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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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NICHOLAS STARGARDT: La guerra tedesca. Una nazione sotto le armi 1939-1945

Posted by fidest press agency su domenica, 30 dicembre 2018

Sono trascorsi più di settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e – nonostante interi scaffali di libri dedicati alle origini, allo svolgersi e alle atrocità del conflitto – non sappiamo ancora perché i tedeschi combatterono fino all’ultimo giorno per la difesa del Terzo Reich.
Neppure i giapponesi combatterono fino alle porte del palazzo imperiale di Tokyo come fecero i tedeschi per la Cancelleria del Reich a Berlino. Che cosa li muoveva realmente? Come potevano far proprio il richiamo alla mobilitazione generale da parte di un regime che, nel 1945, mise in atto la propria «sconfitta totale», investendo e consumando tutte le risorse morali e fisiche della nazione?
Il carattere di guerra razziale di quel conflitto, con le atrocità e i genocidi conseguenti, non era, inoltre, – come nel periodo della Guerra fredda si è a lungo sostenuto – un’ignobile macchia delle SS e di un manipolo di nazisti intransigenti.
A partire dagli anni Novanta, documentazioni fotografiche e numerosi materiali – come una pagina di diario in cui, il 22 novembre 1943, il capitano August Töpperwien annotava: «Stiamo sterminando non solo gli ebrei che combattono contro di noi, vogliamo letteralmente sterminare questo popolo in quanto tale!» – hanno abbondantemente messo in discussione la comoda scusa di una Wehrmacht buona a fronte delle cattive SS.
La tesi perciò che vuole i tedeschi consapevoli a poco a poco di stare combattendo una guerra mirata al genocidio è difficilmente confutabile. Che impatto, tuttavia, ha avuto sulla gente comune una simile consapevolezza? In che maniera la guerra influì sul loro modo di vedere il genocidio? Il diffuso timore, nell’estate 1943, che la Germania non sarebbe riuscita a sottrarsi alle conseguenze di una spietata guerra razziale, di cui era stata essa stessa fautrice, ha avuto un peso rilevante nella mobilitazione generale dei tedeschi?
Opera imponente, frutto di un decennale lavoro su una sterminata massa di materiali – i rapporti delle spie del regime, quelli della censura militare, le raccolte di lettere fra amanti, amici stretti, genitori e figli e coppie sposate – La guerra tedesca intreccia magistralmente gli eventi bellici con le vicende personali del popolo tedesco in guerra, e offre al lettore uno dei più importanti libri sulla Germania nazista che siano mai stati scritti.Traduzione di Filippo Verzotto Euro 23,00 816 pagine. Neri pozza editore.

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Il modello italiano di nazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 marzo 2018

Le grandi nazioni si sono costruite essenzialmente su due modelli, quello legittimistico basato sull’alleanza fra il “trono” e “l’altare” e quello giacobino della “nazione in armi”.
Qual è il modello italiano? Se penso al nostro Risorgimento mi pare impossibile inquadrare la sua evoluzione in uno dei due citati modelli.
D’altra parte la nazione “legittimista” finì con il realizzarsi con il concordato del 1929 che chiudeva la questione romana, identificata da Antonio Gramsci come il problema principale (insieme con quella meridionale) per la realizzazione effettiva dell’unità nazionale. Fu una partenza debole, per le istituzioni liberali, essendo rimaste a lungo prive dell’apporto delle masse cattoliche e contadine. E’ in quella fase che il nazionalismo diventa, proprio perché espressione di élite ristrette, antiparlamentare e potenzialmente eversivo. La rivincita dell’idea della nazione in armi venne con la Resistenza, in cui però le motivazioni patriottiche e quelle classiste non si fusero mai completamente, la lotta sociale s’intrecciò con la guerra civile, e il risultato fu la costruzione di un nuovo Stato e di un nuovo patto costituzionale che prescindeva dall’idea di nazione. Un’altra indicativa svolta l’abbiamo avuta nel 1948, dove i vincitori si raccolsero intorno alla figura di Alcide de Gasperi e i perdenti si sentirono stranieri in patria. Ancora una volta il vento del cambiamento nelle relazioni internazionali dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 riportò in Italia un sostanziale reinserimento delle forze di origine comunista e il loro modo di riconciliarsi pienamente con l’idea di nazione. Oggi, probabilmente, siamo di fronte a nuove forme evolutive del nostro modello di nazione. La sua crescita è in una fase iniziale per cui per il momento è arduo dare una definizione esaustiva. Vedremo nei prossimi anni. Ciò che, tuttavia, mi appare indicativo è che nell’attesa del nuovo corso ci siamo imbattuti in un risveglio dei localismi e delle tendenze separatiste. La verità è che abbiamo fatto poco per dare al sistema paese il suo assetto unitario lasciando che il meridione restasse indietro rispetto agli stimoli innovativi esercitati nel Nord.
Ora questo nodo irrisolto giunge al pettine e potrebbe guastare la festa a quella parte degli italiani che sente vivo il sentimento unitario. (Riccardo Alfonso)

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Il modello italiano di nazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

alcide de gasperiLe grandi nazioni si sono costruite essenzialmente su due modelli, quello legittimistico basato sull’alleanza fra il “trono” e “l’altare” e quello giacobino della “nazione in armi”.
Qual è il modello italiano? Se penso al nostro Risorgimento mi pare impossibile inquadrare la sua evoluzione in uno dei due modelli citati.
D’altra parte la nazione “legittimista” finì con il realizzarsi con il concordato del 1929 che chiudeva la questione romana, identificata da Antonio Gramsci come il problema principale (insieme con quella meridionale) per la realizzazione effettiva dell’unità nazionale. Fu una partenza debole, per le istituzioni liberali, essendo rimaste a lungo prive dell’apporto delle masse cattoliche e contadine. E’ in quella fase che il nazionalismo diventa, proprio perché espressione di élite ristrette, antiparlamentare e potenzialmente eversivo. La rivincita dell’idea della nazione in armi venne con la Resistenza, in cui però le motivazioni patriottiche e quelle classiste non togliatti_gramscisi fusero mai completamente, la lotta sociale s’intrecciò con la guerra civile, e il risultato fu la costruzione di un nuovo Stato e di un nuovo patto costituzionale che prescindeva dall’idea di nazione. Un’altra indicativa svolta l’abbiamo avuta nel 1948, dove i vincitori si raccolsero intorno alla figura di Alcide de Gasperi e i perdenti si sentirono stranieri in patria. Ancora una volta il vento del cambiamento nelle relazioni internazionali dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 riportò in Italia un sostanziale reinserimento delle forze di origine comunista e il loro modo di riconciliarsi pienamente con l’idea di nazione. Oggi, probabilmente, siamo di fronte a nuove forme evolutive del nostro modello di nazione. La sua crescita è in una fase iniziale per cui per il momento è arduo dare una definizione esaustiva. Vedremo nei prossimi anni. Ciò che, tuttavia, mi appare indicativo è che nell’attesa del nuovo corso ci siamo imbattuti in un risveglio dei localismi e delle tendenze separatiste. La verità è che abbiamo fatto poco per dare al sistema paese il suo assetto unitario lasciando che il meridione restasse indietro rispetto agli stimoli innovativi esercitati nel Nord.
Ora questo nodo irrisolto giunge al pettine e potrebbe guastare la festa a quella parte di italiani che sente vivo il sentimento unitario. (Riccardo Alfonso)

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Ritratto di una Nazione: L’Italia al lavoro

Posted by fidest press agency su sabato, 2 settembre 2017

Ritratto di una NazioneRoma 11-16 settembre Teatro Argentina Largo Argentina 1 Ritratto di una Nazione: L’Italia al lavoro.
Sono quattro i “ritratti teatrali” che la direzione di Antonio Calbi ha messo in cantiere al suo arrivo nel maggio 2014, quasi dei “manifesti programmatici”: restituire al teatro la sua funzione sociale, il suo essere strumento di indagine del presente, attraverso creazioni collettive, veri e proprio “polittici” a più mani e di durate extra-ordinarie (12 ore durata Ritratto di una Capitale). I temi sono quelli che di volta in volta sono sentiti urgenti e che indagano le geografie a diversa scala: la Capitale ieri, la Nazione oggi, l’Europa e il mondo nei prossimi anni.
Questa volta il progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri è dedicato al nostro Paese: Ritratto di una Nazione si compone di 20 pièce teatrali, commissionate ad altrettanti autori, uno per ciascuna regione, che affrontano e indagano la tematica del lavoro nelle sue diverse criticità, secondo il punto di vista di chi ce l’ha e di chi l’ha perduto o mai trovato. Un polittico etico, estetico, poetico che, per questa prima parte, presenta 11 “scene” dall’Italia di oggi: 11 tasselli – le prime 9 regioni, più un prologo scritto dal premio Nobel Elfriede Jelinek e un pezzo sulle lotte sindacali in Italia – per un’opera polifonica in forma di puzzle e montata in un unicum, grazie al lavoro del dramaturg Roberto Scarpetti, del regista Fabrizio Arcuri, alla colonna sonora live dei Mokadelic, al set virtuale di Luca Brinchi e Daniele Spanò. A dar voce e visione alle rispettive regioni, con la varietà di lingue e poetiche mescolate in un’unica composizione collettiva, sono le creazioni di autori e drammaturghi diversi per generazione, indole e scrittura: Marta Cuscunà con Etnorama 34074 (Friuli Venezia Giulia), Davide Enia con Scene dalla frontiera (Sicilia), Renato Gabrielli con Redenzione (Lombardia), Saverio La Ruina con 30 minuti (Calabria), Alessandro Leogrande con Pane all’acquasale (Puglia), Marco Martinelli con Saluti da Brescello (Emilia Romagna), Michela Murgia con Festa nazionale (Sardegna), Ulderico Pesce con Petrolio (Basilicata), il dittico di Vitaliano Trevisan con North by North-East. Coffee shop e Start-up (Veneto), il pezzo sulle lotte sindacali di Wu Ming 2 e Ivan Brentari con Meccanicosmo. A fare da prologo, Risultato da lavoro, testo d’eccezione commissionato per l’occasione alla scrittrice austriaca teatro_argentina1Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura 2004. L’interpretazione è affidata a un “quarto stato” di interpreti-lavoratori, impegnati a restituire in scena l’Italia che lavora, tra gli altri: Giuseppe Battiston, Francesca Ciocchetti, Roberto Citran, Maddalena Crippa, Gigi Dall’Aglio, Michele Di Mauro, Davide Enia, Saverio La Ruina, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Filippo Nigro, Gianni Parmiani, Ulderico Pesce, Michele Placido, Arianna Scommegna, Vitaliano Trevisan.
Ritratto di una Nazione si apre con il prologo affidato a Maddalena Crippa che consegna la sua voce al “lavoro che divora il mondo”, quello di cui parla il premio Nobel Elfriede Jelinek in Risultato da lavoro, sullo sfondo una donna che cuce, come una moderna Penelope, per riflettere sul proprio lavoro che crea e distrugge.
Il viaggio inizia. Il Friuli Venezia Giulia di Marta Cuscunà con Etnorama 34074 si focalizza sulla Fincantieri di Monfalcone riconvertita a industria del turismo per effetto della globalizzazione, la stessa che si manifesterà in una tigre del bengala, fuggita dal circo, al suo ingresso nello stabilimento navale. Interprete Francesca Ciocchetti.
La Sicilia di Davide Enia con Scene dalla frontiera, tratto dal suo ultimo romanzo Appunti per un naufragio (Sellerio), racconta ciò che sta accadendo nel Mediterraneo e il lavoro delle squadre di soccorso a mare, uomini e donne al confine di un’epoca e di un continente, costretti a riadattare il proprio mestiere.
La Lombardia di Renato Gabrielli è messa allo specchio in Redenzione, quella finta di un Gaga berlusconiano, (Michele Di Mauro), che diventa guida di un gruppo di giovani disoccupati, un incontro che si rivelerà essere il set di un video virale per lanciare un movimento giovanile ispirato a “Giovinezza”, canzone inno del fascismo.
La Calabria di Saverio La Ruina in 30 minuti è un’attraversata urbana e storica, che vede impegnati due uomini, con partenza da via del Popolo a Castrovillari: l’uomo di oggi impiega 2 minuti, l’uomo del passato la percorreva in 30 minuti, una doppia velocità che rileva come siano cambiate le relazioni sociali anche grazie al lavoro.
La Puglia di Alessandro Leogrande con Pane all’acquasale, tre storie di sfruttamento e umiliazione, tra nuovi e vecchi schiavi, si intrecciano le vite di un bracciante polacco nella provincia di Foggia degli anni 2000, di Giuseppe Di Vittorio, sindacalista contadino protagonista del grande sciopero di Cerignola del 1904, e di un operaio dell’Ilva. Tra gli interpreti Michele Placido.
L’Emilia Romagna di Marco Martinelli con Saluti da Brescello, dove le statue in bronzo di Peppone e Don Camillo si animano in un rinnovato corpo a corpo, fra Gigi Dall’Aglio e Gianni Parmiani, una invettiva che passa dalla storia di Donato Ungaro, vigile urbano di Brescello e giornalista che dalla metà degli anni Novanta comincia a scrivere di corruzione e infiltrazione mafiosa, anche nella terra “rossa” per antonomasia.
La Sardegna di Michela Murgia con Festa nazionale è racconta da Arianna Scommegna nel ruolo di Gianna, una donna delle pulizie in una base militare della Nato nell’Ogliastra, che pur perdendo il marito per leucemia, forse a causa della radioattività, non ne fa una condanna bensì un sacrificio al dio lavoro.
La Basilicata di Ulderico Pesce con Petrolio, racconto-denuncia della “lucania saudita”, il più grande giacimento petrolifero continentale, dove ogni giorno vengono estratti circa 100 mila barili di petrolio: una terra ingannata dall’illusione del lavoro che, dopo 30 anni di estrazioni petrolifere, è lasciata povera, spopolata, con un alto indice di mortalità tumorale e con danni ambientali irreversibili.
Il dittico veneto NORTH BY NORTH-EAST. Coffee shop e Start-up di Vitaliano Trevisan, anche in scena con Giuseppe Battiston e Roberto Citran, racconta le vite di tre ragazzi fino all’idea di una start-up, un servizio di trasporti dall’Italia all’Ucraina, che incontra il loro passato di droga, la mancanza di lavoro, la vita da camionista.
Infine, il pezzo sulle lotte sindacali in Italia di Wu Ming 2 e Ivan Brentari con Meccanicosmo, a quasi 60 anni dalle lotte della Breda, sempre a Sesto San Giovanni, ritornano le battaglie sindacali di due operai della General Electric nella Milano di oggi, con protagonisti Paolo Mazzarelli, Lino Musella e Filippo Nigro. Siamo nel 1961, l’anno del primo cosmonauta Juri Gagarin, che infatti arriva in scena.
Questa prima parte dura 5 ore, compreso intervallo di 30 minuti, con inizio alle ore 19 e chiusura entro la mezzanotte. Nel 2018 si aggiungeranno i rimanenti pezzi in arrivo dalle altre regioni della penisola: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo, Marche, Molise, Lazio, Campania, componendo la maratona finale della durata di 12 ore. Ritratto di una Nazione è un progetto sostenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT).
Orari spettacolo: ore 19.00 _ durata 5 ore incluso intervallo di 30’ Biglietti – platea 20,00 intero 15,00 ridotto plachi 15,00 intero 12,00 ridotto galleria 13,00 intero 10,00 ridotto Card Ritratto di una Nazione 2 ingressi 34,00 (foto: ritratto di una nazione)

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Palermo: Sicilia nazione

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2015

sicilia nazionePalermo – Oltre 500 persone, sfidando il caldo ed in un giorno feriale, hanno sfilato a Palermo dai Quattro Canti di campagna sino a Piazza Verdi, nel 69° anniversario dell’approvazione dello Statuto, per rivendicare l’autodeterminazione della Sicilia. E’ positivo il bilancio della prima manifestazione pubblica di Sicilia Nazione, il movimento di recente costituzione che sta raccogliendo sempre più adesioni. I partecipanti al corteo si sono poi raccolti al teatro ‘Al Massimo’ di Palermo per ascoltare gli interventi del comitato promotore di Sicilia Nazione. Sono intervenuti i massimi esponenti (da Rino Piscitello, a Massimo Costa a Gaetano Armao) del movimento sicilianista che rifiuta gli eccessi di personalismo e che intende subordinare ogni iniziativa alle decisioni collettive dei suoi attivisti. Il filo dominante di tutti gli interventi è stata la presa d’atto che lo Statuto speciale è stato calpestato e totalmente inapplicato.Crocetta e Renzi con i loro accordi in danno della Sicilia stanno assestando gli ultimi colpi all’autonomia siciliana e la proposta di eliminare la specialità viene persino avanzata senza alcuna vergogna da esponenti a loro vicini. A questo punto, secondo i fondatori di Sicilia Nazione, è stato violato il patto di fatto siglato tra lo Stato Italiano e la Sicilia 69 anni or sono, sulla base del quale si rinunciava alla lotta per l’indipendenza in cambio dello Statuto. Si apre quindi una nuova fase dalla quale non può più essere esclusa la richiesta di indipendenza. Nel corteo infatti sfilava tra gli altri uno striscione con la parola d’ordine principale di Sicilia Nazione: “La Sicilia deve diventare una Nazione federata o uno Stato indipendente”. Gli esponenti di Sicilia Nazione hanno ribadito di essere in sintonia con le lotte indipendentiste degli scozzesi, dei catalani e degli altri popoli in lotta per l’indipendenza e hanno sottolineato il fatto che una Sicilia indipendente avrebbe le risorse necessarie per costruire lo sviluppo finora negato e che comunque, come dimostrano ad esempio le lotte degli scozzesi, la stessa sola battaglia per l’indipendenza determina una crescita delle attenzioni e delle disponibilità da parte dello Stato centrale tale da rendere comunque utile e conveniente un tale impegno. Nel corso dell’iniziativa è stata presentata la campagna #FermiamoCrocetta che nei prossimi mesi caratterizzerà nel territorio l’impegno del movimento. All’incontro hanno preso la parola i rappresentanti di formazioni indipendentiste (Salvo Musumeci del MIS e Antonella Pititto di Noi Siciliani Liberi) che hanno dichiarato la loro partecipazione in Sicilia Nazione pur mantenendo in attività i loro movimenti. All’incontro è intervenuto, su invito degli organizzatori, anche il decano dei giornalisti Giovanni Ciancimino. Alla fine della manifestazione si è esibito il cantautore siciliano Carlo Muratori. (foto: sicilia nazione)

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Lavoro e bene della nazione

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2012

Italiano: Giorgia Meloni

Italiano: Giorgia Meloni (Photo credit: Wikipedia)

«Non dobbiamo cadere nel tranello di chi tenterà di dipingerci come la forza politica che vuole ridurre i diritti dei lavoratori e favorire le imprese. Perché un forza politica come il Pdl non si schiera con una parte sociale o con l’altra ma persegue il bene della Nazione, non facendo sconti, né favori a nessuno. Il Governo e la maggioranza di centrodestra non hanno fatto un passo indietro e affidato la guida dell’Italia a un Esecutivo di tecnici per rimanere impantanati nelle paludi degli interessi di parte. Non siamo disposti a renderci complici di una operazione che, come accaduto in passato con il protocollo welfare, dovesse mettere mano al sistema del lavoro e delle tutele escludendo, ancora una volta, i nostri giovani e tutti i lavoratori atipici».
È quanto ha detto il deputato del Pdl, Giorgia Meloni, nel corso della Conferenza nazionale del Pdl sul lavoro.
«Il tempo e gli eventi hanno dato ragione al centrodestra che per primo ha introdotto nel dibattito politico e culturale temi cardini come combattere il lavoro ineguale, il diritto all’occupabilità, il riallineamento tra domanda e offerta e la flessibilità. Oggi l’Italia deve concludere il processo di adeguamento del mercato del lavoro e il centrodestra deve voler ridiscutere lo ‘Statuto dei Lavoratori’, per dar vita a un nuovo ‘Statuto dei Lavori’ che affermi un nocciolo di diritti universali e inderogabili per tutte le tipologie di lavoro, un livello minimo, ma garantito e uguale per tutti. La riforma Fornero, anche se per diversi aspetti non mi convince, sembrava un accettabile compromesso, punto di arrivo di una trattativa serrata e sofferta tra le parti, nella quale ognuno aveva ceduto qualcosa. Se con il scivoloso strumento del ddl il testo diventerà il punto di partenza della discussione, allora cambierà tutto», ha proseguito Giorgia Meloni.

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Milano, cuore politico della Nazione

Posted by fidest press agency su martedì, 17 maggio 2011

«Quel che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia» così Gaetano Salvemini scriveva in conclusione al saggio I partiti politici milanesi nel secolo XIX che Mursia manda in libreria in questi giorni (pagg. 196; euro 15,00). Curato e prefato da Arturo Colombo, storico e professore emerito dell’Università di Pavia, il saggio di Salvemini passa in rassegna i partiti di rito ambrosiano dall’Ottocento sino alle soglie del Novecento. Un testo che torna di grande attualità oggi mentre infuria una battaglia elettorale che a Milano sta giocando la sua partita più importante. Salvemini scrisse questo saggio nel 1899 e vi si colgono ancora le eco del pensiero marxista e socialista da cui si sarebbe distaccato in seguito. Eppure osservando la realtà milanese dell’Ottocento Salvemini nota acutamente che sotto la Madonnina le divisioni in classi tra borghesia, aristocrazia e ceti popolari, spesso si trasformano in alleanze temporanee e convergenti a favore di quella che oggi chiameremmo la leadership milanese e che all’epoca era la preminenza di Milano in contrapposizione alle spinte piemontesi-sabaude o romane. Emerge nel testo di Salvemini l’influenza del pensiero di Carlo Cattaneo, di cui lo storico pugliese fu un estimatore, ma anche la complessità del dibattito politico risorgimentale molto distante da quell’unanimismo che a lungo ha dominato la storiografia. Come dire che la Milano di Salvemini serve a illuminare la Milano di oggi e anche quella prossima ventura.

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