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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘morte’

Nel 2018 sei persone al giorno sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 febbraio 2019

I rifugiati e i migranti che hanno tentato di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo nel 2018 hanno perso la vita a un ritmo allarmante, mentre i tagli alle operazioni di ricerca e soccorso hanno consolidato la posizione di questa rotta marittima come la più letale al mondo. Secondo l’ultimo rapporto ‘Viaggi Disperati’, pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in media sei persone hanno perso la vita nel Mediterraneo ogni giorno.Si stima che 2.275 persone sarebbero morte o disperse durante la traversata del Mediterraneo nel 2018, nonostante un calo considerevole del numero di quanti hanno raggiunto le coste europee. In totale, sono arrivati 139.300 rifugiati e migranti in Europa, il numero più basso degli ultimi cinque anni. “Salvare vite in mare non costituisce una scelta, né rappresenta una questione politica, ma un imperativo primordiale”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Possiamo porre fine a queste tragedie solo trovando il coraggio e la capacità di vedere aldilà della prossima imbarcazione, e adottando un approccio a lungo termine basato sulla cooperazione regionale, che dia priorità alla vita e alla dignità di ogni essere umano”.Il rapporto descrive come un cambio delle politiche adottate da alcuni Stati europei abbia portato al verificarsi di numerosi incidenti in cui un numero elevato di persone è rimasto in mare alla deriva per giorni, in attesa dell’autorizzazione a sbarcare. La navi delle ONG e i membri degli equipaggi hanno subìto crescenti restrizioni alle possibilità di effettuare operazioni di ricerca e soccorso. Lungo le rotte dalla Libia all’Europa, una persona ogni 14 arrivate in Europa ha perso la vita in mare, un’impennata vertiginosa rispetto ai livelli del 2017. Altre migliaia di persone sono state ricondotte in Libia, dove hanno dovuto affrontare condizioni terribili nei centri di detenzione. Per molti, approdare in Europa ha rappresentato la fase finale di un viaggio da incubo durante il quale sono stati esposti a torture, stupri e aggressioni sessuali, e alla minaccia di essere rapiti e sequestrati a scopo d’estorsione. Gli Stati devono agire con urgenza per scardinare le reti dei trafficanti di esseri umani e consegnare alla giustizia i responsabili di tali crimini. Tuttavia, nuovi semi di speranza sono germogliati in alcuni contesti. Nonostante lo stallo politico rispetto all’avanzamento di un approccio regionale ai soccorsi in mare e alle operazioni di sbarco, come auspicato dall’UNHCR e dall’OIM nel giugno scorso, diversi Stati hanno assunto l’impegno di ricollocare le persone soccorse nel Mediterraneo centrale, una potenziale base per una soluzione prevedibile e duratura. Gli Stati hanno, inoltre, promesso migliaia di posti destinati al reinsediamento per permettere l’evacuazione dei rifugiati dalla Libia.Il rapporto rivela, inoltre, i cambiamenti significativi nelle rotte seguite dai rifugiati e dai migranti. Per la prima volta in anni recenti, la Spagna è divenuta il principale punto d’ingresso in Europa con circa 8.000 persone arrivate via terra (attraverso le enclavi di Ceuta e Melilla) e altre 54.800 arrivate in seguito alla pericolosa traversata del Mediterraneo occidentale. Ne è conseguito che il bilancio delle vittime nel Mediterraneo occidentale è quasi quadruplicato, da 202 decessi nel 2017 a 777 lo scorso anno. Circa 23.400 rifugiati e migranti sono arrivati in Italia nel 2018, un numero cinque volte inferiore rispetto all’anno precedente. La Grecia ha, invece, accolto un numero simile di arrivi via mare, circa 32.500 persone rispetto alle 30.000 del 2017, ma ha registrato un numero quasi tre volte superiore di persone giunte attraverso il confine terrestre con la Turchia. Altrove in Europa, si sono registrati circa 24.000 rifugiati e migranti arrivati in Bosnia-Erzegovina, in transito attraverso i Balcani occidentali. A Cipro sono arrivate diverse imbarcazioni di siriani salpate dal Libano, mentre un numero limitato di persone ha tentato di raggiungere il Regno Unito via mare dalla Francia verso la fine dell’anno.

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“I nati pretermine, in particolare se estremamente prematuri, rischiano la vita ogni minuto”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 gennaio 2019

“In Italia, tuttavia, il tasso di mortalità per quelli di peso inferiore a 1500 grammi è tra i più bassi al mondo. Nel nostro paese gli ultimi dati disponibili evidenziano, infatti, una mortalità dell’11,3% rispetto al 14,3% delle più importanti Terapie Intensive Neonatali (TIN) del mondo (dati forniti dal Vermont Oxford Network) e continua a diminuire, grazie all’elevatissimo livello di assistenza raggiunto dalle nostre TIN.
Tuttavia, la fragilità di questi neonati e le tante variabili che, sin dalla gravidanza, ne possono condizionare la prognosi, identificano la prematurità come una malattia grave. La sopravvivenza di ogni bambino nato prematuro è un successo che non si deve dare per scontato e le tragiche complicazioni sono possibili anche quando le cose sembrano migliorare, come è accaduto nel caso del piccolo Marco a Brescia.”
Il Presidente della Società Italiana di Neonatologia, Fabio Mosca, interviene sul caso dei neonati deceduti nei giorni scorsi agli Spedali Civili di Brescia, a causa di sepsi ed enterocolite necrotizzante, due tra le patologie più temibili per i neonati prematuri. Si attendono con fiducia gli esiti delle indagini del Ministero della Salute, attualmente in corso, per decretare in modo definitivo ed ufficiale i motivi dei decessi.Nel mondo le complicazioni legate alla prematurità sono la principale causa di morte dei bambini di età inferiore ai 5 anni (dati OMS) e il 40% dei circa tre milioni di decessi/anno in epoca neonatale è dovuto ad infezioni.I neonati prematuri sono biologicamente suscettibili alle infezioni perché l’immaturità del loro sistema immunitario, dovuta alla precoce interruzione della gravidanza, li rende vulnerabili all’attacco di batteri e virus, anche di quelli considerati innocui per gli adulti. Più il neonato è prematuro e più risulta esposto alle infezioni, anche per il mancato trasferimento di fattori protettivi dalla mamma al feto, in particolare immunoglobine, che si verifica soprattutto nelle ultime settimane di gestazione.
Inoltre il neonato pretermine ha la necessità di procedure invasive, indispensabili per poter sopperire all’immaturità delle sue funzioni vitali, prime fra tutte quella gastro-intestinale e quella respiratoria (cateteri intravascolari, ventilazione meccanica, drenaggi), che ne garantiscono la sopravvivenza, ma che costituiscono ulteriori inevitabili fattori di rischio per le infezioni.La Società Italiana di Neonatologia esprime la sua vicinanza soprattutto ai genitori, ma anche ai medici e agli infermieri che si sono presi cura dei piccoli pazienti deceduti, perché conosce bene il dolore profondo che si prova quando, nonostante tutte le cure messe in atto, l’evoluzione della “malattia prematurità” non è favorevole.“Quando i genitori ci affidano i loro bambini li curiamo come fossero nostri figli, garantendo loro la massima attenzione e professionalità, perché consideriamo il benessere di ogni neonato e la sopravvivenza dei prematuri la prima ragione del nostro essere medici. Se vogliamo veramente mettere il neonato al centro del futuro” conclude Mosca, “dobbiamo innanzitutto mirare a ridurre le cause della prematurità e continuare a migliorare l’assistenza con l’obiettivo di rendere questa popolazione sempre meno vulnerabile.”

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I detenuti che muoiono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza. A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato? (Carmelo Musumeci)

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Il carcinoma polmonare è la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

I grandi passi avanti compiuti in termini di conoscenza dei meccanismi molecolari, di diagnostica e medicina personalizzata stanno progressivamente cambiando lo scenario del trattamento del carcinoma del polmone. Tuttavia, nonostante i clinici dispongano di terapie sempre più efficaci e di maggiori informazioni su come trattare le persone colpite da tumore polmonare, il principale obiettivo, quello di aumentare la sopravvivenza dei pazienti, fatica ad essere raggiunto: l’accesso alla diagnostica molecolare, alle terapie più innovative e all’assistenza è gravato infatti da forti disuguaglianze in tutti i Paesi europei, con una situazione più drammatica nell’Europa dell’Est.
In Italia, nonostante siano approvati e rimborsati i principali test diagnostici molecolari, ALK, EGFR, PD-L1 e ROS1, questi non sono effettivamente disponibili per tutti su tutto il territorio nazionale, con disomogeneità territoriali a livello regionale. Inoltre, il nostro Paese si è fatto spesso trovare indietro nell’adozione delle terapie innovative per il tumore al polmone, con tempi d’attesa medi di oltre 20 mesi tra l’approvazione EMA e la decisione di AIFA e un ritardo medio tra i 6 e i 12 mesi tra l’approvazione italiana e l’effettivo rimborso e uso sul territorio. Riunire le Associazioni dei pazienti e i clinici per un confronto sul problema delle disparità di accesso alle cure dei pazienti è una priorità alla quale risponde WALCE Onlus – Women Against Lung Cancer in Europe, che proprio per sensibilizzare i decisori politici a livello nazionale e locale, ha presentato oggi al Ministero della Salute i risultati del report LuCE 2018 – Lung Cancer Europe sulle disparità nell’accesso a diagnosi, terapie e assistenza. «La diagnosi tempestiva del tumore polmonare e l’accesso ai test molecolari per tipizzare la neoplasia sono due criticità importanti anche nel nostro Paese – dichiara Silvia Novello, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino, Responsabile SSD Oncologia Polmonare dell’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE Onlus – vi sono oggettivamente alcuni ostacoli responsabili delle disuguaglianze a livello nazionale. Intanto, la frammentazione regionale nei processi di approvazione e regolamentazione dei nuovi farmaci, che non semplifica le procedure e porta inevitabilmente a una disparità sul territorio nazionale: in questo, auspichiamo che la Conferenza Stato-Regioni possa intervenire per implementare i processi regolatori e far sì che il sistema di rimborso dei farmaci diventi univoco da Nord a Sud del Paese. Servirebbe, poi, centralizzare il sistema delle analisi riguardo i test molecolari, garantendo sia la presenza delle figure deputate ad essi all’interno delle strutture oncologiche sia la copertura nazionale dei test diagnostici». Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea ed è causa di un decesso per tumore su 5 a livello mondiale. Nel 2015 sono state registrate in Italia oltre 33.800 morti per tumore del polmone; nel 2018 si attendono nel nostro Paese 41.500 nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali oltre il 30% nel sesso femminile: il 10% di tutte le diagnosi di tumore a livello nazionale. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore polmonare in Italia è pari al 16%, in linea con gli altri Paesi europei; un dato molto basso, anche se condizionato negativamente dalla grande proporzione di pazienti diagnosticati in stadio avanzato.

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Libro: Morte di un giovane di belle speranze di Jessica Fellowes

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Londra, anni Venti. Bright Young Things è il soprannome dato dalla stampa scandalistica dell’epoca a un gruppo di giovani aristocratici bohémien famosi per le grandiose feste in maschera e le elaborate cacce al tesoro nella notte londinese.
Uno di questi giochi si svolge alla festa per il diciottesimo compleanno di Pamela Mitford, ma finisce in tragedia quando il crudele e carismatico Adrian Curtis viene ritrovato morto davanti alla cappella dei Mitford. La polizia identifica rapidamente l’assassino nella cameriera Dulcie. Dulcie si scoprirà infatti appartenere alla famigerata banda di ladre che da qualche tempo sta terrorizzando Londra: le temibili Forty Elephants, donne dure molto rispettate nella malavita.L’unica a non credere alla colpevolezza della ragazza è Louisa Cannon, dama di compagnia delle sorelle Mitford. Louisa crede che Dulcie sia innocente e, aiutata da Pamela e Nancy Mitford, decide di indagare sul caso…
Nello sfavillante seguito de L’assassinio di Florence Nightingale Shore Jessica Fellowes torna a parlare delle leggendarie sorelle Mitford, sullo sfondo della mitica Londra della Golden Age.Traduzione dall’inglese di Alessandro Zabini Euro 18,00 400 pagine EAN 9788854517424 Neri Pozza Editore.

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Le minacce di morte degli integralisti pachistani

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

“Le minacce di morte degli integralisti islamici pachistani nei confronti di Asia Bibi accendono i riflettori sulla più sanguinaria ed estesa discriminazione nel mondo: quella contro i cristiani. In Commissione Esteri alla Camera Fratelli d’Italia aveva chiesto un’indagine conoscitiva su questo fenomeno ma il M5S e la Lega hanno detto no in virtù di un laicismo ideologico e fuori dal tempo. Il presidente della Commissione Esteri Marta Grande e la maggioranza grilloleghista ci ripensino e abbiano il coraggio di affrontare questo tema perché in gioco ci sono la nostra identità e il futuro della nostra civiltà”. Lo dichiara Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia e capogruppo in commissione Affari esteri.

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Morte dell’ultimo sopravvissuto alla deportazione romana

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 ottobre 2018

La Comunità di Sant’Egidio si unisce al lutto della comunità ebraica di Roma per la morte dell’ultimo sopravvissuto alla deportazione romana del 16 ottobre 1943 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. “Con Lello Di Segni scompare un testimone fondamentale della Shoah e della memoria storica di Roma, perché il 16 ottobre resta una ferita indelebile per la nostra città, come abbiamo voluto riaffermare domenica scorsa alla marcia in ricordo della razzia del quartiere ebraico da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale”, ha dichiarato Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. “La sua morte – ha aggiunto – ci invita ad assumerci sempre più questa memoria e a trasmetterla alle giovani generazioni: aiuterà a costruire un futuro di pace contro ogni forma di antisemitismo, razzismo e discriminazione”.

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Il diniego della morte non è uguale in tutte le epoche e in tutte le latitudini

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

Sembra che il fine vita possa aver raggiunto un’espressione estrema in Occidente dall’Ottocento, con l’insorgere di due fenomeni tra i più indicativi della storia moderna: la rivoluzione industriale che dà all’uomo, nuovo Prometeo, l’impressione di poter prendere in mano il proprio destino; e la crisi dei valori, o dei fondamenti, valsi a dare un senso non effimero alla sua fragile esistenza.
“L’incertezza metafisica – osserva Todisco – per un verso, la grande speranza scientifica progressiva dall’altro, hanno portato gradualmente l’Occidente moderno e postmoderno ad assumere un atteggiamento apparentemente contraddittorio: da un lato il progetto di “sconfiggere” la morte e di raggiungere l’immortalità non nell’al di là ma nell’al di qua; dall’altro il nascondimento meticoloso del fenomeno della morte, la sua cancellazione, dalla scena pubblica e visibile, come testimonia, per esempio, la progressiva riduzione dei riti funebri, una volta solenni e partecipativi, ad atti sbrigativi e semiclandestini per sbarazzarsi al più presto dei “cari cadaveri”. “Non è un caso, a mio parere, che proprio il Paese all’avanguardia del rifiuto della morte è anche il più avanzato nella scienza e nella tecnica, quindi più impegnato nella guerra a morte”. L’American way of life, che per tutti i Paesi del mondo, compresi gli acerrimi nemici, costituisce il modello privilegiato di riferimento, è segnato dal rigetto radicale della morte, che si esprime in positivo nei ritrovati e nelle pratiche tese a prolungare la vita sempre più; e, in negativo, nella continua rimozione psichica del lutto. “En attendant” che la morte sia sconfitta in laboratorio, si fa finta che non ci sia.
Fra gli infiniti esempi di rapida negazione della morte è indicativo il finale di “Nashville”, il bel film di Altman, in cui una cantante di un complesso girovago, mentre si esibisce sopra un palco elettorale all’aperto, davanti ad una gran folla, è stesa dal colpo di pistola di un giovane attentatore confuso nella calca.
Qualche attimo di panico. Poi la “voce” della sventurata, che è trasportata esanime fuori della scena, occupa il suo posto e attacca imperterrita una trascinante canzone del repertorio sul leit-motiv “It don’t worry me” ed invita briosamente il pubblico a cantare con lei.
Il pubblico risponde e la tragedia finisce in una specie di tripudio corale ritmico esorcistico in cui ritorna il verso liberatore: “It don’t worry me” – ciò non mi riguarda – che tutti scandiscono in crescendo.
E’ un modo per mettere a fuoco due aspetti evidenti dell’evento della morte contemporanea: la sua “privatizzazione”, da una parte, e la sua “medicalizzazione” dall’altra.
Con ciò noi riduciamo la morte dal suo ambito pubblico e collettivo a un accadimento privato, condannato a consumarsi nell’emarginazione e nella solitudine. La morte, inoltre, è ridotta a malattia, per cui il morente è assegnato, nella divisione del lavoro, all’esperto, al “tanatologo”, che tratta il trapasso scientificamente, al di fuori delle emozioni, degli affetti del parentado, e senza le mediazioni rituali e sociali che servivano a “elaborare” il lutto, e a “portare i vivi a ricostruire simbolicamente la perdita nel loro animo.” Diventa, in tal guisa, una difesa collettiva nei confronti della morte. In un certo senso sono proprio i progressi della medicina ad accentuare il fenomeno della relegazione della morte fuori della vita familiare.
Negli U.S.A. l’83% dei decessi avviene in strutture ospedaliere, quando non in istituti specializzati, riservati solo a chi sta per lasciare il mondo: malati terminali. In questo modo la morte è ghettizzata, se ne fa un fenomeno a parte, sottratto alla vita quotidiana.
Nella società della produzione, dell’efficientismo, la morte è spogliata d’ogni sacralità, dignità, significato simbolico, degradata a mero inceppo meccanico. (Servizio Fidest)

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Le possibili cause sulla morte di Marchionne

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 agosto 2018

Osservando attentamente alcune fotografia del compianto Sergio Marchionne in occasione della sua ultima apparizione pubblica ad una manifestazione dei carabinieri a Roma, si possono osservare alcune alterazioni del suo volto che mi fanno pensare ad una sindrome di Pancoast, dal nome di un radiologo americano degli anni 20, che potrebbe derivare dalla infiltrazione di un tumore dell’estremità superiore del polmone nei confronti del plesso brachiale che è un insieme di nervi che si trova vicino alla spalla e che provoca, oltre ai dolori alla spalla e ai muscoli del braccio e della mano, anche un abbassamento della palpebra destra (cosiddetta ptosi), un restringimento della pupilla destra (cosiddetta miosi) e un bulbo oculare destro incavato (cosiddetto enoftalmo) che si possono evidenziare dalle fotografie in questione. Queste considerazioni fanno pensare ad un tumore del polmone, considerando “la grave malattia” di cui era affetto da oltre un anno, secondo le dichiarazioni dell’ospedale di Zurigo, e dai trattamenti a cui veniva sottoposto in questo periodo, sempre secondo le dichiarazioni dell’ospedale, e all’intervento chirurgico al quale era stato sottoposto nelle ultime settimane al quale è molto probabilmente seguita, come complicazione dell’intervento chirurgico, una embolia cerebrale o un problema cardiovascolare che possono verificarsi in un forte fumatore come il compianto Sergio Marchionne. Anche se è la prima volta che mi capita di formulare un sospetto diagnostico da una fotografia, è importante ricordare i danni che possono essere provocati dal fumo di sigaretta, come d’altra parte già sottolineato da un iniziale comunicazione da parte dell’azienda e che era stato anche sottolineato dall’avvocato Grande Stevens che diceva che “era stato tradito dalle sigarette”. Il messaggio è non fumare o smetter di fumare. (Prof. Umberto Tirelli Direttore del Centro Tumori della Clinica MEDE di Sacile, Pordenone, e che è stato Primario Oncologo dell’Istituto Tumori di Aviano)

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Il nostro destino non è la vita ma la morte

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Come ne “La livella” di Totò il benestante al pari dell’accattone hanno un comune fato. Non li salva la ricchezza o la povertà, la salute o la malattia.
Il momento giunge inevitabile per tutti. Noi, vivendo, ci prepariamo alla morte. Questa e non quella è il nostro futuro. E’ il punto di partenza e non la fine di un percorso.
Questa consapevolezza è mancata. Ci ha portati, quindi, ad affrontare la vita in un modo diverso e ad ambire beni che sono estranei alla nostra natura, alla nostra morale interiore.
Credevo di non aver capito la ragione che spinse uomini ricchi, intelligenti, fortunati, amati, ad abbandonare tutto per vivere in povertà, per allontanarsi dal mondo. A diventare dei migranti.
Credevo. Ora so. La molla che li spinse a questi gesti estremi mi è finalmente chiara. Essi e non noi siamo nel giusto.
L’ho scoperto camminando lungo i sentieri impervi di montagna che s’inerpicano lungo la dorsale delle montagne.
L’ho scoperto leggendo negli occhi dell’avido la bramosia offertagli dal denaro.
L’ho scoperto riconoscendo nella vita i suoi valori autentici nell’amore e nella fede.
L’ho scoperto, infine tra i campi coltivati, tra gli alberi gravidi di frutti, tra i fiori e le piantine appena sorgenti dal terreno. E’ una luce che non illumina, ma abbaglia. E’ fatta per occhi che riescono a guardare in profondità, che non temono i contrasti.
E’ una piccola storia che ci appartiene, ma è tanto piccola che è dato solo di intravederla indistinta e incolore. Così è il cammino tracciato da chi è nato in una terra improvvida, da una donna povera, da una famiglia rassegnata alla sofferenza e alla rinuncia.
Quel figlio così disperato e infelice un certo momento della sua vita si risveglia e si domanda e ci chiede perché? E noi cosa possiamo rispondergli?
Non possiamo dirgli che siamo tutti sul Golgota piagati nel costato e condannati a una sola certezza: quella di morire senza un sorriso, senza una carezza.
Non possiamo dirglielo finché uno solo dei suoi simili si sottrae alla sofferenza e gode i piaceri della vita.
Non possiamo dirglielo se prendono un bastone per appoggiarsi nel momento della fatica estrema mentre chi è nato come lui, ma in una terra diversa, con un colore della pelle diversa, lo beffeggia e si prende gioco del suo tormento.
Non possiamo dirglielo nel momento in cui allunga la mano per un obolo o per un tozzo di pane mentre c’è chi prospera nel superfluo.
Non possiamo dirglielo perché il mondo è diviso tra chi è e chi ha e l’avidità di questi ultimi non ha limiti.
Questo è oggi l’emigrante che muore avendo nelle pupille stampate la speranza di una vita migliore.
Questo è l’emigrante che sogna il suo eldorado per sottrarsi alle miserie che lo stanno consumando come se fosse un cero giunto oramai al suo moccolo.
Questa è tutta quella parte dell’umanità, e i suoi numeri sono grandi, che vede il mondo tingersi di rosso per il sangue innocente che esce dalle sue piaghe, dal suo cuore in subbuglio e dalla sua mente che lo disperde nella disperazione e nella rinuncia.
Così il mondo vuole farsi riconoscere e non ha senso di certo consolare gli angosciati con la moneta falsa di quella fede che vuole convincerlo che più soffre in terra più grande sarà il premio oltre la vita. (Riccardo Alfonso)

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Marchionne: Una morte fulminea e inattesa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Dichiarazione del presidente dell’Aci presidente Angelo Sticchi Damiani: “Oggi, purtroppo, siamo stati raggiunti da una notizia dolorosa. Una notizia che non avremmo voluto sentire: Sergio Marchionne è morto. Una morte fulminea e inattesa, come fulminea e inattesa fu la sua comparsa alla guida del Gruppo Fiat e fulminea e inattesa è stata la creazione di Fca. Per me personalmente, per l’Automobile Club d’Italia e per l’intera famiglia non solo italiana dell’auto, è difficile accettare la scomparsa così prematura di uomo tanto forte nella sua umanità e personalità, quanto capace e innovatore.Per il manager industriale, parlano le realizzazioni, i prodotti, i numeri, ed è lunga la lista dei modelli Fiat, Ferrari, Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Abarth, Jeep, Ram, Chrysler e altri che hanno avuto luce e successo sotto il suo impulso e grazie alla differenza fatta della sua visione e dalla sua caparbietà. Per l’uomo parlano la speranza e le certezze ridate a decine di migliaia di lavoratori degli stabilimenti FCA, in Italia e nel mondo, come l’umiltà senza mediocrità del suo modo di affrontare la vita, le donne e gli uomini che incontrava.Noi piangiamo entrambi: il manager e l’uomo. E ci stringiamo alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti coloro i quali hanno avuto il privilegio di conoscerlo e collaborare con lui.A noi mancheranno entrambi e, con ACI, saremo al fianco di John Elkann e di Michael Manley, sicuri che sapranno proseguire, senza incertezze, sulla grande strada tracciata da Sergio Marchionne”.

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La paura della morte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

La considero l’espressione più drammatica dell’Io narcisistico che si oppone all’universo. Chi è tranquillo davanti alla prospettiva della morte rivela di aver fatto un grande salto dalla identificazione con il sé alla identificazione con l’essere. Un nulla che abbiamo voluto, in un moto estremo d’orgoglio frammisto a presunzione, riempire di un qualcosa che ci appaghi. Ma è una pura illusione. Noi nasciamo poiché si compongono due sistemi creativi: quello per clonazione e l’altro per un atto sessuale. Il primo ci duplica ed il secondo ci differenzia. Il primo finirebbe con il renderci tutti uguali fisicamente e mentalmente mentre il secondo determina le opportune variazioni per farci sentire diversi per quel poco che basta per riempire d’orgoglio o per annichilire le nostre mire personalistiche. Esse si riconducono al desiderio di quanti ricercano la lode, l’approvazione, il riconoscimento, l’applauso e si tormentano se non ce l’hanno. Che poi costoro, arsi dal successo, riescano, pur privi dell’elogio e del consenso degli altri, a ritrovare per altri versi, una loro identità resta un fatto puramente illusorio. A pensarci bene, è lo stato più precario in cui si possa trovare un essere umano. (Riccardo Alfonso)

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“Alfie Evans è stato condannato a morte”

Posted by fidest press agency su domenica, 15 aprile 2018

“Per un giudice inglese la sua vita è “futile” Sì, avete letto bene: futile. Ecco a che punto è arrivata la nostra “progredita civiltà”: un bimbo innocente sarà lasciato morire soffocato perché un giudice ha ritenuto che è nel suo interesse e si è arrogato il potere di stabilire che la sua esistenza non è più degna di essere vissuta. Non ho parole. E lascia senza fiato la complice indifferenza con la quale la sedicente “Europa dei diritti sociali, della solidarietà e dell’inclusione” abbia accolto questa barbara sentenza: nessuna apertura di giornale, nessuno speciale TV, nessuna manifestazione di protesta, nessun appello di intellettuali. Ma noi non ci arrenderemo mai a questa deriva: la cultura della morte e dello scarto non vincerà. E rimanendo al fianco dei genitori di Alfie, Thomas e Kate, continueremo a sperare in un miracolo”. È quanto scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Cinquantesimo anniversario della morte di Martin Luther King

Posted by fidest press agency su martedì, 3 aprile 2018

Lo Studio Universal (Mediaset Premium DT) presenta, Mercoledì 4 Aprile alle 23:05, il film: “Bus in viaggio” (1996) di Spike Lee che celebra le grandi marce degli afroamericani contro la segregazione e le discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Fenomeno cui diede impulso l’attivista negli anni sessanta e che ebbe il suo culmine nel 1995 con la Million Man March, quella in cui King pronunciò lo storico discorso dell’ “I have a dream”; raccontata da Lee, attraverso gli occhi di quattro partecipanti, tra cui un reduce della marcia su Washington del 1963.
Nel 1995, un gruppo di afroamericani parte da Los Angeles per arrivare a Washington, dove è in programma la Million Man March, organizzata dal reverendo Louis Farrakhan, capo della nazione dell’Islam. Il viaggio durerà 72 ore e i partecipanti che sono tutti estranei tra di loro, inizieranno a conoscersi, facendo emergere le loro storie personali.
Martin Luther King nasce il 15 Gennaio 1929 ad Atlanta in Georgia dove il razzismo è estremamente radicato. Suo padre era un predicatore e sua madre una maestra. Studia teologia e successivamente si trasferisce a Boston, dove nel 1953 si sposa con Coretta Scott. Diventa pastore della Chiesa Battista a Montgomery in Alabama. Nel periodo ’55-’60, invece, è l’ ispiratore e l’ organizzatore delle iniziative per il diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali, oltre che per l’abolizione, su un piano più generale, delle forme legali di discriminazione ancora attive negli Stati Uniti.Nel 1957 fonda la “Southern Christian Leadership Conference” (Sclc), un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva. Il culmine del movimento si ha il 28 agosto 1963 durante la marcia su Washington quando King pronunci a il suo discorso più famoso “I have a dream….”. Nel 1964 riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace. Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni da lui organizzate finiscono con violenze e arresti di massa; egli continua a predicare la non violenza pur subendo minacce e attentati. Nel 1966 si trasferisce a Chicago e modifica parte della sua impostazione politica: si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denunciando le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli, entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca.
Nel mese di aprile dell’anno 1968 Luther King si recò a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell’albergo, s’intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l’assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del 4 aprile. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray, ma rivelò che non era stato lui l’uccisore di King; anzi, sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole. Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso.

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Legge sul biotestamento: comunicato Chiesa Luterana

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 dicembre 2017

Pastore Heiner BludauLa Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI), che riunisce le comunità luterane dell’intera penisola, rende noto – attraverso le parole del Decano Heiner Bludau – di aver accolto con grandissima soddisfazione l’approvazione della legge sul cosiddetto testamento biologico avvenuta ieri da parte del Parlamento italiano. “Il risultato raggiunto – dopo tanti mesi di incertezze e confronti anche aspri in Assemblea – colma un vuoto normativo che, per anni, ha determinato effetti pesanti e drammatici su troppe famiglie italiane. Come già dichiarai nei mesi scorsi, per noi luterani, nessuno al di fuori di Dio può o deve disporre il momento della morte propria o altrui. Ecco perché abbiamo sempre rifiutato qualsiasi ipotesi di aiuto attivo a morire, quale l’eutanasia attiva o l’assistenza al suicidio. Ma la nuova legge riconosce un principio per noi fondamentale: quando la morte è inevitabile, è preferibile dare la priorità a una fine dignitosa rispetto a un artificiale prolungamento della vita. Quel vuoto normativo, peraltro, abbandonava alla propria solitudine non solo il morente e i propri familiari, ma anche medici e operatori di cura, proprio nel momento dell’assunzione di decisioni di enorme rilievo. Da oggi non è più così” afferma il Decano Bludau.La Chiesa Evangelica Luterana in Italia, nello scorso marzo, aveva rivolto un appello affinché venisse presto colmato il vuoto normativo sul tema, proprio in occasione dell’avvio del dibattito sul disegno di legge presso la Camera dei Deputati e in concomitanza con la pubblicazione del “Vademecum per il fine vita da una prospettiva cristiana” elaborato dalla stessa CELI per offrire un orientamento sul tema delle direttive anticipate di trattamento da molteplici prospettive: teologica, etica, medica e giuridica.“Sono davvero convinto che – come in tanti hanno sottolineato – oggi l’Italia abbia compiuto un grande passo di civiltà. Il Salmo 90,12 recita: ‘Facci capire che abbiamo i giorni contati, allora troveremo la vera saggezza’. Ecco, la concezione luterana è fondata sulla Bibbia da cui ha origine l’attitudine ad accettare il limite della vita e a integrare il poter-dover lasciar andare. Al contempo, era inevitabile che la regolamentazione normativa di una materia tanto complessa portasse spesso il confronto d’idee a sfociare in contrasti ideologici, talvolta anche esasperati. Ora è importante superare questi contrasti, comprendendo anche chi, oggi, si sente smarrito davanti a un cambiamento così rilevante per ciascun individuo, ogni famiglia, l’intera società” conclude il Decano Bludau. (foto: Pastore Heiner Bludau)

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Anniversario morte regina Elena del Montenegro

Posted by fidest press agency su sabato, 25 novembre 2017

regina elenaTorino Martedì 28 novembre alle 17 il Centro culturale Mario Pannunzio proporrà un ricordo della Regina Elena. L’appuntamento è a Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, sede storica della Città Metropolitana di Torino e fino al 1940 residenza della famiglia Savoia Aosta. Il 28 novembre 1952 a Montpellier moriva all’età di 81 anni Elena del Montenegro, meglio nota come Elena di Savoia, in seguito al matrimonio con Vittorio Emanuele III. Nel sessantacinquesimo anniversario della scomparsa la penultima Regina d’Italia, sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e madre di Umberto II, sarà ricordata a Palazzo Cisterna con un incontro promosso dal Centro Pannunzio in collaborazione con l’Associazione internazionale Regina Elena Onlus e con il Centro studi Principe Oddone. Di animo sensibile e pragmatico, la regina Elena si tenne sempre lontana dalle questioni politiche, ma il suo impegno in numerose iniziative caritative e assistenziali le assicurò simpatia e popolarità. Il matrimonio con Vittorio Emanuele III fu celebrato il 24 ottobre 1896 a Roma. La coppia ebbe cinque figli: Iolanda di Savoia (1901-1986), Mafalda di Savoia (1902-1944, deceduta in un campo di concentramento nazista), Umberto di Savoia (1904- 1983, ultimo Re d’Italia), Giovanna di Savoia (1907-2000) e Francesca di Savoia (1914-2001). Terminata la Seconda Guerra Mondiale, il 9 maggio del 1946 il Re Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, che aveva già nominato Luogotenente del Regno il 5 giugno 1944 al momento della liberazione di Roma dai nazifscisti. All’atto dell’abdicazione, Vittorio Emanuele III assunse il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena ad Alessandria d’Egitto. Elena rimase in Egitto fino alla morte del marito avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm dove morì il 28 novembre.In occasione dell’incontro di martedì 28 novembre alle 17 verrà inaugurata a Palazzo Cisterna la mostra “Sua Maestà Elena”, un racconto fatto di immagini dei soggiorni reali in Valle Gesso. L’allestimento sarà ospitato fino a venerdì 1° dicembre nella sede della Città metropolitana e sarà visitabile dalle 9 alle 18. La mostra trae spunto dal libro di Walter Cesana “I Savoia in Valle Gesso – Diario dei soggiorni reali e cronistoria del distretto delle Alpi Marittime dal 1855 al 1955” promosso dall’Ente di gestione Aree Protette delle Alpi Marittime ed edito dall’associazione Primalpe. (foto: regina elena)

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Totò a prescindere – Omaggio a Totò

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

Toto1Roma Teatro Trastevere via Jacopa da Sette Soli 2 dal 21 al 23 novembre ore 21.00. Nell’ambito delle celebrazioni che si tengono a Roma in occasione del cinquantenario della scomparsa del grande Antonio de Curtis, in arte Totò, delle quali l’epilogo è rappresentato dalla mostra monumentale Totò Genio voluta dall’Associazione Antonio de Curtis, organizzata da Alessandro Nicosia, che l’ha curata con Vincenzo Mollica, in collaborazione con le maggiori istituzioni culturali del paese,(l’Istituto Luce, il Polo Museale della Campania, la RAI, la SIAE, e grazie al fattivo contributo di Rai Teche e dell’Istituto Centrale per i beni sonori ed audiovisivi del MiBACT), attualmente ospitata fino al 18 febbraio 2018 al Museo di Roma In Trastevere, dopo il debutto di grande successo a Napoli e il passaggio a Lugano, si inserisce la nuova edizione dello spettacolo “Totò?! … A prescindere!!!” Il viaggio di Antonio De Curtis tra miseria e nobiltà di Lucia Marchi, già vincitore nella I edizione del Premio Antonio De Curtis 2008, presentato presso il Teatro Trastevere.
Toto2Lo spettacolo affronta in chiave psicologica l’artista Antonio de Curtis, e gli permette di compiere una ricerca introspettiva e un confronto con la maschera da lui magistralmente creata ed interpretata, in modo da diventare un mito per le generazioni succedutesi nel tempo. Nell’allestimento della rappresentazione in scena al teatro Trastevere si evidenzia la profonda scissione tra l’uomo e il personaggio, tra il principe raffinato e la marionetta un po’ sguaiata, tra il poeta sentimentale e il personaggio comico, e l’interpretazione a più voci effettuata da Gennaro Momo – che interpreta l’uomo e la maschera – supportata in maniera nuova e singolare da video e audio interattivi reperiti dagli archivi storici, fa sì che Antonio de Curtis sia veramente presente tra gli spettatori con la sua grande sensibilità e la sua straordinaria arte.
La duttilità dell’animo e le differenti corde vocali sono eccellentemente interpretata da Gennaro Momo, che in questa ottima rivisitazione del personaggio ammalia il pubblico, non solo con la vivacità del totò6ricordo ma anche con un’estrema padronanza del linguaggio poetico. Molto interessante è anche la partecipazione versatile e sensibile di Giovanna Cappuccio – la tessitrice – che ordisce in maniera sapiente la trama narrativa e si alterna con Giulio Eccher – il Pulcinella – che ha il compito di rappresentare le mille coloriture dell’anima napoletana con la sua spontanea serenità.
Una particolare menzione al maestro Fabrizio Masci che rielabora con grande abilità e in maniera assolutamente originale le musiche che compongono lo spettacolo, e le propone dal vivo.
La narrazione fluida e accattivante porta lo spettatore a sentire vibrare la stessa voce di Antonio De Curtis raccontare il suo viaggio esistenziale tra miseria e nobiltà.
Il passare del tempo ha dimostrato ancora con più forza la profonda umanità di Antonio de Curtis, scrittore romantico e principe innanzitutto nell’animo e la grandezza interpretativa dell’attore che con Totò ha sapientemente plasmato su di sé un doppio con vita autonoma e successo unico nel panorama dello spettacolo, permettendo di essere considerato ancora oggi un autentico genio di intramontabile modernità. (foto: totò)

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Un dolore sordo per la morte di Paolo Villaggio

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

paolo-villaggiodi Beppe Grillo. “Il mio primo pensiero è stato “macchè morto, sono balle…”. Ho provato lo stesso dolore quando morì Alberto Sordi, sto parlando di due “ultraitaliani”. Sordi e Villaggio hanno mostrato il nostro peggio, e per questo avvertiamo un dolore così intenso: nel rappresentarci davano la sensazione di capirci. Eppure erano assolutamente agli opposti: nei personaggi di Sordi era facile identificarsi in quanto italiani.Non era lo stesso per Fracchia e Fantozzi, perché Villaggio dalla sua alienità non esprimeva mai un “volemose bene”, non ci ha mai assolti dai nostri peccati. Forse per questo era così inavvicinabile e indecifrabile. Cosa abbiamo perso oggi? Un grande artista che ci rappresentava come tante dualità: esseri che seguono la corrente contorcendosi e che si ribellano all’improvviso, ma senza speranze, contro il padrone drogato di cinema d’essai nella oramai mitologica e sintetica critica alla Corazzata Potemkin che è “una cagata pazzesca!”. Un’originalità nel tratteggiarci che lo ha reso una stella, capace di recitare come per ispirazione ultraterrena”. (fonte: blog grillo)

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Senza progressi quasi 70 milioni di bambini moriranno entro il 2030 prima del 5° compleanno

Posted by fidest press agency su sabato, 1 luglio 2017

unicef1Secondo un nuovo studio dell’UNICEF, investire nella salute e nella sopravvivenza dei bambini e delle comunità più svantaggiati ha una maggiore efficacia: per ogni milione di dollari speso vengono salvate quasi il doppio delle vite rispetto ad un uguale investimento in favore di gruppi meno svantaggiati.Se i progressi nella riduzione della mortalità dei bambini non aumenteranno, entro il 2030 saranno in quasi 70 milioni a morire prima di aver compiuto 5 anni. Secondo i nuovi dati, nei 51 paesi in cui si verifica circa l’80% delle morti di neonati e bambini sotto i 5 anni, migliorare la copertura degli interventi salvavita tra i gruppi più poveri ha aiutato a far diminuire la mortalità infantile ad una velocità circa 3 volte superiore rispetto a quanto accade tra i gruppi non poveri. Lo studio utilizza nuovi dati e strumenti per dimostrare che gli investimenti per raggiungere i bambini dei gruppi più poveri sono 1,8 più efficaci in termini di vite salvate.“Narrowing the Gaps: The power of investing in the poorest children” (“Colmare il divario: il potere di investire nei bambini più poveri”) presenta nuovi e interessanti dati che danno supporto a quanto l’UNICEF aveva previsto nel 2010: il costo maggiore per raggiungere i bambini più poveri attraverso interventi sanitari e salvavita ad ampio impatto sarebbe stato controbilanciato da risultati migliori.“I dati mostrano che investire in favore dei bambini più poveri non è solo giusto come principio, ma anche in pratica: si risparmia infatti un numero maggiore di vite per ogni dollaro speso”, ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale dell’UNICEF. “Questa è una notizia estremamente importante per i Governi che stanno lavorando per porre fine a tutte le morti prevenibili di bambini, in un momento in cui ogni singolo dollaro è importante. Investire equamente nella salute dei bambini significa investire nel futuro e aiuta a spezzare cicli intergenerazionali di povertà. Un bambino in salute ha migliori possibilità di apprendere a scuola e di avere uno stipendio migliore da adulto.”
Lo studio evidenzia che paesi come Afghanistan, Bangladesh e Malawi, che hanno alti tassi di mortalità sotto i 5 anni, le politiche focalizzate sui più deprivati hanno fatto la differenza per i bambini. Tra il 1990 e il 2015, il tasso di mortalità sotto i 5 anni è diminuito di circa la metà in Afghanistan e del 74% in Bangladesh e in Malawi.Questi dati vengono lanciati in un momento delicato, in cui i Governi proseguono il proprio lavoro per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, tra i quali è compreso anche l’obiettivo di porre fine a tutte le morti infantili tra i neonati e i bambini sotto i 5 anni entro il 2030. Investire nella salute e nella sopravvivenza dei bambini può anche supportare il raggiungimento di altri Obiettivi di Sviluppo, come quello di porre fine alla povertà.Lo studio chiede ai paesi di intraprendere azioni pratiche per ridurre le disuguaglianze, tra cui: dati disaggregati per identificare i bambini lasciati indietro; investire maggiormente in interventi efficaci per prevenire e curare i più grandi killer dell’infanzia; rafforzare i sistemi sanitari per rendere le cure di qualità più facilmente disponibili; innovare per trovare nuove strade per aiutare le persone ancora non raggiunte e monitorare le diseguaglianze utilizzando indagini sui nuclei familiari e sistemi d’informazione nazionali.

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La morte del Professore Stefano Rodotà: lettera dal carcere

Posted by fidest press agency su martedì, 27 giugno 2017

rodotàLa sua morte “ci ha molto addolorato, perché gli uomini ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) avevano ancora bisogno della sua voce e della sua luce per tentare di cancellare nel cuore degli umani e nel nostro ordinamento giuridico la pena più crudele che un uomo possa dare e ricevere: la condanna alla “Pena di Morte Viva”. Molti non sanno che il Professor Stefano Rodotà, insieme a Margherita Hack, Umberto Veronesi, Franca Rame, Don Andrea Gallo e tanti altri ancora vivi, era uno dei primi firmatari della proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo sul sito http://www.carmelomusumeci.com . Anni fa, anche a nome dei miei compagni, gli avevo scritto questa lettera: “La prigione è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi e, per fare conoscere ai “buoni” l’inferno che hanno creato e che mal governano, scrivo spesso sulla violenza del mondo carcerario.
Sono un “cattivo, maledetto e colpevole per sempre” destinato a morire in carcere se al mio posto in cella non ci metto qualcun altro, perché sono condannato alla “Pena di Morte Viva”. Infatti in Italia una legge prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà veramente mai e non avrai nessun beneficio o sconto di pena, escludendo così ogni speranza di reinserimento sociale. Questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga, della pena di morte, perché è una condanna di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo.
Per questo gli ergastolani ostativi non hanno più età, come non l’hanno i morti, perché sono cadaveri viventi. E il nostro dolore è diverso da tutti gli altri prigionieri, perché non c’è neppure un briciolo di speranza in una cella di un uomo ombra. Per questo gli stessi ergastolani, con l’aiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi, prendendo coscienza della loro situazione hanno deciso di mettere in rete una raccolta di adesioni denominata “Firma Contro L’Ergastolo”, nel sito che porta il mio nome, http://www.carmelomusumeci.com , perché esistono molti modi per uccidere una persona, ma quello di murarlo vivo in nome del popolo italiano, senza l’umanità di ammazzarlo prima, è uno dei più crudeli. Sapendo del Sua sensibilità sociale abbiamo pensato d’invitarLa ad aderire pubblicamente contro la pena dell’ergastolo.”
Molti miei compagni erano scettici sul fatto che una persona così importante come Stefano Rodotà avrebbe aderito ad un’iniziativa che partiva così “in basso” e lo ero anch’io, consapevole che difficilmente un uomo delle istituzioni avrebbe avuto il coraggio di aderire pubblicamente ad una campagna così impopolare e controcorrente. Eppure lui lo fece, subito e senza esitazioni, facendoci così capire che non tutta la società era d’accordo a considerare irrecuperabili per sempre i condannati all’ergastolo.
Grazie professore. Buon riposo. (Carmelo Musumeci) (foto: rodotà)

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