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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘musumeci’

Vivere uno sopra l’altro in una cella: risposta a Roberto Saviano

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2019

I “muri” sono abbastanza alti da permettere di poter far finta di non vedere e udire la disperazione e le grida d’aiuto che vengono da dentro. (Dal libro “Nato colpevole” distribuito su Amazon)È difficile togliersi il carcere dalla testa dopo 27 anni di galera e quando trovo qualcosa che parla delle nostre “Patrie Galere” lo leggo con attenzione. L’altro giorno ho letto sulla rivista settimanale “L’Espresso” un bell’articolo di Roberto Saviano che afferma: “La soluzione non è quella più intuitiva e banale di costruire altri istituti penitenziari, ma la strada giusta da intraprendere sarebbe quella di analizzare le cause che portano un numero così alto di persone in carcere e provare a capire se non sia piuttosto il caso di prevedere percorsi alternativi alla carcerazione”. Spero che questo articolo di Saviano lo legga anche il nostro Ministro della Giustizia, che ha dichiarato che per sconfiggere il sovraffollamento basta costruire nuovi carceri. Forse lui non sa che costruire nuovi carceri farà aumentare la piccola e grande criminalità, come è sempre accaduto negli altri paesi.Roberto, grazie di avere scritto sul sovraffollamento nell’inferno delle carceri italiani, ma purtroppo la società italiana non vuole conoscere la verità sulle sue prigioni e ai politici italiani non interessa sapere che le carceri scoppiano in tutta Italia, che i detenuti muoiono, che alcuni si tolgono la vita e che altri crepano psicologicamente.I mass media, per fortuna non tutti, hanno dimenticato che anche i detenuti sono uomini e sono pochi i giornalisti che scrivono che i detenuti sono abbandonati a se stessi e che vivono accatastati uno sopra l’altro. E vivere in questo modo toglie ogni rimorso per quello che s’è fatto fuori.Molti non sanno che il carcere in Italia, nella maggioranza dei casi, non è solo il luogo dove ci vanno i delinquenti, ma è soprattutto il rifugio dei ribelli sociali, degli emarginati, dei diseredati, degli emigrati, dei tossicodipendenti, dei figli di un Dio minore (quelli con la cravatta e la camicia bianca per fortuna non ci vanno se no leverebbero il posto ai poveracci).Roberto, diciamoci la verità, a nessuno importa sapere che nelle carceri italiane non c’è più spazio per vivere, che vivere uno sopra l’altro è una condanna aggiuntiva, una condanna moltiplicata, dal punto di vista fisico, psichico, morale e sanitario.Roberto, nessuno vuole capire che il sovraffollamento nelle carceri smetterà quando questo governo finirà di considerare dei delinquenti tutte le persone disagiate. (Carmelo Musumeci)

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Il governo siciliano senza maggioranza

Posted by fidest press agency su domenica, 1 aprile 2018

di Giancarlo Cancelleri. Durante l’aula di qualche giorno fa, in Assemblea Regionale, il governo siciliano è andato sotto nella votazione del documento di economia e finanza regionale. Il documento è stato bocciato. Musumeci ha fatto un intervento bruttissimo in aula, se l’è presa con le opposizioni, ci ha richiamati al nostro senso di responsabilità, ci ha quasi fatto una paternale raccontandoci che quando lui faceva opposizione aveva teso la mano al governo Crocetta. Ha fatto un discorso talmente aspro e acido nei confronti dell’opposizione che è impossibile pensare di potergli dare una mano. Noi non avremmo voluto in nessun modo venire meno all’impegno preso con i cittadini siciliani però, di fatto, il problema è uno: questo documento di economia e finanza raccontava di una Sicilia triste, senza nessuna prospettiva.Abbiamo chiesto in questi giorni, diversamente da quello che avete letto sui giornali riguardo ad una nostra “apertura”, un confronto serio perché Musumeci prendesse atto del fatto che non ha più una maggioranza , una maggioranza che si è sgretolata, si è sciolta come burro su una padella.
Musumeci doveva aprire alle opposizioni (aprire non significa spartirsi le poltrone o darci la possibilità di inserire qualche nostro emendamento per farci contenti). Qui c’è in ballo la Sicilia, il futuro dei Siciliani. Musumeci non può venirci a raccontare che vuol fare delle grandi riforme mentre gli agricoltori del Ragusano stanno occupando i consigli comunali perché le loro merci non si vendono più a causa dei prodotti provenienti dall’estero che stanno falsando il mercato Siciliano. Lui non ci deve parlare di grandi riforme quando non sta pensando ai lavoratori, agli ultimi, alle persone che in questo momento sono in difficoltà, alle famiglie, alle strade, quando non sta pensando al rilancio delle imprese e dello sviluppo della nostra terra; quando non sta pensando ai giovani, quando insomma non sta pensando a noi, a noi tutti cittadini Siciliani.E allora non mi si può chiedere di votare un documento che racconta solo delle sue velleità, quelle che sono le sue aspettative e le sue prospettive o per mantenere qualche accordo fatto in campagna elettorale con qualcuno che poi gli ha portato voti. Questa cosa per noi è irricevibile e lo abbiamo detto chiaramente: l’apertura che noi in questi giorni abbiamo cercato di avere col governo mirava ad avere un presidente della regione che si presentasse conscio del fatto di non avere più una maggioranza, che si presentasse con un foglio bianco e che chiedesse al parlamento, davanti alle telecamere e in maniera pubblica, di scrivere un documento finanziario tutti insieme mettendo le priorità della Sicilia e tutte quelle cose che oggi servono ai cittadini Siciliani.
Questa cosa non è avvenuta. Si è presentato con un documento scritto da lui e in qualche modo già bello e confezionato, dicendo: “lo potete modificare come volete”. Ma noi non siamo in un suq arabo dove ci riuniamo in una stanza al chiuso e lontano dai vostri occhi per cominciare a scrivere norme che potrebbero piacere a me o ad un altro deputato regionale. Questa cosa non è nella nostra logica, non è trasparente né tanto meno democratica.
E allora abbiamo rifiutato. Muro contro muro ancora una volta.
Abbiamo bocciato il documento di economia e finanza. Andrà redatto nuovamente, stavolta anche noi ci metteremo mano insieme agli altri gruppi d’opposizione e cercheremo di stilare un documento che possa rappresentare in qualche modo quelli che sono i bisogni della nostra terra.
Il nodo però resta uno: abbiamo appena iniziato questa legislatura e già ci sono questi chiari di luna, già ci sono queste difficoltà da parte del governo.
Io ricordo ancora che durante la campagna elettorale, e ricordatelo anche voi perchè la memoria fa di noi un popolo attento, che Musumeci dichiarò che qualora non ci fossero più state le condizioni per andare avanti si sarebbe dimesso e avrebbe nuovamente rimesso tutto in mano ai cittadini.Le condizioni sono venute meno, non ci sono più. Ormai da più di un mese e mezzo circa il parlamento è bloccato in una situazione di stallo.
Noi eravamo tutti presenti (20 portavoce del M5S). Anche gli altri gruppi d’opposizione però erano presenti mentre a loro è mancato qualcuno e alla fine la votazione si è conclusa con 32 voti favorevoli e 32 voti contrari e il documento non è stato approvato.
E allora se davvero Musumeci ha a cuore le sorti della Sicilia deve fare quello che noi gli abbiamo detto, deve fare quello che la nostra capogruppo Valentina Zafarana ha suggerito: scriva una finanziaria che dia soldi ai comuni perché in questo momento i sindaci sono con l’acqua alla gola, così potranno dare i giusti servizi ai cittadini che vivono in quelle comunità. Faccia una legge che finalmente stanzi dei fondi per i disabili gravi e gravissimi della Sicilia e qualche altra norma che possa mettere a posto i conti e dare ossigeno alla nostra terra, dopodiché in parlamento formuleremo tutti insieme (perché le regole si stabiliscono insieme) una legge elettorale che darà finalmente la possibilità di avere una maggioranza per poi andare a votare entro l’anno.Questa è la proposta che stiamo portando avanti come MoVimento, l’unica alternativa sono le sue dimissioni, perché – è evidente – non ci sono più le condizioni per rimanere.Io sono molto rammaricato, non sono contento, perché se qualcosa va male va male per la mia terra, per la mia gente e questa cosa non mi è mai piaciuta. Non sarò mai contento del fatto che la mia gente subisca un danno, non mi metterò certo a gioire, però è chiaro che non ci sono più le condizioni per governare. Un governo che è ormai sfilacciato, il secondo assessore dimissionario in 4 mesi, una maggioranza che non esiste più. Lo dicevamo anche in campagna elettorale: ci troviamo davanti a un gruppo polemico e rissoso che si è consolidato non attorno ad un programma ma col solo scopo di non far vincere il m5s.E allora il loro non era un programma di governo ma di spartizione delle poltrone, e su questi presupposti non si costruisce un futuro e non si da ai cittadini siciliani l’opportunità di poter mettere qualcosa dentro la pentola.
Oggi vedo un parlamento che parla ancora di cose che non hanno né testa né coda mentre io incontro cittadini per strada che mi chiedono pane, prospettive, futuro, mi chiedono la possibilità di far tornare i loro figli che dopo tantissimi sacrifici si sono laureati per poi andare all’estero a trovare un lavoro.Io vorrei una Sicilia che rinasca, ma per rinascere dobbiamo iniziare a programmare qualcosa di importante in cui dobbiamo iniziare a mettere, una dopo l’altra, tutte quelle riforme importanti che devono essere fatte da un parlamento solido, un parlamento che deve avere i numeri e da una forza politica che deve essere credibile e deve poter governare; ma oggi, tutto questo, all’interno del parlamento il centrodestra non ce l’ha, non è credibile, non ha una maggioranza ma soprattutto non ha neanche una prospettiva per poter portare avanti quelle che sono le riforme che servono alla nostra terra.Io vi continuerò ad aggiornare, vi ringrazio perchè ci seguita in tanti e numerosi.A Musumeci dico solo una cosa: smetti di chiedere responsabilità a chi sta all’opposizione e comincia a chiedere responsabilità a te stesso e soprattutto alle persone che hanno vinto con te le elezioni perché noi quei voti li rispettiamo, tu però devi rispettare i nostri e rispettare il nostro ruolo all’interno dell’assemblea regionale quindi non permetterti mai più di farci la paternale, perché noi non l’accettiamo. Devi bacchettare te stesso e il tuo governo immobile da cento giorni, il governo del nulla. Devi bacchettare questa maggioranza che invece di delineare un percorso nuovo per la sicilia si è arroccata perché vuole da te qualcosa in cambio. E questa cosa, purtroppo, è l’inizio della fine. Viva la Sicilia. (fonte: il blog delle stelle)

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Gli exit poll danno in vantaggio il centrodestra in Sicilia

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 novembre 2017

nello-musumeci“Aspettiamo i dati reali, ma già ora possiamo dire che questa è una notte felice. Perché per primi come Fratelli d’Italia abbiamo creduto nella candidatura di Nello Musumeci, un uomo specchiato e capace, uno straordinario siciliano. Alcuni avevano dei dubbi ma siamo felici che questa volta i nostri amici di viaggio ci abbiamo ascoltato. Perché abbiamo ridato al centrodestra un progetto serio di governo e una possibilità di vittoria. Una speranza per i siciliani che vogliono ricostruire e non distruggere. E sarebbe una vittoria della destra credibile, competente e onesta, che non scende a compromessi. Verrebbe così smentita, ancora una volta, la favola secondo la quale si vince solo al centro, con proposte e identità annacquate. E non si potrebbe che partire dal modello Sicilia, anche per il governo della Nazione”. Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, commentando i primi exit poll sulle elezioni regionali siciliane.

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Meloni a Berlusconi: Nostro candidato in Sicilia è Nello Musumeci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 agosto 2017

nello-musumeci«Nell’ambito del confronto con i principali esponenti del centrodestra ieri ho sentito Matteo Salvini convinto quanto me della impossibilità di allearsi con Alfano al governo con Renzi. Oggi ho avuto una lunga e cordiale telefonata con Silvio Berlusconi nella quale abbiamo parlato di come rinsaldare le fila della coalizione e ci siamo dati appuntamento a settembre per parlare di programmi in vista delle elezioni politiche. L’obiettivo è capire se ci siano i margini per una proposta di Governo comune, che sia vincente ma che soprattutto affronti con serietà le emergenze della Nazione. Nel corso della telefonata abbiamo parlato anche delle elezioni regionali in Sicilia. Ho tenuto a ribadire a Berlusconi la posizione di FdI: in Sicilia come a livello nazionale vogliamo vincere con una coalizione seria e credibile. FdI non è alleabile con il partito di Alfano ma rimandiamo al candidato presidente ogni scelta su possibili proposte politiche civiche di ispirazione sul modello di quanto è accaduto in Liguria. Nel corso della telefonata ho anche ribadito a Berlusconi che per noi l’unico candidato in grado di vincere in Sicilia è Nello Musumeci, persona competente, capace e onesta. E gli ho proposto di incontrarlo nella speranza che anche Forza Italia possa confluire su questa candidatura». È quanto dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. (foto fonte Giornale di Sicilia)

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Suicidi d’estate

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 agosto 2017

suicidi d'estateLa notizia dell’ennesimo suicidio in carcere mi ha fatto pensare che l’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) convince a togliersi la vita più d’estate che d’inverno. Che amarezza però che quasi nessuno ne parli e dica che la sofferenza che c’è in un carcere non si trova in nessun altro luogo, neppure nelle corsie di un ospedale. I suicidi dall’inizio di quest’anno sono arrivati a 32, per un totale di 68 morti.
Per sensibilizzare l’opinione pubblica ho pensato di dare voce a qualche detenuto che s’è tolto la vita (che altro posso fare?) raccontando la storia di Melo, un prigioniero che ho conosciuto molto bene. Melo attaccò lentamente la cintola dell’accappatoio alle sbarre della finestra.
La osservò con attenzione. E pensò che in fondo la sua non era stata una brutta vita.
Aveva sempre vissuto come aveva potuto. E non certo come avrebbe voluto, ma non aveva mai smesso di amare l’umanità, anche quando questa l’aveva maledetto e condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.Ricordò che i filosofi non consideravano la scelta di suicidarsi un crimine o un peccato, ma solo un modo di abbandonare la scena quando la vita diventava inutile. E la sua vita, oltre che inutile, ora era diventata anche insopportabile. Si augurò di non svegliarsi mai più.
Né in paradiso né all’inferno.Ne aveva già abbastanza di questo mondo.E anche dell’altro, dove presto sarebbe andato.Melo non temeva la morte.Era già da tanto tempo che l’aspettava.E lei, per fargli dispetto e per continuare a lasciarlo in prigione, ritardava a venire.Ora però sarebbe stato lui ad andare da lei.
Ogni prigioniero resiste a stare in carcere fino a un certo punto, che varia secondo la storia di ognuno.Poi per alcuni, ad un certo momento, non rimane altro che impiccarsi alle sbarre della finestra della propria cella.
Melo aveva già superato questo limite da molti anni, ma non aveva ancora avuto il coraggio di togliersi la vita in quel modo. Troppi ne aveva visti di prigionieri appesi alle sbarre.Era terrorizzato di fare quella fine.
Una volta aveva tentato di salvarne uno, senza riuscirci, tenendolo per i piedi.
Avrebbe preferito scappare dall’Assassino dei Sogni con una morte dolce, ma non poteva certo andare in Svizzera per chiedere l’eutanasia.Melo camminò un po’ per la cella, avanti e indietro.Poi si sdraiò sulla branda.Fissò il soffitto macchiato di umidità, per una diecina di minuti.Si scrollò gli ultimi dubbi di dosso e non ci volle pensare più.
Si guardò intorno, quasi per paura che qualcuno lo potesse vedere e impedirgli di fuggire per sempre dall’Assassino dei Sogni.Tentò un debole sorriso a se stesso.
Si tolse la malinconia con una scrollata di spalle.
In tutti questi anni ci aveva pensato anche troppo.
Montò sullo sgabello.
E lo fece cadere.
Subito dopo ebbe la sensazione di annegare.
Sentì il cuore addormentarsi.
Fissò le sbarre della finestra.
E si consolò pensando che era l’ultima volta che le vedeva.
Provò la sensazione che le pareti della cella si stessero stringendo verso di lui.
Poi venne il buio.
Ed era così denso che sembrava gli sorridesse.
La morte e la libertà erano così vicine che sarebbe bastato allungare la mano per toccarle. E lo fece.
Prima toccò la morte.
Poi abbracciò la libertà.
Pensò che finalmente ce l’aveva fatta.
Era finalmente libero.
Cadde nel torpore.
Smise di respirare.
E dopo trentatré anni di carcere Melo fu finalmente libero.
Uscì per sempre dalla sua vita.
E si addormentò, come sanno fare solo i morti.
(By Carmelo Musumeci) (foto: suicidi d’estate)

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Lettera aperta ai Giudici della Corte Costituzionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

ergastolaniSignori Giudici, ventisei anni di carcere mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa.
È quello che ho deciso di fare adesso: non sono assolutamente d’accordo con voi che avete deciso di ritenere corretta la norma che consente all’amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall’esterno. In questo modo, il “fine giustifica i mezzi” e, secondo voi, questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. A mio parere però con questa decisione avete fatto un “favore” alla mafia perché non avere tenuto conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa.
Signori Giudici, credo che pensiate in questo modo perché leggete poco, forse perché non avete tempo. Io, invece, in questi 26 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono convinto che senza libri non ce l’avrei potuta fare.
Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Vi confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e vissuto tante volte.
Una volta, una giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché i libri sono un po’ come i figli: si amano tutti, perché tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro “Il Signore degli anelli” perché molti prigionieri sono un po’ come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi. Mi ha entusiasmato anche il libro “Il rosso e nero” di Stendhal perché mi ha insegnato che l’amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro “Delitto e castigo” di Fëdor Michailovic Dostoevskij perché mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errore, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencato i libri di Hermann Hesse, fra cui “Siddharta” e “Il Lupo della steppa”, perché mi hanno insegnato che quello che penso io lo pensano anche gli altri… a parte forse voi.
Signori Giudici, permettetemi di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. Per la prossima volta che dovrete prendere delle importanti decisioni, vi consiglio di leggere prima un buon libro, come facevano i padri della nostra Carta Costituzionale che il carcere lo conoscevano bene, perché sotto il regime fascista vi hanno trascorso molti anni della loro vita.
I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro “Fine pena: ora”: “Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato”.
Fin dall’inizio della mia lunga carcerazione ho iniziato a leggere, all’inizio con la testa e alla fine con il cuore. L’ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi non è stato facile leggere in carcere quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis o nei circuiti punitivi e d’isolamento, perché spesso, per ritorsione, mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina.
Penso che ci dovrebbe essere una buona legge per “condannare” i detenuti a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare i giudici della Corte Costituzionale a leggere di più. (Carmelo Musumeci)
Anche per questo l’Associazione Liberarsi, Sabato 8 aprile 2017, nella Sala del Centro Sociale Valdese in Via Manzoni, 21 – FIRENZE, ha organizzato il Convegno dal titolo: 1992- 2017: 25 ANNI DI 41 BIS 25 ANNI DI TORTURA

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“Giustizia e carceri secondo papa Francesco”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

carcerePatrizio Gonnella e Marco Ruotolo hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato, per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano diversamente da voi. Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata. Un uomo ombra: Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra: Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.(abstract) (Carmelo Musumeci)

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Il carcere ti ha fatto bene?

Posted by fidest press agency su martedì, 20 dicembre 2016

musumeciSpesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre lauree, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.
Quanto odio questa domanda! Prima di rispondere penso ai pestaggi che ho subito all’inizio della mia carcerazione. Ricordo i compagni che si sono tolti la vita impiccandosi alle sbarre della finestra della loro cella perché il carcere induce i più deboli alla disperazione. Rammento i lunghi periodi d’isolamento nelle celle di punizione dove sono stato rinchiuso con le pareti imbrattate di sangue ed escrementi. Mi vengono in mente le botte che una volta avevo preso per essere rimasto più di qualche secondo fra le braccia della mia compagna nella sala colloqui. E di quando avevo dato di matto perché avevo trovato le foto dei miei figli per terra calpestate dagli anfibi delle guardie. Penso ai numerosi trasferimenti che ho subito da un carcere all’altro sempre più lontano da casa. Ricordo tutte le volte che venivo sbattuto nelle “celle lisce” perché tentavo di difendere la mia umanità. In quelle tombe non c’era niente. Nessuno oggetto. Neppure un libro. Nessuna speranza. Non vedevo gli altri detenuti. Li riconoscevo solo dalle grida e dal ritmo dei colpi che battevano sul blindato. Mi ricordo che avevano degli sbalzi di umore: da un’ora all’altra, improvvisamente, piangevano e ridevano. Rammento i lunghi anni trascorsi nel regime di tortura del 41 bis nell’isola degli ergastolani dell’Asinara. Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda.” “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Dopo di che, mi lasciavano la luce accesa (che io non potevo spegnere) e andavano via dando un paio di calci nel blindato. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità.
Per alcuni anni mi ero distaccato dalla vita, lentamente, quasi senza dolore. Non desideravo e non volevo più niente. Cercavo solo di sopravvivere ancora un poco. Mi sentivo già morto. E pensavo che non mi poteva capitare nulla di peggio. Ma mi sbagliavo perché non c’è mai fine al male.
I giorni, le settimane, i mesi e gli anni passavano e io continuavo a maledire il mio cuore perché, nonostante tutto, lui insisteva ad amare l’umanità. M’inventai cento modi per sopravvivere.
Adesso posso dire: “Ce l’ho fatta!”. Ma a che prezzo! Scrivevo per vivere e vivevo se scrivevo. A distanza di venticinque anni, mi domando a volte come ho fatto a resistere e non riesco ancora a darmi una risposta. Mi vengano in mente le ore d’aria trascorse nei stretti cortili dei passeggi con le mura alte e il cielo reticolato, ghiacciati d’inverno e roventi d’estate. Ricordo gli eterni andirivieni, da un muro all’altro nei cortili, o dalla finestra al blindato nella cella, sempre pensando che solo la morte avrebbe potuto liberarmi. Ricordo i topi che mi giravano intorno, gli indumenti, i libri e le carte saccheggiate. Stringevo i denti per non diventare una cosa fra le cose. È difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni. Ti consola poco capire che te lo sei meritato. È vero! Bisogna pagare il male fatto, ma perché farlo ricevendo altro male?
Dopo aver ricordato tutte queste cose, alla domanda se il carcere mi ha fatto bene rispondo che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società. (Carmelo Musumeci) (foto: musumeci)

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“Adolescente deviante”: tesi per la terza laurea di un ergastolano

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 ottobre 2016

musumeciDa bambino sognavo di diventare grande per vendicarmi di essere stato bambino. Ci riuscii senza neppure accorgermene. Ricordo che da pochi giorni avevo compiuto quindici anni. Con Adamo e Nunzio mi ero appostato vicino a una piccola banca. Dovevamo decidere chi sarebbe entrato per primo. Io ero preoccupato perché pensai: – Chissà che faccia faranno gli impiegati quando ci vedranno entrare con la pistola in mano. Immaginando il loro spavento mi vergognai un po’. Ormai, però, era troppo tardi. Per nascondere la paura e la timidezza mi offrii di entrare per primo, io che ero il più giovane. Dovevo dimostrare ai miei compagni e a me stesso che avevo le palle. E poi i soldi mi servivano.
A casa avevo due fratelli e una madre che non ce la facevano a tirare avanti. Entrai dentro la banca come un pazzo furioso, gridando le identiche parole che avevo ascoltate tante volte nei tanti film che avevo visto: – Fermi tutti, questa è una rapina! Mi voltai indietro, sicuro di vedere i miei compagni. Ma non c’erano. Ero solo. Se l’erano fatta addosso e mi avevano abbandonato. Preso dal panico, per un attimo pensai di scappare anch’io. Per fortuna gli impiegati di banca furono molto solerti. Devo dire anche gentili. Mi dicevano: – Sta’ calmo, non sparare, ecco, prendi. I soldi non sono i nostri, prendili pure. Ho una moglie e tre bambini non farmi del male.
Sentendo quelle parole mi calmai. Presi i soldi e uscii dalla banca. Una volta fuori, pensai che era stato persino troppo facile. E credetti che, in futuro, non avrei avuto più problemi di soldi.
Pensai che da grande avrei fatto il rapinatore di banche. Prima, però, avrei dato una lezione a quei due bastardi dei miei complici che mi avevano tradito. Diedi loro un appuntamento per l’indomani al solito posto. Dietro il cimitero. Vicino alle case popolari. Arrivai a piedi con addosso una pistola calibro 22 a canna lunga e un coltello. Erano già lì i bastardi. La luna era alta nel cielo. E li illuminava. Erano seduti sulla panchina ad aspettarmi. Spuntai all’improvviso come partorito dalla notte. Appena mi videro si alzarono. Mi vennero incontro. E iniziarono a balbettare:
carcere– Appena tu sei entrato in banca, abbiamo visto dall’altro lato della strada una macchina della polizia e siamo scappati.
– Comunque è andata bene.
– Abbiamo letto dal giornale che hai portato via dodici milioni.
– L’hai portata la nostra parte?
Risposi loro:
– Eccola!
A Nunzio diedi un colpo di calcio di pistola alla tempia. Adamo era molto più alto di me e non ci arrivavo; così gli sparai a un piede. Dopo averli presi a calci tutte e due e aver loro intimato: Se ve la cantate vi ammazzo come cani, me ne andai pensando:
– Per quale ragione nel giornale c’era scritto che il rapinatore aveva portato via dodici milioni quando invece i soldi erano solo sette milioni?
Da lì in poi, capii che le banche ci guadagnano sempre, anche quando vengono rapinate! Quella sera mi sentii invincibile, capace di realizzare i miei sogni. Mi incamminai verso il centro.
Me ne andai a puttane, in via Prè. E pensai alla prossima rapina che avrei fatto. Rapina che, però, fu un disastro. Fuori dalla banca c’era una pattuglia di carabinieri ad aspettarci. Scappammo a piedi.
Antonio e Ciccio fuggirono a destra, io scappai a sinistra. Dopo pochi metri inciampai e caddi.
Provai a sparare, ma la pistola si inceppò. Mi sentii perduto. Gettai la pistola in faccia al carabiniere più vicino. E proprio mentre mi stavo per rialzare, da dietro mi arrivò un calcio alla tempia che mi fece svenire. Mi svegliai nel gabbione centrale del carcere di Marassi.
All’ufficio matricola mi schedarono: Carmelo Musumeci, nato il 27/07/1955 ad Aci Sant’Antonio, provincia di Catania, alto un metro e settanta, occhi castani, capelli castani, accento siciliano, segni particolare nessuno. Mi presero le impronte. Mi fecero le foto. Mi ordinarono di spogliarmi. E mi perquisirono. Subito dopo, venni messo nel reparto minorenni al piano terra.
E così fui scaraventato in una lurida e sporca cella a sognare la libertà. Iniziai a pensare solo a scappare. Nella mia giovane vita aveva sopportato abbastanza bene ogni traversia ma il carcere, quello, non riuscivo proprio a sopportarlo. Rimanevo sdraiato sulla branda per ore intere pensando a come scappare da quell’inferno. I giorni venivano e andavano. E il morale sprofondava sempre di più. Mi sanguinava il cuore perché, abituato a essere libero, non riuscivo a vivere chiuso in una cella. Dovevo andarmene. Ne parlai con il mio compagno di cella Salvatore:
– Te la senti di fare la bella?
– Ma da qui non è riuscito a scappare nessuno.
– Noi ce la possiamo fare.
Salvatore accettò. Dovevamo procurarci un seghetto. Salvatore era un ragazzone calabrese grande e grosso. Buono come il pane. In seguito lo incontrai a Milano. E in quell’occasione mi salvò la vita durante una sparatoria contro il clan dei Marsigliesi. Salvatore aveva la carnagione scura. I capelli e gli occhi neri come il carbone.
Mi assicurò:
– Per il seghetto ci penso io a farlo entrare. Mi faccio fare un pacco da mia sorella e lo faccio incollare sul fondo fra le due pareti del cartone.
Ero pessimista:
– E come arriva a noi? Di solito la guardia del magazzino, dopo che svuota il pacco, il cartone vuoto lo butta via.
Ma lui aggiunse:
– Un mio amico lavora con la guardia del magazzino e, in un secondo momento, di nascosto lo potrà recuperare.
E così andarono le cose. La sera stabilita segammo le sbarre. Ci davamo i turni. Uno segava. E l’altro cantava. I nostri compagni delle altre celle ci urlavano di smettere che eravamo stonati. Scegliemmo di scappare una notte in cui una nebbia bianca, umida, spessa e impregnata di pioggia avvolgeva tutto il carcere. Levammo le sbarre della finestra della nostra cella. E uscimmo fuori. Nel carcere regnava una gran calma. Il mio cuore si era fatto piccolo e batteva forte. Controllavo con gli occhi e con le orecchie tutto il cortile. Io andavo avanti. E Salvatore mi veniva dietro. Sapevo che non era ancora fatta perché c’era da saltare il muro di cinta. All’improvviso, ci trovammo circondati da una decina di guardie. Mentre pensavo che l’amico di Salvatore che lavorava in magazzino ci aveva traditi, già mi arrivavano calci e pugni da tutti le parti. Caddi per terra e svenni. Mi svegliai all’indomani con un oscuro velo di sangue che mi scendeva continuamente davanti agli occhi. Avevo le sopracciglia spaccate. Ero legato a un letto di contenzione, con i lacci stretti ai polsi e ai piedi. La finestra aperta. Tremavo e battevo i denti. Avevo una fame da lupi e sentivo un freddo cane. Le guardie volevano sapere da chi avevamo avuto il seghetto per tagliare le sbarre. Per questo mi picchiavano di continuo. E io rispondevo urlando: – Bastardi, rotti in culo.
Solo il mio orgoglio di siciliano mi faceva resistere. Ma la mia era davvero una resistenza disperata. Orgoglio a parte, mi sentivo a pezzi. Dopo una settimana, le guardie si stancarono di maltrattarmi e mi sciolsero dal letto di contenzione. E dopo altri dieci giorni di isolamento mi portarono di nuovo in sezione. A un anno da quell’episodio fui scarcerato. Ma fu troppo tardi, perché ero già diventato un ragazzo deviante e non potevo o non volli più voltarmi indietro. Era iniziata la mia carriera di criminale. (Carmelo Musumeci)
(foto: musumeci)

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Musumeci: No a una riforma sbagliata

Posted by fidest press agency su sabato, 30 luglio 2016

costituzione1Sabato 30 luglio, dalle ore 10 alle 17, si terrà all’hotel Biancaneve di Nicolosi l’incontro organizzato dal movimento civico #DiventeràBellissima sulle ragioni del NO al referendum costituzionale previsto in autunno.
“Abbiamo deciso di sostenere il NO a questa inadeguata riforma costituzionale perché avvertiamo con timore la compressione della sovranità popolare”, ha dichiarato Nello Musumeci, presidente della Commissione Antimafia dell’Ars e leader del movimento.
“Se dovesse essere ratificata dal voto autunnale – ha aggiunto Musumeci – ci troveremmo di fronte a una riforma che, accoppiata all’Italicum, segnerebbe la consegna del potere legislativo ed esecutivo nelle mani di un uomo solo al comando. I partiti devono fare un passo indietro e i cittadini, finalmente, devono tornare protagonisti”. Per organizzare la campagna referendaria il movimento lancerà un proprio comitato per il NO, sia a livello regionale che locale. Obiettivo la costituzione di nove comitati provinciali e del maggior numero di comitati nei singoli comuni. Le adesioni – tra professionisti, amministratori locali e imprenditori – saranno presentate alla stampa sabato mattina a Nicolosi. Ai comitati per il NO potrà aderire ciascun cittadino inviando collegandosi alla pagina Facebook di #DiventeràBellissima.

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Caino: cattivo e colpevole per sempre

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 maggio 2016

cainoBy Carmelo Musumeci. Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno tolti?» Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi. (foto caino)

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