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Un saggio sull’alimentazione in ostaggio

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 marzo 2016

alimentazione in ostaggioUn mercato delle sementi controllato da pochissime multinazionali; carne prodotta in laboratorio con l’ausilio di stampanti 3D; prodotti agricoli irrorati di pesticidi non sempre adeguatamente testati nella loro tossicità; fondazioni, come quella di Bill e Melinda Gates, che finanziano think-tank e organismi governativi i cui interessi nel campo dell’alimentazione sono agli antipodi rispetto agli obiettivi delle loro non-profit. Questi sono alcuni aspetti della dettagliata e documentata analisi del controllo e del potere esercitato dalle multinazionali dell’alimentazione su tutta la filiera produttiva, che José Bové e Gilles Luneau propongono nel loro nuovo e rivoluzionario saggio L’alimentazione in ostaggio. Le mani delle multinazionali su quel che mangiamo (Editrice Missionaria Italiana, prefazione di Carlo Petrini), in libreria da giovedì 31 marzo. L’obiettivo di José Bové, contadino, attivista, ecologista e oggi deputato del Parlamento Europeo nella lista dei Verdi, e di Gilles Luneau, giornalista francese esperto di globalizzazione e di questioni agro-alimentari, è quello di denunciare come, negli ultimi decenni, il capitalismo e il suo spirito di profitto abbiano conquistato anche la società rurale, mettendo le mani sulla produzione agricola e, di fatto, impedendoci di scegliere come e con che cosa alimentarci. Gli Autori illustrano come, in pochi anni, un manipolo di aziende transnazionali siano arrivate ad esercitare un controllo quasi totale sul nostro cibo, fornendo da una parte le sementi da loro selezionate e, dall’altra, i fertilizzanti e i pesticidi chimici necessari a non farle ammalare. «Sementieri con la mano sinistra, chimici con la destra, Basf, Bayer, Dow, Chemical, DuPont, Monsanto, Syngenta si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale di pesticidi» denunciano Bové e Luneau. O ancora, l’erosione della biodiversità nel campo dell’allevamento, dove per «guadagnare tempo» si raccolgono ovuli già fecondati da una mucca di ottima razza, per poi impiantarli in venti vacche portatrici per ottenerne una migliore e più selezionata; si acquistano embrioni «a pacchetto» per «generare» greggi di pecore omogenee; si selezionano i puledri delle cavalle da corsa e così via, costringendo i contadini a comprare embrioni pre-confezionati che saranno capaci di resistere al cambiamento climatico, invece che seguire metodi antichi e naturali nel rispetto degli animali stessi e dell’ambiente.Tuttavia, come sottolinea Carlo Petrini nella sua prefazione al volume, la forza de L’alimentazione in ostaggio risiede nella capacità degli autori di «svelare al grande pubblico, sia con i loro scritti che con il loro attivismo, le storture di un sistema alimentare che non funziona e il cui obiettivo, ormai da tempo, non è più “nutrire gli esseri umani” ma è diventato “riempire le tasche di alcuni (molto pochi) di loro”».
Non tutto però è perduto. Bové e Luneau, infatti, danno spazio anche alla speranza, elogiando l’operato dei contadini e di semplici cittadini che, con le loro battaglie, possono rifiutare questi meccanismi di controllo e, attraverso scelte informate e responsabili, diventare consumatori veramente liberi. «Non esiste società senza speranza» rimarcano gli autori. «Le speranze migliori sono quelle che si portano e che vengono condivise. Le nostre – a parte le nostre lotte nel Parlamento europeo, sulla stampa e sul terreno delle nostre vite – le leggiamo nelle iniziative dei contadini e dei cittadini».Ricco di infografiche a colori curate da Hughes Piolet, dati scientifici e curiosità – solo per ricordarne alcuni, si scopre che le mele sono la frutta che contiene il più alto residuo di pesticidi, mentre l’avocado il più basso; o che dal 1903 al 1983 si sono perse circa 461 varietà di insalata, 516 varietà di cavolo e 329 varietà di pomodori; infine, che per produrre 1.000 calorie di carne bovina sono necessari 1642,2 litri di acqua, a confronto dei «soli» 145 litri utilizzati per la carne di pollo, il che rende la carne di mucca quella con la più alta impronta ecologica – il volume è una lettura necessaria per coloro che vogliono riappropriarsi dei loro «piatti» e non sottostare alle logiche di profitto di poche multinazionali. (foto: alimentazione in ostaggio)

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