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Disfunzione del microcircolo coronarico

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2016

cuoreDonne e uomini di tutte le età con dolore al petto, ma senza ostruzioni delle coronarie. È questo l’identikit delle persone con malattia del microcircolo coronarico, una condizione che spesso precede la malattia coronarica “classica”, cioè quella caratterizzata da ostruzioni aterosclerotiche dei vasi più grandi, che sono visibili alla coronarografia. L’albero vascolare coronarico è costituito da una serie di vasi relativamente di grandi dimensioni (le coronarie epicardiche) che scorrono sulla superficie del cuore; questi sono i vasi che si vedono con la coronarografia.
L’altra parte del circolo coronarico (il microcircolo) è costituita da vasi più piccoli che non sono visibili alla coronarografia e che scorrono all’interno della parete del cuore stesso. Il microcircolo è la parte della circolazione coronarica che regola l’apporto di flusso sanguigno al tessuto del cuore; il cuore, infatti, è soggetto a continui cambiamenti di lavoro (per esempio quando si fa una corsa) che richiedono un parallelo aumento del flusso sanguigno e quindi dell’apporto di ossigeno.
«Negli ultimi anni ci siamo resi conto che molti pazienti che lamentano dolori toracici (angina) tipici dell’ischemia cardiaca, non hanno ostruzioni dei vasi più grossi, ma hanno una malattia del microcircolo, che impedisce gli aggiustamenti del flusso sanguigno causando ischemia» spiega Paolo Camici, Professore ordinario di cardiologia e direttore della Scuola di specializzazione in Malattie Cardiovascolari dell’Università Vita-Salute San Raffaele. «Questa alterazione può essere svelata solo con particolari esami per lo studio del microcircolo, che sono usati in un centro specializzato per questa patologia presso il San Raffaele».
E’ questo uno dei temi principali del Congresso Internazionale Milan Cardiology, organizzato dall’Ospedale San Raffaele di Milano e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Tale disfunzione può verificarsi in pazienti con coronarie indenni ed è caratterizzata da una compromissione della capacità vasodilatatrice e un aumento della vasocostrizione del microcircolo coronarico» aggiunge Camici. «Troppo spesso gli sforzi diagnostici si fermano alla semplice documentazione dell’assenza di malattia coronarica significativa alla coronarografia, mentre in questi pazienti sarebbe utile un tentativo accurato di documentazione della funzione del microcircolo attraverso la valutazione della riserva coronarica. «La presenza di disfunzione del microcircolo, anche in assenza di ostruzioni coronariche, ha una valenza prognostica negativa e presuppone un trattamento specifico. Alterazioni della funzione e della struttura del microcircolo coronarico sono presenti in molte condizioni cliniche e ciò ha condotto al concetto di “disfunzione microvascolare coronarica”. In alcuni casi queste anormalità rappresentano importanti marcatori di rischio e possono contribuire alla patogenesi dell’ischemia miocardica, diventando così potenziali bersagli terapeutici» prosegue Camici.
«Si tratta di un riscontro frequente, che in passato pensavamo avesse una maggiore prevalenza tra le donne mentre più recentemente abbiamo dimostrato che colpisce frequentemente anche gli uomini. I pazienti con angina microvascolare rappresentano non meno del 15-30% dei soggetti sottoposti a coronarografia per sintomi anginosi e sono frequenti in ogni classe di età. Questa patologia è più frequente nei soggetti con pressione arteriosa alta (ipertensione), elevati livelli di colesterolo e diabete. Inoltre la disfunzione del microcircolo coronarico può essere presente, condizionandone la prognosi, in pazienti con cardiomiopatia ipertrofica o dilatativa. Può essere, infine, iatrogena, cioè determinata da interventi di rivascolarizzazione miocardica o da alcuni trattamenti farmacologici. Questi meccanismi fisiopatologici possono coesistere in uno stesso paziente affetto da cardiopatia ischemica o presentarsi in momenti diversi della malattia».
Le cause della disfunzione microvascolare sono solo in parte note. «In alcuni casi, per esempio nell’ipertensione e nella cardiomiopatia ipertrofica, ci possono essere delle alterazioni strutturali delle arteriole più piccole che ne riducono il lume. In altri casi, ci sono delle alterazioni puramente funzionali, come per esempio l’eccessiva vasocostrizione dell piccole arteriole che nel caso estermo può causare uno spasmo microvascolare. Ovviamente la terapia è diversa a seconda del meccanismo sottostante» aggiunge Camici.
Il trattamento dell’angina microvascolare comprende prima di tutto la correzione dei “fattori di rischio” quali l’ipercolesterolemia tramite l’uso di statine. Particolare attenzione va posta nel trattamento dell’ipertensione arteriosa, dove alcuni farmaci, quali gli ACE inibitori, a parità di riduzione della pressione arteriosa, sono più efficaci nel normalizzare la funzione del microcircolo. Esistono poi altri farmaci, quali i bloccanti del recettore alfa adrenergico, la ranolaziona e l’ivabradina, che possono essere impiegati per migliorare la disfunzione del microcircolo.

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Parliamo di cellulite…

Posted by fidest press agency su domenica, 9 Mag 2010

Roma Cavalieri dal 7 al nove maggio 2010 via Cadiolo 101 XXXI°congresso nazionale dei medici estetici. Incominciamo con il dire che il “grasso in eccesso” può avere due distinti aspetti. L’uno è l’adiposità localizzata e un’altra è la pannicolopatia edemato-fibrosclerotica (PEFS), come si definisce scientificamente la cosiddetta ‘cellulite’. E’ determinata da un’alterazione del microcircolo e dai processi degenerativi che ne conseguono, secondo stadi evolutivi (dall’ 1 al 4). Particolarmente predisposte sono le donne con familiarità per insufficienza veno-linfatica; la razza bianca è più esposta delle altre.
Si tratta di due condizioni diverse anche se molto spesso presenti nello stesso paziente. L’adiposità organizzata, a sua volta, è quasi un carattere sessuale secondario femminile che vede l’adipe localizzarsi in alcuni distretti specifici, come la regione trocantere della donna. Nell’adiposità distrettuale, il grasso si deposita in alcune zone ben precise; l’intervento chirurgico di liposuzione può essere in questo caso risolutivo.  Queste due situazioni si diagnosticano facendo una buona anamnesi, con l’esame obiettivo e con un ecografia dell’ipoderma. L’ecografia consente  di distinguere l’ adiposità distrettuale dalla PEFS in uno dei vari stadi evolutivi. Questo ci permette di muoverci in una condizione piuttosto che in un’altra.  Ci sono dei fattori che favoriscono la PEFS, quali le alterazioni posturali, una serie di abitudini scorrette (portare le scarpe troppo alte, portare pantaloni stretti); la stipsi che contribuisce ad alterare il ritorno venoso; errori alimentari (es. un’eccessiva assunzione di sodio), bere alcolici, fumare, aumentare e scendere di peso, le gravidanze. Sono tutte condizioni che favoriscono e aggravano la stasi veno-linfatica e quindi favoriscono ancora di più l’evoluzione verso gradi di PEFS di maggior gravità. Al contrario l’adiposità distrettuale non ne viene influenzata. E’ ovvio, quindi, che queste situazioni vadano affrontate in modo diverso. Nel caso dell’adiposità distrettuale valida e risolutiva è la soluzione chirurgica. Ma ci sono pazienti che preferiscono le metodiche non invasive. Sono tornati di moda dopo un periodo di silenzio tutti i trattamenti a base di ultrasuoni, la cosiddetta cavitazione. Va detto però che allo stato attuale ancora non si dispone di studi scientifici seri in questo campo, che documentino che l’utilizzo di ultrasuoni, anche a bassa frequenza come quelli di ultima generazione, siano realmente utili nel trattamento dell’adiposità distrettuale. Se applico una corrente sulla superficie dello strato adiposo creo, soprattutto se lo infiltro con soluzione fisiologica, facendo cioè la cavitazione con idrolipoclasia, vado a frantumare il tessuto adiposo. Non è ancora chiaro però se questa ‘frantumazione’ possa andare a far danno anche altrove, al di là del tessuto adiposo. Anzi. Questa tecnica non va utilizzata in modo erroneo sull’addome, perché può causare emorragie interne o emorragie uterine. Va fatta da mani esperte, senza improvvisazioni. E’ più che mai necessaria una regolamentazione che sembra purtroppo di là da venire. Si tratta di una tecnica potenzialmente pericolosa.  Gli ultrasuoni sono onde sonore, in questo casa di bassa frequenza (prima si usavano da 1 a 3 Mhz, mentre adesso si usano quelle a più bassa frequenza). La cavitazione è l’effetto provocato dall’onda ultrasonora applicata sui tessuti biologici.  L’infiltrazione di soluzione fisiologica, amplifica l’azione degli ultrasuoni, determinando la ‘rottura’ del tessuto adiposo. Se si utilizza solo l’onda sonora, si ottiene comunque un effetto di cavitazione però molto ridotto rispetto a quello che si può ottenere con il liquido introdotto nella zona da trattare. Le metodiche cercano di essere il meno aggressive possibile perché questo è ciò  che chiede il mercato. Le persone non vogliono tecniche dolorose e quindi la cavitazione con ultrasuoni, può essere per molte preferibile all’idrolipoclasia ultrasonica, anche se meno efficace. La radiofrequenza è un’onda radio che non riscalda la superficie ma il tessuto sottocutaneo; questo determina un’alterazione del tessuto creando una sorta di fibrosi, una contrazione del tessuto che diventa più compatto; questo dovrebbe associare alla riduzione del tessuto anche una maggiore azione tonificante e un ripristino dell’elasticità cutanea. In cosa consiste l’elettrolipolisi associata a mesoterapia? Si tratta della ripresa di una vecchia metodica utilizzata negli anni ‘80. In questo caso di tratta dell’applicazione di onde elettriche per “distruggere” lo strato adiposo. Si tratta di una metodica abbastanza invasiva e dolorosa in quanto fa uso di aghi e onde elettriche.  Nel caso della mesoterapia, che è sempre un evergreen per questa condizione, vengono presentate nuovi principi attivi? Sostanze nuove non ci sono ma stanno venendo alla ribalta le cure omeopatiche. E infine c’è la carbossiterapia… La usiamo da oltre vent’anni, ma all’inizio era vista come una cosa assurda. Oggi sta finalmente prendendo piede, anche se la carbossidoterapia è abbastanza dolorosa; per questo se ne sono in parte appropriati chirurghi plastici, che le propongono magari alla fine di un altro trattamento, dopo aver fatto la liposuzione, o le utilizza su aree di adiposità localizzata che sono rimaste e che non è necessario trattare chirurgicamente. C’è poi l’Ultra-Shape Contour.  Questa macchina, utilizzata da qualche anno, dovrebbe sostituire il trattamento chirurgico dell’adiposità localizzata; emette degli ultrasuoni che focalizzati (più ‘concentrati’ rispetto alle macchine che emettono ultrasuoni) che raggiungono il tessuto adiposo e frantumano le cellule adipose. Il manipolo dell’Ultra Shape, rispetto al manipolo degli ultrasuoni effettua contemporaneamente anche una sorta di massaggio.  E a proposito di massaggi, “per combattere la cellulite ci sono anche le tecniche del massaggio microalveolare, dall’Endermologie alla vibrator stimulation. Vi sono, ovviamente, anche le creme, ma sia chiaro da sole non possono risolvere i problemi, ma possono senz’altro migliorare la superficie cutanea. Inoltre permettono alle persone di avere un contatto con il proprio corpo, con la propria fisicità”.qui,

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