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Monitor dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2022

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. La rivoluzione digitale non è solo una manna dal cielo. Per i mercati emergenti potrebbe rivelarsi una vera e propria magia economica. La digitalizzazione, infatti, potrebbe consentire a questi Paesi di saltare a piè pari alcune lunghe fasi di sviluppo economico. In pochi anni, i Paesi emergenti stanno velocizzando interi decenni di investimenti di questo tipo, grazie a telecomunicazioni mobili efficienti e relativamente economiche e a fonti energetiche locali e sostenibili. Ciò, a sua volta, apre a un livello di efficienza economica senza precedenti, offrendo a un numero sempre crescente di persone accesso a informazioni (che si tratti di prezzi di mercato o di istruzioni su come riparare un motore) e servizi essenziali per la crescita economica, come quelli relativi al settore finanziario e bancario.La digitalizzazione ha visto accelerare l’adozione di nuove tecnologie. È facile dimenticare quanto tempo ci sia voluto prima che tecnologie che ora diamo per scontate si affermassero, anche nelle principali economie mondiali. Nel 1915, ad esempio, appena il 10% degli americani poteva permettersi un’automobile. Solo nel 1989 questa percentuale ha raggiunto il 90%. Per quel che riguarda l’energia elettrica, ci sono voluti 40 anni per raggiungere gli stessi livelli di adozione. Per la rete telefonica fissa, 66 anni. A confronto, la penetrazione dei telefoni cellulari ha richiesto solo 22 anni e i computer hanno impiegato poco più in termini di tempo per affermarsi allo stesso modo.La simultaneità tra questi progressi tecnologici e il calo dei costi ha avuto un forte impatto sulle economie emergenti. Secondo un’analisi condotta dai ricercatori di Our World in Data (Oxford University), l’adozione di una linea telefonica fissa è poco frequente in Paesi con redditi pro capite compresi tra i 7.000 e gli 8.000 dollari. Al contrario, non esiste una chiara soglia di reddito per l’adozione di dispositivi di telecomunicazione mobile. Nel 2017, non c’era nessun Paese dell’Africa subsahariana con più di 10 abbonamenti di telefonia fissa per ogni 100 persone e la maggior parte di essi ne aveva sostanzialmente meno di 1. A titolo di confronto, gli Stati Uniti ne avevano 36. Eppure, alla stessa data, quasi tutti i Paesi africani avevano più di 25 abbonamenti di telefonia mobile; molti ne avevano anche più di 100. In termini economici, l’età media inferiore e una solida infrastruttura tecnologica offrono un potenziale vantaggio competitivo ai Paesi meno sviluppati. Circa il 90% della popolazione mondiale con meno di 30 anni vive in questi Paesi. A livello globale, ad esempio, uno dei tassi più elevati di penetrazione di dispositivi mobili si trova nel sud-est asiatico. In effetti, la crescita dell’economia digitale ha guidato la ripresa dalla pandemia di COVID nel sud e nel sud-est asiatico, anche grazie alla forte diffusione degli smartphone in molti di questi Paesi.In questo nuovo mondo, fintech e big tech sostituiscono le banche come nuovi intermediari nell’offerta di credito. Le piattaforme fintech decentralizzate consentono ai singoli fornitori di prestiti online di interagire direttamente con chi riceve il prestito, sia che ciò avvenga in un contesto peer-to-peer, che in un marketplace dedicato. E c’è spazio per un’evoluzione tra i vari servizi. Con WeChat Pay, ad esempio, il gruppo tecnologico cinese Tencent ha ideato una superapp e un intero ecosistema in Cina, mentre Mercado Libre ha ideato il sito di e-commerce più popolare dell’America Latina, adottando un approccio simile. I governi di alcuni Paesi emergenti sono ben consapevoli dei vantaggi che può offrire il digital banking. Le autorità di regolamentazione brasiliane, ad esempio, si sono sforzate di aprire i propri mercati ad alternative digitali. Corea del Sud, Cina e Taiwan hanno un ruolo critico nel settore dei semiconduttori e in tutta la sua filiera: nel complesso, l’Asia orientale ospita tre quarti della produzione globale di chip.[8] La loro importanza sembra destinata a continuare, anche perché i governi dell’ASEAN sostengono gli investimenti in questo comparto e diversi Paesi si stanno specializzando in diverse aree di questo settore.[9] Ecco quindi che ricerca, sviluppo e progettazione di chip sono fortemente concentrati in Malaysia, Singapore, Vietnam, Filippine e Thailandia, la produzione di wafer in silicone avviene per lo più in Malaysia e a Singapore e la fabbricazione dei back-end avviene, per la maggior parte, negli stessi Paesi e in Indonesia.Il futuro digitale, però, non deve essere dominio esclusivo delle nuove economie: non è ancora tempo di mettere da parte gli operatori consolidati, soprattutto perché conoscono bene la loro clientela locale. Filiali e canali fisici rimangono importanti e, sebbene le banche stiano ridimensionando le proprie reti di penetrazione, non stanno affatto pensando di eliminarle del tutto. Neanche in Corea del Sud, in cui i tassi di diffusione di smartphone e banda larga sono tra i più alti al mondo, Internet costituisce l’unico canale di vendita di polizze assicurative per la casa o per l’auto, o ancora per la negoziazione di titoli. Nelle economie emergenti le criptovalute sono già state adottate in misura significativa nei flussi internazionali, tanto da preoccupare alcune banche centrali. Il Fondo Monetario Internazionale ha già sottolineato i rischi che le banche centrali dei mercati emergenti corrono a causa della dollarizzazione dei loro sistemi di pagamento e ha evidenziato gli ulteriori rischi posti dalle criptovalute. Ma ha anche sostenuto che le politiche macroeconomiche in questi Paesi potrebbero essere rafforzate qualora le singole banche centrali creassero le loro stablecoin (vale a dire criptovalute agganciate alle valute esistenti). Fonte https://am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/07/monitor-dei-mercati-emergenti#PAM_Section_7

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 Maggio 2022

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha messo in subbuglio i mercati azionari e obbligazionari di tutto il mondo. Tuttavia, gli effetti più duraturi si vedranno sui mercati emergenti. Per gli investitori, ciò comporta sia nuovi rischi che nuove opportunità. L’impatto più rilevante del più grande conflitto militare in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale in poi è stato sui mercati delle materie prime. La guerra ha compromesso l’approvvigionamento di petrolio, gas e altre materie prime, facendo aumentare le già elevate pressioni inflazionistiche in tutto il mondo. Tuttavia, gli effetti a lungo termine saranno probabilmente molto più lievi. Una lezione per gli investitori è che questa guerra serve a ricordarci i rischi geopolitici idiosincratici tipici delle economie dei mercati emergenti. L’attacco russo ha colto di sorpresa molti osservatori, mentre il sostegno cinese al presidente Vladimir Putin ha fatto crescere le tensioni nel rapporto tra Pechino e l’Occidente. Allo stesso tempo, tuttavia, le difficoltà russe potrebbero attenuare il rischio di un conflitto per Taiwan. Nel lungo termine, la risposta concertata e unificata del mondo sviluppato all’aggressione della Russia lascia sperare che il comportamento dei governi possa essere vigilato in modo più efficace in futuro. L’effetto del conflitto sui prezzi dell’energia è stato immediato ed evidente. Le sanzioni senza precedenti imposte dall’occidente a Mosca e i timori di una riduzione dell’offerta hanno fatto schizzare i prezzi del gas e del petrolio. La Russia rappresenta solo il 2,5% del PIL globale, ma produce il 13% del petrolio, il 17% del gas e il 46% del palladio (si veda la Fig. 3). Prevediamo un calo dello 0,4% del PIL globale nel 2022 se i prezzi del petrolio resteranno superiori del 50% ai livelli pre-invasione, con conseguenze sia dirette che indirette Per la Russia, prevediamo che la guerra e le sanzioni ridurranno la produzione interna del 6% e spingeranno l’inflazione al 12%. Sussiste, inoltre, il rischio di una corsa agli sportelli bancari e di un collasso del sistema finanziario nazionale. Allo stesso tempo, la Russia deve fronteggiare un’insolvenza verso l’estero e una crisi della bilancia dei pagamenti. Ciò comporta molteplici implicazioni per gli investitori in azioni e obbligazioni dei mercati emergenti. I produttori di materie prime molto richieste iniziano ad apparire più interessanti; molto meno, invece, quelli dipendenti dall’importazione di materie prime. In quest’ultimo caso, l’aumento dell’inflazione è accompagnato da un rischio politico crescente. In definitiva, dopo essersi concentrati negli ultimi anni sulla crescita e sugli aspetti tecnologici delle economie emergenti, gli investitori si trovano ora a riscoprire gli elementi più basilari dell’economia globale, ovvero le materie prime. Le sanzioni finanziarie inflitte alla Russia sono efficaci per via del dominio globale del dollaro statunitense. Ma la natura inedita di queste sanzioni (esclusione degli istituti finanziari russi dal sistema di pagamento Swift, congelamento delle riserve della banca centrale russa, blocco delle operazioni estere delle banche commerciali russe, ovvero del 70% del settore bancario) fa venire i brividi agli altri governi dei mercati emergenti. La Russia aveva accumulato 500 miliardi di dollari in riserve proprio per evitare questo tipo di vulnerabilità finanziaria, ma non ha potuto comprarsi l’immunità. L’esito finale dell’invasione russa in Ucraina potrebbe ancora rappresentare un punto di svolta nell’equilibrio di potere tra Stati Uniti e Cina. Nell’attuale contesto di sanzioni, uno dei modi rimasti alla Russia per interagire con il mondo è farlo attraverso il renminbi cinese. Ciò potrebbe incoraggiare altri governi a guardare alla Cina come alternativa all’egemonia finanziaria statunitense. A loro volta, le obbligazioni in renminbi sembrano interessanti, soprattutto perché l’economia cinese pare decorrelata dalle economie sviluppate, per quanto non ancora in un regime di capitale completamente liberalizzato. Tuttavia, i rischi politici associati alla Cina sono significativi. Questi includono le severe misure regolamentari adottate dal governo nei confronti di svariati settori negli ultimi anni e una guerra commerciale con gli Stati Uniti nel comparto tecnologico. Nel complesso, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia lascia agli investitori problemi sia a breve che a lungo termine. Nel corso del prossimo anno (o due), l’impatto su inflazione e su crescita dovuto alla compressione dei prezzi delle materie prime sarà avvertito a livello globale. Le questioni a più lungo termine sono meno chiare e dipenderanno dalla misura in cui i governi sviluppati assumeranno il ruolo di “guardiani” globali, nonché dalla risposta dei Paesi emergenti. L’egemonia del dollaro potrebbe essere stata scalfita in modo permanente. In ogni caso, tutto ciò costringerà gli investitori a riflettere in modo più approfondito sulla governance dei Paesi in cui investono. (abstract by https://am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/05/monitor-dei-mercati-emergenti#overview)

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 20 novembre 2021

A cura di Qian Zhang, Senior Client Portfolio Manager per il team Fixed Income Emerging Market Corporate and Greater China Debt di Pictet Asset Management. Dalle inondazioni lungo le coste ai potenziali crolli della produzione agricola, le economie emergenti sono più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale rispetto alle controparti più ricche. Un recente studio della University of Oxford commissionato da Pictet Asset Management ha rilevato che, se non mitigato, il cambiamento climatico potrebbe ridurre il PIL pro capite mondiale di circa il 45% entro il 2100, e i Paesi emergenti che si trovano a latitudini già calde, come l’India, subirebbero perdite economiche ancora maggiori.Tuttavia, è altrettanto importante sottolineare il fatto che lo stesso studio abbia affermato che le nazioni in via di sviluppo potrebbero fornire molte delle soluzioni in grado di fermare o invertire il riscaldamento globale. In alcune aree, le economie emergenti sono ben posizionate per assumere un ruolo guida nella lotta contro il cambiamento climatico. La Cina, ad esempio, fa già la parte del leone nella produzione di cellule fotovoltaiche, è in prima linea nella ricerca e nello sviluppo ed è uno dei maggiori utilizzatori di questa tecnologia. L’India ha uno dei più vasti programmi al mondo di espansione della capacità energetica rinnovabile, con un obiettivo di avere 175 gigawatt di capacità energetica rinnovabile installata entro il 2022, un aumento di cinque volte rispetto ai livelli attuali.Il ruolo dei mercati emergenti in questa transizione sta già prendendo forma nel mercato delle obbligazioni societarie. Un numero crescente di aziende sta iniziando ad adottare pratiche sostenibili e, nel farlo, si avvale di un canale di finanziamento innovativo:le obbligazioni legate alla sostenibilità. Si tratta di strumenti di debito emessi con obiettivi specifici legati alla sostenibilità a livello aziendale (sustainability performance target, SPT), che vanno dalla riduzione delle emissioni di gas serra all’utilizzo delle risorse idriche.Le obbligazioni sono strutturate in modo tale da incentivare l’adozione di pratiche aziendali sostenibili. Se l’emittente non raggiunge i suoi obiettivi entro il termine predefinito, la cedola pagata all’investitore aumenta di almeno 25 punti base all’anno.Finora quest’anno le obbligazioni legate alla sostenibilità hanno mostrato una dinamica molto interessante sui mercati emergenti. Le emissioni di debito societario legato alla sostenibilità sono aumentate di quattro volte, raggiungendo i 70 miliardi di dollari nei primi otto mesi del 2021: il 18,5% delle emissioni totali Se paragonato alla quota inferiore al 5% di tre anni fa, vediamo come si vada colmando il divario con l’Europa, la regione dove è stato emesso il numero maggiore di questi titoli. L’International Capital Market Association (un ente di settore che fornisce una serie di linee guida che suggeriscono le migliori pratiche di strutturazione, divulgazione e rendicontazione secondo i principi SLBP, Sustainability-Linked Bond Principles), incoraggia gli emittenti a pubblicare, dove possibile, un documento standard informativo che illustri il loro allineamento alle componenti dell’SLBP.Tuttavia, riteniamo che per accrescere la fiducia degli investitori e sbloccare maggiori investimenti nelle economie emergenti, a volte carenti a livello di informazione aziendale e di trasparenza rispetto a quanto richiesto dagli investitori esteri, sia necessario un quadro informativo standardizzato, se non obbligatorio, e un monitoraggio più solido degli obiettivi.Un aiuto potrebbe giungere anche da un’approvazione della Banca Centrale. Nel gennaio 2021, la Banca Centrale Europea è diventata la prima autorità monetaria al mondo a classificare le obbligazioni legate alla sostenibilità come utilizzabili come garanzia e per il suo programma di acquisto di attività.La BCE ha affermato che le cedole su tale debito devono essere collegate a un obiettivo basato sugli obiettivi ambientali stabiliti dal Regolamento sulla Tassonomia dell’UE e dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.Un simile sviluppo nei mercati emergenti sarebbe benvenuto. Le obbligazioni legate alla sostenibilità offrono alle società dei mercati emergenti un percorso alternativo volto a finanziare la loro transizione verso la sostenibilità e la possibilità di attingere a un gruppo di investitori più ampio. Offrono inoltre agli investitori la possibilità di allineare i loro investimenti ai propri principi e obiettivi ESG. (abstract)

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Dopo la forte corsa dei mercati emergenti nell’ultimo anno, gli investitori devono ora affrontare due grandi preoccupazioni. Prima di tutto, la possibilità che nei prossimi sei trimestri o giù di lì le economie emergenti facciano meno bene rispetto a quelle sviluppate, un comportamento raro nella storia recente. In secondo luogo, i rendimenti dei Treasury USA paiono destinati ad aumentare, un fattore che, più in generale, può turbare i mercati. Normalmente, ognuno di questi fattori potrebbe suggerire un probabile ribaltamento delle sorti dei mercati emergenti (ME), ma non in questo momento. Il contesto economico, infatti, pare destinato a rimanere molto favorevole per le attività dei mercati emergenti. Come ci insegna la storia, le azioni e le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero continuare a registrare un andamento eccezionalmente positivo.Le classi di attivi dei mercati emergenti offrono i risultati migliori in periodi di inflazione elevata e crescita robusta. Infatti, in questi contesti sono tra le classi di attivi con la performance migliore. Dal 1950, nei periodi in cui l’inflazione globale è stata superiore al 2% e la crescita del PIL globale al di sopra della media degli ultimi quattro anni, la performance delle azioni dei mercati emergenti ha superato in maniera significativa quella delle 25 principali classi di attivi, generando rendimenti annui medi ben superiori al 20%. Nell’ultimo decennio, gli investitori si sono talmente abituati ai timori di deflazione che in molti paiono dubitare di un ritorno significativo dell’inflazione. Eppure tutti i segnali indicano che l’inflazione potrebbe essere prossima a tornare. A marzo, l’inflazione basata sull’indice dei prezzi al consumo globale (CPI) è salita al 2,1% da un minimo dell’1% nel novembre dello scorso anno.A dire il vero, la maggior parte del recente balzo dei prezzi va ricondotta agli shock sul fronte dell’offerta: i lockdown hanno causato colli di bottiglia e tempi di consegna più lunghi, facendo aumentare i prezzi delle materie prime e di altri fattori produttivi essenziali. Tuttavia, anche se in parte queste pressioni inflazionistiche si ridurranno con la riapertura delle economie, le massicce misure di stimolo, soprattutto negli Stati Uniti, continueranno a sostenere la domanda. Stimare l’impatto finale di questi diversi fattori è complicato ma, a conti fatti, sembra sempre più probabile che l’epoca dell’inflazione bassa sia finita. Nel qual caso è sensato assumere posizioni contro tale rischio.Tuttavia, c’è la preoccupazione che la tesi a favore dei mercati emergenti non sia ancora del tutto scontata. Questo perché le economie dei mercati sviluppati sono destinate a superare quelle dei mercati emergenti nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, vi è il rischio di un aumento dei rendimenti dei Treasury USA e, poiché questi rappresentano il tasso privo di rischio del mercato, un simile movimento potrebbe essere un cattivo presagio per altre attività. È raro che i mercati sviluppati crescano più rapidamente delle economie emergenti nei periodi di forte crescita economica generale. Questo scenario si è però verificato nel 2010 e, in quel caso, ottennero buoni risultati sia le obbligazioni sia le azioni dei mercati emergenti: il debito in valuta locale rese il 12,7% annualizzato, mentre l’indice MSCI dei mercati emergenti generò un rendimento quasi del 19%, sovraperformando i mercati sviluppati di oltre 6 punti percentuali. Le esportazioni reali sono tornate alla loro media di lungo termine già a febbraio, crescendo del 5,2% su base annua: questo si deve quasi tutto ai mercati emergenti. È probabile che una forte crescita negli Stati Uniti e un’inflazione più elevata facciano salire i rendimenti obbligazionari dei Treasury USA, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Gli investitori temono che tale aumento dei rendimenti possa danneggiare le attività rischiose di tutto il mondo. Storicamente, in effetti, ciò ha spesso danneggiato le attività dei mercati emergenti, ma solo quando la crescita in questi Paesi era relativamente debole o in calo. Questa, però, non è la situazione attuale.In genere, l’aumento dei rendimenti statunitensi comporterebbe un aumento dei costi di finanziamento per le economie emergenti, che a sua volta ne colpirebbe le valute. Le valute dei mercati emergenti non sono diverse dalle altre attività dei mercati emergenti in termini di performance nei diversi contesti economici. Una crescita debole in una fase di aumento dei rendimenti statunitensi è associata al deprezzamento della valuta. Una forte crescita, anche in un contesto inflazionistico, porta a un apprezzamento, in particolare nel caso delle valute asiatiche e latinoamericane. (abstract)

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 13 febbraio 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. A nostro avviso, la crescita del PIL reale dei mercati emergenti, dopo una contrazione nel 2020 molto inferiore rispetto a quella dei mercati sviluppati, è destinata a una decisa risalita nel 2021, con un conseguente maggiore divario rispetto ai mercati sviluppati. La crescita sarà trainata dall’Asia, Giappone escluso (8,5%), seguita dalla regione EMEA (4,5%) e dall’America Latina (+3,6%). Cosa ci spinge a credere che sia il momento giusto per i mercati emergenti? Dopotutto, i mercati emergenti hanno resistito a un decennio sprecato in termini di rendimenti, mentre l’economia statunitense, alimentata dagli stimoli, ha fatto passi avanti. Molti attivi dei mercati emergenti − azioni, obbligazioni, valute − appaiono oggi estremamente convenienti. In effetti, abbiamo questa visione sui mercati emergenti da un po’ di tempo, quindi perché riteniamo che questo sia il momento giusto? Di seguito riportiamo i cinque motivi per cui riteniamo che i mercati emergenti possano questa volta offrire risultati concreti.Le valute dei mercati emergenti si trovano ai minimi storici rispetto al dollaro (si veda il grafico sottostante). Il nostro scenario di base prevede l’indebolimento del dollaro USA, il che agevolerà i mercati emergenti, soprattutto quelli con debiti denominati nella valuta statunitense. Quella sull’indebolimento del dollaro USA è un’opinione di consenso, che potrebbe deragliare in due possibili scenari: uno in cui il contesto globale peggiora molto e uno in cui gli Stati Uniti performano meglio del resto del mondo.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, crediamo che a livello globale il momento peggiore sia alle spalle, soprattutto per i mercati emergenti. La diffusione dei vaccini favorisce una prospettiva economica costruttiva, allontanando la possibilità di un altro “cigno nero” esogeno.Il secondo scenario, che prevede che gli Stati Uniti surclassino la crescita globale sotto l’amministrazione Biden, è una possibilità. Dopo il pacchetto di aiuti da 900 miliardi di dollari del 2020, è probabile che nel primo trimestre venga varata una seconda tranche di circa 1000 miliardi di dollari. In conseguenza di ciò, abbiamo aggiornato le nostre previsioni di crescita del PIL reale statunitense al 5,5% per il 2021. Tuttavia, è ancora un dato inferiore alla nostra stima del 6% per la crescita globale. Una forte crescita statunitense potrebbe spingere verso l’alto i tassi statunitensi e rafforzare il dollaro, incidendo sul debito dei Paesi emergenti più vulnerabili. Questo rischio rimane in ogni caso contenuto, poiché la Fed si sta impegnando a mantenere bassi i tassi per lungo tempo e gli squilibri dei mercati emergenti sono generalmente bassi, con vulnerabilità solo in due Paesi: Turchia e Sudafrica.
La produzione industriale dei mercati emergenti è in ripresa, mentre quella dei mercati sviluppati è ancora depressa, come mostrato dal grafico sottostante (a sinistra). Riteniamo che ciò sia in parte dovuto al fatto che tali mercati hanno soddisfatto la domanda di beni proveniente dai Paesi sviluppati mentre questi erano in lockdown e l’aiuto dei governi sosteneva i consumi al dettaglio.
Un altro driver fondamentale alla base della sovraperformance dei mercati emergenti è il ruolo sempre maggiore della Cina in termini di relazioni commerciali e finanziarie. Tutti i principali indicatori di attività cinesi sono al di sopra dei livelli pre-pandemici, trainati da una forte domanda interna ed estera. I consumi, che erano in ritardo, hanno guadagnato slancio grazie a condizioni di mercato del lavoro decisamente migliori. Allo stesso tempo, l’impulso al credito rimane espansivo. Prevediamo che la crescita del PIL reale salirà al 9,5% nel 2021 dal 2,3% del 2020.Il 14° piano quinquennale del Presidente Xi e gli obiettivi a lungo termine per il 2035 mostrano che l’ambizione della Cina è raggiungere uno status di “reddito elevato” entro il 2025 e raddoppiare il PIL reale pro capite entro il 2035. (abstract)

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

A cura di Sabrina Khanniche e Mary-Therese Barton di Pictet Asset Management.Prima della pandemia il rallentamento della crescita economica di alcune economie dei mercati emergenti era stato dettato dalla loro vulnerabilità. Come mostra la Fig. 1, i Paesi in basso a destra (Brasile, Egitto, Ucraina, Sudafrica) hanno avuto uno spazio fiscale limitato per affrontare la crisi sanitaria, considerati i rapporti debito pubblico-PIL già elevati.Dall’inizio dell’attuale crisi abbiamo assistito a un’impennata dei rapporti debito/PIL come conseguenza della recessione. Al momento, i mercati sono relativamente tolleranti verso deficit fiscali e livelli di debito pubblico più elevati (che monitoriamo attentamente), ma saranno necessari alcuni interventi per ripristinare la sostenibilità fiscale una volta avviata la ripresa.Il nostro modello proprietario per il “Punteggio di sostenibilità del debito” ricerca una potenziale deviazione negativa dell’indebitamento pubblico prima che diventi irreversibile, utilizzando una serie di dati verificati. In aggiunta, il “Punteggio del debito a breve termine” rileva i cambiamenti di dinamiche a breve termine in base ai dati trimestrali. Nella Fig. 2 riportata di seguito combiniamo le ultime rilevazioni di entrambi i modelli.In secondo luogo evidenzia i mercati che stanno registrando cambiamenti a breve termine che potrebbero indicare miglioramenti o peggioramenti nel loro punteggio di sostenibilità del debito a lungo termine. Cile e Turchia presentano margini in miglioramento.Al contrario, molti mercati stanno assistendo a deterioramenti a breve termine con possibili conseguenze a lungo termine: soprattutto le Filippine, ma anche Malesia, Cina e Romania. L’opinione sul Brasile di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt. Il Brasile è stato uno dei Paesi più colpiti durante la crisi del COVID-19 con un grande numero di contagi, rigide limitazioni e significativi problemi economici. La risposta della politica fiscale e monetaria è stata tempestiva e molto importante, con ingenti sussidi sociali e un consistente ampliamento dei bilanci fiscali, accompagnati dall’allentamento della politica monetaria e dall’immissione di liquidità.Il grande stimolo fiscale in Brasile presentato di seguito, occorso durante un periodo di crescita del rapporto debito/PIL, ha destabilizzato gli operatori di mercato. Inoltre, i tassi di interesse molto bassi hanno penalizzato la valuta, già penalizzata da un contesto complessivamente difficile per le valute dei mercati emergenti.Negli ultimi tempi, tuttavia, è innegabile che il real brasiliano (BRL) sia diventato oggetto di una vicenda sempre più nazionale/idiosincratica, fortemente incentrata sui risultati della politica fiscale. Sebbene prevediamo un miglioramento del contesto estero grazie a una ripresa globale graduale, per quanto irregolare, e la prospettiva di un vaccino nel 2021, riteniamo che il real continuerà a essere dominato dal flusso di notizie sulla politica fiscale nazionale e dal quadro politico.In particolare, riteniamo che il Brasile debba definire politiche chiare per il mantenimento del tetto massimo di spesa fiscale prevedendo un graduale ritiro delle misure fiscali temporanee, identificando tagli alla spesa e promuovendo un programma di riforme più ambizioso. Se questo scenario dovesse avverarsi, con ogni probabilità nei prossimi mesi, riteniamo che il premio di rischio specifico per il Brasile possa essere scontato dalla valuta, consentendo al real di rafforzarsi.Il ripristino della credibilità fiscale in Brasile, insieme al miglioramento dei dati sulla crescita e sull’andamento del Coronavirus, al contesto favorevole alle materie prime e a un saldo estero positivo dovrebbero tradursi in un’inversione della significativa sottoperformance di quest’anno. Naturalmente, se il limite di spesa non dovesse essere rispettato, ciò potrebbe comportare un’ulteriore debolezza della valuta, dal momento che il problema della sostenibilità del debito diventerebbe lo stimolo principale degli attivi brasiliani. Fonte Pictet Asset Management: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/idee-di-investimento/11/monitor-dei-mercati-emergenti

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 25 ottobre 2020

A cura di Anjeza Kadilli, Senior Economist e Lola Saugy, Quantitative Economic Analyst di Pictet Asset Management La disoccupazione in Perù e Colombia si è impennata a seguito della crisi causata dal COVID. Esaminiamo come i rispettivi governi stanno affrontando questa sfida.Colombia e Perù si distinguono tra i mercati emergenti per l’impennata del tasso di disoccupazione (Fig.1). Circa un lavoratore su cinque è disoccupato in Colombia, mentre in Perù, la disoccupazione è passata dal 6,8% a dicembre 2019 al 17,1 % in base agli ultimi dati disponibili.Riteniamo che le previsioni sull’occupazione siano destinate a deteriorarsi in quanto: i dati attuali non tengono in considerazione la sottoccupazione, o solo in parte; i tassi partecipazione al lavoro più bassi hanno condizionato al ribasso i tassi di disoccupazione. In altre parole, se il tasso di partecipazione fosse stato costante, il tasso di disoccupazione sarebbe stato molto più elevato. In Colombia, la partecipazione della manodopera è precipitata (Fig. 2), dal 63,2% di febbraio al 51,8% di aprile, escludendo molti lavoratori dai dati sulla disoccupazione. Ad agosto, si stimavano 2,7 milioni di posti di lavoro in meno e 1,7 milioni di lavoratori inattivi in più rispetto a febbraio, a livello nazionale. Se tutti i lavoratori fossero rimasti attivi, con questi livelli di occupazione il tasso di disoccupazione sarebbe stato superiore al dato attuale del 19,6%. In Perù 7 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro tra febbraio e giugno, spingendo il tasso di disoccupazione al 16,7% a giugno. Contemporaneamente, 6,8 milioni di persone sono uscite dal mercato del lavoro. La disoccupazione toccherebbe attualmente il 43% se quei lavoratori fossero ancora considerati disoccupati.Le aziende più piccole (fino a 10 lavoratori) sono state le più colpite, con un crollo del 65,5% dell’occupazione rispetto a un anno fa. A confronto, l’occupazione è crollata del 36,5% rispetto a un anno fa nelle aziende più grandi (con oltre 50 dipendenti). In Colombia, l’indebolimento della domanda di lavoro è legato all’attività economica, ostacolata da ulteriori lockdown nelle città, che rendono più volatile la ripresa dell’occupazione nelle aree urbane.Un terzo dello stimolo fiscale (2,5% del PIL) è diretto verso piani di tutela dei posti di lavoro (Fig.3), ed è attuato tramite credito alle PMI in difficoltà e rinvio del pagamento delle tasse sul reddito; sono previsti, inoltre, fino a tre mesi di sovvenzioni per gli stipendi alle società con una perdita di fatturato del 20%.I dati dell’indagine nazionale sull’occupazione di agosto mostrano un miglioramento del tasso di partecipazione, che è attualmente risalito al 59,3%, più vicino al livello pre-pandemia. La riapertura di diversi settori ha chiaramente prodotto un impatto positivo sull’occupazione.In Perù, solo il 5% dello stimolo fiscale (4,6% del PIL) finanzia i piani di tutela dei posti di lavoro. Oltre agli sgravi fiscali e altre misure introdotte per sostenere le società e gli strati meno abbienti della popolazione, il governo ha lanciato il programma “Arranca Peru” (Il Perù riparte), da 1,8 miliardi di dollari. Lo scopo è quello di creare oltre un milione di posti di lavoro nel settore pubblico in aree quali i trasporti, la comunicazione e l’edilizia residenziale.Le perdite di posti di lavoro durante la crisi sanitaria sono state significative. Solo una parte di quei posti di lavoro persi è stata recuperata negli scorsi mesi, e non alle medesime condizioni. È probabile che la normalizzazione dell’occupazione continuerà per il resto del 2020, ma il peggioramento della situazione pesa sui salari e sulla spesa delle famiglie.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

A cura di Nikolay Markov, Senior Economist di Pictet Asset Management. Nei mesi scorsi, la maggior parte delle banche centrali dei mercati emergenti ha operato tagli netti dei tassi di riferimento, per contrastare lo shock economico causato dalla pandemia. Ma è stata una scelta sostenibile? E cosa possiamo aspettarci in futuro? In base ai calcoli eseguiti con il nostro modello proprietario, quattro tra le principali banche centrali dei mercati emergenti hanno tagliato i tassi di riferimento in modo troppo aggressivo: Sudafrica, India, Indonesia e, in certa misura, Turchia.Grazie al nostro modello proprietario basato sulla regola di Taylor, abbiamo stimato il valore equo per il tasso di riferimento della Turchia al 14% (non all’8,25%) in base al recente aumento dell’inflazione e al deprezzamento della valuta nazionale. Per contro, la Bank of Russia e la Bank of Korea paiono aver reagito con politiche più adeguate.Cosa succederà nei prossimi 12 mesi? Per molti dei mercati emergenti il valore equo stimato del tasso di riferimento sarà superiore per il 2021. Questo indica che la maggior parte delle banche centrali non avrà spazio di manovra per ulteriori tagli e dovrebbe anzi tornare gradualmente verso tassi superiori, man mano che lo shock provocato dalla pandemia svanirà. I casi più eclatanti riguardano la Corea del Sud, il Sudafrica e la Russia. Sebbene riteniamo che questi mercati siano intervenuti in modo adeguato a livello di taglio dei tassi di riferimento durante l’epidemia, crediamo anche che debbano riprendere ad aumentarli più rapidamente nel 2021, in quanto si prevede un rimbalzo delle loro economie ad un ritmo più sostenuto.Per altre banche centrali, invece, potrebbe essere conveniente mantenere la politica monetaria sostanzialmente invariata nel 2021. Ciò vale in particolare per il Messico.La Turchia è ancora una volta un caso interessante, in quanto il nostro modello prevede significativi tagli dei tassi nel 2021, in netto contrasto con la raccomandazione di politica monetaria per il trimestre in corso.Ciò è spiegato dal significativo processo di disinflazione e dalla prevista ripresa graduale della crescita economica, che dovrebbe avvenire nel corso del prossimo anno, se le autorità adotteranno le misure idonee per stabilizzare la lira, evitando così una crisi totale della bilancia commerciale. Se si dovesse verificare questo scenario positivo, dovrebbe essere favorevole agli attivi in lira turca nel prossimo anno. In conclusione: la situazione dapprima peggiorerà e poi andrà meglio. Molte delle principali banche centrali dei mercati emergenti (Cina, India, Corea, Turchia, Russia, Brasile e Messico) non hanno ancora un vero e proprio programma di quantitative easing. Tuttavia, questi Paesi hanno introdotto diversi meccanismi di rifinanziamento per fornire ampia liquidità al mercato interbancario, sostenendo in questo modo l’attività di credito bancario e l’economia reale.Si prevede che quasi metà delle principali banche centrali dei mercati emergenti possa allentare ulteriormente la politica monetaria nei prossimi mesi. È il caso di Cina, Indonesia, Russia, Brasile e Messico, a suggerire che gli operatori di mercato, e verosimilmente anche le banche centrali stesse, non ritengono di essere rimaste effettivamente a corto di munizioni. Ma, come indica il nostro modello, riteniamo che un ulteriore allentamento della politica monetaria sarà molto impegnativo nel breve termine, in particolare per il Sudafrica e la Russia, oltre che per la Turchia.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 agosto 2020

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. Questo mese, la Senior Economist Sabrina Khanniche analizza le principali 12 economie esportatrici di petrolio per individuare quelle più vulnerabili a causa del crollo del prezzo dell’oro nero.I prezzi del petrolio hanno perso il 36% nel primo semestre del 20201, a causa del calo vertiginoso della domanda di greggio determinato dalla pandemia di COVID-19. Questo non solo porta con sé il rischio di una recessione per i principali Paesi esportatori di petrolio, ma aumenta anche il rischio che il deficit delle partite correnti aumenti in modo significativo.Il nostro indice della vulnerabilità ai prezzi del petrolio individua Oman, Kazakistan e Colombia come i Paesi più vulnerabili. Gli esportatori di petrolio potrebbero essere colpiti in maniera diversa dalle oscillazioni del prezzo del petrolio. La loro reazione dipenderà in larga misura dal relativo prezzo di breakeven estero, ovvero il prezzo del petrolio necessario a coprire le spese legate alle importazioni. Esportatori di petrolio con un breakeven basso: Iran, Kuwait, Qatar, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
Questi Paesi mantengono un livello di risparmi alto, come dimostra il surplus del saldo delle partite correnti usato per l’acquisto di asset stranieri. Le partite correnti del Kuwait si sono attestate al 7% del PIL nel 20192, ma sono destinate a un calo netto nel 2020. Un prezzo di breakeven estero inferiore al prezzo attuale del petrolio offre al governo la possibilità di allentare la politica fiscale o di assistere a un apprezzamento della valuta. Questi Paesi rappresentano il 39,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Esportatori di petrolio con un breakeven alto: Algeria, Angola, Colombia, Kazakistan, Nigeria e Oman Questi Paesi incanalano i proventi del petrolio verso maggiori importazioni. In assenza di riserve finanziarie, corrono il rischio di tagli alla spesa o di un deprezzamento della valuta, soprattutto se il prezzo del petrolio scende al di sotto del prezzo di breakeven estero. I Paesi in questione rappresentano il 9,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Il prezzo di breakeven estero globale raggiunse il picco nel 2013.
Tutti i Paesi hanno corretto al ribasso il prezzo di breakeven estero tagliando le spese legate alle importazioni. Il risultato è stato il miglioramento del saldo delle partite correnti dal -1,1% del PIL nel 2015 al 4,8% nel 20185. Chiaramente, il cambiamento è stato più marcato per gli esportatori di petrolio con un breakeven estero elevato.
Oggi, i Paesi esportatori di petrolio più vulnerabili al calo del prezzo del greggio sono quelli con un breakeven alto. Il breakeven estero di questi Paesi era già superiore al prezzo globale del petrolio nel 2019 e dovrebbe continuare a salire nel 2020 (fig. 3). Il gap sarà invece inferiore per gli esportatori con un breakeven basso, la cui posizione è in ogni caso peggiorata rispetto al 2019.
Il prezzo di breakeven estero è un indicatore chiave della resilienza di quei Paesi a un calo del prezzo del petrolio. Poiché quest’anno è destinato a rimanere al di sopra del prezzo del petrolio, la pressione sulle economie con un breakeven più elevato aumenterà.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Nella nostra ultima edizione abbiamo trattato la risposta monetaria alla pandemia di Covid-19 nei mercati emergenti. Questa volta consideriamo l’aspetto fiscale: quali mercati stanno attuando le manovre maggiori, e quali sembrano più a rischio? Il travagliato trio costituito da Brasile, Turchia e Sudafrica pare particolarmente vulnerabile.Come nei casi precedenti di forte avversione al rischio, le valute dei Paesi emergenti più dipendenti dai finanziamenti da parte degli investitori esteri sono quelle che hanno sofferto maggiormente. Le valute di questi Paesi con deficit delle partite correnti (CAD, current-account-deficit) sono infatti in flessione del -13% da inizio anno. Esaminiamo più da vicino questi mercati: India, Indonesia, Malaysia, Brasile, Messico, Colombia, Turchia e Sudafrica.
A prima vista, i pacchetti fiscali totali per gli otto Paesi in esame paiono di dimensioni importanti (ad es. 8,5% del PIL per il Brasile o 7,1% per la Colombia). Tuttavia, una porzione importante di tali stimoli è costituita dai prestiti garantiti – prestiti ponte alle società per consentire loro di sopravvivere alla crisi – che non necessariamente si sommeranno al debito pubblico in quanto dovrebbero essere ripagati. “Dovrebbero” è la parola chiave in questo caso, in quanto si ipotizza che queste aziende non saranno insolventi o che i governi non abbuoneranno i loro prestiti.
Concentrandosi solo sulla spesa fiscale che inciderà sul livello di debito, questi mercati emergenti paiono aver nel complesso raggiunto un buon equilibrio tra necessità e convenienza – tutti tranne il Brasile. Ma il debito pubblico è solo uno degli indicatori che a nostro avviso andrebbe considerato. Utilizzando sei criteri per stilare il nostro punteggio di sostenibilità del debito, possiamo confrontarlo nella fig.2 sotto riportata con lo stimolo fiscale nei diversi mercati. Ciò mostra che i maggiori stimoli fiscali sono giunti da quei Paesi con un debito più sostenibile o, per contro, maggiore è il rischio sovrano, più debole è lo stimolo fiscale. Esempi di un debito elevato e bassi stimoli comprendono il Sudafrica e l’India. Di nuovo l’eccezione degna di nota è il Brasile, che è da poco diventato il secondo Paese con il bilancio più vasto dopo la Thailandia, tra i mercati emergenti, pari a 380 miliardi di BRL.A parte il Brasile, il deterioramento fiscale dovrebbe essere molto inferiore nei mercati emergenti rispetto alle economie avanzate. Lo stimolo fiscale diretto mediano nei mercati emergenti è dell’1,6% del PIL, confrontato con il 4,2% delle economie avanzate. Inoltre, i mercati emergenti sono di norma molto più cauti nel fornire prestiti garantiti al settore privato rispetto ai mercati sviluppati.
Ma si può essere troppo cauti? Un rischio evidente è che pacchetti fiscali più piccoli siano inefficaci e in ultimo conducano a costi maggiori per l’economia in generale. Questo perché il deterioramento fiscale arriva in ogni caso quando il collasso dell’attività porta alla perdita di ricavi fiscali attraverso gettiti fiscali inferiori. Ad esempio, prevediamo che in Sudafrica una flessione nominale del PIL del -3,7% nel 2020 dovrebbe determinare una contrazione del 5% dei ricavi fiscali. Questo è il delicato percorso che alcuni mercati emergenti con deficit delle partite correnti dovranno percorrere nei prossimi mesi. Un eccessivo stimolo fiscale rischierebbe di aumentare l’indebitamento a livelli insostenibili e di distruggere la valuta e l’economia, ma con stimoli fiscali ridotti si può scatenare una crisi economica in grado di ridurre i ricavi fiscali e di annientare la valuta.
Un fattore chiave da considerare è la percentuale di investitori nazionali rispetto a quelli esteri. Come indicato nella fig. 3 sotto riportata, i mercati che hanno ottenuto buoni punteggi con oltre l’85% del debito pubblico detenuto internamente sono il Brasile, l’India e la Malaysia. Altri, come la Colombia, l’Indonesia, il Sudafrica e soprattutto la Turchia, hanno una base di investitori estera superiore alla mediana dei mercati emergenti.Nel complesso, il Brasile ha le esigenze di finanziamento maggiori, mentre la Turchia è il paese più esposto agli investitori esteri. Il Sudafrica, tuttavia, pare il Paese più vulnerabile, in quanto ha un deficit cospicuo da finanziare e una porzione rilevante del suo debito in mani estere.

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Una pandemia incide sulle economie attraverso tre canali:
1) Mortalità: incide sulla produzione in quanto allontana in modo permanente alcune persone dalla forza lavoro;
2) Malattia, ospedalizzazione e assenteismo: la produzione è temporaneamente penalizzata;
3) Sforzi per evitare il contagio: le persone cambiano il loro comportamento in caso di epidemia, con la quarantena, evitando di viaggiare da/verso le regioni contagiate e riducendo il consumo di servizi: ristoranti, turismo, intrattenimento, mezzi di trasporto pubblici e acquisti offline.
Sebbene si tratti di una tragedia, la mortalità avrà un impatto economico molto limitato nel caso del coronavirus. Occorre guardare soprattutto agli altri due canali, in Cina e sul resto dei mercati emergenti.
I due canali stanno incidendo sull’economia cinese in due modi. Primo, attraverso una crisi dell’offerta: la produzione è fortemente ridotta, in quanto meno persone vanno a lavorare per via di malattia e quarantena. Questo effetto è accompagnato da una chiusura prolungata di alcuni stabilimenti dopo il prolungamento delle ferie per il Capodanno cinese.Il secondo è una crisi della domanda. La quarantena e il “fattore paura” limitano la mobilità delle persone e conducono a una notevole e temporanea flessione delle attività e dei servizi. Riteniamo che i settori più colpiti costituiscano il 52% del PIL cinese. In particolare, i servizi che saranno danneggiati in misura maggiore rappresentano il 18% del PIL (trasporti 4,5%; vendite all’ingrosso e al dettaglio 10%; strutture ricettive 2%; intrattenimento, cultura e sport 1%).Il coronavirus è chiaramente molto simile alla SARS. Nel 2003, quest’epidemia ha causato un calo dell’1,5% del PIL reale cinese su base annua tra il primo e il secondo trimestre, mentre le vendite al dettaglio nominali hanno perso 2,3 punti percentuali. A questi dati è seguita una forte ripresa (+1,2% per il PIL e +2,8% per le vendite al dettaglio).
Un notevole impatto di breve termine dovrebbe essere seguito da una robusta ripresa. L’impatto sulla crescita globale dovrebbe essere di circa 0,15 punti percentuale. Vale la pena di sottolineare che lo slancio economico globale si stava rafforzando nel memento in cui è scoppiata l’epidemia e dovrebbe naturalmente riprendersi se l’ipotesi di una crisi transitoria si rivelerà corretta.In particolare, citiamo le seguenti tre condizioni favorevoli:
1) Un crollo delle scorte mondiali ai minimi di 7 anni fa che ha generato quattro mesi consecutivi di forte rimbalzo nei nuovi ordini di scorte; un buon indicatore anticipatore a breve termine dell’attività industriale mondiale.
2) Forti segnali di ripresa nel commercio globale. Gli ordini per l’esportazione e il ciclo tecnologico per l’esportazione sono a livelli minimi, essendo stati tra i fattori principali alla base dell’indebolimento delle esportazioni globali.
3) Politiche monetarie molto accomodanti nei mercati emergenti, con il numero netto di banche centrali che operano tagli che si attesta al 63% e azioni ai livelli massimi dalla crisi finanziaria globale. L’allentamento monetario tende a produrre effetti sull’attività per almeno otto mesi. Nel complesso, l’epidemia di coronavirus non cambia la nostra visione costruttiva sui mercati emergenti. Prevediamo ancora un aumento del divario di crescita tra i mercati emergenti e i mercati sviluppati: è stato semplicemente rimandato.

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Monitor dei mercati emergenti: previsioni per il 2020

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

A cura di Anjeza Kadilli, Economist di Pictet Asset Management. Dopo una performance poco brillante nel 2019, ci aspettiamo che il 2020 metta a segno un cambio di passo per la crescita del PIL nella maggior parte dei mercati emergenti. In particolare, riteniamo che la Turchia registrerà il rimbalzo della crescita maggiore, dopo 18 mesi difficili. Al secondo posto l’Argentina, in cui prevediamo ancora una crescita del PIL negativa, ma di portata molto inferiore rispetto al 2019. Ovviamente, entrambi questi mercati rimangono in condizioni economiche difficili, ma nel complesso il quadro per i Paesi emergenti è migliore, a sostegno della nostra visione rialzista.
L’Asia rimarrà il motore della crescita per i mercati emergenti. Con un’analisi più approfondita a livello regionale, riteniamo che l’Asia (Giappone escluso) rimarrà il motore della crescita dei mercati emergenti, nonostante il rallentamento della crescita cinese. L’America Latina e l’area EMEA, dal canto loro, stanno prendendo quota, ma per loro si prevede ancora una crescita del PIL pari a circa la metà rispetto a quella dell’Asia. Un ulteriore fattore positivo per i mercati emergenti nel 2020 è dato dal contesto di inflazione relativamente favorevole, ad eccezione dei valori anomali di Argentina e Turchia (nella prima l’inflazione dovrebbe essere prossima al 50% nel prossimo anno).
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa. Con un patrimonio gestito e amministrato che ammonta a circa 490 miliardi di euro al 30 giugno 2019, il Gruppo è controllato e gestito da sette soci e mantiene gli stessi principi di titolarità e successione in essere fin dalla fondazione. Il Gruppo Pictet, con oltre 4.300 dipendenti, ha il suo quartier generale a Ginevra.

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Campaign Monitor’s Newest Report Shows Email Marketing Engagement Grew in 2019

Posted by fidest press agency su domenica, 5 gennaio 2020

Campaign Monitor—a provider of powerful yet approachable email marketing software—today released its annual global email marketing benchmarks report providing marketers with insights into industry averages and empowering them to build a data-backed strategy. The report was developed after analyzing billions of emails sent globally using the Campaign Monitor platform. “Marketing has evolved to become a data-driven discipline, and marketers need to actively measure the effectiveness of their campaigns and programs,” said Lane Harbin, director of marketing at Campaign Monitor. “Campaign Monitor’s annual global email marketing benchmarks report gives marketers a resource to see how their performance stacks up globally and within their industry in key areas, such as email open, click-through, click-to-open, unsubscribe and bounce rates. Savvy marketers can use this information to quickly double down on areas where they are excelling and determine where they need to make improvements in 2020.”

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

A cura di Nikolay Markov, Senior Economist di Pictet Asset Management. I Paesi dell’Europa centrale stanno resistendo alla debolezza dell’eurozona mostrando robusti tassi di crescita. Qual è il motivo e in che modo gli investitori possono trarne beneficio? Le economie dei Paesi dell’Europa centro-orientale sono riuscite a generare tassi di crescita sorprendentemente robusti e sembrano essersi disallineati dal rallentamento dell’eurozona. La loro resilienza può essere attribuita a un’incoraggiante domanda interna, trainata dal credito al consumo. Per quanto ancora potrà durare il boom e in che modo possono beneficiarne gli investitori? Gli aspetti da considerare sono tre.
1. Mercato del lavoro solido. Condizioni del mercato del lavoro molto solide con tassi di disoccupazione a livelli minimi record e una forte crescita dell’occupazione che stanno alimentando la spesa al consumo (si vedano le Fig.2 e Fig.3 sotto riportate). Ciò si è tradotto in una forte crescita dei salari nominali in tutti quanti i Paesi CEE4: dal 7,1% della Repubblica Ceca al 21,6% della Romania – in forte contrasto con il 2,4% dell’eurozona.
2. Dai salari all’inflazione dei prezzi al consumo. Anche la seconda parte del canale di trasmissione, dai salari all’inflazione dei prezzi al consumo, si è materializzata nei Paesi CEE4, diversamente da quanto successo nell’eurozona. Entrambi i tassi di inflazione primaria e core sono saliti (si veda il grafico sotto riportato).
3. Banche centrali. Con maggiori pressioni inflazionistiche, si prevede che le banche centrali metteranno in campo ulteriori misure per contenere l’inflazione. Tuttavia, finora questo è stato il tassello mancante del puzzle, ad eccezione della Repubblica Ceca e, entro certi limiti, della Romania. L’esempio più preoccupante è la Romania, in cui l’inflazione è salita oltre la fascia obiettivo (si veda la Fig.7 sopra riportata, a destra), dopo che la banca centrale ha avviato il percorso di normalizzazione della politica monetaria lo scorso anno, ma ha poi fermato il programma di restringimento monetario.Gli investitori nelle economie dei Paesi CEE4 dovranno presto fare attenzione alla normalizzazione della politica monetaria, giustificata da condizioni interne positive che si trasmettono a una risalita dell’inflazione core. L’eurozona avrebbe desiderato di trovarsi in questa condizione, mentre si trova all’estremità opposta dello spettro. Ciononostante, gli investitori devono anche prestare attenzione ad alcune economie a rischio, per via dell’aumento dei debiti delle partite correnti, di finanze pubbliche in deterioramento e di un debito pubblico in crescita. Questo è in particolare il caso di Romania e Ungheria.La crescita trainata dai salari dei Paesi CEE4 li ha ampiamente immunizzati nei confronti del rallentamento dell’eurozona. Riteniamo che ciò offra opportunità di investimento, soprattutto sul fronte azionario.

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12th Italian Diabetes Barometer Report & 7th Diabetes Monitor 2019

Posted by fidest press agency su sabato, 22 giugno 2019

Roma Pontificia Università Gregoriana, Piazza della Pilotta 4 Lunedì 8 luglio ore 14.30-19.30 4th Health City Forum – 3rd Roma Cities Changing Diabetes Summit & 12th Italian Diabetes Barometer Forum Martedì 9 luglio ore 9.00-15.00. La crescente e inarrestabile urbanizzazione, gli stili di vita errati e le condizioni ambientali e climatiche delle metropoli sono fattori che influenzano fortemente l’aumento della diffusione delle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e malattie cardiovascolari. È necessario quindi attuare ora politiche in grado di contrastare il fenomeno. Al Forum saranno presenti istituzioni italiane, esponenti politici, rappresentanti del mondo accademico e associazioni di pazienti, al fine di analizzare le diverse iniziative volte ad affrontare la pandemia di diabete e le sue conseguenze, sotto i punti di vista medico, urbanistico e logistico.
Nell’occasione saranno presentati il 12th Italian Diabetes Barometer Report & 7th Diabetes Monitor 2019 e la survey dell’International Diabetes Federation “Thaking Diabetes to Heart” che forniscono importanti dati per inquadrare il fenomeno. Sarà inoltre presentato il Roma Cities Changing Diabetes Action Plan, un piano di azioni concrete per combattere il diabete nella città, e sarà dedicato ampio spazio alla sessione sull’European Diabetes Forum, nato per stimolare e consentire ai sistemi sanitari di far fronte alla pandemia di diabete.

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Monitor dei Mercati Emergenti – maggio 2019: Argentina

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 Maggio 2019

A cura di Anjeza Kadilli, Economist di Pictet Asset Management. L’Argentina è in acque difficili dal 2018. E le imminenti elezioni non fanno che aumentare l’incertezza. Il peso argentino si è deprezzato al punto che un dollaro vale adesso il doppio rispetto ad un anno fa (si veda il grafico a sinistra in basso). In profonda recessione dall’inizio del 2018, l’economia del Paese si è contratta del 2,5% nel 2018, con previsioni per il 2019 che al momento suggeriscono una flessione del -1% nell’ipotesi migliore.Malgrado un leggero miglioramento a marzo 2019, il nostro indicatore della crescita è stato costantemente negativo, portando la media a lungo termine in territorio negativo. La stabilizzazione dell’inflazione era una delle priorità assolute del Presidente Macri quando si è insediato alla fine del 2015. Ma le misure intraprese finora non hanno portato a nulla: l’inflazione annua è attualmente attorno al 55%. Anche i dati mensili sull’inflazione hanno raggiunto livelli elevati. Il costo dei trasporti, ad esempio, è salito del 5% a marzo. Numerose normative sono state introdotte e modificate, in quanto il governo ha esitato sulla decisione o meno di considerare prioritario il potere d’acquisto della popolazione, sovvenzionando il costo dei servizi di pubblica utilità per i consumatori. Ciò significa spostare nuovamente il fardello dalle spalle dei consumatori a quelle di uno Stato già a corto di liquidità.Queste misure seguono la decisione della Banca centrale di ridurre la politica monetaria espansionistica e di intervenire attivamente sull’intervallo di oscillazione valutaria introdotto lo scorso anno. I tassi d’interesse attualmente oltre il 65% dovrebbero rimanere elevati almeno fino alla fine dell’estate.
Il fatto che la maggior parte dei risparmi delle famiglie argentine sia già in dollari mitiga i rischi di un’ulteriore pressione interna sulla valuta.Il problema è che malgrado le buone intenzioni, le reazioni della Banca centrale e del Governo finora sono state dettate dal panico e gli investitori di lungo termine hanno perso fiducia.La pressione sul governo Macri è andata crescendo, soprattutto da inizio anno. Gli argentini hanno visto il loro potere d’acquisto eroso dall’inflazione e da misure di austerità. Inoltre, le elezioni presidenziali che ci saranno più avanti nel corso dell’anno non lasciano molto tempo per un eventuale miglioramento della situazione economica.
Scopriremo a giugno se Macri e il suo rivale, espressione della sinistra ed ex-presidente Christina Kirchner, si candideranno.Per concludere, sarà fondamentale osservare il risultato delle elezioni di ottobre. Il destino di Macri dipende dalla capacità del suo governo di stabilizzare la valuta e riportare l’inflazione su livelli più contenuti. Per il momento, la sua popolarità sta calando, a favore dell’ex-presidente Cristina Kirchner. Ma data la sua passata esperienza di presidente, la candidatura della Kirchner crea preoccupazioni tra gli investitori nazionali ed esteri. Temiamo che potrebbe tirarsi indietro sul debito o sul pacchetto del FMI se dovesse ritornare al potere.
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa.

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Itron to Monitor Electric System in New Zealand

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 Maggio 2018

Itron, Inc. (NASDAQ: ITRI), which is innovating the way utilities and cities manage energy and water, signed a contract with Network Waitaki Limited (NWL) in New Zealand to implement Itron’s Distribution Transformer Monitoring (DTM) solution. As a part of the contract, NWL will take advantage of Itron’s cloud-based Software-as-a-Service (SaaS) applications for the operation of the DTM solution. With the solution, NWL can provide better quality of service to customers and gain more awareness into issues in the distribution network.Providing services predominantly to rural areas, NWL serves nearly 13,000 customers in New Zealand and covers 2,000 km of powerlines. Currently, the utility relies on a SCADA system for operational awareness, but it is limited to high-voltage network equipment. To improve outage management in the low-voltage network, NWL installed eight DTM units in 2016 as a trial and will install additional units in the next few years to implement a fully functional system. The solution provides timely and detailed visibility into the operational state of distribution transformers, enabling NWL to manage transformer performance and lifecycle based on actual operational conditions rather than using estimates and statistical modeling. NWL will be able to pinpoint distribution issues, improve maintenance and extend the lifetime of transformer assets. Taking advantage of Itron’s SaaS solution, the utility will also be able to remotely read the system, calculate transformer load, and collect and store data.
Itron enables utilities and cities to safely, securely and reliably deliver critical infrastructure services to communities in more than 100 countries. Our portfolio of smart networks, software, services, meters and sensors helps our customers better manage electricity, gas and water resources for the people they serve. By working with our customers to ensure their success, we help improve the quality of life, ensure the safety and promote the well-being of millions of people around the globe.

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Samsung Unveils First Thunderbolt 3 QLED Curved Monitor at CES 2018

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

SamsungAt CES 2018, Samsung Electronics will expand the connectivity and performance capabilities of its signature curved display line-up with the debut of its new CJ791 monitor, the first curved monitor to feature Intel’s Thunderbolt 3 connectivity. Designed for entertainment and business audiences, the 34-inch CJ791 model aligns single-source power and processing speed with an exceptional picture quality for a comfortable and productive user experience.
Through a single Thunderbolt 3 cable, CJ791 users can link and dock their monitor and laptop without extensive wiring. The Thunderbolt 3 connection provides processing speed of up to 40 Gigabits per second (Gbps) – a rate nearly four times faster than USB alternatives – allowing users to enjoy connectivity across a full ecosystem of docks, displays and peripheral devices including Macs, USB type-C laptops, and other desktop accessories like storage drives or external graphics cards. The Thunderbolt 3 interface also enables the CJ791 to provide up to 85 watts (W) of laptop charging power.
“As the pioneer of the curved monitor industry, Samsung continues to seek new ways to refine our displays and exceed consumers’ expectations on heightened performance and presentation,” said Seog-gi Kim, Executive Vice President of Visual Display Business at Samsung Electronics. “The CJ791 aligns Thunderbolt 3 connectivity with our best-in-class curvature and QLED picture quality to captivate and engage users, while also promoting improved organization and productivity. We are thrilled to demonstrate the full capabilities of our innovative new display to CES 2018 attendees.”The CJ791’s clear, detail-rich design empowers business users to complete a range of tasks more efficiently. A 21:9 aspect ratio provides more screen real estate for multitasking, while a complementary 3440×1440 ultra-wide QHD resolution elevates content and imagery with nearly 2.5 times the pixel density of full HD alternatives. In turn, professionals can view large files, spreadsheets and data tables in a more readable format, and without extensive scrolling or zooming.Professional users can also enjoy the flexibility to customize the CJ791 to their unique workspace. Along with the wire-reducing Thunderbolt 3 connectivity, the CJ791’s slim-depth and narrow-bezel design accommodates multi-display setups without sacrificing content consistency or visual appearance. The display’s height-adjustable stand and tilt functionality also empower users to customize positioning and work within their most comfortable viewing parameters. (photo: Samsung)

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Presentazione del Diabetes Monitor e del Diabetes Web Report

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 novembre 2017

istituto superiore sanitàRoma, 6 dicembre 2017, ore 10.00 Istituto superiore di sanità, Sala Bovet Viale Regina Elena, 299 Oltre tre milioni di persone ne soffrono in Italia – un numero destinato ad aumentare-, importanti ripercussioni a livello sanitario, sociale ed economico, e la costante necessità di un’attenta organizzazione dell’offerta sanitaria per gestirne correttamente il trattamento: il diabete è un’emergenza che occorre affrontare con un approccio a 360 gradi. Il primo passo è la raccolta e condivisione di informazioni sull’entità del fardello della malattia, e in un mondo sempre più digitale l’impatto del web e dei social media rappresenta una sfida e un’opportunità da sfruttare.Il Diabetes Monitor, giunto alla settima edizione, e il più recente Diabetes Web Report mirano ad analizzare le modalità di gestione della malattia, il suo trattamento, e il comportamento in rete in quest’ambito delle persone con diabete.

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International Observers for Elections

Posted by fidest press agency su martedì, 8 settembre 2009

College Park, MD—The charges of irregularities in the Afghan and Iranian elections have raised the broader issue of how frequently international observers should monitor elections, and whether publics would welcome this in their home countries. A new WorldPublicOpinion.org poll of 17 nations finds that publics in 15 favor the general practice of having international observers monitor elections. In eleven of the nations, most people think that their own nation would benefit from international observers monitoring their elections. Asked whether “when there are concerns about fairness of elections,” nations should be willing to have international observers monitor their elections, on average, across all nations polled, 64 percent say that they should. In no nation do most people oppose the idea, though views are divided in Turkey and India. Most of the nations favoring election monitors do so by solid majorities, often two-to-one. The highest levels of support are found in Azerbaijan (83%), Kenya (82%) and Britain (81%). In addition, majorities are supportive in Hong Kong (55%), Macau (63%), and Taiwan (61%). Perhaps most striking, most publics also say that their nation would “benefit from having international observers monitor elections here.” The most enthusiastic are Kenya (85%) and Nigeria (74%). In no country do more than 51 percent oppose the idea. In established Western democracies, bare majorities or less say their nation would not benefit: Britain (51%), the US (51%), and France (50%). But still large numbers favor having international observers in the United States (46%), France (45%), and Britain (46%). In Germany, a plurality says they would benefit (49%; 36% disagreed). A slight majority in India (51%) does not think international observers would benefit their nation’s elections. Views are divided in Russia and Turkey. WorldPublicOpinion.org conducted the poll of 16,863 respondents in 17 nations This includes Azerbaijan, Chile, Egypt, France, Germany, Great Britain, India, Iraq, Kenya, Mexico, Nigeria, Pakistan, the Palestinian territories, Russia, Turkey, Ukraine, and the United States. Polling was also conducted in Taiwan, Hong Kong and Macau. WorldPublicOpinion.org, a collaborative project involving research centers from around the world, is managed by the Program on International Policy Attitudes (PIPA) at the University of Maryland. The margins of error range from +/-3 to 4 percentage points. The surveys were conducted across the different nations between April 4 and July 9, 2009. In addition to the eleven nations with a favorable view of having international observers monitor their own elections, majorities also have favorable views in Taiwan (59%), Hong Kong (55%) and Macau (66%). “While the high-profile disputes about elections in Afghanistan and Iran have dominated the news recently, older democracies also have their problems, such as the case of hanging chads in Florida,” noted Steven Kull, director of WorldPublicOpinion.org. He adds, “It appears that people around the world are looking to international observers to help resolve ambiguities in elections. These numbers suggest that international observers could add considerably to the perceived legitimacy of election outcomes.” Funding for this research was provided by the Rockefeller Brothers Fund and the Calvert Foundation. For more information, please visit http://www.worldpublicopinion.org

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