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Le sfide del mondo globale: la pace o la guerra

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2015

sant'egidio1TIRANA – Nella giornata centrale dell’Incontro Internazionale “La pace è sempre possibile”, che ha visto lo svolgimento di 18 dei 27 panel in programma, i partecipanti sono stati messi di fronte alle sfide del mondo globale: la pace o la guerra, il terrorismo internazionale, le migrazioni di massa, le diseguaglianze sociali, le minacce all’ambiente naturale, il ruolo delle religioni e della politica per la costruzione di un’umanità solidale. Lo “spirito di Assisi” che è il filo conduttore del convegno, nella fedeltà all’ispirazione originaria di Giovanni Paolo II, è stato declinato secondo la sensibilità delle centinaia di leader religiosi presenti e messo a confronto con i conflitti di diversa origine che affliggono il mondo moderno. Il risultato di questa analisi articolata e plurale convergerà domani nell’Appello di Pace di Tirana 2015, che verrà consegnato ai leader religiosi e alle personalità politiche di Europa, del Mediterraneo, dell’Asia e dell’Africa che parteciperanno alla cerimonia conclusiva nel piazzale ai piedi della piramide, già costruita per celebrare il regime comunista di Henver Hoxha e che oggi è un simbolo dell’Albania democratica che vuole entrare in Europa.“Spirito di Assisi” significa dialogo, tolleranza, ruolo pubblico delle fedi. Un importante panel di oggi, sul tema “Immaginare la pace. Il ruolo delle religioni e della politica”, presieduto dal giornalista del “Corriere della Sera” Antonio Ferrari, ha visto la partecipazione del ministro degi Esteri italiano Paolo Gentiloni, del Patriarca siro ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente Ignatius Aphrem II, del Cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja in Nigeria, e del rabbino Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico “Marshall T. Meyer” di Buenos Aires e grande amico di papa Francesco. Il ministro Gentiloni ha dichiarato di apprezzare la proposta, rilanciata da Sant’Egidio da Tirana sulla andrea riccardiscorta dell’appello del papa, di una sponsorship europea e in particolare italiana per l’accoglienza ai profughi e ai migranti. “Penso che la creazione di corridoi umanitari e l’accoglienza a livello europeo di una quota di immigrati legali possa contribuire alla soluzione del problema. Certo il problema non si risolverà semplicemente, innanzitutto perchè stiamo parlando di un fenomeno di dimensioni talmente enormi sul piano economico e demografico che certamente l’Europa dovrà fare i conti con questa questione per i prossimi dieci o venti anni”. Intanto, l’Italia lavorerà perchè la proposta sulla redistribuzione dei migranti che domani presenterà la Commissione europea “vada a buon fine”. E il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati Mario Marazziti, che ritiene urgente la convocazione di una conferenza mondiale sui migranti, ha rilanciato la sua proposta legislativa tendente a consentire la presentazione di richieste di asilo presso i consolati e le ambasciate europei dei paesi di transito. Gli esponenti delle religioni, ha detto il rabbino Skorka, “dovrebbero fungere da coscienza dei leader politici”, ponendo con forza le questioni che riguardano la giustizia e la pace”; dovrebbero fare “come gli antichi profeti d’Israele: portare la tradizione religiosa ad avere una influenza sulle questioni attuali”.Purtroppo, però, le parole di pace delle religioni non sempre vengono accolte con simpatia. Una ferma denuncia delle sofferenze inflitte dal cosiddetto Stato Islamico ai cristiani in Medio Oriente, in Asia e in Africa, è stata fatta dal metropolita di Vologda e Kirillov (Patriarcato di Mosca) Ignatij: “Nel cosiddetto Stato Islamico sta avvenendo un vero e proprio genocidio di carattere religioso. Un cristiano su quattro è oggi vittima di discriminazione nel mondo”. E si è chiesto polemicamente: “La società civilizzata, formatasi nelle tradizioni della cultura e della visione cristiane, soffre per tutto ciò? Mi sembra che in Europa e in America non si dia molta attenzione a questo tema”. Del resto, in questo inizio del XXI secolo il martirio “cambia il mondo del cristianesimo”, come dice il tema di un altro panel: il vescovo ortodosso Epiphanius della Chiesa copta egiziana, ha rilevato che sono cambiati i perseguitati, non più soltanto i missionari, ma semplici fedeli, uomini, donne e perfino bambini; e si sono moltiplicati i persecutori: non solo Stato ma anche le sette religiose fanatiche che nion accettano chi è diverso da loro. Comunque, oggi come nei primi secoli: “il sangue dei martiti è il seme dell’unità che auspichiamo tra le Chiese cristiane”. E il vescovo cattolico albanese George Frendo ha ricordato che attualmente nei suo paese si sta svolgendo il processo di beatificazione di 40 martiri, molti dei quali caduto sotto il regime comunista.In un altro panel, Mauro Garofalo, responsbaile delle relazioni internazionali per la Comunità di Sant’Egidio, sulla scorta della denuncia di papa Francesco: “Siamo di fronte a un nuovo conflitto mondiale, ma a pezzetti”, ha svolto una panoramica sulle guerre in corso nel mondo, e ha sottolineato come “l’impegno per la risoluzione dei conflitti sia la conseguenza di ciò che la Comunità vive in ogni parte del mondo”: un “artigianato paziente e globale”, che ha dato risultati concreti non solo in Mozambico, nell’Africa subsahariana e a Mindanao, ma in molti altri paesi del mondo, visto che “in 25 anni in tanti sono venuti a bussare alle porte di Sant’Egidio per trovare una risoluzione dei conflitti”. Nello stesso panel, l’arcivescovo cattolico nigeriano Kaigama ha dato conto dei piccoli passi verso la pace in un paese martoriato dai fondamentalisti di Boko Haram, dove però si è innescato un processo elettorale positivo. E Dyonisius Jean Kawak, arcivescovo ortodosso della Chiesa sira, ha ricordato che in una terra colpita da un conflitto che dura da 5 anni, la cosa fondamentale è “educare alla pace”, perchè “fare la pace è un lavoro da portare avanti ogni giorno”, “bisogna avere l’aiuto della comunità internazionale, bisogna fermare il finanziamento diretto ed indiretto agli estremisti e fermare l’afflusso di armi e combattenti”.Un altro filone di approfondimento è stato quello della globalizzazione, del predominio dei mercati e, ad esso connesso, quello della tutela dell’ambiente. Romano Prodi, già presidente della Commissione europea e due volte capo del governo italiano, ha detto di apprezzare la globalizzazione “perchè senza di essa un miliardo di persone non sarebbe arrivato ad una vita decente”, ma ha anche osservato che con essa “è aumentata la diseguaglianza”, poichè “da quando si è avuta l’affermazione del modello Reagan-Thatcher per il quale chi mette le imposte perde le elezioni, prima sono state colpite le classi più basse e ora la classe media”. Nello stesso panel mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone, ha sostenuto che “la logica del dono sembra scalzata dalla logica della finanza e del denaro; il mercato sembra ingovernabile; ma una società così organizzata non può che vivere di paura, e addossare le nostre paure agli elementi di disturbo, come è accaduto con i profughi”.Nel panel sui problemi ecologici (“Una nuova alleanza fra umanità e ambiente”), presieduto dalla giornalista e regista italiana Maite Carpio, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ricordato che “in un mondo profondamente interdipendente e profondamente diseguale, non si può immaginare se non una gestione globale delle emergenze ambientali”. Riferendosi poi all’enciclica “Laudato sii” di papa Francesco, il ministro ha affermato che la politica “non può non farsi carico della cura della casa comune; non può non collocarsi sul versanmte indicato dal papa, in risposta a questa sfida”.

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Il Magreb

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 gennaio 2011

L’incontro è stato il primo di una serie dedicata alla “competizione nel mondo globale”. Relatori sono stati Sandro Costa, già responsabile dell’ICE di Algeri e Casablanca, Franco Rizzi, segretario dell’Unione delle università del Mediterraneo (UNIMED), e Armando Sanguini, già ambasciatore d’Italia a Tunisi. Ha presieduto Enrico Morbelli. I diversi “vissuti” e le diverse sensibilità dei relatori hanno dato del  Magreb un quadro complesso e a più dimensioni.
Franco Rizzi ha spiegato che la UNIMED – raggruppando 80 università del bacino mediterraneo – lavora per favorire la comprensione delle diverse realtà dei popoli del bacino contribuendo alla risoluzione di problemi che poi tratterà la politica.
L’ambasciatore Sanguini ha evidenziato i forti squilibri esistenti tra Magreb, inteso come insieme di Marocco, Algeria, Tunisia con aggiunta della Libia, e Italia ed Europa: la superficie dei quattro paesi è di 4.750.000 kmq a fronte dei 300.000 dell’Italia e dei 4.700.000 dell’Europa Unita, gli abitanti sono 84 milioni nel Magreb e 495 milioni in Europa mentre il PIL è rispettivamente di 371 Mdi e 14.000 Mdi di dollari. Lo squilibrio è evidente anche se in quello territoriale va considerata la presenza nel Magreb di uno sconfinato deserto, per il quale è stato calcolato che il calore di una sua piccola porzione potrebbe essere trasformato in elettricità sufficiente a riscaldare tutto il Vecchio continente. Ma il bacino del  Mediterraneo ha anche fattori che fanno sperare: esso sta diventando uno dei punti di massima concentrazione dei trasporti, un “hub” della competitività internazionale e dell’offerta asiatica verso occidente; il Magreb è inoltre un punto interessantissimo sotto il profilo energetico: un terzo del nostro fabbisogno energetico in termini di petrolio e gas è soddisfatto da Libia e Algeria, e per la Tunisia passa un vettore del gas algerino; da considerare inoltre, da un punto di vista globale, quella vera ricchezza che sono le grandi riserve di petrolio presenti in Libia e Algeria.
Per Sandro Costa: il grande mercato del Magreb è l’Algeria; essa ha un’economia centralizzata nelle mani del settore pubblico; ha solo idrocarburi che determinano oltre il 90% del suo PIL e il 98% delle sue esportazioni. Venti anni fa in quel paese avevamo quasi il monopolio dei grandi lavori, poi l’inerzia e la miopia della SACE e di tutto il sistema di assicurazione del credito all’esportazione ci fece rinunciare a molti grandi lavori legati alla realizzazione di gasdotti; è vero che allora l’Algeria era molto indebitata verso l’Italia ma la nostra forte importazione di petrolio era di per sé una garanzia di recupero dei debiti.
Dopo il primo “giro” di interventi è prevalso tra i relatori uno scambio diretto e immediato. Si è osservato che l’Algeria, con un’economia ancora “imbracata” e di stampo postsovietico, è adatta ai grandi lavori mentre Tunisia e Marocco non avendo petrolio hanno dovuto sviluppare una capacità di trasformazione dei prodotti ed hanno quindi una realtà economica adatta allo sbocco di piccole e medie imprese; i dati del nostro import-export con questi due paesi è falsato: i numeri sono “numeri interni” perché di fatto esportiamo materiale che poi reimportiamo trasformato, come per i tessuti che, esportati, reimportiamo poi sotto forma di abbigliamento”.
Franco Rizzi ha posto il problema del lascito della colonizzazione, che “non è quella dei romani” ma dell’Europa del secolo scorso, degli eserciti che andavano lì per imporre e dei “massacri perpetrati dagli italiani brava gente”: nei popoli, anche senza conoscere la storia, si hanno sempre processi di osmosi che si espandono nelle falde delle società lasciando il segno. Ha ricordato l’affermazione di Sarkozy che “è ora di voltare pagina”, aggiungendo che “prima di voltarle le pagine vanno lette e capite”. Si è parlato di una mancanza di metabolizzazione del passato provocando la domanda del perché alcuni paesi hanno metabolizzato ed altri no; si è affermato che il nodo della decolonizzazione non è ancora risolto, così come e aperto e bloccante il problema  israelo-plaestinese. È stata posta la domanda se per Gheddafi fare i conti col passato significa ricattare, farsi costruire autostrade e pretendere soldi per impedire le migrazioni verso l’Europa. Si è affermato e negato uno scontro di civiltà: “non sono le civiltà che si scontrano ma gli uomini con le loro ideologie”.  La domanda sul “cosa avverrà in futuro” è rimasta aperta e il dibattito si è concluso con più interrogativi che risposte, come è bene che sia. Un mondo aperto al futuro è un mondo di punti interrogativi, le affermazioni “chiudono” mentre sono i perché che lasciano aperti discorsi che sono e saranno lunghi e imprevedibili quanto la storia.

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