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Posts Tagged ‘nazionalismo’

India: L’ascesa del nazionalismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 gennaio 2019

Aiuto alla Chiesa che Soffre si rivolge ai benefattori italiani chiedendo loro di sostenere due diversi progetti nel Paese che più soffre l’aggressività dei nazionalismi religiosi nei confronti delle minoranze, l’India. A Vembarpatti, nello Stato di Tamil Nadu, la Fondazione finanzierà la costruzione della Chiesa Nostra Signora di Lourdes. «Un progetto essenziale – spiega il vescovo di Dindigul, monsignor Thomas Paulsamy – per questa comunità composta da senza casta costretti a lavorare sottopagati nei campi». La Chiesa ha già offerto ai dalit di Vembarpatti quella dignità che il sistema castale indiano gli aveva negato ma la loro fede necessita anche di una degna casa del Signore. Ad oggi l’unica cappella a disposizione può ospitare soltanto 50 dei 3.000 cattolici.Nell’India nord-orientale, a Baraibi, ACS sosterrà invece la costruzione del convento delle Figlie della Carità che insegnano a leggere e scrivere ai bambini, curano gli ammalati e promuovono la dignità della donna.«Moltissimi dei nostri referenti locali ci hanno confidato di temere nuove violenze – afferma il direttore di ACS Alessandro Monteduro – soprattutto in vista delle elezioni generali previste ad aprile, che pongono ancor più sotto attacco l’oppressa e perseguitata comunità cristiana indiana. È dunque essenziale sostenere i nostri fratelli ora, attraverso progetti concreti che rafforzino la loro presenza nel Paese».In India le condizioni delle minoranze religiose sono drammatiche. Dall’ascesa al potere del partito nazionalista Bharatiya Janata Party (BJP), guidato da Narendra Modi, gli attacchi anticristiani sono costantemente aumentanti fino a raggiungere l’apice di 736 incidenti nel 2017. Come conferma ad ACS John Dayal, attivista per i diritti delle minoranze e segretario generale dell’All India Christian Council, a causa delle imminenti consultazioni, la retorica nazionalista e le violenze hanno registrato un netto incremento nelle scorse settimane e sono destinate ad aumentare ulteriormente prima del voto. «La situazione è molto tesa. Viviamo una grave crisi economica e il governo sta facendo promesse che non potrà mantenere soltanto per essere rieletto. E per distogliere l’attenzione dell’elettorato promuove ancor più la propria retorica nazionalista, un programma di cui, purtroppo, le violenze contro i cristiani sono parte integrante».

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Il razzismo italiano e il nazionalismo banale

Posted by fidest press agency su martedì, 7 agosto 2018

Il classico di Michael Billig per la prima volta tradotto in Italiano da Rubbettino. Michael Billig, Nazionalismo banale, pp. 352, € 20,00. Esce in questi giorni in libreria, tradotto per la prima volta in italiano per Rubbettino, nella collana “Spazi Politici” diretta da Maurizio Serio,“Nazionalismo Banale” di Michael Billig, un saggio considerato da molti una pietra miliare del pensiero sul nazionalismo.
Il volume offre un interessante supporto teorico per capire cosa stia succedendo in questi giorni in Italia e come spiegare l’avanzare di questa ondata di nazionalismo all’interno della cultura politica italiana che gli sembrava sostanzialmente estranea, considerando la nostra storia repubblicana e i suoi valori costituzionali.Il campo di osservazione del libro è lo spazio politico degli Stati nazione democratici occidentali, in cui il nazionalismo, lungi dall’essere un umore intermittente, ne costituisce invece la condizione endemica. La tesi di fondo di questa ricerca, tradotta in diverse lingue, è che, nelle nazioni consolidate, abbia luogo un continuo “sbandieramento”, come lo chiama Billig, o richiamo mentale, della nazione. Donde la sua “banalizzazione”, ovvero la sua riduzione ad elemento invisibile e rassicurante della nostra vita quotidiana nelle bandiere esposte negli uffici pubblici, nei riferimenti culturali diffusi dai mass media, nella simbologia più o meno esplicita delle ritualità sportive.Ma attenzione – ci ricorda Billig – “banale” non vuol dire “benevolo”.
Accade così che in momenti particolarmente difficili, come quello che stiamo vivendo, i meccanismi di costruzione dell’identità nazionale, costruita anche per opposizione, definendo cioè un “noi” da una parte e “gli altri” dall’altra, tornino prepotentemente a galla. Il bene comune finisce così per cedere il passo al “nostro” bene, al bene di un “noi” che diventa sempre più ridotto ed esclusivo. Così, alla fine, sessant’anni di chiarezza concettuale sul fatto che i diritti umani siano diritti universali finiscono per essere cancellati. Il privato si espande fino ad occupare lo spazio del pubblico. È la tracimazione delle nostre idiosincrasie in spazi di espressione che un tempo erano camere di compensazione dell’opinione pubblica e oggi sono diventati altoparlanti e megafoni di questi umori aggressivi. È una profonda rivoluzione del senso comune democratico, una sua atrofizzazione. Come scrive Billig: “l’identità nazionale è qualcosa di più di uno stato psicologico interiore o di una definizione di sé dell’individuo: è una forma della vita sociale, quotidianamente vissuta nel mondo degli Stati nazionali. […] l’identità nazionale è un modo di parlare e di ascoltare sistematico nella sua abitudinarietà; è una forma della vita sociale che abitualmente chiude la porta di casa e sigilla le frontiere”.
Michael Billig ha insegnato Scienze sociali all’Università di Loughborough (Gran Bretagna) dal 1985 al 2017, dedicando le sue ricerche alle grandi questioni della psicologia sociale: il potere, l’estremismo politico e l’ideologia. Allievo di Henry Tajfel e autore di numerosi libri e articoli scientifici, ha spesso battuto sentieri inesplorati dall’ortodossia accademica e disciplinare, giungendo a risultati inediti e illuminanti sui temi del pregiudizio e degli stereotipi nelle relazioni sociali (Social Psychology and Intergroup Relations, 1976); sul rapporto tra ideologia e senso comune nelle pratiche sociali quotidiane (Ideological Dilemmas, 1988; Ideologia e opinioni, Roma-Bari 1995); sulla rappresentazione ideologica della famiglia reale inglese (Talking of the Royal Family, 1998); sull’uso del pensiero retorico classico nel contesto delle questioni sociali (Discutere e Pensare, Milano 1999); sul concetto di rimozione in psicologia (L’inconscio freudiano, Torino 2002). http://www.rubbettinoeditore.it

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Nazionalismo americanista

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 luglio 2009

Padre John Navone (un gesuita americano) sulla “Civiltà Cattolica” (16 febbraio 2008) ha scritto un interessante articolo su “Il nazionalismo americano”. Egli spiega che “il nazionalismo americano è diverso da tutti gli altri, perché è di matrice ideologica. La sua è una storia separata, che non accetta paragoni con altri, e per questo è stata la più nazionalista tra le nazioni importanti” che “ribadisce costantemente la sua superiorità su tutti gli altri” (p. 349). Egli continua “la rivoluzione americana ebbe un notevole influenza sulla successiva rivoluzione francese” (ivi). Onde, sfata il mito dei teocons italiani (Pera, Ferrara, Introvigne, Respinti…), i quali ci vorrebbero presentare una rivoluzione anglo-americana conservatrice, sostanzialmente diversa da quella francese. Onde anche la “gloriosa rivoluzione americana” (come la chiamano i nostrani “spaghetti-cons”) è illuminista e non solo sensista o empirista, egualitarista, liberale e praticata sub specie di fratellanza (“liberté, egalité et fraternité”), come quella francese, tranne la maggior compostezza, freddezza o aplomb anglosassone, rispetto a “sangue caldo” latino. Dopo la guerra civile tra nordisti e sudisti (1865) il nazionalismo americano si spinse verso l’oceano Pacifico, “esso si manifestò in pieno nei confronti dell’impero spagnolo nel 1898: questo fu distrutto in una sola notte.Essa continuò e si accentuò dopo la seconda grande guerra e trovò, in Europa, l’opposizione solo della Francia di De Gaulle. Questa politica estera espansionistica, era supportata dall’ideologia protestantica del XIX secolo, chiamata “Vangelo sociale”, essa “sosteneva che l’essere umano sconfigge progressivamente il male man mano che la natura umana progredisce, e implicava che negli Usa, grazie ai meriti delle istituzioni politiche, la natura umana stava raggiungendo un livello di perfezione più rapidamente che altrove. Non a caso il neo Presidente americano ha citato, nel suo discorso programmatico dell’autunno 2008 durante la campagna elettorale per le presidenziali, Gioachino da Fiore. Il padre gesuita conclude “Gli Usa contemporanei sono figli della guerra del Vietnam, prodotto dell’ottimismo liberale e della fede nel valore universale dei princìpi democratici americani, […] il governo statunitense aveva la piena fiducia di insediare in Asia la democrazia in contrapposizione al comunismo” (p. 360). Tale convinzione, scossa dalla sconfitta nel Vietnam, si è rifatta viva, pin piano, con l’amministrazione Reagan e Bush senior, per scoppiare – con forte radicalismo e aggressività – sotto l’influsso dei teocons, con l’amministrazione Bush jr. che ha dovuto, però, constatare la non infallibile applicabilità della democrazia americana nel mondo intero, specialmente asiatico e arabo. (Don Curzio Nitoglia in sintesi)

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