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Politica: I moderati cercano una nuova area di consenso condiviso

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2016

Paola-Binetti“Nella dialettica sempre più accesa tra i leader, o presunti tali, della vasta area del centro destra il tormentone estivo è: con Parisi o senza Parisi? Dilemma che, letto in filigrana, diventa che farà NCD, o meglio ancora Area popolare, che si ostina a stare nell’area di governo, mentre gli altri stanno all’opposizione? Qual è il test per capire se è vero senso istituzionale o semplice attaccamento alle poltrone? Analogamente per il Referendum: il no di Parisi è alla Riforma costituzionale sembra un tutt’uno con il sì a Berlusconi, che lo ha investito di questa nuova leadership con una condizione chiara e forte. Il No al Referendum. Ridurre tutto al solo problema Salvini non rende conto della complessità delle battaglie che si stanno conducendo, anche in modo sommerso e trasversale”.Lo dichiara l’on. di Area popolare Paola Binetti.
“Ma nella confusione generale, che si manifesta con la triste eloquenza dei numeri, sempre più devono emergere alcune questioni di fondo, che da un po’ di tempo sembrano passate in secondo o terzo piano. Che sistema Paese vogliamo, quale cultura di governo consideriamo realmente efficace. Come intendiamo – spiega Binetti – declinare alcune parole forti, per esempio la laicità dello Stato da una parte e la religiosità popolare dall’altro; che senso ha il liberalismo autoreferenziale di chi oggi intende trasformare i desideri in diritti. Come riappropriarci di quella responsabilità sociale di chi crede che l’educazione alla cittadinanza abbia ancora una connotazione forte. Salvini è fuori da molte di queste domande, impegnato in una serie di lotte personali con questo o con quello, quando sembrano fargli ombra, rifiutato o corteggiato a seconda dei momenti e degli interlocutori. Ma – prosegue Binetti – il punto nodale della questione è davvero un altro: Parisi, magari con Berlusconi, stenderà un programma del tipo prendere o lasciare, o ci sarà spazio per una costruzione condivisa di un progetto alternativo al Pd di Matteo Renzi e al M5S di Grillo & co. Che spazio ci sarà in questa nuova area, ad esempio, per un sostegno reale alla famiglia, non solo sul piano economico, attualmente inesistente, ma anche sul piano culturale dei modelli di riferimento, della sua coesione, delle politiche per la genitorialità nella sua forma più naturale: un padre e una madre per ogni bambino. Quanto interesserà a questa area emergente una lotta decisa alle dipendenze, siano esse la cannabis o il gioco d’azzardo, che tanto sembrano piacere a questo governo.. In che misura la politica per le pensioni terrà conto delle nuove generazioni, del loro diritto al lavoro oggi e ad una vecchiaia serena domani. Di – argomenta Binetti – questo vogliamo e dobbiamo parlare, anche perché in Area popolare questi sono i temi della identità differenziale di cui parla Alfano, quando propone sostegno leale al governo, ma senza rinunciare a valori e convinzioni. Non vogliamo sapere che dice o che dirà Parisi su questi temi, vogliamo che si costruisca una nuova area politico-culturale con valori condivisi e non solo con leadership che si contendono la rappresentanza di una identità inespressa”.

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Politica: I moderati cercano una nuova area di consenso condiviso

Posted by fidest press agency su martedì, 2 agosto 2016

“Nella dialettica sempre più accesa tra i leader, o presunti tali, della vasta area del centro destra il tormentone estivo è: con Parisi o senza Parisi? Dilemma che, letto in filigrana, diventa che farà NCD, o meglio ancora Area popolare, che si ostina a stare nell’area di governo, mentre gli altri stanno all’opposizione? Qual è il test per capire se è vero senso istituzionale o semplice attaccamento alle poltrone? Analogamente per il Referendum: il no di Parisi è alla Riforma costituzionale sembra un tutt’uno con il sì a Berlusconi, che lo ha investito di questa nuova leadership con una condizione chiara e forte. Il No al Referendum. Ridurre tutto al solo problema Salvini non rende conto della complessità delle battaglie che si stanno conducendo, anche in modo sommerso e trasversale”.Lo dichiara l’on. di Area popolare Paola Binetti. “Ma nella confusione generale, che si manifesta con la triste eloquenza dei numeri, sempre più devono emergere alcune questioni di fondo, che da un po’ di tempo sembrano passate in secondo o terzo
piano. Che sistema Paese vogliamo, quale cultura di governo consideriamo realmente efficace. Come intendiamo – spiega Binetti –
declinare alcune parole forti, per esempio la laicità dello Stato da una parte e la religiosità popolare dall’altro; che senso ha il
liberalismo autoreferenziale di chi oggi intende trasformare i desideri in diritti. Come riappropriarci di quella responsabilità
sociale di chi crede che l’educazione alla cittadinanza abbia ancora una connotazione forte. Salvini è fuori da molte di queste domande, impegnato in una serie di lotte personali con questo o con quello, quando sembrano fargli ombra, rifiutato o corteggiato a seconda deimomenti e degli interlocutori. Ma – prosegue Binetti – il punto nodale della questione è davvero un altro: Parisi, magari con Berlusconi, stenderà un programma del tipo prendere o lasciare, o ci sarà spazio per una costruzione condivisa di un progetto alternativo al Pd di Matteo Renzi e al M5S di Grillo & co. Che spazio ci sarà in questa nuova area, ad esempio, per un sostegno reale alla famiglia, non solo sul piano economico, attualmente inesistente, ma anche sul piano culturale dei modelli di riferimento, della sua coesione, delle politiche per la genitorialità nella sua forma più naturale: un padre e una madre per ogni bambino. Quanto interesserà a questa area emergente una lotta decisa alle dipendenze, siano esse la cannabis o il gioco d’azzardo, che tanto sembrano piacere a questo governo.. In che misura la politica per le pensioni terrà conto delle nuove generazioni, del loro diritto al lavoro oggi e ad una vecchiaia serena domani. Di – argomenta Binetti – questo vogliamo e dobbiamo parlare, anche perché in Area popolare questi sono i temi della identità differenziale di cui parla Alfano, quando propone sostegno leale al governo, ma senza rinunciare a valori e convinzioni. Non vogliamo sapere che dice o che dirà Parisi su questi temi, vogliamo che si costruisca una nuova area politico-culturale con valori condivisi e non solo con leadership che si contendono la rappresentanza di una identità inespressa”.

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Politica: Moderati senza leadership

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

Una maledizione. Le elezioni amministrative disgiunte da quelle politiche in Italia sono sempre state motivo di verifiche politiche generali, fin dai tempi della Prima Repubblica. Ma nella stagione bipolare, e ancor più in questa Seconda Repubblica bis senza né capo né coda che dura da quattro anni e mezzo, il voto nelle regioni e nelle città è diventato una vera e propria dannazione, capace di bloccare per mesi l’attività dei governi, ferma nell’attesa che i partiti regolino i loro conti, interni e tra di essi. Non fa eccezione il prossimo turno che vede coinvolte città come Milano, Torino e Napoli oltre che la Capitale. Anzi, è almeno dall’inizio dell’anno – a Roma anche prima, visto che Ignazio Marino ha lasciato il Campidoglio lo scorso ottobre – che la vita politica ruota intorno a candidature, primarie, equilibri, scontri e inciuci vari, e a maggior ragione sarà così fino a giugno. Uno stallo intollerabile, per il tempo buttato e per le scene disgustose che vanno in onda al cospetto dei cittadini, sempre più stomacati. Questa volta, però, nella disgrazia sembra almeno esserci un vantaggio: i protagonisti di questo inverecondo spettacolo non ne usciranno vivi. Prendete il centro-destra. Non solo le diverse candidature che vanno dal centro alla destra non sono il segno di una ricchezza di posizioni pronte a unirsi al secondo turno (eventuale, ma in questo caso inevitabile) bensì la certificazione di una disastrosa implosione, ma dietro di esse è ben visibile (anche agli orbi) il profilo di uno scontro tra una leadership tramontata e una impossibile, per di più con il contorno di ambizioni malriposte.
Parliamoci chiaro: Berlusconi non solo non è più un leader spendibile, per enne ragioni di cui l’età non è la principale, ma rappresenta un vero e proprio impedimento alla formazione di quel partito liberale di massa che avrebbe voluto essere Forza Italia (e che mai è stato) e di cui il Paese sente un grande bisogno. Certo, la doppia debolezza del Cavaliere – quella propria e quella derivante dall’essere uno scoglio per la rigenerazione della dirigenza – non è l’unica causa se il soggetto politico che per sua natura sarebbe la forza potenzialmente di maggioranza relativa è invece ridotto ai margini della scena politico-parlamentare. Conta, non meno, l’aver del tutto perso quel poco (troppo poco) di capacità progettuale e programmatica, l’aver lasciato prevalere – come bene ha scritto Davide Giacalone – “linguaggi e idee di tono e di sostanza estremista”, l’aver “abusato nel carezzare sentimenti popolari come la paura e la rabbia” per inseguire il consenso, senza capire che così facendo si faceva perdere ruolo e credibilità alla politica, finendo col premiare chi meglio sbraita nel comunicare. Errore grosso, perchè l’Italia che si sente violentata negli interessi (legittimi) e ribolle d’indignazione, non riempie le piazze ma svuota le urne. Da una forza moderata che vuole rappresentare i moderati ci si aspetta un programma di governo in cui si dica dove si taglia la spesa pubblica corrente, come si semplificano le strutture e le amministrazioni pubbliche, in che modo e in quanto tempo si sconfigge la burocrazia inutile e si proceda alla delegificazione, come si afferma il merito e si affiancano i doveri ai diritti. Una forza che rifiuta la logica bipolare se questa significa doversi coalizzare con le forze estreme, populiste e forcaiole, per vincere e invece si confronta e si allea – apertamente, non attraverso patti nazareni occulti – con la parte riformista della sinistra, aiutandola a fare a meno delle componenti massimaliste e giustizialiste, incontrandosi con essa su un programma di governo di stampo liberal-keynesiano – in modo da rendere più efficiente il comparto pubblico e più competitivo quello privato, come ha ben scritto Michele Salvati – per la rinascita del Paese dopo la penosa stagione del declino e della decadenza.
Proprio per questo, non solo non è concepibile che la leadership del centro-destra sia nelle mani di Salvini, tanto più nella versione lepenista (ma presto ci aspettiamo anche trumpista), ma non è opportuno che i moderati abbiano la Lega e i nazionalisti ex fascisti come alleati. Che meglio stanno vicini ai 5stelle – e forse presto li vedremo, da quelle parti – in una sorta di santa alleanza del populismo e dell’anti-europeismo. Le evocazioni accorate all’unità – “uniti si vince, divisi si perde” – che si sentono continuamente fare dai berlusconiani della prima e dell’ultima ora, sono dunque sbagliate sia in via di principio che in via di fatto, e dimostrano la pochezza di una classe dirigente (si fa per dire) totalmente incapace di compiere uno straccio di analisi politica, economica e socio-culturale.
Noi lo abbiamo detto e ridetto, che non si poteva né riprovarci con Berlusconi né provarci con Salvini, da solo o in compagnia della Meloni. E che se si voleva che il partito della nazione di Renzi non fosse una (cattiva) riedizione della Democrazia Cristiana, bensì la nascita di un moderno partito socialista-riformista, bisognava costringere Berlusconi e Renzi a restare alleati alla luce del sole – anziché per il tramite di Verdini – e fare in modo che nuove forze occupassero la scena sul lato centrale destro del palcoscenico politico. Tutto, invece, è andato e sta andando per il verso opposto. Certo, qualche segnale c’è che la controtendenza è organizzabile: la candidatura di Parisi a Milano, il buon esito dell’esperimento Toti in Liguria, il gioco a tutto campo di Tosi, il ruolo terzista di Marchini e Passera. Ma è ancora troppo poco, e spesso troppo personalizzato. Occorrono luoghi di pensiero, strumenti di dibattito, gruppi impegnati in elaborazioni programmatiche nuove. Per i moderati come per i riformisti. Altrimenti prevarrà la disgregazione. E saranno dolori. (Enrico Cinnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Tassi d’interesse in salita ma moderata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 ottobre 2014

tassi interesseIn occasione dell’Investor Day, organizzato da Legg Mason a New York i CIO del Gruppo hanno discusso delle sorti dei mercati mondiali nel breve e lungo periodo, in due tavole rotonde moderate da Consuelo Mack of WealthTrack. L’argomento cardine: dove investire in un contesto di rialzo dei tassi d’interesse.“La strada verso il rialzo dei tassi è ancora lunga”, ha dichiarato Ken Leech, CIO di Western Asset, una delle società di gestione degli investimenti obbligazionari più grandi e importanti del mondo. Vale a dire un periodo ipoteticamente compreso tra i 18 e i 24 mesi. Leech ha aggiunto che cinque anni fa nessuno avrebbe potuto prevedere gli attuali sviluppi sui mercati globali. La complessità della situazione renderà arduo per la Federal Reserve USA mettere in atto la preannunciata intenzione di rialzare i tassi nel breve periodo. “Le autorità di politica monetaria avranno bisogno di parecchio tempo prima di cambiare direzione”, ha affermato Leech. Per questa e altre ragioni, “siamo attirati dalla parte lunga della curva USA”. Si è inoltre dimostrato ottimista sui titoli corporate per gli investimenti globali, dove persiste un divario di valutazione. Leech prevede una crescita delle strategie obbligazionarie di tipo unconstrained, le quali offrono agli investitori la possibilità di accedere a uno svariato numero di prodotti e aree geografiche diverse.“Abbiamo adottato una posizione lunga sui bond statunitensi trentennali negli ultimi nove mesi”, ha commentato David Hoffman di Brandywine Global, altra boutique di Legg Mason specializzata negli investimenti value del segmento obbligazionario e azionario. “Il rischio più grave è che la Fed non faccia quello che dovrebbe”, ha sottolineato.“Quest’anno si è rivelato decisamente migliore di quanto ci aspettassimo e il prossimo non dovrebbe essere diverso”. Hoffman è stato più aggressivo sui mercati emergenti e ha evidenziato l’importanza del segmento obbligazionario messicano.A questi commenti hanno fatto eco le dichiarazioni di Isaac Souede, CIO di Permal, una delle più storiche società di asset management su vasta scala, con oltre 40 anni di esperienza nel settore.“La duplice missione della Fed riguarda la crescita e l’inflazione”, ha dichiarato Souede. “Gli USA godono di una pausa sul secondo fronte”, a suo avviso riconducibile ai trend globali. “La Cina attraversa una fase di rallentamento secolare di lungo periodo e il sensibile rafforzamento del dollaro rappresenta un fattore deflazionistico per gli USA. Assisteremo di certo a un rialzo dei tassi d’interesse ma ad un ritmo decisamente moderato”.
Souede ha sollevato un argomento che è ormai diventato una preoccupazione diffusa: “La produttività aumenterà insieme ai salari?”. Interrogato su quelle che sono le sue previsioni in merito, si è dichiarato ottimista.“Le misure adottate dai policymaker hanno mantenuto bassa la volatilità”, ha detto Souede. Il CIO di Permal è persuaso che i mercati maturi privilegeranno gli investimenti event-driven e le operazioni di M&A. Si è inoltre detto convinto che l’atteso rialzo dei tassi provocherà negli USA un’accelerazione delle operazioni di fusione e acquisizione durante i prossimi 12-24 mesi, con i tassi ancora così bassi. Ottimo il potenziale anche per operazioni di arbitraggio, ristrutturazioni e conseguente attivismo degli investitori volto a migliorare l’efficienza delle aziende.Per ciò che concerne i mercati emergenti, il consiglio è quello di “investire nelle società che vanno nella stessa direzione intrapresa dai rispettivi governi”. Il Messico sta facendo bene, il Brasile è in calo, ma non ci sono evidenti segnali di “schiuma” sui mercati. “A livello globale, gli investitori hanno dato prova di maggiore prudenza di quanto non si crederebbe”, ha commentato Souede.“Sono moderatamente ottimista riguardo agli sviluppi futuri”, ha concluso Scott Glasser di ClearBridge Investments, le cui strategie azionarie core si distinguono per active share elevato, orientamento all’income e bassa volatilità. Ha nettamente escluso l’eventualità di un’altra recessione. “I mercati sono tornati alla normalità. Per l’indice S&P 500 è attesa una crescita tra il 6% e l’8%”.Secondo Glasser è difficile individuare nuovi titoli da acquistare, considerato anche il suo focus sulle large cap. Tuttavia, cercando con attenzione, è ancora possibile identificare le giuste opportunità d’investimento. Ha citato il settore della Tecnologia, in particolare il campo degli hardware; la Salute, soprattutto le assicurazioni; e l’Energia, anche se prima di considerare le opportunità presentate da quest’ultimo settore, Glasser preferisce attendere un clima di maggiore stabilità sui mercati delle commodity.Un altro aspetto degno di particolare nota è rappresentato dal potenziale aumento di efficienza all’interno delle aziende e Glasser segue con attenzione le mosse delle società e degli investitori attivisti. Ha infatti continuato a individuare interessanti opportunità di guadagno in aziende di qualità: “la qualità è diventata un figlio non amato”.“Non ci sembra di essere in presenza dell’esuberanza o dell’autocompiacimento che in genere conducono ad un tracollo”, ha affermato Rosemary Macedo, CIO di QS Investors, in accordo con le previsioni di Glasser. QS gestisce strategie multi-asset, strumenti alternativi liquidi, azionario e soluzioni customizzate nei mercati emergenti e sviluppati. “Gil investitori in titoli azionari stanno prezzando il rischio”, ha detto Macedo, sottolineando come sia possibile utilizzare strategie protettive di portfolio insurance per gestire il rischio senza dover sacrificare i rialzi”. “Esistono strumenti atti a incorporare sistematicamente crescita e protezione nei portafogli”, ha dichiarato. “Gli investitori stanno trovando altri modi per ottenere i benefici un tempo offerti dal segmento obbligazionario”. Il suo messaggio: “la miglior difesa è la diversificazione”. Un mercato in cui i tassi d’interesse stanno salendo, a prescindere dalla rapidità con cui avviene il movimento, dovrebbe dimostrarsi favorevole a quella tipologia di aziende di qualità small-cap seguite dal leggendario CIO Chuck Royce. La società fondata da quest’ultimo, la Royce Funds, è specializzata in portafogli di piccole società gestite con un rigoroso approccio value in un orizzonte temporale di lungo termine. Secondo Royce, molti dei provvedimenti adottati dalla Federal Reserve in questi ultimi anni “hanno avuto un impatto positivo sulle società a piccola capitalizzazione e, dunque, non possiamo lamentarci”. Tuttavia, l’allentamento quantitativo si è rivelato iniquamente vantaggioso per “le società di qualità inferiore”, grazie alla notevole disponibilità di risorse destinate ai finanziamenti, soprattutto di debito high-yield. “Il QE ha avuto profondi effetti sulla loro capacità di sopravvivere e prosperare. Le aziende di qualità sono rimaste svantaggiate in termini relativi, non avendo bisogno di rinsaldare i bilanci o ricevere obbligazioni high-yield”.Quale esempio di aziende di qualità che non hanno riportato il buon andamento atteso nel contesto attuale, ha menzionato Reliance Steel e Aluminum Co. A suo avviso, le small cap estere offrono maggiori opportunità di reddito, derivanti dalle diverse tipologie d’imprese familiari presenti sui mercati internazionali. Royce preferisce la volatilità, che afferma dovrebbe aumentare con il rialzo dei tassi d’interesse. Un cambiamento forse più lento di quanto atteso da alcuni osservatori ma che sicuramente non mancherà di verificarsi.“E’ la psicologia umana”, ha dichiarato Royce. “Un piccolo cambiamento del modo di pensare e subito si avrebbero previsioni di un cambiamento dei tassi d’interesse. Ciò darebbe ai tassi un ruolo di leadership sui mercati”.

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Editoriale Fidest. Il parlamento e il popolo sovrano

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2011

Antonio di Pietro

Image via Wikipedia

Da qualche mese a questa parte si è innescata in Italia un’accesa polemica riguardo il “rapporto incompreso”, tra la volontà popolare, che i test elettorali (amministrative e voto referendario) hanno mostrato con la contrarietà popolare nei confronti dell’attuale coalizione che ci governa, e la maggioranza parlamentare di segno opposto. Le ragioni degli uni e degli altri sono note. I primi dicono che per quanto significativo un voto popolare a metà legislatura non vuol dire automaticamente che la maggioranza non esiste più. Deve, semmai, incassare l’insuccesso e correre ai ripari. Gli altri sostengono che il malessere è più profondo e motivato perché l’attuale coalizione si è avvitata sui problemi personali del premier e non riesce a governare. E quest’ultimo che dice? Sostiene che al momento il suo posto non può essere preso da altri sia all’interno della sua coalizione pena una notte “dei lunghi coltelli” dove gli uni sbranerebbero gli altri, sia all’esterno dove una opposizione non riesce ad esprimere una leadership credibile e condivisa. Alla fine se Berlusconi resta al suo posto è per farci un favore e per evitare guai maggiori di ingovernabilità del paese a fronte di una crisi economica e istituzionale molto profonda e per certi versi drammatica.
Per quanto sia nota la mia contrarietà nei confronti del presidente del consiglio devo riconoscere che ha ragione. E’ il nostro “male oscuro” quello di non riuscire a fare squadra e ad accettare una guida super partes. E’ purtroppo quello che in più riprese in questi ultimi anni ho sostenuto sia rifacendomi ai trascorsi storici (vedasi l’avvento del fascismo), sia a quelli più complessi di politica internazionale che hanno dato il via alla gestione del potere andreottiano e poi di Berlusconi, forse spuntato in un momento in cui un po’ tutti hanno abbassato la guardia in seguito alla tempesta innescata da “mani pulite”. Ora ci risiamo e dobbiamo dare atto ad Antonio Di Pietro di aver posto con forza il dito sulla piaga. E non ci giriamo tanto intorno. Oggi se Berlusconi si mette da parte il centro destra non solo ha i numeri ma anche la forza politica per mettere mano alle riforme. Ma chi dovrebbe, materialmente, sostituirlo? E qui casca l’asino, come si suol dire. La Lega avanza la candidatura di Maroni. Alcune frange del Pdl pensano a Tremonti. Il premier vedrebbe bene il suo guardasigilli Alfano e poi vi sarebbe il ritorno dei transfughi con Fini e Casini e via di questo passo. Dall’altra parte non vi può essere, con l’attuale parlamento, una maggioranza per cui la strada potrebbe essere solo quella delle elezioni anticipate. Ma con quale leader e quale coalizione? Il Pd non può farcela da solo e ha bisogno soprattutto dei moderati ma senza perdere l’ala sinistra e qui si comincia con la “quadratura del cerchio” e la storia diventa infinita. Ecco perché Berlusconi, nonostante tutto, si sente l’erede di se stesso. E chi è causa del suo mal… solo che a piangere sono sempre i soliti e, guarda caso, i più incolpevoli. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Fli: la casa dei moderati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

“Il nostro progetto è costruire una casa di moderati e riformatori in un quadro alternativo al centrosinistra. Tutto questo accadrà, come è ovvio, solo quando sara’ finito il berlusconismo. Fli si colloca all’interno del centrodestra e la costruzione di un nuovo centrodestra di stampo europeo e’ proprio la scommessa su cui siamo nati. D’altro canto, se a qualche miope opinionista nostrano sfugge ancora il senso e la necessità di questa coraggiosa scelta, fa piacere constatare che la stampa internazionale, a partire da “The Economist” di questa settimana, ha sottolineato in più occasioni la novità e la lungimiranza dell’azione politica di Gianfranco Fini.” Lo ha dichiarato l’on. Roberto Menia, coordinatore nazionale di FLI.

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Lettera aperta ad Ilvo Diamanti

Posted by fidest press agency su martedì, 7 giugno 2011

Lettera al direttore leggo sempre i Suoi articoli su Repubblica poiché li trovo molto interessanti. Mai banali, fanno riflettere. Anche quello di oggi, “La svolta mite del paese stanco di urla”, contiene degli spunti molto importanti. Solo su un argomento ho un’opinione diversa. Mi sembra contestabile che per vincere sia necessario scegliere programmi e candidati moderati. Lo si è ripetuto in questi venti anni, è diventato quasi un dogma, ma a me pare che l’ultima tornata elettorale (in particolare i casi di Milano, Napoli e Cagliari) smentisca questa tesi. Di tutto ciò si può discutere naturalmente. E’ tuttavia un altro l’argomento di cui desidero parlarLe in questa mia lettera aperta. Il Suo articolo analizza puntualmente i dati elettorali delle varie formazioni di centro-sinistra e di sinistra, svolgendo su di essi delle considerazioni. Non fa alcun cenno, invece, al risultato della Federazione della Sinistra. Come Lei certamente sa, la Fds ha ottenuto, nelle province in cui si è andati al voto, un risultato attorno al quattro per cento, analogo a quello di Sinistra Ecologia e Libertà. Nei Comuni sopra i 15000 abitanti la Fds ha raccolto un consenso attorno al 2,8%, inferiore, ma non di molto, a quello di Sel e Idv. Tutto questo è avvenuto – e un attento osservatore come lei lo sa perfettamente – senza che mai nessun esponente della Fds sia stato invitato in una delle principali trasmissioni politiche (Annozero, Ballarò, Porta a Porta, Matrix), al contrario di Sel e Idv che hanno goduto di una forte esposizione mediatica. Così come tutto questo è avvenuto dopo che, per un anno, tutti i sondaggi settimanalmente pubblicati da giornali e televisioni avevano accreditato la Fds all’uno per cento e Sel all’otto per cento.
Ora, Le scrivo proprio perché La stimo, so che è una persona seria e sono quindi sicuro che nelle Sue prossime riflessioni terrà conto anche della realtà rappresentata dalla Federazione della Sinistra. Credo sia doveroso farlo non solo per dare una corretta informazione, ma anche perché – anche questo aspetto Le è ben noto, visto che è stato oggetto di suoi numerosi studi – è stato reso possibile, in una situazione di totale disparità di mezzi, dal lavoro volontario e appassionato di decine di migliaia di cittadine e cittadini. (Claudio Grassi http://www.claudiograssi.org)

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Pd: partito moderati e progressisti

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 Mag 2011

I dati elettorali di Torino e dei principali Comuni della sua Provincia evidenziano che il PD è un partito articolato, di governo e ormai fortemente radicato nel territorio. Ma, soprattutto, è un partito realmente “plurale”. E’appena sufficiente scorrere gli eletti al Comune di Torino, i Sindaci eletti o al ballottaggio nelle città sopra i 15 mila abitanti e gli eletti nei rispettivi Comuni per rendersi conto che le varie sensibilità culturali sono tutte ben rappresentate nel partito dopo la scelta degli elettori. Insomma, un partito, il PD della provincia di Torino, dove convivono tranquillamente i moderati e progressisti senza appaltare ad altri partiti la rappresentanza politica di quelle realtà. E ciò spiega perché il PD oggi si attesta saldamente attorno al 30% dei consensi.

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Politica: gli “inciuci” in salsa italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 26 dicembre 2010

Editoriale. L’anno che si chiude, dal punto di vista degli eventi politici, segna il divorzio tra Fini e i finiani e Berlusconi e il Pdl. Un evento che avrebbe dovuto portare alla sfiducia del governo e aprire la strada ad una nuova stagione senza la presenza ritenuta “ingombrante” dell’attuale premier. Ciò non è stato sebbene la vittoria fosse stata risicata. Ma è accaduto che all’interno dell’area dei “moderati” di centro-destra e con qualche defezione del centro-sinistra, si è formata una nuova coalizione (circa ottanta deputati) che si definisce “terzo polo”. Con questa mossa Fini è uscito, in pratica, sconfitto, mentre Casini di colpo è diventato la figura di maggiore richiamo e persino, per taluni, l’erede naturale del Presidente del Consiglio. Così il nostro Pierferdinando con un colpo solo ha messo in ombra il suo diretto rivale Fini e lo ha costretto, per salvare la faccia, ad entrare in una coalizione dove la leadership non potrà più essere sua. Fini, a sua volta, ha sprecato quasi tutti gli spazi di manovra anche in conseguenza della sua carica istituzionale che ora gli pesa come un enorme macigno. E stranamente a dirsi, a tutti conviene che resti a fare il Presidente della Camera. Per il centro destra questo terzo polo è diventato, secondo la legge dei vasi comunicanti, la stampella che ci vuole per un governo che sembrava più leghista che altro. Bossi lo ha intuito e non si fida tanto che preferirebbe andare a votare subito. Con questa manovra il centro destra si è, in pratica, allargato e tende ad isolare i leghisti e tra circa tre anni, quando scadrà il mandato naturale di questa maggioranza, c’è da giurare che anche il voto del nord farà segnare un passo indietro alla Lega. Ma c’è di più. Potremmo dire, parodiando un vecchio detto, che i pifferi del centro sinistra andarono per suonare e furono suonati pensando a grandi alleanze per un governo di “salvezza pubblica”. Ora se qualcuno ancora si chiede dove stia l’inciucio lo rimando a quella ripresa televisiva all’interno della Camera dei deputati dove Berlusconi e Casini s’incontrano dopo il voto di fiducia del 14 dicembre scorso. Entrambi sorridevano con aria soddisfatta. Si sono stretti la mano e si sono abbracciati felici come tante pasque. Eppure Casini aveva votato la sfiducia… e aveva perso. A buon intenditor… (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Settimana dell’università Fuci

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 marzo 2010

Roma 5 marzo alle ore 17, presso il Complesso del Giubileo dell’Università Lumsa (via di Porta Castello, 44 Roma), sarà inaugurata la “II Settimana dell’Università”, la rassegna che la FUCI organizza dall’8 al 14 marzo in oltre 40 atenei italiani con il titolo “Appasiònati. Appassionàti”. L’incontro intitolato “Riappassioniamo(ci) alla politica” è organizzato dalla Presidenza Nazionale della FUCI, con il patrocinio dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana, Alla serata interverranno Rosy Bindi, Vice Presidente della Camera dei Deputati, e Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano Il Foglio, i quali avranno modo di raccontare, dai loro differenti punti di vista, la passione per la politica e per l’impegno pubblico. I lavori saranno moderati da Gianni Borsa, direttore del mensile dell’Azione Cattolica Segno e corrispondente del SIR. Introdurranno l’incontro Sara Martini, Presidente Nazionale Femminile della FUCI, e don Maurizio Viviani, Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana. Nei giorni successivi, dall’8 al 14 marzo nelle università italiane i gruppi FUCI organizzano eventi che vanno dalle presentazioni di libri a conferenze, da dibattiti a lectiones divinae, fino a concerti e trasmissioni televisive.

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Regionali: La D.C. in corsa nel Lazio

Posted by fidest press agency su domenica, 24 gennaio 2010

E’ stato un incontro programmatico dai toni piuttosto asciutti quello che le delegazioni dei vari gruppi di democratici cristiani hanno avuto  in Piazza del Gesù, l’altra mattina. L’incontro si è tenuto nella sede del Partito Democratico Cristiano dell’On. Gianni Prandini (piazza del Gesù 46/interno 5) ed è stato coordinato dal Senatore Tancredi Cimmino (PDC). Alla riunione avevano dato la loro adesione – oltre ovviamente al Partito Democratico Cristiano – anche la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza (Moretti), la Democrazia Cristiana-Terzo Polo di Centro di Angelo Sandri (De Luca, Fortivo, Cirulli), il Movimento “Liberi e Forti” (Tropeano), Rifondazione Cristiana (Mazzei), l’Associazione dei Democratici Cristiani-Moderati di Centro (Bertone), Democrazia Attiva (Nardinocchi). Altri gruppi politici si sono messi in contatto e non escluso che a breve la coalizione “democristiana” possa allargarsi ulteriormente con particolare riferimento ad Alleanza Democratica di Giancarlo Travagin.  L’obbiettivo dichiarato è quello di riunire forze moderate e centriste, per consentire ai democratici cristiani di riconoscersi in una stessa formazione politica in grado di poter essere competitiva fin dalle prossime elezioni regionali del Lazio del marzo 2010. Mi sono ancora da sciogliere alcuni nodi operativi, ma la sostanza politica dell’operazione non pare possa essere messa in discussione. Ne è convinto il Segretario politico nazionale della Democrazia Cristiana-Terzo Polo di Centro che sta insistendo molto sulla necessità di ricucire strappi e divisioni del passato, convinto che “viribus unitis” si possa assicurare alla Democrazia Cristiana una vigorosa quanto veloce ripresa, per poter rilanciare il partito sul piano nazionale sia dal punto di vista politico che organizzativo. In questo senso è incoraggiante l’accordo che è stato raggiunto in tutte le regioni del Centro Nord (veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana) tra la Democrazia Cristiana con Coordinatore Achille Abbiati e la Democrazia Cristiana-Terzo Polo di Centro di Angelo Sandri e che vede le due formazioni politiche unite nel proporre agli altri raggruppamenti democristiani o post-democristiani un cartello elettorale che sia in grado di essere significativo sia sul piano politico che operativo. Comun demominatore di tulte le liste che si stanno organizzando nel Centro-Nord dichiarato sostegno al candidato Governatore del Centro Destra e l’individuazione di un simbolo condiviso in cui compaia a caratteri cubitali il riferimento alla Democrazia Cristiana, nonchè un richiamo al simbolo storico scudocrociato inscindibile dalla presenza, anche elettorale, della D.C.

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Crisi dell’economia – Crisi della politica

Posted by fidest press agency su domenica, 17 Mag 2009

Enrico Letta intervenendo a Torino al convegno promosso Centro Culturale PiemontEuropa e dai Moderati ha tra l’altro detto: “La forza di Berlusconi è di riuscire a interpretare da solo la sintesi tra la maggioranza dei populisti e dei moderati. Il PD nel 2008 ha fatto il pieno del voto dei progressisti, aggiungendo solo una piccola fetta dell’elettorato moderato, che ora se ne sta andando”. “Se ci rechiamo da Vercelli fino a Trieste – ha concluso Enrico Letta –  vediamo come l’Italia politica è divisa in due: non tra chi sta nel centro destra e chi nel centro sinistra, ma tra Bossi e Berlusconi e il PD è terza forza marginale, avulsa da una qualsiasi capacità di governo. E questo vale anche per la Sicilia, dove la gente si schiera tra PdL e Autonomisti. Come i socialisti francesi abbiamo perso la determinazione a governare. C’è un virus che si sta diffondendo ed è quello che porta dire che Berlusconi è imbattibile, per cui a livello nazionale ci accontentiamo di fare testimonianza e barattiamo l’ambizione a governare con la sicurezza delle roccaforti locali.  Ma non c’è spazio per una politica nazionale che è solo testimonianza, seppur dignitosa. La gente oggi vota non in base a un’appartenenza a tradizioni passate ma alla capacità di mettere in campo una proposta credibile ed alternativa di Governo”.

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