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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘mortalità’

Malattie Cardiovascolari: come prevenire e diminuire la mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 novembre 2018

Roma 20 Novembre 2018; ore 09.00 – 13.00 Ministero della salute Sala Auditorium Lungotevere Ripa, 1 Duecentomila casi all’anno di morte per ictus, un tasso di mortalità elevato (maggiore nelle donne) prima dei 75 anni, per un totale che ricopre il 44% delle morti a causa della malattia cardiovascolare in Italia.Combattere efficacemente i fattori di rischio quali ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà è lo sforzo congiunto di diverse Società Medico-Scientifiche hanno, di recente, portato alla pubblicazione di documenti e linee guida, sulla prevenzione secondaria della malattia cardiovascolare ischemica aterosclerotica, principale causa di morte nella popolazione italiana.Nei vari testi, frutto di un attento lavoro di sintesi, vengono indicati i percorsi clinici di maggiore efficacia ed appropriatezza per le attività di prevenzione secondaria delle recidive ischemiche nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica. Di fatto, il clinico pratico dispone di forti evidenze scientifiche e di molti documenti di sintesi, nazionali e locali, che dovrebbero indirizzare coerentemente la loro azione quotidiana.
Eppure i dati che emergono dagli studi di osservazione nel cosiddetto “mondo reale” ci dicono che non è così. In effetti, le informazioni disponibili per il nostro paese sembrano indicare che tutte le misure di prevenzione secondaria, seppure certamente efficaci, vengono prescritte ed applicate significativamente meno di quanto si dovrebbe. Nel complesso si deve constatare con sorpresa e rammarico che le raccomandazioni contenute nelle linee guida sono spesso disattese nella pratica clinica corrente. I fattori di rischio, come ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, sedentarietà, non vengono combattuti efficacemente.Questa situazione comporta un inevitabile tributo in termini di recidive ischemiche, spesso invalidanti o potenzialmente letali. In questo momento, tuttavia, le più sensibili associazioni scientifiche mediche ritengono necessario tentare il superamento delle difficoltà che impediscono il dispiegarsi di efficaci attività di prevenzione secondaria in favore dei pazienti che hanno sofferto un evento coronarico o cerebrovascolare acuto. Questa particolare popolazione di pazienti è infatti gravata dal maggiore possibile rischio di ulteriori complicanze cardiovascolari a breve termine. L’evento si propone di fare il punto sulla Prevenzione Cardiovascolare Secondaria e definire scenari sostenibili di implementazione efficace delle evidenze scientifiche attualmente disponibili.

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Confondere malasanità e mortalità evitabile fa male alla salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

Capita frequentemente di veder identificare la malasanità con la mortalità evitabile, spesso relegando il primo fenomeno alle sole eclatanti quanto fugaci occasioni giornalistiche e, di contro, sottostimando gravemente il secondo a discapito della salute collettiva e individuale.La disorganizzazione delle strutture, l’inadeguatezza delle risorse strumentali, gli errori degli operatori, e così via, sono certamente configurabili come “malasanità”, ma la “mortalità evitabile” misura anche altri numerosi eventi spesso ascrivibili a scelte del tutto personali.Sono evitabili le morti correlate al fumo, all’alcol, alle cattive abitudini alimentari, a rischi cioè che autonomamente scegliamo di correre, nonostante le iniziative di educazione sanitaria che da anni e a vari livelli vengono realizzate nel nostro Paese.
Sono evitabili le morti dovute alla mancata adesione a programmi di screening e di medicina preventiva in genere quando decidiamo, di nuovo autonomamente, di non accogliere gli inviti a seguire percorsi di profilassi, diagnostici, terapeutici o riabilitativi, laddove offerti e disponibili.E certamente sono evitabili anche, ma non solo appunto, le morti legate alle carenze, alle mancanze, agli errori del nostro Servizio Sanitario e dunque alla malasanità.Ma misurare la mortalità evitabile solo attraverso la malasanità significa vanificare ogni iniziativa in tema di promozione della salute e nascondere sotto il tappeto l’enorme impatto che le scelte di vita hanno sul nostro benessere, scelte che inevitabilmente producono nel medio-lungo periodo rilevanti ricadute sui servizi socio-sanitari.Contenere la diffusione di malattie evitabili permetterebbe di liberare risorse umane, strumentali ed economiche da destinare da un lato alle patologie che purtroppo non sono (ancora) efficacemente contrastabili con interventi di sanità pubblica, dall’altro utili per lavorare sui disservizi e combattere quindi la malasanità.Uno dei tanti casi in cui la corretta informazione fa bene alla salute. (Natalia Buzzi – Progetto MEV)

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EuroStat e mortalità evitabile: la stampa italiana dimentica la prevenzione primaria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 luglio 2018

In questi giorni EuroStat ha rilasciato le statistiche relative ai decessi 2015 analizzate secondo i criteri della mortalità evitabile. La stampa nazionale si è soffermata quasi esclusivamente sulla quota di decessi evitabili grazie alle risorse mediche e tecnologiche attualmente disponibili (per l’Italia è quantificata in circa 52.000 decessi l’anno), omettendo che EuroStat nel medesimo studio stima in quasi 90.000 le morti dovute a mancata prevenzione primaria.I due numeri non vanno sommati, come spiega chiaramente EuroStat nella sua pubblicazione, perché parte delle cause di morte sono considerate evitabili in entrambe le statistiche; tuttavia, per l’anno 2015 hanno complessivamente dato luogo – come diffuso a gennaio dal Rapporto MEV(i) – a circa 105.000 morti evitabili prima dei 75 anni di età.
Natalia Buzzi, responsabile del centro studi Nebo, curatore del Rapporto MEV(i), sostiene che «è importante dare notizia anche della statistica EuroStat sui morti dovuti a carenza di prevenzione primaria, vale a dire quelli causati da scorretta alimentazione, tabagismo, abuso di alcol: se insistere sui decessi trattabili è di fondamentale importanza per sollecitare il miglior utilizzo delle attuali conoscenze e risorse, è altrettanto vero che dare la massima evidenza anche alla parte di mortalità prevenibile con più attenti stili di vita è determinante per informare e educare i cittadini e renderli più consapevoli di come gestire al meglio la propria salute laddove questa dipende anche e soprattutto da scelte private».L’analisi per l’Italia condotta da MEV(i) è stata armonizzata con quella EuroStat già dal 2016 e misura il fenomeno della mortalità evitabile sul territorio nazionale, per genere, quantificando di quanto si sarebbe potuto abbassare il numero di decessi tramite interventi di prevenzione primaria, di diagnosi precoce e terapia e di altra assistenza sanitaria. I risultati dei Rapporti e degli Speciali MEV(i) sono disponibili su http://www.mortalitaevitabile.it: così come EuroStat dà conto delle differenze fra i diversi Paesi dell’Unione, MEV(i) evidenzia la difformità di questo importante indicatore fra le province italiane.

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Ultracentenari e longevi: l’età avanza, ma non il rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su sabato, 30 giugno 2018

C’è un limite biologico alla longevità umana? Come cambia il rischio di morire con l’avanzare dell’età? Per rispondere a queste domande, i ricercatori del Dipartimento di Scienze statistiche della Sapienza, in collaborazione con l’ISTAT e le università Roma Tre, Berkeley e Southern Denmark, hanno condotto uno studio sui semi-supercentenari italiani (ovvero coloro che non hanno ancora raggiunto i 110 anni di età, ma superano i 105 ), con l’obiettivo di stimarne con esattezza il rischio di mortalità. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Science, hanno sorprendentemente indicato, per coloro che hanno superato i 105 anni, il raggiungimento di un livello costante del rischio di mortalità.Il team di ricercatori ha stimato per la prima volta la mortalità in età avanzata, con una accuratezza e precisione che finora non era stata possibile. “I dati studiati, accuratamente documentati – spiega Elisabetta Barbi della Sapienza – portano a concludere che la curva di mortalità cresce esponenzialmente fino all’età di 80 anni circa, ma poi decelera fino a raggiungere un plateau, ovvero un andamento costante, dopo i 105 anni”.Lo studio, inoltre, ha evidenziato come il rischio di mortalità diminuisca, seppur lievemente, nel tempo anche a queste età estreme. “Se esiste un limite alla longevità – commenta Barbi – questo non è stato ancora raggiunto”.La mancanza di dati affidabili su questi “pionieri della longevità” ha alimentato, fino a oggi, un controverso dibattito fra gli scienziati di tutto il mondo. La comunità scientifica infatti, si divide tra chi sostiene che la curva dei rischi di mortalità continui ad aumentare esponenzialmente con l’età, e chi invece argomenta che essa deceleri e raggiunga un livello costante (plateau) alle età più elevate, mimando il comportamento di altre specie animali.La scoperta del plateau è cruciale per la comprensione dei meccanismi alla base della senescenza e della longevità umana. “Per gli studiosi del campo – conclude Barbi – rappresenta una prima e importante conferma del ruolo giocato dalla sopravvivenza selettiva e fornisce la necessaria chiarezza empirica per il progresso degli studi che riguardano le teorie evolutive sulla senescenza”.Riferimenti: The plateau of human mortality: Demography of longevity pioneers – Elisabetta Barbi, Francesco Lagona, Marco Marsili, James W. Vaupel, Kenneth W. Wachter – Science DOI: 10.1126/science.aat3119

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Linee guida ipertensione, negli Usa primo bilancio su eventi cardiovascolari e mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

L’adozione delle linee guida 2017 per l’ipertensione arteriosa, che abbassano la soglia di trattamento a 130/80 mm Hg, ridurrà in modo significativo morbilità e mortalità, secondo uno studio pubblicato su JAMA Cardiology, primo autore Joshua Bundy del Dipartimento di epidemiologia alla Tulane University School of Public Health di New Orleans, Stati Uniti. Basandosi sui dati del National Health and Nutrition Survey, su studi clinici e su studi di coorte, i ricercatori stimano che secondo le linea guida del 2017 a soffrire di ipertensione è il 45,4% degli adulti statunitensi, ossia 105,3 milioni di persone. «Numeri che riflettono un significativo aumento di quanto stimato dalle precedenti linee guida, in base alle quali risultava iperteso il 32% degli americani, con differenze particolarmente evidenti negli uomini tra 40 e 50 anni. Inoltre, secondo il documento del 2017, il 35,9% degli adulti statunitensi avrebbe le caratteristiche per essere sottoposto al trattamento antipertensivo, contro il 31,1% stimato da quello pubblicato nel 2014» scrivono gli autori, spiegando che con la piena attuazione delle linee guida 2017 si eviterebbero ogni anno 610.000 eventi cardiovascolari e 334.000 decessi tra i pazienti di 40 anni o più, contro 270.000 e 170.000, rispettivamente, secondo il precedente documento. «L’implementazione delle linee guida 2017 potrebbe potenzialmente prevenire 340.000 eventi cardiovascolari e 156.000 morti ogni anno in più» conclude Bundy. E Lawrence Fine, dei National Institutes of Health di Bethesda, scrive in un editoriale: «Queste stime ci ricordano quanto resta da fare per ridurre i livelli pressori mettendo in atto linee guida più efficaci, specie nei pazienti a rischio». Conclude Clyde Yancy, della Feinberg School of Medicine alla Northwestern University di Chicago, e vicedirettore di JAMA Cardiology: «Gli eventi avversi connessi al trattamento, tra cui ipotensione e insufficienza renale acuta, aumenterebbero, ma sarebbero ampiamente superati dai benefici connessi alla riduzione di morbilità e mortalità, cosa che qualifica le linee guida del 2017 come una solida strategia di prevenzione». (fonte: doctor33)

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Empagliflozin riduce il rischio di mortalità per cause cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

Boehringer IngelheimIngelheim, Germania e Indianapolis, Indiana (Stati Uniti), 14 novembre 2017 – Nuovi risultati dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari rispetto a placebo, quando aggiunto a trattamenti terapeutici standard, in adulti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica. Questi risultati di un’analisi post-hoc dello studio cardine EMPA-REG OUTCOME® sono stati resi noti da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company (NYSE: LLY) in una presentazione orale al Congresso 2017 dell’American Heart Association (AHA) ad Anaheim, California, e contemporaneamente pubblicati nell’edizione online di Circulation, la rivista scientifica dell’AHA.
Circa un diabetico su tre di età superiore ai 50 anni è affetto da arteriopatia periferica, ovvero restringimento del lume delle arterie che trasportano il sangue dal cuore agli arti superiori e inferiori, dovuto ad accumulo costituito da placca aterosclerotica. L’arteriopatia periferica può mettere a serio rischio la vita di una persona, quando l’ostruzione riduce considerevolmente l’afflusso di sangue, con conseguente danno agli arti e possibile danno ad organi vitali come cuore, reni e cervello.3 Se non viene adeguatamente gestita, l’arteriopatia periferica può portare all’amputazione degli arti o di parte di essi, e può comportare ricovero, disabilità e mortalità.All’avvio dello studio, il 21% degli oltre 7.000 partecipanti erano affetti da arteriopatia periferica. L’analisi di questa popolazione di pazienti ha rivelato che, rispetto a placebo, empagliflozin, quando aggiunto ai trattamenti standard:
ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari del 43%;
ha ridotto la mortalità per qualsiasi causa del 38% e i ricoveri per scompenso cardiaco del 44%;
ha ridotto il rischio per l’endpoint composito di mortalità per cause cardiovascolari, infarto non-fatale o ictus non-fatale del 16%;
ha ridotto l’insorgenza o il peggioramento di nefropatia del 46%;
globalmente gli effetti cardiovascolari e renali osservati in pazienti con arteriopatia periferica sono stati in linea con i risultati precedentemente riferiti per la popolazione complessiva dello studio EMPA-REG OUTCOME®. Complessivamente gli effetti collaterali, e gli effetti collaterali gravi, sono risultati sovrapponibili nei gruppi in terapia con empagliflozin e con placebo in soggetti con o senza arteriopatia periferica. Nei soggetti con arteriopatia periferica ci sono state amputazioni agli arti inferiori nel 5,5% di quelli trattati con empagliflozin e nel 6,3% di quelli che hanno ricevuto placebo. Nei soggetti senza arteriopatia periferica si sono avute amputazioni agli arti inferiori nello 0,9% di quelli trattati con empagliflozin e nello 0,7% di quelli che hanno ricevuto placebo. “Attraverso continue analisi dei dati di EMPA-REG OUTCOME® miglioriamo le nostre conoscenze su come empagliflozin può aiutare un ampio setting di soggetti che convivono con il diabete di tipo 2 e le sue complicanze” – ha dichiarato il Dottor Georg van Husen, Corporate Senior Vice President, Responsabile Area Terapeutica CardioMetabolica, Boehringer Ingelheim – “I risultati pubblicati e presentati al Congresso AHA dimostrano che empagliflozin ha ridotto il rischio di mortalità per cause cardiovascolari e di patologia renale in questa popolazione ad alto rischio, composta da soggetti con diabete di tipo 2 e arteriopatia periferica”.
Nel mondo ci sono più di 415 milioni di diabetici e le stime indicano che in 193 milioni di questi la malattia non è diagnosticata.5 Si prevede che questo numero crescerà fino a 642 milioni di persone entro il 2040.5 Il diabete di tipo 2 è la forma più diffusa di diabete, con una percentuale che arriva sino al 91% di tutti i casi nei Paesi ad alto reddito.5 È una malattia cronica che insorge quando l’organismo non è più in grado di produrre o utilizzare adeguatamente l’insulina.
Gli elevati livelli di glicemia, l’ipertensione e l’obesità associate al diabete aumentano il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare, che è la principale causa di mortalità associata al diabete.6,7 Il rischio di sviluppare malattia cardiovascolare è due-quattro volte superiore nei diabetici rispetto ai non diabetici.7 Nel 2015 il diabete ha causato 5 milioni di morti nel mondo, dei quali la malattia cardiovascolare è stata la causa principale.5,7 Circa il 50% della mortalità in soggetti con diabete di tipo 2 nel mondo è dovuta a malattia cardiovascolare.8,9
Per un uomo di 60 anni, avere una storia di diabete può ridurre l’aspettativa di vita di ben sei anni rispetto a un non-diabetico, ed essere un diabetico con storia di infarto o ictus all’età di 60 anni può ridurre l’aspettativa di vita addirittura di 12 anni, rispetto a chi non si trova in queste condizioni.

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Cancro prostata, screening Psa riduce la mortalità. I risultati di un nuovo studio

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 settembre 2017

prostata cancroLo screening per il cancro della prostata ne riduce la mortalità. Ecco quanto emerge da uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine che analizza i risultati di due importanti trial sulla diagnosi precoce del tumore prostatico. «I due studi controllati e randomizzati, che sono l’attuale riferimento sullo screening per la neoplasia alla prostata, sono stati realizzati nel 2009 e pubblicati su New England Journal of Medicine. Il primo, Erspc (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer) concludeva che la diagnosi precoce riduce la mortalità, mentre dall’altro, Plco (Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian Cancer Screening Trial) emergeva l’esatto contrario» esordisce la coautrice Ruth Etzioni, della Division of Public Health Sciences al Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle. Gli autori sottolineano che, alla luce di questi nuovi risultati, le linee guida contrarie allo screening basato sull’antigene prostatico specifico (Psa), tra cui quelle della United States Preventive Services Task Force (Uspstf) e basate appunto sui risultati conflittuali dell’Erspc e del Plco, potrebbero essere riviste. Nella nuova analisi i ricercatori dell’Università del Michigan e del National Cancer Institute, utilizzando un modello matematico, non hanno trovato differenze tra Erspc e Plco in termini di effetti positivi dello screening rispetto al non uso, concludendo che la diagnosi precoce potrebbe ridurre in modo significativo le morti per cancro prostatico. Ma in un editoriale di commento Andrew Vickers, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, sottolinea piuttosto la necessità di capire come attuare lo screening in modo che i benefici superino i danni derivati dall’eccesso diagnostico e terapeutico dovuto ai falsi positivi. In altre parole, le forme poco aggressive di tumore prostatico restano silenti per anni senza dare disturbi, e la diagnosi precoce porterebbe a cure di cui probabilmente non ci sarebbe stato bisogno. Non troppo convinti sembrano anche altri ricercatori tra cui Kenneth Lin dell’Università di Georgetown, ex membro dell’Uspstf. «I modelli matematici, per quanto sofisticati, restano modelli, e pare azzardato giungere a conclusioni definitive usandoli per estrapolare dati da persone reali che hanno partecipato a studi clinici randomizzati». (fonte: doctor33)

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I giorni di vita perduti pro-capite per mortalità evitabile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

eurostat_logoDisegnano le classifiche territoriali 2017 dell’ultimo Rapporto MEV(i): tra le regioni Marche, Veneto, Trentino Alto Adige occupano i primi tre posti sia per i maschi che per le femmine, la Campania l’ultimo; a livello provinciale, Treviso guida entrambe le classifiche maschile e femminile, seguita da Firenze e Ascoli Piceno nella prima, da Prato e Vicenza nella seconda; all’altro capo Napoli, con due province sarde (Medio Campidano e Nuoro) nel caso dei maschi e con Caserta ed Enna nel caso delle femmine.
Lettura Eurostat 2017 – Il Rapporto MEV(i) ela bora le classifiche anche adottando la metodologia Eurostat (cfr lo Speciale MEV(i) Eurostat 2016), cioè individuando i decessi evitabili a seconda che siano “trattabili” o “prevenibili” o entrambi. Ciò consente di cogliere ulteriori evidenze: in particolare, nel caso delle cause di morte trattabili, vale a dire quelle maggiormente legate alle cure sanitarie, risulta evidente una profonda disparità nord-sud che vede penalizzate quasi esclusivamente province meridionali soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia.
Città Metropolitane 2017 – Una ulteriore novità è la classifica delle 14 Città metropolitane, la prima delle quali è Firenze, seguita da Milano. Sia per la classifica generale maschile che per quella femminile le Città metropolitane del centro-nord si collocano nella prima metà, con l’eccezione di Roma, mentre quelle meridionali sono dislocate nella seconda metà della classifica generale, con l’eccezione di Bari.
Sintesi nazionale 2017 – Il Rapporto MEV(i) è elaborato a partire dai dati riferiti all’anno 2014 appositamente resi disponibili dall’Istat. Gli Autori stimano in circa 103.600 le morti evitabili di persone sotto ai 75 anni avvenute in Italia nel corso del 2014, di cui 66.300 maschi e 37.300 femmine. Si tratta in larga parte di decessi che potrebbero essere efficacemente contrastati grazie a una maggiore attenzione agli stili di vita, perché per lo più legati ad alimentazione, fumo, alcol. A queste morti (circa 53.000, di cui tre quarti maschi) si aggiungono quelle che potrebbero essere evitate con diagnosi tempestive e adeguata terapia, che riguardano soprattutto le donne (oltre 11.500 casi femminili prevalentemente legati a tumori di mammella e utero) e ad altri interventi di sanità pubblica. Uno specifico focus sull’andamento nel quinquennio 2010-2014 mostra una generale diminuzione della mortalità evitabile, pur con qualche rilevante differenza nella dinamica e nella dimensione del fenomeno fra le regioni.
Perché MEV(i) – «Come noto – ricorda Natalia Buzzi, responsabile scientifico di Nebo Ricerche PA – la mortalità evitabile rappresenta un “indicatore sentinella” delle condizioni di salute della popolazione, migliorabili con politiche attive di informazione ed educazione sanitaria da un lato e di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari dall’altro.» Il Progetto MEV(i) nasce infatti dalla riflessione che la salvaguardia dello stato di salute possa essere affrontata in un’ottica di problem solving, sia a livello del singolo che nel più ampio contesto della sanità pubblica.
Al Progetto “MEV(i) – Mortalità evitabile (con intelligenza)” è dedicato il sito http://www.mortalitaevitabile.it, dove sono liberamente disponibili tutte le edizioni e gli speciali pubblicati, la banca dati degli indicatori e i riferimenti bibliografici.

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Malattie cardiovascolari in aumento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2016

taorminaTAORMINA. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progresso esplosivo nelle conoscenze in cardiologia. Il risultato è un miglioramento senza precedenti nella salute della popolazione ma anche la necessità di un continuo aggiornamento da parte dei cardiologi e dei medici in generale. Con questi presupposti si è svolto il congresso internazionale di cardiologia dal titolo “From Scientific Evidence to Clinical Practice”, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Cardiologia dell’Università di Messina e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
Tra le varie cause di patologia cronica e disabilità, l’insufficienza cardiaca è oggi una delle condizioni cliniche più rilevanti per la sua frequenza, il carico assistenziale che comporta (e, di conseguenza, i costi ad esso correlati), le implicazioni in termini di mortalità, morbilità e qualità di vita. Secondo dati del Ministero della Salute l’ipertensione determina duecentomila i ricoveri l’anno in Italia di cui quindicimila in Sicilia, ed è stata la prima in assoluto per numerosità tra le cause patologiche. «E’ questo uno dei principali fattori di rischio da cui derivano quasi diecimila ricoveri l’anno per infarto miocardico nella sola Sicilia» avverte Scipione Carerj, Docente di Malattie Apparato Cardiovascolare all’Università di Messina e presidente del Simposio. «Studi recenti, valutando l’epidemiologia clinica dell’insufficienza cardiaca nell’anziano, stimano che in Italia vi siano circa tre milioni di cittadini affetti da questa condizione, sia in forma conclamata sia asintomatica. Per questi ultimi una diagnosi tempestiva può essere essenziale e una ecocardiografia è utile per individuare un’eventuale progressione dell’insufficienza cardiaca o un aumentato rischio di sviluppare un evento cardiovascolare».
L’ipertensione è particolarmente diffusa nella nostra popolazione poiché interessa il 20% della popolazione generale e il 30% delle persone con più di 65 anni. «L’ipertensione può determinare un’insufficienza cardiaca perché favorisce l’insorgenza di ipertrofia cardiaca, cioè l’aumento di dimensione dei ventricoli cardiaci (le camere inferiori del cuore) che faticano a contrarsi» spiega Salvatore Novo, Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia all’Università di Palermo. «Le persone con questa condizione apparentemente stanno bene, ma cominciano ad avere dispnea da sforzo, per esempio quando salgono le scale, e gradualmente si rendono conto di avere un problema di salute. Se questa condizione è associata non solo a ipertensione, ma anche diabete o ipercolesterolemia, è ancora maggiore il rischio che si sviluppi un evento acuto, come l’infarto».
L’ipertrofia cardiaca è favorita anche dalla stenosi aortica, che in Italia e in Sicilia ha una prevalenza del 15-16% Di questi solo il 75% viene sottoposto a correzione chirurgica, a causa del rischio operatorio ritenuto troppo elevato. Sono infatti oltre cinquantamila gli Italiani colpiti da stenosi aortica grave e sintomatica (1), ma sono solo dodicimila le sostituzioni chirurgiche e meno di quattromila le TAVI che vengono praticate ogni anno in Italia. Il termine TAVI sta per Transcatheter Aortic Valve Implantation. Sono protesi cardiache che possono essere impiantate in sostituzione delle valvole malate senza dover “fermare” l’attività del cuore; in alcuni casi non è necessario aprire il torace del paziente in quanto la via d’accesso è rappresentata da un’arteria periferica. La TAVI è indicata in modo particolare per quei pazienti che per l’età avanzata o per la gravità della patologia non possono essere operati con la chirurgia tradizionale, perché il rischio di morte durante l’intervento è troppo elevato.
E secondo i cardiologi lo scarso utilizzo qi queste tecniche più moderne e meno invasive è da imputarsi anche alla politica della riduzione dei costi in sanità.
«I direttori generali di diversi ospedali chiedono di concordare i budget di utilizzazione per impianto di valvole TAVI, anche se questi pazienti non hanno nessun altra chance di sopravvivenza se non quella di avere una sostituzione della valvola» dichiara Francesco Romeo, Presidente della Società Italiana di Cardiologia. «Se in un ospedale viene imposto per esempio un numero massimo di sessanta TAVI l’anno, dobbiamo negare l’intervento dal sessantunesimo paziente in poi, e stiamo parlando di persone che senza intervento vanno incontro a morte certa entro sei mesi. Per molti il decesso avviene mentre sono ancora in lista d’attesa e a mio parere questo significa negare il diritto alla salute. E poi il contenimento dei costi è soltanto teorico: è vero che l’intervento di TAVI è più costoso di quello tradizionale, ma dopo una TAVI il paziente torna a casa dopo pochi giorni, mentre quello sottoposto a chirurgia tradizionale deve fare alcune settimane di riabilitazione, che hanno un costo ben più elevato dell’intervento in sé». E i dati parlano chiaro: eravamo la nazione europea al secondo posto per numero di TAVI, oggi siamo scivolati al decimo posto.Per stenosi aortica s’intende il restringimento della valvola aortica, attraverso cui passa il sangue prima di immettersi nel sistema arterioso. A causa di tale ostruzione, il ventricolo sinistro è costretto ad aumentare la propria pressione di spinta: come conseguenza diretta si ha l’ipertrofia (ingrossamento) della parete cardiaca. La stenosi aortica è una patologia valvolare molto comune nei Paesi Occidentali, la più frequente in Italia: la fascia di età a rischio è compresa tra i 60 e i 70 anni. Se non adeguatamente trattata, l’evoluzione della malattia è causa di morte nel 50% degli individui a distanza di tre anni dall’inizio dei sintomi.

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Statine, più aumenta l’intensità della cura più si riduce la mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2016

Cardiogram and nitroglycerinPrevenzione primaria delle malattie cardiovascolari: pubblicate le linee guida Uspstf su uso statine.
Esiste un’associazione inversa tra mortalità e intensità della cura con statine, secondo uno studio pubblicato su Jama Cardiology che conferma il trattamento come pietra miliare nella prevenzione della malattia aterosclerotica cardiovascolare (Ascvd). «Anche se è stato ripetutamente dimostrato che l’uso di statine riduce morbilità e mortalità cardiovascolare, la terapia in generale, e quella ad alta intensità in particolare, restano sottoutilizzate nei pazienti con malattia aterosclerotica cardiovascolare» osserva il coautore Paul Heidenreich della Stanford University in California, che assieme ai colleghi ha esaminato la mortalità cardiovascolare in rapporto all’intensità della terapia con statine in poco più di cinquecentomila pazienti con malattia aterosclerotica cardiovascolare, età media 60 anni, assistiti dal sistema sanitario Veterans Affairs. «L’intensità della terapia è stata definita secondo le indicazioni delle linee guida 2013 dell’American Heart Association/American College of Cardiology, e l’utilizzo delle diverse statine è stato stimato analizzando le prescrizioni effettuate nell’arco di 6 mesi» spiegano i ricercatori, precisando che il 30% della casistica riceveva statine ad alta intensità, tra cui atorvastatina da 40 a 80 mg, rosuvastatina da 20 a 40 mg, simvastatina 80 mg. Viceversa, il 46% del campione seguiva una cura a moderata intensità: atorvastatina da 10 a 20 mg, fluvastatina 40 mg due volte al giorno o 80 mg una volta al giorno, lovastatina 40 mg, pitavastatina da 2 a 4 mg, pravastatina da 40 a 80 mg, rosuvastatina da 5 a 10 mg e simvastatina da 20 a 40 mg. Infine, il 6,7% dei partecipanti era in trattamento a bassa intensità: fluvastatina da 20 a 40 mg, lovastatina 20 mg, simvastatina 10 mg, pitavastatina 1 mg e pravastatina da 10 a 20 mg, mentre il 18% non riceveva statine. Al termine del follow-up, durato in media 492 giorni, i ricercatori hanno scoperto una correlazione inversa progressiva tra intensità della cura e mortalità a un anno: 4% per l’alta intensità; 4,8% per l’intensità moderata; 5,7% per la bassa intensità e 6,6% per chi non assumeva statine. «Risultati che suggeriscono una notevole opportunità di miglioramento nella prevenzione secondaria della malattia aterosclerotica cardiovascolare con l’ottimizzazione dell’intensità della terapia con statine» commenta in un editoriale Robert Bonow, professore di cardiologia alla Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago (fonte: doctor33) (foto: statine)

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Un ictus ogni due secondi

Posted by fidest press agency su domenica, 30 ottobre 2016

ictus cerebraleL’ictus è una delle principali cause di mortalità e una delle principali cause di disabilità. Oltre 17 milioni di persone nel mondo sono colpiti da ictus ogni anno (200mila in Italia) e sei milioni sono le vite perse per questa patologia. Ogni due secondi qualcuno è vittima di un ictus, indipendentemente dall’età o dal sesso. Dietro questi numeri, però, ci sono vite reali.
Nonostante queste statistiche sconcertanti, molte persone colpite da ictus non sono in grado di accedere alle cure, alla riabilitazione e al sostegno che potrebbero garantire maggiori possibilità di un buon recupero funzionale e una vita più sana, più produttiva e indipendente. La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus è una priorità importante per la World Stroke Organization (Organizzazione Mondiale dell’Ictus). Questi diritti identificano gli aspetti della cura che sono importanti per tutti i pazienti colpiti da ictus e per i loro familiari, in tutto il mondo. Già dieci anni fa nel Consensus Statement della World Stroke Organization era stato sottolineato che tutti i pazienti con ictus in Europa dovessero essere ricoverati e trattati in una Stroke Unit eppure non è ancora così per tutti e in Italia ne mancano all’appello circa il 50% rispetto al fabbisogno territoriale.
La Carta dei Diritti è uno strumento che può essere utilizzato per comunicare ciò che le persone colpite da ictus pensano sia più importante per il loro recupero. Molti aspetti di assistenza considerati importanti per le persone colpite da ictus e inclusi in questo documento, hanno dimostrato di ridurre la mortalità e la disabilità dopo ictus.
“L’ictus è la prima causa di disabilità in età adulta e può lasciare esiti neurologici come paresi di un lato del corpo, difficoltà di parola e della vista e causare l’insorgenza di epilessia e demenza vascolare” racconta la Professoressa Valeria Caso Neurologa presso l’Ospedale Misericordia di Perugia e Presidente dell’European Stroke Organization “eppure molti dei 200mila casi che si verificano ogni anno in Italia sarebbero prevenibili, ad esempio monitorando e tenendo sotto controllo l’ipertensione arteriosa (che è un importante fattore di rischio) e la fibrillazione atriale.
Recenti ed importanti studi hanno dimostrato che nel 30-40% degli ictus criptogenici c’è anche Fibrillazione Atriale (FA). Quest’alterazione del ritmo cardiaco è quindi un importante fattore indipendente di Ictus e delle sue recidive: il paziente con FA ha un rischio fino a 5 volte superiore di incorrere in un evento ischemico, inoltre l’ictus ischemico associato a FA ha probabilità doppia di essere fatale. Oggi possibile attraverso sistemi avanzati in grado di registrare in continuo l’attività cardiaca del paziente e individuare alterazioni del rischio cardiaco trattabili diminuendo significativamente il rischio di ictus. Eppure, nonostante la disponibilità di questi dispositivi, solo il 5% dei pazienti con ictus criptogenico riceve un sistema impiantabile per il monitoraggio cardiaco (ILR), sebbene le linee guida ESC 2016 (European Society of Cardiology – società europea di cardiologia) raccomandino l’impianto in tutti i pazienti che abbiano avuto un episodio di ictus criptogenico.
I sistemi impiantabili per il monitoraggio cardiaco continuo, chiamati Implantable Loop Recorder (ILR) possono monitorare il ritmo cardiaco del paziente continuamente per oltre 3 anni e, grazie al progresso tecnologico, le loro dimensioni attuali arrivano ad essere talmente minime che, in pochi minuti, il dispositivo viene “iniettato”, mediante una procedura ambulatoriale, con una speciale siringa appena sotto la pelle del paziente, lasciando un’incisione inferiore ad un centimetro
Il monitoraggio permette di controllare le alterazioni del cuore e stabilire una corretta terapia anticoagulante, abbattendo così il rischio di ictus e delle sue recidive.”
Lo hanno raccomandato anche i cardiologi europei nelle recentissime Linee Guida dell’European Society of Cardiology 2016 in cui è stato indicato che a seguito di un ictus criptogenico, quello di cui non è nota la causa primaria, è opportuno utilizzare un monitor cardiaco impiantabile per diagnosticare la Fibrillazione Atriale e se presente, ricorrere alla terapia con anticoagulanti orali con lo scopo di prevenire “recidive” ovvero un possibile secondo evento di ictus. Recidive che impattano pesantemente sui dati epidemiologici con circa 39mila casi l’anno pari al 20% di tutti gli ictus.
La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus non è un documento legale ma è stata sviluppata da un gruppo di pazienti colpiti da ictus e familiari/assistenti di ogni regione del mondo che hanno completato i questionari atti a capire eventuali differenze ed esigenze peculiari nelle diverse parti del mondo. Le loro risposte hanno dimostrato che ciò che è considerato importante per il recupero dall’ictus non varia in funzione del paese di provenienza.

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Mortalità evitabile EuroStat: l’analisi regionale conferma profonde disparità sul territorio italiano

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

pena di morteNebo Ricerche PA (www.nebo.it), Società specializzata nelle analisi della mortalità evitabile in Italia, ha analizzato i dati regionali alla luce del metodo EuroStat, vale a dire individuando la mortalità evitabile attraverso assistenza sanitaria (“amenable deaths”) o quella evitabile attraverso interventi di prevenzione (“preventable deaths”) oppure grazie a entrambe le strategie.
La lettura regionale evidenzia come la variabilità sul territorio sia piuttosto ampia, considerando il fenomeno trattato: se a livello medio nazionale i decessi evitabili per cause trattabili (“amenable”) in età 0-74 anni sono uno su tre, cioè il 33%, tra le Regioni si va da un minimo del 30% (Veneto) a un massimo di oltre il 35% (Abruzzo).Valutando entrambe le tipologie di decessi evitabili individuate da EuroStat (non solo “amenable”, dunque, ma anche “preventable”), una lettura dei dati più puntuale evidenzia che è la Campania a discostarsi negativamente più di ogni altra regione dalla media nazionale, con i valori di entrambe le tipologie di mortalità (cause trattabili e prevenibili) sensibilmente più elevati rispetto al dato italiano per entrambi i generi; analoghi risultati, sia pure in minore entità, caratterizzano Sardegna e Lazio. Di contro, Toscana, Veneto, Trentino Alto Adige fanno registrare valori sensibilmente inferiori a quelli medi nazionali sia per le “amenable” che per le “preventable deaths”.Un confronto con i risultati dell’ultimo Rapporto MEV(i) pubblicato ha permesso di notare come la stima dei decessi evitabili EuroStat e quella Nebo Ricerche PA in età 0-74 anni siano sostanzialmente sovrapponibili: entrambe individuano complessivamente circa 100.000 morti l’anno contrastabili con interventi di sanità pubblica e disegnano profili regionali con analoghe caratteristiche.

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Women for Women against violence

Posted by fidest press agency su martedì, 29 settembre 2015

ospedale gemelliRoma Giovedì, 1 ottobre alle ore 19.00 la suggestiva location The Church Palace (Via Aurelia, 481 Roma – Piazza Irnerio) ospiterà l’evento “Women for Women against violence”. La forma più eclatante e manifesta della violenza che colpisce le donne di tutti i paesi e di tutte le età, è certamente quella che lascia segni visibili sul corpo. Ma le forme di violenza sono diverse e, oltre a quella psicologica e quella che genera autentiche menomazioni e disabilità sociali, c’è anche quella psico-fisica di un tumore al seno. In Italia quasi una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, mentre una su nove viene colpita dal cancro al seno che è la prima causa di mortalità per tumore nelle donne.
Patrocinata dalla Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio, dalla Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli – Università Sacro Cuore, da Susan G. Komen – per la lotta ai tumori del seno e da Iris Roma, l’iniziativa, ideata e organizzata da Donatella Gimigliano, Laura Mantovi, con la collaborazione di Barbara Carniti, nasce con l’obiettivo di promuovere e sostenere il contrasto alla violenza di genere e il benessere delle donne che lottano contro il tumore al seno.
Beneficiarie del charity event, che sarà presentato dalla giornalista del Tg1 Emma D’Aquino e dall’attrice Loredana Cannata, l’Associazione Beautiful After Breast Cancer Onlus Italia, presieduta dalla Prof.ssa Marzia Salgarello, Responsabile del Reparto di Chirurgia Plastica, Fondazione Policlinico Universitario A.Gemelli – Università Cattolica del Sacro Cuore, e l’organizzazione no profit D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza), Presieduta dall’Avv. Titti Carrano e che raccoglie 70 centri Antiviolenza e Case delle Donne.
Durante la serata verranno presentati due documenti sulle tematiche, in anteprima nazionale il cortometraggio (tumori al seno) “Segni” a cura di Agnese Rizzello (con Rita Dalla Chiesa, musiche e partecipazione di Fiordaliso), e un promo (violenza di genere) tratto dal docufilm “La vittima e il carnefice” di Roberto Burchielli. La serata proseguirà con la consegna del “Premio Camomilla – Women for Women” – I edizione (il fiore di camomilla in fitoterapia rappresenta la forza e il coraggio nei momenti difficili, e viene anche utilizzata in natura con un nobile scopo: travasandola accanto a piante malate, ha il potere di rinvigorirle).
Il riconoscimento, che sarà appositamente realizzato dal maestro orafo Michele Affidato, sarà assegnato a donne impegnate nel sociale e nelle campagne di sensibilizzazione. Tra le premiate ci saranno Rosanna Banfi, Lavinia Biagiotti, Titti Carrano (Presidente Donne in Rete contro la Violenza), Rita Dalla Chiesa, Flori Degrassi (Presidente Associazione Nazionale Donne Operate al Seno), Marina Fiordaliso, Laura Freddi, Maria Concetta Mattei (Tg2), Patrizia Mirigliani e Paola Perego.

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Criticità in chirurgia oncologica

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2015

Cancro-sintetizzata-molecola-che-blocca-proteina-tumoraleLa chirurgia è il caposaldo dell’approccio multidisciplinare ai tumori solidi e, come ampiamente dimostrato dalla letteratura internazionale, è determinante per il successo globale del trattamento i cui risultati sono espressi in termini di morbilità e mortalità. Un’importante valutazione delle criticità in chirurgia oncologica è stata compiuta nell’ambito del Programma Nazionale Esiti di AGENAS – Ministero della Salute. Nel Programma è stato preso in considerazione il rapporto tra volume di interventi eseguiti e mortalità entro 30 giorni, riferiti all’attività dei Centri Ospedalieri e Universitari nel 2013. “I risultati sono eclatanti – dichiara il Prof. Alfredo Garofalo, Past President Società Italiana di Chirurgia Oncologica (SICO) – per il colon retto, la mortalità post operatoria a 30 giorni passa dal 15% a meno del 5% quando il volume di attività raggiunge i 50/70 interventi l’anno; per lo stomaco, la mortalità post operatoria a 30 giorni si dimezza passando da più del 20% a meno del 10% quando il volume di attività raggiunge i 20/30 interventi l’anno; per il polmone la mortalità post operatoria a 30 giorni diminuisce decisamente dal 20 a circa il 5% quando il volume di attività raggiunge i 50/70 interventi annui; per la mammella – non potendosi attendere una mortalità operatoria da questo tipo di intervento – le linee guida internazionali dettate da EUSOMA identificano in 150 interventi annui la soglia minima di attività per definire la Breast Unit”. Nel 2013 un Gruppo di Lavoro formato da esperti della SICO, della Federazione italiana della Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO) e del Ministero della Salute ha individuato una metodologia rigorosa per stabilire, anche sulla base delle SDO, i volumi minimi teorici di attività per singola patologia oncologica, al di sopra dei quali le sole strutture chirurgiche che ne sono in possesso dovrebbero essere abilitate ad affrontare le patologie in oggetto. I risultati sono sfociati in http://www.oncoguida.it, il sito realizzato da AIMaC, Ministero della Salute e ISS, che consente a tutti gli utenti di individuare con rigore metodologico e facilità i Centri di Chirurga Oncologica i cui volumi di attività per tipo di neoplasia siano garanzia di prestazioni che garantiscano sicurezza e qualità. A testimonianza della validità del lavoro svolto, il raffronto tra i risultati ottenuti dal Gruppo di Lavoro FAVO – SICO – Ministero della Salute con i dati dell’AGENAS porta a conclusioni analoghe. “Oncoguida – dichiara il Prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO – è lo strumento informativo per consentire al malato di cancro e ai familiari di scegliere i centri “ad alto volume di attività” che assicurino affidabilità ed adeguato standard assistenziale: più alto è il numero degli interventi eseguiti, maggiore è l’affidabilità del Centro”. Si chiude oggi a Napoli il XXXVIII Congresso SICO – Iª Conferenza Internazionale dell’Oncologia Chirurgica, organizzato dalla SICO. Significativi i dati della Campania:
– su 98 centri che trattano chirurgicamente il cancro del colon retto, solo 8 superano la soglia di garanzia stabilita (80 casi per anno), mentre ben 25 centri hanno effettuato solamente da 1 a 10 interventi.
– su 92 centri che trattano chirurgicamente il cancro della mammella, solo 8 superano la soglia (80 casi per anno) e ben 47 (il 51%) hanno effettuato solamente da 1 a 10 interventi
– su 54 centri che trattano chirurgicamente il cancro del polmone, solo 7 superano la soglia (80 casi per anno) e ben 39 (il 72%) hanno effettuato solamente da 1 a 10 interventi
– su 42 centri che trattano chirurgicamente il cancro della prostata, solo 6 superano la soglia (80 casi per anno) e 11 (il 26%) hanno effettuato solamente da 1 a 10 interventi
– su 48 centri che trattano chirurgicamente il cancro del fegato, solo 8 superano la soglia (40 casi per anno) e 24 (il 52%) ne fanno meno di 5
A preoccuparsi però non devono essere solo i cittadini della Campania. Non vi sono infatti sostanziali differenza tra nord e sud. “Ad esempio, con riferimento al trattamento del colon retto – aggiunge il Prof. Garofalo – soltanto in 9 regioni si supera il 20% di centri con un volume di attività uguale o superiore alla soglia minima stabilita (cut off) mentre in altre 9 regioni la percentuale di centri con un volume di attività uguale o superiore al cut off è molto più bassa; ne consegue che nella più favorevole delle ipotesi solo 1 centro su 5 tra quelli che trattano abitualmente il tumore del colon retto ha il volume di attività necessario ad assicurare buoni risultati e comunque il dato si registra solo in metà delle Regioni; dall’11 al 46% dei centri tratta meno di 10 casi per anno”. Il processo di riorganizzazione delle reti ospedaliere, per quanto riguarda l’oncologia chirurgica, non può prescindere dai risultati degli studi AGENAS e FAVO-SICO, considerando i volumi minimi di attività chirurgica come cut off iniziale per individuare i relativi Centri di Riferimento per Patologia e procedere conseguentemente al ridimensionamento dei posti letto e delle risorse. Il problema dell’adeguatezza in chirurgia è cruciale per il buon esito del trattamento terapeutico dei malati di cancro. Il chirurgo oncologo deve essere in grado di esprimere performance adeguate in grado di ottenere i migliori risultati di sopravvivenza registrati in letteratura.
Un intervento chirurgico non adeguato o una strategia integrata non applicata possono compromettere definitivamente l’esito delle cure, comportando ulteriore utilizzo di risorse con ricadute molto negative anche sulla spesa sanitaria, a causa di malati che andranno inevitabilmente in progressione di malattia, obbligando gli specialisti a tentativi terapeutici disperati o a interventi di salvataggio. “Rispetto alle gravi inadempienze delle regioni a chiudere i centri che non assicurano risultati ottimali ai malati di cancro, con i rischi che ne derivano – conclude De Lorenzo – le associazioni dei pazienti chiedono a tutti coloro che devono affrontare un intervento di chirurgia oncologica di documentarsi attentamente su http://www.oncoguida.it scegliendo esclusivamente i centri a più alto volume di casi trattati. Ciò potrebbe comportare automaticamente, e anche senza alcun intervento da parte delle Istituzioni, la disattivazione dei centri a maggior rischio”.

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Mortalitià evitabile in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 dicembre 2014

sigaretteIl Rapporto MEV(i) 2014, elaborato su oltre 70.000 decessi potenzialmente evitabili maschili e 40.000 femminili, introduce oltre al consueto quadro regionale una classifica per provincia, che sottolinea la variabilità del fenomeno anche all’interno della medesima regione. Al primo posto della classifica provinciale maschile si colloca Monza-Brianza, seguita da Siena e da Terni, mentre quella femminile è aperta da Oristano, seguita anche in questo caso da Siena, che a sua volta precede Reggio Emilia; di contro, le province Medio-Campidano, Verbano-Cusio-Ossola e Nuoro nel caso dei maschi e Caserta, Caltanissetta e Foggia per le femmine chiudono invece le due classifiche con i valori più critici.
La classifica regionale maschile evidenzia risultati sensibilmente migliori della media nazionale in Umbria, Marche, Emilia Romagna, Toscana; di contro, Valle d’Aosta, Campania, Sicilia e Sardegna fanno registrare i valori regionali più elevati. Ancora Campania e Sicilia, insieme alla Calabria, chiudono la classifica femminile, guidata invece da Marche e Trentino Alto Adige.
Il Rapporto MEV(i) 2014 aggiorna il quadro della “mortalità evitabile”, vale a dire quella legata a cause di morte che potrebbero essere efficacemente contrastate con interventi di sanità pubblica, conferma almeno per i maschi il trend discendente degli ultimi anni, ma torna a sottolineare l’eterogeneità con cui questo fenomeno si manifesta sul territorio italiano, sia a livello regionale che provinciale.
Abitudine al fumo, abuso di alcol, scorretto regime alimentare, mancata tempestività nella diagnosi e nella terapia di alcuni tumori trattabili, ricorso inappropriato ai servizi sanitari, gestione inadeguata di pazienti cronici sono i potenziali responsabili di quasi 110.000 morti l’anno avvenute prima del 75° compleanno.
Le classifiche regionale e provinciale, in particolare, sono basate sui giorni di vita perduti per mortalità evitabile, e tengono conto oltre che del numero di decessi anche della quota di vita non vissuta a causa di eventi che avrebbero potuto essere prevenuti, accentuando quindi il “peso” dei casi relativi ai più giovani. Lo studio, curato da Nebo Ricerche PA, è disponibile all’indirizzo http://www.mortalitaevitabile.it.

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Scompenso cardiaco mortalità in aumento

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 novembre 2014

scompenso cardiacoLo scompenso cardiaco rappresenta una pandemia globale che colpisce ventisei milioni di persone nel mondo e determina milioni di ospedalizzazioni. Oltre il 2% della popolazione mondiale soffre di scompenso cardiaco. Si stima che i malati siano 15 milioni in Europa e circa 1 milione nel nostro Paese, un quarto dei quali di età inferiore ai 65 anni. In Lombardia si contano circa 180 mila persone con scompenso, oltre 20 mila delle quali a Bergamo e provincia. Secondo recenti stime, il numero di malati tenderà ad aumentare progressivamente sino a raddoppiare nel 2020. L’aumentare della patologia con l’età e l’incremento della proporzione di soggetti anziani nella popolazione rende in parte ragione della frequenza crescente di scompenso cardiaco. Si stima infatti che la sua frequenza raddoppi a ogni decade di età (dopo i 65 anni arriva al 10% circa). «Oltre i 65 anni lo scompenso cardiaco rappresenta la prima causa di ricovero in ospedale: anche per questo è considerato un problema di salute pubblica di enorme rilievo» avverte Antonello Gavazzi, cardiologo di FROM Fondazione per la Ricerca Ospedale Papa Giovanni XXIII durante il meeting “Heart Failure at Crossroads”, organizzato da FROM e dall’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Nonostante la disponibilità di nuovi trattamenti e farmaci efficaci, le persone con scompenso cardiaco presentano percentuali inaccettabili di mortalità e riospedalizzazione, percentuali che non si sono ridotte negli ultimi anni» prosegue Gavazzi. «E’ quindi importante rivalutare le conoscenze per identificare le differenze tra specifiche tipologie di pazienti, in modo da “individuare la malattia” all’interno dello scompenso. Il tipico esempio sono i soggetti con diabete, nei quali lo scompenso cardiaco si sviluppa con specifiche modifiche metaboliche, funzionali, neurormonali ed emodinamiche per cui la malattia può rispondere in maniera diversa alle terapie. Il risultato è che assistiamo a una mortalità elevata per scompenso cardiaco nelle persone con diabete rispetto a quelle senza diabete».
Recenti studi hanno documentato che la diagnosi basata esclusivamente su criteri clinici è spesso inadeguata, particolarmente nel sesso femminile, negli anziani e nei soggetti obesi. Al fine di analizzare l’epidemiologia e la prognosi e di ottimizzare la scelta dei trattamenti dello scompenso cardiaco l’incertezza nella diagnosi della malattia dovrebbe essere minimizzata o evitata. L’adozione di stili di vita che prevengano l’insorgenza di queste condizioni è dunque una strategia fondamentale per prevenire lo scompenso cardiaco e ridurre la mortalità.
La prognosi dello scompenso cardiaco risulta essenzialmente sfavorevole qualora la causa sottostante non sia correggibile. In circa la metà dei pazienti in cui sia stata posta diagnosi di scompenso cardiaco, il decesso si verifica entro 4 anni, mentre in metà di quelli affetti da scompenso cardiaco avanzato il decesso avviene entro 1 anno. Lo scompenso cardiaco avanzato colpisce circa un quarto dei pazienti con questa sindrome trattati in ospedale, e ha un’incidenza stimabile in Italia di 12 000 nuovi casi ogni anno.
Purtroppo nello scompenso cardiaco avanzato l’elevata mortalità è difficilmente modificabile, la sintomatologia è invalidante e la qualità di vita pesantemente compromessa. A differenza di altre cardiopatie di comune rilievo, la mortalità per scompenso cardiaco appare in aumento. «Questi numeri fanno dello scompenso cardiaco la seconda causa di ricovero ospedaliero, dopo il parto naturale, con costi altissimi per il Servizio Sanitario Nazionale: ogni anno vengono spesi per i ricoveri ospedalieri con diagnosi di scompenso oltre 500 milioni di euro, pari a circa il 3% dei costi totali del Sistema Sanitario Nazionale» aggiunge Gavazzi. «Una delle iniziativa per ridurre la mortalità è la creazione di strutture specialistiche. Nel 2002 gli Ospedali Riuniti sono stati i primi in Italia a dare vita a un’unità dedicata alla cura di questa patologia, la Medicina Cardiovascolare, basata sul lavoro interdisciplinare tra cardiologi e internisti, ottenendo una significativa riduzione della mortalità e dei periodi di degenza ospedaliera».
Lo scompenso cardiaco è una malattia cronica, che compare quando il cuore, danneggiato, non è più in grado di svolgere la sua normale funzione di pompa e di mantenere un adeguato flusso di sangue nell’organismo.
Come conseguenza, gli organi e i tessuti ricevono quantità insufficienti di ossigeno per le loro esigenze metaboliche. La reazione dell’organismo all’insufficiente funzione del cuore causa un accumulo di sodio e acqua nei polmoni e nei tessuti. Le conseguenze di ciò sono: affanno, ridotta tolleranza allo sforzo, affaticamento, edema (cioè gonfiore). La condizione può aggravarsi fino a portare all’edema polmonare acuto e alla morte.

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Mortalità infantile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2012

Ancora oggi 6,9 milioni di bambini muoiono prima di compiere i 5 anni, per malattie prevenibili e curabili, come la malaria, la diarrea o la polmonite. 51 ogni 1.000 nuovi nati, 1 ogni 5 secondi. Il 99% delle morti avviene nei paesi in via di sviluppo (1) . Più di 1 bambino su 3 muore a causa della malnutrizione (2) .
A differenza di altri indicatori sulla condizione dell’infanzia che hanno fatto registrare dei progressi negli ultimi anni, soprattutto in relazione al numero totale delle morti infantili, il tasso di bambini malnutriti nei paesi in via di sviluppo è cresciuto dell’1,2% (3). Circa 200 milioni di bambini sotto i 5 anni nel mondo soffrono di qualche forma di malnutrizione (4) . Si stima che nel mondo 171 milioni di bambini soffrono di malnutrizione cronica (5) , di questi 60 milioni vivono in Africa. La fame rimane al primo posto nella lista dei rischi mondiali per la salute e tra le più importanti cause di mortalità infantile, nonostante negli ultimi cinquant’anni la produzione agricola nel mondo sia raddoppiata (7) . 1/3 della produzione mondiale di cibo viene infatti perduta o sprecata ogni anno, pari a 1,3 miliardi di tonnellate: il “paradosso” della scarsità nell’abbondanza, che testimonia un profondo disequilibrio tra le economie del mondo e l’accesso alle risorse. In Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti internazionali. Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil, mentre il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 (8) e i 454 euro all’anno (9). Queste alcune delle evidenze del rapporto “WITH-OUT. Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza” di Save the Children. Il rapporto si colloca nell’ambito delle attività di sensibilizzazione legate alla promozione della campagna Every One, che l’Organizzazione ha lanciato nel 2009 e che si propone di raggiungere con interventi di salute e nutrizione milioni di bambini e donne in età riproduttiva nei paesi più poveri del mondo, per sconfiggere la mortalità infantile. Solo nello scorso anno, il 2011, attraverso il suoi progetti, l’Organizzazione internazionale ha raggiunto oltre 50 milioni di persone. Il cibo che non sazia: malnutrizione, perdite e sprechi nella filiera alimentare (10)
Il tasso di malnutrizione cronica a livello globale è passato dal 40% registrato nel 1990 al 27% del 2010: in valori assoluti significa una riduzione da 253 milioni a 171 milioni di bambini malnutriti in tutto il mondo, per un decremento medio annuo dello 0,65%. Se parliamo di Africa, però, la malnutrizione cronica si è ridotta in media solo del 2% in 20 anni e, in seguito alla crescita demografica, nello stesso intervallo di tempo, il numero di bambini malnutriti è aumentato di 15 milioni, raggiungendo la quota totale di 60 milioni (11) . In generale l’80% dei bambini gravemente malnutriti nel mondo si concentra in 20 paesi. La maggior parte di essi sono anche i paesi con un alto tasso di mortalità infantile. Sierra Leone, Somalia e Mali sono i paesi con il più alto tasso di mortalità sotto i 5 anni: rispettivamente185 ogni 1.000 nati viti, 180 e 176. In questi tre paesi sono morti complessivamente 234mila bambini nel corso del 2011. “In Africa, dove si concentra ormai la metà delle morti infantili (12), i bambini sono molto esposti all’insicurezza alimentare causata dall’instabilità socio-politica e dalle crisi ambientali degli ultimi anni. In particolare, i paesi del Corno d’Africa e del Sahel sono stati colpiti da una grave siccità che ha fortemente limitato i raccolti, provocando un aumento della dipendenza dagli aiuti alimentari. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dei carburanti, inoltre, potrebbe ampliare la crisi coinvolgendo anche altre aree del mondo e peggiorando ulteriormente i tassi di malnutrizione in queste aree”, sottolinea Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia. “Nei paesi in via di sviluppo, dove le famiglia spendono già tra il 50% e l’80% del loro reddito in cibo, la costante crescita dei prezzi, erode il potere di acquisto delle famiglie e costituisce una seria minaccia per la vita di centinaia di migliaia di bambini. Se non si inverte questa tendenza, tra quindici anni il numero di bambini malnutriti potrebbe arrivare a 450 milioni, con effetti molto gravi sulla mortalità infantile”, afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. In questi paesi, ad esempio, i cereali costituiscono una parte fondamentale delle dieta alimentare. Dal 2010 al 2011, la produzione cerealicola del continente africano è diminuita del 3,9%, con dei picchi nell’Africa occidentale (-9,8%) e quella orientale (-8%), teatri di grandi crisi alimentari negli ultimi anni. Più nello specifico, in Somalia e in Mali, la produzione di cereali tra il 2010 e il 2011 è diminuita rispettivamente del 13% e del 10%. In Somalia l’andamento della produzione di cereali è in calo dal 2000 (13) . A questi decrementi si sommano le perdite e gli sprechi alimentari, che costituiscono poi il vero discrimine tra paesi poveri e paesi ricchi. La quantità di cibo che viene persa nei paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati è quasi uguale: rispettivamente 630 e 670 milioni di tonnellate (14) , ciò che varia è la fase della filiera produttiva in cui questo avviene. Nei paesi più poveri, in particolare nelle aree del mondo con tassi di malnutrizione elevati e ad alto rischio di insicurezza alimentare, la perdita di cibo si concentra nelle fasi del raccolto e della prima trasformazione a causa sia dei fattori climatici e ambientali, sia delle tecniche di preparazione dei terreni, di semina, di coltivazione e di conservazione dei cibi. Al contrario, nei paesi industrializzati, emerge preponderante il fenomeno nella fase di consumo. Tradotto in cifre, mentre in Europa e nell’America settentrionale gli sprechi al consumo ammontano a 95-115 kg all’anno procapite, nell’Asia Meridionale e nell’Africa Subsahariana solo a 6-11 kg a persona, rispettivamente il 12% del cibo disponibile (al netto delle perdite) contro il 2%. “Il risultato finale della nostra analisi è che nei paesi sviluppati la quantità di cibo disponibile e a cui il consumatore finale ha accesso è quasi il doppio rispetto ai paesi in via di sviluppo e una grossa parte di esso viene sprecato. Ma anche nei paesi in via di sviluppo molte risorse alimentari potrebbero essere recuperate. Ad esempio, si stima che il valore economico del grano perso nella fase di post-raccolto nell’Africa Subsahariana è di 4 miliardi di dollari e potrebbe nutrire per un anno 48 milioni di persone, l’80% di tutti i bambini malnutriti in Africa”, continua Neri.Il valore economico degli sprechi mondiali è stimato in mille miliardi di dollari l’anno, così distribuiti: il 68%, pari a 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati, e il 32% pari a 320 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo (15) . Un ulteriore paradosso è che in Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti alimentari internazionali, che a livello mondiale nel 2010 sono stati pari a 5,7 tonnellate (di cui 1 milione da parte dei paesi dell’Unione Europea (16) ). Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil. E non accade di meglio negli Stati Uniti dove finisce nella pattumiera il 30% del cibo destinato al consumo, l’equivalente di 48,3 miliardi di dollari. Ogni famiglia americana in media spreca 4,4 dollari al giorno, 1.600 dollari all’anno (17).Nonostante la crisi economica costringa i nostri connazionali ad una maggiore oculatezza negli sprechi, in Italia il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 e i 454 euro all’anno. Quest’ultima somma corrisponde a quanto sarebbe necessario per garantire il trattamento d’emergenza per la cura di 5 bambini gravemente malnutriti.Save the Children, nella propria battaglia contro la mortalità infantile, ritiene che per sconfiggere la malnutrizione siano necessarie risorse mirate, ma anche adottare un approccio multilivello, volto a diminuire le perdite del cibo, garantire la stabilità di accesso allo stesso cibo, nonché a promuovere attività capaci di accrescere la produzione locale e generare reddito valorizzando la capacità produttiva delle comunità autoctone. Inoltre è necessario promuovere sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, interventi di sensibilizzazione ed educazione a corrette abitudini alimentari, volti nei primi ad evitare gli sprechi e favorire una corretta alimentazione, nei secondi ad insegnare alle comunità locali a fornire ai bambini alimenti che garantiscano loro il giusto apporto di tutti i micronutrienti, a partire dal latte materno, ma anche attraverso alimenti che sono più facilmente coltivabili in quelle zone.

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Il consumo di carne rossa aumenta la mortalità

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Vari studi hanno suggerito una maggiore longevità dei vegetariani e l’associazione del consumo di carne rossa con diabete, cancro e problemi cardiovascolari. Ora i risultati di due studi prospettici, su grandi campioni di popolazione, non lasciano spazio a dubbi. Nutrizionisti ed epidemiologi dell’Harvard school of public health hanno analizzato prospetticamente i dati di 37.698 uomini del Health professionals follow-up study (1986-2008) e 83.644 donne del Nurses’ health study (1980-2008), senza patologie cardiovascolari nè cancro al basale, per indagare il rapporto tra consumo di carne rossa e mortalità. La dieta dei partecipanti è stata controllata regolarmente attraverso appositi questionari, somministrati ogni 4 anni, e il follow-up si è protratto fino a 28 anni per un totale di 2,96 milioni di persone-anno. I ricercatori hanno rilevato complessivamente 23.926 decessi, tra cui 5.910 per malattie cardiovascolari e 9.464 per cancro. All’analisi dettagliata dei dati raccolti è risultato che, effettivamente, il consumo di carne rossa si associa a un aumento di rischio della mortalità complessiva e di quella specifica per cancro e per malattie cardiovascolari.
L’analisi multivariata, aggiustata per i principali fattori confondenti, ha indicato un aumento complessivo della mortalità del 13% per ogni porzione giornaliera in più di carne rossa non troppo lavorata e del 20% per tagli molto lavorati industrialmente, come hamburger o carne in scatola. Nel dettaglio, i due tipi di carne rossa hanno comportato un aumento della mortalità per patologie cardiovascolari rispettivamente del 18% e del 21% e per cancro del 10% e del 16%, sempre per ogni porzione aggiuntiva.
Gli autori ipotizzano diversi meccanismi alla base dell’associazione tra il consumo di carne rossa e l’aumentata mortalità media. Riguardo alle malattie cardiovascolari, una parziale spiegazione potrebbe essere fornita dall’effetto negativo sulle coronarie del colesterolo e dei grassi saturi. D’altra parte, anche il ferro eme che si trova nelle carni rosse è stato correlato da alcuni studiosi a infarto miocardico e patologie coronariche a esito infausto. È stato inoltre suggerito un ruolo negativo dell’alto contenuto di sodio, di nitriti e nitrati, particolarmente nella carne lavorata industrialmente. L’aumento di mortalità per tumori del colon-retto e per diverse altre neoplasie era già stata documentata. Sono indiziate alcune sostanze presenti nelle carni rosse e altre prodotte dalle alte temperature della cottura: nitrosamine e nitrosamidi, idrocarburi policiclici aromatici e amine eterocicliche sono potenziali cancerogeni. Così, il ferro eme e l’eccesso di ferro possono produrre per esempio la formazione di composti N-nitrosi, una proliferazione epiteliale e un aumento dello stress ossidativo.
La sostituzione di una porzione di carne al giorno con una porzione di pesce riduce del 7% il rischio di morte, con latticini magri o legumi del 10%, con cereali integrali del 14% e con frutta secca del 19%. Basterebbe davvero poco per abbattere la mortalità perché, come scrivono gli autori, «alla fine del periodo di follow-up, il 9,3% dei decessi tra gli uomini e il 7.6% tra le donne avrebbe potuto essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero consumato meno di mezza porzione al giorno (circa 42 g) di carne rossa». Arch Intern Med. 2012;172(7):555-563 (fonte doctornews33)

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Sicurezza alimentare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

Nell’epoca della globalizzazione economica e della mobilità internazionale in cui viviamo, la sicurezza alimentare rappresenta un aspetto di fondamentale importanza sul piano della salute pubblica e di quella individuale. L’esperienza dell’epidemia tedesca dovuta a Escherichia colientero-emorragica O104:H4 sta dimostrando come ogni emergenza sanitaria di tipo alimentare, oltre a causare mortalità e morbilità nella popolazione, causi pesanti ripercussioni di tipo economico. Ne sono esempi nel caso specifico dell’epidemia in corso il crollo dei consumi di cetrioli e pomodori verificatosi in tutta Europa e il blocco delle importazioni di verdura da parte della Russia.Il tema della sicurezza alimentare è stato considerato prioritario anche dall’Unione Europea tanto è vero che nel 2003 essa si dotò di una specifica Agenzia Europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Agency, EFSA) con sede in Italia a Parma per la tutela del consumatore europeo. Con quella decisione l’Unione Europea voleva dotarsi di uno strumento di controllo simile a quello esistente degli Stati Uniti d’America: la Food and Drug Administration che oltre al controllo degli alimenti presiede negli Stati Uniti anche al controllo dei farmaci. La burocrazia di Bruxelles aveva posto inizialmente a capo di quella agenzia un professore di lettere antiche. Dal momento della sua fondazione ad oggi l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) non è riuscita ad acquisire autorevolezza e prestigio in campo internazionale ed è apparsa sempre del tutto spiazzata di fronte alle emergenze sanitarie che hanno colpito l’Europa in questi anni. Considerando gli aspetti di sanità pubblica e quelli economico commerciali legati alla sicurezza degli alimenti, gli stati europei ed in particolare l’Italia che ospita questa agenzia, devono chiedere conto al direttore dell’EFSA ed ai suoi dirigenti dell’attività svolta fino ad ora ed operare le necessarie verifiche per valutare la competenza dei funzionari e la strategia operativa che l’agenzia si è data. (Walter Pasini Direttore Centro di Travel Medicine and Global Health)

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Mortalità infantile

Posted by fidest press agency su martedì, 26 ottobre 2010

Dagli italiani 1.200.000 euro in 15 giorni ad Every One, la Campagna di Save the Children per dire basta alla morte di 8.1 milioni di bambini ogni anno Il 95% degli italiani disposto a rinunciare a qualcosa per la vita di un bambino, secondo un sondaggio condotto dall’istituto di MannheimerISP/o per Save the Children. Fino al 7 novembre possibile sostenere Every One con l’sms 45503 e il palloncino rosso “Save Me” in vendita nei negozi OVS industry.Tra le prossime iniziative le partite del Palloncino Rosso dell’ACF Fiorentina e il sostegno della Lega di Serie A, con le partite in calendario il 29, 30 e 31ottobre. Da oggi in rete su Facebook il gioco “Save me game”
“Oltre ad un buon grado di consapevolezza che va sicuramente consolidato con l’impegno diretto di istituzioni e organizzazioni, abbiamo registrato fra gli italiani una grande sensibilità verso il tema della mortalità infantile,” sottolinea Valerio Neri. Dopo la settimana Rai, le prossime iniziative di Every One Continua fino al 7 novembre il mese di mobilitazione e raccolta fondi per Every One, a fianco della quale si sono mossi – oltre a centinaia di migliaia di singole persone e volontari – anche numerose aziende, un folto gruppo di testimonial, del mondo dello spettacolo, sport, musica e partner media. Con in prima fila la Rai.
E da oggi fino al 7 novembre a fianco di Every One c’è anche La7 e Sky che promuoveranno la campagna nei loro programmi e contenitori televisivi; dal 25 al 31 ottobre Radio Deejay darà vita a una vera e propria maratona; dal 31 ottobre al 6 novembre – con il Patrocinio di Mediafriends –  le reti Mediaset promuoveranno la Campagna di Save the Children e l’sms solidale. Sul versante delle aziende continua fino al 7 novembre il forte sostegno di OVS industry ad Every One: più di 40.000 clienti dei 430 negozi presenti in tutta Italia hanno risposto con generosità all’invito per una donazione di 5 euro a fine spesa presso le casse ricevendo in cambio la Donor Card Save the Children e un palloncino rosso Save Me. L’ACF Fiorentina sarà impegnata con il suo pubblico di sostenitori nelle partite del Palloncino Rosso previste per i prossimi 3 turni casalinghi di Campionato e Coppa Italia in calendario il 23/10 con il Bari, il 26/10 con l’Empoli e il 7/11 con il Chievo. Il numero solidale 45503 sarà il grande protagonista di una gara di generosità che vedrà coinvolto l’intero stadio Artemio Franchi e tutto il pubblico a casa. Anche la Lega Serie A sarà al fianco della campagna Every One di Save the Children in occasione delle partite del Campionato di calcio previste il 29, 30 e 31 ottobre con il coinvolgimento dei bambini mascotte e delle squadre in campo per la promozione delle donazioni al numero solidale 45503. (www.savethechildren.it/savemegame)

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