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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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La miopia di chi vede il presente ma non pensa al futuro

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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“Miopia” energetica-ambientale

Posted by fidest press agency su sabato, 27 novembre 2010

Il Consiglio Regionale della Calabria, esprimendo parere negativo alle centrali a carbone di Montebello Ionico e Rossano Calabro, dimostra che la “Politica” non persegue finalità di sviluppo del Territorio e delle Comunità. Il diffuso luogo comune, che concepisce le centrali elettriche a carbone incompatibili con uno sviluppo sostenibile, continua ad allontanare l’Italia, e a maggior ragione il Meridione, dall’Europa e dalle opportunità di investimenti e occupazione. Gli altri Paesi Europei, al contrario, sfruttano adeguatamente (e in modo sostenibile) una fonte primaria come il carbone, che garantisce sicurezza energetica e un costo del Chilovattora compatibile con le esigenze economiche di Famiglie e Imprese. In Italia, invece, si preferisce continuare a opporsi pregiudizialmente a progetti tecnologicamente avanzati ed ambientalmente certificati dagli Enti preposti.  Con ciò, facendo pagare l’energia elettrica più cara d’Europa (35%). Gli stessi Oppositori del carbone, stranamente, nulla dicono su altri Settori molto più inquinanti. Produrre energia elettrica in maggiore quantità e a costi competitivi consentirebbe, tra l’altro, di sfruttare il trasporto automobilistico e ferroviario elettrificati.  Le Centrali a carbone previste in Calabria, dimostrano la falsità delle argomentazioni sostenute dai “no coke”: Impianti moderni che non solo garantiscono la diminuzione delle emissioni complessive di CO2, ma anche occupazione (diretta e indotta), oltre allo sviluppo dei Territori che li ospitano. Questo evidentemente non basta! I  tanti Giovani che vorrebbero lavorare e vivere dignitosamente in Calabria, continueranno ad emigrare, come i propri Padri e Nonni, per cercare lavoro dove non si rifiutano Impianti produttivi a prescindere.

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A Brasilia il BRIC rafforza cooperazione e commercio

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2010

La miopia, se non curata, è  una malattia grave e progressiva. Vale anche per la politica. Si vedono solo le cose a noi più vicine, che, nel nostro piccolo, diventano ossessive, ma che sono irrilevanti sugli scenari internazionali.  Ne è la prova la grande superficialità con cui vengono riportati eventi di valenza strategica come il summit dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) tenutosi il 15 aprile a Brasilia. Qui, i 4 capi di stato hanno consolidato il processo di cooperazione e di decisione, che sta cambiando la distribuzione del peso politico ed economico del mondo.  Al loro primo summit, a Yekaterinburg, in Russia, nel giugno 2009, furono i cinesi a scuotere i centri di potere, mettendo in discussione il ruolo dominante del dollaro, come moneta di riserva e del commercio internazionale. A Brasilia, è stato il presidente russo Dmitri Medvedev a porre alcune questioni rilevanti da definire nelle sedi internazionali.  Ricordando che i paesi del BRIC costituiscono il 26% del territorio, il 32% delle terre agricole, il 42% della popolazione e il 14,6% del Pil mondiale, Medvedev ha rivendicato il loro impegno per la riforma del sistema di Bretton Woods. Ha sostenuto, inoltre, che la cooperazione economica tra i quattro ”può migliorare attraverso la creazione di spazi di interazione finanziaria, sotto forma di accordi per l’uso delle monete nazionali nel commercio reciproco e lo scambio di informazioni su possibili attacchi speculativi alle valute, alla borsa e alla borsa merci”. L’incontro ha ribadito la volontà di giungere ad un “ordine mondiale multipolare, ad un’architettura finanziaria più stabile e ad un sistema monetario internazionale più stabile e diversificato”. Perciò, rivendicano un loro ruolo più significativo nei lavori del G20, che ritengono l’unica sede di decisione politica internazionale. L’appuntamento del summit di novembre a Seul è considerato, a questo proposito, come il termine ultimo per cambiare anche il sistema delle quote di controllo del FMI. Esso, finora, ha penalizzato pesantemente le nazioni emergenti. I paesi del BRIC riconoscono che le cause della crisi finanziaria globale non sono state ancora rimosse. Del resto, le recenti dichiarazioni del presidente Obama confermano tale preoccupazione e i rischi di future nuove crisi sistemiche. Comunque, in una coerente strategia di ripresa economica, essi accelerano i loro scambi commerciali, i grandi investimenti e le joint ventures.   Naturalmente la Cina è il partner più dinamico nei commerci tra questi paesi, utilizzando anche la sua moneta, lo yuan. Nel settore dell’energia la Cina sta costituendo delle joint ventures in Argentina per oltre 3 miliardi di dollari e in Canada per 5 miliardi. Dal Venezuela ha aumentato l’import di petrolio del 21% in un anno e in Brasile ha stipulato un contratto di 10 miliardi con Petrobras. Inoltre, ha concordato di costruire un’acciaieria a Port Acu, nello stato di Rio, investendo ben 5 miliardi di dollari. Quindi, la Cina non sta solo comprando materie prime, di cui ha enorme bisogno, ma costruisce fabbriche e investe nelle industrie in collaborazione con i governi e gli imprenditori del posto.  Ecco perché da un anno la Cina ha rimpiazzato gli USA come primo partner commerciale del Brasile. E si stima  che entro il 2015 supererà l’Unione Europea nel commercio con l’intera America Latina.   In Europa qualcuno, in un ottica suicida, pensa al protezionismo commerciale e non ad aprirsi con lungimiranza a questi paesi.  Non si può stare fermi. I paesi emergenti si muovono. Infatti, a Brasilia è stato anche costituito l’IBSA, il nuovo gruppo di cooperazione formato da India, Brasile e Sud Africa.   L’Europa e l’Italia, invece, sembrano voler continuare sulla strada della vecchia cooperazione. Eppure, Enrico Mattei, a suo tempo, aveva già intuito la necessità di fare joint ventures moderne ed innovative con i paesi in cui l’ENI investiva.  (Di Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi   e Paolo Raimondi economista)

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