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Banche: Qualche buona notizia

Posted by fidest press agency su sabato, 14 dicembre 2019

L’agenzia di valutazione, Moody’s, ha cambiato l’outlook sulle banche italiane da negativo a stabile. L’outlook è la previsione sull’andamento della qualità dei titoli obbligazionari nel medio-lungo termine. Vale a dire che le banche italiane sono più affidabili, perché hanno fatto pulizia nei bilanci di una parte consistente dei crediti deteriorati, cioè quelli (mutui, finanziamenti, prestiti) che i debitori non riescono più a ripagare regolarmente o del tutto. Insomma, va meglio. E’ una buona notizia. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Il commento di Fullgoal Asset Management sul taglio del rating del debito cinese di Moody’s

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

pechinoPechino. Il Paese si sta facendo strada tra il debito in crescita, la svalutazione della valuta e l’incertezza riguardo i risultati delle riforme. La Cina è un caso unico, in cui c’è un conto capitale chiuso e un forte controllo governativo sulla maggior parte dei settori chiave. Questa caratteristica dà alla Cina un livello di tolleranza del debito più alto rispetto ad altri Paesi. Il declassamento di Moody’s arriva in contemporanea con i risultati sul primo trimestre dell’economia cinese, che mostrano un buon inizio, la regolamentazione del debito degli enti locali, l’eliminazione dell’eccesso di capacità produttiva dal lato dell’offerta e la riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie sotto la soglia di rischio. Consapevoli delle sfide e dei rischi che il governo cinese deve affrontare, manteniamo un outlook relativamente ottimista sull’economia cinese, dal momento che molte politiche positive sono ancora in atto.Il declassamento del debito cinese avrà un impatto sul mercato obbligazionario, ma fino a un certo punto. Quando gli investitori internazionali allocano la parte di portafoglio in bond, devono rispettare dei parametri di rating. Tuttavia, l’impatto del downgrade sarà molto limitato, perché i principali attori del mercato obbligazionario cinese sono gli investitori domestici. Al contrario di quelli internazionali, gli investitori locali valutano il mercato obbligazionario domestico seguendo il proprio quadro analitico e alcuni parametri principali, come i fondamentali economici, il tasso d’inflazione e le politiche di regolamentazione, che sono variabili imprescindibili. Invece di scendere, oggi (25 maggio) il mercato obbligazionario ha chiuso in rialzo, confermando le nostre osservazioni.

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Le Agenzie di rating non sono Vangelo

Posted by fidest press agency su sabato, 2 aprile 2011

Non c’è bisogno di scomodare le tre Agenzie di rating di base americana, la Fitch, la Moody’s e la Standard & Poor’s, per sapere che il debito sovrano del Portogallo è in seria difficoltà o che l’Irlanda, dopo la Grecia, rischia un default.  Pertanto gli innumerevoli titoli lanciati recentemente dalla stampa italiana sul declassamento di Lisbona da parte di Moody’s o sul rischio banche europee espresso dalla S&P sembrano del tutto fuori luogo. Lo stesso giudizio negativo di Moody’s su trenta banche spagnole scopre «l’acqua calda».   L’effetto del rating delle agenzie suddette incide però sull’andamento dei titoli trattati sul mercato determinando perdite di valore o aumenti dei costi e degli interessi passivi. Perciò avallare acriticamente il rating delle «tre sorelle» può rivelarsi un puro atto di masochismo. Le agenzie in questione, avendo perso credibilità negli Stati Uniti, ormai concentrano il loro impegno valutativo sul mercato europeo e dell’euro. Negli Usa esse sono state messe sotto processo, anche se in ritardo, da tutti coloro che hanno cercato di dare delle spiegazioni alla crisi finanziaria globale degli ultimi tre anni.   In particolare il Rapporto della Financial Crisis Inquiry Commission (Fcic), la Commissione indipendente di indagine sulla crisi voluta dal Congresso, le indica come gli attori principali del collasso finanziario.   Il Rapporto dice: «Noi sosteniamo che il fiasco delle Agenzie di rating sia stato un elemento essenziale del meccanismo distruttivo finanziario. Esse sono state le promotrici chiave del meltdown finanziario, cioè della dissoluzione sistemica. Non si sarebbe potuto vendere i titoli ipotecari, che sono stati al cuore della crisi, senza il loro timbro di approvazione. Gli investitori si sono ciecamente fidati dei loro giudizi. In alcuni casi il loro rating era obbligatorio. La crisi non sarebbe potuta accadere senza le Agenzie di rating. Tra il 2007 e il 2008 il loro rating ha fatto prima salire i mercati e poi, con l’abbassamento repentino delle loro valutazioni, li ha fatti precipitare».  La Fcic ha condotto un case study sui comportamenti e i collassi (break down) della Moody’s. Quest’ultima tra il 2000 e il 2007 aveva concesso la tripla A a ben 45.000 securities, titoli legati alle ipoteche immobiliari. Nel 2006 la Moody’s sfornava 30 bollini di tripla A al giorno a favore di titoli ipotecari. I risultati, come è noto, sono stati disastrosi. L’83% di tali titoli, targati con la tripla A, nel 2006 sono stati downgraded, cioè svalutati!   La Commissione denuncia inoltre che gli organi preposti al controllo di fatto «erano troppo dipendenti dalle Agenzie di rating». Durante gli anni dell’euforia non pochi operatori del settore, preoccupati per la «febbre da cavallo» del mercato, avevano invano investito i responsabili della supervisione, in primis la Federal Reserve. Le testimonianze riportate nel rapporto utilizzano parole assai pesanti, «pazzia», «veleno», «allarme». Secondo la Fcic, il disastro ci accentuò all’epoca di Clinton, quando il governatore della Fed, Alan Greenspan, al Congresso Usa nel 1997 chiese di «rimuovere le vecchie restrizioni che diminuiscono l’efficienza economica e limitano le scelte dei consumatori di servizi finanziari».  Allora partì la fatidica «securitization», cioè la cartolarizzazione, la possibilità  di «impacchettare» titoli, quali quelli ipotecari, per costruire altri titoli chiamati mortgage-backed securities (Mbs) da piazzare sul mercato. Questi ultimi sono stati ulteriormente «impacchettati» per creare altri titoli, i cosiddetti collateralized debt obligations (Cdo). Ovviamente tutti o quasi tutti questi prodotti finanziari hanno goduto del bollino di Tripla A e invaso il mondo intero. La securitization ha trasformato prodotti finanziari a rischio in titoli supervalutati in quanto «il sistema bancario era molto desideroso di facilitare una tale alchimia». Di fatto le Agenzie di rating sono diventate i primi attori del perverso processo.   Nessuno può proibire alle Agenzie di rating di emettere le proprie valutazioni, ma noi riteniamo che esse non siano il vangelo, così come del resto il citato rapporto dimostra. (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi, Paolo Raimondi Economista)

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La borsa mondiale va riformata

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 maggio 2010

Abbiamo avuto, nei giorni scorsi, giornate campali per la borsa italiana ed in particolare per le banche, con perdite anche dell’8% in un sol giorno. A scatenare il putiferio sarebbe stato un rapporto di una agenzia di stampa (Moody’s, la stessa che dette la stura alla speculazione sulla lira del ’92) nel quale ci sarebbe scritto una banalità: qualora i titoli di stato italiani si deprezzassero fortemente le banche italiane ne risentirebbero. Nessuno, ovviamente, legge il rapporto di Moody’s ma tutti iniziano a vendere e sulle vendite iniziano le “notizie” che “giustificherebbero” le vendite. Notizie più o meno vere fra le quali quella -inverosimile– secondo la quale Standard&Poor’s starebbe per abbassare il rating all’Italia. Sarebbe bastato leggere lo stesso rapporto di Moody’s per rendersi conto che non è in discussione la solidità del sistema bancario italiano che (seppur con tutti i suoi difetti) è uno dei più solidi fra i Paesi sviluppati. Ma sappiamo come funzionano i mercati: le vendite e gli acquisti non si fanno ormai più sulla base dei dati, ma prevalentemente sulla base dell’umore, dei “si dice” e dei… trading system. Passano poche ore e sui listini americani accade il finimondo. L’indice americano Dow Jones subisce la sua più grande caduta all’interno di un solo giorno dal 1987: circa il 10%! Cosa è successo? Come al solito i giornalisti si affrettano a “spiegare” i movimenti dei mercati.  Le agenzia di stampa si affollano di dotte spiegazioni che darebbero la colpa alla Banca Centrale Europea la quale non sarebbe sufficientemente attiva nel fronteggiare la crisi dell’Euro. Secondo questi dotti operatori, la credibilità dell’euro potrebbe bloccare la ripresa economica globale ormai in atto. Qualche ora dopo si scopre che sarebbe stata tutta colpa di un operatore di CitiGroup che invece di schiacciare sul computer il tasto “m”, che sta per “milion”, avrebbe schiacciato il tasto “b”, per “bilion”, e avrebbe causato il “panic selling”. L’ultima crisi finanziaria ha dimostrato in maniera inequivocabile che gli errori dell’”economia virtuale”, cioè della finanza, si ripercuotono in maniera drammatica nell’economia reale.
La finanza, ormai, è qualcosa di troppo rilevante per il benessere dell’intero pianeta. Non è più possibile lasciarla fare. Passata la crisi finanziaria del 2007/2008, grazie ad un pesantissimo intervento pubblico, non ancora terminato, le banche hanno continuato a fare esattamente quello che facevano prima: fare soldi con la finanza tornando a “giocare” con gli stessi strumenti che hanno determinato la crisi. A questo punto una riforma s’impone. Dovrebbe partire da tre cardini che appaiono banalità, ma che sono invece eresie per il sistema finanziario:
1) Le banche facciano le banche e le società d’investimento facciano le società d’investimento. Il mestiere delle banche è quello di prestare soldi alle imprese ed a chi ne ha bisogno. Questa attività è diventata ormai marginale per i profitti delle grandi banche che sono diventate dei giganteschi hedge fund.
2) Si compra e si vende solo ciò che si possiede. Sembra assurdo, ma quello che appare evidente nel mondo reale non lo è affatto in finanza dove è normale poter vendere quello che non si ha. Non si tratta solo di short-selling scoperto, ma soprattutto di una serie di prodotti derivati, come i CDS, i quali, di fatto, vendono un’assicurazione che non esiste (come si può vendere, credibilmente, un’assicurazione contro il default di uno stato come gli USA?). 3) Deve esserci un rapporto massimo fra capitale sociale e rischi assunti nei mercati finanziari. Non è tollerabile che grandi istituzioni finanziarie assumano rischi che poi non possono gestire.  (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio in sintesi)

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