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Scompenso cardiaco mortalità in aumento

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 novembre 2014

scompenso cardiacoLo scompenso cardiaco rappresenta una pandemia globale che colpisce ventisei milioni di persone nel mondo e determina milioni di ospedalizzazioni. Oltre il 2% della popolazione mondiale soffre di scompenso cardiaco. Si stima che i malati siano 15 milioni in Europa e circa 1 milione nel nostro Paese, un quarto dei quali di età inferiore ai 65 anni. In Lombardia si contano circa 180 mila persone con scompenso, oltre 20 mila delle quali a Bergamo e provincia. Secondo recenti stime, il numero di malati tenderà ad aumentare progressivamente sino a raddoppiare nel 2020. L’aumentare della patologia con l’età e l’incremento della proporzione di soggetti anziani nella popolazione rende in parte ragione della frequenza crescente di scompenso cardiaco. Si stima infatti che la sua frequenza raddoppi a ogni decade di età (dopo i 65 anni arriva al 10% circa). «Oltre i 65 anni lo scompenso cardiaco rappresenta la prima causa di ricovero in ospedale: anche per questo è considerato un problema di salute pubblica di enorme rilievo» avverte Antonello Gavazzi, cardiologo di FROM Fondazione per la Ricerca Ospedale Papa Giovanni XXIII durante il meeting “Heart Failure at Crossroads”, organizzato da FROM e dall’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Nonostante la disponibilità di nuovi trattamenti e farmaci efficaci, le persone con scompenso cardiaco presentano percentuali inaccettabili di mortalità e riospedalizzazione, percentuali che non si sono ridotte negli ultimi anni» prosegue Gavazzi. «E’ quindi importante rivalutare le conoscenze per identificare le differenze tra specifiche tipologie di pazienti, in modo da “individuare la malattia” all’interno dello scompenso. Il tipico esempio sono i soggetti con diabete, nei quali lo scompenso cardiaco si sviluppa con specifiche modifiche metaboliche, funzionali, neurormonali ed emodinamiche per cui la malattia può rispondere in maniera diversa alle terapie. Il risultato è che assistiamo a una mortalità elevata per scompenso cardiaco nelle persone con diabete rispetto a quelle senza diabete».
Recenti studi hanno documentato che la diagnosi basata esclusivamente su criteri clinici è spesso inadeguata, particolarmente nel sesso femminile, negli anziani e nei soggetti obesi. Al fine di analizzare l’epidemiologia e la prognosi e di ottimizzare la scelta dei trattamenti dello scompenso cardiaco l’incertezza nella diagnosi della malattia dovrebbe essere minimizzata o evitata. L’adozione di stili di vita che prevengano l’insorgenza di queste condizioni è dunque una strategia fondamentale per prevenire lo scompenso cardiaco e ridurre la mortalità.
La prognosi dello scompenso cardiaco risulta essenzialmente sfavorevole qualora la causa sottostante non sia correggibile. In circa la metà dei pazienti in cui sia stata posta diagnosi di scompenso cardiaco, il decesso si verifica entro 4 anni, mentre in metà di quelli affetti da scompenso cardiaco avanzato il decesso avviene entro 1 anno. Lo scompenso cardiaco avanzato colpisce circa un quarto dei pazienti con questa sindrome trattati in ospedale, e ha un’incidenza stimabile in Italia di 12 000 nuovi casi ogni anno.
Purtroppo nello scompenso cardiaco avanzato l’elevata mortalità è difficilmente modificabile, la sintomatologia è invalidante e la qualità di vita pesantemente compromessa. A differenza di altre cardiopatie di comune rilievo, la mortalità per scompenso cardiaco appare in aumento. «Questi numeri fanno dello scompenso cardiaco la seconda causa di ricovero ospedaliero, dopo il parto naturale, con costi altissimi per il Servizio Sanitario Nazionale: ogni anno vengono spesi per i ricoveri ospedalieri con diagnosi di scompenso oltre 500 milioni di euro, pari a circa il 3% dei costi totali del Sistema Sanitario Nazionale» aggiunge Gavazzi. «Una delle iniziativa per ridurre la mortalità è la creazione di strutture specialistiche. Nel 2002 gli Ospedali Riuniti sono stati i primi in Italia a dare vita a un’unità dedicata alla cura di questa patologia, la Medicina Cardiovascolare, basata sul lavoro interdisciplinare tra cardiologi e internisti, ottenendo una significativa riduzione della mortalità e dei periodi di degenza ospedaliera».
Lo scompenso cardiaco è una malattia cronica, che compare quando il cuore, danneggiato, non è più in grado di svolgere la sua normale funzione di pompa e di mantenere un adeguato flusso di sangue nell’organismo.
Come conseguenza, gli organi e i tessuti ricevono quantità insufficienti di ossigeno per le loro esigenze metaboliche. La reazione dell’organismo all’insufficiente funzione del cuore causa un accumulo di sodio e acqua nei polmoni e nei tessuti. Le conseguenze di ciò sono: affanno, ridotta tolleranza allo sforzo, affaticamento, edema (cioè gonfiore). La condizione può aggravarsi fino a portare all’edema polmonare acuto e alla morte.

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Mortalità infantile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2012

Ancora oggi 6,9 milioni di bambini muoiono prima di compiere i 5 anni, per malattie prevenibili e curabili, come la malaria, la diarrea o la polmonite. 51 ogni 1.000 nuovi nati, 1 ogni 5 secondi. Il 99% delle morti avviene nei paesi in via di sviluppo (1) . Più di 1 bambino su 3 muore a causa della malnutrizione (2) .
A differenza di altri indicatori sulla condizione dell’infanzia che hanno fatto registrare dei progressi negli ultimi anni, soprattutto in relazione al numero totale delle morti infantili, il tasso di bambini malnutriti nei paesi in via di sviluppo è cresciuto dell’1,2% (3). Circa 200 milioni di bambini sotto i 5 anni nel mondo soffrono di qualche forma di malnutrizione (4) . Si stima che nel mondo 171 milioni di bambini soffrono di malnutrizione cronica (5) , di questi 60 milioni vivono in Africa. La fame rimane al primo posto nella lista dei rischi mondiali per la salute e tra le più importanti cause di mortalità infantile, nonostante negli ultimi cinquant’anni la produzione agricola nel mondo sia raddoppiata (7) . 1/3 della produzione mondiale di cibo viene infatti perduta o sprecata ogni anno, pari a 1,3 miliardi di tonnellate: il “paradosso” della scarsità nell’abbondanza, che testimonia un profondo disequilibrio tra le economie del mondo e l’accesso alle risorse. In Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti internazionali. Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil, mentre il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 (8) e i 454 euro all’anno (9). Queste alcune delle evidenze del rapporto “WITH-OUT. Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza” di Save the Children. Il rapporto si colloca nell’ambito delle attività di sensibilizzazione legate alla promozione della campagna Every One, che l’Organizzazione ha lanciato nel 2009 e che si propone di raggiungere con interventi di salute e nutrizione milioni di bambini e donne in età riproduttiva nei paesi più poveri del mondo, per sconfiggere la mortalità infantile. Solo nello scorso anno, il 2011, attraverso il suoi progetti, l’Organizzazione internazionale ha raggiunto oltre 50 milioni di persone. Il cibo che non sazia: malnutrizione, perdite e sprechi nella filiera alimentare (10)
Il tasso di malnutrizione cronica a livello globale è passato dal 40% registrato nel 1990 al 27% del 2010: in valori assoluti significa una riduzione da 253 milioni a 171 milioni di bambini malnutriti in tutto il mondo, per un decremento medio annuo dello 0,65%. Se parliamo di Africa, però, la malnutrizione cronica si è ridotta in media solo del 2% in 20 anni e, in seguito alla crescita demografica, nello stesso intervallo di tempo, il numero di bambini malnutriti è aumentato di 15 milioni, raggiungendo la quota totale di 60 milioni (11) . In generale l’80% dei bambini gravemente malnutriti nel mondo si concentra in 20 paesi. La maggior parte di essi sono anche i paesi con un alto tasso di mortalità infantile. Sierra Leone, Somalia e Mali sono i paesi con il più alto tasso di mortalità sotto i 5 anni: rispettivamente185 ogni 1.000 nati viti, 180 e 176. In questi tre paesi sono morti complessivamente 234mila bambini nel corso del 2011. “In Africa, dove si concentra ormai la metà delle morti infantili (12), i bambini sono molto esposti all’insicurezza alimentare causata dall’instabilità socio-politica e dalle crisi ambientali degli ultimi anni. In particolare, i paesi del Corno d’Africa e del Sahel sono stati colpiti da una grave siccità che ha fortemente limitato i raccolti, provocando un aumento della dipendenza dagli aiuti alimentari. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dei carburanti, inoltre, potrebbe ampliare la crisi coinvolgendo anche altre aree del mondo e peggiorando ulteriormente i tassi di malnutrizione in queste aree”, sottolinea Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia. “Nei paesi in via di sviluppo, dove le famiglia spendono già tra il 50% e l’80% del loro reddito in cibo, la costante crescita dei prezzi, erode il potere di acquisto delle famiglie e costituisce una seria minaccia per la vita di centinaia di migliaia di bambini. Se non si inverte questa tendenza, tra quindici anni il numero di bambini malnutriti potrebbe arrivare a 450 milioni, con effetti molto gravi sulla mortalità infantile”, afferma Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. In questi paesi, ad esempio, i cereali costituiscono una parte fondamentale delle dieta alimentare. Dal 2010 al 2011, la produzione cerealicola del continente africano è diminuita del 3,9%, con dei picchi nell’Africa occidentale (-9,8%) e quella orientale (-8%), teatri di grandi crisi alimentari negli ultimi anni. Più nello specifico, in Somalia e in Mali, la produzione di cereali tra il 2010 e il 2011 è diminuita rispettivamente del 13% e del 10%. In Somalia l’andamento della produzione di cereali è in calo dal 2000 (13) . A questi decrementi si sommano le perdite e gli sprechi alimentari, che costituiscono poi il vero discrimine tra paesi poveri e paesi ricchi. La quantità di cibo che viene persa nei paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati è quasi uguale: rispettivamente 630 e 670 milioni di tonnellate (14) , ciò che varia è la fase della filiera produttiva in cui questo avviene. Nei paesi più poveri, in particolare nelle aree del mondo con tassi di malnutrizione elevati e ad alto rischio di insicurezza alimentare, la perdita di cibo si concentra nelle fasi del raccolto e della prima trasformazione a causa sia dei fattori climatici e ambientali, sia delle tecniche di preparazione dei terreni, di semina, di coltivazione e di conservazione dei cibi. Al contrario, nei paesi industrializzati, emerge preponderante il fenomeno nella fase di consumo. Tradotto in cifre, mentre in Europa e nell’America settentrionale gli sprechi al consumo ammontano a 95-115 kg all’anno procapite, nell’Asia Meridionale e nell’Africa Subsahariana solo a 6-11 kg a persona, rispettivamente il 12% del cibo disponibile (al netto delle perdite) contro il 2%. “Il risultato finale della nostra analisi è che nei paesi sviluppati la quantità di cibo disponibile e a cui il consumatore finale ha accesso è quasi il doppio rispetto ai paesi in via di sviluppo e una grossa parte di esso viene sprecato. Ma anche nei paesi in via di sviluppo molte risorse alimentari potrebbero essere recuperate. Ad esempio, si stima che il valore economico del grano perso nella fase di post-raccolto nell’Africa Subsahariana è di 4 miliardi di dollari e potrebbe nutrire per un anno 48 milioni di persone, l’80% di tutti i bambini malnutriti in Africa”, continua Neri.Il valore economico degli sprechi mondiali è stimato in mille miliardi di dollari l’anno, così distribuiti: il 68%, pari a 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati, e il 32% pari a 320 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo (15) . Un ulteriore paradosso è che in Europa finiscono tra i rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti alimentari internazionali, che a livello mondiale nel 2010 sono stati pari a 5,7 tonnellate (di cui 1 milione da parte dei paesi dell’Unione Europea (16) ). Nella sola Italia, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera ammontano a 17 milioni di tonnellate, pari ad un valore di 11 miliardi di euro: lo 0,7% del Pil. E non accade di meglio negli Stati Uniti dove finisce nella pattumiera il 30% del cibo destinato al consumo, l’equivalente di 48,3 miliardi di dollari. Ogni famiglia americana in media spreca 4,4 dollari al giorno, 1.600 dollari all’anno (17).Nonostante la crisi economica costringa i nostri connazionali ad una maggiore oculatezza negli sprechi, in Italia il valore economico medio per famiglia del cibo che si perde in fase di consumo è tra i 350 e i 454 euro all’anno. Quest’ultima somma corrisponde a quanto sarebbe necessario per garantire il trattamento d’emergenza per la cura di 5 bambini gravemente malnutriti.Save the Children, nella propria battaglia contro la mortalità infantile, ritiene che per sconfiggere la malnutrizione siano necessarie risorse mirate, ma anche adottare un approccio multilivello, volto a diminuire le perdite del cibo, garantire la stabilità di accesso allo stesso cibo, nonché a promuovere attività capaci di accrescere la produzione locale e generare reddito valorizzando la capacità produttiva delle comunità autoctone. Inoltre è necessario promuovere sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, interventi di sensibilizzazione ed educazione a corrette abitudini alimentari, volti nei primi ad evitare gli sprechi e favorire una corretta alimentazione, nei secondi ad insegnare alle comunità locali a fornire ai bambini alimenti che garantiscano loro il giusto apporto di tutti i micronutrienti, a partire dal latte materno, ma anche attraverso alimenti che sono più facilmente coltivabili in quelle zone.

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Il consumo di carne rossa aumenta la mortalità

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Vari studi hanno suggerito una maggiore longevità dei vegetariani e l’associazione del consumo di carne rossa con diabete, cancro e problemi cardiovascolari. Ora i risultati di due studi prospettici, su grandi campioni di popolazione, non lasciano spazio a dubbi. Nutrizionisti ed epidemiologi dell’Harvard school of public health hanno analizzato prospetticamente i dati di 37.698 uomini del Health professionals follow-up study (1986-2008) e 83.644 donne del Nurses’ health study (1980-2008), senza patologie cardiovascolari nè cancro al basale, per indagare il rapporto tra consumo di carne rossa e mortalità. La dieta dei partecipanti è stata controllata regolarmente attraverso appositi questionari, somministrati ogni 4 anni, e il follow-up si è protratto fino a 28 anni per un totale di 2,96 milioni di persone-anno. I ricercatori hanno rilevato complessivamente 23.926 decessi, tra cui 5.910 per malattie cardiovascolari e 9.464 per cancro. All’analisi dettagliata dei dati raccolti è risultato che, effettivamente, il consumo di carne rossa si associa a un aumento di rischio della mortalità complessiva e di quella specifica per cancro e per malattie cardiovascolari.
L’analisi multivariata, aggiustata per i principali fattori confondenti, ha indicato un aumento complessivo della mortalità del 13% per ogni porzione giornaliera in più di carne rossa non troppo lavorata e del 20% per tagli molto lavorati industrialmente, come hamburger o carne in scatola. Nel dettaglio, i due tipi di carne rossa hanno comportato un aumento della mortalità per patologie cardiovascolari rispettivamente del 18% e del 21% e per cancro del 10% e del 16%, sempre per ogni porzione aggiuntiva.
Gli autori ipotizzano diversi meccanismi alla base dell’associazione tra il consumo di carne rossa e l’aumentata mortalità media. Riguardo alle malattie cardiovascolari, una parziale spiegazione potrebbe essere fornita dall’effetto negativo sulle coronarie del colesterolo e dei grassi saturi. D’altra parte, anche il ferro eme che si trova nelle carni rosse è stato correlato da alcuni studiosi a infarto miocardico e patologie coronariche a esito infausto. È stato inoltre suggerito un ruolo negativo dell’alto contenuto di sodio, di nitriti e nitrati, particolarmente nella carne lavorata industrialmente. L’aumento di mortalità per tumori del colon-retto e per diverse altre neoplasie era già stata documentata. Sono indiziate alcune sostanze presenti nelle carni rosse e altre prodotte dalle alte temperature della cottura: nitrosamine e nitrosamidi, idrocarburi policiclici aromatici e amine eterocicliche sono potenziali cancerogeni. Così, il ferro eme e l’eccesso di ferro possono produrre per esempio la formazione di composti N-nitrosi, una proliferazione epiteliale e un aumento dello stress ossidativo.
La sostituzione di una porzione di carne al giorno con una porzione di pesce riduce del 7% il rischio di morte, con latticini magri o legumi del 10%, con cereali integrali del 14% e con frutta secca del 19%. Basterebbe davvero poco per abbattere la mortalità perché, come scrivono gli autori, «alla fine del periodo di follow-up, il 9,3% dei decessi tra gli uomini e il 7.6% tra le donne avrebbe potuto essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero consumato meno di mezza porzione al giorno (circa 42 g) di carne rossa». Arch Intern Med. 2012;172(7):555-563 (fonte doctornews33)

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Sicurezza alimentare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

Nell’epoca della globalizzazione economica e della mobilità internazionale in cui viviamo, la sicurezza alimentare rappresenta un aspetto di fondamentale importanza sul piano della salute pubblica e di quella individuale. L’esperienza dell’epidemia tedesca dovuta a Escherichia colientero-emorragica O104:H4 sta dimostrando come ogni emergenza sanitaria di tipo alimentare, oltre a causare mortalità e morbilità nella popolazione, causi pesanti ripercussioni di tipo economico. Ne sono esempi nel caso specifico dell’epidemia in corso il crollo dei consumi di cetrioli e pomodori verificatosi in tutta Europa e il blocco delle importazioni di verdura da parte della Russia.Il tema della sicurezza alimentare è stato considerato prioritario anche dall’Unione Europea tanto è vero che nel 2003 essa si dotò di una specifica Agenzia Europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Agency, EFSA) con sede in Italia a Parma per la tutela del consumatore europeo. Con quella decisione l’Unione Europea voleva dotarsi di uno strumento di controllo simile a quello esistente degli Stati Uniti d’America: la Food and Drug Administration che oltre al controllo degli alimenti presiede negli Stati Uniti anche al controllo dei farmaci. La burocrazia di Bruxelles aveva posto inizialmente a capo di quella agenzia un professore di lettere antiche. Dal momento della sua fondazione ad oggi l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) non è riuscita ad acquisire autorevolezza e prestigio in campo internazionale ed è apparsa sempre del tutto spiazzata di fronte alle emergenze sanitarie che hanno colpito l’Europa in questi anni. Considerando gli aspetti di sanità pubblica e quelli economico commerciali legati alla sicurezza degli alimenti, gli stati europei ed in particolare l’Italia che ospita questa agenzia, devono chiedere conto al direttore dell’EFSA ed ai suoi dirigenti dell’attività svolta fino ad ora ed operare le necessarie verifiche per valutare la competenza dei funzionari e la strategia operativa che l’agenzia si è data. (Walter Pasini Direttore Centro di Travel Medicine and Global Health)

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Mortalità infantile

Posted by fidest press agency su martedì, 26 ottobre 2010

Dagli italiani 1.200.000 euro in 15 giorni ad Every One, la Campagna di Save the Children per dire basta alla morte di 8.1 milioni di bambini ogni anno Il 95% degli italiani disposto a rinunciare a qualcosa per la vita di un bambino, secondo un sondaggio condotto dall’istituto di MannheimerISP/o per Save the Children. Fino al 7 novembre possibile sostenere Every One con l’sms 45503 e il palloncino rosso “Save Me” in vendita nei negozi OVS industry.Tra le prossime iniziative le partite del Palloncino Rosso dell’ACF Fiorentina e il sostegno della Lega di Serie A, con le partite in calendario il 29, 30 e 31ottobre. Da oggi in rete su Facebook il gioco “Save me game”
“Oltre ad un buon grado di consapevolezza che va sicuramente consolidato con l’impegno diretto di istituzioni e organizzazioni, abbiamo registrato fra gli italiani una grande sensibilità verso il tema della mortalità infantile,” sottolinea Valerio Neri. Dopo la settimana Rai, le prossime iniziative di Every One Continua fino al 7 novembre il mese di mobilitazione e raccolta fondi per Every One, a fianco della quale si sono mossi – oltre a centinaia di migliaia di singole persone e volontari – anche numerose aziende, un folto gruppo di testimonial, del mondo dello spettacolo, sport, musica e partner media. Con in prima fila la Rai.
E da oggi fino al 7 novembre a fianco di Every One c’è anche La7 e Sky che promuoveranno la campagna nei loro programmi e contenitori televisivi; dal 25 al 31 ottobre Radio Deejay darà vita a una vera e propria maratona; dal 31 ottobre al 6 novembre – con il Patrocinio di Mediafriends –  le reti Mediaset promuoveranno la Campagna di Save the Children e l’sms solidale. Sul versante delle aziende continua fino al 7 novembre il forte sostegno di OVS industry ad Every One: più di 40.000 clienti dei 430 negozi presenti in tutta Italia hanno risposto con generosità all’invito per una donazione di 5 euro a fine spesa presso le casse ricevendo in cambio la Donor Card Save the Children e un palloncino rosso Save Me. L’ACF Fiorentina sarà impegnata con il suo pubblico di sostenitori nelle partite del Palloncino Rosso previste per i prossimi 3 turni casalinghi di Campionato e Coppa Italia in calendario il 23/10 con il Bari, il 26/10 con l’Empoli e il 7/11 con il Chievo. Il numero solidale 45503 sarà il grande protagonista di una gara di generosità che vedrà coinvolto l’intero stadio Artemio Franchi e tutto il pubblico a casa. Anche la Lega Serie A sarà al fianco della campagna Every One di Save the Children in occasione delle partite del Campionato di calcio previste il 29, 30 e 31 ottobre con il coinvolgimento dei bambini mascotte e delle squadre in campo per la promozione delle donazioni al numero solidale 45503. (www.savethechildren.it/savemegame)

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Mortalità infantile

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2010

Roma 6 ottobre p.v. presso la sala della Protomoteca del Comune di Roma in Piazza del Campidoglio alle 9.30 si terrà il rilancio ufficiale di EVERY ONE, la Campagna globale di Save the Children per dire basta alla mortalità infantile giunta al suo secondo anno di attività. Nel mondo ogni anno oltre 8 milioni di bambini continuano a morire prima di aver compiuto 5 anni, circa 1 ogni 4 secondi, la maggior parte per cause facilmente prevenibili e curabili. Per questo Save the Children rilancia con Every One il suo impegno concreto per salvare 2.500.000 bambini entro il 2015 contribuendo  al raggiungimento del 4° Obiettivo di Sviluppo del Millennio, che prevede la riduzione di 2/3 della mortalità infantile sotto i 5 anni entro quella data. I risultati del primo anno di attività di Every One e gli obiettivi del secondo anno della campagna, insieme ad un rapporto sulla situazione della mortalità infantile e della malnutrizione nel mondo, verranno presentati in una conferenza internazionale con rappresentanti istituzionali ed esperti. Nel corso della conferenza avrà luogo un evento dimostrativo simbolico che coinvolgerà oltre cento bambini delle scuole romane, i calciatori della squadra della Fiorentina e altri testimonial del mondo della TV, del cinema e dello sport impegnati nel sostegno della campagna Every One di Save the Children.

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La mortalità infantile nel mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 19 settembre 2010

Nuove stime ONU presentate oggi dall’UNICEF mostrano progressi nei tassi di mortalità infantile: secondo questi dati, a livello mondiale, il numero totale di morti tra i bambini sotto i cinque anni è sceso da 12,4 milioni del 1990 a 8,1 milioni nel 2009. Dal 1990 il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è diminuito di un terzo: da 89 decessi ogni 1000 nati vivi nel 1990 a 60 nel 2009.   La buona notizia è che, rispetto al 1990, ogni giorno in tutto il mondo muoiono 12.000 bambini in meno. Tuttavia, la tragedia delle morti infantili prevenibili continua: circa 22.000 bambini sotto i cinque anni continuano a morire ogni giorno e il 70% di queste morti si verificano nel primo anno di vita del bambino.  La mortalità infantile sotto i 5 anni è sempre più concentrata in pochi paesi. Circa la metà dei decessi dei bambini sotto i 5 anni a livello mondiale nel 2009 si è verificato in soli cinque paesi: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina.  I più alti tassi di mortalità infantile rimangano nell’Africa Sub-sahariana, dove 1 bambino su otto muore prima dei cinque anni –un evento 20 volte più frequente rispetto alla media di 1 su 167 delle regioni sviluppate. L’Asia meridionale ha il secondo tasso più alto, con 1 bambino su 14 che muore prima dei cinque anni.  Sebbene il calo nei tassi di mortalità infantile sia stato decisamente più netto negli anni 2000-2009 rispetto al decennio precedente, la diminuzione non avviene ancora al ritmo necessario – soprattutto in Africa Sub-sahariana, Asia meridionale e Oceania – per raggiungere il 4° Obiettivo di Sviluppo del Millennio, che prevede per il 2015 un declino di due terzi della mortalità rispetto al livello del 1990. Le nuove stime sono state pubblicate nel rapporto 2010 “Levels & Trends in Child Mortality”, realizzato dall’IGME-UN Inter-Agency Group for Child Mortality Estimation e in uno speciale editorale su The Lancet. Le stime sono state elaborate grazie al lavoro di alcune organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite che formano l’IGME, con la supervisione di esperti indipendenti provenienti da istituzioni accademiche.

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Girovita e mortalità per gli over-49

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 settembre 2010

Nuovi dati enfatizzano l’importanza del valore del girovita (Wc) come fattore di rischio di mortalità nella popolazione anziana, indipendentemente dall’indice di massa corporea (Bmi). Lo studio, firmato da Eric Jacobs e collaboratori sotto l’egida dell’Epidemiology research program dell’American cancer society (Atlanta), ha esaminato l’associazione tra Wc e mortalità in 48.500 uomini e 56.343 donne, con un’età di almeno 50 anni, inclusi nel Cancer prevention study II nutrition cohort. Dopo aggiustamento per il Bmi e altri fattori di rischio, è emersa un’associazione tra livelli molto alti di Wc e un aumento di circa due volte del rischio di mortalità tra gli uomini (rischio relativo = 2,02) e tra le donne (rischio relativo = 2,36). L’associazione tra Wc e mortalità si è confermata in tutte le categorie di Bmi. Negli uomini, un incremento di 10 centimetri di Wc ha comportato un rischio relativo pari a 1,16, 1,18 e 1,21 rispettivamente nelle categorie di Bmi normale (da 18,5 a <25), indicativo di sovrappeso (da 25 a <30) e indicativo di obesità (> o = 30). Nelle donne, invece, i corrispondenti rischi relativi si sono attestati su 1,25, 1,15 e 1,13. Arch Intern Med, 2010; 170(15):1293-301

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Sopravvivenza infantile

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2010

Ogni anno 10,5 milioni di bambini muoiono prima del 5° anno di vita: oltre 29.000 al giorno. La maggior parte di queste morti sono prevenibili. La  polmonite, rivela un nuovo rapporto presentato oggi da UNICEF e OMS, risulta la principale causa di mortalità infantile sotto i 5 anni: oltre 2 milioni di bambini ogni anno, più di quanti ne muoiono a causa di AIDS, malaria e morbillo messi insieme. Sulla lotta alla mortalità infantile, occorre accrescere la conoscenza delle tematiche correlate e promuovere gli interventi per ridurre la mortalità infantile di 2/3 entro il 2015, in linea con il 4° Obiettivo di sviluppo del millennio. In vista del termine ultimo del 2015, appare chiaro che il 4° Obiettivo di sviluppo del millennio non sarà raggiunto se la comunità internazionale non mobiliterà le risorse economiche e la volontà politica necessarie a promuovere la sopravvivenza infantile. Il fallimento non è inevitabile; l’obiettivo può essere raggiunto se ci sarà la necessaria volontà. “Sappiamo cosa deve essere fatto in tal senso”, rileva l’UNICEF, L’indagine UNICEF prende in considerazione i 60 paesi in cui si registra, a livello globale, il 94% dei decessi infantili: la maggioranza di questi paesi non ha compiuto progressi significativi, mentre 14 paesi registrano, tra il 1994 e il 2009, un aumento dei tassi di mortalità infantile. In ogni modo, l’indagine rileva anche segnali positivi, con 7 paesi – Bangladesh, Brasile, Egitto, Indonesia, Messico, Nepal e Filippine – che si avviano a raggiungere, entro il 2015, il traguardo del 4° Obiettivo di sviluppo del millennio. La mortalità infantile va affrontata nel quadro di “un’assistenza costante” alla salute materna, neo natale e infantile, e con riferimento ad alcune delle principali cause di mortalità infantile, come la malnutrizione, la malaria e l’HIV/AIDS. Il convegno odierno esamina le soluzioni possibili – ad esempio l’approccio denominato Iniziativa accelerata per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’infanzia, che sta contribuendo a ridurre la mortalità infantile in alcune parti dell’Africa occidentale – per diffondere su scala globale gli interventi sanitari di provata efficacia.

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Mortalità per ca prostatico dimezzata da Psa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 luglio 2010

Nell’arco di 14 anni, grazie allo screening del Psa (prostate-specific antigen), è stato possibile abbattere di quasi la metà la mortalità per cancro prostatico. Il risultato, scaturito dall’esperienza di Göteborg, si affianca all’osservazione di un rischio sostanziale di sovra-diagnosi e di un alto numero di persone da trattare, simile a quello dei programmi di screening per il cancro mammario. Il beneficio della strategia, comunque, è confrontabile con altri programmi di screening oncologici. Lo studio di popolazione svedese, firmato da Jonas Hugosson dell’Accademia Sahlgrenska dell’Università di Göteborg, e collaboratori, ha previsto la randomizzazione, nel 1994, di uomini nati tra il 1930 e il 1944 in un gruppo avviato a screening del Psa ogni due anni e in un gruppo di controllo non invitato allo screening. Dei 9.952 soggetti randomizzati per lo screening, 7.578 si sono sottoposti alla misurazione del Psa almeno una volta. Durante un follow-up mediano di 14 anni, la diagnosi di cancro prostatico è stata posta in 1.138 uomini del gruppo screenato (incidenza cumulativa 12,7%) e in 718 persone del gruppo di controllo (8,2%), per una hazard ratio pari a 1,64. Al quattordicesimo anno, la riduzione del rischio assoluto di morte per cancro della prostata si è attestata sullo 0,40% (dallo 0,90% nel gruppo di controllo allo 0,50% nel gruppo sottoposto a screening). Il rapporto tra tassi (rate ratio) di morte per tumore prostatico, rispetto al gruppo di controllo, era pari a 0,56 e 0,44 rispettivamente nel gruppo screening e in coloro che si sono effettivamente sottoposti al test. In totale, per prevenire una morte per cancro prostatico, è stato necessario invitare allo screening 293 uomini e porre 12 diagnosi. (fonte doctor news)

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Ridurre la mortalità materna

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 giugno 2010

A 350 milioni di donne nel mondo viene negata la possibilità di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi. I risultati? È a rischio la loro salute ma non solo, anche il benessere e l’autonomia. Il livello di allerta è alto, si stima che le complicazioni legate alla gravidanza costino la vita ogni anno a circa 350.000 donne e che 14 milioni di adolescenti partoriscano ogni anno, il 90% nei paesi in via di sviluppo. Per loro il rischio di decesso è doppio rispetto alle adulte. La soluzione esiste: “serve un impegno condiviso da parte dei singoli Stati per creare servizi di pianificazione familiare di qualità, economicamente sostenibili, accettabili e accessibili a tutti coloro che li necessitano e li desiderano”. Lo affermano cinque fra le più autorevoli associazioni italiane che chiedono al Presidente Berlusconi, in partenza per il G8 di Huntsville, di farsi portavoce perché “la riduzione della mortalità materno infantile diventi una priorità per i governi”. Firmatari dell’appello sono AIDOS, Amnesty International, Partnership for Maternal, Newborn and Child Health, Save the Children e la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO). La lettera, indirizzata anche al Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini, sottolinea come l’obiettivo di sviluppo del millennio sulla salute materna (Osm 5) rimanga il più sottovalutato. “L’accesso universale a informazioni e servizi completi sulla salute sessuale e riproduttiva è fondamentale – dicono le associazioni -. Un approccio globale, che comprenda l’accesso alla pianificazione familiare e alla contraccezione è quindi cruciale per affrontare il problema della mortalità e della morbilità materne. In questo contesto – aggiungono – sollecitiamo il Governo italiano e tutti gli stati membri del G8 a includere la pianificazione familiare e la contraccezione nell’ordine del giorno del Vertice. In occasione del recente Forum economico mondiale di Davos, il Governo del Canada ha infatti annunciato che vi sarà un punto in discussione relativo alla salute materno-infantile. Ma non è stato ancora chiarito se si affronterà anche nello specifico  il tema della pianificazione familiare.

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Tromboembolismo venoso

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 maggio 2010

Roma 14 maggio alle ore 15 a Roma  presso l’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina uno studio finalizzato alla definizione di protocolli condivisi per la prevenzione  del rischio di tromboembolismo venoso. La trombosi venosa profonda degli arti inferiori e l’embolia polmonare, per la loro frequenza e per il possibile esito infausto, sono condizioni che coinvolgono costantemente i Dipartimenti di Medicina Interna e d’Urgenza, ma spesso non sono tempestivamente sospettate per cui oltre alla sottostima della loro reale incidenza si viene a determinare una diagnosi tardiva, con conseguenze negative sulla morbilità e sulla mortalità.  Mentre esistono delle chiare e definite linee guida nella prevenzione del rischio TEV nel paziente chirurgico ed ortopedico, nel caso del paziente medico, le linee guida non sono univoche e spesso la prevenzione è legata alla percezione del singolo medico piuttosto che alla adesione ad un determinato protocollo.  Il Dipartimento delle Discipline Mediche dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina, diretto dal prof. Filippo Alegiani, è il  Centro coordinatore dello “studio osservazionale sulla percezione del rischio di tromboembolismo venoso (TEV) nei Reparti di Medicina Interna e d’Urgenza della Regione Lazio”.  Lo studio è  stato proposto dall’AMEC, Associazione (Scientifica) per la terapia delle Malattie Metaboliche e Cardiovascolari che opera nel territorio nazionale,  di cui il dott. Giovanni Maria Vincentelli, responsabile dell’Unità Operativa di Breve Osservazione dell’Ospedale, è coordinatore per il Lazio.

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Mortalità materna globale in declino

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2010

A partire dal 1980 la mortalità materna si è ridotta sensibilmente in tutto il mondo. Al punto che la riduzione del 75% del tasso di mortalità materna (Mmr) entro il 2015 appare oggi un obiettivo più concretamente realizzabile. La buona notizia è documentata dall’analisi sistematica dei dati raccolti in 181 paesi nell’ambito del Millennium develpment goal 5. Gli autori della pubblicazione, coordinata da Margaret C Hogan, University of Washington, Seattle, e collaboratori, attestano 342.900 decessi nel 2008 (281.500 senza contare le donne decedute per Hiv) contro i 526.300 registrati nel 1980: nello stesso periodo l’Mmr è passato da 422 a 320 e si sostanzia nel 2008 in 251 morti materne per 100mila nati vivi. Il tasso di declino annuale delle morti dal 1990 è pari a 1,3%. Esiste naturalmente una notevole variabilità nella riduzione di Mmr a seconda dei paesi considerati: alcuni, come le Maldive hanno visto una riduzione dell’8,8% dal 1990, altri, come lo Zimbabwe, un aumento pari al 5,5%. Più della metà dei decessi si registra in soli sei paesi: India, Nigeria, Pakistan, Afghanistan, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo. In generale, comunque, gli autori, pur registrando che solo 23 paesi soddisfano i criteri necessari per raggiungere l’obiettivo prefisso sulla mortalità materna, si dicono ottimisti per il futuro. Altri paesi, infatti, classicamente colpiti da un’elevata mortalità infantile e materna, hanno ottenuto buoni risultati e in tempi rapidi. Tra questi, Egitto, Cina, Ecuador e Bolivia. (fonte doctor news) The Lancet, Early Online Publication, 12 aprile 2010

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Rapporto tra ipotiroidismo, diabete e mortalità Cv

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 marzo 2010

L’ipotiroidismo subclinico (Is) è stato associato a una maggiore prevalenza di malattia cardiovascolare ed è di riscontro comune in pazienti con diabete di tipo 2 (Dm). Per indagare la veridicità di questi dati clinici, è stata condotta un’ampia analisi retrospettiva su 6.540 soggetti, di cui 472 affetti da Dm e con un aumentato livello di Tsh, paragonati con 472 soggetti di pari età con Dm e normali valori di Tsh. La relazione tra Is e mortalità cardiovascolare è stata effettuata mediante regressione logistica. Si sono registrati 222 nuovi eventi cardiovascolari nei pazienti con Is rispetto a 246 eventi in pazienti senza. E si sono avuti 96 morti da tutte le cause nei pazienti con Is rispetto a 155 in quelli senza. Non si è avuta alcuna relazione tra il valore di Tsh iniziale e la mortalità cardiovascolare. Nel complesso, i pazienti con Is e Dm non avevano una mortalità cardiovascolare accresciuta rispetto ai pazienti con Dm senza Is. Inaspettatamente, si è avuta una riduzione significativa della mortalità da ogni causa nei pazienti con Is e Dm. Questi dati sono in accordo con studi che mostrano che individui anziani con più alti livelli di Tsh hanno dimostrato una vita prolungata. In conclusione, l’Is può avere un effetto protettivo sulla mortalità non-cardiovascolare nel Dm. Diabetes care, 2010;33(3):e37 (fonte doctor news)

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Tumore alla Prostata

Posted by fidest press agency su domenica, 7 marzo 2010

12-19 marzo 2010 Settimana di Prevenzione del Tumore alla Prostata. I tumori causano circa 170 mila decessi l’anno in Italia, il 30% del totale, e sono la seconda causa di morte in assoluto, la prima per adulti e anziani. Ma secondo dati del Piano oncologico nazionale del Ministero della Salute, nell’ultimo decennio la mortalità per cancro è diminuita, grazie ai progressi delle cure ma anche alle campagne di prevenzione e di informazione a favore di una migliore alimentazione e di un corretto stile di vita. La World Foundation of Urology, da anni impegnata in campagne informative di prevenzione, ha promosso anche quest’anno la Settimana di Prevenzione del Tumore alla Prostata, giunta alla quarta edizione e mirata a contrastare la diffusione della prima malattia tumorale che colpisce gli uomini, con circa 37 mila nuovi casi l’anno, quasi alla pari con i 38 mila casi di tumore alla mammella tipico della popolazione femminile. Ma il principale fattore in grado di influenzare la crescita e la progressione del tumore alla prostata è l’alimentazione. Il Licopene, un micronutriente contenuto negli ortaggi ed in maggior misura nei pomodori, presenta un forte effetto antiossidante, quindi preventivo contro l’insorgenza di questo tipo di tumore in particolare, tanto che è allo studio in Italia la produzione di ortaggi con contenuti di licopene e altre sostanze antiossidanti molto superiori ai livelli attuali. Note sono anche le virtù antitumorali di alimenti quali l’aglio, il thè verde, il melograno, il cui inserimento nella dieta, insieme a una costante attività fisica, può contribuire a ridurre l’insorgenza e a cambiare il decorso del tumore alla prostata.  Hanno deciso di sostenere la Settimana di Prevenzione del Tumore alla Prostata offrendo il loro patrocinio istituzioni ed enti quali il Parlamento Europeo, la Fao, l’Unesco, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Salute, la Presidenza della Conferenza Stato-Regioni e Province autonome,  Unipax, l’Anci, Croce Rossa Italiana, la Fondazione Enpam. http://www.prevenzionetumoreprostata.it.
La World Foundation of Urology è stata costituita nel 2001 ed è presente in Italia come Organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus). La Fondazione, presieduta dal professor Mauro Dimitri e composta da 1.286 urologi presenti in Europa, Stati Uniti, America del Sud e Giappone, interviene in tre settori fondamentali: la formazione, la ricerca e l’informazione per il pubblico.  Le Commissioni Scientifiche della Fondazione sono 10: oncologia urologica, chirurgia urologica ricostruttiva, endourologia, laparoscopia, andrologia (impotenza, infertilità), urologia ginecologica / incontinenza, urologia pediatrica, urodinamica-neurologia, nuove tecnologie / realtà virtuale / robotica e  videourologia.

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Influenza A. Previsioni sballate e spese inutili

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2009

Tra 8 e 12 milioni di malati e 10-15 mila morti in Italia. Sono questi gli scenari delineati dagli epidemiologi durante un incontro sulla prevenzione dell’influenza  A, provocata dal virus A (H1N1), nel settembre scorso a Praga, cioè  circa 2 mesi fa. I dati attuali sono di 752.000 malati e 66 morti. La percentuale di mortalità è dello 0,0029% che, statisticamente, è  irrilevante. Per la classica influenza stagionale lo scorso anno ci sono stati 8.000 morti su 4 milioni di casi, cioe’ lo 0,2%. Le persone vaccinate sono state 167.680 con 3 milioni di vaccini distribuiti e ne sono disponibili per 24 milioni di italiani. La spesa è stata di 184,8 milioni di euro più 2,5 milioni per la campagna “informativa”. Previsioni sballate e soldi buttati visto che il picco dell’influenza A, probabilmente, si avrà a dicembre e buona parte dei vaccini sarà inutilizzata. Soldi pubblici, cioè del contribuente. Ma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non aveva detto che non voleva mettere le mani nelle tasche degli italiani? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Fazio, H1N1 20 volte meno mortale di virus stagionale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 novembre 2009

L’influenza A è un’influenza pandemica. Preoccupa come ogni epidemia, ma non deve allarmare anche perché “abbiamo una mortalità bassissima, pari a un ventesimo rispetto all’influenza stagionale”. Lo afferma il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio, intervistato da Maurizio Belpietro nella rubrica ‘La telefonata’ durante la trasmissione ‘Mattino 5′. “I morti ci sono – dice Fazio – ci sono da noi, ma molto di più in altri Paesi”, ribadisce. Mentre l’Italia conta oggi 18 decessi (compreso l’ultimo registrato a Salerno), di cui 9 in Campania, “i morti sono 44 in Francia, 137 in Inghilterra e 63 in Spagna”, elenca. Purtroppo a volte muoiono “donne incinte e bambini. Questo è sicuramente preoccupante – ammette il viceministro – Anche se l’Italia ha avuto meno decessi rispetto agli altri Paesi”, e anche se la mortalità legata al virus H1N1 è inferiore a quella della classica influenza invernale, si tratta pur sempre di un’influenza pandemica, sottolinea. “E’ inutile ‘inseguire’ decesso dopo decesso”, aggiunge Fazio. E soprattutto “non andiamo a intasare gli ospedali, se no finisce che tutto va peggio”, ribadisce rilanciando l’appello a rivolgersi in prima battuta ai medici di famiglia. L’influenza A, conferma ancora il viceministro, “normalmente non dà sintomi importanti. Li dà in una ristretta percentuale di pazienti: le categorie a rischio che vanno vaccinate”, bimbi malati compresi. Le forme gravi in persone senza malattie pregresse, ricorda, sono da imputare a “una reazione immunitaria eccessiva”. Questa provoca “una scarica di citochine”, sostanze infiammatorie responsabili di “una polmonite interstiziale che può essere grave”. Quanto ai bambini, precisa Fazio, si ammalano di più perché vivono in comunità e non hanno difese specifiche, ma “non sono più a rischio” di complicanze. Non è detto, insomma, che se si ammalano lo facciano in modo per forza grave.

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Influenza A (H1N1) e insufficienze Asl

Posted by fidest press agency su sabato, 31 ottobre 2009

11 morti su 230mila contagiati dal virus A (H1N1). La mortalità provocata da questa influenza è dello 0,005%. Statisticamente irrilevante. Eppure continua l’allarme mediatico sollecitato da agitate dichiarazioni del vice ministro alla Salute, Ferruccio Fazio, il cui compito dovrebbe essere quello di fornire pacate e documentate informazioni. I “Pronto Soccorso” degli ospedali sono intasati da persone che hanno la febbre alta, cioè di persone che ritengono di aver contratto il virus A, il che e’ comprensibile visto il tipo di informazione che circola e soprattutto vista la difficolta’ di rivolgersi al proprio medico di base, che un tempo si chiamava medico di famiglia e che la mattina girava per le case dei propri assistiti e il pomeriggio riceveva nel proprio studio. Invece, tutti finiscono per rivolgersi ai “Pronto  Soccorso”. Cosa deve fare un genitore che ha il figlio con 39 gradi di febbre e non riesce a farlo visitare dal medico di base? Ricorre all’ospedale, che dovrebbe avere altre priorita’! La prima griglia per evitare gli intasamenti sono proprio i medici di base che dovrebbero tornare a fare esclusivamente i medici di famiglia: la mattina le visite in casa e il pomeriggio nel proprio studio. D’altronde i medici di base percepiscono uno stipendio fisso: 38 euro ad assistito che moltiplicato per 1.500 pazienti fa 57.000 euro l’anno. Certo i pazienti possono variare di numero e di conseguenza anche lo stipendio ma non c’e’ nessun obbligo a fare il medico di base. E’ una scelta con relativi impegni e “disimpegni”. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Defibrillatore precoce non riduce la mortalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 ottobre 2009

L’impianto precoce di defibrillatori cardiaci in pazienti colpiti da infarto acuto del miocardio non riduce l’incidenza di mortalità. È quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente su New England Journal of Medicine, che ha analizzato l’efficacia di defibrillatori cardiaci impiantati entro 40 giorni dall’episodio cardiaco, contrariamente a quanto previsto dalle attuali linee guida. Sono stati selezionati 898 pazienti colpiti da infarto miocardico con ridotta frazione d’eiezione ventricolare sinistra (=40%); frequenza cardiaca pari o superiore a 90 battiti al minuto; tachicardia ventricolare non sostenuta (=150 battiti/min). Dopo 37 mesi di follow-up, non è emersa alcuna riduzione del tasso di mortalità generale nei partecipanti che hanno ricevuto defibrillatori cardiaci impiantabili (Icd) rispetto a quelli sottoposti soltanto a terapie farmacologiche (hazard ratio=1,04). Sebbene sia stato osservato un numero inferiore di decessi cardiaci improvvisi nel gruppo Icd rispetto a quello farmacologico (27 vs 60; hazard ratio=0,55) l’incidenza di morte cardiaca non improvvisa è risultata più elevata con gli Icd (68 vs 39; hazard ratio=1,92). (L.A.)

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Salute, Save the Children

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2009

Roma 5 ottobre p.v. presso la Provincia, Palazzo Valentini,Via IV Novembre, 119/A alle ore 11.30 si terrà il lancio ufficiale di EVERY ONE, la nuova Campagna globale di Save the Children per contribuire alla riduzione della mortalità infantile. Save the Children – nata 90 anni fa proprio per soccorrere le centinaia di migliaia di bambini malnutriti, e terribilmente provati, a causa del secondo conflitto mondiale –  ha deciso di dire basta alla morte insensata, paradossale di milioni di bambini, e di contribuire concretamente al raggiungimento del 4° Obiettivo del Millennio, che prevede la riduzione di 2/3 entro il 2015 della mortalità infantile sotto i 5 anni. Il lancio della Campagna si aprirà con un evento dimostrativo che coinvolgerà una ottantina di bambini di V elementare di Roma nel cortile di Palazzo Valentini. Seguirà una conferenza stampa nel corso della quale saranno illustrati i contenuti e gli obiettivi della Campagna e sarà presentato un rapporto sulla mortalità infantile.

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