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Legg Mason: “Credito high yield, prudenza e un occhio alle mosse della Fed”

Posted by fidest press agency su domenica, 12 agosto 2018

Londra. Sui mercati del credito corporate di bassa qualità sono state fatte le analisi più disparate, soprattutto negli USA. A nostro parere i mercati del credito, a livello globale, continueranno a svilupparsi ed evolversi, attirando le attenzioni di un numero sempre maggiore di investitori. Le sfide e le opportunità cambieranno con la maturazione di questo settore, per cui è necessario che gli investitori conoscano bene i rischi a cui si espongono. Il mercato dell’high-yield statunitense è un buon punto di partenza per fare delle valutazioni, perché i trend che vi si possono riscontrare possono essere applicati anche ad un livello più ampio.
Per comprendere il rischio di questo mercato, è importante guardare al mercato “non investment grade” nella sua interezza, includendo sia le obbligazioni che i prestiti.Considerando insieme questi due mercati scopriamo, utilizzando i dati di Bank of America Merrill Lynch, che dal 1996 il mercato del credito high-yield è cresciuto da 179,9 miliardi di dollari in obbligazioni e 13,6 miliardi di dollari in prestiti (totale 193,5 miliardi di dollari), a 1.132,9 miliardi di dollari in obbligazioni e 1.049 miliardi di dollari in prestiti (totale 2.182,8 miliardi di dollari). È evidente come il mercato del credito high-yield USA sia cresciuto esponenzialmente negli ultimi vent’anni. Analizzando meglio i dati, si nota come dal 2014-2015 la crescita delle obbligazioni è stata modesta, mentre quella dei prestiti è stata piuttosto notevole.
Con le condizioni monetarie che vanno verso un restringimento, continuiamo a cercare compagnie di qualità nel campo dell’high yield, andare anche oltre il rating. Con ‘qualità’ intendiamo compagnie con un indebitamento gestibile, protezione degli asset, bilanci solidi, capaci di produrre un flusso di cassa positivo e con un buon modello di business. Ad oggi, inoltre, le opportunità nel debito dovrebbero avere un profilo di duration più breve rispetto al credito corporate investment grade e alle obbligazioni governative.In generale, le caratteristiche che abbiamo elencato sono quelle che – a questo punto del ciclo del credito – dovrebbero possedere tutte le opportunità che possano essere considerate realmente interessanti. A mano mano che il ciclo del credito USA maturerà, gli investitori dovranno essere sempre più selettivi. E anche fuori dagli Stati Uniti queste considerazioni restano valide: è bene dunque rimanere attenti alle dinamiche delle politiche monetarie e della leva lorda sia per i prestiti che per le obbligazioni corporate. (in abstract) http://www.leggmasonglobal.com

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Scacco matto in tre mosse

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2018

By Vincenzo Andraous. In questi giorni qualcuno ha scritto: “Penso che il carcere sia un’invenzione stupida perché non migliora ma invece peggiora i suoi abitanti, non stimola nessuna riconciliazione fra vittima e carnefice. Inoltre, dopo tanti anni di carcere scontato, la pena non ha più nulla a che vedere con il recupero sociale”.
Quante volte ho scritto anch’io queste parole, quante volte ho ribadito che una pena che non si piega ad alcuna utilità e scopo non farà mai sicurezza, quante volte.
Eccoci ancora qui a parlare di carcere, di galera, di sotterranei sub-urbani, di celle e morti ammazzati, di riforme inconcludenti, di urla e grida per bene silenziate.
Carcere, carcere, carcere, come se la prigione fosse la soluzione a ogni sberleffo consegnato alla vita, a ogni umiliazione sgomitata alla vita, a ogni tragedia per lo più incomprensibile.
Carcere e sovraffollamento che nuovamente sale come dato esponenziale, comprime ogni umanità, ribaltandone valori e principi universali, nell’ inutile consuetudine delle parole deprivate di sostanza e quindi significato.
Ripensando a questa sorta di terra di nessuno, dove appunto nessuno vuole guardare, mi ritorna in mente un testo teatrale che ho scritto e portato in scena qualche tempo fa: Art. 27 e vecchi merletti.
Nella scena quarta il protagonista-detenuto parla del penitenziario in asfissia in maniera anche presuntuosa, affermando che la problematica devastante del sovraffollamento che rende impraticabile qualsiasi forma di sopravvivenza, figuriamoci di rieducazione, ma forse è possibile aggirarla con uno scacco matto in tre mosse.
Come è dato sapere la popolazione carceraria, attualmente, s’aggira intorno alle sessantamila unità, suddivisa in tre parti quasi identiche tra detenuti stranieri, detenuti tossicodipendenti, detenuti autoctoni criminalità comune. Il restante dieci per cento è composto da detenuti organici, o un tempo facenti parte le grosse organizzazioni criminali, per lo più sottoposti al 41 bis o in regime di alta sicurezza-sorveglianza.
Ebbene, siamo un paese che ogni volta viene strattonato politicamente da altri paesi, reagisce affermando che la nostra sovranità e autorevolezza ci aiuta sempre a non demordere, infatti siamo stati capaci di paralizzare le colonne di migranti in mare e terra, mettendoci d’accordo con paesi di dubbia democrazia e moralità, attraverso fiumi di danari e commesse. Abbiamo fermato l’inondazione inarrestabile di miserie umane, al prezzo di non vedere né sentire. Dunque se abbiamo nella nostra faretra sittanta autorevolezza e decisionismo, non vedo perché i tanti e troppi detenuti stranieri in carcere, e quindi non stiamo parlando di profughi tanto meno di rifugiati, né di uomini e donne e bambini in fuga dall’orrore della guerra, dalla tortura e dagli ammazzamenti, bensì di persone pregiudicate e reiteratamente incarcerate per reati contro il patrimonio, per spaccio, per violenze indicibili sulle persone. Perché non dovremmo usare quell’autorevolezza e capacità decisionale per rimandarli nel loro paese di origine a scontare le pene comminate.
Abbiamo una ampia fetta di detenuti tossicodipendenti, per non parlare di quella larga parte di persone che potrebbero essere declinate tranquillamente borderline, peggio, dichiaratamente da doppia diagnosi.
Sul nostro territorio da nord a sud ci sono molte comunità di servizio e terapeutiche che possono essere approntate a ricevere questi “malati” perché di persone malate si tratta, la galera non può certo assolvere al loro disagio sanitario, non solo e non tanto per smetter momentaneamente la dipendenza fisica, ma soprattutto per costruire una possibilità di rinascita dignitosa. Checché se ne dica o si tenti di far passare per buona, la dicitura del recupero e della rieducazione, rimane il fatto che il carcere non insegna né fa apprendere il valore del rispetto per se stessi e per gli altri.
C’è un bacino di utenza penitenziaria che non ha come problema primario l’assoggettamento al crimine, alla dipendenza delle sostanze, bensì è soggetta a un vero e proprio disagio psichico.
E siamo arrivati alla percentuale non di poco conto di popolazione autoctona, cosiddetta criminalità comune, quelli che risultano essere dati statistici alla mano, di bassa pericolosità sociale. Che però fanno così rumore da esser percepiti come i peggiori, infatti sono quelli che entrano nelle nostre per rubare, mettondo le mani nelle nostre cose più intime.
Da qualche anno sono responsabile insieme ai miei colleghi nella Comunità Casa del Giovane di un nuovo laboratorio istituito per ospitare persone imputate di reati minori, in messa alla prova o in lavoro socialmente utile, che i tribunali avendo ottenuto la nostra disponibilità, mandano presso le nostre strutture per far loro svolgere quanto stabilito in sentenza, una pena risarcitoria-riparativa e dunque non ininfluente/inconcludente.
Mi chiedo quindi perché non sono indirizzati in percorsi di pubblica utilità tutti quei detenuti a non elevato indice di pericolosità, che invece sovraffollano passivamente il carcere italiano, senza nulla imparare né apprendere, l’importanza di una scelta di cambiamento effettiva, perché connotata da una revisione critica del proprio vissuto.
Insomma cambiano cordata i partiti, nascono nuovi movimenti, così che le idee e gli ideali sommandosi e detraendosi rimangono progetti impolverati dall’incuria intellettuale.
Praticamente è storia vecchia: tutto cambia per rimanere esattamente come è.
Qualcuno potrebbe licenziare quanto fin qui detto, stabilendo che è una proposta esageratamente ambiziosa, a tal punto da rasentare l’utopia.
Potrei tranquillamente obiettare che soltanto l’utopista è un illuso nella teoria e un violento nella pratica, mentre chi si s’accompagna all’utopia non confonde mai il vicolo cieco con la strada maestra.
In conclusione sarà bene per ognuno e per ciascuno comprendere che la libertà non è altro che responsabilità, di conseguenza la capacità di opporre scelte consone. Infatti la libertà non è fare tutto quello che voglio come pensa normalmente un adolescente.
Ecco che allora per chi si troverà a varcare un portone blindato del carcere, sarà davvero salutare che quando ritornerà in seno alla società, abbia raggiunto quella maturità, che lo porterà a pensare che forse la pena l’ha scontata, nonostante l’indicibilità di una sofferenza gratuita e non contemplata in alcun codice penale tanto meno dalla nostra Costituzione.
Forse proprio adesso che i piedi sono “fuori” iniziano i conti con la propria coscienza.
Se il carcere saprà aiutare ad esser uomini migliori, non costringendo le persone a sentirsi cose, oggetti, numeri, avremo una città migliore, ma soprattutto avremo una società migliore.

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Giovani Porta: Come iniziare a superare gli attacchi di panico in 10 mosse

Posted by fidest press agency su sabato, 18 febbraio 2017

ansia10 consigli da mettere in pratica subito per chi soffre di attacchi di panico:
Imparare a conoscerli, divenire consapevoli delle varie fasi (insorgenza, apice, decrescita) e del fatto che non sono mortali né infiniti. Imparare ad osservarli come si osserva un temporale fastidioso, sapendo che finirà e, grazie a questa convinzione, provare a conviverci. Per migliorare la capacità di osservare le proprie sensazioni con un po’ di distacco, può risultare utile apprendere le basi della meditazione. Ci sono persone che ne hanno anche molti al giorno. E’ essenziale in questi casi imparare a riconoscerli e a lasciarli passare.
Comprendere che gli attacchi di panico sono solo un sintomo, e dunque non costituiscono il vero problema. Il vero problema è ciò che li causa, cioè la propria insoddisfazione esistenziale. Agire su di essa costruendo degli obiettivi raggiungibili. Chiedere, se serve l’aiuto di un professionista.
Quando si percepisce che stanno per insorgere degli attacchi di panico, invece di subire passivamente le sensazioni fisiche spiacevoli che si stanno provando, fare qualcosa di concreto: muoversi, camminare, oppure raccontare a un amico ciò che si sta vivendo, mettere in atto delle tecniche di rilassamento e non farsi troppe paranoie mentali.
Dedicarsi ad attività artistico-espressive: teatro, canto, pittura, movimento, scrittura. Qualsiasi cosa permetta di dare voce ai propri vissuti interiori. Molto utili in questo senso le principali artiterapie, in particolare – a mio avviso – la teatroterapia, perché permette di sperimentare in un gruppo protetto nuovi modi di comportarsi.
Trovare il coraggio mandare a quel paese chi lo merita.
Definire amici solo le persone di cui ci si può realmente fidare.
Condividere con gli amici le proprie problematiche, e chiedere loro aiuto in caso di bisogno.
Imparare a convivere con la propria paura e a fare figuracce, se sono funzionali al raggiungimento di qualcosa che davvero si desidera
Parlare con persone che hanno avuto attacchi di panico e che li hanno risolti
Diventare consapevoli che gli attacchi di panico guariscono.
GIOVANNI PORTA Psicologo psicoterapeuta di orientamento gestaltico, è esperto in alimentazione e teatroterapia. Vive e lavora tra Roma e Milano. Da anni realizza laboratori e percorsi in cui l’arte viene utilizzata con finalità terapeutiche. Laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, si è successivamente specializzato con un master in “Utilizzo di tecniche artistiche nella relazione d’aiuto”, ha una specializzazione in Psicoterapia della Gestalt presso l’I.G.F. di Roma, ed una in “Teatro e Psichiatria”. (foto: ansia)

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Berlusconi e l’asso nella manica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 dicembre 2010

Il giorno 14 dicembre è diventato una data fatidica se non proprio per gli italiani di certo per il mondo politico e, in primo luogo, per i parlamentari che sono gli attori principali di una votazione che segnerà la “risurrezione” di Berlusconi o il suo tracollo. Si fanno, com’è naturale che lo sia, molte congetture e si indicano, da una parte e dall’altra degli schieramenti, i possibili scenari futuri con i se e i ma di una votazione che tutti dicono di poter volgere a proprio favore. Un po’ tutti gli addetti ai lavori vorrebbero avere, a questo punto, la sfera di cristallo per prevedere il finale all’ultimo voto anche se talune mosse già ora dovrebbero essere indicative per una certa soluzione del quiz.
Incominciamo con i fatti: Berlusconi non si dimette anzitempo e aspetta il dibattito parlamentare. Per un uomo abituato a lottare tale opzione denota la possibilità che abbia un asso nella manica. La domanda è ora: come se lo giocherà. Due sono le risposte che vanno per la maggiore: sa di avere la maggioranza, se non altro per le defezioni di alcuni parlamentari che appartengono all’opposto schieramento. Sarebbero i “traditori” dell’altra faccia della medaglia. L’altra opportunità è, senza dubbio, più fantasiosa ma capace di creare un certo scompiglio. Quello di proporre un nuovo nome alla guida dell’esecutivo tra i giovani del suo entourage, o anche di parte avversa ma possibilisti nei suoi confronti e c’è già chi fa qualche nome come il sindaco di Firenze Mateo Renzi, se non altro per spiazzare i “cinquantenni” e preferire i quarantenni o giù di lì. Potrebbe essere il consiglio di Putin dopo che egli ha fatto la stessa cosa scegliendo il suo delfino e trasformandolo in “apprendista stregone”. D’altra parte Matteo Renzi avvalora questa ipotesi dopo che ha accettato l’invito di Berlusconi a cena qualche giorno fa. E di Renzi si può dire di più se pensiamo che ha sposato la tesi del filosofo Cacciari, ideologo del Pd, che da tempo sostiene che, dopo la caduta del muro di Berlino, il ragionare politico dovrebbe prescindere dall’idea d’avere ancora una destra, un centro o una sinistra. Un altro nome è quello del sindaco di Torino. Ma le carte di Berlusconi restano buone, anche se si andrà al voto subito, diciamo entro aprile del prossimo anno, in specie se si va con l’attuale legge elettorale. L’unico dubbio che lo attraversa è il timore che il Presidente della Repubblica possa impedire lo scioglimento delle Camere. E allora? Solo un po’ di pazienza, prego. Il tempo si sa riesce a sanare tutte le ferite. La Cassandra del XXI secolo ancora non è nata. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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