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Quotidiano di informazione – Anno 35 n°33

Posts Tagged ‘obesità’

Saper gestire il trattamento dell’obesità

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2022

Tra i trattamenti per l’obesità, quello definito “di prima linea” è il modello cognitivo-comportamentale (dieta personalizzata, monitoraggio del comportamento alimentare e prescrizione di attività fisica), ma con il grande limite di non avere successo nel lungo periodo a causa dell’adattamento metabolico e soprattutto delle difficoltà nel mantenere il cambiamento dello stile di vita. La tecnologia ora può fornire un supporto determinante a chi è affetto da obesità attraverso un dispositivo medico “virtuale”, (DTxO – Digital Therapeutics per l’ Obesità) che offre un’assistenza personalizzata attraverso il proprio smartphone. Il periodo di osservazione dello studio (“Demetra”) durerà 12 mesi e coinvolgerà circa 200 soggetti, di cui oltre 130 sono già stati arruolati nei 2 centri italiani (l’Istituto Auxologico Italiano Centro Ambulatoriale Obesità e il Policlinico di Bari Ospedale Giovanni XXIII). Lo studio, approvato dal Ministero della Salute, ha come obiettivo quello di valutare la perdita di peso di quanti utilizzano DTxO, attraverso un miglioramento nel controllo e mantenimento ponderale, unito a quello della salute generale del paziente stesso. In Italia si stima che ci siano oltre 10 milioni di persone affette (il 10,5% della popolazione adulta) e rappresenta uno dei maggiori problemi di salute pubblica a livello mondiale. L’obesità è un disordine multifattoriale che porta a un incremento significativo dei fattori di rischio per diverse malattie croniche nonché ad alterazioni significative della qualità di vita, incidendo anche in maniera significativa sulla durata della vita. Esistono però alcuni trattamenti che seguono diversi approcci, tra cui quello farmaco-terapico, quello bariatrico (la riduzione del tratto digestivo attraverso procedure chirurgiche) ed infine quello cognitivo-comportamentale. Quest’ultimo, ossia l’intervento sullo stile di vita, rappresenta il “trattamento di prima linea” per molti pazienti e consiste in una dieta personalizzata associata ad un monitoraggio del comportamento alimentare e alla prescrizione di attività fisica. Tale approccio rischia però di non avere successo nel lungo periodo a causa dell’adattamento metabolico e soprattutto delle difficoltà comportamentali nel mantenere il cambiamento dello stile di vita da parte dei pazienti. Per la gestione dell’obesità, la tecnologia può fornire un supporto determinante attraverso un dispositivo medico “virtuale”, che il paziente semplicemente porta nella sua quotidianità. DTxO è infatti un dispositivo medico in formato app che permette ad ogni persona affetta da obesità di ottenere un’assistenza personalizzata attraverso il proprio smartphone. Grazie ad un particolare algoritmo che elabora le prescrizioni del team di cura del paziente, il sistema affianca la persona, motivandola e incoraggiandola nel suo percorso fornendole raccomandazioni utili al raggiungimento del suo obiettivo. Fonte: https://www.theras-group.com/

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L’obesità in Italia è tempo di agire

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 novembre 2022

Roma Martedì 29 novembre, ore 10.00 – 12.30 Sala Conferenze Anci (primo piano), via dei Prefetti 46. Sarà presentato il 4° Italian Barometer Obesity Report, realizzato da IBDO Foundation in collaborazione con Istat, Coresearch e Bhave e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk nell’ambito del progetto Driving Change in Obesity, che offre una fotografia della situazione nazionale, con approfondimenti regionali, dei livelli di obesità e sovrappeso. Il report, attraverso la condivisione di informazioni e dati significativi, vuole stimolare il dibattito per promuovere la sensibilizzazione e informazione della popolazione. Quasi metà della popolazione italiana è in eccesso di peso e, purtroppo, esiste una forte disuguaglianza territoriale sull’ accesso alle cure e ai trattamenti, cosa che influisce notevolmente sulla qualità di vita delle persone. È fondamentale che le istituzioni considerino l’obesità una priorità clinica, sociale ed economica e si impegnino a garantire la tutela della salute uguale per tutti sul territorio nazionale.

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Terapia dell’obesità

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 ottobre 2022

L’obesità e le malattie correlate (in particolare il diabete di tipo 2), sono al centro di una vera e propria pandemia, che ha risvolti umani, clinici e socio-economici enormi. È dunque imperativo trovare soluzioni terapeutiche. E i primi importanti risultati concreti di questo sforzo di ricerca planetario si stanno cominciando a vedere, con le terapie già approdate alla pratica clinica e quelle di prossimo arrivo.La carica dei nuovi farmaci contro l’obesità: ecco i farmaci di oggi e di domani che potrebbero relegare la chirurgia ai soli casi gravi. La farmacoterapia è un pilastro nella lotta all’obesità e alle sue complicanze. Quello che stiamo vivendo è un momento magico e molto particolare nella storia del trattamento dell’obesità perché finalmente sono a disposizione farmaci molto efficaci, con un profilo di sicurezza ottimo e in grado di proteggere contro gli eventi cardiovascolari, dalla steatosi epatica, dall’infertilità, e altri ancora.“ Si tratta insomma di risultati che cominciano a rosicchiare il campo della chirurgia bariatrica. “Su un altro fronte – prosegue il professor Sbraccia – il trial SURMOUNT-1 sulla tirzepatide (un doppio analogo GLP-1/GIP o dual agonist) a somministrazione settimanale ha mostrato dati di estremo interesse, con una metà dei pazienti trattati che superano il 25% di calo ponderale”. Insomma, abbiamo di fronte prospettive notevoli nel campo della terapia dell’obesità. Questi farmaci sono tutti ‘costruiti’ intorno all’azione di una serie di ormoni gastrointestinali che agiscono sia sull’apparato gastro-intestinale, che a livello centrale, nella regolazione del bilancio energetico. “Più in là – anticipa il professor Sbraccia – avremo anche i poli-agonisti e i tripli-agonisti (attivi sui recettori di GLP-1, GIP e glucagone). E comunque già oggi la terapia dell’obesità ha rotto il muro del suono, consentendo di superare soglie ritenute impensabili un tempo”. E quindi per i pazienti con obesità il futuro sarà migliore. Ma non mancano i problemi. Questi farmaci hanno un costo non indifferente e attualmente sono a carico del paziente. “Questo – sostiene il professor Sbraccia – nel nostro sistema universalistico, introduce un problema di equità. Se poi i trial di outcome cardiovascolare, dimostrassero un’efficacia di queste terapie nelle popolazioni a rischio (chi ha già avuto un infarto o un ictus, ad esempio) certamente questo sarebbe un’altra freccia all’arco del trattamento con questi farmaci. Certo la rimborsabilità, in un sistema che deve essere sostenibile, potrebbe non essere semplice da ottenere, ma magari a fronte di questi risultati una fetta di popolazione potrebbe ottenerla”.In pipeline inoltre è in sviluppo per l’obesità la semaglutide orale, attualmente disponibile per i soggetti con diabete. “Ritengo però che queste terapie orali – prosegue Sbraccia – andrebbero riservate ad una nicchia di pazienti, gli adolescenti quelli con il terrore dell’ago (anche se questi che si usano sono sottili come capelli). Fare una piccola iniezione a settimana, certi della biodisponibilità del farmaco somministrato per questa via, sembra ancora la via migliore”.L’obesità parte (anche) dalla testa: dal ‘bernoccolo del goloso’, ai circuiti della ‘dipendenza da cibo’, cosa ci sta insegnando la fisiologia. E l’Italia primeggia in queste ricerche. La ‘radice’ cerebrale del sovrappeso non è la stessa in tutte le persone e la comprensione della sua diversità e complessità rappresenta l’obiettivo fondamentale della ricerca futura verso la personalizzazione della prevenzione e cura dell’obesità. Nell’ultimo periodo, invece, si stanno cominciando a prendere in esame sottogruppi di pazienti con obesità e si sta cominciando a capire che i meccanismi, le cause, ma anche quello che sollecita l’appetito, variano molto da un individuo all’altro. “Un filone di ricerca – rivela la dottoressa Iozzo – sta prendendo in esame l’associazione tra struttura e funzioni del cervello delle persone con obesità e l’influenza della genetica. Questi studi per ora sono fisiologia pura, ma in quello che sta emergendo c’è già in embrione la possibilità di un trattamento basato su queste scoperte. “Già oggi – afferma la dottoressa Iozzo – possiamo proporre alcuni interventi, in grado di migliorare la funzione del cervello e in parte anche la sua struttura, e questi sono: la perdita di peso, il tipo di dieta e l’esercizio fisico. La somministrazione di insulina direttamente nel cervello è un’altra terapia al vaglio, essendo l’insulina un ormone che inibisce l’appetito. Ma l’approccio più promettente, anche perché più ‘naturale’ è lo studio del microbiota intestinale, che differisce da una persona all’altra.”. Ancona – i tessuti adiposi (sia il cosiddetto grasso ‘bianco’, che quello ‘bruno’) formano un vero e proprio organo: il cosiddetto ‘organo adiposo endocrino’. E quest’organo negli obesi è patologico perché l’ipertrofia (aumento di volume) delle cellule adipose, che cercano in questo modo di immagazzinare quanta più energia possibile, induce la comparsa di un’infiammazione cronica di basso grado. Questa infiammazione è causata dalla morte di questi adipociti ipertrofici, che in questo modo lasciano tanti ‘detriti’ che devono essere riassorbiti dall’organismo. Deputati a questa sorta di ‘waste management’ sono i macrofagi, cellule infiammatorie specializzate nella ‘rimozione dei detriti’, che però nello svolgimento del loro lavoro, producono anche sostanze che vanno ad interferire con il recettore dell’insulina. E questo porta ad una ridotta funzionalità dell’insulina stessa (‘resistenza’ insulinica). In un primo tempo il pancreas cerca di compensare producendo più insulina, ma poi esaurisce la sua funzione; e il crollo dei livelli di insulina conseguente è alla base della comparsa del diabete di tipo 2”. Ma c’è dell’altro. “Le cellule del grasso viscerale (quella della ‘pancia’) – afferma il professor Cinti – muoiono prima di quelle del sottocutaneo; ecco perché l’accumulo di grasso a livello viscerale, più tipico dei maschi (le donne tendono ad accumulare grasso soprattutto a livello sottocutaneo) risulta più pericoloso da un punto di vista metabolico e può facilitare la comparsa di diabete di tipo 2”. Il tessuto adiposo bianco (WAT) e quello bruno (BAT) hanno compiti molto diversi; il primo, immagazzina energia (sotto forma di trigliceridi) da ridistribuire poi all’organismo (come acidi grassi liberi) negli intervalli tra i pasti; il grasso bruno invece immagazzina i trigliceridi in un modo particolare, così da poterli rilasciare in maniera rapida e massiva per una particolare funzione dei mitocondri, che è quella di utilizzare l’energia per generare calore (termogenesi). Le due tipologie di tessuto adiposo hanno una buona capacità di adattamento e, a seconda delle esigenze, possono ‘trasformarsi’ uno nell’altro; così ad esempio, in seguito all’esposizione cronica al freddo, il tessuto adiposo bianco si converte in bruno (‘browning’), mentre in risposta ad un apporto eccessivo e cronico di energia (obesità), il tessuto bruno si trasforma in bianco (‘whitening’). “Diversi studi su modello animale (il topo) – conclude il professor Cinti – hanno dimostrato che la dispersione dell’energia, operata dal tessuto adiposo bruno, può essere sfruttata per trattare obesità e diabete 2 nel topo. Cominciano ad accumularsi evidenze che l’imbrunimento del tessuto adiposo bianco potrebbe avere effetti favorevoli anche nell’uomo e dunque rappresentare un futuro target terapeutico per il trattamento dell’obesità”. Un recente lavoro del gruppo del professor Cinti ha evidenziato come l’importanza dell’infiammazione del grasso viscerale negli obesi possa giocare un ruolo patogenetico nel COVID-19. (abstract. fonte Web http://www.simi.it, Web http://www.aristea.com)

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Obesità e malattia renale cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2022

L’alta incidenza di obesità fra i pazienti con MRC è dovuta al fatto che molti diabetici obesi e/o ipertesi sviluppano una nefropatia. Il diabete è infatti una delle prime cause di MRC, non solo come effetto (MRC diabetica) ma anche perché il paziente diabetico è a maggior rischio di sviluppare patologie cardiovascolari ed infettive che concorrono all’aumentata morbilità renale. “Fino al 30-40 % dei pazienti diabetici sviluppa malattia renale cronica, con alcune realtà etniche, come quella afroamericana e ispanica negli US, nelle quali questa tendenza è particolarmente elevata, anche perché spesso associata ad obesità, facendo sì che la prevalenza globale della malattia renale cronica possa raggiungere o superare il 50% – continua Messa, Presidente SIN.I dati europei sono al momento moderatamente migliori, con una minore incidenza di MRC nei pazienti diabetici (circa 30-40%) e minore prevalenza di obesità. Questi dati epidemiologici suggeriscono che l’obesità sia un fattore addizionale di rischio per lo sviluppo di MRC. Non è poi da dimenticare che esistono condizioni genetiche, solo in parte definite, che concorrono a predisporre allo sviluppo di nefropatie”. Nel corso del Congresso ha avuto ampio spazio il confronto sui nuovi biomarcatori della Diabetic Kidney Disease (malattia renale diabetica); allo studio ci sono diversi biomarker diagnostici e prognostici, predittivi del tipo di evoluzione della MRC, che potranno aggiungersi ai marcatori usati ormai di routine, apportando maggiore specificità e predittività degli eventi renali. Più precisa è la diagnosi, più affidabile la previsione prognostica. La correlazione obesità – malattia renale cronica è dovuta, ancora, all’effetto di alcuni farmaci che vengono usati nella terapia, come i cortisonici, e alla riduzione di attività fisica dovuta all’aumento di peso, nonché all’emergere di fattori clinici e metabolici che possono sopraggiungere e influire negativamente. L’obesità ha un impatto negativo anche sulla salute dei pazienti che hanno avuto un trapianto di rene. Fra essi, infatti, la percentuale di obesi è piuttosto alta a causa della somministrazione della terapia steroidea, e del recupero dell’appetito, accompagnato dalla volontà di partecipare a occasioni sociali e conviviali, dopo la fase di malattia prolungata. Ma l’obesità incide fortemente sulla sopravvivenza dell’organo trapiantato, mettendo sotto stress l’unico rene, già sotto attacco immunologico continuo. La risposta alle malattie renali non può prescindere, dunque, da una sana alimentazione e da stili di vita corretti.

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Obesità: combattere un problema di salute sempre più diffuso

Posted by fidest press agency su domenica, 29 Maggio 2022

A cura di Neil Robson, responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments. Si stima che l’obesità contribuisca a una morte su 13 in Europa. Tutto questo è accompagnato da un enorme onere finanziario per la società. Secondo le stime dell’OMS, la spesa sanitaria associata all’obesità assomma a 1.200 miliardi di dollari a livello globale. Negli Stati Uniti, stando al CDC, il costo complessivo è pari a 147 miliardi di dollari all’anno e mediamente i costi sanitari per una persona obesa superano di 1.429 dollari all’anno quelli sostenuti per una persona normopeso. La scienza può offrire una speranza? Due società sotto la lente del nostro desk azionario globale, Novo Nordisk e Eli Lilly, ne sono convinte. Entrambe le aziende hanno sviluppato in passato trattamenti per il diabete, uno dei quali inizia ad essere usato anche nella cura dell’obesità. Questo trattamento è basato su agonisti del GLP-1, che imitano l’ormone glucagon-like peptide 1 rilasciato nel corpo dopo aver mangiato, riducendo così l’appetito. Questo induce un senso di sazietà e riduce il consumo di calorie. Originariamente ideati per l’uso da parte dei prediabetici allo scopo di rallentare il progresso verso la dipendenza dall’insulina, oggi si cerca di sfruttare il potenziale di questi farmaci nell’affrontare il più ampio problema dell’obesità. Vi sono anche indicazioni che, per ripristinare correttamente l’organismo e impedire al paziente di riacquistare peso, il periodo di trattamento dovrebbe essere portato a due anni, quindi ci aspettiamo che vengano prodotte evidenze sulla durata ottimale della cura. Benché gli americani paghino un prezzo più alto per i farmaci, secondo una stima approssimativa il mercato globale dovrebbe essere pari al doppio di quello statunitense; le potenziali cifre sono dunque molto elevate e servirà un decennio perché diventino realtà. Ad entusiasmarci è il fatto che, in un mercato in crescita e potenzialmente molto grande, il bisogno sarà inizialmente soddisfatto con un farmaco per il diabete già esistente, per cui è probabile che le efficienze di produzione favoriscano un miglioramento dei margini di profitto. Nel mio caso, tuttavia, si pone una domanda difficile: con un BMI che si aggira intorno a 30, devo tornare alla dieta Keto o aspettare che la scienza medica venga in mio soccorso? Una perdita di peso del 15-20% è qualcosa a cui molti di noi aspirano, come dimostrano i cinque milioni di libri a tema dieta venduti ogni anno negli Stati Uniti. Fonte: http://www.columbiathreadneedle.it

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L’obesità non è riconducibile semplicemente a uno stile di vita scorretto

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 Maggio 2022

Per curarla non bastano impegno e forza di volontà: è una malattia cronica e come tale va trattata. La comprensione e la conoscenza di questa malattia sono gli obiettivi primari della campagna di sensibilizzazione “Non nasconderti dietro false convinzioni. La verità sul peso” promossa da Novo Nordisk in partnership con Amici Obesi Onlus, Associazione Italiana Dietetica e nutrizione clinica (ADI), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Fondazione Associazione Italiana Dietetica e nutrizione clinica (Fondazione ADI), Italian Obesity network (IO Net), Obesity policy engagement network (OPEN), Società Italiana di Chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche (SICOB), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), Società Italiana di Medicina Interna (SIMI), Società Italiana Obesità (SIO).Realizzata nell’ambito di Driving Change in Obesity, programma internazionale in collaborazione con componenti accademiche, sociali e scientifiche volto a migliorare la vita delle persone con obesità; la campagna si propone di coinvolgere l’opinione pubblica sulle difficoltà che le persone con obesità affrontano quotidianamente, sostenendo chi ne è affetto e stimolandolo a rivolgersi al medico, ma soprattutto di combattere l’informazione scorretta e molto diffusa sul tema, spesso ridotto a un semplice problema di alimentazione o a una questione di mancanza di forza di volontà. L’obesità è una malattia cronica multifattoriale molto complessa che dipende da diversi fattori genetici, ambientali e psicologici ed è associata allo sviluppo di malattie croniche non trasmissibili come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ipertensione, malattie del fegato e almeno 12 tipi di tumori. Per la cura e il trattamento richiede il coinvolgimento di molteplici figure sanitarie specializzate. La campagna si basa su una serie di scatti fotografici, dal forte impatto emotivo, del noto fotografo Davide Bellocchio. Partendo da alcune false convinzioni che ruotano attorno alla malattia, grazie a oggetti trasformati in vere e proprie “icone”, nascondiglio dei protagonisti, vengono create immagini suggestive, che vogliono rievocare una verità dura, ma reale. Gli scatti della campagna saranno disponibili in formato digitale, cartaceo e come affissioni in centri commerciali selezionati sul territorio; contenuti video o approfondimenti scritti, realizzati con il contributo dei partner saranno condivisi sulla pagina Facebook di campagna di Novo Nordisk Italia e sul sito http://www.laveritasulpeso.it. Inoltre, la campagna sarà animata da influencer del mondo lifestyle e salute, il cui apporto sarà fondamentale per veicolare anche tramite i social network il messaggio centrale: «l’obesità è una malattia, rivolgiamoci al giusto specialista e affrontiamo, insieme, il percorso più adatto».

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Obesità o sovrappeso

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2022

È noto come il solo body mass index (BMI) non sia sufficiente a individuare i soggetti obesi a rischio di malattia metabolica o cardio-vascolare (CV) (Neeland IJ, et al. J Am Coll Cardiol 2015), ma come tale rischio aumenti in base all’eccessivo deposito di tessuto adiposo viscerale (VAT) ed ectopico (es. epatico) (Neeland IJ, et al. Obesity (Silver Spring) 2013). «Numerosi studi» segnala Carla Micaela Cuttica, SSD Endocrinologia, EO Ospedali Galliera, Genova – Commissione AME (Associazione Medici Endocrinologi) Obesità e Metabolismo «hanno indagato gli effetti della liraglutide sulla distribuzione del grasso corporeo in soggetti affetti da diabete mellito di tipo 2 o pre-diabete» (Bizino MB, et al. Diabetologia 2020; Santilli F, et al. Diabetes Care 2017). Un recente studio randomizzato, controllato, in doppio cieco, è stato condotto in una popolazione di soggetti adulti non diabetici affetti da obesità (BMI ≥ 30 kg/m2) o sovrappeso (BMI ≥27 kg/m2) e sindrome metabolica ad alto rischio CV. «Per sindrome metabolica si intendeva la presenza di almeno tre dei seguenti criteri: circonferenza vita > 102 cm (uomini) o > 88 cm (donne); trigliceridi a digiuno ≥ 150 mg/dL, pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg, HDL < 40 mg/dL (uomini) o < 50 mg/dL (donne); glicemia a digiuno ≥ 100 mg/dL (in assenza di diabete mellito)» specifica Cuttica. L'obiettivo era valutare gli effetti della liraglutide sul grasso corporeo. «Ogni soggetto è stato avviato a dieta (deficit di 500 kcal/die), attività fisica adeguata (150 min/settimana di attività moderata/intensa) e randomizzato, con rapporto 1:1, a liraglutide 3 mg/die sc o placebo» riporta l'endocrinologa. «La valutazione del VAT è stata effettuata con risonanza magnetica al basale e al follow-up».Questi i risultati. «Hanno completato le 40 settimane di studio 128 partecipanti (92% donne, età media 50 anni, BMI medio 37.7 kg/m2), di cui 73 in terapia con liraglutide e 55 in placebo» riferisce la specialista. Riguardo all'endpoint primario, «liraglutide ha ridotto la percentuale di VAT (-12.5%) rispetto al placebo (-1.6%), con una differenza stimata del trattamento -10.9% (IC 95% da -7.0 a -14.8, p < 0.0001). Nessuna differenza è stata evidenziata in sotto-gruppi di età, sesso, etnia, BMI e stato di pre-diabete al basale». In relazione agli endpoint secondari, «rispetto al placebo, liraglutide ha ridotto il grasso corporeo totale (-8.6%), il tessuto adiposo sotto-cutaneo addominale (-9.1%) e della parte inferiore del corpo (-8.7%), il grasso epatico (- 33.0%), il tessuto magro totale (-1.6%) e il rapporto fra tessuto grasso e tessuto magro (-7.2%)». È stata ottenuta una riduzione del peso corporeo ≥ 5% nel 63% dei soggetti in terapia vs 21.8% dei soggetti in placebo (p < 0.0001 e una riduzione del peso corporeo ≥10% nel 19.2% dei soggetti in terapia vs 3.6% dei soggetti in placebo (p < 0.0001). «Sebbene la riduzione dei depositi di grasso corporeo correlasse con la perdita totale di peso, la correlazione col peso perso è stata meno evidente per la riduzione di VAT e del grasso epatico, suggerendo effetti di liraglutide sulla distribuzione del grasso corporeo, parzialmente peso-indipendenti» specifica Cuttica. «Liraglutide» prosegue la specialista «ha ridotto in maniera significativa la glicemia del mattino e la PCR (parametro che correla fortemente con la riduzione di VAT) rispetto al placebo». Inoltre, «la riduzione del grasso epatico correlava con la riduzione del rapporto trigliceridi/HDL». Non si è osservato nessun effetto sui livelli di insulina a digiuno o sul peptide natriuretico e non sono stati evidenziati effetti collaterali importanti, eccetto quelli tipici noti (principalmente gastrointestinali per i pazienti trattati) e infezioni delle vie respiratorie superiori (in entrambi i gruppi di soggetti), riferisce l'esperta.In conclusione, osserva la specialista, «liraglutide 3 mg in aggiunta a dieta e attività fisica si è dimostrata efficace nel ridurre in maniera significativa il grasso viscerale ed epatico in soggetti non diabetici in sovrappeso od obesi ad alto rischio CV, suggerendo anche in questa popolazione la comparsa di effetti CV protettivi. Ulteriori studi più prolungati e con maggiore numerosità potranno valutare meglio gli effetti sulla distribuzione del grasso corporeo e sugli eventi CV». (fonte doctor33)

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Obesità e disturbi del metabolismo, benefici dal trattamento con berberina

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 febbraio 2022

A causa dei gravi effetti avversi e della limitata efficacia delle terapie farmacologiche attualmente disponibili per l’obesità, molti sforzi di ricerca si sono concentrati sullo sviluppo di farmaci da prodotti naturali. Studi precedenti hanno dimostrato che la berberina, un alcaloide originariamente isolato dalle erbe tradizionali cinesi, è in grado di prevenire l’accumulo di grasso in vitro e in vivo.In questo studio pilota, a soggetti umani obesi (caucasici) sono stati somministrati 500 mg di berberina per via orale tre volte al giorno per dodici settimane. L’efficacia e la sicurezza del trattamento con berberina sono state determinate dalle misurazioni del peso corporeo, dell’attività metabolica, dai livelli ematici di lipidi e degli ormoni, dai livelli di espressione dei fattori infiammatori, dall’emocromo completo e dall’esecuzione di elettrocardiogramma. È stato anche eseguito un esperimento sul ratto Sprague-Dawley per identificare gli effetti anti-obesità del trattamento con berberina. I risultati dimostrano che il trattamento con berberina ha prodotto una lieve perdita di peso (in media 5 libbre/soggetto) nei soggetti umani obesi e, ancora più interessante, il trattamento ha ridotto significativamente i livelli di lipidi nel sangue (diminuzione del 23% dei trigliceridi e del 12,2% dei livelli di colesterolo) negli stessi soggetti. L’effetto ipolipemizzante del trattamento con berberina è stato replicato anche nell’esperimento sul ratto (diminuzione del 34,7% dei trigliceridi e del 9% del livello di colesterolo). I livelli di cortisolo, calcitriolo, ACTH, TSH, FT4 e SHBG non sono stati modificati in modo significativo dopo 12 settimane di trattamento. Tuttavia, è stato interessante notare un aumento dei livelli di calcitriolo osservato in tutti i soggetti umani dopo il trattamento con berberina (aumento medio del 59,5%, p=0,11), mentre i fattori infiammatori del sangue (CRP, IL-6, TNFα, COX-2) e la velocità di eritrosedimentazione (VES) non sono stati significativamente influenzati. I test di funzionalità ematologica, cardiovascolare, epatica e renale dopo il trattamento non hanno mostrato effetti collaterali dannosi. Nel complesso, questo studio dimostra che la berberina è un potente composto ipolipemizzante con un moderato effetto di perdita di peso e può avere un possibile ruolo potenziale nel trattamento/prevenzione dell’osteoporosi. By Vittorio Mascherini Medico CERFIT, AOU Careggi (fonte: Farmacista33)

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Auxologico presenta il nuovo Rapporto sull’obesità in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

Un volume di oltre 400 pagine con oltre 40 autori, tra clinici e ricercatori, che non ha eguali in Italia sull’argomento: questo è la nona edizione del nuovo Rapporto sull’obesità in Italia presentato oggi a Milano dall’Auxologico, a testimonianza di un impegno che prosegue ininterrotto da decenni da parte dell’Irccs milanese e che presenta, oltre al problema, le molteplici soluzioni mediche, nutrizionali, riabilitative, psicologiche, farmacologiche e di chirurgia dell’obesità.La comunità medica e scientifica internazionale è ormai unanimemente concorde nel riconoscere l’obesità come una vera malattia cronica oltre a rappresentare un rilevante fattore di rischio rispetto ad altre severe patologie non trasmissibili. I numeri disegnano un quadro costituito da più fattori concomitanti tali da determinare un risultato preoccupante: certamente l’eccesso di peso, ma soprattutto quanto questo determina in termini di alterazioni metaboliche e funzionali, con le possibili conseguenze sull’intero organismo. La situazione è stata ulteriormente complicato dall’impatto che la pandemia da Covid-19 ha determinato sul territorio a seguito delle restrizioni sofferte per il lockdown, data anche l’impossibilità di svolgere attività fisica in strutture dedicate e la concomitante incidenza di una alimentazione scorretta e ipercalorica, tanto che dagli specialisti è stato stimato un incremento di almeno il 30% dei disturbi alimentari, tra cui l’obesità. E nel contesto della pandemia da Covid-19 l’obesità si è dimostrata è un fattore che aumenta il rischio di ospedalizzazione o anche di essere sottoposti a terapia intensiva, o in casi estremi di morte. La popolazione maggiormente esposta a rischio di obesità è quella maschile: 11,7% tra gli uomini e 10,3% tra le donne, sebbene nelle età più anziane, tra i 75enni, siano le donne ad essere significativamente più sfavorite (13,5% vs 14,1% tra le anziane). Quando si considera la grave obesità, individuata da un indice di massa corporea pari o superiore a 35, di cui in Italia soffre oltre un milione di persone pari al 2,3% degli adulti, le donne risultano maggiormente colpite: nelle classi di età più anziane presentano prevalenze quasi doppie rispetto agli uomini e tra le donne anziane del Mezzogiorno la quota supera addirittura il 5%. Non vanno infine ignorate le problematiche psicologiche e relazionali dell’obesità nei bambini e nei ragazzi, di cui le cronache spesso ci riferiscono anche le conseguenze drammatiche. L’obesità tra i bambini e i ragazzi è spesso anche correlata a problemi psico-sociali come scarsa autostima, bullismo a scuola, scarso rendimento scolastico, disordini alimentari e depressione, che non contribuiscono certamente ad una crescita sana e serena.

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“Stigma clinico, obesità e covid-19″

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2021

Roma 3 marzo 2021, ore 12.00-13.00 Sala stampa Camera Deputati. Secondo i dati della World Obesity Federation e dell’OMS nel mondo sono quasi 2 miliardi gli adulti con sovrappeso, di cui oltre 800 milioni con obesità. L’obesità è il principale fattore di rischio per diverse complicanze tra cui malattie cardiovascolari, diabete tipo 2, ipertensione, malattia coronarica e cancro. Durante questi mesi di pandemia è stato anche riscontrato che l’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di sindrome respiratoria acuta grave nei casi di COVID-19, con esiti peggiori. Il World Obesity Day di quest’anno sarà l’occasione di confronto tra Istituzioni, mondo scientifico e dell’associazionismo per parlare di questa complessa malattia e delle azioni da intraprendere a tutela delle persone che ne soffrono.

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Obesità adolescenziale e rischio di cancro in età adulta

Posted by fidest press agency su sabato, 7 novembre 2020

È noto come l’obesità sia un fattore di rischio per numerosi tipi di tumore, tanto che ci si aspetta che l’eccesso ponderale superi presto il fumo come principale fattore causale modificabile di neoplasie. È ancora incerto a quale età questo fattore debba iniziare a essere indagato e modificato (Furer A, et al. Lancet Diabetes Endocrinol 2020; Editorial. Lancet Diabetes Endocrinol 2020; Sung H, et al. Lancet Public Health 2019; Reinher T. Lancet Diabetes Endocrinol 2020). Furer et al. hanno condotto «uno studio di coorte che ha valutato 2.3 milioni di adolescenti (16-19 anni) durante la visita medica obbligatoria per il servizio militare in Israele (anni 1967-2010)» segnala Carla Micaela Cuttica, Ssd Endocrinologia, EO Ospedali Galliera, Genova.«Lo studio si poneva i seguenti obiettivi: 1) primario: possibile associazione fra Bmi nell’adolescenza e incidenza di cancro nell’età media adulta (prima dei 50 anni) tra il 1967 e il 2012 (dati tratti dal Registro oncologico nazionale israeliano); 2) secondario: mortalità per tutte le cause nei membri di questa coorte che avevano avuto una diagnosi di cancro tra il 1967 e il 2017». Hanno partecipato allo studio 2.298.130 soggetti (928.110 donne, 1.370.020 uomini). «I nuovi casi di tumore nel periodo 1967-2012 sono stati 29.488 nelle donne e 26.353 negli uomini» riporta Cuttica. «L’incidenza di cancro è risultata aumentare gradualmente con i percentili di Bmi: HR 1.26 (IC 1.18-1.35) fra gli uomini con obesità in età adolescenziale. Nelle donne non era evidente un’associazione tra obesità adolescenziale e diagnosi di cancro, ma l’associazione diventava significativa (HR 1.27, IC 1.13-1.44) se si escludevano i tumori della mammella e del collo dell’utero, che erano inversamente correlati all’obesità». È già stata descritta una correlazione inversa tra Bmi e carcinoma mammario nelle donne in pre-menopausa, rileva Cuttica, a differenza delle donne in post-menopausa in cui l’associazione è positiva, in relazione probabilmente ai diversi sottotipi tumorali con differente espressione dei recettori estrogenici (Kim JY, et al. Breast Cancer Res Treat 2019). «In entrambi i sessi» riporta l’endocrinologa «valori più elevati di BMI (≥ 85° percentile) erano associati con aumentato rischio oncologico dopo 10 anni. L’età media alla diagnosi di cancro era 43.2 ± 11.9 anni per gli uomini e 40 ± 10.4 anni per le donne. I tumori più frequenti sono stati: nell’uomo linfoma (Hodgkin e non Hodgkin) 17.4% (3878 casi), melanoma 11.9% (3139 casi) e tumori colon-retto 7.7% (2104 casi) e nella donna tumore mammario 32.7% (9639 casi) e del collo uterino 19.9% (5875 casi). L’associazione più forte fra Bmi adolescenziale e tipo di tumore è stata osservata nell’uomo per tumore mammario, pancreatico e renale, mentre nelle donne per i tumori di utero, fegato e vie biliari e pancreas». Per quanto riguarda l’associazione evidenziata fra Bmi e cancro della tiroide, gli autori sottolineano come possa essere stata influenzata dall’aumentato utilizzo dell’ecografia. «L’associazione fra aumentato Bmi in adolescenza e incidenza di cancro è stata più evidente nei soggetti entrati nello studio più tardivamente, a sottolineare il fatto che l’obesità è in aumento negli anni più recenti» fa notare Cuttica.«La percentuale di rischio proiettato attribuibile alla popolazione è risultata 5.1% (4.2-6.1) per gli uomini (ogni tipo di cancro) e 5.7% (4.2-7.3) per le donne (esclusi tumore mammario e del collo uterino). Le morti per cancro fra il 1967 e il 2017 sono state 8.351 per gli uomini e 5.218 per le donne. Il BMI adolescenziale è risultato essere positivamente associato a un aumentato rischio di mortalità, per tutti i tipi di cancro e per entrambi i sessi (inclusi mammella e carcinoma cervicale per le donne): a) uomini: HR 1.11 (1.02-1.21) se in sovrappeso e HR 1.33 (1.18-1.49) se obesi in adolescenza; b) donne: HR 1.26 (1.14-1.40) se in sovrappeso e HR 1.89 (1.56-2.28) se obese in adolescenza». Lo studio presenta vari limiti: a) il Bmi è stato registrato solo in età adolescenziale, perciò non ci sono dati sul tempo di esposizione all’eccesso di peso; tuttavia l’aumentato rischio di cancro prima dei 30 anni fra gli individui con alto Bmi in adolescenza ne sottolinea l’importanza; b) non ci sono dati sui fattori di rischio correlati allo stile di vita (es. consumo di alcol, abitudine al fumo); c) mancano dati sulle comorbilità che potrebbero interferire sull’incidenza di cancro e sulla mortalità; d) è ipotizzabile che possano esserci ulteriori fattori che influenzano sia il rischio di cancro che il Bmi (ad esempio scarsa attività fisica, fattori nutrizionali, esposizione a interferenti endocrini) (Reinher T. Lancet Diabetes Endocrinol 2020). Questi invece i punti di forza dello studio: a) numerosità dello studio; b) follow-up a lungo termine; c) lo studio corrobora l’aumento di cancro obesità-correlato riscontrato in una coorte di giovani negli Stati Uniti (Sung H, et al. Lancet Public Health 2019). «In conclusione» commenta Cuttica «l’associazione evidenziata fra Bmi adolescenziale e tumore può spingere a cambiamenti nelle metodiche di screening precoce del cancro. Interventi efficaci sul Bmi in adolescenza (Cardel MI, et al. Jama 2019) possono diventare un obiettivo importante per la prevenzione oncologica. Sono comunque necessari altri studi per confermare i dati su differenti popolazioni ed etnie e per cercare di comprendere le possibili complesse correlazioni fra i vari fattori predisponenti all’insorgenza di cancro». (fonte Doctor33)

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Obesità: In Italia un trend in continua crescita

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2020

In Italia, la prevalenza di persone in sovrappeso e con obesità cresce al crescere dell’età, tanto che se l’eccesso di peso riguarda 1 minore su 4, la quota quasi raddoppia tra gli adulti, raggiungendo il 46,1 per cento tra le persone di 18 anni e oltre. La prevalenza maggiore si riscontra in entrambi i generi nella classe 65-74 anni (61,1 per cento) e, mentre la maggioranza degli uomini presenta un eccesso ponderale già a partire dai 45 anni, per le donne ciò si verifica dopo i 65 anni. Negli ultimi 30 anni, inoltre, è stato registrato un aumento di incidenza dell’eccesso di peso pari al 30 per cento ed emerge prepotentemente il ruolo del territorio di origine. Questi sono alcuni degli aspetti evidenziati dal rapporto Istat realizzato per il secondo Italian Obesity Barometer Report che verrà presentato oggi in occasione del 2nd Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting. Organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) con l’Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete” e OPEN Italia – Obesity Policy Engagement Network, l’evento ha il patrocinio di Ministero della Salute, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Istituto Superiore di Sanità, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e il contributo non condizionato di Novo Nordisk nell’ambito del progetto internazionale Changing Obesity. Analizzando i fattori socio-culturali, il rapporto mette in luce un elemento sin qui poco sottolineato: la relazione tra l’eccesso di peso e il luogo di origine dell’individuo. Esiste infatti un legame con aspetti influenti, come, ad esempio, il rapporto con il cibo o l’adozione di modelli alimentari e stili di vita acquisiti e radicati nella zona di nascita prima di diventare adulti, tanto che nelle regioni del Centro-Nord le prevalenze dell’eccesso di peso delle persone nate nel Mezzogiorno sono superiori al dato medio regionale. Per esempio, in Piemonte dove oltre il 15 per cento degli adulti residenti ha dichiarato di essere nato in una regione del Mezzogiorno, l’eccesso ponderale delle persone che sono migrate è più elevato del 30 per cento rispetto al dato medio piemontese. Viceversa, nelle regioni del Mezzogiorno, sebbene le prevalenze siano riferite a un campione molto più ristretto per la minore consistenza delle migrazioni da Nord a Sud, le prevalenze delle persone nate al Centro-Nord si collocano sempre al di sotto della media regionale. L’obesità è una patologia cronica multifattoriale che richiede una gestione di lungo termine che però spesso viene considerata come responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Parlare di obesità oggi assume un significato ancora più importante in quanto, come sottolinea la World Obesity Federation (WOF), “Il coronavirus può causare sintomi e complicazioni più gravi nelle persone con condizioni legate all’obesità”. Per questo motivo, lo scorso maggio è stata inviata al Ministro della Salute Speranza e a tutti i rappresentanti delle Istituzioni coinvolte, per il tramite dell’On. Roberto Pella, Presidente Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete e Vicepresidente vicario ANCI, una Lettera Aperta. Il documento, sottoscritto da tutte le società scientifiche e associazioni di pazienti e cittadinanza, ha inteso sottolineare l’urgenza di atti a tutela delle persone con obesità, ancor più fragili durante la pandemia per ragioni legate a difficoltà di convivenza con un ambiente obesogeno e all’interruzione delle cure o delle visite.

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Studio sugli effetti benefici della dieta mediterranea sulla riduzione dell’obesità nei giovani

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

I partner del progetto MED4Youth, cui partecipa anche l’Università di Parma, si apprestano a condurre uno studio di intervento nutrizionale, multicentrico. Lo scopo principale è quello di dimostrare che un’alimentazione ispirata alla dieta mediterranea, a basso contenuto energetico ed arricchita con prodotti tipici dell’area del Mediterraneo, quali melograno, ceci, frutta a guscio e pane a lievitazione naturale, è più efficace nel ridurre il peso corporeo e i fattori di rischio cardiovascolare associati all’obesità giovanile rispetto a una dieta convenzionale a basso contenuto energetico.Il progetto MED4Youth vede come responsabile per l’Università di Parma il prof. Daniele Del Rio, professore associato di Nutrizione Umana al Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie. Data la natura multidisciplinare del progetto, l’Università di Parma vede coinvolti anche il Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, con il prof. Furio Brighenti, la prof.ssa Francesca Scazzina, il dott. Pedro Mena, la dott.ssa Alice Rosi e il dott. Marco Spinelli dell’Unità di Nutrizione Umana; il Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Informatiche, con il prof. Federico Bergenti e la dott.ssa Stefania Monica dell’Unità di Intelligenza Artificiale; il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, con il prof. Carlo Caffarelli, dell’Unità di Clinica Pediatrica.Oltre all’Università di Parma, il consorzio del progetto MED4Youth vede coinvolti il centro tecnologico Eurecat (Spagna, coordinatore del progetto), l’Università di Coimbra (Portogallo), Shikma Field Crops (Israele), Scientific Food Center (Giordania) e NOVAPAN (Spagna).I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per il 2016, mostrano che l’obesità giovanile è quadruplicata negli ultimi 30 anni e che il 18% dei bambini e degli adolescenti tra i 5 e i 19 anni sono in sovrappeso o obesi, con un’incidenza particolarmente elevata nei Paesi mediterranei come Italia, Spagna e Portogallo.Lo studio di intervento dietetico durerà quattro mesi e sarà condotto su 240 adolescenti, di età compresa tra i 13 e i 16 anni, affetti da obesità e provenienti da Italia, Spagna e Portogallo. Per la prima volta “uno studio di questo tipo sarà realizzato con partecipanti provenienti da diversi paesi del Mediterraneo”, sottolinea Aurora Sesé (Eurecat, Spagna), coordinatore del progetto.
Le tecnologie omiche saranno utilizzate come parte della ricerca e “consentiranno una migliore comprensione dei meccanismi grazie ai quali la dieta mediterranea produce i suoi effetti salutari, sulla base dell’analisi delle popolazioni batteriche e dei metaboliti intestinali”, dice Antoni Caimari, coordinatore tecnico del progetto e responsabile dell’Area Biotech di Eurecat (Spagna).
Il progetto MED4Youth fa parte del programma PRIMA, sostenuto dall’Unione Europea, dall’ACCIO, l’Agenzia Catalana per la competitività delle imprese, il Centro spagnolo per lo sviluppo della tecnologia industriale CDTI, l’Autorità per l’innovazione di Israele, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca italiano, il Fondo Giordano di sostegno alla ricerca scientifica e la Fondazione portoghese per la scienza e la tecnologia.

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Obesità e psoriasi

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

Quelle antiestetiche macchie sulla pelle a gomiti e ginocchia, talvolta anche estese a tutto il corpo o al cuoio capelluto, spesso associate ad artrite peggiorano con l’obesità. Lo sanno bene i dermatologi della Federico II: “La psoriasi è una delle dermatosi infiammatorie croniche con elevato impatto sulla qualità di vita dei pazienti affetti e molteplici studi hanno messo in evidenza una stretta correlazione tra psoriasi, insulino-resistenza e obesità.” – Così spiega la prof.ssa Gabriella Fabbrocini, direttore di Dermatologia e Venereologia presso l’Università degli Studi ‘Federico II’ di Napoli – “Siamo stati i primi a pubblicare su questa relazione già un po’ di anni fa e da alcuni mesi, in collaborazione con la dott.ssa Sara Cacciapuoti, dottoranda della clinica, e il dott. Luigi Barrea, esperto di nutrizione e ricercatore dell’endocrinologia della Federico II, abbiamo iniziato uno studio sul ruolo della dieta chetogenica nel migliorare le manifestazioni cutanee psoriasiche e su quelle articolari. Un’alimentazione priva di cibi infiammatori ad alto indice glicemico sembra ridurre uno dei fattori di rischio esenziale ossia lo stato di infiammazione cronica associato all’incremento (ipertrofia) del tessuto adiposo. Questo è, infatti, a tutti gli effetti un organo endocrino che comunica con vari altri organi e tessuti, compresa la cute. Sappiamo che diversi mediatori liberati dal tessuto adiposo possono, ad esempio, modificare la risposta immunitaria, favorendo l’innesco di alcuni meccanismi di autoreattività tipici di alcune malattie cutanee. La ricerca si sta quindi concentrando sulla possibilità di modificare l’andamento di alcune di queste patologie con alcune modifiche delle abitudini alimentari che potrebbero, pertanto, costituire una fondamentale integrazione alla terapia farmacologica classica.”
“Forte di questi primi risultati” – continua la dott.ssa Cacciapuoti, – “ci si è anche chiesti se la capacità dell’organismo di rispondere ad infezioni virali possa in qualche modo essere influenzata dal tipo di alimentazione adottata. Poco prima dell’esplosione della pandemia da COVID-19, un gruppo di ricercatori ha dimostrato come il modo in cui il corpo brucia i grassi per produrre corpi chetonici dal cibo che mangiamo può alimentare il sistema immunitario aiutandolo a combattere le infezioni influenzali. In particolare, esperimenti condotti su topi hanno evidenziato che questo regime dietetico attiva un sottogruppo di cellule T nei polmoni, migliorando la produzione di muco dalle cellule delle vie aeree che possono effettivamente intrappolare il virus.”
“Si apre quindi un ulteriore strategia contro il virus soprattutto nei nostri pazienti obesi paoriasici per i quali il virus può costituire un problema se si pensa all’elevata incidenza delle infezioni di covid19 tra i diabetici (circa il 30% della casistica).“ – Conclude la prof.ssa Gabriella Fabbrocini. La dieta chetogenica è un vero e proprio presidio terapeutico e va gestito in quanto tale da esperti della nutrizione, di qui la collaborazione tra la dermatologia e l’endocrinologia della prof.ssa Annamaria Colao. Ma diverse evidenze concordano nel supportare l’ipotesi che, riducendo lo stato di infiammazione sistemica indotto dall’eccesso di cibi ad alto contenuto glicemico e la disbiosi intestinale da questo provocata, le diete a basso contenuto di carboidrati migliorano l’efficienza del nostro sistema immunitario, preparandoci ad affrontare infezioni di vario genere, Coronavirus compreso.

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Obesità infantile

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2019

I nostri bambini sono troppo grassi. E’ un problema. Per affrontarlo, l’Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli di Erba (Como) ha istituito recentemente un Ambulatorio di Nutrizione Pediatrica, dedicato a pazienti in età evolutiva da zero ai sedici anni. Una scelta dettata dall’emergenza dell’obesità infantile che attanaglia ormai anche la patria della dieta mediterranea: come attesta l’Istat, infatti, in Italia è in eccesso di peso un minore su quattro, una condizione che riguarda circa 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti. L’eccesso di peso è più elevato nel Mezzogiorno, ma il problema si verifica anche al Nord.
Tiziana Casati, dietista dell’Ospedale Sacra Famiglia Fatebenefratelli smantella una convinzione antica: «Il bambino deve essere educato ad una dieta normocalorica, senza imposizioni, ma comunque con grande attenzione da parte dei genitori che non debbono sottovalutare i rischi dell’obesità infantile». Questa condizione rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo psicofisico e metabolico dei nostri bambini: «Purtroppo – spiega Casati – i danni dell’alimentazione si vedono solo quando è troppo tardi. E’ necessaria una prevenzione sistematica, che possa partire fin dai primi anni di vita del bambino, e non vanno trascurati tutti i possibili fattori di rischio modificabili: abitudini alimentari e stile di vita dell’intera famiglia nel proprio contesto etnico». Cosa deve fare un genitore? «Il genitore deve saper fornire al proprio figlio dei pasti in grado di saziarlo ma sani ed educare il bambino ad una vita attiva» spiega l’esperta. Che afferma molto chiaramente: «La prima regola per abituare i bambini a mangiare correttamente è che i genitori, per primi, seguano un’alimentazione corretta. Le abitudini alimentari e i comportamenti dei genitori richiedono attenzione, specie per quanto riguarda la loro risposta ai segnali di fame e sazietà dei figli, ma anche rispetto al tema dell’aumento dell’attività fisica. Oltre alla famiglia, anche la scuola deve educare gli alunni da un comportamento alimentare corretto, attraverso campagne di educazione alimentare che coinvolgano anche le famiglie».
L’ambulatorio erbese è un progetto coordinato in rete tra pediatri di famiglia e ospedalieri, formati al percorso di terapia comportamentale centrato sulla famiglia; il servizio è coadiuvato dalla Dietista. Questa modalità di “presa in cura a rete”, rende possibile un approccio al paziente molto personalizzato e graduale nel rispetto delle abitudini di ogni famiglia. La presa in carico è articolata in visite trimestrali per un periodo medio di due anni. I medici dell’Ambulatorio di Nutrizione Pediatrica nel 2018 hanno seguito complessivamente 124 bambini con età media di otto anni, di cui il 19% presentava sovrappeso, il 52% obesità e il 30% obesità grave. I risultati ottenuti in termini di cambiamento del comportamento alimentare, dello stile di vita così come della riduzione BMI-Z score (indicatore clinico di massa corporea) sono stati soddisfacenti con una buona adesione al percorso di cura.

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Gestione delle complicanze della chirurgia dell’obesità

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 novembre 2019

Roma. Parte il corso di perfezionamento per la gestione delle complicanze della chirurgia dell’obesità organizzato da Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) in collaborazione con Medtronic. Dopo l’avvio annunciato da Acoi e Medtronic dei corsi di chirurgia dell’Ernia e Colorettale, oggi partono i corsi di Perfezionamento M.O.S.T. Leakage Management in Bariatric Surgery rivolti a tutti coloro che desiderano perfezionare la loro tecnica chirurgica nell’affrontare una complicanza legata alla chirurgia dell’obesità.
“Medtronic non solo è la società che più di ogni altra nel MedTech investe in innovazione tecnologica, – dice Riccardo Polzoni, Business Unit Director Surgical Innovations Medtronic Italia – ma ha da tempo come focus quello di andare oltre il prodotto e diffondere percorsi di cura di eccellenza per il paziente, che consentano maggiore outcome clinico e minore impatto sul Sistema. Per garantire quindi maggiore efficacia e sicurezza per il paziente a prescindere da dove esso si trovi, abbiamo deciso di affiancare una delle principali Società Scientifiche in Italia, come ACOI, nell’organizzazione di un percorso formativo innovativo, proprio sulla gestione delle complicanze”.
“Gli interventi di chirurgia bariatrica sono raddoppiati negli ultimi dieci anni, comportando un fisiologico aumento dell’insorgenza delle complicanze. Organizzare una rete per la gestione del paziente obeso – conclude il Prof. Marco Anselmino, Direttore UOC Chirurgia Bariatrica e Metabolica, Azienda Ospealiera Universitaria Pisana – è necessario al fine di garantire maggior sicurezza e miglior outcome clinico, soprattutto nell’insorgenza delle complicanze e in quei centri che non sono specializzati nella chirurgia bariatrica. La formazione dei medici di pronto soccorso e di chirurgia generale si rende necessaria per aumentare la tempestività nella diagnosi e nella cura e garantire maggiore sicurezza per i pazienti. Una migliore gestione della complicanza consente infatti maggiore outcome clinico e minore impatto sul Sistema”. Il corso è riservato a 24 discenti suddivisi in 12 coppie formate da 1 chirurgo e 1 endoscopista ed è strutturato in quattro fasi. Una formazione teorica, una sessione virtuale per analizzare i singoli casi dal punto di vista chirurgico ed endoscopico, una live session e proctorship e una giornata di confronto tra docenti.

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Combattere diabete e obesità

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

“L’allarme è stato lanciato anche dagli esperti in occasione del congresso europeo di diabetologia conclusosi nel weekend a Barcellona: il rischio della comparsa anticipata del diabete di tipo 2 nei giovani, condizione una volta tipica dei nonni, merita attenzione e interventi puntuali e rapidi, anche nel nostro Paese. Da anni, infatti, vediamo avanzare il diabete urbano nelle nostre città e nelle periferie delle metropoli”, così Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute e della Fondazione per la Ricerca in endocrinologia, onlus della Società italiana di endocrinologia. “I dati scientifici ed epidemiologici più aggiornati, che vedono in tutto il mondo crescere malattie come il diabete e l’obesità nelle fasce d’età giovanili, fotografano un effetto dei cambiamenti del nostro mondo, che non sono solo climatici, ma anche di comportamento sociale e di stile di vita. Dati americani dicono come negli under 30 il diabete progredisca di oltre il 2 per cento annuo e si prevede il quadruplicamento dei malati entro il 2050. Un recente studio di The Lancet riporta come nel mondo su circa 2 miliardi di adolescenti, 1 su 5 sia in sovrappeso od obeso, con una crescita dal 1990 al 2016 del 120 per cento dei casi. Purtroppo, questi trend negativi, pur se con minore enfasi, riguardano anche l’Italia. Ad esempio, il primo report Italian Barometer Obesity dell’IBDO pubblicato quest’anno stima ci siano circa 1 milione e 700mila i bambini e adolescenti in eccesso di peso, cioè il 24,2 per cento della popolazione di 6-17 anni. Come presidente di Health City Institute e medico e ricercatore in endocrinologia – prosegue Lenzi – non posso non sottolineare come ciò comporti rischi per la salute della popolazione, ma anche costi insostenibili per sistemi sanitari come il nostro, già oggi sotto pressione. Si rende necessario agire tempestivamente, con misure che sostengano la ricerca scientifica da un lato e l’educazione e il cambiamento culturale dall’altro, a vantaggio della salute e dell’ambiente. In questi giorni – aggiunge il presidente – si è aperto nel nostro Paese un forte dibattito su questi temi di grande attualità e sul modo per reperire fondi per far fronte a questi bisogni. Il Governo, per voce del Ministro dell’istruzione, università e ricerca, Lorenzo Fioramonti, nelle sue dichiarazioni programmatiche, e del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sembrerebbe orientato, in linea con molti altri Paesi europei come la Francia o la Svezia, ad agire con imposizioni fiscali su alcune fonti di questi fenomeni: gli alimenti come le merendine e le bevande zuccherate non salutari. Di certo è una strada giusta e un buon inizio per coniugare una forte indicazione verso stili di vita corretti e ottenere risorse per ricerca, salute e ambiente, argomenti che si coniugano per salvaguardare i nostri giovani, il nostro domani.”

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Hai chili di troppo? la colpa è anche dei batteri intestinali

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 Maggio 2019

La medicina estetica viene spesso chiamata in causa per risolvere problemi legati al peso e alla percezione dell’immagine corporea. Tra questi, il più ‘estremo’ è senza dubbio l’obesità, ma è forse giunto il momento di ridefinire i contorni di questa condizione. “L’obesità fino ad oggi è stata considerata un problema prettamente di medicina estetica – sostiene presidente dell’Italian Obesity Network (ION) Giuseppe Fatati in occasione del 40° congresso della Società italiana di medicina estetica (SIME) in corso a Roma – ma in realtà si tratta di una vera e propria malattia, che per giunta si accompagna allo stigma sociale: si tende infatti a credere che la ‘colpa’ sia dell’obeso che mangia troppo, quando si tratta in realtà di una situazione notevolmente più complessa, ovvero di un fenomeno di popolazione”. L’obesità è patologia complessa, perché ha dei fattori singolarmente più o meno complessi che a loro volta interagiscono tra di loro, andando a complicare in maniera esponenziale il quadro. Al centro di questa complessità c’è l’intestino e, soprattutto, c’è il microbiota. Il microbiota è l’insieme di batteri contenuto nel nostro intestino. Un vero e proprio ‘mondo’ fondamentale nel determinare stati infiammatori, orientare la deposizione di grasso e calibrare la spesa energetica, quindi il nostro peso corporeo. Tutto l’insieme del microbiota intestinale, parliamo di almeno 100 trilioni di batteri per un peso di 1-2 kg. Un ecosistema insomma, già formato alla nascita – poiché bambino eredita molti dei batteri materni durante la gestazione e il parto – che poi si sviluppa in modo autonomo e risente fortemente del nostro stile di vita. “Per esempio con un’alimentazione ricca di grassi saturi si produce una disbiosi intestinale, ossia mangiare ‘male’ provoca il cambiamento della flora intestinale – spiega l’esperto – A questo cambiamento corrisponde l’attivazione del sistema immunitario e di quello endocrino, che vanno ad influenzare il cervello. Qui ci sono i meccanismi che presiedono ai gusti personali e alla sensazione di fame e sazietà”.Ma l’influenza di una flora batterica squilibrata non si ferma qui: a parità di introito alimentare una persona con una disbiosi intestinale tende a prendere più peso rispetto ad una con un microbiota in equilibro, e inoltre tenderà a depositare grasso a livello viscerale. “In queste condizioni si può andare incontro ad alterazioni quali l’insulino-resistenza, che a loro volta portano a obesità e a diabete. Quindi il microbiota è da considerare un organo endocrino, anche se attualmente è sconosciuto ai più – prosegue – Per completare la complessità del problema, bisogna considerare che anche l’inquinamento è in grado di alterare il microbiota intestinale. Ogni tanto qualcuno in ambulatorio fa affermazioni paradossali come ‘a me ingrassa pure l’aria’, che tuttavia sono vere è se il soggetto vive in ambiente inquinato. Questo perché con l’inquinamento vengono innescati fenomeni di infiammazione subclinica che portano all’aumento del peso e alla deposizione di grasso a livello viscerale, anticamera per il diabete, le cardiopatie metaboliche e la cardiopatia ischemica”. Il peso corporeo è dunque legato a fattori complessi, ma comunque relativi allo stile di vita, quindi non ci può essere una medicina estetica efficiente se non è corroborata da sane abitudini e dalla volontà di migliorare il proprio ‘ecosistema’, con una dieta varia e mediterranea. “Il Congresso della SIME è stato una delle prime sedi scientifiche in cui sono stati condivisi gli studi sul microbioma – commenta Emanuele Bartoletti – Si è partiti con l’intestinale e si è proseguito con il microbioma cutaneo. I batteri che convivono con noi sono ormai oggetto di studio quotidiano perché la loro presenza e il loro equilibrio condizionano fortemente la nostra salute”. (by Giuseppe Fatati)

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Intestino, obesità e salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

La comunità scientifica è ormai concorde nel riconoscere l’importanza dell’intestino e del suo microbiota nel mantenimento dello stato di salute generale. Per la prima volta, il CREA, con il suo centro di ricerca Alimenti e Nutrizione, si è focalizzato sul ruolo benefico svolto sulle disfunzioni intestinali dalle pro-antocianidine, una particolare tipologia di flavonoidi tipici della frutta e della verdura di colore blu-viola. I flavonoidi, molecole bioattive naturali ampiamente presenti nel mondo vegetale, sono infatti particolarmente conosciuti ed apprezzati per le loro proprietà salutistiche e per il contributo alla prevenzione di numerose patologie, come quelle cardiovascolari, infiammatorie e persino di alcune forme tumorali.Le disfunzioni intestinali si manifestano in diversi modi e con differenti intensità che vanno dall’alterazione della barriera intestinale che impedisce l’ingresso delle tossine e dei batteri, a vere e proprie infiammazioni, fino ad arrivare a ricadute negative su tutto l’organismo. Di conseguenza, capire come funzionano i meccanismi molecolari che regolano i processi protettivi dell’intestino è fondamentale per lo sviluppo di strategie efficaci di prevenzione e di trattamento. Tali disfunzioni sono spesso associate a condizioni di sovrappeso e obesità.Nel dettaglio, lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Molecular Nutrition and Food Research, è consistito nell’inserire nell’alimentazione di animali da esperimento (topi), suddivisi in gruppi, 2 diverse dosi di pro-antocianidine, estratte da semi di uva per simulare un’assunzione di tipo “nutrizionale” (75 mg) o “farmacologica” (375 mg) per 15 giorni. Al termine di questo periodo, nei 5 giorni successivi, è stata somministrata quotidianamente una dose di LPS, un componente della parete batterica che induce un’infiammazione specifica a livello intestinale. Alla fine del trattamento sono stati prelevati campioni di sangue e di intestino ed è stato possibile osservare che entrambi i dosaggi, nutrizionali e farmacologici, avevano protetto l’intestino dei danni indotti dall’LPS, modulando in maniera positiva l’espressione di geni coinvolti nella risposta antinfiammatoria.«Questo studio indica – ha commentato la ricercatrice del CREA Raffella Comitato, fra gli autori insieme al primo ricercatore Fabio Virgili – che la regolare assunzione di pro-antocianidine può contribuire alla prevenzione delle disfunzioni intestinali di tipo infiammatorio, grazie alla capacità di modulare positivamente la risposta cellulare e tissutale ad agenti tossici, proteggendone le funzioni indispensabili al mantenimento della salute dell’organismo in toto. Questo studio conferma l’importanza di molecole caratteristiche della dieta Mediterranea nella costruzione di una alimentazione funzionale alla salute dell’uomo».

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L’obesità è una vera e propria ‘malattia sociale’

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 novembre 2018

Colpisce nel nostro Paese oltre 6 milioni di persone e che ha importanti implicazioni psicologiche e relazionali ma, soprattutto, di salute. I disturbi del comportamento alimentare, che in parte rientrano nella costellazione dell’obesità, rappresentano anch’essi un grave problema sociale, ma spesso vengono sottovaluti e non riconosciuti come malattia.
Per sensibilizzare la popolazione su questi temi, divulgandone gli aspetti psicosociali e di cura e contribuendo ad abbattere pregiudizi e false convinzioni, è nato lo Short Film Festival “Filmdipeso”, giunto oggi alla terza edizione, promossa dal Bariatric Center of Excellence di Sapienza Università di Roma – Polo Pontino, in partnership con il Comune di Latina, Amici Obesi onlus, AILO (Associazione Italiana Lotta all’Obesità) e Villa Miralago – Centro di riferimento disturbi alimentari. Il concorso è dedicato a cortometraggi e documentari brevi, della durata di massimo 20 minuti, realizzati dopo gennaio 2015 da registi professionisti o amatori, che affrontino queste tematiche o che condividano testimonianze di percorsi di riabilitazione e cura. La domanda d’iscrizione dovrà essere sottoposta, attraverso le modalità descritte sul sito http://www.filmdipeso.it, entro l’8 febbraio 2019, termine ultimo del bando di concorso.

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