto complicato per i mercati emergenti, l’America Latina è l’unica regione che dovrebbe andare meglio rispetto al 2018. Brasile, Colombia e Perù in particolare sono i mercati più promettenti in termini di accelerazione della crescita
In termini assoluti, il tasso di crescita del PIL latino-americano nel 2019 (2,6%) dovrebbe sovraperformare quello della regione EMEA (2,0%), per la prima volta dal 20131.
Nella regione l’inflazione dovrebbe rimanere entro i livelli target, malgrado rischi come la flessione dei prezzi delle materie prime, il che consentirebbe ai responsabili della politica di portare avanti politiche monetarie accomodanti.
Tra il 2016 e il 2018 si sono svolte le elezioni politiche in tutti e quattro i Paesi, per cui quest’anno non si dovrebbe registrare alcuna instabilità politica rilevante.
Le elezioni hanno portato alla formazione di governi più conservativi, desiderosi di riformare il settore pubblico e stimolare l’economia attraverso politiche di lungo termine. La Colombia, ad esempio, ha ridotto l’imposizione fiscale per le aziende. In Cile, sono state introdotte nuove leggi per accelerare il processo di creazione di nuove aziende. In Brasile, una delle priorità del presidente Jair Bolsonaro è quella di ridurre la spesa pubblica.
Ma per questi Paesi si profila un rischio all’orizzonte: la loro crescente dipendenza dalla Cina per le esportazioni, soprattutto nell’attuale contesto di tensioni commerciali globali. la Cina, infatti, è il principale partner commerciale per Brasile, Cile e Perù.Per tutti e quattro i Paesi, anche se in misura minore per la Colombia, le esportazioni verso la Cina sono in crescita dal 2000.
La Cina ha esteso la sua influenza a livello globale e ha aumentato le importazioni di materie prime come metalli, o cereali, nel caso del Brasile, per soddisfare la domanda interna. Ciò ha consentito ai Paesi dell’America Latina di diversificare i propri partner commerciali, diventando meno legati ai Paesi limitrofi. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno importato meno petrolio, avendo aumentato la produzione interna, e ciò ha avuto un impatto soprattutto sulle esportazioni colombiane.
In conclusione, la crescita economica dell’America Latina dovrebbe essere più robusta quest’anno rispetto al 2018, trainata soprattutto da Paesi più piccoli, come Cile, Colombia e Perù. Anche il Brasile, il Paese più grande della regione, crescerà, sebbene a un ritmo più moderato. In tutti questi Paesi si sono insediati nuovi governi, con progetti credibili da un punto di vista economico. Malgrado i rischi del crescente affidamento sulle esportazioni verso la Cina e di una dipendenza dai prezzi delle materie prime, riteniamo che questi Paesi forniranno opportunità per gli investitori di lungo termine.
Da una prospettiva bottom-up, vediamo interessanti opportunità nei titoli legati alle materie prime. Essendo Paesi esportatori, tendono a beneficiare della svalutazione della valuta locale. Questa è una delle ragioni per cui abbiamo sovrappesato al 7% le materie prime nel nostro portafoglio di obbligazioni societarie dei mercati emergenti. Un altro settore interessante nell’America Latina è quello della cellulosa e della carta, soprattutto in Cile e Brasile, in base ai fondamentali di prezzo relativamente robusti.

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“Il peggio è passato per i mercati emergenti?”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 gennaio 2019

A cura di Krishan Selva, Gestore di portafoglio clienti di Columbia Threadneedle Investments. Il 2018 è iniziato all’insegna dell’euforia per i mercati emergenti dopo gli ottimi risultati 2017. Quell’ottimismo era il frutto della solida crescita degli utili, con le stime di consenso per l’MSCI Emerging Markets Index in salita al 22,7% a dicembre dal 14,1% di inizio anno. Le azioni cinesi hanno avuto un anno straordinario, guadagnando più del 50%. Sfortunatamente, questa euforia non è durata e nel 2018 l’MSCI Emerging Markets Index ha perso oltre il 25% rispetto al picco di gennaio.A febbraio e marzo, la volatilità dell’azionario globale ha toccato i mercati emergenti, a causa dei timori sui titoli tecnologici, l’aumento dell’inflazione statunitense, il rialzo dei tassi d’interesse e il rischio di un rallentamento economico. I mercati emergenti hanno perso quota durante questo periodo, ma non in misura superiore all’Europa, dimostrando un migliore stato di salute delle economie dell’area rispetto al passato. Le partite correnti erano perlopiù in avanzo, le riserve valutarie più elevate e, cosa ancora più importante, gran parte del debito era detenuta internamente (il 70% del debito asiatico è locale).
Successivamente, però, Donald Trump ha imposto i suoi dazi commerciali sulla Cina e tutto è cambiato. Inizialmente, i dazi hanno riguardato solo USD 50 miliardi di esportazioni cinesi, una cifra contenibile pari allo 0,01% del PIL cinese. Più recentemente, Trump ha innalzato il target a un meno gestibile dazio del 10% su USD 200 miliardi di esportazioni, minacciando di aumentare l’aliquota al 25% e di estenderla a tutti i beni provenienti dalla Cina.Il clima d’incertezza si è esteso a tutti i paesi asiatici e ad altri mercati emergenti. Molte imprese hanno attinto alle scorte e ridotto la spesa per investimenti, e ciò comprimerà la crescita economica. Le esportazioni cinesi non hanno ancora avvertito il colpo, ma è probabile che diano segnali di debolezza nel primo trimestre del 2019. È interessante notare come le esportazioni cinesi dirette negli Stati Uniti rappresentino meno del 3% del PIL ma il 100% della copertura mediatica.Come se ciò non bastasse, l’inasprimento della liquidità globale nel 2018 ha contribuito alle crisi valutarie in Argentina e Turchia. La prima ha richiesto un prestito all’FMI, mentre la seconda è stata oggetto di sanzioni e ha registrato un’ingente fuga di capitali.
Guardando al 2019, i mercati emergenti sono ancora soggetti ai rischi insiti nell’irrigidimento della liquidità finanziaria e nelle guerre commerciali, ma ci sono anche dei motivi per nutrire un cauto ottimismo. Quando la Federal Reserve statunitense ha innalzato i tassi, le banche centrali dei mercati emergenti hanno reagito in maniera pragmatica, ma tutto questo inasprimento (esterno e interno) metterà un tetto alla crescita. Cinque o più rialzi della Fed durante tutto il 2019 potrebbero creare qualche problema ai mercati emergenti. Tuttavia, visti i recenti segnali di un rallentamento dell’economia statunitense, è più probabile che i rialzi saranno solo due o tre – un’eventualità già scontata dai mercati finanziari.La guerra commerciale è il rischio maggiore, soprattutto qualora si trasformasse in una guerra fredda capace di modificare il funzionamento dell’economia globale, alterando, tra le altre cose, la struttura delle filiere produttive. In un simile scenario, e considerata la trasformazione della globalizzazione in atto, è difficile formulare un pronostico per gli attivi rischiosi. Ma l’eventualità di una guerra commerciale appare più verosimile, e in questo caso la volatilità di mercato dovrebbe proseguire. Crediamo che i primi sei mesi del 2019 abbiano in serbo sia sorprese positive che sfide realistiche prima che Cina e Stati Uniti trovino finalmente un accordo.

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Investimento sostenibile: ESG nel debito dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 dicembre 2018

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt di Pictet Asset Management. Perché gli investitori nelle obbligazioni sovrane dei mercati emergenti devono fare attenzione ai fattori ambientali, sociali e di governance.Le immagini delle mazzette di banconote praticamente prive di valore dello Zimbabwe o del Venezuela necessarie per acquistare prodotti di base come il pane e la carne che spesso sono comparse sui social media sottolineano chiaramente l’importanza della governance nelle economie dei mercati emergenti. Ma cercare di scoprire – non diciamo leggere – i segnali che indicano come stanno cambiando le condizioni, se in meglio o in peggio, è difficile.A complicare ulteriormente le cose ci sono le dimensioni sociali e ambientali che potrebbero svolgere ruoli altrettanto critici nelle scelte di investimento. Ad esempio, la deforestazione in atto ad Haiti e la Primavera araba hanno prodotto come conseguenza drammatica la totale svalutazione delle rispettive valute.
Ma gli investitori hanno fatto molta fatica a valutare le caratteristiche ambientali, sociali e di governance dei Paesi in modo onnicomprensivo o sistematico, soprattutto nei mercati del reddito fisso. Una ragione per la quale gli investitori in obbligazioni sovrane sono stati notevolmente più lenti rispetto, diciamo, a quelli azionari nella capacità di riconoscere l’importanza dei fattori ESG è una relativa mancanza di informazioni di qualità. Mentre i fattori ESG vengono sempre più quantificati a livello di aziende e utilizzati per l’’investimento in azioni e credito, ci sono state meno ricerche sul modo in cui tali parametri influiscono sul merito creditizio degli Stati.Recentemente, tuttavia, i servizi di consulenza e le agenzie di rating hanno risposto alla crescente domanda di analisi ESG basata sui titoli sovrani. Si tratta di una tendenza che è destinata a crescere, in quanto gli investitori vedono la diretta dimostrazione della correlazione tra il punteggio dei Paesi in base a diversi criteri ESG e la performance delle loro obbligazioni. Ad esempio, è sempre più evidente la correlazione tra una buona governance e un minore rischio di insolvenza sovrano e l’andamento degli spread. Un altro recente studio ha evidenziato che mentre il cambiamento climatico ha aumentato il costo medio del debito dei Paesi emergenti di 117 punti base, coloro che hanno investito in adeguamento sociale sono riusciti a ridurre i costi di 67 punti base.
L’approccio più redditizio all’investimento in ESG sovrani è tuttavia probabilmente un approccio che riguardi l’intero settore. I governi a cui si chiede di migliorare le credenziali ESG, con ogni probabilità evidenzieranno una crescita più robusta e stabile e saranno più capaci di sopportare le turbolenze macroeconomiche. In effetti, il miglioramento dei criteri ESG tra i mercati emergenti migliorerebbe la performance tendenziale della classe di attivi – o darebbe slancio al loro beta, come si dice nel gergo dei mercati.
Presi singolarmente, i gestori di portafoglio hanno relativamente poco potere di incidere, sebbene ci siano esempi in cui i debitori governativi si sono inchinati alla pressione esercitata dai gestori, come quando noi abbiamo espresso preoccupazioni sulle riforme agrarie in Sudafrica.
Invece, nel complesso il settore ha la forza per guidare i governi nella direzione giusta – circa 592 miliardi degli 8.311.000 miliardi di dollari di debito sovrano dei mercati emergenti in circolazione sono detenuti da società di gestione patrimoniale.Le società di investimento stanno già prendendo alcuni provvedimenti in questa direzione. Ad esempio, l’iniziativa Principles for Responsible Investment, sponsorizzata dall’ONU con oltre 1800 firmatari a livello di settore che gestiscono oltre 2.250 miliardi di dollari di attivi, ha recentemente istituito un gruppo di lavoro sul coinvolgimento dei governi per incoraggiare un maggiore dialogo e una maggiore collaborazione tra il settore della gestione patrimoniale e i debitori governativi. C’è un numero crescente di altre iniziative di settore, come, ad esempio, il Global Green Finance Council, che si prefigge di coordinare gli sforzi di diversi enti di settore al fine di incoraggiare lo sviluppo della “green finance”.
La sostenibilità è stata al centro delle attività di Pictet Asset Management. Motivo per cui siamo anche in prima linea nell’integrare i criteri ESG in tutti i nostri processi di investimento – se non altro per le nostre strategie di debito dei mercati emergenti.
Non solo ci impegniamo direttamente con gli emittenti delle obbligazioni sovrane. Lavoriamo anche con i nostri concorrenti e con gli enti multinazionali rilevanti per sviluppare un approccio a livello di settore in grado di sostenere e incoraggiare i governi ad essere meglio gestiti, più attenti all’ambiente e a fare cosa è meglio per le loro società. Perché questo è il modo migliore per migliorare il welfare delle persone nelle economie emergenti, e nel corso del tempo, avvantaggiare i nostri investitori. E perché è la cosa giusta da fare.

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Le principali preoccupazioni degli investitori italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 dicembre 2018

A commentare la survey Riccardo Pironti, responsabile del mercato italiano per J.P. Morgan Private Bank. Stando alla Private Client Survey di J.P. Morgan Private Bank, il 56% dei clienti di elevato profilo patrimoniale in Italia e quasi due terzi (59%) di quelli europei rimangono ottimisti circa le valutazioni del mercato azionario, ritenendo che le attuali condizioni segnalino la presenza di ulteriori margini di crescita per il mercato. Molti, tuttavia, restano cauti: oltre due quinti (44%) sono dell’avviso che tali livelli valutativi siano espressione di una bolla e si attendono presto una correzione.Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno continuato ad acuirsi durante l’intero 2018 e molti investitori (40%) ritengono che il rischio maggiore per i Mercati Emergenti provenga da una potenziale guerra commerciale globale. Altre preoccupazioni di rilievo tra gli investitori riguardano la forza del dollaro USA (25%), il rallentamento economico della Cina (18%) e l’inasprimento della politica monetaria della Federal Reserve (17%).Esaminando le aspettative dei clienti italiani per quanto riguarda i timori relativi ai Mercati Emergenti, il sondaggio ha indicato che secondo questi investitori il maggiore rischio per tali mercati è un rallentamento cinese (37%), seguito da una guerra commerciale con la Cina (31%). Al terzo posto (20%) si colloca la forza del dollaro USA, mentre la politica restrittiva della Fed figura in fondo alla classifica (11%).
Rispetto alla Private Client Survey condotta in primavera, molti investitori di elevato profilo patrimoniale sono diventati meno fiduciosi riguardo alle prospettive dei mercati azionari globali, ma parecchi continuano a ravvisare opportunità legate alla fase avanzata del ciclo. Più della metà dei clienti italiani (53%) ritiene che le materie prime saranno la classe di attivo più brillante nei prossimi 12 mesi, seguite dalle azioni (25%) e dal reddito fisso (19%). In termini settoriali, l’82% intravede le maggiori opportunità nel settore healthcare, e molti ritengono che questo settore tradizionalmente difensivo sia destinato a sovraperformare a fronte della maturazione del ciclo economico e di persistenti trend demografici quali crescita e invecchiamento della popolazione.”Dai dazi doganali, all’aumento dei tassi d’interesse, ai nuovi scenari politici, nel 2018 le incertezze non sono mancate”, ha affermato Riccardo Pironti, responsabile del mercato italiano per J.P. Morgan Private Bank. “L’escalation delle tensioni commerciali rappresenta tuttora il maggiore rischio per il nostro scenario di riferimento ed è la principale preoccupazione per i nostri clienti, dal momento che una vera e propria guerra commerciale avrebbe ripercussioni probabilmente negative per le azioni su scala globale.””A nostro avviso siamo più vicini alla fine del ciclo che al suo inizio”, ha aggiunto Pironti. “Fase avanzata non significa tuttavia fine del ciclo. Date le probabilità di un aumento della volatilità sui mercati, chi investe in un’ottica di lungo periodo dovrebbe esercitare pazienza e mantenere il proprio portafoglio adeguatamente diversificato”.

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“La classica crisi dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

A cura di Mark Burgess, Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Il recente crollo della lira turca ha rimesso i mercati emergenti al centro dell’attenzione degli investitori. Ma per quanto l’atteggiamento sempre più ostile del Presidente Trump sul commercio e il protezionismo potrebbe aver innescato il brusco deprezzamento della valuta, a nostro avviso l’indebolimento della lira turca ha tutte le caratteristiche di una tradizionale crisi dei mercati emergenti.Una crisi dei mercati emergenti si verifica di solito quando un paese si indebita oltre misura e, di conseguenza, accumula un disavanzo eccessivo delle partite correnti o del bilancio pubblico. Se cominciano a preoccuparsi dell’entità del debito e della capacità del paese di finanziarlo, gli investitori cercano di abbandonare il paese, causando in primo luogo problemi per la valuta. La Turchia ha un disavanzo delle partite correnti pari a circa il 5,5% del PIL,1 che richiede un finanziamento annuo di circa USD 60 miliardi. Gli investitori hanno cominciato a nutrire timori non solo per l’entità del debito turco, ma anche per la retorica del governo, che ha anche adottato alcune politiche economiche non ortodosse. A differenza del Regno Unito, che pure presenta un ampio disavanzo delle partite correnti (anche se finanziato tramite investimenti esteri), il deficit della Turchia è finanziato principalmente da flussi di portafoglio, dal commercio internazionale e dall’assunzione di prestiti, il che la espone notevolmente alle condizioni dei mercati finanziari.Ad aggravare la situazione ha contribuito il fatto che le autorità sono state svuotate e private della loro credibilità, dato che il ministro del Tesoro e delle finanze è Berat Albayrak, il genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Anche se la minaccia commerciale posta da Trump potrebbe essere una novità, la situazione della Turchia non lo è, e ricorda piuttosto le passate crisi dei mercati emergenti, come il “taper tantrum”, la crisi asiatica e le “cinque fragili”. In tutte queste occasioni gli investitori hanno perso fiducia nelle politiche economiche di un paese, esercitando pressioni sulla valuta e determinandone la svalutazione.
Contemporaneamente alle turbolenze in Turchia, anche l’Argentina si è trovata alle prese con una perdita di fiducia nella sua valuta, che ha portato recentemente alle dimissioni del presidente della banca centrale. A livello superficiale ciò è comprensibile alla luce dei disavanzi gemelli e delle vulnerabilità del paese, ma il caso argentino è molto diverso da quello turco.In particolare, pur avendo un elevato fabbisogno di debito a breve termine e un ampio disavanzo delle partite correnti, l’Argentina ha ancora un’economia relativamente chiusa, e i capitali esteri che erano stati prevalentemente investiti in obbligazioni in valuta locale hanno già in gran parte lasciato il paese. Pertanto, nonostante i rischi per la crescita economica dell’Argentina, ravvisiamo un rischio di contagio limitato. Analogamente, il Brasile si trova in una posizione ragionevolmente solida, con un deficit delle partite correnti molto ridotto e adeguatamente finanziato dagli investimenti diretti esteri.Il nostro scenario di riferimento prevede che l’attuale fase di vigore del dollaro USA si rivelerà transitoria finché i mercati non torneranno a concentrarsi sulla situazione fiscale degli Stati Uniti, decretando un indebolimento del biglietto verde. In assenza di un grave errore di politica economica, che ha certamente maggiori probabilità di verificarsi nei mercati emergenti anziché in quelli sviluppati, nessun importante paese emergente sembra al momento vacillare.
Per quanto la crisi turca sia un fenomeno tipico dei mercati emergenti, ciò non vuol dire che le tensioni commerciali mondiali non siano motivo di apprensione. Alcuni analisti hanno stimato che la guerra commerciale ridurrà il PIL mondiale dell’1-2,3%,4 e alcuni si aspettano che la Federal Reserve statunitense attuerà una stretta monetaria più aggressiva in risposta ai dazi. È difficile tuttavia prevedere l’impatto di una guerra commerciale sui singoli paesi, non da ultimo perché non sappiamo ancora fino a che punto l’amministrazione statunitense si spingerà nel perseguimento del protezionismo.Ciò nonostante, le prospettive per l’Asia e per i mercati emergenti esposti alla minaccia rappresentata dalle politiche protezionistiche di Trump – tra cui Cina, Messico, Colombia, Malaysia, Corea e Thailandia – saranno contrastate. I dazi non saranno d’aiuto perché molte economie emergenti dipendono generalmente dalle materie prime, dai proventi in valuta estera o dai semilavorati e sono quindi molto aperte ai flussi commerciali globali. Un eventuale rallentamento del commercio globale avrebbe inevitabilmente enormi ricadute su alcune di queste economie. L’Argentina e il Brasile sono l’una il principale partner commerciale dell’altro, con la Cina al secondo posto per entrambi. Ciò significa che i due paesi sarebbero gravemente penalizzati da un rallentamento dell’economia cinese, dato che esportano prodotti agricoli e materie prime. La domanda è: assisteremo alle stesse vulnerabilità che abbiamo osservato durante il “taper tantrum”? È improbabile, perché nel 2013 c’erano cinque grandi economie con enormi disavanzi delle partite correnti e fiscali – le cosiddette “cinque fragili” – vale a dire India, Brasile, Turchia, Sudafrica e Indonesia.Il dollaro è spesso considerato un bene rifugio nelle fasi di tensione sui mercati globali, ma nessuno conosce realmente le implicazioni delle guerre commerciali e del rischio di sanzioni. Detestando l’incertezza, gli investitori tendono a riversarsi nei beni rifugio nei periodi difficili, spostando l’attenzione dal rendimento alla restituzione del capitale.
In Cina è in atto un rallentamento dell’economia ma, dato l’aumento dei consumi interni, i timori di un “hard landing” si sono attenuati. Detto questo, Pechino si trova di fronte a un “trilemma”, dovendo destreggiarsi con il paradosso di perseguire il controllo dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali e una politica monetaria indipendente.Tuttavia, la Cina è oggi meno dipendente dalle esportazioni e potrebbe di fatto diversificarle, deviandole dagli Stati Uniti verso le regioni emergenti, grazie anche al suo programma “One Belt, One Road”.Se la retorica della guerra commerciale è stata solo una ragione che ha indotto il mercato a concentrarsi sulla Turchia, piuttosto che la causa principale del crollo della lira, la principale minaccia alla stabilità dei mercati emergenti potrebbe giungere dalla Federal Reserve statunitense. Per comprendere meglio la portata di tale minaccia, è necessario conoscere il livello esatto della soglia in corrispondenza della quale l’aumento dei tassi statunitensi innescherebbe un’inversione dei flussi di portafoglio. La Fed si sta potenzialmente avvicinando al tasso d’interesse neutrale – il livello al quale i tassi d’interesse non frenano né stimolano la crescita economica – mentre prosegue il suo percorso di normalizzazione, invertendo anni di quantitative easing.Ma sussiste il rischio che la Fed modifichi l’attuale traiettoria di rialzo dei tassi per procedere a un inasprimento più aggressivo in risposta ai dazi commerciali. Se il mercato viene colto in contropiede da questa mossa, il risultato potrebbe essere estremamente doloroso per i mercati emergenti. A fronte del continuo rafforzamento dell’economia statunitense si osserva già un aumento dei rendimenti dei Treasury USA, e la Fed potrebbe rispondere a questo sviluppo prima di quanto si pensi. (in abstract)

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Opportunità di investimento nel debito dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su martedì, 30 ottobre 2018

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt, e Alper Gocer, Head of EM Local Currency Debt di Pictet Asset Management. I fondamentali del debito dei mercati emergenti continuano a essere interessanti, dopo il calo subito dalla classe di attivi quest’anno.Nonostante tutte le turbolenze di mercato che hanno subito quest’anno, i Paesi emergenti sono in condizioni molto migliori rispetto alle crisi passate. In molti casi, i fondamentali economici rimangono positivi, nonostante la vendita massiccia generalizzata. Di conseguenza, si sono create opportunità per gli investitori ben informati.Diversamente dai precedenti periodi di turbolenza, il crollo di quest’anno del debito dei mercati emergenti non è stato causato da un brusco rallentamento dell’economia globale o da uno schianto generalizzato del mercato azionario, o addirittura dal collasso dei prezzi delle materie prime. È stata invece una combinazione di minacce lente: i rischi posti da un accumulo di debito corporate dei mercati emergenti; l’impatto di un dollaro forte su Paesi con debito in dollari; il costante ritiro dello stimolo monetario in tutto il mondo e l’aumento dei tassi statunitensi; le ripercussioni delle guerre commerciali. Un quadro che ha incoraggiato gli investitori a prendere profitti nella corsa incredibilmente favorevole del 2017.
Lo stratosferico rally di mercato dello scorso anno, a sua volta, è avvenuto sulla scia di solide basi economiche. Nel complesso, le economie emergenti sono meno indebitate, meno dipendenti dalle materie prime o dai flussi di capitali esteri, più orientate verso la domanda interna, e con popolazioni più ricche e produttive che mai. Ma le valutazioni per alcune classi di attivi dei mercati emergenti, come le obbligazioni denominate in dollari e in valuta locale dei mercati emergenti, si sono impennate troppo e troppo velocemente. Quindi, quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a fomentare le tensioni commerciali globali, gli investitori si sono preoccupati non solo di come i dazi statunitensi potessero incidere sulle economie dei mercati emergenti, ma anche su alcune delle minacce più interne alla crescita economica.
Tutto sommato, i fondamentali economici dei mercati emergenti rimangono solidi: i livelli del debito governativo sono generalmente contenuti, i saldi della bilancia commerciale sono robusti, così come le riserve in valuta estera, mentre la domanda interna rimane solida.
Una preoccupazione importante è stata la Cina. Ma le misure di Trump contro il Paese difficilmente scateneranno un crollo del commercio globale, se non altro perché la sua decisione di aumentare la spesa pubblica è destinata a causare un ulteriore ampliamento del deficit delle partite correnti statunitensi. Una buona parte degli scambi statunitensi con la Cina sarà probabilmente dirottata verso altre economie emergenti competitive.Contemporaneamente, la svalutazione dell’8% da inizio anno del renminbi rispetto al dollaro compensa ampiamente i dazi del 10% imposti dall’amministrazione Trump, riducendo le difficoltà per gli esportatori cinesi. I nostri economisti ritengono che anche una piena attuazione di ulteriori dazi su 500 miliardi di dollari USA di esportazioni cinesi negli Stati Uniti ridurrebbe il PIL cinese di poco più di un punto percentuale. Allo stato attuale, le misure commerciali già adottate valgono circa un quarto di punto di crescita.
I responsabili della politica dei mercati emergenti hanno ampiamente risposto alla turbolenza con manovre ben calibrate. I tassi d’interesse sono stati aumentati e rafforzati con aggiustamenti fiscali. Nel frattempo, tassi di cambio flessibili hanno contribuito ad ammortizzare i colpi. Di conseguenza, molte economie dei mercati emergenti sono uscite dalla tempesta dei mercati sostanzialmente illese. Infatti, gli ultimi dati indicatori anticipatori dei mercati emergenti sono migliorati su base trimestrale, e attualmente sono ben al di sopra della media mobile su tre anni. Le eccezioni sono costituite dai Paesi con un debito in dollari importante e saldi della bilancia dei pagamenti deboli. La Turchia e l’Argentina sono state particolarmente colpite. Entrambe hanno significativi deficit delle partite correnti e dipendono dagli afflussi di capitale estero. Quando gli investitori si preoccupano per questi squilibri, ritirano i capitali investiti. Le conseguenti crisi valutarie hanno quindi causato l’aumento dell’inflazione, che ha costretto le banche centrali di Argentina e Turchia ad aumentare i tassi d’interesse. Sebbene gli aumenti dei tassi non siano stati sufficienti per contenere il panico, tuttavia hanno attenuato la crescita economica, il che, a sua volta, ha alimentato al ribasso la spirale delle economie.
Altrove nell’universo dei mercati emergenti, le condizioni sono state ulteriormente complicate da un ciclo di elezioni politiche impegnativo, non ultimo in Brasile.Ma nulla di ciò giustifica la portata delle vendite massicce in tutti gli attivi dei mercati emergenti. La conseguente ridefinizione dei prezzi ha spalancato interessanti opportunità per la gestione attiva. Le valute e le obbligazioni delle economie robuste con buone prospettive di crescita paiono nuovamente convenienti, come quelle di Sudafrica e Messico.Più in generale, il premio offerto dal debito dei mercati emergenti pare adesso interessante.
Le valute dei mercati emergenti sono più che mai convenienti rispetto al dollaro da almeno due decenni a questa parte, secondo i parametri di valutazione dei nostri economisti: sono, infatti, sottovalutate di circa il 20% rispetto al dollaro, con il renminbi più conveniente che mai sulla base della parità di potere di acquisto. Nel frattempo, il rendimento delle obbligazioni in dollari dei mercati emergenti è del 6,4%, più del doppio delle omologhe statunitensi.In momenti come questo, per investire è necessario un po’ di coraggio e un’analisi molto attenta. Ma le possibili ricompense sono commisurate.

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“Prospettive globali sui Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su domenica, 12 agosto 2018

A cura di Krishan Selva, Client portfolio manager, Mercati Emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Per le azioni dei mercati emergenti sono stati sei mesi ricchi di avvenimenti. Nel 2017 questa classe di attivi ha messo a segno una performance annua tra le migliori del decennio. Gli investitori hanno pertanto inaugurato il 2018 con un atteggiamento positivo, sostenuto dall’apparente solidità dei mercati globali. L’iniziale euforia è però lentamente andata scemando alla luce della prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che ha penalizzato tutti i mercati globali. Di conseguenza, gli investitori mettono ora in discussione le stime di crescita in molte economie. Ne consegue che difficilmente l’eccellente performance dello scorso anno potrà ripetersi anche nel 2018. I primi sei mesi dell’anno sono stati contraddistinti dalla volatilità, che ha interessato sia l’economia globale nel suo insieme sia i mercati emergenti nello specifico. Tuttavia, c’è più di un elemento che fa ben sperare. Tradizionalmente, i mercati emergenti sono stati contagiati molto facilmente dalla volatilità dei mercati sviluppati. Si ritiene pertanto che, in caso di rallentamento dei mercati sviluppati, li seguirebbero a ruota anche quelli emergenti. Inoltre, in passato era opinione diffusa credere che se il dollaro USA si rafforza, i mercati emergenti subiscono un deflusso di capitali. A fronte di un incremento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, generalmente il denaro degli investitori tornava ad affluire nell’economia a stelle e strisce.
Tuttavia, i mercati emergenti hanno dato prova di una tenuta molto maggiore rispetto a quella che avrebbero esibito in condizioni analoghe 10 anni fa. In passato, le economie delle piazze emergenti facevano affidamento sul capitale di investitori esteri, mentre oggi sono autosufficienti. Ciò appare evidente dalla robustezza e profondità dei mercati obbligazionari locali, dai flussi di fondi nazionali, dal miglioramento dei saldi delle partite correnti e dagli ottimi dati sugli utili societari. L’aumento dei tassi d’interesse – e il conseguente apprezzamento del dollaro USA – non hanno innescato un esodo dai mercati emergenti. Ciò dimostra che le economie in via di sviluppo sono ora molto più solide.I mercati emergenti sono sostenuti anche dalle tendenze di lungo periodo. La massiccia produttività e la crescita della popolazione continueranno a tradursi in un rafforzamento dell’espansione economica. Le società beneficiano dell’incremento dei consumi interni. Per esempio, Alibaba, il colosso dell’e-commerce, vanta utili straordinariamente robusti. Se 10 anni fa i mercati fossero stati alle prese con timori di inflazione su scala globale, rallentamento della crescita mondiale, preoccupazioni relative al settore tecnologico (per quanto riguarda la riservatezza dei dati), una potenziale guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e un rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve statunitense, sarebbe stato logico attendersi correzioni anche violente dei mercati emergenti. È invece rassicurante notare che, alla luce del rafforzamento delle nostre economie in questo stesso contesto, la correzione che ha interessato i mercati emergenti non è stata più marcata di quella verificatasi, ad esempio, in Europa. Eliminare i pregiudizi comportamentali ricopre un ruolo importante per noi investitori, che ci prefiggiamo inoltre di aiutare i nostri clienti a superare i loro preconcetti. A titolo esemplificativo, un’altra percezione comune è che le tecnologie siano più avanzate nei mercati sviluppati rispetto agli omologhi emergenti. Tutt’altro: in molte aree geografiche i mercati emergenti procedono a un ritmo molto più rapido.
WeChat, l’equivalente cinese di WhatsApp, ad esempio, vanta molte più funzioni dell’applicazione americana. WeChat Shake consente agli utenti che si sentono annoiati o soli di scuotere il cellulare e rilevare altre persone che stanno facendo lo stesso gesto nelle vicinanze per iniziare una chat con loro. WeChat Moments è invece una combinazione fra Twitter e Facebook, che permette agli utenti di condividere fotografie e aggiornamenti con gli amici. WeChat Pay, la funzione di pagamento dell’app, semplifica molti aspetti dei pagamenti online, dalla divisione fra amici di un conto al ristorante al pagamento di una bolletta.Se guardiamo al prosieguo del 2018, la volatilità macroeconomica appare destinata a perdurare. Qualora Donald Trump dovesse continuare ad applicare rigidi dazi doganali sulle importazioni nel tentativo di ridurre il disavanzo commerciale del paese, ciò avrà ripercussioni di enorme portata sui mercati globali. Il presidente statunitense ha inoltre minacciato di imporre tariffe anche all’industria automobilistica europea. Sono in corso discussioni dall’esito tuttora incerto con il Messico e altri paesi in merito alla rinegoziazione dell’Accordo nordamericano di libero scambio (North American Free Trade Agreement, NAFTA).Anche il settore lattiero-caseario del Canada è ora nel mirino di Trump. Se si continuerà a proseguire sulla strada del protezionismo commerciale, ciò sarà fonte di preoccupazione non soltanto per i mercati emergenti ma anche per quelli sviluppati.L’impatto della rinegoziazione dei trattati commerciali causerà un aumento della volatilità di mercato a breve termine. Su un orizzonte di più lungo periodo si prospettano cambiamenti di natura strutturale. Gli Stati Uniti perseguono una politica di protezionismo, rinunciando di conseguenza alla posizione di leader e arbitro del mondo libero che da tempo detenevano. Ciò sortirà effetti a più lungo termine sull’economia americana e su quella globale nel suo insieme.
Se, da un lato, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, dall’altro lato la Cina si sta dimostrando più attenta all’ambiente. Infrastrutture, trasporti ed energia sono tutti settori che stanno beneficiando dell’iniziativa cinese ad ampio spettro “One Belt One Road”. Altre nazioni reagiscono ricalibrando i propri rapporti con Cina e Stati Uniti, come ad esempio le Filippine: mentre in passato erano strettamente allineate agli Stati Uniti, ora il paese appare maggiormente orientato verso la Cina.Per quanto concerne l’America Latina, man mano che avanzerà il ciclo elettorale si avrà anche maggiore chiarezza a livello politico. Tra i paesi dove di recente si sono svolte elezioni figurano Messico e Colombia, mentre in Brasile l’appuntamento alle urne è fissato per ottobre 2018. Nell’attuale fase di incertezza, per avere successo è fondamentale che gli investitori sappiano individuare società solide in fase di crescita e in grado di rimanere flessibili. Se gli Stati Uniti proseguiranno sulla strada del protezionismo, Europa e Asia potrebbero intensificare la collaborazione reciproca e promuovere una più libera circolazione delle merci tra i due continenti.Quali saranno le principali opportunità e sfide per gli investitori nella seconda metà del 2018?
Nella seconda metà dell’anno, la sfida primaria per gli investitori consisterà nel mantenere i nervi ben saldi dopo la volatilità del primo semestre. Sebbene i mercati emergenti abbiano accusato una flessione, i timori di conflitti commerciali risultano però ormai in gran parte scontati dal mercato. Anziché investire in un mercato ai massimi, adesso è invece il momento di mettersi alla ricerca di opportunità. In questo caso la via più difficile è allo stesso tempo quella potenzialmente più remunerativa.Come strategia per contrastare l’incertezza, abbiamo scelto per il nostro portafoglio di allontanarci dalle società cicliche e stiamo investendo in aziende meno esposte al tema del protezionismo commerciale che siano al contempo ben posizionate per trarre vantaggio dai consumi interni. Ricerchiamo, ad esempio, aziende che producono latticini e bevande.In termini fondamentali, la dinamica dei mercati emergenti resta intatta, con buoni risultati sul fronte delle aziende e degli utili. L’arretramento osservato è imputabile a timori di ordine macroeconomico, il che significa a nostro avviso che ci sono opportunità d’acquisto. Come sempre resterà essenziale selezionare gli investimenti in modo estremamente attivo.

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Mercati emergenti e guerra commerciale

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

By Dara White. Nel primo trimestre del 2018 la volatilità è tornata a farsi sentire. Il timore principale che molti investitori nutrono è legato alla prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Una simile eventualità comprometterebbe gli importanti rapporti commerciali sino-statunitensi, e sussiste il rischio che altri paesi, come la Corea del Sud, possano restare vittime del fuoco incrociato.
Il rallentamento della crescita globale, l’indebolimento del dollaro, il rialzo delle quotazioni petrolifere e la decisione di innalzare i tassi d’interesse presa dalla Federal Reserve a marzo 2018 sono tutti fattori che hanno alimentato la sensazione di trovarci all’inizio di una fase più incerta.
A nostro avviso, però, malgrado la retorica sull’argomento possa sembrare allarmante, le due parti in causa comprendono che una guerra commerciale non avrebbe un vincitore. Il presidente Trump ha già iniziato a ritirare sommessamente alcune sue proposte; per il momento ha escluso dall’applicazione dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio importanti partner commerciali quali Corea del Sud e Australia, mentre si stringono accordi a più lungo termine.Dieci anni fa la possibilità di una disgregazione dei legami commerciali tra Stati Uniti e Cina, le due principali economie mondiali, avrebbe scatenato con ogni probabilità un’ondata di vendite nei mercati emergenti. Oggi gli investitori sono meno suscettibili, nonostante altri fattori di incertezza come il rialzo dei tassi USA, e benché una sorta di correzione ci sia stata le azioni dei mercati emergenti fanno segnare un rialzo dell’1% da inizio anno, sovraperformando i mercati sviluppati.È importante considerare le implicazioni di un aumento dei dazi nella giusta prospettiva. Da parte nostra, stimiamo che le restrizioni commerciali prospettate dal governo cinese infliggerebbero agli Stati Uniti una perdita di PIL pari allo 0,08%. D’altro canto, i dazi USA peserebbero sul PIL cinese per lo 0,01%. Allo stato attuale, dunque, l’impatto complessivo dei dazi non è certamente allarmante nei fatti come lo sembra nelle parole dei due contendenti.È improbabile che la Cina venga colpita da un esodo di massa dei produttori manifatturieri. Le imprese hanno già iniziato a cercare sedi operative più convenienti in termini di costi in altri paesi asiatici in risposta all’aumento dei salari in Cina. Vietnam, India, Pakistan e Bangladesh hanno tutti beneficiato, finora, di questo trend. La Cina ha assorbito le perdite e creato nuovi posti di lavoro nel settore terziario e in quello manifatturiero di maggior valore, continuando la sua marcia verso l’obiettivo di crescita del 6,5% nel 2018.
Il rischio reale è legato alla minaccia di un aggravarsi della guerra commerciale. Stando a quanto abbiamo osservato, il governo cinese ha adottato risposte misurate, impegnandosi attivamente in negoziati commerciali e tastando il terreno della diplomazia. Il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato pubblicamente che la Cina non obbligherà le imprese estere a cedere le proprie tecnologie e che rafforzerà la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, dimostrando disponibilità a trovare un compromesso su due temi di grande importanza per gli Stati Uniti. È nostra attuale convinzione che la Cina non voglia rischiare di cadere in una spirale di ritorsioni.Finora la sua risposta è stata abilmente strategica, limitandosi a colpire sei categorie: automobili, soia, materie plastiche, tabacco, sorgo e prodotti chimici. I primi tre settori sono fortemente concentrati negli stati del Midwest, dall’Ohio al Wisconsin, che avevano sostenuto Obama nel 2012 per poi cambiare casacca eleggendo Trump nel 2016. Anche le coltivazioni di tabacco e sorgo tendono a essere localizzate in aree tradizionalmente conservatrici del Sud (Texas, Virginia e North Carolina), dove i Democratici continuano a guadagnare consensi.
Più in generale, alcuni investitori continuano a guardare la Cina con sospetto, facendo notare i costi elevati e la capacità inutilizzata del passato. Le riforme sul lato dell’offerta stanno affrontando questi problemi e molti settori si avviano a registrare nuovamente cash flow positivi. Invece di utilizzare la maggiore disponibilità liquida per espandere la capacità, le imprese ne fanno uso per ripianare i propri debiti, riducendo la propria dipendenza dalla leva finanziaria. Si tratta di una notizia molto positiva per la solidità del sistema bancario e la qualità dei suoi attivi.
La Cina può inoltre trarre indirettamente vantaggio dal ruolo di spicco che potrebbe ricoprire nelle imminenti trattative diplomatiche. Il colosso asiatico potrebbe avere alcuni assi nella manica per risolvere la questione del nucleare coreano, dati i suoi rapporti relativamente buoni sia con gli Stati Uniti che con la Corea del Nord. La recente visita di Kim Jong-un in Cina, in effetti, è stato il suo primo viaggio all’estero nei sette anni trascorsi dalla sua ascesa al potere. Ciò potrebbe ulteriormente avvantaggiare la Cina nei negoziati commerciali con il presidente Trump.
Secondo gli scettici, i rialzi dei tassi negli Stati Uniti e il rafforzamento del dollaro avrebbero potuto provocare una crisi nei mercati emergenti. Ma questo non è accaduto, grazie all’ispessimento dei mercati del debito locale. I mercati emergenti si trovano oggi in una posizione molto più solida rispetto al passato e sono decisamente più capaci di fronteggiare un rafforzamento del dollaro. La Federal Reserve sembra intenzionata ad attuare un programma di rialzo dei tassi lento e graduale; a meno di sorprese improvvise, le difficoltà sono improbabili. È interessante notare che l’ultima volta in cui la Fed ha innalzato i tassi i mercati azionari emergenti hanno registrato un rally, in un contesto caratterizzato da una forte crescita globale sincronizzata. L’evoluzione positiva dei mercati emergenti rende la fase attuale particolarmente interessante per gli stock picker orientati ai fondamentali. La crescita degli utili inizia a consolidarsi, trasformandosi in performance per i titoli azionari.Nel contempo, i titoli appaiono sottovalutati rispetto alla media storica. Se mettiamo a confronto le azioni dei mercati emergenti con le omologhe dei mercati sviluppati, notiamo che i livelli di redditività del capitale proprio sono analoghi. Tuttavia, gli investitori beneficiano di uno sconto valutativo del 20% quando scelgono i mercati emergenti, che sembrano quindi offrire buone opportunità nel 2018. (A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments – testo integrale su http://www.columbiathreadneedle.com)

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Mercati Emergenti nel 2018: un’altra buona annata?

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 gennaio 2018

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By Raheel Altaf – gestore del fondo Emerging Markets. Anche se hanno cominciato a risalire circa 20 mesi fa, il 2017 è stato l’anno in cui i mercati emergenti sono decisamente ritornati ad essere di moda. Grazie al miglioramento dei dati economici, alla resilienza delle valute e a prospettive più rosee sugli utili, le azioni dei mercati emergenti sono salite del 70% dai minimi registrati agli inizi del 2016, con una performance che ha superato del 20%, in dollari, quella dei mercati sviluppati.
I guadagni realizzati dagli investitori nei mercati emergenti nel 2017 sono indicativi dei risultati che ci si può attendere quando le tendenze macroeconomiche procedono di pari passo con quelle microeconomiche. Alla fine del 2017, però, gli investitori si sono chiesti se la ripresa fosse stata sostenibile. In un periodo di sovraperformance, gli umori sono calati ultimamente. In particolare, i prezzi di alcune fra le più importanti azioni tecnologiche asiatiche sono diminuiti, ma non si dovrebbe giungere a conclusioni affrettate. È possibile che questo sia l’inizio di un’ampia rotazione, con la vendita delle azioni di società della “new economy” molto popolari fra gli investitori, ma potrebbe anche trattarsi di investitori che ottengono profitti a fine anno.
Nell’ambito dei mercati emergenti, un’area che continua ad essere trattata con molto scetticismo è quella delle imprese di proprietà pubblica (IPP) ma è possibile che nel 2018 le percezioni cambino. Ci sono alcuni segnali che le riforme che si stanno attuando nell’ambito delle imprese pubbliche possano dar vita ad un contesto più favorevole per gli investitori privati. Nel caso di alcune IPP cinesi, si è visto che l’attuazione di politiche che ne hanno aumentato la redditività hanno prodotto sorprese positive.
Intanto, l’annuncio avvenuto nel 2017 che l’India ricapitalizzerà le banche pubbliche per affrontare il problema dei crediti inesigibili del Paese è un’ulteriore prova dell’impatto positivo che le politiche possono avere sulle imprese di proprietà pubblica. In entrambi i casi, un rialzo dei prezzi delle azioni indicano che eventuali riforme adottate sulla stessa falsariga nel 2018 potrebbero tradursi in un grosso vantaggio per gli investitori, specialmente alla luce del fatto che le imprese di proprietà pubblica sono fortemente sottovalutate rispetto alle imprese private.
La tesi di investimento, Siamo consapevoli delle sfide che si manifesteranno per i mercati emergenti nel 2018. Innanzitutto, i tentativi della Cina di affrontare i rischi del sistema finanziario potrebbero avere un impatto sulla crescita globale. Poi, le banche centrali dei paesi sviluppati continueranno a normalizzare la politica economica. Infine, è probabile che diversi rischi di natura geopolitica occuperanno le prime pagine dei giornali, con conseguenze imprevedibili per gli umori del mercato. Eppure ci sono buoni motivi per ritenere che le azioni dei mercati emergenti possano continuare a dare buona prova di sé. La ripresa sincronizzata in atto nell’economia globale è un ambiente ideale per i mercati emergenti e, se da un lato il ritmo sostenuto del rialzo ha cominciato a ripristinare la fiducia degli investitori in questo tipo di investimento, dall’altro il cambiamento dell’asset allocation dai paesi sviluppati ai mercati emergenti è ancora nella fase primordiale. Inoltre, su base relativa, le valutazioni restano interessanti. L’Indice MSCI Emerging Markets presenta un rapporto prezzo-utili a 12 mesi pari a 12,4x, con uno sconto del 28% rispetto ai mercati sviluppati. (foto: Raheel Altaf)

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Mercati emergenti e valute

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

indici di valuta globaleI dati sulla Cina hanno iniziato a mostrare segnali di miglioramento ai margini. Le autorità hanno enfatizzato la stabilizzazione della crescita, a spese delle riforme, sul lato dell’offerta, necessarie a sostenere la stabilità economica di lungo periodo. Le autorità hanno fissato un obiettivo minimo di crescita dal 6.5% per quest’anno, prevediamo dunque una continuazione della politica monetaria e fiscale di sostegno. Tutto ciò potrebbe sostenere l’economia nel breve periodo, ma un’ulteriore crescita alimentata dal credito non è un fattore positivo per le prospettive economiche di lungo termine, considerati l’eccesso di capacità produttiva e gli alti livelli indebitamento del settore privato. Nel medio periodo, di conseguenza, continuiamo a osservare con preoccupazione i rischi di ribasso dell’economia.Per quanto riguarda la crescita dei mercati emergenti, ci sono state significative correzioni negli ultimi anni. Siamo ancora in attesa tuttavia di riscontrare segnali concreti di una svolta positiva nei fondamentali dei mercati emergenti e alcuni di essi continuano a doversi confrontare con un eccesso di debito nel settore privato e/o sfide politiche concrete.Le valute dei mercati emergenti
Renminbi cinese
Siamo short sul renminbi cinese. Non prevediamo un’unica svalutazione, riteniamo invece che le autorità proseguiranno l’attuale linea politica, continuando a combinare una modesta debolezza della valuta e bassi tassi di interesse per garantire la prosecuzione delle condizioni monetarie di alleggerimento. Il conto capitale resta molto più permeabile di quanto i policy maker siano disposti ad ammettere e ciò, con l’accelerazione della crescita della moneta al 14%, potrebbe apportare pressione ai deflussi di capitale.
Rupia indonesiana
Restiamo sovrappesati sulla rupia indonesiana. La valuta continua a trarre beneficio dai consistenti flussi di investimento dovuti a uno scenario economico discreto e a un’agenda delle riforme soddisfacente. Abbiamo regolato la nostra sovraesposizione durante il trimestre, ritenendo che la valuta continuerà a trarre vantaggio dalla solidità del contesto strutturale.
Rublo russo
A gennaio abbiamo tenuto una posizione underweight, che si è rivelata positiva poiché la valuta ha raggiunto minimi record con la debolezza dei prezzi del petrolio. Il successivo rafforzamento di questi a livelli moderatamente alti ha rappresentato un fattore di sostegno per il rublo e ci ha incoraggiati ad assumere una posizione overweight, soprattutto considerato il tono più aggressivo della banca centrale. Restiamo dunque sovrappesati sul rublo russo rispetto alla posizione underweight adottata sul rand sudafricano.
Peso colombiano
Prevediamo che le dinamiche di sostegno alla domanda e all’offerta di petrolio sorreggeranno il peso colombiano, soprattutto quando le paragoniamo alle valute regionali maggiormente dipendenti dal rame. I prezzi più stabili del petrolio dovrebbero iniziare a guidare la ripresa delle esportazioni durante l’anno. Ciò dovrebbe favorire la contrazione del deficit commerciale del Paese, soprattutto considerando che le importazioni continuano a rallentare rapidamente e che gli effetti negativi di El Nino sulla bilancia commerciale iniziano a diminuire. La valuta dovrebbe anche ricevere sostegno da ulteriori rialzi dei tassi di interesse che, a nostro avviso, il mercato non ha ancora prezzato completamente. Di conseguenza restiamo sovrappesati sulla valuta.
Peso delle Filippine
Con le elezioni presidenziali ormai concluse, il peso delle Filippine dovrebbe ricevere sostegno, con il calo dei rischi politici e il ritorno dei fondamentali degli investimenti. Il nuovo Presidente ha rilasciato alcuni commenti provocatori durante la campagna elettorale, ma ha adottato un tono più conciliante dal momento della vittoria, e la sua comprovata esperienza nella gestione di Davao City è un fattore positivo per le caute politiche economiche e di business che verranno in seguito adottate. I fondamentali restano un elemento di sostegno, con prospettive di crescita solida durante l’anno (soprattutto se paragonata agli altri Paesi affini della regione) e un modesto avanzo delle partite correnti. La posizione del Paese nei confronti dell’estero dovrebbe essere sostenuta da un’ulteriore normalizzazione delle rimesse dai lavoratori all’estero e dalle entrate provenienti dalle società che operano attraverso l’outsourcing dei processi di business. (Marcello Villa)

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Cciaa di Udine: Destinazione Australia

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 novembre 2009

Da meta prescelta dagli emigranti friulani a partner commerciale di spessore. L’Australia è, per il Friuli Venezia Giulia, un mercato particolarmente attrattivo: il 57% dell’intero export regionale è diretto verso il Paese oceanico, per un valore complessivo che a giugno 2009 ha raggiunto quota 17 milioni 309 mila euro (+53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).  Per le aziende del comparto, la Cciaa di Udine ha ospitato la presentazione di un nuovo dvd (capofila del progetto è la Camera di Commercio italiana in Cina) che propone una panoramica sulle possibilità di business offerte da alcuni mercati emergenti (Sudafrica e Sudest asiatico). Strumento diretto e interattivo, il supporto multimediale contiene interviste a operatori del settore, nonché dati e informazioni utili per l’approccio a questi mercati.

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Warrant group investe in India

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2009

Warrant Group, leader di mercato a livello nazionale che opera nella consulenza per la finanza agevolata ed ordinaria dal 1995, si internazionalizza ed investe in India con l’acquisizione di Agré International, società con sede a Mumbai, fondata da Aude Pouplier, che vanta un’esperienza internazionale focalizzata e specializzata nei servizi di internazionalizzazione ed assistenza alle aziende interessate ad investire in India. Il mercato indiano è un mercato protetto ed il meno colpito dalla crisi internazionale. Infatti nonostante la crisi finanziaria mondiale e le ripercussioni sulle economie dei mercati emergenti, il tasso di crescita del prodotto interno lordo indiano oggi si attesta intorno al 7,1%, facendo dell’India una delle economia in più rapida crescita al mondo e con le maggiori potenzialità di sviluppo nei prossimi anni. Tanto che il governo indiano continua ad investire nello sviluppo delle infrastrutture, come dichiarato dal Ministro degli Affari Esteri e delle Finanze, Pranab Mukherjee, il governo indiano ha approvato 37 progetti di infrastrutture del valore di 700 miliardi di rupie nel solo periodo di agosto 2008-gennaio 2009. La popolazione complessiva in India conta 1,3 miliardi di persone, tra cui oltre 200 milioni con un livello di reddito medio alto, mentre oltre 10 milioni sono le persone considerate molto benestanti.
Warrant Group Srl (www.warrantgroup.it), che opera nell’area della consulenza per la finanza agevolata ed ordinaria dal 1995, ha consolidato negli anni la sua leadership a livello nazionale, specializzandosi via via negli anni nei servizi di consulenza in finanza (agevolata, ordinaria, europea) e sviluppando un’area specifica dedicata al trasferimento tecnologico. Oltre alla sede generale di Correggio in provincia di Reggio Emilia ed alle sedi di Torino e Treviso, Warrant Group ha aperto una sede a Stezzano (BG) all’interno del parco scientifico tecnologico Kilometro Rosso.La società, che si avvale di una struttura di oltre 100 persone sull’intero territorio nazionale, ha un portfolio di oltre 3.000 clienti. La professionalità ed il know how di Warrant Group l’hanno portata a concludere convenzioni con i più importanti Istituti di Credito a livello nazionale ed associazioni territoriali di Confindustria.
Agré International nasce a Mumbai su iniziativa di Aude Pouplier, esperta nel settore con importanti esperienze maturate in società di consulenza internazionale come Andersen Consulting e 17 anni di attività nel campo dei processi di internazionalizzazione di aziende in settori diversificati (tra i quali spiccano il metalmeccanico, l’agroalimentare, i servizi e i beni di consumo/lusso) principalmente compiuti in Asia (India e Cina), in USA e in Russia. ‘Boutique’ della consulenza strategica nell’internazionalizzazione, il team multiculturale di Agrè International Group, guidato da Aude Pouplier, che ne è Presidente, è composto da 25 professionisti con formazione internazionale ed importanti esperienze nel settore dell’internazionalizzazione industriale. Agrè International dispone inoltre di un network consolidato in più di 40 Paesi.

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