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Cinque lezioni apprese dalla pandemia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2021

A cura di Luca Paolini, Chief Strategist di Pictet Asset Management. Ogni shock globale lascia un’eredità. La crisi legata al COVID-19 non fa eccezione. Anche se ci vorrà un po’ di tempo prima che gli investitori comprendano veramente gli effetti della pandemia, è già chiaro che questa ha trasformato per sempre la politica monetaria e fiscale. Le banche centrali hanno abbandonato l’ortodossia monetaria mentre istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, in passato devote sostenitrici della disciplina fiscale, stanno spingendo i governi a spendere liberamente. Il consiglio è stato seguito alla lettera: nel 2020 sono stati erogati stimoli fiscali d’emergenza pari a circa 12.000 miliardi di dollari, ovvero il 14% del PIL mondiale. Anche la Germania, una nazione la cui reputazione in materia di conservatorismo fiscale è ben espressa dalla sua politica dello schwarzer null (ossia di zero deficit), ha preso atto del fatto che l’austerità non funziona più. Ha sospeso la clausola costituzionale di freno all’indebitamento e sostenuto attivamente l’allentamento dei vincoli di bilancio dell’Unione Europea, aprendo la strada al piano di ripresa senza precedenti dell’UE (si veda di seguito). L’aumento della spesa pubblica è stato accompagnato dal ritorno del “Big Government”. Anche in Paesi più liberisti, come Stati Uniti e Regno Unito, i governi hanno salvato alcuni settori, offerto integrazioni salariali (cassa integrazione) e sussidi di disoccupazione estremamente generosi e bonus vacanze. Sarà difficile abbandonare tali politiche. Piuttosto, è più probabile che nasca un nuovo Contratto sociale, che comporterà un intervento statale più marcato, una maggiore ridistribuzione e diritti dei lavoratori più estesi. La pandemia ha dato vita a una nuova era di estremo e innovativo allentamento monetario. Sfidando chi sosteneva che fossero rimaste a corto di munizioni, le banche centrali mondiali hanno fornito stimoli per 8.800 miliardi di dollari lo scorso anno, quasi il triplo rispetto a quanto offerto durante la crisi finanziaria globale. La Federal Reserve statunitense, ad esempio, il 23 marzo ha lanciato un programma per l’acquisto diretto di obbligazioni societarie, comprese quelle declassate a “titoli spazzatura” a seguito della pandemia. Ciò ha segnato la fine del mercato ribassista, preannunciando un insolito boom di emissioni di debito societario durante una recessione. L’economia statunitense pare destinata a uscire dal 2020 relativamente indenne, con una produzione in calo solo del 3% rispetto al 2019 – una perdita che è in linea con le precedenti recessioni. La ripresa della Cina è stata ancora più impressionante, con l’attività economica che è tornata al di sopra dei livelli pre-pandemici in quasi tutti i settori. Una recessione prolungata causata da shock sistemici è difficile da affrontare per i mercati. Lascia cicatrici profonde, come una maggiore disoccupazione a lungo termine, insolvenze e crediti inesigibili: problemi la cui risoluzione può richiedere anni. I crolli causati da shock esogeni di breve durata, come le catastrofi naturali, possono essere meno problematici per gli investitori, purché sia messo in atto il giusto mix di politiche. Nel 2020, gli investitori hanno assistito a uno shock temporaneo (brusco calo degli utili societari) eclissato da un calo permanente dei rendimenti obbligazionari (e, come effetto di ciò, multipli degli utili più elevati) e da una conseguente risalita dei mercati azionari. Ciò che conta di più per i mercati finanziari in tali circostanze è la direzione di marcia dell’economia, più che il ritmo della sua espansione. I segnali di una ripresa nascente erano già evidenti ad aprile e con essi i mercati finanziari hanno riscoperto il loro ottimismo.
Con l’abbattersi della pandemia sull’economia globale e sui mercati finanziari, un trend ha dimostrato davvero tutta la sua forza: la crescita dell’investimento responsabile. Gli investitori hanno ritirato una quantità significativa di denaro dagli investimenti azionari tradizionali durante la fase peggiore della crisi, ciononostante gli ETF che integravano fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) hanno registrato oltre 265 miliardi di dollari in flussi netti a livello globale, in rialzo di oltre cinque volte rispetto al 2019, secondo l’Institute of International Finance. Alla fine dell’anno, gli attivi detenuti dai fondi ESG globali hanno superato i 13.000 miliardi di dollari in tutti i tipi di investimento. Il COVID-19 non solo ha messo a nudo la portata delle disuguaglianze sociali ed economiche, ma ha anche messo in guardia i governi sulla necessità di uno sforzo globale coordinato per affrontare le minacce esistenti, come il cambiamento climatico. L’Europa, gli Stati Uniti (sotto la nuova amministrazione Biden) e la Cina si sono impegnati tutti a raggiungere obiettivi più ambiziosi in termini di riduzione delle emissioni di carbonio. Ciò rientra in un passaggio più generale verso un capitalismo responsabile, capace di dare priorità agli stakeholder rispetto agli azionisti e ai criteri ESG rispetto agli EPS (utili per azione). È un trend che nessun investitore può permettersi di ignorare. (abstract)

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Il Bitcoin sta vincendo la rivoluzione monetaria scaturita con il Covid-19

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

Niall Ferguson, rinomato storico della finanza che in passato si era detto scettico sul Bitcoin, ha recentemente scritto un editoriale su Bloomberg nel quale ha analizzato tutti gli elementi a sostegno del fatto che il Bitcoin, a suo parere, stia vincendo ciò che lui stesso definisce “la rivoluzione monetaria del Covid-19”. Nel suo articolo, Ferguson arriva a suggerire alla prossima amministrazione Biden di prendere in considerazione i benefici di portare inserire il Bitcoin all’interno del sistema finanziario statunitense. L’attuale crisi sanitaria, insieme con uno scenario di tassi d’interesse a zero o negativi, ha accelerato l’adozione e l’importanza dei servizi digitali e, soprattutto, del Bitcoin. Ciò che avrebbe potuto richiedere anni per verificarsi, è avvenuto in meno di un anno: “la loro natura digitale, l’offerta limitata, prevedibile e non correlata alle politiche monetarie e fiscali, e il trading che non richiede un contatto interpersonale fanno sì che le criptovalute abbiano il potenziale per diventare sempre più attrattive” spiegava il nostro Research Associate, Eliézer Ndinga, all’inizio della crisi. Il tanto atteso lancio di Libra da parte di Facebook nel primo trimestre del prossimo anno avrà senza dubbio un impatto positivo sull’intero mercato delle criptovalute, grazie a una nuova stablecoin il cui valore è ancorato a quello del dollaro americano. Questo faciliterà le transazioni di oltre 2 miliardi di utenti di questo social network. Tuttavia, se Libra e altre stablecoin dovessero diffondersi troppo, potrebbero rappresentare una minaccia per le valute sovrane, così come ha avvertito la presidente della BCE, Christine Lagarde, il che farà aumentare l’importanza di un sistema finanziario resistente alle censure come quello del Bitcoin, che può esistere parallelamente a quelli delle valute sovrane. 21Shares AG è la società leader mondiale negli ETP sulle criptovalute, con ben 11 prodotti dedicati (più di ogni altra al mondo) tra cui i primi indici a replica fisica su Bitcoin, Ethereum, Crypto. Nel 2018 ha costruito HODL, il primo ETP al mondo su un paniere di criptovalute quotato al SIX Swiss Exchange.

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La sovranità monetaria dei francesi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 luglio 2018

“Invece di fare il conferenziere Macron restituisca la sovranità monetaria agli stati africani che utilizzano il Franco CFA, è inammissibile che un paese della Ue controlli ancora la moneta delle ex colonie, assicurandosi l’aggio sulle esportazioni e depredando le risorse naturali di cui il continente nero è ricco. In Francia una lampadina su tre è accesa grazie all’uranio del Niger, mentre il 90% dei nigerini non ha nemmeno accesso all’energia elettrica. L’unico vero freno all’immigrazione verso l’Europa è la fine della “Françafrique”, ovvero della depauperazione delle nazioni africane da parte della Francia di Macron”. E’ quanto scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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La Commissione europea illustra possibili modi per approfondire l’Unione economica e monetaria dell’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 4 giugno 2017

european commissionBruxelles. La Commissione illustra possibili modi per approfondire l’Unione economica e monetaria dell’Europa Dopo il Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato il 1° marzo, la Commissione illustra adesso possibili modi per approfondire l’Unione economica e monetaria dell’Europa.
Il documento di riflessione pubblicato oggi si basa sulla relazione dei cinque presidenti di giugno 2015 e intende, da un lato, stimolare il dibattito sull’Unione economica e monetaria e, dall’altro, contribuire a formare una visione comune della sua futura configurazione. Tenendo debitamente conto dei dibattiti negli Stati membri e dei pareri delle istituzioni europee, il documento illustra le misure concrete che potrebbero essere adottate prima delle elezioni del 2019, oltre a definire una serie di opzioni per gli anni successivi, quando l’architettura dell’Unione economica e monetaria dovrebbe essere stata completata.
L’euro è un successo a molti livelli: è condiviso da ben 340 milioni di europei in 19 Stati membri. Sette degli Stati divenuti membri dell’UE nel 2004 lo hanno già adottato. Eppure sono passati solo 25 anni da quando il trattato di Maastricht ha aperto la strada alla moneta unica e solo 15 anni da quando è entrata in circolazione la prima moneta metallica. L’euro è la seconda moneta più utilizzata al mondo, ha portato prezzi stabili ed è entrato a far parte della vita quotidiana di gran parte degli europei.
Ma le difficoltà che l’euro ha attraversato negli ultimi anni indicano che non è sempre percepito così, anche se oggi il sostegno per la moneta comune è di nuovo al livello più alto dal 2004 (72% dei cittadini della zona euro). La crisi finanziaria ed economica globale iniziata negli Stati Uniti nel 2007-2008 ha provocato la peggiore recessione che l’Unione europea abbia vissuto in sessant’anni di storia. Gli Stati membri e le istituzioni dell’UE hanno preso forti decisioni politiche per tutelare l’integrità dell’euro ed evitare il peggio e queste riforme stanno dando frutti. Ma la crisi non sarà finita finché la disoccupazione rimarrà così elevata. Al fine di conseguire risultati ancora migliori per tutti i cittadini, la governance dell’euro ha bisogno di ulteriori riforme.Le opzioni proposte nel documento di riflessione intendono contribuire a costruire un ampio consenso su come affrontare le sfide future e dare nuovo impulso a questo importante dibattito.
Il completamento dell’Unione economica e monetaria non è fine a se stesso, ma è necessario per fornire posti di lavoro, crescita, equità sociale, convergenza economica e stabilità finanziaria. Responsabilità e solidarietà, riduzione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo. Per progredire sarebbero necessarie misure in tre settori chiave.
1) Completare una vera e propria Unione finanziaria
Un sistema finanziario integrato ed efficiente è essenziale per un’Unione economica e monetaria efficace e stabile. Su impulso di quanto già realizzato negli ultimi anni, è necessario trovare un consenso sulla via da seguire. Ciò include portare avanti gli elementi che sono già in discussione e concordare misure aggiuntive da adottare entro il 2025, tra cui il completamento dell’Unione bancaria e i progressi per la riduzione e la condivisione dei rischi nel settore bancario, con misure per rendere le banche europee ancora più resilienti. Anche la realizzazione dell’Unione dei mercati dei capitali è di fondamentale importanza al fine di fornire opportunità di finanziamento più diversificate e innovative per l’economia reale, anche attraverso i mercati di capitali.
2) Creare un’Unione economica e di bilancio più integrata
La relazione dei cinque presidenti aveva già individuato nella convergenza verso strutture economiche e sociali più resilienti negli Stati membri un elemento essenziale per il successo a lungo termine dell’Unione economica e monetaria. Gli Stati membri potrebbero rafforzare elementi già esistenti, quali il semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche o il collegamento del sostegno finanziario dal bilancio dell’UE alle riforme strutturali. Ma gli Stati membri potrebbero decidere anche di migliorare la capacità di stabilizzazione macroeconomica della zona euro. Il documento illustra varie opzioni a tal fine che la Commissione esaminerà.
3) Ancorare la responsabilità democratica e rafforzare le istituzioni della zona euro
Per un’Unione economica e monetaria più forte gli Stati membri devono accettare di condividere maggiormente le responsabilità e le decisioni sulle questioni relative alla zona euro, all’interno di un quadro giuridico comune. Ciò potrebbe essere realizzato attraverso i trattati dell’UE e le sue istituzioni, un approccio intergovernativo o, come avviene attualmente, con una combinazione di entrambe le possibilità. Una maggiore integrazione politica potrebbe prevedere un ripensamento dell’equilibrio tra la Commissione e l’Eurogruppo e giustificare la nomina di un presidente permanente a tempo pieno dell’Eurogruppo e l’unione della rappresentanza esterna della zona euro. L’idea di un Tesoro della zona euro – con un eventuale bilancio della zona euro – e di un Fondo monetario europeo è anche oggetto di dibattito pubblico e potrebbe essere presa in considerazione in una fase successiva del processo di approfondimento dell’Unione monetaria nell’ambito dell’UE.
Il presente documento di riflessione è il terzo di una serie di cinque documenti annunciati nel Libro bianco sul futuro dell’Europa, che illustra le principali sfide e opportunità per l’Europa nei prossimi dieci anni. Il Libro bianco ha segnato l’inizio di un processo in cui l’UE a 27 deciderà il futuro dell’Unione. Per stimolare la discussione la Commissione europea ospita, insieme al Parlamento europeo e agli Stati membri interessati, una serie di dibattiti sul futuro dell’Europa nelle città e nelle regioni del continente.La Commissione pubblicherà anche un documento di riflessione sul futuro della difesa dell’Europa.

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Volatilità monetaria

Posted by fidest press agency su sabato, 22 agosto 2015

monete(A cura di Claudio Barberis, responsabile asset allocation di MoneyFarm SIM) Poco più di un mese fa Mario Draghi ha dichiarato che la volatilità sui titoli obbligazionari è comprensibile e che vi si deve fare l’abitudine, dopo anni di tassi bassi.La dichiarazione di Draghi era legata a un momento di forti oscillazioni dei prezzi dei titoli di stato tedeschi, ma per diverse ragioni è simbolica di una transizione che i mercati stanno vivendo.Dal 2009 in poi, con la parentesi della crisi europea del 2011, si è assistito a una lunga fase di moderazione della volatilità sui mercati, accompagnata da dati macroeconomici nei paesi sviluppati con inflazione vicina allo zero, crescita di poco positiva e un generale contesto di relativa tranquillità supportata anche dalle politiche di quantitative easing delle banche centrali.Tra gli investitori e gli analisti vi è chi ha teorizzato l’inizio di una nuova era di tassi bassi, crescita potenziale bassa, evoluzioni demografiche molto contenute… al punto che alcuni parlano di questi tempi come del completamento di un percorso di “Great moderation” che ha le sue radici negli anni ’80, quando negli Stati Uniti venne iniziata e poi vinta la lotta all’inflazione.La bassa volatilità è andata di pari passo con valutazioni storicamente alte per i titoli di stato, spread bassi sui corporates e azioni di tutto il mondo sviluppato in media care. Partendo dai minimi del 2009, i mercati hanno offerto agli investitori performances positive con basso rischio, il meglio che si potesse chiedere per i propri risparmi.Qualcuno però evidenzia il rischio legato a condizioni troppo “tranquille” sui mercati. È sufficiente guardare un grafico dello Standard and Poors 500 (azioni americane) nei trent’anni passati per vedere come gli ultimi trimestri sono a dir poco particolari: da quasi un anno l’indice si trova sui massimi storici e si muove in un range molto stretto intorno a questi livelli. Si tratta di una situazione non facile per chi deve investire, combattuto tra l’idea che i mercati possano essere un po’ cari ma che l’abbondante liquidità, l’assenza di alternative e di notizie negative possano far sì che nulla si muova ancora per diverso tempo.
Simile discorso si può fare anche sui titoli di stato americani o tedeschi.Recentemente qualcosa sta cambiando. Vi sono asset class “periferiche” come le materie prime, le valute, le azioni dei paesi emergenti e alcuni segmenti del mercato high yield statunitense che mostrano volatilità elevata e prezzi in calo. Le cause sono molte, legate a vicende specifiche o a fattori globali, come l’atteso rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed in autunno.
Il comportamento di materie prime e paesi emergenti in queste settimane è per qualcuno un campanello d’allarme, per altri una boccata d’ossigeno.È un campanello d’allarme per chi vi legge la fine di un tema d’investimento profittevole negli ultimi quindici anni, oggi che nei paesi sviluppati la crescita non è ancora tale da compensare la mancata spinta dei paesi emergenti. Anche dal punto di vista dei flussi di portafoglio, la fine di un tema così duraturo può portare a deflussi di capitale dalle valute di questi paesi e da tutte le asset class legate a questo, con conseguenti crisi e tensioni su mercati ed economie.
Ma la recente volatilità può avere anche implicazioni positive. La Cina svalutando la sua moneta sta muovendosi verso meccanismi più “di mercato”, permettendo che la valuta debole compensi un export in difficoltà, come sarebbe normale in un sistema monetario internazionale a cambi flessibili. Lo yuan viene svalutato per ottenere un risultato non diverso dal deprezzamento visto su tante altre valute emergenti a cambio flessibile in queste settimane.Il calo dei prezzi delle materie prime può essere il sintomo di una minor crescita potenziale globale, ma allo stesso tempo dimostra che sui mercati c’è ancora spazio per una normale dinamica di domanda e offerta che contribuisca alla formazione dei prezzi, nonostante quantitative easing e supporti di ogni tipo post 2008.Se solo alcuni mesi fa l’investitore globale si trovava in difficoltà per via di asset class tutte sui massimi e con una mancanza cronica di possibilità di diversificazione, l’atteso lento smantellamento di politiche monetarie espansive in Occidente (a partire dagli Stati Uniti già quest’anno) sta ridando la parola ai mercati per quanto riguarda il processo di scoperta e formazione dei prezzi.Investitori anche famosi sono arrivati a sostenere che i tassi bassi non sono la soluzione dei problemi dell’economia globale e che in alcuni casi siano essi stessi il cuore del problema. È un’affermazione forte, su cui si discuterà per decenni. Si può comunque dire che l’atteso rialzo dei tassi Fed in autunno e l’attuale volatilità sui mercati potrebbero essere una boccata d’ossigeno per molti. La stessa Fed e la Bce, pur in fasi diverse del ciclo di politica monetaria, potrebbero vedere con sollievo la fine di un ruolo da protagoniste che si sono trovate a dover ricoprire.

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