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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘mortalità’

Ipotiroidismo subclinico, terapia sostitutiva riduce mortalità solo nei giovani

Posted by fidest press agency su domenica, 11 luglio 2021

L’ipotiroidismo subclinico (SH) è molto diffuso nella popolazione generale e la sua frequenza aumenta con l’invecchiamento. «SH si associa a una serie di marcatori di rischio cardio-vascolare (CV) e alcuni studi osservazionali riportano un aumento di mortalità per tutte le cause o CV; pochi studi, tuttavia, esaminano I possibili effetti del trattamento con ormone tiroideo (TH) sulla mortalità» afferma Nicola Argese, UOC Medicina Interna, Ospedale SS Annunziata, Taranto, il quale segnala la recente pubblicazione di una revisione sistematica e meta-analisi degli studi che hanno valutato gli effetti sulla mortalità del trattamento con TH. «Gli autori» riferisce Argese «hanno preso in considerazione solo studi che includevano soggetti adulti con SH documentato, trattati con qualsiasi tipo di terapia con TH, documentando la mortalità per tutte le cause e/o CV». Tra le 3645 pubblicazioni identificate – specifica – solo sette studi sono stati considerati eleggibili per l’analisi, cinque osservazionali (4 retrospettivi di coorte e 1 caso-controllo) e due RCT, con dimensioni del campione comprese tra 97 e 12.212 soggetti, per un totale di 21.055 soggetti inclusi. Gli studi sono stati condotti prevalentemente nel Regno Unito, Danimarca, Israele e da un consorzio multinazionale. Il 91% dei dati derivavano da 4 studi (e il 71% da 3). Circa i criteri di inclusione, riporta Argese, il valore massimo di TSH per i soggetti SH non era sempre uguale nei vari studi: in cinque di essi il valore arrivava a 10 o 20 mU/L, mentre in due non c’era alcun limite superiore a condizione che l’FT4 fosse normale. «In tutti i sette studi la levotiroxina (L-T4) era il trattamento prescritto per SH» riferisce lo specialista. «C’era un alto livello di eterogeneità tra gli studi per i risultati di mortalità globale, senza però evidenza di bias di pubblicazione e con buoni valori di sensibilità». In riferimento alla mortalità per tutte le cause, quest’ultima «nel complesso, non è stata modificata dal trattamento con L-T4: rischio relativo aggregato (RR) 0.95, intervallo di confidenza al 95% (IC95%) 0.75-1.22 (P = 0.70). «Numerosi lavori hanno valutato le associazioni tra SH e fattori di rischio CV, riportando risultati spesso discordanti» commenta Argese «e anche questa recente meta-analisi presenta alcuni limiti: a) solo 7 studi soddisfacevano criteri di inclusione, tuttavia con dimensioni campionarie molto eterogenee, e solo due studi includevano dati sufficienti per le sotto-analisi basate sull’età e sul cut-off TSH di 10 mU/L; b) nella maggior parte dei casi, la diagnosi di SH era basata su una singola misurazione di TSH; c) i pazienti più anziani che avevano iniziato terapia con TH non erano stati esposti abbastanza a lungo al trattamento per trarne beneficio quanto i più giovani. Bisogna considerare poi che i rischi CV di un trattamento eccessivo con TH possono essere maggiori nei pazienti più anziani, inficiando quindi eventuali effetti benefici del trattamento. Infine, il limite superiore del range di riferimento del TSH aumenta con l’invecchiamento e un numero significativo di pazienti più anziani può essere trattato in modo inappropriato con TH per livelli di TSH leggermente “elevati”, che in realtà sono normali per la loro età» conclude lo specialista. (fonte endocrinologia33)

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Le malattie genetiche recessive determinano circa il 20% della mortalità infantile

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

La principale preoccupazione di chi desidera formare una famiglia è che i figli nascano sani. A tal proposito è opportuno ricordare che molte malattie gravi presentano una base genetica nota e, spesso, derivano da disturbi ereditati da coppie totalmente asintomatiche.Secondo i dati, nei paesi sviluppati, i disordini recessivi sono responsabili di circa il 20% della mortalità infantile e del 10% dei ricoveri pediatrici. Per quanto siano rari individualmente, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) almeno 1 coppia su 100, nella popolazione generale, presenta un alto rischio di concepire un figlio con una grave malattia genetica.”I test genetici preconcezionali, come strumenti di prevenzione, nascono con l’obiettivo di informare le persone sul rischio di avere bambini affetti da disturbi autosomici recessivi e malattie legate al cromosoma X. Grazie a questi esami la coppia può prendere decisioni consapevoli riguardo le opzioni riproduttive a disposizione. La diffusione del test genetico preconcezionale tra le coppie che desiderano creare una famiglia permetterebbe di ridurre drasticamente questo tipo di malattie ereditarie”, ha commentato la Dott.ssa Daniela Galliano, medico chirurgo, specializzata in Ginecologia, Ostetricia e Medicina della Riproduzione, Responsabile del Centro PMA di IVI Roma.Negli ultimi vent’anni, grazie ai progressi senza precedenti delle tecnologie genomiche, sono stati identificati oltre 1.300 disturbi ereditari recessivi con un impatto da lieve a grave sulla salute e sull’aspettativa di vita. Tra le malattie più frequenti nella popolazione – con elevato numero di portatori – si segnalano: Fibrosi cistica (1 persona su 25-30 è portatrice) Alfa talassemia e beta talassemia (1 persona su 25-30 è portatrice) Ipoacusia (sordità) non sindromica (1 persona su 30-40 è portatrice) Atrofia muscolare spinale (1 persona su 45 è portatrice) Iperplasia surrenale congenita (1 persona su 50 è portatrice)

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Ipotiroidismo primario, obiettivi terapeutici e rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

Nella pratica clinica dell’endocrinologo è frequente il riscontro di pazienti ipotiroidei non soddisfatti dalla terapia con levotiroxina (L-T4), che lamentano sintomi persistenti riconducibili a ipotiroidismo, nonostante una terapia sostitutiva apparentemente adeguata. «Questa condizione, che talvolta conduce ad auto-medicazione, con effetti deleteri sulla sicurezza e sulla sintomatologia, complicando il follow-up laboratoristico, viene presa in esame in un recente commento e rivalutata alla luce delle evidenze disponibili» segnala Valerio Renzelli, libero professionista, Roma.«I dati di letteratura sono concordi nell’indicare un rischio maggiore di mortalità e morbilità nei pazienti il cui TSH supera il limite superiore di normalità. Tuttavia, finora non è stato ben definito il limite inferiore del TSH». Negli ultimi due anni, riporta Renzelli, due studi, uno danese e uno inglese (Lillevang-Johansen M, et al. Thyroid 2018; Thayakaran R, et al. BMJ 2019), hanno preso in esame gli esiti dei pazienti ipotiroidei in terapia con L-T4. «Nello studio danese» riferisce Renzelli «sono stati valutati retrospettivamente 2908 pazienti, con follow-up medio di 7.2 anni, confrontandone la mortalità con quella di controlli eutiroidei. I pazienti con TSH > 4 mIU/L mostravano mortalità aumentata del 6% per ogni 6 mesi con TSH elevato, sia nell’ipotiroidismo subclinico moderato (4-10 mIU/L) che grave (> 10 mIU/L). I pazienti con TSH basso (< 0.3 mIU/L) o soppresso mostravano rischio di mortalità maggiore del 18% per ogni 6 mesi di TSH ridotto». Nello studio inglese, continua Renzelli, «sono stati analizzati retrospettivamente i dati di 162 000 pazienti, con follow-up medio di 6 anni. La mortalità era aumentata per valori di TSH al di fuori del range di normalità: HR = 1.18 per TSH 10 mIU/L. Alla luce di queste evidenze, gli autori del commento suggeriscono di mantenere i valori di TSH entro i limiti di normalità e mettono in discussione la raccomandazione del National Institute for Clinical Excellence di “alleviare i sintomi e portare i valori di funzionalità tiroidea entro o vicino il range di normalità”». Questo messaggio, osserva lo specialista, è potenzialmente molto rilevante, considerando quanto siano comuni sovra- e sotto-trattamento dell’ipotiroidismo. Infatti, i dati mostrano che circa il 50% dei trattati ha TSH non a target (Flinterman LE, et al. Thyroid 2020). Occorre tuttavia notare che gli studi in esame sono retrospettivi (Lillevang-Johansen M, et al. Thyroid 2018; Thayakaran R, et al. BMJ 2019) e i dati riguardo la mortalità in questa categoria di pazienti andrebbero confermati da studi prospettici randomizzati.«Gli autori del commento suggeriscono che una corretta sensibilizzazione dei medici sulla gestione della terapia sostitutiva potrebbe contribuire a ridimensionare il problema» osserva Renzelli. «Questi studi non sono applicabili ai soggetti in terapia diversa da quella con sola L-T4 (combinata L-T4 + L-T3, sola LT3 o estratto da tiroide animale). In questi casi, la presenza di L-T3 nello schema terapeutico si accompagna ad ampie fluttuazioni dei suoi livelli ematici, che potrebbe aumentare il rischio di complicanze. Va inoltre menzionato che recentemente è stato riportato che i parametri clinici si correlano meglio con il livello di FT4 che con quello di TSH (Fitzgerald SP, et al. Thyroid 2020). Saranno pertanto necessari ulteriori studi prospettici su larga scala per identificare i marcatori di laboratorio maggiormente correlati alle manifestazioni cliniche dei soggetti ipotiroidei trattati con L-T4» conclude Renzelli. (fonte doctor33)

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Incremento della mortalità del 13% in proporzione all’esposizione all’ammoniaca nell’aria

Posted by fidest press agency su martedì, 20 aprile 2021

“Sono queste le conclusioni dello studio del prof. Contiero della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, e di altri ricercatori del medesimo istituto, di istituti scientifici siciliani e di ARPA Sicilia. In data 15 aprile è stato finalmente pubblicato questo studio ecologico che dimostra con modelli avanzati, che hanno tenuto conto di molti fattori confondenti, l’incremento della mortalità del 13% in proporzione all’esposizione all’ammoniaca nell’aria delle province delle regioni Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna. Come regione di controllo è stata usata la Sicilia”, dichiara il deputato M5S Alberto Zolezzi.“Questo è uno spunto per comprendere non solo la mortalità Covid-19 più elevata in alcuni territori ma anche il ruolo dell’ammoniaca nei focolai riscontrati nel settore della macellazione e dell’allevamento. E questo deve porre un grande allarme non solo per il settore degli allevamenti ma anche per le cosiddette bioenergie che vedono centinaia di richieste in tutta la Pianura Padana e non solo.”“L’ammoniaca – spiega Zolezzi – è rilasciata in aria per il 93% nel settore degli allevamenti ma anche da inceneritori di rifiuti e impianti di combustione vari (turbogas ecc), usata in enormi quantità proprio per aumentare il pH dei fumi.Nello studio di Dario Agnoletto “Covid-19 and rural landscape: The case of Italy.” si vede che le regioni ad alta intensità agroenergetica sono state più colpite delle altre. Gli impianti bioenergetici (biogas, biomasse ecc) sono citati espressamente nello studio. quindi sembrerebbe attivare il recettore ACE2 che fa entrare il nuovo Coronavirus nelle cellule respiratorie. Questo vuole dire che non è necessario solo chiudere gli allevamenti di visoni, ma anche progressivamente dimezzare i capi allevati negli altri allevamenti (come richiesto da Greenpeace nel corso dell’audizione sul PNRR).La creazione di un’agenzia che studierà i rapporti fra ambiente e salute, contenuta nelle bozze del PNRR è una buona notizia e speriamo rimanga nel testo finale.”“Gli studi ecologici su inquinamento e Covid-19 sono oltre 400 e vedranno successivi studi individuali a consolidare i risultati, ma dobbiamo ricordare che ci sono già studi individuali consolidati che dimostrano un aumento della mortalità per polmonite in seguito all’esposizione a polveri sottili.Si può stimare che per adeguarsi al regolamento UE dovranno essere dimezzati i capi allevati e conviene disegnare già oggi la transizione per arrivare fra pochi mesi a un sistema più sostenibile, i fondi del PNRR devono portare anche alla riconversione di una zootecnia che produce 80 kg di carne per italiano ogni anno, di cui metà viene esportata (dati Coldiretti), con una sostenibilità generale che si può stimare in 10 kg pro capite all’anno e con falde in infrazione per i nitrati per l’80% della superficie agricola lombarda (sempre per essere europeisti).Il particolato che respiriamo in Italia è per il 19% dovuto alla zootecnia nel bacino padano ed è quindi responsabile di circa 13 mila decessi in Italia ogni anno secondo la speciazione Ispra. Siamo in infrazione UE qualità dell’aria e se vogliamo essere europeisti è necessario uscire da queste infrazioni e respirare aria buona, dimezziamo i capi allevati e diamo qualità di vita ai nostri bambini e agli animali oggi per esserci come specie nel 2050”, conclude Zolezzi.

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Mortalità da Covid-19

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2020

Con riferimento ai dati diffusi da Istat-Iss, di seguito il commento di Franco Marozzi, membro del Consiglio Direttivo di SIMLA, Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni.”Certamente i dati forniti da Istat e Iss rappresentano un importante angolo di lettura del fenomeno della mortalità da Covid-19. Altrettanto certamente la precisione del rapporto sarebbe stata maggiore qualora fossero stati a disposizione i rilievi autoptici, che, purtroppo, mancano in modo significativo per l’impossibilità di avere a disposizione sale autoptiche attrezzate sul territorio nazionale come Simla aveva richiesto all’inizio di aprile ai Ministeri competenti con un appello che è purtroppo restato inascoltato. E’ chiaro, dai dati messi a disposizione, che è vero che le infezioni da SARS-CoV2 sono responsabili della morte della gran parte dei soggetti ma è anche vero che dati precedenti avevano testimoniato l’importanza delle patologie associate. Questo risulta evidente dall’elevata mortalità dei soggetti “grandi anziani” (intorno agli 80 anni). Purtroppo, anche qui, l’assenza dei rilievi necroscopici non consente di precisare ulteriormente i risultati dello studio. Non si può, infine, non sottolineare come i rilievi Istat-Iss contribuiranno ad alimentare la polemica sull’indennizzabilità dei decessi nei soggetti che avevano contratto polizze infortuni e che sono deceduti per Covid-19 ricordando che la stessa, per contratto, è garantita solo se la causa della morte sia stata determinata in modo “diretto ed esclusivo”, ovvero senza l’intervento di altre concause rispetto all’infezione”.

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Covid-19: La mortalità in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 Maggio 2020

“Anche l’Inps conferma i dati dell’Ufficio studi di Fratelli d’Italia sulla reale mortalità causata dal Covid-19. FdI aveva chiesto al governo di fornire i dati per comparare il numero di morti del mese di marzo 2020 con quello dello stesso mese ma degli anni precedenti, al fine di avere una dimensione reale dell’incremento della mortalità. Purtroppo non abbiamo ricevuto alcuna risposta e abbiamo dovuto fare da soli attraverso il nostro Ufficio studi. Il 29 aprile in conferenza stampa è stato presentato lo studio e grazie a questo impulso pochi giorni dopo analogo studio è stato pubblicato dall’Istat, confermando i dati da noi forniti. Siamo felici che ora anche l’Inps abbia fatto altrettanto, riferendosi anche al mese di aprile, confermando pienamente l’analisi svolta dall’Ufficio Studi FdI che segnala un numero di morti reali ben più ampio di quello ufficiale. Evidentemente la richiesta di FdI era tutt’altro che infondata”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI.

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Coronavirus: Livello mortalità in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 29 marzo 2020

(AJ-Com.Net) L’età media della popolazione italiana è maggiore rispetto ad altri Paesi: 44 anni in Italia contro un’età media che in Cina -ad esempio- è di 37 anni. «È questo fattore ad avere portato ad un continuo inasprirsi dei dati» sottolineano gli esperti del comitato medico di Plusimple (www.plusimple.com), società innovativa di sanità digitale che ha deciso di offrire gratuitamente supporto e know-how per fronteggiare in maniera più agile l’attuale emergenza sanitaria.Secondo quanto hanno potuto appurare gli analisti della piattaforma che già ad oggi conta più di 600 medici ed 11 mila pazienti, il dato generale di letalità è attualmente più alto nella popolazione italiana rispetto perfino a quella cinese da dove il virus è partito.«L’Italia ha un elevatissimo grado di invecchiamento della popolazione ed è proprio dopo gli 80 anni e in persone con importanti patologie preesistenti che avvengono i 2/3 dei decessi da Coronavirus» aggiungono i medici di Plusimple.com, che in questi giorni è stata inserita dalla Think Pink Europe tra le 5 migliori società di sanità digital per la lotta contro il tumore al seno.Nel dettaglio -secondo quanto rileva Plusimple.com- in Italia la mortalità da Corona Virus è pari a zero per le fascia di età da 0 a 58 anni, per salire gradualmente allo 0,1% tra i 50 ed i 59 anni, all’1,4% tra i 60 ed i 69 anni, al 4% tra i 70 ed i 79 anni, all’8,2% tra gli 80 e gli 89 anni ed al 14,3% oltre i 90 anni, nonostante la patologia possa manifestarsi in forma aggressiva in tutte le età.L’evoluzione dei contagi sta così mettendo a dura prova il sistema sanitario italiano. Per aiutare a fronteggiare la situazione, Plusimple lancia dunque una piattaforma a supporto dell’emergenza nella lotta contro COVID-19: SupportoCoronaVirus.it.La nuova piattaforma mette a disposizione uno spazio web accessibile gratuitamente a tutti per eseguire un test di autovalutazione redatto dall’Ordine dei Medici di Salerno.Attraverso SupportoCoronaVirus.it diventa inoltre possibile accedere ad informazioni certificate per dirimere dubbi e condividere procedure riguardo prevenzione e riscontro dei sintomi del Corona Virus.«Nel momento di emergenza che stiamo vivendo è indispensabile assicurare le cure ma anche limitare i contagi» sostengono i medici della piattaforma. E proprio grazie a Plusimple.com il rapporto con il proprio medico avviene in remoto: più rapido e più sicuro, riducendo così il rischio di contagio.«Plusimple significa più semplice perché crediamo che una sanità con meno passaggi e meno ostacoli sia più valore per tutti» sostengono i fondatori della start-up che è già stata classificata dall’EIT Health -agenzia innovativa dell’Unione Europea- tra le 15 società di sanità digitali più promettenti d’Europa. (AJ-Com.Net). AJ/LL 26 MAR 2020 09:40 NNNN

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In Italia la mortalità da Coronavirus è più alta che in altri Paesi

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

(AJ-Com.Net) L’età media della popolazione italiana è maggiore rispetto ad altri Paesi: 44 anni in Italia contro un’età media che in Cina -ad esempio- è di 37 anni. «È questo fattore a contribuire al continuo inasprirsi dei dati» sottolineano gli esperti del comitato medico di Plusimple (www.plusimple.com), società innovativa di sanità digitale che ha deciso di offrire gratuitamente supporto e know-how per fronteggiare in maniera più agile l’attuale emergenza sanitaria.Secondo quanto hanno potuto appurare gli analisti della piattaforma che già ad oggi conta più di 600 medici ed 11 mila pazienti, il dato generale di letalità è attualmente più alto nella popolazione italiana rispetto perfino a quella cinese da dove il virus è partito.«L’Italia ha un elevatissimo grado di invecchiamento della popolazione ed è proprio dopo gli 80 anni e in persone con importanti patologie preesistenti che avvengono i 2/3 dei decessi da Coronavirus» aggiungono i medici di Plusimple.com, che in questi giorni è stata inserita dalla Think Pink Europe tra le 5 migliori società di sanità digital per la lotta contro il tumore al seno.Nel dettaglio -secondo quanto rileva Plusimple.com- in Italia la mortalità da Corona Virus è pari a zero per le fascia di età da 0 a 58 anni, per salire gradualmente allo 0,1% tra i 50 ed i 59 anni, all’1,4% tra i 60 ed i 69 anni, al 4% tra i 70 ed i 79 anni, all’8,2% tra gli 80 e gli 89 anni ed al 14,3% oltre i 90 anni, nonostante la patologia possa manifestarsi in forma aggressiva in tutte le età.L’evoluzione dei contagi sta così mettendo a dura prova il sistema sanitario italiano. Per aiutare a fronteggiare la situazione, Plusimple lancia dunque una piattaforma a supporto dell’emergenza nella lotta contro COVID-19: SupportoCoronaVirus.it.La nuova piattaforma mette a disposizione uno spazio web accessibile gratuitamente a tutti per eseguire un test di autovalutazione redatto dall’Ordine dei Medici di Salerno.Attraverso SupportoCoronaVirus.it diventa inoltre possibile accedere ad informazioni certificate per dirimere dubbi e condividere procedure riguardo prevenzione e riscontro dei sintomi del Corona Virus.«Nel momento di emergenza che stiamo vivendo è indispensabile assicurare le cure ma anche limitare i contagi» sostengono i medici della piattaforma. E proprio grazie a Plusimple.com il rapporto con il proprio medico avviene in remoto: più rapido e più sicuro, riducendo così il rischio di contagio. “Plusimple significa più semplice perché crediamo che una sanità con meno passaggi e meno ostacoli sia più valore per tutti» sostengono i fondatori della start-up che è già stata classificata dall’EIT Health -agenzia innovativa dell’Unione Europea- tra le 15 società di sanità digitali più promettenti d’Europa. (AJ-Com.Net).

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Se la taglia si ‘allarga’ dopo la menopausa, più rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su martedì, 24 settembre 2019

Un articolo di recente pubblicato su ‘Nutrition, Obesity and Exercise’ suggerisce che un punto vita abbondante, superiore a 88 cm (cioè un’obesità di tipo centrale), nelle donne in post-menopausa potrebbe associarsi ad un aumentato rischio di mortalità. Yangbo e colleghi sono giunti a questa conclusione, effettuando uno studio retrospettivo su dati del Women’s Health Initiative study.
Lo studio ha valutato 156.624 donne di età media 63,2 anni, nell’arco di un follow up corrispondente a 2.811.187 anni/persona; in questo periodo sono stati registrati 43.838 decessi, tra i quali 12.965 per cause cardiovascolari (il 29.6 per cento) e 11.828 per tumori (il 27.0 per cento). Confrontando questi dati con quelli relativi a donne di peso normale, senza obesità centrale, (a parità di caratteristiche demografiche, stato socioeconomico, fattori legati allo stile di vita e stato ormonale), in quelle con obesità centrale il rischio per tutte le cause di mortalità è risultato aumentato del 31 per cento; mentre tra le donne in sovrappeso ma senza obesità centrale, il rischio risultava aumentato solo del 16 per cento. Anche tra le donne normopeso, quelle con punto vita superiore a 88 cm presentavano rispetto a quelle con circonferenza vita normale, un rischio di mortalità cardiovascolare aumentato del 25 per cento e di mortalità per tumori del 20 per cento.
“Lo studio – commenta la professoressa Patrizia Burra, ordinario di Gastroenterologia, dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche dell’Università degli Studi di Padova e vicepresidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (SIGE) – presenta alcuni limiti perché ha preso in considerazione solo donne in post-menopausa; di conseguenza, questi risultati non possono essere estrapolati a donne più giovani, o alla popolazione maschile. Inoltre l’obesità centrale è stata valutata solo attraverso la misurazione del giro vita, mentre il ricorso a esami di imaging più sofisticati, avrebbero fornito informazioni e permesso una più accurata stratificazione del rischio della popolazione in studio.
Il messaggio che emerge da questo studio – prosegue la professoressa Burra – è importante perché, analizzando un’ampia coorte prospettica, ha permesso di evidenziare come donne di peso corporeo normale, che presentino però obesità centrale, siano a maggior rischio di mortalità rispetto a donne di peso normale senza obesità centrale e che questo rischio sia simile a quello delle donne obese”.
Anche un altro studio, pubblicato nel 2015, analizzando i dati relativi a 15.184 persone (52.3 per cento donne) di età compresa tra i 18 e i 90 anni, aveva riscontrato che nelle persone normopeso, ma con obesità centrale, il rischio di mortalità generale e da eventi cardiovascolare fosse superiore rispetto a soggetti con indice di massa corporea simile ma senza distribuzione del grasso a livello centrale, dato che è stato confermato nelle donne.
Ma a far aumentare il rischio di mortalità non sono solo i chili di troppo e, in particolare, quelli che si depositano sulla pancia. Negli ultimi anni l’attenzione degli studiosi si sta focalizzando con sempre maggior attenzione su un’altra condizione metabolica, la perdita del tessuto muscolare scheletrico (sarcopenia). “Di recente – sottolinea la professoressa Burra – abbiamo effettuato presso il nostro centro uno studio su pazienti con cirrosi epatica, che di frequente presentano una sarcopenia progressiva e generalizzata. La sarcopenia è risultata associata ad aumento sia del rischio di complicanze cliniche che di mortalità, anche dopo che i pazienti vengono sottoposti a trapianto di fegato (Lucidi C J Hepatol. 2018, Merli M J Hepatol. 2017)”. L’alterata omeostasi metabolica è stata associata anche ad alterazioni della normale distribuzione del tessuto adiposo viscerale e sottocutaneo e tali alterazioni sono state correlate in modo indipendente ad un aumento del rischio di mortalità in pazienti con cirrosi, soprattutto di sesso femminile, ed ad aumento del rischio di recidiva di epatocarcinoma dopo trapianto di fegato soprattutto nel sesso maschile. Il nostro studio, ancora in corso, sta dunque valutando le immagini della TAC addome a livello della III vertebra lombare per studiare la distribuzione del tessuto adiposo sottocutaneo e del tessuto adiposo viscerale. I risultati non hanno riscontrato un’associazione tra le alterazioni della distribuzione del tessuto adiposo e un aumentato del rischio di complicanze, né con un aumento di mortalità dopo trapianto. Questo resta dunque un argomento ancora aperto alla ricerca clinica”.Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “occorre che le società scientifiche si adoperino per diffondere nella popolazione messaggi chiari sulla prevenzione dell’obesità e sui semplici parametri da monitorare inclusi peso corporeo e giro vita!”

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Malattie Cardiovascolari: come prevenire e diminuire la mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

Roma 20 Novembre 2018; ore 09.00 – 13.00 Ministero della salute Sala Auditorium Lungotevere Ripa, 1 Duecentomila casi all’anno di morte per ictus, un tasso di mortalità elevato (maggiore nelle donne) prima dei 75 anni, per un totale che ricopre il 44% delle morti a causa della malattia cardiovascolare in Italia.Combattere efficacemente i fattori di rischio quali ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà è lo sforzo congiunto di diverse Società Medico-Scientifiche hanno, di recente, portato alla pubblicazione di documenti e linee guida, sulla prevenzione secondaria della malattia cardiovascolare ischemica aterosclerotica, principale causa di morte nella popolazione italiana.Nei vari testi, frutto di un attento lavoro di sintesi, vengono indicati i percorsi clinici di maggiore efficacia ed appropriatezza per le attività di prevenzione secondaria delle recidive ischemiche nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica. Di fatto, il clinico pratico dispone di forti evidenze scientifiche e di molti documenti di sintesi, nazionali e locali, che dovrebbero indirizzare coerentemente la loro azione quotidiana.
Eppure i dati che emergono dagli studi di osservazione nel cosiddetto “mondo reale” ci dicono che non è così. In effetti, le informazioni disponibili per il nostro paese sembrano indicare che tutte le misure di prevenzione secondaria, seppure certamente efficaci, vengono prescritte ed applicate significativamente meno di quanto si dovrebbe. Nel complesso si deve constatare con sorpresa e rammarico che le raccomandazioni contenute nelle linee guida sono spesso disattese nella pratica clinica corrente. I fattori di rischio, come ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà, non vengono combattuti efficacemente.Questa situazione comporta un inevitabile tributo in termini di recidive ischemiche, spesso invalidanti o potenzialmente letali. In questo momento, tuttavia, le più sensibili associazioni scientifiche mediche ritengono necessario tentare il superamento delle difficoltà che impediscono il dispiegarsi di efficaci attività di prevenzione secondaria in favore dei pazienti che hanno sofferto un evento coronarico o cerebrovascolare acuto. Questa particolare popolazione di pazienti è infatti gravata dal maggiore possibile rischio di ulteriori complicanze cardiovascolari a breve termine. L’evento si propone di fare il punto sulla Prevenzione Cardiovascolare Secondaria e definire scenari sostenibili di implementazione efficace delle evidenze scientifiche attualmente disponibili.

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Confondere malasanità e mortalità evitabile fa male alla salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

Capita frequentemente di veder identificare la malasanità con la mortalità evitabile, spesso relegando il primo fenomeno alle sole eclatanti quanto fugaci occasioni giornalistiche e, di contro, sottostimando gravemente il secondo a discapito della salute collettiva e individuale.La disorganizzazione delle strutture, l’inadeguatezza delle risorse strumentali, gli errori degli operatori, e così via, sono certamente configurabili come “malasanità”, ma la “mortalità evitabile” misura anche altri numerosi eventi spesso ascrivibili a scelte del tutto personali.Sono evitabili le morti correlate al fumo, all’alcol, alle cattive abitudini alimentari, a rischi cioè che autonomamente scegliamo di correre, nonostante le iniziative di educazione sanitaria che da anni e a vari livelli vengono realizzate nel nostro Paese.
Sono evitabili le morti dovute alla mancata adesione a programmi di screening e di medicina preventiva in genere quando decidiamo, di nuovo autonomamente, di non accogliere gli inviti a seguire percorsi di profilassi, diagnostici, terapeutici o riabilitativi, laddove offerti e disponibili.E certamente sono evitabili anche, ma non solo appunto, le morti legate alle carenze, alle mancanze, agli errori del nostro Servizio Sanitario e dunque alla malasanità.Ma misurare la mortalità evitabile solo attraverso la malasanità significa vanificare ogni iniziativa in tema di promozione della salute e nascondere sotto il tappeto l’enorme impatto che le scelte di vita hanno sul nostro benessere, scelte che inevitabilmente producono nel medio-lungo periodo rilevanti ricadute sui servizi socio-sanitari.Contenere la diffusione di malattie evitabili permetterebbe di liberare risorse umane, strumentali ed economiche da destinare da un lato alle patologie che purtroppo non sono (ancora) efficacemente contrastabili con interventi di sanità pubblica, dall’altro utili per lavorare sui disservizi e combattere quindi la malasanità.Uno dei tanti casi in cui la corretta informazione fa bene alla salute. (Natalia Buzzi – Progetto MEV)

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EuroStat e mortalità evitabile: la stampa italiana dimentica la prevenzione primaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 luglio 2018

In questi giorni EuroStat ha rilasciato le statistiche relative ai decessi 2015 analizzate secondo i criteri della mortalità evitabile. La stampa nazionale si è soffermata quasi esclusivamente sulla quota di decessi evitabili grazie alle risorse mediche e tecnologiche attualmente disponibili (per l’Italia è quantificata in circa 52.000 decessi l’anno), omettendo che EuroStat nel medesimo studio stima in quasi 90.000 le morti dovute a mancata prevenzione primaria.I due numeri non vanno sommati, come spiega chiaramente EuroStat nella sua pubblicazione, perché parte delle cause di morte sono considerate evitabili in entrambe le statistiche; tuttavia, per l’anno 2015 hanno complessivamente dato luogo – come diffuso a gennaio dal Rapporto MEV(i) – a circa 105.000 morti evitabili prima dei 75 anni di età.
Natalia Buzzi, responsabile del centro studi Nebo, curatore del Rapporto MEV(i), sostiene che «è importante dare notizia anche della statistica EuroStat sui morti dovuti a carenza di prevenzione primaria, vale a dire quelli causati da scorretta alimentazione, tabagismo, abuso di alcol: se insistere sui decessi trattabili è di fondamentale importanza per sollecitare il miglior utilizzo delle attuali conoscenze e risorse, è altrettanto vero che dare la massima evidenza anche alla parte di mortalità prevenibile con più attenti stili di vita è determinante per informare e educare i cittadini e renderli più consapevoli di come gestire al meglio la propria salute laddove questa dipende anche e soprattutto da scelte private».L’analisi per l’Italia condotta da MEV(i) è stata armonizzata con quella EuroStat già dal 2016 e misura il fenomeno della mortalità evitabile sul territorio nazionale, per genere, quantificando di quanto si sarebbe potuto abbassare il numero di decessi tramite interventi di prevenzione primaria, di diagnosi precoce e terapia e di altra assistenza sanitaria. I risultati dei Rapporti e degli Speciali MEV(i) sono disponibili su http://www.mortalitaevitabile.it: così come EuroStat dà conto delle differenze fra i diversi Paesi dell’Unione, MEV(i) evidenzia la difformità di questo importante indicatore fra le province italiane.

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Ultracentenari e longevi: l’età avanza, ma non il rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su sabato, 30 giugno 2018

C’è un limite biologico alla longevità umana? Come cambia il rischio di morire con l’avanzare dell’età? Per rispondere a queste domande, i ricercatori del Dipartimento di Scienze statistiche della Sapienza, in collaborazione con l’ISTAT e le università Roma Tre, Berkeley e Southern Denmark, hanno condotto uno studio sui semi-supercentenari italiani (ovvero coloro che non hanno ancora raggiunto i 110 anni di età, ma superano i 105 ), con l’obiettivo di stimarne con esattezza il rischio di mortalità. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Science, hanno sorprendentemente indicato, per coloro che hanno superato i 105 anni, il raggiungimento di un livello costante del rischio di mortalità.Il team di ricercatori ha stimato per la prima volta la mortalità in età avanzata, con una accuratezza e precisione che finora non era stata possibile. “I dati studiati, accuratamente documentati – spiega Elisabetta Barbi della Sapienza – portano a concludere che la curva di mortalità cresce esponenzialmente fino all’età di 80 anni circa, ma poi decelera fino a raggiungere un plateau, ovvero un andamento costante, dopo i 105 anni”.Lo studio, inoltre, ha evidenziato come il rischio di mortalità diminuisca, seppur lievemente, nel tempo anche a queste età estreme. “Se esiste un limite alla longevità – commenta Barbi – questo non è stato ancora raggiunto”.La mancanza di dati affidabili su questi “pionieri della longevità” ha alimentato, fino a oggi, un controverso dibattito fra gli scienziati di tutto il mondo. La comunità scientifica infatti, si divide tra chi sostiene che la curva dei rischi di mortalità continui ad aumentare esponenzialmente con l’età, e chi invece argomenta che essa deceleri e raggiunga un livello costante (plateau) alle età più elevate, mimando il comportamento di altre specie animali.La scoperta del plateau è cruciale per la comprensione dei meccanismi alla base della senescenza e della longevità umana. “Per gli studiosi del campo – conclude Barbi – rappresenta una prima e importante conferma del ruolo giocato dalla sopravvivenza selettiva e fornisce la necessaria chiarezza empirica per il progresso degli studi che riguardano le teorie evolutive sulla senescenza”.Riferimenti: The plateau of human mortality: Demography of longevity pioneers – Elisabetta Barbi, Francesco Lagona, Marco Marsili, James W. Vaupel, Kenneth W. Wachter – Science DOI: 10.1126/science.aat3119

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Linee guida ipertensione, negli Usa primo bilancio su eventi cardiovascolari e mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

L’adozione delle linee guida 2017 per l’ipertensione arteriosa, che abbassano la soglia di trattamento a 130/80 mm Hg, ridurrà in modo significativo morbilità e mortalità, secondo uno studio pubblicato su JAMA Cardiology, primo autore Joshua Bundy del Dipartimento di epidemiologia alla Tulane University School of Public Health di New Orleans, Stati Uniti. Basandosi sui dati del National Health and Nutrition Survey, su studi clinici e su studi di coorte, i ricercatori stimano che secondo le linea guida del 2017 a soffrire di ipertensione è il 45,4% degli adulti statunitensi, ossia 105,3 milioni di persone. «Numeri che riflettono un significativo aumento di quanto stimato dalle precedenti linee guida, in base alle quali risultava iperteso il 32% degli americani, con differenze particolarmente evidenti negli uomini tra 40 e 50 anni. Inoltre, secondo il documento del 2017, il 35,9% degli adulti statunitensi avrebbe le caratteristiche per essere sottoposto al trattamento antipertensivo, contro il 31,1% stimato da quello pubblicato nel 2014» scrivono gli autori, spiegando che con la piena attuazione delle linee guida 2017 si eviterebbero ogni anno 610.000 eventi cardiovascolari e 334.000 decessi tra i pazienti di 40 anni o più, contro 270.000 e 170.000, rispettivamente, secondo il precedente documento. «L’implementazione delle linee guida 2017 potrebbe potenzialmente prevenire 340.000 eventi cardiovascolari e 156.000 morti ogni anno in più» conclude Bundy. E Lawrence Fine, dei National Institutes of Health di Bethesda, scrive in un editoriale: «Queste stime ci ricordano quanto resta da fare per ridurre i livelli pressori mettendo in atto linee guida più efficaci, specie nei pazienti a rischio». Conclude Clyde Yancy, della Feinberg School of Medicine alla Northwestern University di Chicago, e vicedirettore di JAMA Cardiology: «Gli eventi avversi connessi al trattamento, tra cui ipotensione e insufficienza renale acuta, aumenterebbero, ma sarebbero ampiamente superati dai benefici connessi alla riduzione di morbilità e mortalità, cosa che qualifica le linee guida del 2017 come una solida strategia di prevenzione». (fonte: doctor33)

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Empagliflozin riduce il rischio di mortalità per cause cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

Boehringer IngelheimIngelheim, Germania e Indianapolis, Indiana (Stati Uniti), 14 novembre 2017 – Nuovi risultati dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari rispetto a placebo, quando aggiunto a trattamenti terapeutici standard, in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica. Questi risultati di un’analisi post-hoc dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME® sono stati resi noti da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company (NYSE: LLY) in una presentazione orale al Congresso 2017 dell’American Heart Association (AHA) ad Anaheim, California, e contemporaneamente pubblicati nell’edizione online di Circulation, la rivista scientifica dell’AHA.
Circa un diabetico su tre di età superiore ai 50 anni è affetto da arteriopatia periferica, ovvero restringimento del lume delle arterie che trasportano il sangue dal cuore agli arti superiori e inferiori, dovuto ad accumulo costituito da placca aterosclerotica. L’arteriopatia periferica può mettere a serio rischio la vita di una persona, quando l’ostruzione riduce considerevolmente l’afflusso di sangue, con conseguente danno agli arti e possibile danno ad organi vitali come cuore, reni e cervello.3 Se non viene adeguatamente gestita, l’arteriopatia periferica può portare all’amputazione degli arti o di parte di essi, e può comportare ricovero, disabilità e mortalità.All’avvio dello studio, il 21% degli oltre 7.000 partecipanti erano affetti da arteriopatia periferica. L’analisi di questa popolazione di pazienti ha rivelato che, rispetto a placebo, empagliflozin, quando aggiunto ai trattamenti standard:
ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari del 43%;
ha ridotto la mortalità per qualsiasi causa del 38% e i ricoveri per scompenso cardiaco del 44%;
ha ridotto il rischio per l’endpoint composito di mortalità per cause cardiovascolari, infarto non-fatale o ictus non-fatale del 16%;
ha ridotto l’insorgenza o il peggioramento di nefropatia del 46%;
globalmente gli effetti cardiovascolari e renali osservati in pazienti con arteriopatia periferica sono stati in linea con i risultati precedentemente riferiti per la popolazione complessiva dello studio EMPA-REG OUTCOME®. Complessivamente gli effetti collaterali, e gli effetti collaterali gravi, sono risultati sovrapponibili nei gruppi in terapia con empagliflozin e con placebo in soggetti con o senza arteriopatia periferica. Nei soggetti con arteriopatia periferica ci sono state amputazioni agli arti inferiori nel 5,5% di quelli trattati con empagliflozin e nel 6,3% di quelli che hanno ricevuto placebo. Nei soggetti senza arteriopatia periferica si sono avute amputazioni agli arti inferiori nello 0,9% di quelli trattati con empagliflozin e nello 0,7% di quelli che hanno ricevuto placebo. “Attraverso continue analisi dei dati di EMPA-REG OUTCOME® miglioriamo le nostre conoscenze su come empagliflozin può aiutare un ampio setting di soggetti che convivono con il diabete di tipo 2 e le sue complicanze” – ha dichiarato il Dottor Georg van Husen, Corporate Senior Vice President, Responsabile Area Terapeutica CardioMetabolica, Boehringer Ingelheim – “I risultati pubblicati e presentati al Congresso AHA dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari e di patologia renale in questa popolazione ad alto rischio, composta da soggetti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica”.
Nel mondo ci sono più di 415 milioni di diabetici e le stime indicano che in 193 milioni di questi la malattia non è diagnosticata.5 Si prevede che questo numero crescerà fino a 642 milioni di persone entro il 2040.5 Il diabete di tipo 2 è la forma più diffusa di diabete, con una percentuale che arriva sino al 91% di tutti i casi nei Paesi ad alto reddito.5 È una malattia cronica che insorge quando l’organismo non è più in grado di produrre o utilizzare adeguatamente l’insulina.
Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare, che è la principale causa di mortalità associata al diabete.6,7 Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è due-quattro volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.7 Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo, dei quali la malattia cardiovascolare è stata la causa principale.5,7 Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a malattia cardiovascolare.8,9
Per un uomo di 60 anni, avere una storia di diabete può ridurre l’aspettativa di vita di ben sei anni rispetto a un non-diabetico, ed essere un diabetico con storia di infarto o ictus all’età di 60 anni può ridurre l’aspettativa di vita addirittura di 12 anni, rispetto a chi non si trova in queste condizioni.

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Cancro prostata, screening Psa riduce la mortalità. I risultati di un nuovo studio

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 settembre 2017

prostata cancroLo screening per il cancro della prostata ne riduce la mortalità. Ecco quanto emerge da uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine che analizza i risultati di due importanti trial sulla diagnosi precoce del tumore prostatico. «I due studi controllati e randomizzati, che sono l’attuale riferimento sullo screening per la neoplasia alla prostata, sono stati realizzati nel 2009 e pubblicati su New England Journal of Medicine. Il primo, Erspc (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer) concludeva che la diagnosi precoce riduce la mortalità, mentre dall’altro, Plco (Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian Cancer Screening Trial) emergeva l’esatto contrario» esordisce la coautrice Ruth Etzioni, della Division of Public Health Sciences al Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle. Gli autori sottolineano che, alla luce di questi nuovi risultati, le linee guida contrarie allo screening basato sull’antigene prostatico specifico (Psa), tra cui quelle della United States Preventive Services Task Force (Uspstf) e basate appunto sui risultati conflittuali dell’Erspc e del Plco, potrebbero essere riviste. Nella nuova analisi i ricercatori dell’Università del Michigan e del National Cancer Institute, utilizzando un modello matematico, non hanno trovato differenze tra Erspc e Plco in termini di effetti positivi dello screening rispetto al non uso, concludendo che la diagnosi precoce potrebbe ridurre in modo significativo le morti per cancro prostatico. Ma in un editoriale di commento Andrew Vickers, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, sottolinea piuttosto la necessità di capire come attuare lo screening in modo che i benefici superino i danni derivati dall’eccesso diagnostico e terapeutico dovuto ai falsi positivi. In altre parole, le forme poco aggressive di tumore prostatico restano silenti per anni senza dare disturbi, e la diagnosi precoce porterebbe a cure di cui probabilmente non ci sarebbe stato bisogno. Non troppo convinti sembrano anche altri ricercatori tra cui Kenneth Lin dell’Università di Georgetown, ex membro dell’Uspstf. «I modelli matematici, per quanto sofisticati, restano modelli, e pare azzardato giungere a conclusioni definitive usandoli per estrapolare dati da persone reali che hanno partecipato a studi clinici randomizzati». (fonte: doctor33)

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I giorni di vita perduti pro-capite per mortalità evitabile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

eurostat_logoDisegnano le classifiche territoriali 2017 dell’ultimo Rapporto MEV(i): tra le regioni Marche, Veneto, Trentino Alto Adige occupano i primi tre posti sia per i maschi che per le femmine, la Campania l’ultimo; a livello provinciale, Treviso guida entrambe le classifiche maschile e femminile, seguita da Firenze e Ascoli Piceno nella prima, da Prato e Vicenza nella seconda; all’altro capo Napoli, con due province sarde (Medio Campidano e Nuoro) nel caso dei maschi e con Caserta ed Enna nel caso delle femmine.
Lettura Eurostat 2017 – Il Rapporto MEV(i) ela bora le classifiche anche adottando la metodologia Eurostat (cfr lo Speciale MEV(i) Eurostat 2016), cioè individuando i decessi evitabili a seconda che siano “trattabili” o “prevenibili” o entrambi. Ciò consente di cogliere ulteriori evidenze: in particolare, nel caso delle cause di morte trattabili, vale a dire quelle maggiormente legate alle cure sanitarie, risulta evidente una profonda disparità nord-sud che vede penalizzate quasi esclusivamente province meridionali soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia.
Città Metropolitane 2017 – Una ulteriore novità è la classifica delle 14 Città metropolitane, la prima delle quali è Firenze, seguita da Milano. Sia per la classifica generale maschile che per quella femminile le Città metropolitane del centro-nord si collocano nella prima metà, con l’eccezione di Roma, mentre quelle meridionali sono dislocate nella seconda metà della classifica generale, con l’eccezione di Bari.
Sintesi nazionale 2017 – Il Rapporto MEV(i) è elaborato a partire dai dati riferiti all’anno 2014 appositamente resi disponibili dall’Istat. Gli Autori stimano in circa 103.600 le morti evitabili di persone sotto ai 75 anni avvenute in Italia nel corso del 2014, di cui 66.300 maschi e 37.300 femmine. Si tratta in larga parte di decessi che potrebbero essere efficacemente contrastati grazie a una maggiore attenzione agli stili di vita, perché per lo più legati ad alimentazione, fumo, alcol. A queste morti (circa 53.000, di cui tre quarti maschi) si aggiungono quelle che potrebbero essere evitate con diagnosi tempestive e adeguata terapia, che riguardano soprattutto le donne (oltre 11.500 casi femminili prevalentemente legati a tumori di mammella e utero) e ad altri interventi di sanità pubblica. Uno specifico focus sull’andamento nel quinquennio 2010-2014 mostra una generale diminuzione della mortalità evitabile, pur con qualche rilevante differenza nella dinamica e nella dimensione del fenomeno fra le regioni.
Perché MEV(i) – «Come noto – ricorda Natalia Buzzi, responsabile scientifico di Nebo Ricerche PA – la mortalità evitabile rappresenta un “indicatore sentinella” delle condizioni di salute della popolazione, migliorabili con politiche attive di informazione ed educazione sanitaria da un lato e di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari dall’altro.» Il Progetto MEV(i) nasce infatti dalla riflessione che la salvaguardia dello stato di salute possa essere affrontata in un’ottica di problem solving, sia a livello del singolo che nel più ampio contesto della sanità pubblica.
Al Progetto “MEV(i) – Mortalità evitabile (con intelligenza)” è dedicato il sito http://www.mortalitaevitabile.it, dove sono liberamente disponibili tutte le edizioni e gli speciali pubblicati, la banca dati degli indicatori e i riferimenti bibliografici.

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Malattie cardiovascolari in aumento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2016

taorminaTAORMINA. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progresso esplosivo nelle conoscenze in cardiologia. Il risultato è un miglioramento senza precedenti nella salute della popolazione ma anche la necessità di un continuo aggiornamento da parte dei cardiologi e dei medici in generale. Con questi presupposti si è svolto il congresso internazionale di cardiologia dal titolo “From Scientific Evidence to Clinical Practice”, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Cardiologia dell’Università di Messina e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Tra le varie cause di patologia cronica e disabilità, l’insufficienza cardiaca è oggi una delle condizioni cliniche più rilevanti per la sua frequenza, il carico assistenziale che comporta (e, di conseguenza, i costi ad esso correlati), le implicazioni in termini di mortalità, morbilità e qualità di vita. Secondo dati del Ministero della Salute l’ipertensione determina duecentomila i ricoveri l’anno in Italia di cui quindicimila in Sicilia, ed è stata la prima in assoluto per numerosità tra le cause patologiche. «E’ questo uno dei principali fattori di rischio da cui derivano quasi diecimila ricoveri l’anno per infarto miocardico nella sola Sicilia» avverte Scipione Carerj, Docente di Malattie Apparato Cardiovascolare all’Università di Messina e presidente del Simposio. «Studi recenti, valutando l’epidemiologia clinica dell’insufficienza cardiaca nell’anziano, stimano che in Italia vi siano circa tre milioni di cittadini affetti da questa condizione, sia in forma conclamata sia asintomatica. Per questi ultimi una diagnosi tempestiva può essere essenziale e una ecocardiografia è utile per individuare un’eventuale progressione dell’insufficienza cardiaca o un aumentato rischio di sviluppare un evento cardiovascolare».
L’ipertensione è particolarmente diffusa nella nostra popolazione poiché interessa il 20% della popolazione generale e il 30% delle persone con più di 65 anni. «L’ipertensione può determinare un’insufficienza cardiaca perché favorisce l’insorgenza di ipertrofia cardiaca, cioè l’aumento di dimensione dei ventricoli cardiaci (le camere inferiori del cuore) che faticano a contrarsi» spiega Salvatore Novo, Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia all’Università di Palermo. «Le persone con questa condizione apparentemente stanno bene, ma cominciano ad avere dispnea da sforzo, per esempio quando salgono le scale, e gradualmente si rendono conto di avere un problema di salute. Se questa condizione è associata non solo a ipertensione, ma anche diabete o ipercolesterolemia, è ancora maggiore il rischio che si sviluppi un evento acuto, come l’infarto».
L’ipertrofia cardiaca è favorita anche dalla stenosi aortica, che in Italia e in Sicilia ha una prevalenza del 15-16% Di questi solo il 75% viene sottoposto a correzione chirurgica, a causa del rischio operatorio ritenuto troppo elevato. Sono infatti oltre cinquantamila gli Italiani colpiti da stenosi aortica grave e sintomatica (1), ma sono solo dodicimila le sostituzioni chirurgiche e meno di quattromila le TAVI che vengono praticate ogni anno in Italia. Il termine TAVI sta per Transcatheter Aortic Valve Implantation. Sono protesi cardiache che possono essere impiantate in sostituzione delle valvole malate senza dover “fermare” l’attività del cuore; in alcuni casi non è necessario aprire il torace del paziente in quanto la via d’accesso è rappresentata da un’arteria periferica. La TAVI è indicata in modo particolare per quei pazienti che per l’età avanzata o per la gravità della patologia non possono essere operati con la chirurgia tradizionale, perché il rischio di morte durante l’intervento è troppo elevato.
E secondo i cardiologi lo scarso utilizzo qi queste tecniche più moderne e meno invasive è da imputarsi anche alla politica della riduzione dei costi in sanità.
«I direttori generali di diversi ospedali chiedono di concordare i budget di utilizzazione per impianto di valvole TAVI, anche se questi pazienti non hanno nessun altra chance di sopravvivenza se non quella di avere una sostituzione della valvola» dichiara Francesco Romeo, Presidente della Società Italiana di Cardiologia. «Se in un ospedale viene imposto per esempio un numero massimo di sessanta TAVI l’anno, dobbiamo negare l’intervento dal sessantunesimo paziente in poi, e stiamo parlando di persone che senza intervento vanno incontro a morte certa entro sei mesi. Per molti il decesso avviene mentre sono ancora in lista d’attesa e a mio parere questo significa negare il diritto alla salute. E poi il contenimento dei costi è soltanto teorico: è vero che l’intervento di TAVI è più costoso di quello tradizionale, ma dopo una TAVI il paziente torna a casa dopo pochi giorni, mentre quello sottoposto a chirurgia tradizionale deve fare alcune settimane di riabilitazione, che hanno un costo ben più elevato dell’intervento in sé». E i dati parlano chiaro: eravamo la nazione europea al secondo posto per numero di TAVI, oggi siamo scivolati al decimo posto.Per stenosi aortica s’intende il restringimento della valvola aortica, attraverso cui passa il sangue prima di immettersi nel sistema arterioso. A causa di tale ostruzione, il ventricolo sinistro è costretto ad aumentare la propria pressione di spinta: come conseguenza diretta si ha l’ipertrofia (ingrossamento) della parete cardiaca. La stenosi aortica è una patologia valvolare molto comune nei Paesi Occidentali, la più frequente in Italia: la fascia di età a rischio è compresa tra i 60 e i 70 anni. Se non adeguatamente trattata, l’evoluzione della malattia è causa di morte nel 50% degli individui a distanza di tre anni dall’inizio dei sintomi.

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Statine, più aumenta l’intensità della cura più si riduce la mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2016

Cardiogram and nitroglycerinPrevenzione primaria delle malattie cardiovascolari: pubblicate le linee guida Uspstf su uso statine.
Esiste un’associazione inversa tra mortalità e intensità della cura con statine, secondo uno studio pubblicato su Jama Cardiology che conferma il trattamento come pietra miliare nella prevenzione della malattia aterosclerotica cardiovascolare (Ascvd). «Anche se è stato ripetutamente dimostrato che l’uso di statine riduce morbilità e mortalità cardiovascolare, la terapia in generale, e quella ad alta intensità in particolare, restano sottoutilizzate nei pazienti con malattia aterosclerotica cardiovascolare» osserva il coautore Paul Heidenreich della Stanford University in California, che assieme ai colleghi ha esaminato la mortalità cardiovascolare in rapporto all’intensità della terapia con statine in poco più di cinquecentomila pazienti con malattia aterosclerotica cardiovascolare, età media 60 anni, assistiti dal sistema sanitario Veterans Affairs. «L’intensità della terapia è stata definita secondo le indicazioni delle linee guida 2013 dell’American Heart Association/American College of Cardiology, e l’utilizzo delle diverse statine è stato stimato analizzando le prescrizioni effettuate nell’arco di 6 mesi» spiegano i ricercatori, precisando che il 30% della casistica riceveva statine ad alta intensità, tra cui atorvastatina da 40 a 80 mg, rosuvastatina da 20 a 40 mg, simvastatina 80 mg. Viceversa, il 46% del campione seguiva una cura a moderata intensità: atorvastatina da 10 a 20 mg, fluvastatina 40 mg due volte al giorno o 80 mg una volta al giorno, lovastatina 40 mg, pitavastatina da 2 a 4 mg, pravastatina da 40 a 80 mg, rosuvastatina da 5 a 10 mg e simvastatina da 20 a 40 mg. Infine, il 6,7% dei partecipanti era in trattamento a bassa intensità: fluvastatina da 20 a 40 mg, lovastatina 20 mg, simvastatina 10 mg, pitavastatina 1 mg e pravastatina da 10 a 20 mg, mentre il 18% non riceveva statine. Al termine del follow-up, durato in media 492 giorni, i ricercatori hanno scoperto una correlazione inversa progressiva tra intensità della cura e mortalità a un anno: 4% per l’alta intensità; 4,8% per l’intensità moderata; 5,7% per la bassa intensità e 6,6% per chi non assumeva statine. «Risultati che suggeriscono una notevole opportunità di miglioramento nella prevenzione secondaria della malattia aterosclerotica cardiovascolare con l’ottimizzazione dell’intensità della terapia con statine» commenta in un editoriale Robert Bonow, professore di cardiologia alla Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago (fonte: doctor33) (foto: statine)

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Un ictus ogni due secondi

Posted by fidest press agency su domenica, 30 ottobre 2016

ictus cerebraleL’ictus è una delle principali cause di mortalità e una delle principali cause di disabilità. Oltre 17 milioni di persone nel mondo sono colpiti da ictus ogni anno (200mila in Italia) e sei milioni sono le vite perse per questa patologia. Ogni due secondi qualcuno è vittima di un ictus, indipendentemente dall’età o dal sesso. Dietro questi numeri, però, ci sono vite reali.
Nonostante queste statistiche sconcertanti, molte persone colpite da ictus non sono in grado di accedere alle cure, alla riabilitazione e al sostegno che potrebbero garantire maggiori possibilità di un buon recupero funzionale e una vita più sana, più produttiva e indipendente. La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus è una priorità importante per la World Stroke Organization (Organizzazione Mondiale dell’Ictus). Questi diritti identificano gli aspetti della cura che sono importanti per tutti i pazienti colpiti da ictus e per i loro familiari, in tutto il mondo. Già dieci anni fa nel Consensus Statement della World Stroke Organization era stato sottolineato che tutti i pazienti con ictus in Europa dovessero essere ricoverati e trattati in una Stroke Unit eppure non è ancora così per tutti e in Italia ne mancano all’appello circa il 50% rispetto al fabbisogno territoriale.
La Carta dei Diritti è uno strumento che può essere utilizzato per comunicare ciò che le persone colpite da ictus pensano sia più importante per il loro recupero. Molti aspetti di assistenza considerati importanti per le persone colpite da ictus e inclusi in questo documento, hanno dimostrato di ridurre la mortalità e la disabilità dopo ictus.
“L’ictus è la prima causa di disabilità in età adulta e può lasciare esiti neurologici come paresi di un lato del corpo, difficoltà di parola e della vista e causare l’insorgenza di epilessia e demenza vascolare” racconta la Professoressa Valeria Caso Neurologa presso l’Ospedale Misericordia di Perugia e Presidente dell’European Stroke Organization “eppure molti dei 200mila casi che si verificano ogni anno in Italia sarebbero prevenibili, ad esempio monitorando e tenendo sotto controllo l’ipertensione arteriosa (che è un importante fattore di rischio) e la fibrillazione atriale.
Recenti ed importanti studi hanno dimostrato che nel 30-40% degli ictus criptogenici c’è anche Fibrillazione Atriale (FA). Quest’alterazione del ritmo cardiaco è quindi un importante fattore indipendente di Ictus e delle sue recidive: il paziente con FA ha un rischio fino a 5 volte superiore di incorrere in un evento ischemico, inoltre l’ictus ischemico associato a FA ha probabilità doppia di essere fatale. Oggi possibile attraverso sistemi avanzati in grado di registrare in continuo l’attività cardiaca del paziente e individuare alterazioni del rischio cardiaco trattabili diminuendo significativamente il rischio di ictus. Eppure, nonostante la disponibilità di questi dispositivi, solo il 5% dei pazienti con ictus criptogenico riceve un sistema impiantabile per il monitoraggio cardiaco (ILR), sebbene le linee guida ESC 2016 (European Society of Cardiology – società europea di cardiologia) raccomandino l’impianto in tutti i pazienti che abbiano avuto un episodio di ictus criptogenico.
I sistemi impiantabili per il monitoraggio cardiaco continuo, chiamati Implantable Loop Recorder (ILR) possono monitorare il ritmo cardiaco del paziente continuamente per oltre 3 anni e, grazie al progresso tecnologico, le loro dimensioni attuali arrivano ad essere talmente minime che, in pochi minuti, il dispositivo viene “iniettato”, mediante una procedura ambulatoriale, con una speciale siringa appena sotto la pelle del paziente, lasciando un’incisione inferiore ad un centimetro
Il monitoraggio permette di controllare le alterazioni del cuore e stabilire una corretta terapia anticoagulante, abbattendo così il rischio di ictus e delle sue recidive.”
Lo hanno raccomandato anche i cardiologi europei nelle recentissime Linee Guida dell’European Society of Cardiology 2016 in cui è stato indicato che a seguito di un ictus criptogenico, quello di cui non è nota la causa primaria, è opportuno utilizzare un monitor cardiaco impiantabile per diagnosticare la Fibrillazione Atriale e se presente, ricorrere alla terapia con anticoagulanti orali con lo scopo di prevenire “recidive” ovvero un possibile secondo evento di ictus. Recidive che impattano pesantemente sui dati epidemiologici con circa 39mila casi l’anno pari al 20% di tutti gli ictus.
La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus non è un documento legale ma è stata sviluppata da un gruppo di pazienti colpiti da ictus e familiari/assistenti di ogni regione del mondo che hanno completato i questionari atti a capire eventuali differenze ed esigenze peculiari nelle diverse parti del mondo. Le loro risposte hanno dimostrato che ciò che è considerato importante per il recupero dall’ictus non varia in funzione del paese di provenienza.

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