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L’IO ARABO di Mhd Houssam Mouazin

Posted by fidest press agency su sabato, 13 febbraio 2016

l'io araboCittà di Castello 20 settembre ore 17 sala degli Specchi Circolo Tifernate accademia degli illuminati presentazione del libro “L’io arabo” di Mhd Houssam Mouazin – Ed. LuoghInteriori. E’ presente l’autore. «È possibile convivere?» Questa la domanda che dopo l’11 settembre invoca la nostra riflessione sulla contrapposizione tra Occidente e Mondo Arabo, che ha conquistato con la forza le cronache quotidiane. L’Io Arabo è una risposta che passa attraverso l’analisi delle complesse dinamiche che oggi sembrano rendere incompatibili questi due mondi.Il libro nasce come raccolta di scritti concepiti in momenti diversi della vita dell’Autore, che comprendono un periodo di tempo molto ampio. Ogni intervento diventa un modo di raccontare l’identità Araba che, come frammentata in tante “tessere” di un mosaico, si compone ai nostri occhi per far luce sui complessi meccanismi che animano la sua natura.Di origini siriane e oggi cittadino italiano, l’Autore ha cominciato a scrivere il libro a partire dal 2004, spinto a meditare dopo aver assistito all’invasione americana dell’Iraq e ai suoi sviluppi.Quello intrapreso dall’Io Arabo è stato un lungo viaggio durato 11 anni, quasi per un gioco del destino, come l’11 settembre, come gli 11 mesi intercorsi fra l’attentato alla sede di «Charlie Hebdo» e gli atti terroristici avvenuti a Parigi il 13 novembre 2015.
La domanda che il libro ci propone sottende anche un invito alla riflessione positiva e intelligente perché tutti, arabi e occidentali, possano finalmente “riconoscersi” considerando l’intrinseco significato nascosto nella parola: “conoscersi di nuovo” senza pregiudizi per comprendere, “abbracciare con la mente”, l’altro.
Mhd Houssam Mouazin nato a Damasco, in una colta famiglia di alti ufficiali siriani, dopo una prima formazione di stampo cristiano (tipica della borghesia siriana) ha frequentato le scuole elitarie della capitale a contatto con i figli dei capi militari e dei conservatori della borghesia damascena. Dopo aver militato nelle forze speciali siriane, si è trasferito a Milano nel 1996 ed è diventato uno dei più affermati direttori artistici editoriali per case editrici come Rizzoli, Condenast e Universo; dal 2001 è anche giornalista.A partire dal 2008, Sam (così chiamato in Italia) si è appassionato alla cinematografia, alla scrittura e alle traduzioni. Si è laureato in Lingue Letteratura e Mediazione culturale all’Università Statale di Milano, ha studiato regia presso il Teatro Alla Scala, incontra scrittori e registi teatrali internazionali e produce cortometraggi culturali, collaborando con il suo stesso Ateneo, il British Council e altre Università britanniche come la Cardiff University e l’Edinburgh University. (foto: l’io arabo)

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La rivolta del mondo arabo e la fine del capitalismo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 marzo 2011

Alla base delle guerre, in questo esordio cruento del 3° millennio, c’è l’interesse economico, sia di singole multinazionali, che di Stati i cui vertici sono assoggettati a quelle stesse multinazionali che ne hanno sponsorizzato la formazione; questo interesse trova nella globalizzazione dei mercati la sua attualità. La globalizzazione dei mercati, intesa come momento culminante del capitalismo spinto, per essere accettata necessita di essere imposta; il consumismo a cui porta non può essere accettato passivamente dai  popoli, che non vogliono privilegiare i consumi fittizi, ma le necessità  reali. Queste necessità reali sono state mortificate per decenni dall’indipendenza e, precedentemente, per secoli di colonialismo; chi ha pagato per tutti è stato il popolo, succube delle potenze coloniali prima e successivamente di avidi governanti, affascinati dalle promesse del capitalismo. Tra l’altro proprio la globalizzazione provoca l’acuirsi dello sfruttamento del lavoro minorile, del lavoro femminile sottopagato, perché produce esigenze di manovalanza a basso costo, tutto a discapito dei livelli di istruzione, perché gli stessi genitori inseriscono i figli nel panorama sordido dello sfruttamento prima possibile; lo impone la legge della sopravvivenza. Dopo avere usato tutte le leve del marketing avanzato, la politica della globalizzazione deve imporsi con altri mezzi, anche con i mezzi della violenza. Questo capitalismo avanzato e spinto alle estreme conseguenze , promosso indiscriminatamente dall’opulento mondo occidentale, conduce a diverse forme di consumo; oggi non si produce più per soddisfare i bisogni del consumatore, o per migliorare la qualità della vita, oggi si produce e basta, quindi, attraverso l’uso indiscriminato delle leve di marketing, si creano falsi bisogni; il consumatore è solamente un’entità da sfruttare attraverso l’imposizione di falsi bisogni. Possiamo affermare che l’economia capitalistica genera la globalizzazione dei mercati, la loro fusione consequenziale, per affermarsi sempre più, genera le politiche aggressive. Di segno opposto è l’indicazione operativa del cooperativismo, che si realizza nella integrazione fra i popoli, l’integrazione fra i popoli non è altro che la internazionalizzazione del concetto portante del cooperativismo, che a sua volta è l’aggiornamento dell’originario concetto di ‘corporativismo cattolico’. Con il concetto di integrazione fra i popoli viene recuperato il ruolo etico dell’economia, che ritorna ad essere una funzione al servizio dell’uomo, e non,  come accade nel sistema capitalistico, un modo per asservirlo alle esigenze dell’economia, fino alle estreme conseguenze, con lo sfruttamento, con una nuova schiavitù, con l’aggressività camuffata da nobili ideali, ma in realtà finalizzata alla rapina delle materie prime e delle fonti energetiche che servono al capitalismo in maniera sempre più esponenziale, mentre intere popolazioni, che, peraltro, costituiscono la grande maggioranza della popolazione mondiale, covano la ribellione motivata e giustificata dall’indigenza. (Rosario Amico Roxas)

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Caso Libia e moralità politica

Posted by fidest press agency su domenica, 27 marzo 2011

“Un ministro francese si è dovuto dimettere dopo essere andato a braccetto con Ben Alì. In un paese normale, dopo certe dichiarazioni come le sue, ci si dimette e si risponde al Parlamento per moralità politica. Lei non ha compreso che le rivolte del mondo arabo non sono solo contro i dittatori, ma contro la vostra realpolitik di sostegno ai dittatori per fermare l’immigrazione”. Questo ha detto, tra l’altro, il Deputato Radicale Matteo Mecacci nel suo intervento nel corso delle dichiarazioni di voto sulle risoluzioni per la crisi libica alla Camera, nel corso del quale ha chiesto le dimissioni del Ministro degli Esteri Franco Frattini.Nel corso del suo intervento Matteo Mecacci, si è rivolto al ministro degli Esteri e gli ha ricordato quando il 17 gennaio scorso, in una intervista al Corriere della Sera, il titolare della Farnesina aveva portato ad esempio la Libia come esmpio di governo stabile per tutta la regione del Nord Africa.

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Il mondo arabo in rivolta

Posted by fidest press agency su domenica, 13 febbraio 2011

Nel Mediterraneo imperversa una epidemia proveniente dai paesi a cultura islamica; si tratta della “dimissionite” che già si è manifestata in Tunisia ed Egitto nella sua forma più acuta. Accenni di tale patologia si manifestano anche in Libia, Giordania, Algeria e Marocco, mentre nello Yemen stanno approntando un antidoto. In Arabia Saudita l’antidoto è già funzionante e si basa sul fondamentale principio religioso, ripreso pari pari dall’Iran. Stante la marea di sbarchi nelle coste siciliane nel governo centrale è scattato l’allarme con massima allerta; è allo studio una cintura sanitaria per evitare la disastrosa conseguenza  che potrebbe colpire il nostro amato premier. I massimi esperti sono già impegnatissimi a neutralizzare la paventata ipotesi; si tratta dei noti  cultori della difesa ad oltranza che già hanno operato con successo nel localizzato  virus  “pmmite” che imperversa solo in Italia. Oggi il caso si fa grave perché interviene anche la Svizzera che congela le fonti e le cause  del contagio; si teme, infatti, che il principio del congelamento delle cause possa colpire anche Antigua. (Rosario Amico Roxas)

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A margine di una guerra persa in partenza

Posted by fidest press agency su martedì, 12 ottobre 2010

I tentennamenti dell’America e di Obama, provocati dal potere che esercitano le lobby delle armi, rischia di far ritrovare l’America con tutto il mondo arabo contrario.
Bush ce la mise tutta per inimicarsi quella larga fetta dell’umanità, colpevole di possedere il petrolio; cosa che per Bush, petroliere, rappresentava un ghiotto bocconcino. Ricordiamo ancora la faccia di bronzo di Bush quando si recò sulla portaerei travestito da pilota belligerante, per annunciare “Missione compiuta, abbiamo vinto, la guerra è finita”. Era finita la prima fase della guerra, quella non combattuta, dove i bombardieri americani bombardavano un esercito in fuga, i caccia cercavano gli omologhi iracheni, senza trovarne traccia, la flotta americana nel Mar Rosso aspirava allo scontro ma rimaneva sperduta in alto mare; furono bombardati mercati nell’ora di punta, moschee nell’ora della preghiera, banchetti di nozze, autobus carichi di studenti, mentre il super-carcere di Abu Ghraib nascondeva le torture ai prigionieri.
Questa miscela di sopraffazioni generò un odio naturale, spontaneo, perché non c’è famiglia in Iraq che non abbia avuto vittime in quella guerra, mentre il TG4 del mellifluo Fede, faceva la radiocronaca del bombardamento a Bagdad, come se si trattasse di un evento ordinario, con lo scopo ben preciso di neutralizzare l’orrore di quello spettacolo che generava morte e distruzione.
Fu l’inizio di quello che è chiamato “terrorismo”, esattamente come se avessimo chiamato “terroristi” i partigiani che combattevano il nazismo e il fascismo.
Ma la cultura liberista e pragmatica di Bush e del suo entourage non permetteva di capire cosa sarebbe sgusciato fuori da quel vespaio dove avevano infilato le mani per rubare il petrolio.
Bush  era riuscito a coinvolgere l’alta borghesia dalla sua parte, garantendo guadagni iperbolici, in cambio di che? In cambio della loro leadership politica e religiosa, infatti tutti i capi di stato in quell’area del petrolio sono anche i capi religiosi di una delle tante sette in cui hanno frazionato l’Islam. Utilizzando questa leadership politico-religiosa hanno convinto i sudditi/schiavi a combattere una nuova guerra santa, che non è contro lo straniero invasore, ma contro la setta opposta: l’integralismo islamico promuove la lotta di classe e la religione si trasforma in uno strumento di dominio di classe. Per secoli le varie borghesie islamiche, d’etnia araba, magrebina o asiatica, perlopiù nella veste istituzionale monarchica ma non solo, hanno usato la religione come mezzo per giustificare il loro potere politico. Anche in tempi più recenti, Il richiamo alla diretta discendenza di Maometto o l’identificarsi con una particolare confessione islamica, si presenta come il suggello al privilegio politico e quindi economico, in una sorta d’imprimatur al dominio di classe. Gli esempi sono infiniti.  Il defunto re Hassan II del Marocco amava ricordare ai suoi sudditi di essere discendente diretto di Maometto; altrettanto è il comportamento del figlio che gli è succeduto al potere.  Il vecchio re Hussein di Giordania preferiva definirsi re degli Hascemiti, tribù d’appartenenza di un antenato di Maometto, piuttosto che re dei Giordani.  I Saud hanno sempre giustificato la legittimità del loro potere identificandosi con la confessione religiosa del Wahabbismo.  Lo stesso dicasi per le esperienze degli Emirati del Golfo persico, non ultima quella degli Al Sabbah del Kuwait, o quelle Yemenite e Omanite della teocrazia degli Immam. Nella Siria presidenziale e repubblicana di Hafez el Assad, talmente presidenziale da non poterla distinguere da una monarchia assoluta, non è estraneo il richiamo alla sua confessione alawita in campo religioso.  Un altro esempio è fornito dal “socialista progressista” Walid Jhumblat che in terra libanese governa sull’enclave drusa in nome di quel Al Darazi che secoli fa fondò una delle tante scissioni confessionali sciite, dando vita allo stesso movimento politico druso di cui oggi Walid, come negli anni settanta il padre, ne è principe e padrone. Escono da questo quadro quelle borghesie che, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, in chiave anti coloniale, ma all’interno della guerra fredda, in altre parole sotto l’influenza diretta o mediata dell’imperialismo sovietico, si sono proposte in termini laici e/o socialisteggianti, in rappresentanza di un nazionalismo arabo che esprimeva conati di progressismo politico ed economico umiliati da quel polo imperialistico che a suon di slogan li aveva favoriti.  Gli interessi economici e politici che sono alla base della conflittualità interborghese, vengono giocati sul tavolo della legittimità religiosa, proposti alle masse sia in termini elettorali che di scontro frontale, come massa di manovra da usare a tutto campo. Contro il potere per il potere, quale involucro dell’interesse finanziario, legato alla rendita petrolifera e alle mediazioni parassitarie che ne conseguono, quasi mai come condizione dello sviluppo economico e sociale come succedeva agli inizi del secolo scorso per le borghesie europee. E’ così che Bush si è inimicato tutti i sovrani del M.O. perché ne ha sfruttato la leadeship per i suoi fini e adesso li ha condotti al macello economico della sua finanza inventiva. Ma il M.O. avrà i modi di riprendersi perché possiede tanto di quel petrolio da tamponare le perdite, mentre l’America di Bush ha lasciato a Obama  solo una frana inarrestabile di debiti che la sta sommergendo, insieme a buona parte del mondo occidentale, ostinatamente liberista, capitalista e imperialista.
Queste le difficoltà ereditate da Obama, per superare le quali cerca partner in Europa e non più vassalli; per questo nel suo tour d’Europa scavalcò l’italietta berlusconiana, che tiene fede agli impegni assunti con Bush, (e lautamente retribuiti) mantenendo un contingente in missione di pace che chiede, per bocca di un ministro della difesa, di armare gli aerei con le ben note bombe a grappolo, con testata all’uranio impoverito, ovviamente fornite dalle industrie americane che pagano anche le provvigioni. (Rosario Amico Roxas in sintesi)

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London Book Fair

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2009

Si conferma importante la presenza dell’editoria italiana nel grande appuntamento per lo scambio dei diritti in programma dal 20 al 22 aprile nel cuore di Londra, nella sede di Earls Court.  Saranno 1613 gli espositori presenti (erano 1666 nel 2008), provenienti da cinquantaquattro Paesi (erano 65 nel 2008 per la presenza più consistente del mondo arabo che era paese ospite), e sarà corposa anche per il 2009 la partecipazione italiana. Il nostro Paese parteciperà infatti con uno stand collettivo (stand G 605) di 120 mq, realizzato dall’Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE) con il contributo dell’Associazione Italiana Editori (AIE) nell’ambito dell’Accordo di Settore siglato tra ICE, AIE e Ministero dello Sviluppo Economico, in cui saranno esposte le opere di ventisei editori italiani: 24 Ore Motta cultura, Black Cat-Cideb, Cnr, Colophon, Corraini, Donzelli, Gruppo Edicart, Edi.ermes, Editvallardi, Edizioni della normale, Edizioni Erickson, Egea. Guerra edizioni Guru, Ideabooks, Il punto d’incontro, Editoriale jaca book, Loescher editore, Lo scarabeo, Momento medico, Piccin nuova libraria, Rl gruppo editoriale, Stige, Turin International book fair, Utet, Grafiche Vianello, Zonza media group. Le case editrici italiane presenti a Londra saranno anche quest’anno complessivamente (tra quelle in fiera all’interno di stand o al Rights Centre) 60.
Un focus sull’import – export di diritti in Italia – L’Italia proporrà anche per martedì, 21 aprile, alle 11 nella Westminster Room della Fiera a Londra il seminario organizzato da AIE e ICE “Import and export of rights in Italy – The new survey by DOXA-ICE-AIE”.  Piero Attanasio di AIE e Cinzia Bruno di ICE illustreranno i risultati della ricerca, sottolineando le migliori opportunità di business sia per gli editori stranieri che per gli italiani. Una quota crescente della produzione di libri, dal 5% del 2001 al 10% di oggi, pubblicati dalle case editrici italiane trova oggi uno sbocco internazionale. In particolare il 63% dei diritti acquistati dalle case editrici italiane nel 2007 lo è da case editrici del mondo anglosassone (nel 2003 era il 67%). A questo 63% corrisponde in direzione opposta un modesto 8,3% (era il 7% nel 2004). Valori che confermano un quadro ben chiaro di difficoltà ad accedere ai mercati più ricchi – come sono quelli di lingua inglese – e offrono anche maggiori opportunità di farsi conoscere da parte di altre editorie.

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