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Brexit: Come si sono preparati i mercati al referendum e come hanno reagito

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 giugno 2016

granbretagnaDa febbraio, quando è stato annunciato il referendum, a parte brevi periodi, i mercati hanno sempre prezzato una probabilità molto bassa per l’uscita della Gran Bretagna. Come abbiamo già discusso in altre occasioni, solo credito e valute hanno visto qualche movimento anomalo nei primi mesi, mentre azionario e tassi d’interesse hanno ignorato a lungo l’avvicinarsi del referendum. Con i mercati in piena modalità risk-on da marzo a maggio, l’esito (positivo) del referendum era dato per scontato.Il fatto che i sondaggi suggerivano al contrario una preferenza per l’opzione “leave”, è stato realizzato solo con l’inizio di giugno.L’umore è poi di nuovo cambiato all’inizio della scorsa settimana dopo – triste a dirsi – l’omicidio per motivi politici della parlamentare Labourista Jo Cox, forte sostenitrice della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Sull’onda di quotazioni sempre più alte, i mercati hanno iniziato a scommettere fortemente contro uno scenario di Brexit per poi realizzare, la mattina del 24 giugno, quanto si fossero sbagliati.Il fatto che pochi grossi scommettitori avessero fatto pendere le quotazioni a favore del “remain”, mentre un numero molto maggiore di piccole scommesse si stavano in realtà muovendo in direzione contraria, ha ingannato tutti.La prima ora di contrattazione è stata impressionante.Come si evince dalla tabella sottostante che riassume le performance degli “attori principali “della Brexit, nelle settimane prima del referendum, il crollo del 24 giugno è stato notevole.Inizialmente gli indici azionari hanno perso assieme alla sterlina, per poi invertire rotta nella settimana prima del referendum e infine passare totalmente in modalità risk-off il giorno dopo il referendum.Il 24 giugno la sterlina ha perso l’8.1%, i titoli di stato inglesi hanno guadagnato più dei titoli di stato tedeschi e l’oro è salito del 4.7%.Sul fronte azionario, il FTSE 100 è stato in parte salvato da una sterlina debole e le sofferenze maggiori sono state riservate a Giappone e Eurozona, il primo a causa dello Yen e del suo status di valuta rifugio e la seconda per i timori di contagio economico e politico.
Nonostante i forti movimenti del venerdì del Brexit, si è presto realizzato di essere meno spaventati del previsto. Perché?
Partiamo dalle conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’UE.essuno può prevedere il peso delle perdite economiche per entrambe le aree geografiche ed è ancora difficile da stabilire se ci saranno crisi finanziarie, mercati ribassisti e /o una recessione nel Regno Unito.Molto più preoccupanti sono invece le conseguenze politiche di questo evento, visto che potrebbe compromettere la crescita in atto nell’Eurozona e quanto di positivo è stato fatto finora.
La Spagna è stata la prima di un ciclo di elezioni politiche che nei prossimi due anni coinvolgeranno tutte e 5 i maggiori paesi dell’Eurozona (Spagna, Paesi Bassi, Francia, Germania e Italia). In ottobre in Italia si terrà un importante referendum costituzionale che di fatto deciderà il destino dell’attuale governo. Per non parlare poi delle elezioni statunitensi a novembre.
contrattazioneIl punto importante è che tutti questi timori non sarebbero spariti in caso avesse vinto l’opzione remain. L’Unione Europea (in particolare l’Eurozona), non sta funzionando come dovrebbe e continuare a far finta del contrario sarebbe inutile e dannoso. Adottare una moneta unica senza armonizzare le politiche fiscali è stata una mossa azzardata, e gli egoismi nazionali hanno fatto il resto, con o senza Brexit. La politica dell’austerità comunque ha fatto male soprattutto all’unione monetaria stessa.In secondo luogo, prima che la Brexit diventi effettiva passerà molto tempo. Dando le dimissioni e di fatto scaricando sul successore la scelta di attivare o meno l’Articolo 50 (la notifica ufficiale con il Regno Unito deve comunicare l’intenzione di lasciare l’UE), David Cameron ha allungato in modo indefinito la lunghezza di tutto il processo. Il Regno Unito potrebbe usare questa posizione di vantaggio come leva sulla negoziazione di alcuni punti chiave (come l’immigrazione), e non è improbabile che l’Articolo 50 non venga mai effettivamente attivato.Quale personaggio politico sarebbe disposto ad assumersi la piena responsabilità di un gesto storico così potenzialmente disastroso?Gli investitori sembrano pensarla allo stesso modo. Dopo le prime ore di contrattazione, dove si sono concentrate le maggiori perdite, i mercati si sono calmati e sembrano più attendisti che disperati.Infine, pensando agli investitori, è bene ricordare che un portafoglio diversificato può reggere bene l’impatto di questo tipo di eventi. Avere più idee d’investimento sottostanti all’asset allocation, in grado di ampliare le fonti di rendimento del portafoglio, può aiutare a superare queste fasi limitando le perdite. Anzi, tramite una buona esposizione valutaria, un euro debole può aiutare a far guadagnare il proprio portafoglio.
Un discorso a parte lo merita l’attuale scenario politico britannico. Se le conseguenze economiche risultano difficili da prevedere, possiamo per ora soltanto prendere atto dell’incertezza che caratterizza il panorama politico britannico in questi giorni.
Non si sa ancora chi sostituirà David Cameron, né se il cambio di leadership avverrà prima di ottobre; il partito di opposizione sta cadendo a pezzi; il discontento tra chi ha votato per rimanere nell’Unione Europea è sempre più grande, soprattutto vista la reazione dei principali leader euroscettici, apparsi il giorno della vittoria sbigottiti e impreparati a un’eventualità di questo tipo. L’espressione pallida e atterrita di Boris Johnson riassume idealmente quello che sta succedendo nel Regno Unito in queste lunghe e difficili giornate. (A cura di Roberto Rossignoli, Junior Portfolio Manager in MoneyFarm) (grafico: contrattazione)

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Export mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 giugno 2014

SACE, il gruppo assicurativo-finanziario che sostiene la crescita e la competitività delle aziende italiane, ha presentato oggi REthink, il Rapporto con le previsioni sui trend dell’export italiano per il 2014-2017, con un focus dedicato al tessuto imprenditoriale del Nord Est.
“Sono molto lieto di presenziare a quest’importante evento, di incontro e confronto con le imprese, nel cuore del Triveneto, una delle aree italiane più orientate ai mercati internazionali – ha dichiarato il presidente di SACE, Giovanni Castellaneta, in apertura dei lavori -. I nostri studi lo confermano: grazie a un’elevata capacità di riadattamento, innovazione e specializzazione, le imprese del Nord Est hanno saputo anticipare i tempi e reagire alle difficoltà congiunturali, intercettando le migliori opportunità al di fuori dell’area euro e realizzando, solo nel 2013, 70 miliardi di export”.“Questo dinamismo trova pieno riscontro anche nell’operatività della nostra Sede di Venezia, che segue tutte le imprese del Triveneto – ha spiegato Simonetta Acri, direttore Rete Italia di SACE -. Da qui, anche attraverso i nostri presidi a Padova, Verona, Pordenone e Trento, solo nell’ultimo anno abbiamo servito più di 3 mila imprese, in prevalenza Pmi, per oltre 5 miliardi di euro di operazioni assicurate”.
Nel 2013 nel Triveneto hanno registrato le migliori performance i settori di punta dell’export Made in Italy: le tecnologie industriali ma anche i beni di consumo, che da soli hanno sfiorato il valore di 40 miliardi di euro di esportazioni, forti dell’indiscutibile appeal che esercitano sui mercati emergenti.La filiera agroalimentare, ad esempio, ha messo a segno un tasso di crescita dell’export del 5,7%; i gioielli e mobili del 3,1% (tasso che diventa a due cifre nei mercati emergenti, raggiungendo il 15% nei mercati mediorientali); il settore moda, in aumento del 3,1% a livello globale, è balzato al 19% nel Far East. Anche le tecnologie industriali hanno realizzato performance positive all’estero, trainate dalla meccanica strumentale, che da sola ha generato 15 miliardi di euro di export (+2,1% rispetto all’anno precedente) e dalle apparecchiature elettriche (+5,4%) che trovano nella “Inox Valley” un territorio di eccellenza transfrontaliero. Interessanti prospettive sono offerte anche da altri distretti: spiccano le performance dell’occhialeria di Belluno, della concia di Arzignano e dei vini di Conegliano e Valdobbiena e del Veronese.Rilevazioni che trovano conferma nel Rapporto di SACE, che inserisce quasi tutti questi comparti nella classifica Top Sector, ovvero la classifica dei settori di punta per l’export italiano nei prossimi quattro anni (2014-2017): l’agroalimentare, best performer a livello nazionale, con previsioni di crescita dell’export all’8,9%, seguito dalla meccanica strumentale (8,5%) e, qualche gradino più in basso, dal tessile e abbigliamento (7%). Mentre i migliori margini di crescita per l’export di questi settori proverranno dai mercati emergenti: non solo i Brics, ma anche diverse destinazioni meno battute (come Arabia Saudita, Angola, Cile, Filippine e Tailandia) senza dimenticare i mercati avanzati già acquisiti (come Canada e Francia).

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