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Mio nonno racconta: La guerra che mi ha attraversato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata nel cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio.
In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnano alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra.
Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto.
Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale.
Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce.
Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti.
D’altra parte avevo già vissuto, e questa volta con una partecipazione certamente più diretta, cosa voleva significare la guerra allorché tra il sette e l’otto aprile del 1939 le truppe italiane sbarcarono in Albania. Vi era anche mio padre con il suo reggimento. Allora eravamo a Pistoia da alcuni mesi. Avevamo già lasciato la nonna materna a Campobasso, da poco vedova, e ora ci separavamo da mio padre. Lo rivedemmo, di tanto in tanto, in licenza e alla fine i miei genitori decisero, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, che sarebbe stato meglio ritornare a Campobasso considerandola, tra l’altro, una cittadina meno esposta ai bombardamenti. In effetti, la vicinanza dell’aeroporto militare di Pisa non prometteva nulla di buono. Mio padre, intanto, restò in Albania sino alla prima metà del 1941 e al rientro in patria fu assegnato a Spoleto. Io non capivo, del resto, nemmeno cos’era il fascismo, ma mi fecero lo stesso indossare la divisa da figlio della lupa e poi da balilla e marciare impettito nei giorni solenni potando in spalla un fucile di legno. Era un gioco, un rituale, ma non mi rendevo conto che dietro si celava qualcosa d’altro perché ero un bambino.
Oggi i figli e i nipoti dei miei coetanei, si guardano bene d’indossare la divisa. Cercano, persino, di affrancarsi dal servizio militare, quand’era obbligatorio, ma se le divise sono state gettate alle ortiche, non è detto che altre non possano aver preso, in senso metaforico, il loro posto. (Riccardo Alfonso)

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Mio nonno racconta: La guerra che mi ha attraversato

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata sul cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio.
In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnano alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra.
Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto.
Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale.
Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce.
Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti.
D’altra parte avevo già vissuto, e questa volta con una partecipazione certamente più diretta, cosa voleva significare la guerra allorché tra il sette e l’otto aprile del 1939 le truppe italiane sbarcarono in Albania. Vi era anche mio padre con il suo reggimento. Allora eravamo a Pistoia da alcuni mesi. Avevamo già lasciato la nonna materna a Campobasso, da poco vedova, e ora ci separavamo da mio padre. Lo rivedemmo, di tanto in tanto, in licenza e alla fine i miei genitori decisero, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, che sarebbe stato meglio ritornare a Campobasso considerandola, tra l’altro, una cittadina meno esposta ai bombardamenti. In effetti, la vicinanza dell’aeroporto militare di Pisa non prometteva nulla di buono. Mio padre, intanto, restò in Albania sino alla prima metà del 1941 e al rientro in patria fu assegnato a Spoleto. Io non capivo, del resto, nemmeno cos’era il fascismo, ma mi fecero lo stesso indossare la divisa da figlio della lupa e poi da balilla e marciare impettito nei giorni solenni potando in spalla un fucile di legno. Era un gioco, un rituale, ma non mi rendevo conto che dietro si celava qualcosa d’altro perché ero un bambino.
Oggi i figli e i nipoti dei miei coetanei, si guardano bene d’indossare la divisa. Cercano, persino, di affrancarsi dal servizio militare, quand’era obbligatorio, ma se le divise sono state gettate alle ortiche, non è detto che altre non possano aver preso, in senso metaforico, il loro posto. (Riccardo Alfonso)

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I nipoti non conviventi hanno diritto al danno non patrimoniale per la morte del nonno deceduto a seguito di un sinistro

Posted by fidest press agency su sabato, 9 dicembre 2017

cassazioneCon una significativa decisione della Cassazione civile pubblicata il 7 dicembre in materia di danno non patrimoniale dei nipoti a seguito di morte da incidente stradale dei nonni, vengono estesi i diritti anche ai non conviventi superando un orientamento giurisprudenziale che sinora lo aveva circoscritto a coloro che dimostrassero di avere anche la residenza con l’ascendente. A sottolinearne l’importanza, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. Infatti, secondo quanto stabilito dalla sentenza 29332/17, emessa dalla terza sezione civile, il danno non patrimoniale dev’essere ritenuto presunto anche per il nipote che non conviveva col defunto perché la coabitazione non può essere ritenuta un «connotato minimo» per l’esistenza della relazione parentale né il risarcimento può essere limitato alla cosiddetta “famiglia nucleare”: il nonno è una figura di riferimento anche se l’effettività e la consistenza dei rapporti col de cuius devono essere sempre dimostrati. Nella fattispecie, il ricorso dei congiunti è stato accolto nonostante le conclusioni del sostituito procuratore generale solo dopo che la corte d’appello di Milano aveva riconosciuto il risarcimento alla nipote che abitava col nonno investito dall’auto diversamente dagli altri non conviventi cui era stato negato. La Suprema Corte ha quindi, sostenuto i principi secondo cui «in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione”, proposta iure proprio dai congiunti dell’ucciso questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto» (Cass. 21230/2016), in tali termini dovendosi considerare superato il diverso orientamento richiamato dalla sentenza impugnata.» Ma v’è di più, per gli ermellini con la decisione in commento, «Deve dunque ritenersi che anche il legame parentale fra nonno nipote consenta di presumere che il secondo subisca un pregiudizio non patrimoniale in conseguenza della morte del primo (per la perdita ella relazione con una figura di riferimento e dei correlati rapporti di affetto e di solidarietà familiare) e ciò anche in difetto di un rapporto di convivenza, fatta salva, ovviamente, la necessità di considerare l’effettività e la consistenza della relazione parentale ai fini della liquidazione del danno.

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Libro: La mia storia infinita

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

La mia storia infinitaRiccardo Alfonso “La mia storia infinita”, Edizioni Fidest pag.170. Questo libro è nato per ricordare le cose più belle della vita, ma non solo. Per raccogliere i racconti di un nonno seduto accanto al camino e dei nipoti che lo contornano curiosi ed interessati alle sue storie. E’ anche la pagina di un’amicizia con un poeta e alla dolcezza dei racconti infantili. Sono quei ritagli di una saga familiare che ciascuno di noi conserva nei cassettini della memoria e che di tanto in tanto riaffiorano e ci commuovono o ci riempiono di nostalgia e finiscono con il dare un tocco particolare alla nostra vita. E’ anche il prezzo di una durezza esistenziale che attraversa tutto l’arco della vita e si interseca con gli eventi esterni ora fatti di guerre e violenze, ora frutto di piccole dimostrazioni di solidarietà umana a volte manifestati da sconosciuti che s’incontrano una volta nella vita e poi scompaiono per sempre. (pubblicato su Amazon)

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Pronto nonno fino a 650 chiamate al giorno

Posted by fidest press agency su domenica, 18 luglio 2010

Roma. «Nell’ultima settimana, in concomitanza con l’innalzamento delle temperature,  le telefonate ricevute al centralino di Pronto Nonno sono triplicate, passando da una media giornaliera di 200 al triplo, toccando in alcuni giornate anche una media di 650 chiamate al giorno». È quanto dichiara l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, Sveva Belviso. «Il 40% delle richieste pervenute agli operatori di Pronto Nonno hanno riguardato la consegna di generi alimentari e medicinali – continua Belviso – mentre circa il 10% degli over 65 ha richiesto un intervento sanitario per malesseri dovuti al caldo. Il 35%, invece, ha chiesto informazioni sulle attività ludico-ricreative presenti in città, come Nonni d’Estate, in programma il prossimo mercoledì». «Dal luglio 2009 – prosegue Belviso – sono state circa 18.000 le chiamate effettuate al numero verde di Pronto Nonno 800.147.741 e circa 30.000 quelle effettuate dai nostri operatori agli anziani più fragili che, soprattutto d’estate, hanno bisogno di essere seguiti e monitorati. Per questo voglio rivolgere un appello ai cittadini affinché segnalino al numero verde 800.147.741, attivo tutti i giorni 24 ore su 24, eventuali situazioni di disagio o di solitudine di cittadini anziani cosi da consentire all’Amministrazione comunale di raggiungere quei casi più difficili da individuare».

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