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Posts Tagged ‘metastasi’

Primo intervento in Italia di rimozione di metastasi ai linfonodi retrofaringei con il robot

Posted by fidest press agency su domenica, 4 agosto 2019

Per la prima volta in Italia, la Chirurgia cervico facciale dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, diretta da Raul Pellini, ha messo a punto una nuova tecnica di asportazione di linfonodi retrofaringei grazie all’utilizzo del robot da Vinci con un accesso dal cavo orale. L’equipe utilizza il sistema robotico da circa 10 anni e vanta una delle maggiori casistiche sebbene i pazienti oncologici che ne possano beneficiare sono in numero limitato.
I linfonodi retrofaringei sono spesso sede di metastasi da neoplasie localizzate nella parte posteriore del naso (rinofaringe). Più di rado si formano metastasi che originano da tumori localizzati nel cavo orale, nella gola o addirittura nella tiroide. Nel 2018 la stima è stata di circa 9.700 nuovi casi di tumore del testa-collo, 7.400 tra gli uomini e 2.300 tra le donne (dati Aiom). Circa il 50% dei pazienti affetti da carcinoma del rinofaringe può sviluppare metastasi ai linfonodi retrofaringei.
Per via della posizione difficilmente raggiungibile, il trattamento delle metastasi nei linfonodi retrofaringei è spesso effettuato mediante la radioterapia. In caso di recidiva, dopo il trattamento radioterapico, l’unica possibilità di cura efficace è l’intervento chirurgico.I classici interventi chirurgici transcervicali, trasparotidei e transmandibolari possono provocare conseguenze estetiche e funzionali anche gravi, visto che il campo chirurgico è ridotto, difficile da raggiungere e occupato da strutture vitali quali l’arteria carotide interna. Questo studio dimostra ed illustra la fattibilità tecnica dell’innovativa procedura chirurgica eseguita con il robot in un uomo di 68 anni.
Grazie all’impiego del Robot quindi e in casi selezionati, è possibile l’ asportazione completa delle metastasi con tempi di recupero molto rapidi e con assenza di conseguenze funzionali di rilievo.Tale esperienza è stata recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista statunitense “Head and Neck”

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Scoperta una molecola che previene la formazione delle metastasi

Posted by fidest press agency su martedì, 30 luglio 2019

I risultati di uno studio italiano, diretto e coordinato da Humanitas e Università Statale di Milano, sostenuto da AIRC grazie al programma 5×1000 guidato dal professor Alberto Mantovani, sono appena stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Immunology*. Al cuore dello studio, la scoperta del ruolo centrale della proteina MS4A4A nell’attivare una risposta immunitaria protettiva contro la diffusione metastatica del tumore. Questa molecola, scoperta in cellule del sistema immunitario, i macrofagi, si associa al recettore Dectina-1, controllandone la funzione. MS4A4A è anche essenziale per attivare un dialogo tra i macrofagi – cellule primitive del sistema immunitario che nei tumori hanno un significato prognostico – e le cellule Natural Killer, che sono in grado di uccidere le cellule tumorali.“Abbiamo scoperto il gene responsabile di MS4A4A 10 anni fa nei macrofagi associati al tumore, ma il ruolo della proteina da esso codificata si è chiarito da poco – spiega Massimo Locati, docente di immunologia all’Università degli Studi di Milano e responsabile del Laboratorio di Biologia dei Leucociti di Humanitas, coordinatore dello studio e corresponding author dell’articolo insieme a Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University. Nei tumori primitivi che ancora non danno metastasi, i macrofagi – che in questa fase sono come poliziotti che stanno per essere corrotti – riconoscono la cellula tumorale e danno alle cellule Natural Killer il segnale di ucciderla. MS4A4A è essenziale affinché i macrofagi possano attivare questa risposta antitumorale, prevenendo così la formazione delle metastasi. Per questa funzione MS4A4A si candida a essere un biomarcatore di macrofagi all’interno dei tumori, una scoperta estremamente importante considerando che è stato recentemente riconosciuto il significato prognostico della presenza di macrofagi nei tumori.MS4A4A appartiene a una famiglia di proteine, una delle quali CD 20 si è dimostrata bersaglio molecolare adeguato per lo sviluppo di terapie immunomodulanti. Questa scoperta pertanto apre anche nuove possibilità terapeutiche basate sull’utilizzo di MS4A4A come possibile bersaglio per innovativi approcci di immunoterapia, a vantaggio di un sempre maggiore numero di malati di cancro.Lo studio ha coinvolto 12 istituzioni, fra cui il William Harvey Research Institute e la Queen Mary University di Londra, ed è stato condotto anche da Irene Mattiola del Dipartimento di Biotecnologie Mediche e Medicina Traslazionale dell’Università Statale di Milano. A Bologna a fine maggio scorso la dottoressa Mattiola ha ricevuto per questo studio uno Young Innovators Italy 2019 Award, l’edizione italiana del premio internazionale della MIT Technology Review. Istituito nel 2010 dalla MIT Technology Review, la rivista del MIT Massachusetts Institute of Technology dedicata all’innovazione, lo Young Innovators Italy premia giovani innovatrici e innovatori provenienti dal mondo della ricerca accademica e aziendale per progetti nel campo delle tecnologie emergenti e con un forte impatto non solo scientifico ma anche commerciale, politico e sociale.

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Epatocarcinoma e metastasi epatiche da carcinoma colo rettale

Posted by fidest press agency su domenica, 21 ottobre 2018

Sono gli argomenti trattati nel consueto convegno annuale organizzato da Humanitas Centro Catanese di Oncologia presso il Grand Hotel Baia Verde di Acicastello. Si stima che l’epatocarcinoma abbia un’incidenza intorno ai 5 casi su 100.000 persone nei paesi occidentali e 110 casi su 100.000 in alcuni paesi sudafricani, dove risulta il tumore più frequente in assoluto per la presenza di moltissimi soggetti contagiati dai virus dell’epatite B e C. “La coesistenza di un quadro di epatite virale, e spesso di cirrosi epatica, condiziona certamente l’approccio terapeutico – spiega la Dott.ssa Salumeh Goudarzi, radiologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia. Da quando sono in vigore i protocolli di screening dei pazienti cirrotici a rischio per lo sviluppo di epatocarcinoma e dopo che i progressi della chirurgia resettiva, di trapianto e delle tecniche percutanee hanno consentito di ottenere soddisfacenti sopravvivenze a distanza – prosegue lo specialista – alle metodiche diagnostiche si richiede, non solo di identificare l’epatocarcinoma quanto più precocemente possibile, ma anche di fornire una stadiazione completa pre-trattamento. Tale scopo viene attualmente perseguito mediante l’impiego delle metodiche di imaging nella diagnosi che si svolge in differenti fasi: identificazione, caratterizzazione ed indicazione a terapie radicali o palliative. L’imaging – conclude – deve fornire elementi per collocare correttamente l’epatocarcinoma nell’ambito della stadiazione proposta dalle linee-guida EASL/AASLD, secondo cui a diversi stadi della malattia corrispondono differenti indicazioni al trattamento”.
Il secondo tema affrontato riguarda le metastasi epatiche da carcinoma del colon: poiché il fegato è la sede principale delle localizzazioni secondarie nel carcinoma del colon, i maggiori sforzi in termini di diagnosi e terapia sono indirizzati a consentire una chirurgia epatica radicale che, a sua volta, potrà offrire considerevoli margini di guarigione.
L’approccio multidisciplinare mira ad ottenere, nel maggior numero di pazienti, una resezione senza malattia residua, utilizzando un trattamento farmacologico di conversione anche nei casi non resecabili o borderline alla diagnosi. Nei pazienti non operabili radicalmente anche dopo terapia medica di conversione, i trattamenti locoregionali, quali termoablazioni o radioterapie stereotassiche, possono intervenire nel controllo della malattia.
Le terapie antiblastiche utilizzano farmaci biologici in associazione a convenzionali regimi chemioterapici, permettendo di consegnare al chirurgo pazienti inizialmente non operabili: “L’obiettivo principale – spiega il dott. Maurizio Chiarenza, oncologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia – è riuscire a colpire la neoplasia in modo sempre più specifico senza aumentare considerevolmente gli effetti collaterali legati ai trattamenti chemioterapici di base. Lo scopo fondamentale è, quindi, ottenere risposte sempre maggiori mantenendo una discreta qualità di vita dei pazienti”.
Il percorso più efficace è dato dall’integrazione tra il trattamento chemioterapico e i farmaci biologici: “In base ai risultati delle analisi biomolecolari – espone il dott. Chiarenza – si scelgono le migliori associazioni polifarmacologiche in grado di dare più vantaggi in termini di risposta e sopravvivenza, con un’incidenza sull’aumento della quota di operabilità dei pazienti metastatici”. Anche la chirurgia conosce continui sviluppi ed è stato possibile apprezzare in diretta video con la sala operatoria di Humanitas alcune fasi di un intervento: “Oggi, sia per quanto riguarda le metastasi epatiche che l’epatocarcinoma – spiega il dott. Sebastiano Mongiovì, chirurgo oncologo di Humanitas Centro Catanese di Oncologia – é possibile intervenire chirurgicamente con resezioni sempre più limitate, mantenendo tutti i criteri resettivi necessari, così da poter rioperare in caso di ricaduta”. La chirurgia cosiddetta “segmentaria” risulta, pertanto, di grande aiuto perché permette di risparmiare maggiori porzioni di organo: “Se le lesioni – continua il Dr. Mongiovì – riguardano solo alcuni segmenti, possiamo intervenire esclusivamente sulla parte interessata, escludendo così asportazioni maggiori che potrebbero avere effetti indesiderati sul paziente. La particolarità tecnica risiede nel clampaggio selettivo che permette di interrompere l’afflusso sanguigno limitatamente ai segmenti interessati dalla resezione, mentre il resto dell’organo rimane perfuso per tutta la durata dell’intervento e questo consente di migliorare i risultati post-operatori per la mancanza di perdite ematiche importanti e di insufficienze epato-cellulari”.

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Epatocarcinoma e metastasi epatiche da carcinoma colo-rettale

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 ottobre 2018

Acicastello (Ct) Venerdì 19 Ottobre Hotel Baia Verde Via Angelo Musco 8/10 Inizio ore 9.00 convegno di oncologia. Oggi più che mai è fondamentale l’approccio multidisciplinare per garantire maggiori possibilità di cura.
In entrambe le patologie, i progressi medici rappresentano un’arma importantissima per gli sviluppi futuri volti a contrastare la malattia in tutte le sue fasi. La diagnosi precoce, un preciso quadro di imaging, le nuove terapie farmacologiche e la chirurgia sono fondamentali per affrontare le neoplasie nel modo più completo e dunque migliore per ogni paziente.
Questi e altri argomenti verranno trattati venerdì 19 Ottobre al convegno organizzato da Humanitas Centro Catanese di Oncologia, presieduto dal dott. Maurizio Chiarenza, oncologo; dalla dott.ssa Salumeh Goudarzi, radiologa; e dal dott. Sebastiano Mongiovì chirurgo.
Durante i lavori, collegamento in diretta video con la sala operatoria di Humanitas Centro Catanese di Oncologia per seguire le fasi più importanti di un intervento di chirurgia epatica o pancreatica.

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Mappate le cellule ibride che potrebbero dare origine alle metastasi

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 maggio 2018

Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano ha realizzato una mappa virtuale delle trasformazioni cellulari che possono portare allo sviluppo di metastasi tumorali. Un simile risultato potrebbe fornire importanti informazioni sulle caratteristiche genetiche delle cellule durante queste transizioni, consentendo agli scienziati di visualizzare l’attività dei geni coinvolti. Gli autori dello studio, pubblicato su PNAS, fanno parte del Centro della Complessità e i Biosistemi (CC&B).La nostra pelle, così come le superfici interne ed esterne dei nostri organi, è composta di cellule epiteliali, connesse fra di loro e strette insieme in strati aderenti che ne restringono la mobilità. In alcuni casi, queste cellule possono perdere le proprie caratteristiche e trasformarsi in cellule mesenchimali, che sono meno legate fra di loro e possono muoversi con facilità. Questo cambiamento avviene durante lo sviluppo embrionale, quando le cellule staminali mesenchimali possono differenziarsi in cellule ossee, muscolari, cartilaginee e adipose, oppure durante la riparazione delle ferite. Ma si verifica anche durante lo sviluppo del cancro: circa l’80% dei tumori maligni umani si origina da cellule epiteliali che sono diventate estremamente aggressive e hanno invaso altri tessuti.Queste cellule ibride sono spesso instabili e le loro variazioni sono determinate da diversi fattori genetici, fisici e ambientali. Per studiare questi complessi sistemi biologici, i ricercatori del CC&B hanno usato un modello matematico per simulare la transizione da cellule epiteliali a cellule mesenchimali, inclusi i loro stati intermedi. In questo modo, sono riusciti a produrre una mappa bi-dimensionale che rappresenta le varie transizioni cellulari come un paesaggio accidentato e irregolare, con caratteristiche simili a quelle dei frattali. Ciascun tipo cellulare, compresi gli ibridi, occupa una ben precisa posizione su questo paesaggio.
In seguito, gli autori dello studio hanno confrontato la loro mappa con i risultati dell’analisi di grandi quantità di geni di tessuti diversi, constatando che il loro paesaggio virtuale combacia con i dati sperimentali e quindi confermandone l’utilità come strumento di analisi e rappresentazione delle informazioni. I ricercatori hanno localizzato le firme genetiche delle cellule epiteliali e mesenchimali, che rappresentano i due opposti stabili e ben definiti della transizione; nel mezzo di questi due estremi hanno mappato e identificato diversi ibridi, particolarmente sensibili a perturbazioni esterne e ciascuno dotato di un proprio profilo genetico. Questo tipo di plasticità è spesso associato al comportamento molto aggressivo delle cellule tumorali. “Un altro aspetto interessante che abbiamo notato è che le caratteristiche frattali del nostro paesaggio virtuale sono simili a quelle che molti studiosi hanno osservato nei solidi disordinati e nei materiali vetrosi”, ha detto Stefano Zapperi, professore al Dipartimento di Fisica e direttore del CC&B, che ha partecipato alla ricerca. “Questo dimostra che i processi di transizione nei sistemi organici e in quelli inorganici hanno alcune caratteristiche comuni”.
Il metodo sviluppato dai ricercatori del CC&B non è solo un modo per visualizzare le possibili conformazioni assunte da questi ibridi cellulari che potrebbero diventare metastasi. La loro mappa, infatti, consente anche di misurare l’attività dei geni correlati a questi stati intermedi, facilitando l’analisi di grandi quantità di dati di sequenziamento genetico.
“I tumori sono eterogenei e l’analisi che abbiamo condotto su singole cellule tumorali ha ampliato la nostra conoscenza dello sviluppo del cancro”, ha concluso Caterina La Porta, professoressa di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano e coordinatrice di questa ricerca. “In particolare, ci aiuta a capire come si originano le metastasi. Infatti, sappiamo che le metastasi possono formarsi anche a distanza di anni e in zone diverse da quelle del tumore primario. Con il nostro approccio possiamo letteralmente vedere come avvengono queste trasformazioni usando i metodi della scienza delle reti su singole cellule. L’obiettivo finale è di superare l’ostacolo dell’eterogeneità tumorale per sviluppare trattamenti personalizzati”.(fonte: Topography of epithelial-mesenchymal plasticity, PNAS,Francesc Font-Clos, Stefano Zapperi and Caterina A. M. La Porta (2018) in press).

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Monitorare il rischio di metastasi grazie alla “biopsia liquida”

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 luglio 2017

tumore metastaticoUtilizzare un test che permetta una diagnosi preventiva e precoce del tumore individuando le prime cellule tumorali circolanti nel sangue; le raccomandazioni scientifiche, i risvolti etici e politici che le modificazioni sul DNA possono determinare; la possibilità di potenziare la risposta immunitaria dell’organismo, al fine di permettergli di eradicare il tumore, grazie alla reinfusione di cellule prelevate dal sangue periferico del paziente e ingegnerizzate ex vivo. Sono alcuni dei temi del meeting “The future of medicine starts now” che si è svolto recentemente a Genova. L’evento è stato organizzato dall’Istituto Giannina Gaslini di Genova ed è stato promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «La continua introduzione di nuove tecnologie genera l’impressione che ogni anno stia per iniziare una nuova era in medicina» spiega Francesco Frassoni, Direttore del Centro Cellule Staminali e Terapia Cellulare dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. «Ogni scoperta scientifica entra rapidamente nella pratica clinica e viene inclusa tra i possibili trattamenti. Abbiamo riunito in questo meeting un gruppo numeroso di speaker internazionali che sono leader assoluti nel loro settore, e siamo orgogliosi del fatto che abbiano accettato di partecipare e di illustrare ai partecipanti i progressi scientifici, tecnologici e terapeutici che saranno sviluppati già da domani e per i prossimi dieci anni».
Il meeting si è aperto con una mattinata dedicata al sequenziamento e all’interpretazione del DNA. «Si tratta della prima di cinque sessioni in cui è stato suddiviso il meeting» racconta Alberto Martini, Direttore Scientifico dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. «Un’apertura non casuale, dato che lo studio e l’utilizzo del DNA sono uno dei nuovi approcci terapeutici nell’era della nuova medicina, così come la terapia cellulare e le nuove frontiere tecnologiche, come le nanotecnologie. Una mattinata che si è chiusa con un’interessante relazione sull’utilizzo delle cellule tumorali circolanti nel sangue per realizzare una “biopsia liquida”, in grado di diagnosticare precocemente il possibile sviluppo di metastasi nelle persone colpite in precedenza da un tumore».
Le metastasi infatti possono essere causate da singole cellule tumorali circolanti o da raggruppamenti di esse (circulating tumor cells o CTC) che si staccano dal tumore originario e che possono raggiungere organi anche distanti. «Le CTC possono essere generate da ogni organo colpito da tumore e rappresentano le cellule con il maggiore potenziale metastatico mimando l’eterogeneità di differenti tipi di cellule tumorali» avverte Harriet Wikman, ricercatrice dell’Istituto di Biologia Tumorale all’Università di Amburgo, Germania. «Il numero e la persistenza delle CTC sono associati a una peggiore prognosi. Specialmente nei tumori al seno, alla prostata e al colon la presenza di CTC rappresenta un fattore prognostico forte e indipendente, sia allo stadio iniziale del tumore sia nei pazienti con metastasi».
La possibilità di raccogliere campioni di sangue consente di monitorare in tempo reale la progressione della malattia. Inoltre l’individuazione di CTC consente di monitorare la risposta del tumore durante il trattamento e l’eliminazione o la riduzione delle CTC a seguito del trattamento è associato a una migliore prognosi. Le CTC mostrano anche nuove alterazioni che possono essere trattate, come nel caso di tumori HER2 positivi e che non sono stati identificati nel tumore primario.
«Lo studio delle CTC, conosciuto come biopsia liquida, ha ricevuto un’attenzione crescente per le numerose applicazioni cliniche nei pazienti con tumore. A causa della rarità di queste cellule nel sangue, generalmente è necessario un approccio a due fasi per identificare le CTC. La prima fase prevede l’arricchimento delle CTC per aumentarne la concentrazione, cui segue l’individuazione delle CTC» prosegue Wikman.
La biopsia liquida può inoltre contribuire a monitorare l’efficacia delle terapie e la risposta di ogni singolo paziente. «Le interazioni tra cellule immuni e cellule tumorali giocano un ruolo importante durante la progressione tumorale e per questo la risposta immune è considerata uno dei segnali caratteristici di tumore. Per la prima volta un significativo numero di pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule e melanoma hanno ricevuto grandi benefici dall’immunoterapia, sperimentando una remissione duratura e una sopravvivenza prolungata. Sfortunatamente pochi esistono marcatori efficaci che possano predire quali pazienti possono avere la migliore risposta a queste terapie. Anche in questo caso, l’utilizzo della biopsia liquida potrebbe aiutare a individuare quei pazienti che rispondono meglio alla terapia».
In conclusione le CTC non soltanto aiutano nella definizione della carica metastatica del paziente, che potrebbe essere anche correlata alla sorveglianza immunologica, ma possono essere utili per determinare le caratteristiche del profilo genomico presente nelle macrometastasi e anche aiutare i clinici a definire il trattamento ottimale per il singolo paziente.

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Metastasi Ossee da Carcinoma Tiroideo in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

lisbonaLisbona. Si chiama M.OS.CA.T.I. (Metastasi OSsee da CArcinoma Tiroideo in Italia) il primo studio multicentrico retrospettivo che ha indagato in ‘real life’ la gestione e i risultati del trattamento delle metastasi ossee derivate dal carcinoma differenziato della tiroide (CDT).Il CTD é il secondo tipo di tumore per frequenza nelle donne di età inferiore ai 50 anni dopo il carcinoma della mammella ed in entrambi i sessi si registrano oltre 15000 nuovi casi l’anno in Italia, con una frequenza circa 3 volte maggiore nel sesso femminile rispetto a quella maschile. I tumori differenziati comprendono carcinomi papillari e follicolari che originano dalle cellule deputate alla produzione degli ormoni tiroidei.
Fortunatamente “Il cancro della tiroide non deve fare paura” sottolinea Andrea Giustina, Full Endocrinology Professor all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano e Presidente Eletto della European Society of Endocrinology “abbiamo strumenti efficaci e linee guida consolidate per il trattamento che prevede chirurgia, terapia radiometabolica con iodio radioattivo e terapia soppressiva con L-tiroxina, che contribuiscono a prevenire la comparsa di recidive o metastasi.Nonostante i tumori differenziati della tiroide siano raddoppiati negli ultimi 20 anni, la prognosi è favorevole nella maggior parte dei casi con un tasso di sopravvivenza a 20 anni del 90%. L’80% dei pazienti ha una remissione completa della malattia dopo il primo trattamento e solo tra il 5 e il 20% sviluppa recidive locali o a distanza”.I protocolli prevedono innanzitutto l’asportazione totale o parziale della ghiandola tiroidea alla quale segue la terapia radiometabolica con iodio radioattivo 131 che consente di eliminare eventuali cellule neoplastiche non asportate dall’intervento chirurgico. La terapia radiometabolica ha un doppio vantaggio: terapeutico e diagnostico, consente infatti di eseguire nei giorni successivi alla somministrazione del radio-iodio una scintigrafia total-body che consente di identificare eventuali metastasi passate clinicamente inosservate al momento della diagnosi del tumore tiroideo.Nello studio MOSCATI il campione era composto da 143 pazienti di età media 60 anni affetti da metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide. Nella maggior parte dei casi le metastasi erano multiple e localizzate a livello della colonna vertebrale. La prima evidenza saltata agli occhi del gruppo di ricercatori italiani è che in circa il 20% dei pazienti con metastasi ossee, il tumore tiroideo si presentava alla diagnosi di piccole dimensioni e con un tipo istologico apparentemente non aggressivo.Purtroppo, esiste un gruppo di pazienti (corrispondenti a circa il 20% della casistica Italiana) nei quali le metastasi ossee perdono la capacita’ di captare lo iodio ed in questi casi la prognosi e’ risultata peggiore sia in termini di complicanze cliniche che di ridotta sopravvivenza.La seconda evidenza è stata la comparsa di eventi scheletrici (come micro fratture) e’ risultata piu’ frequente nei pazienti con metastasi ossee non iodio-captanti ed ha era indicatore di una peggiore prognosi in termini di ridotta sopravvivenza, soprattutto quando le metastasi erano localizzate al femore. “Le linee guida propongono l’utilizzo di tali farmaci anche nei pazienti con metastasi ossee da carcinoma differenziato della tiroide” spiega il dottor Gherardo Mazziotti, primo autore dello ricerca “Ma le evidenze di efficacia evidenziano che meno del 25% dei pazienti accedono a tali terapie nella real-life e nella quasi totalita’ dei casi il trattamento e’ condotto con acido zoledronico in pazienti con malattia avanzata. Pertanto” continua il dott. Mazziotti “lo studio M.OS.CA.T.I suggerisce invece che la terapia con farmaci attivi sullo scheletro (come bifosfonati e denosumab) oggi e’ probabilmente sotto-utilizzata e forse anche male utilizzata nelle metastasi ossee da carcinoma tiroideo probabilmente per la mancanza di studi clinici controllati specifici per questo specifico setting di pazienti”.

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Ipilimumab ha ridotto del 24% il rischio di metastasi a distanza rispetto al placebo

Posted by fidest press agency su domenica, 9 ottobre 2016

tumore gastricoIpilimumab, farmaco immuno-oncologico, ha dimostrato di essere più efficace rispetto al placebo relativamente a tutti gli endpoint di sopravvivenza nello studio di fase III CA184-029 (EORTC 18071) che ha valutato pazienti con melanoma in stadio III ad alto rischio di recidiva dopo resezione chirurgica completa. Nello studio ipilimumab ha significativamente migliorato la sopravvivenza globale (OS), endpoint secondario, con un tasso di sopravvivenza globale (OS) a 5 anni del 65,4% nel gruppo con ipilimumab e del 54,4% nel gruppo trattato con placebo. La sopravvivenza libera da metastasi a distanza (DMFS), endpoint secondario, è migliorata in modo significativo rispetto al placebo e ha registrato tassi a 5 anni del 48,3% e 38,9% rispettivamente nel gruppo con ipilimumab e con placebo. In questa analisi aggiornata a 5 anni, il beneficio di sopravvivenza libera da recidiva (endpoint primario) osservato precedentemente con ipilimumab è stato confermato. Il profilo di sicurezza si è mantenuto in linea con l’analisi iniziale, senza nuovi decessi o segnalazioni sulla sicurezza. I più comuni eventi avversi immuno-correlati di grado 3/4, nel gruppo di pazienti trattati con ipilimumab, erano a livello gastrointestinale (16,1%), epatico (10,8%) ed endocrino (7,9%).
Questi dati saranno divulgati oggi durante la conferenza stampa ufficiale del Congresso della European Society for Medical Oncology e saranno contemporaneamente pubblicati su The New England Journal of Medicine.
“Nonostante l’intervento chirurgico, la maggior parte dei pazienti con melanoma in stadio III manifesta recidiva della malattia e progressione metastatica, rafforzando il bisogno insoddisfatto di terapie sistemiche efficaci in ambito adiuvante” ha affermato Alexander M.M. Eggermont, Direttore Generale del Cancer Institute Gustave Roussy a Villejuif (Francia). “L’impatto di ipilimumab sulla sopravvivenza globale, sulla sopravvivenza libera da metastasi a distanza e libera da recidiva, osservato nello studio -029, offre ai medici nuove conoscenze nel trattamento adiuvante del melanoma”.
Nel melanoma in stadio III la malattia non si è ancora diffusa ai linfonodi a distanza o ad altre parti del corpo e necessita di resezione chirurgica del tumore primario e dei linfonodi coinvolti. La popolazione di pazienti in stadio III è eterogenea e presenta tassi di sopravvivenza tumore-specifica del 78%, 59% e 40% rispettivamente per il melanoma in stadio IIIA, IIIB e IIIC.
“I risultati dello studio -029 sono dati importanti per la comunità scientifica ed evidenziano il nostro continuo impegno nel miglioramento della sopravvivenza in tutti gli stadi del melanoma” ha detto Vicky Goodman, development lead, Melanoma and Genitourinary Cancers, Oncology, Bristol-Myers Squibb. “Ipilimumab è il primo inibitore di checkpoint immunitario a dimostrare un beneficio di sopravvivenza statisticamente significativo nei pazienti ad alto rischio con melanoma in stadio III dopo resezione completa. Con un’ulteriore valutazione dei nostri farmaci immuno-oncologici e di diverse opzioni di dosaggio, siamo impegnati nella ricerca di ogni possibilità terapeutica per il melanoma”.
Il melanoma è un tipo di tumore della pelle caratterizzato dalla crescita incontrollata delle cellule, localizzate nella cute, che producono il pigmento (melanociti). Il melanoma metastatico è la forma più letale della malattia e si manifesta quando il tumore si diffonde dalla sede di origine ad altri organi, come linfonodi, polmoni, cervello e altre aree del corpo. Il melanoma viene classificato in 5 categorie di stadiazione (stadio 0-IV) basate sulle caratteristiche in situ, sullo spessore e ulcerazione del tumore, se il cancro ha raggiunto i linfonodi o si è diffuso ad altri organi. Il melanoma in stadio III è la forma che ha raggiunto i linfonodi regionali, ma non si è ancora diffusa ai linfonodi più distanti o ad altre parti del corpo (mestastasi) e necessita di resezione chirurgica del tumore primario e dei linfonodi locali.
Ipilimumab è un anticorpo monoclonale ricombinante umano che si lega a CTLA-4 (cytotoxic T-lymphocyte-associated antigen-4), che è un regolatore negativo dell’attività delle cellule T. Quando ipilimumab si lega a CTLA-4 blocca l’interazione di CTLA-4 con i suoi ligandi, CD80/CD86. Il blocco di CTLA-4 aumenta l’attivazione e la proliferazione delle cellule T comprese le cellule T-effettrici che infiltrano il tumore. L’inibizione del segnale CTLA-4 può anche ridurre la funzione delle cellule T-regolatorie, che possono contribuire al generale aumento della risposta delle cellule T, inclusa la risposta immune antitumorale. Il 25 marzo 2011, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato l’utilizzo di ipilimumab (3 mg/kg) in monoterapia nei pazienti con melanoma inoperabile o metastatico. Ipilimumab è attualmente approvato per queste indicazioni in più di 50 Paesi. Bristol-Myers Squibb ha un vasto programma di sviluppo clinico per testare ipilimumab in molti tipi di tumore. Per maggiori informazioni, visitate il sito: http://www.bms.com o http://www.bms.it (foto: oncology)

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Tumore alla prostata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2015

Prostata urinary_bladderNove uomini su dieci, colpiti da cancro alla prostata, oggi superano la malattia. Dal 1995, infatti, la sopravvivenza globale è sensibilmente migliorata grazie a una diagnosi precoce e mirata e ai nuovi trattamenti combinati (farmaci, chirurgia, radioterapia) sempre più efficaci e meno invasivi che consentono di cronicizzare la malattia senza alterare la qualità di vita dei pazienti. “Un successo importante – affermano Giario Conti, presidente uscente e Riccardo Valdagni, presidente eletto della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO)–, determinato da numerosi fattori”.
Con 36.000 nuove diagnosi l’anno, il tumore della prostata rappresenta il 20% di tutti quelli diagnosticati nell’uomo a partire dai 50 anni di età, con un incidenza maggiore soprattutto tra gli over 60. “Il carcinoma prostatico – proseguono Valdagni e Conti – è spesso presente in forma indolente (circa il 30-40% dei pazienti), caratterizzata da una crescita che può essere molto lenta e non in grado di provocare disturbi e ancor meno di causare la morte dei pazienti. In questi casi è possibile adottare una strategia osservazionale come la sorveglianza attiva, tenendo sotto stretto controllo nel tempo il comportamento e l’evoluzione del tumore, riservando il trattamento (chirurgico, radioterapico, farmacologico) solo ai pazienti che ne abbiano bisogno e quando ne abbiano bisogno. Il paziente viene sottoposto a controlli periodici e programmati del PSA (ogni tre mesi), a viste cliniche con esplorazione rettale (ogni sei mesi) a biopsie di riclassificazione (dopo uno, quattro, sette e dieci anni dalla diagnosi). Esami aggiuntivi vengono proposti sulla base di eventuali segnali che provengono da questi controlli.
In questo modo, possiamo osservare il cancro e preservare la qualità di vita della persona malata, che i trattamenti attivi (soprattutto chirurgia e radioterapia) possono minare.
Sul versante opposto, quello dei pazienti affetti da carcinoma in fase avanzata, metastatico e resistente alla castrazione uno dei fattori più importanti è rappresentato dalla aumentata disponibilità di nuovi farmaci in grado di migliorare significativamente la sopravvivenza dei pazienti, che affiancano quelli chemioterapici (docetaxel e cabazitaxel). In particolare sono disponibili oggi, sia per pazienti che abbiano già avuto un trattamento chemioterapico con docetaxel sia per pazienti che non abbiano fatto tale chemioterapia due farmaci “ormonali”. Il primo arrivato della classe delle terapie ormonali innovative è l’abiraterone acetato, il primo farmaco in grado di inibire gli ormoni in ogni sede di produzione, in particolare all’interno del tumore stesso, diversamente da quanto avveniva con le terapie precedenti, bloccando la produzione autonoma di testosterone da parte delle cellule prostatiche e togliendo loro la “benzina” di cui si nutrono per crescere.
Un secondo farmaco, l’enzalutamide, agisce invece bloccando i recettori cui il testosterone aderisce per essere trasportato all’interno della cellula fino al nucleo e al DNA impedendo quindi la “messa in moto” del motore della crescita tumorale
Gli studi clinici, eseguiti utilizzando questi farmaci sia dopo la chemioterapia sia prima hanno dimostrato risultati positivi in termini di prolungamento della sopravvivenza e di miglioramento della qualità della vita, riducendo sensibilmente il rischio di progressione nei malati con tumore metastatico resistente alla castrazione, con effetti collaterali complessivamente modesti e ben controllabili, anche in pazienti “difficili” perché affetti da altre patologie (come il diabete) o molto anziani, come si conferma dai lavori presentati al nostro XXV Congresso Nazionale SIUrO, che si chiude oggi a Roma. “Il tumore della prostata – proseguono Conti e Valdagni – è molto sensibile agli ormoni androgeni, che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo delle cellule tumorali e dunque favoriscono la progressione della malattia.
Un altro farmaco, con meccanismo d’azione completamente diverso, è il Radium 223. È un “radiofarmaco” capace di incorporarsi nell’osso, nella sede delle metastasi scheletriche, e di liberare un’energia molto intensa e poco penetrante (radiazioni alfa) capace di uccidere le cellule tumorali riducendo al minimo gli effetti collaterali sui tessuti sani, in particolare sul midollo osseo. Anche il Radium 223 si è dimostrato capace di prolungare la sopravvivenza dei malati affetti da carcinoma della prostata con metastasi scheletriche e sintomi dolorosi; analogamente agli altri farmaci sopra menzionati, è possibile ridurre sensibilmente il rischio di eventi scheletrici (come le fratture patologiche) preservando quindi più a lungo la qualità della vita dei pazienti.
Se consideriamo poi la possibilità di utilizzare in maniera differente la chemioterapia in pazienti con tumori a rischio molto alto di progressione, come suggerito dai dati presentati al recente congresso americano di oncologia medica (ASCO), è possibile disegnare uno scenario di possibilità terapeutiche completamente differente da quello in cui ci siamo mossi, noi e i pazienti, fino a pochi anni fa. L’aspettativa di vita dei malati si è praticamente quintuplicata nell’arco di pochissimi anni.
Oggi la sfida è capire quando e come utilizzare queste armi terapeutiche, in quali malati, con quale sequenza. L’unica strada percorribile per raggiungere questo traguardo è l’approccio multidisciplinare; competenze diverse e complementari che concorrono insieme all’obbiettivo comune, offrire più vita e più speranza ai propri pazienti. La neoplasia prostatica, però, è sensibile ad altri fattori “esterni”: il consumo di tabacco può essere responsabile della malattia così come l’alimentazione e gli stili di vita. “È una patologia subdola che, spesso, non presenta sintomi fino allo stadio avanzato – concludono Valdagni e Conti – La prevenzione è fondamentale. Svolgere una regolare attività fisica, seguire un’alimentazione equilibrata e povera di grassi su modello della dieta mediterranea, abbandonare il vizio del fumo e l’abuso di alcol rappresentano la prima vera strategia di difesa contro i tumori a qualunque età”.

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Bologna, nuova tecnica contro metastasi ossee

Posted by fidest press agency su sabato, 10 aprile 2010

Una nuova terapia contro le metastasi tumorali ossee è stata messa a punto dall’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. Il trattamento, che sarà presentato oggi in anteprima nazionale sotto le Due Torri, consiste nell’introduzione di elettrodi nel tessuto alterato. Questi, creando campi elettrici, fanno ‘aprire’ i pori nella membrana cellulare favorendo e aumentando l’ingresso dei farmaci anticancro nelle cellule malate. «Con l’elettroporazione, questo il nome della tecnica che abbiamo portato dalla fase preclinica al paziente, il farmaco antiblastico, quello cioè che elimina il tumore, entra direttamente nelle cellule malate e la sua efficacia viene potenziata soltanto nelle aree interessate dal campo elettrico», spiega Milena Fini, coordinatore del Centro di riferimento specialistico di studi preclinici tecnologie e terapie innovative del Rizzoli, che ha guidato la sperimentazione con Igea, l’azienda di Carpi che produce l’apparecchiatura con cui viene eseguita la nuova tecnica, e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e del ministero dello Sviluppo economico. «Le conseguenze positive sono due: innanzitutto – chiarisce Fini – l’efficacia del trattamento aumenta, cioè le cellule tumorali muoiono ‘di più’, e inoltre non viene alterata l’impalcatura ossea. Questo significa che l’osso si ricostituisce con cellule sane dopo il trattamento, non si ha quindi il cosiddetto ‘crollo’ causato dalle terapie ablative tradizionali (quelle che per colpire la metastasi alterano maggiormente la biomeccanica dell’osso), che impone di intervenire ulteriormente e invasivamente, ad esempio con iniezioni di cemento per sostenere l’osso indebolito. (fonte doctor news)

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Confiteor

Posted by fidest press agency su martedì, 29 dicembre 2009

Superato e doppiato  “il mezzo del cammin della mia vita” sarebbe maturo il tempo per elaborare bilanci; la mia età mi consente di ricordare bene la veemenza con la quale Pasolini si scagliava contro il “Palazzo”; oggi non c’è più un Palazzo contro cui scagliarsi, il mondo  intero è diventato un Palazzo dentro il quale siamo tutti teleguidati come automi indifferenti. Quale bilancio potrebbe mai venirne fuori? La situazione globale del pianeta Occidente viene nascosta da nubi che si addensano sulle vere metastasi che affliggono una realtà alla deriva, gettata allo sbaraglio dall’incapacità di guardare dentro i fatti, dentro gli uomini, dentro le problematiche che si sviluppano in una spirale involutiva.   Accusiamo il neo-liberismo del vuoto ideologico che sta attanagliando la cultura, la politica, la programmazione, la speranza, mentre in realtà tale neo-liberismo non è altro che l’emblema di una cultura, di una politica, di una programmazione, di una speranza, diventati la nuova ideologia della reality.  La banalità della cultura, della politica, della programmazione, della speranza si rivede nella banalizzazione dell’agire, del pensare, del credere, come se una nuova censura avesse eliminato le domande inerenti le questioni fondamentali dell’esistenza e della convivenza civile.  Le questioni che coinvolgono l’azione e la vita stessa sono state relegate nel Limbo dell’inutile, mentre faziosi “opinions leaders” si accalcano sulla scena per discutere di regolamenti, di metodi, di trucchi, di miraggi lontanissimi e dell’esigenza di “insegnare e imporre la democrazia” agli altri. Per questo mi sono messo a trascrivere le mie esperienze, per tentare uno stimolo da trasmettere; ma si tratta di un confronto impari:  l’abitudine a non pensare, a non riflettere, a non credere, a non sperare, viene presentata come il culmine del nuovo progresso che riduce l’uomo alla stessa stregua delle formiche o delle termiti, impostando l’intera vita senza un perché, sostenuta solo dall’istinto di sopravvivenza.  Mi è stato rimproverato di non essermi “messo in gioco”, ma per mettersi in gioco occorre che ci sia un gioco nel quale mettersi; ma quello che vedo è solo un tavolo di bari, con un cartaro dalla “mano lesta”. Così faccio il solo gioco che so fare: il solitario, l’unico gioco nel quale è da stupidi barare. E’ il Potere che si eleva su tutto e su tutti, indica, di volta in volta, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è vero e ciò che è falso.  Il Potere, quindi, genera chi lo esercita che finisce con il credersi il solo in grado di guidare il gregge; ritorna il mito di Zaratustra che si cala nella realtà dell’Occidente come una magia mediatica.  Anche la scienza non lascia spazio al voler pensare, al voler riflettere, al voler credere, al volere sperare, e ci indica, impietosamente quali molecole stimolino il pensiero, la ragione, la riflessione, la fede, la speranza e l’amore, ma non ci dice PERCHE’ abbiamo pensato, creduto, sperato, amato.  L’aiuto per tornare a credere, a pensare…ad amare non può darcelo nessuno, violentati come siamo dalla pretesa onnipotenza del nuovo pragmatismo, che svuota l’uomo, ma riempie le cantine della Coscienza con gli ultimi ritrovati dell’inutile progresso.  Le parole non esprimono più sentimenti profondi in grado di commuovere, esaltare, illudere (forse), ma in ogni caso vivere.  Non possiamo cercare aiuto nei nuovi mentori del vero, in quegli opinionisti tuttologi condizionati dal conformismo e dal servilismo verso il potere.  Se la vita fosse un tram, chiederei di scendere alla prossima, ma questo tram si ferma solo al capolinea. Avere conquistato e mantenuto la mia libertà è la sola ricchezza che posseggo e la trasmetto ai miei figli, e, oggi, ai miei nipoti, come la più opulenta fortuna, mentre una cascata di anni riduce le tentazioni del futuro, che vengono affidate  ai sogni vissuti, ai ricordi passati e agli affetti presenti ed a queste “Memorie amiche”. (Rosario Amico Roxas)

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