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Posts Tagged ‘obesità’

Sindrome metabolica, infiammazione, diabete e obesità tra i principali nemici della salute del cuore

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

vasi sanguigniUna circonferenza dell’addome sopra la media, colesterolo, glicemia e pressione del sangue oltre i livelli raccomandati: sono le caratteristiche del rischio metabolico, tra le principali cause di malattie cardiache e vascolari. Si tratta di una condizione che interessa circa il 25 per cento degli uomini ed addirittura il 27 per cento delle donne. Parliamo quindi di numeri altissimi, pari a circa 14 milioni di individui in Italia, ma che diventano ancora più impressionanti se pensiamo all’Europa, agli Stati Uniti, dove è obeso o in sovrappeso una persona su tre, e nel resto del mondo. E dato che lo studio della sindrome metabolica è una delle principali chiavi per migliorare a costo zero la prevenzione cardiovascolare, gli esperti europei si incontreranno a Stoccolma (Svezia) dall’1 al 3 dicembre 2017 in occasione del Simposio “Cardiometabolic Risk and Vascular Disease: from Mechanisms to Treatment” organizzato dal Karolinska Institute di Stoccolma con il supporto della Fondazione Internazionale Menarini. «Gli obiettivi del simposio sono la condivisione delle più recenti conoscenze relative ai progressi nella fisiologia, nella diagnosi e nel trattamento del rischio cardiometabolico e il suo impatto nella pratica clinica» spiega Francesco Cosentino, Direttore dell’Unità di Cardiologia del Karolinska Institute & Karolinska University Hospital di Stoccolma. «Il programma scientifico copre uno spettro di temi tra cui la relazione tra sistema immunitario e metabolismo, tra infiammazione e aterosclerosi, le strategie di prevenzione delle patologie cardiovascolari, la gestione dell’obesità e dell’insulino-resistenza, il controllo dell’aterotrombosi, della glicemia, del diabete, della sindrome coronarica acuta e dello scompenso cardiaco».

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Diabete e obesità: Il sonno come terapia?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

tiroideRoma. Il sonno è un tema di grande attualità soprattutto dopo il Nobel della Medicina 2017 assegnato agli scienziati Hall, Rosbash e Young teorizzatori e scopritori dei meccanismi molecolari dei bioritmi, teoria da alcuni considerata, ancora recentemente, pseudoscienza. Il sonno è uno dei sincronizzatori principali dei bioritmi e per questo un prezioso alleato della salute psico-fisica e della qualità di vita e presto, oltre alla sempre più frequente indicazione di praticare attività sportiva, il sonno ha buone possibilità di rientrare nelle prescrizioni mediche.“Il sonno, introduce Piernicola Garofalo, Presidente AME Onlus, è un processo attivo e dinamico che ha un impatto importante su molti aspetti della salute, della vita quotidiana e della crescita; il sonno ha molteplici funzioni quali la conservazione dell’energia, il consolidamento della memoria, il recupero psico-fisico, e tante altre ancora. Inoltre, interagisce con il sistema nervoso, endocrino e immunitario influenzando i tre sistemi più complessi del nostro organismo che a loro volta condizionano qualità e quantità del sonno”.
Se ne parla al Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi che si è aperto ieri a Roma e prosegue fino al 12 novembre con diverse sessioni dedicate all’update nei principali campi dell’endocrinologia, con una crescente attenzione per le malattie di più ampio interesse come quelle della tiroide e del metabolismo, diabete e osteoporosi per le quali verranno illustrati e discussi i contenuti dei più recenti documenti di consenso e linee guida sugli aspetti più rilevanti dell’endocrinologia clinica.Ma cosa c’entra il sonno con l’endocrinologia? “Quasi tutte le cellule del nostro corpo presentano un orologio biologico e molti geni si attivano o disattivano seguendo il ritmo circadiano, spiega Daniela Agrimi, Ambulatorio di Endocrinologia, Diagnostica ed Interventistica Tiroidea, Asl Brindisi. L’alterazione dell’orologio biologico aumenta la probabilità di malattia e questo è particolarmente evidente per malattie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità. Il nostro modello sociale che ci spinge ad essere attivi 24h7, induce a ridurre le ore di sonno a favore di quelle di attività e questo porta ad una marcata alterazione delle oscillazioni ormonali che regolano il metabolismo.Molti studi hanno dimostrato che la riduzione delle ore di sonno aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 influenzando il modo in cui il nostro corpo processa il glucosio. L’utilizzo del glucosio è maggiore durante la veglia mentre è più basso durante il sonno quando il metabolismo cerebrale del glucosio è rallentato e la captazione del glucosio da parte dei neuroni è ridotta del 30-40% rispetto allo stato di veglia.La deprivazione di sonno, anche parziale ma ripetuta nel tempo, o la compromissione della qualità del sonno con ripetuti risvegli durante la notte, modificano il metabolismo del glucosio e la secrezione di insulina, portando chi dorme meno di 6-7 ore per notte ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete.Altri studi hanno anche messo in relazione un insufficiente riposo con l’aumento di peso: le persone che dormono abitualmente meno di 6 ore per notte hanno un indice di massa corporea (BMI) più alto della media. Durante il sonno, il nostro corpo secerne ormoni che aiutano a controllare l’appetito e il metabolismo energetico. Dormire poco porta ad uno squilibrio di questi ed altri ormoni: è associato, ad esempio, a livelli più bassi di leptina, l’ormone che indica al nostro cervello di aver mangiato abbastanza cibo, e a livelli più alti di grelina che invece stimola l’appetito, con il risultato di avere più appetito e favorire il consumo di cibi ad alto contenuto calorico. Una persistente alterazione del ritmo sonno-veglia è quindi un fattore di rischio per malattie metaboliche al pari di inattività e una dieta sbilanciata”.“La relazione tra malattie metaboliche e sonno è complessa e merita l’attenzione clinica degli endocrinologi e un approccio multidisciplinare, conclude Garofalo. Grazie a quello che già sappiamo bisognerebbe aumentare gli studi che portino a nuovi approcci preventivi e terapeutici contro obesità e diabete di tipo 2 basati sull’aumento della qualità e quantità di sonno e, in un certo senso, dando ragione all’antico detto popolare “dormi che ti passa”.

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La firma genetica che accomuna obesità, diabete e cancro alla mammella

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

Fat boy measuring his belly with measurement tape on gray backgroundGrazie a un approccio innovativo all’analisi dei Big Data, un gruppo di ricercatori del Centro della Complessità e dei Biosistemi (CC&B) dell’Università di Milano è riuscito a identificare una sorta di firma genetica comune a obesità, cancro alla mammella e diabete.
L’obesità è sempre più diffusa nel mondo, come dimostrano i dati secondo i quali circa il 10% dei bambini statunitensi ed europei sono obesi o sovrappeso. Dal punto di vista sanitario, l’obesità sta superando il fumo come principale causa di morte prematura; è, infatti, responsabile di più del 70% dei casi di diabete ed è stata associata ad alcuni tipi di tumore, fra cui quello alla mammella.Prove cliniche ed epidemiologiche hanno evidenziato il legame fra obesità, cancro alla mammella e diabete, ma non era ancora stata ottenuta una solida conferma di questa relazione a livello di espressione genetica. Ciò è dovuto a una serie di fattori, dalla grande variabilità fra i pazienti ai limiti dei modelli di studio in vitro. Ma soprattutto, c’è anche un grosso problema relativo ai dati: la presenza di una grande quantità di rumore di fondo, che rende difficile individuare alcuni elementi ricorrenti nei risultati delle analisi di migliaia di geni in molti individui diversi.“Nel campo biomedico vengono effettuati moltissimi esperimenti, grazie ai quali è stato possibile raccogliere ingenti quantità di dati biologici in diversi database pubblici”, dice Caterina La Porta, membro del CC&B e professoressa di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano. “Combinare set di dati provenienti da studi diversi sarebbe molto utile per ottenere informazioni sempre più accurate e rilevanti, ma ciò comporta anche un problema, chiamato batch effect”, spiega La Porta, che ha coordinato la ricerca appena pubblicata su NPJ Systems Biology and Applications. “I dati provenienti da ciascun esperimento sono infatti condizionati da cause tecniche che non hanno a che fare con i fattori biologici. Questo genera un rumore di fondo che può mascherare alcune differenze importanti dal punto di vista biologico quando si confrontano campioni appartenenti a lotti diversi”.Un problema che i ricercatori coordinati da La Porta hanno cercato di mitigare usando un nuovo approccio, basato sulla combinazione di due diverse tecniche chiamate decomposizione ai valori singolari e analisi di deregolazione dei pathway. In questo modo sono riusciti a individuare 38 geni che sono espressi in maniera diversa negli adipociti provenienti da soggetti obesi, confrontati con quelli provenienti da soggetti on obesi. Una sorta di firma genetica che sembra caratterizzare in maniera specifica la condizione di obesità, indipendentemente dal genere del soggetto.Questi geni sono soprattutto associati a processi di infiammazione e risposta immunitaria, e a complicazioni note dell’obesità come il diabete di tipo 2 e l’infertilità. Essi, inoltre, sono deregolati in maniera simile nel caso di cancro alla mammella, il che sembra quindi confermare l’associazione fra questo tipo di tumore e l’obesità. Alcuni di questi geni potrebbero quindi rappresentare degli interessanti marcatori biologici, utili non solo per ulteriori ricerche su questi temi, ma, eventualmente, anche per possibili scopi diagnostici.“La forza del nostro lavoro deriva dall’uso di metodi di filtraggio e riduzione del rumore particolarmente appropriati, grazie ai quali siamo riusciti a mitigare il batch effect. Questa strategia di analisi potrebbe venir utilizzata anche per studiare altre patologie, consentendo di sfruttare con maggior accuratezza l’enorme quantità di dati accumulati nella letteratura biomedica”, conclude La Porta. “Grazie a questo approccio, siamo riusciti a identificare una lista di geni caratteristici dell’obesità, che sono anche associati al diabete di tipo 2 e al cancro alla mammella. Il tutto con un grado di precisione simile a quello usato per identificare il Bosone di Higgs”.

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Obesità infantile, pubblicate le nuove raccomandazioni Usa per lo screening

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 giugno 2017

Fat boy measuring his belly with measurement tape on gray backgroundLa U.S. Preventive Services Task Force (Uspstf) raccomanda che i medici sottopongano a screening per l’obesità i bambini e gli adolescenti in base all’indice di massa corporea a partire dai sei anni e che offrano interventi sul comportamento e piani per promuovere il miglioramento del peso, secondo un rapporto pubblicato su Jama. «Circa il 17% dei bambini e degli adolescenti dai 2 ai 19 anni negli Stati Uniti è obeso, in base ai grafici di crescita del Centers for Disease Control and Prevention e quasi il 32% è in sovrappeso» afferma David Grossman, del Kaiser Permanente Washington Health Research Institute di Seattle, che ha guidato la task force in questo studio. «L’obesità nei bambini e negli adolescenti è associata a problemi di salute mentale e psicologica, asma, apnea ostruttiva del sonno, problemi ortopedici ed esiti avversi cardiovascolari e metabolici quali pressione sanguigna alta, livelli lipidici anomali e resistenza all’insulina. Bambini e adolescenti possono subire scherni e bullismo a causa del loro peso e avere problemi cardiovascolari o di diabete di tipo 2 nell’età adulta» aggiunge. L’USPSTF ha trovato prove sufficienti riguardo al fatto che gli screening e gli interventi comportamentali intensivi per l’obesità nei bambini e negli adolescenti dai sei anni di età possano portare a miglioramenti nel peso, e la grandezza di questo beneficio è stata stimata come moderata. Per quanto riguarda invece interventi con farmaci quali metformina e orlistat, la grandezza di questo beneficio è incerta perché le prove relative all’efficacia della metformina e dell’orlistat sono inadeguate. L’Uspstf ha trovato inoltre prove sufficienti per definire come lievi o assenti i danni potenziali dello screening e di un intervento comportamentale completo e intensivo per l’obesità nei bambini e negli adolescenti. «L’adozione delle linee guida dell’Uspstf nella pratica pediatrica offre ai pediatri e ai professionisti della salute un’opportunità per dare un contributo vitale al miglioramento della salute dei bambini e a una possibilità di un futuro migliore, cambiando la tendenza del loro peso e stabilendo uno stile di vita sano» scrivono in un editoriale di accompagnamento Teresa Quattrin, della University of Buffalo, e Denise Wilfley, della Washington University School of Medicine di St Louis. (fonte doctor33) (foto. obesità)

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Forum On Peripheral Neuropathies

Posted by fidest press agency su domenica, 7 maggio 2017

pragaPraga. Sciatica, infiammazioni, ernie del disco, alterazioni di tipo artrosico: le radicolopatie in Italia sono sempre più in aumento nella popolazione adulta, dopo i 40 anni. Sotto accusa: obesità, vita sedentaria e cattiva postura. Non a caso, i pazienti che hanno a che fare con lavori pesanti o alcuni tipi di sport sono a rischio tanto quanto coloro che conducono uno stile di vita più sedentario. Dolore lancinante nella parte bassa della schiena che blocca al letto, perdita del tono muscolare e della sensibilità, formicolìo e intorpidimento. A farne le spese qualità del sonno e della vita di chi ne è affetto.
E’ quanto emerge dai lavori del Forum On Peripheral Neuropathies in corso a Praga e che riunisce oltre 200 specialisti in Neurologia, Ortopedia, Reumatologia, Fisiatria e Terapia del dolore. “Tra le categorie più colpite – afferma il prof. Rocco Liguori, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Bologna Irccs Insb – impiegati, operai edili, tennisti, calciatori e quegli sportivi dediti al “fai da te”, con una leggera prevalenza tra gli uomini rispetto alle donne”. Alla comparsa di primi segni e sintomi, è opportuno contattare il medico. “Solo dopo – aggiunge l’esperto – si possono eseguire radiografia, risonanza magnetica, Tac e una elettromiografia, per capire le cause e quali sono i nervi coinvolti”. Tra i rimedi contro le radicolopatie, l’assunzione di antinfiammatori, steroidi e di farmaci con un duplice meccanismo d’azione neurotrofico e antidolorifico come L-acetilcarnitina, oltre ai trattamenti chiropratici e terapie fisiche. Nei casi più gravi potrebbe essere necessario ricorrere a interventi chirurgici per cercare di eliminare la compressione del nervo interessato. Ma quanto conta la prevenzione? “Molto direi – conclude Liguori -. La vita sedentaria è chiaramente controindicata e predispone alla radicolopatia. Ovviamente, quello che bisognerebbe fare è cercare di mantenere il peso forma, praticare l’ attività fisica che mantenga un’adeguata massa muscolare, evitando sforzi fisici”. (fonte: Adnkronos Comunicazione)

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In Italia i tassi di obesità infantile

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

Roma La campagna sarà presentata martedì 7 marzo durante una conferenza stampa ufficiale presso il Ministero della Salute. Parteciperanno i dott: Giampietro Chiamenti (Presidente Nazionale FIMP); Antonio Caretto (Presidente Nazionale ADI); Alberto Villani (Presidente Nazionale SIP); Giuseppe Morino (Responsabile UO Dietologia Clinica dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma)  ospedale bambin gesùMaria Teresa Carpino (Amministratore Delegato di Mati Group e ideatrice del progetto) e Paolo Grossi (Direttore BU OTC Italia Menarini azienda che ha reso possibile le varie iniziative).
Il grave eccesso di peso è un fenomeno sempre diffuso in tutta Europa e anche nel nostro Paese. L’Italia, nonostante sia una delle patrie della dieta mediterranea, presenta i tassi di obesità infantile tra i più alti del Vecchio Continente. Si calcola, infatti, che un bambino su cinque ha problemi seri con la bilancia. Alimentazione scorretta a scarsa attività fisica sono i due comportamenti sotto accusa e che devono essere contrastati anche attraverso un’apposita educazione dei giovanissimi. Proprio per raggiungere questo obiettivo i pediatri e nutrizionisti italiani si sono alleati e hanno deciso di attivare una grande campagna nazionale. Si chiamerà Dammi il 5! ed è promossa da Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, Società Italiana di Pediatria (SIP), Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) e l’Associazione Italiana di dietetica e nutrizione clinica (ADI) Il suo obiettivo e far comprendere a bambini, genitori e insegnati l’importanza degli stili di vita sani attraverso una serie di cartoni animati divertenti e iniziative innovative ed efficaci.

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Colesterolo, diabete e obesità sotto controllo per prevenire le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 febbraio 2017

diabete testNapoli. È sempre più articolata la gestione delle patologie cardiovascolari. Non più farmaci uguali per tutti, livelli identici di pressione e colesterolo, ma anche altre patologie concomitanti, come il diabete, e caratteristiche individuali come l’obesità e l’eccesso di tessuto adiposo. I medici cercano di capire quali diversi meccanismi sono alla base delle malattie di cuore e circolazione, come le diverse categorie di pazienti devono essere trattate, quanto la cardiologia possa essere personalizzata.
Sono le indicazioni del congresso dal titolo “New strategies for reducing cardiovascular risk: from old factors to emerging and therapeutic opportunities” organizzato a Napoli dalla Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
«Abbiamo bisogno di mezzi sempre più moderni e sofisticati per identificare il paziente più esposto allo sviluppo del rischio cardiovascolare, l’ictus, l’infarto o morte cardiaca» spiega Pasquale Perrone Filardi, Docente di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli e presidente del Congresso. «La moderna caratterizzazione genetica oggi offre nuove opportunità per identificare persone che non sanno di essere a rischio. Gli indicatori di infiammazione vascolare e di fibrosi cardiaca, la genetica molecolare delle dislipidemie e il relativo impatto sulla farmacologia, la genetica delle cardiomiopatie, rappresentano nuove armi a disposizione del clinico per personalizzare l’approccio terapeutico in pazienti sintomatici e asintomatici».
Una delle sessioni principali del congresso ha riguardato il controllo del colesterolo e quali siano i livelli ottimali per ridurre il rischio cardiovascolare.
«Le linee guida europee raccomandano che il livello target di colesterolo LDL venga definito sulla base del rischio individuale di eventi cardiovascolari fatali, in un intervallo che va dai 70 ai 100 milligrammi per decilitro» avverte Alberico Catapano, Docente di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano. «Le linee guida inoltre suggeriscono per i soggetti ad alto rischio di dimezzare il livello del colesterolo se è eccessivo, anche andando sotto i limiti. Per esempio, se i livelli di LDL di un paziente sono 100, non ci si deve accontentare di raggiungere il livello raccomandato di 70 mg/dl ma si devono ridurre i livelli del 50%, quindi arrivare a 50 mg/dl”.
Anche l’obesità e i tessuti adiposi hanno un ruolo attivo nel determinare conseguenze patologiche. «Come conseguenza dell’espansione dei depositi di grasso, il tessuto adiposo le cellule grasse sviluppano una modificazione fenotipica che determina una modificazione nelle sostanze scambiate dalle cellule, come le adipocitochine» conferma Dario Leosco, Docente di Medicina Interna all’Università Federico II di Napoli. «Queste sostanze sono coinvolte nella modulazione del glucosio e dei lipidi, nella biologia vascolare e anche nella risposta infiammatoria. Questo processo rappresenta un importante collegamento con le complicanze arteriosclerotiche e gli eventi cardiovascolari».
Stefan Anker, Docente di Cardiologia all’Università di Göttingen, Germania, ha sottolineato il collegamento tra insufficienza cardiaca e diabete. «L’insufficienza cardiaca è una sindrome associata a un vasto numero di altre malattie, incluse insufficienza renale, patologie respiratorie, anemia, depressione, soltanto per nominarne alcune. Per quanto riguarda il diabete, spesso coesiste con l‘insufficienza cardiaca, ma d’altra parte il diabete di per sé rappresenta un rilevante fattore di rischio per lo sviluppo di insufficienza cardiaca» prosegue Anker. «E dato che il diabete è in aumento in tutte le parti del mondo, è probabile aspettarsi una crescita esponenziale di persone con diabete e insufficienza cardiaca nei prossimi anni. Nello stesso tempo è sempre più chiaro che le persone con insufficienza cardiaca e diabete sono diverse dal punto di vista clinico rispetto alle persone con insufficienza cardiaca ma senza diabete. Per questo motivo i medici devono gestire in modo diverso queste due categorie di pazienti, anche con terapie differenti». Da segnalare l’associazione tra alterazioni del sistema circolatorio e aumentato rischio di sviluppare Alzheimer. «Questa malattia rappresenta la causa più frequente di demenza senile ed è tradizionalmente definita dall’accumulo negli spazi extracellulari del cervello di depositi insolubili di una sostanza, la beta-amiloide. Per ridurre questo processo, elemento importante è la riduzione dello stress ossidativo che altera la barriera emato-encefalica, che favorisce un accumulo di amiloide» avverte Bruno Trimarco, Docente di Malattie Cardiovascolari all’Università Federico II di Napoli. «I dati su alcuni farmaci e nutraceutici che determinano una riduzione dello stress ossidativo sembrano offrire dei vantaggi in questo settore, soprattutto quelli che favoriscono l’aumento di ossido nitrico nel sangue. L’ossido nitrico viene utilizzato per migliorare la trasmissione a livello sinaptico e questo sembra essere un elemento importante per prevenire il deficit cognitivo. Per questo motivo sono allo studio nuovi farmaci anti-Alzheimer che agiscono a livello delle sinapsi neuronali proprio con l’aumento di ossido nitrico nel sangue».

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A Taormina un incontro internazionale su diabete e obesità

Posted by fidest press agency su martedì, 4 ottobre 2016

taorminaSi svolgerà a Taormina dal 6 all’8 ottobre presso il centro congressi S. Domenico Palace, piazza San Domenico 5, il workshop internazionale dal titolo “New trends in diabetes and obesity treatment”, organizzato dal Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Catania e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Il focus dell’incontro sono i nuovi aspetti nella diagnosi e nel trattamento di due condizioni metaboliche in aumento in tutto il mondo: diabete e obesità. Nelle diverse sessioni esperti italiani e internazionali parleranno delle novità nel trattamento farmacologico sistemico del diabete, incluso il trattamento multifarmaco. Il pomeriggio di venerdì 7 ottobre sarà dedicato agli specifici problemi del diabete durante l’adolescenza, considerando anche la prevenzione e la diagnosi precoce di complicazioni croniche in questi pazienti. Verrà affrontata inoltre la gestione del passaggio dall’adolescenza all’età adulta nei soggetti con diabete. L’ultima sessione sarà dedicata all’obesità, includendo la patofisiologia dei pazienti obesi e gli effetti dei nuovi trattamenti, sia farmacologici sia chirurgici.

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A Taormina un incontro internazionale su diabete e obesità

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 settembre 2016

taorminaTaormina dal 6 all’8 ottobre presso il centro congressi S. Domenico Palace, piazza San Domenico 5, si terrà il workshop internazionale dal titolo “New trends in diabetes and obesity treatment”, organizzato dal Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Catania e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Il focus dell’incontro sono i nuovi aspetti nella diagnosi e nel trattamento di due condizioni metaboliche in aumento in tutto il mondo: diabete e obesità. Nelle diverse sessioni esperti italiani e internazionali parleranno delle novità nel trattamento farmacologico sistemico del diabete, incluso il trattamento multifarmaco. Il pomeriggio di venerdì 7 ottobre sarà dedicato agli specifici problemi del diabete durante l’adolescenza, considerando anche la prevenzione e la diagnosi precoce di complicazioni croniche in questi pazienti. Verrà affrontata inoltre la gestione del passaggio dall’adolescenza all’età adulta nei soggetti con diabete. L’ultima sessione sarà dedicata all’obesità, includendo la patofisiologia dei pazienti obesi e gli effetti dei nuovi trattamenti, sia farmacologici sia chirurgici.

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Italiani: obesità e diabete in Italia e altrove

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 aprile 2016

obeso640 milioni di obesi, 1,5 chilogrammi di aumento del peso medio della popolazione mondiale ogni dieci anni dagli anni ’80: sono le ultime drammatiche cifre sull’avanzare della “piaga” obesità nel mondo, messe nero su bianco all’inizio del mese da una delle più autorevoli riviste medico-scientifiche internazionali, The Lancet. “Viene quasi da dire: era ora”, commenta Paolo Sbraccia, Presidente della SIO-Società italiana dell’obesità. “Ancora troppo spesso si considera l’obesità una condizione estetica e non una vera e propria malattia”, prosegue. “L’obesità è causa, in primis, di aumentato rischio di diabete di tipo 2, quindi di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore; essere sovrappeso od obesi riduce il benessere psicologico, determina un impatto negativo sulla funzionalità fisica, con diminuzione della capacità di compiere anche le più semplici attività quotidiane, e sulla funzionalità sociale, con depressione, distress, cattiva qualità di vita,” aggiunge Sbraccia.
Al tema dell’obesità è dedicato l’Italian Barometer Diabetes Report 2015, dal titolo “Il management dell’obesità e del diabete di tipo 2: le sfide da vincere”, presentato questa mattina a Roma. “Il Barometer Report è un documento pubblicato annualmente con l’obiettivo di attivare il confronto e le riflessioni istituzionali sui grandi temi che riguardano il diabete e l’obesità nel nostro Paese, sulle grandi sfide che queste patologie comportano in termini di sostenibilità e accesso alle cure”, spiegano gli editor Renato Lauro, Presidente di IBDO Foundation-Italian Barometer Diabetes Observatory, e Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata”.
Il rapporto 2015, come chiarisce il suo curatore, Domenico Cucinotta, Past President dell’Associazione medici diabetologi e professore di medicina interna all’Università di Messina, si propone di esaminare, grazie al contributo di personalità istituzionali e di qualificati esperti del settore, la questione “obesità” nelle sue mille sfaccettature – epidemiologiche, cliniche, sociali – “nella convinzione che la stretta sinergia tra autorità regolatorie e mondo della ricerca e della clinica sia un requisito indispensabile per attuare un efficace intervento di prevenzione dell’obesità e del diabete mellito, necessario per arginare il fenomeno”.Alla base del problema sta, infatti, paradossalmente, il progredire tecnologico e sociale dell’Umanità: i cambiamenti di stile di vita, la modernizzazione. Ricorda ancora Cucinotta: “è stato persino individuato e messo a punto da ricercatori nordamericani un indice – il modernization index – che si è dimostrato un forte predittore dello sviluppo di obesità e di diabete nelle popolazioni a rischio. Viene calcolato in base al tipo e al numero di oggetti-simbolo di questi cambiamenti di cui si è in possesso: frigorifero, telefono, televisore, automobile, lavatrice, cellulare, internet, lettore DVD, e altro.”Come facilmente immaginabile, l’Italia non è immune da tutto questo. Vediamo alcuni numeri ripresi dall’Italian Barometer Diabetes Report 2015:
Prevalenza sovrappeso/obesità – la prevalenza di eccesso ponderale, ossia la percentuale di persone sovrappeso sulla popolazione residente, fra gli uomini al di sopra dei 20 anni si attesta su una percentuale di poco inferiore al 60% nel nostro Paese, una condizione migliore di altri partner europei, più o meno ampiamente sopra questa soglia: Grecia, Regno Unito, Irlanda, Germania, Portogallo, Spagna e Finlandia. Fra le donne nella stessa fascia di età la prevalenza supera il 50% in diversi paesi, mentre in questo caso l’Italia risulta fra le nazioni con prevalenza più bassa, di poco al di sopra del 40%. Di converso, fra i giovani di sesso maschile al di sotto dei 20 anni l’Italia rappresenta una delle nazioni con prevalenza più elevata, (30%), mentre fra le ragazze la percentuale è di poco inferiore al 20%.
Trend temporale sovrappeso/obesità – i dati più recenti ISTAT, relativi al 2013, documentano fra il 2001 e il 2010 una crescita di circa 2 milioni del numero di persone in sovrappeso e di oltre 1 milione per le persone francamente obese, per un totale di oltre 27 milioni di persone in eccesso ponderale. L’obesità è cresciuta in tutte le fasce di età e, sempre ISTAT, evidenzia una più elevata prevalenza di obesità fra i 55 e i 74 anni di età.
Prevalenza diabete – l’obesità rappresenta la causa principale di diabete di tipo 2. In presenza di obesità, il rischio di sviluppare il diabete è 10 volte più alto. Non stupisce quindi che obesità e diabete vadano di pari passo. In Italia oggi sono 3,6 milioni le persone affette da diabete – di cui oltre il 90% con diabete di tipo 2 – pari al 6,2% della popolazione. A queste va aggiunta una quota di persone che, pur avendo la malattia, non ne è a conoscenza; si stima che per ogni tre persone con diabete noto, ce ne sia una con diabete non diagnosticato. Inoltre, si stima che per ogni persona con diabete noto, vi sia almeno una persona ad alto rischio di svilupparlo, perché affetta da ridotta tolleranza al glucosio o alterata glicemia a digiuno. Questo implica che in Italia oggi siano quasi 5 milioni le persone con diabete, cui si aggiungono 3,6 milioni ad alto rischio di svilupparlo, per un totale di quasi 8,5 milioni tra persone con diabete e persone a rischio: quasi 1 italiano su 7.
Trend temporale diabete – ancora, si stima che il numero di persone affette da diabete nel mondo sia cresciuto da 171 milioni nel 2000 a 415 milioni nel 2015 e raggiungerà i 642 milioni nel 2040. In Italia, secondo ISTAT, nel 2000 risultava diabetico il 3,9% della popolazione, poco più di 2 milioni di persone, diventate quasi 3 milioni (4,6% della popolazione) nel 2011. Se la crescita della prevalenza della malattia continuerà ai ritmi attuali, entro 20 anni potrebbero essere oltre 6 milioni (9% della popolazione totale) le persone affette da diabete, con enormi implicazioni assistenziali, sociali ed economiche.

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Nel mondo vivono 640 milioni di persone obese

Posted by fidest press agency su sabato, 2 aprile 2016

obesoL’obesità è una delle piaghe del nuovo millennio con incidenze pesantissime sul welfare di ogni stato per gli effetti sulla salute dei cittadini poiché già il semplice sovrappeso aumenta i fattori di rischio riguardanti le malattie cardiovascolari, il diabete e il cancro ed è all’origine di circa 3 milioni di morti premature ogni anno. Insomma un mondo con troppi chili di cui un terzo della popolazione ha problemi con la bilancia. La conferma viene da uno studio che riferisce che il peso medio della popolazione mondiale è aumentato di 1,5 chilogrammi ogni dieci anni negli ultimi 40 anni.Allo studio, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista “The Lancet”, hanno preso parte più di 700 ricercatori in tutto il mondo. Da esso emerge che gli USA sono in testa alla classifica dell’obesità.Fra i paesi più sviluppati, il Giappone è quello in cui gli abitanti hanno il più basso “indice di massa corporea”. In Europa, le persone con il miglior rapporto fra massa e peso sono le donne svizzere e i gli uomini bosniaci.A livello mondiale il 2,3% degli uomini e il 5% delle donne sono considerati molto obesi ed hanno cioè un BMI superiore a 35. Continuando di questo passo, nel 2025 il 18% degli uomini e il 21% delle donne soffriranno di una grave obesità, scrive l’Università di Zurigo. L’obiettivo fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità, ossia di riportare entro il 2025 l’obesità ai livelli del 2010, non è realistico, sottolineano inoltre gli autori dello studio. Diversa la situazione per quanto riguarda le persone al di sotto del peso ideale, che hanno cioè un BMI inferiore a 8,5. Dal 1975 questa categoria è scesa a livello mondiale dal 14 al 9% fra gli uomini e dal 15 al 10% fra le donne. Malgrado il miglioramento, la mancanza di peso continua a rappresentare un grande problema, soprattutto nei paesi dell’Africa centrale e orientale. In paesi come l’India e il Bangladesh quasi un quarto di tutta la popolazione adulta è considerata sottopeso. In Europa ed in particolare Belgio, la Finlandia, la Francia, l’Italia (IMC 28 per le donne adulte) e la Svizzera non risulta esservi stato un incremento significativo dell’Indice, ma ciò non deve fare abbassare la guardia agli organismi deputati al controllo della salute pubblica.Alla luce di tale importante studio che Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” teneva a diffondere, affinché anche in Italia si approntino delle strategie pubbliche di prevenzione e cura per combattere il fenomeno, non possiamo non concordare nelle proposte autorevoli che vengono dalla Scienza dell’alimentazione secondo cui bisognerebbe realizzare in ogni regione centri di coordinamento di reti assistenziali che attraverso approcci multidisciplinari integrati di tipo riabilitativo, siano adeguate alla diagnosi e cura dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione ed articolate in unità ambulatoriali, semiresidenziali e di ricovero di riabilitazione intensiva. In alcune regioni sta avendo successo il modello definito “hub and spoke” che prevede la concentrazione dell’assistenza di maggiore complessità in centri di eccellenza (hub) e l’invio dei pazienti ai centri periferici (spoke) in relazione alla prosecuzione del percorso terapeutico e riabilitativo.

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Obesità infantile

Posted by fidest press agency su martedì, 15 marzo 2016

obeso“Una proposta di legge volta a contrastare, attraverso il potenziamento dell’ attività sportiva, l’obesità infantile, problema di notevole rilevanza sociale e di salute pubblica che nel nostro paese colpisce un bambino su quattro. Vita sedentaria e alimentazione poco corretta sono le cause principali del fenomeno per il quale necessitano, oltre ad una forte campagna di sensibilizzazione, anche delle norme che aiutino le istituzioni ad incentivare la pratica dello sport da parte di bambini e ragazzi. Tra televisione, strumenti informatici e videogiochi, i bambini fanno sempre meno attività sportiva. Se a questo si aggiunge un’alimentazione non corretta, non ci si deve stupire se i dati sull’obesità infantile sono sempre di più allarmanti. E lo sport rappresenta un’importante risposta a questa emergenza sociale” lo annuncia, in una nota, Nino Minardo, deputato di Area popolare.
“La proposta di legge – spiega Minardo – oltre a dettare disposizioni per la prevenzione e cura dell’ obesità infantile tramite l’esercizio dell’ attività motoria e sportiva, prevede un Piano nazionale annuale per la prevenzione e la cura dell’ obesità attraverso la diffusione dello sport con il coinvolgimento delle scuole. Il progetto, infatti, è volto alla promozione di programmi di formazione motoria nella scuola primaria e alla diffusione tramite i mezzi di comunicazione, dell’ informazione sulle priorità di azione, all’ educazione ad una corretta alimentazione, alla divulgazione di trasmissioni sullo sport e la cultura sportiva ed alla promozione ed organizzazione di attività motorie per i disabili. Lo sport è elemento base perché contribuisce al miglioramento della qualità della vita dei bambini e le istituzioni devono attivarsi per promuoverlo, con il coinvolgimento dei pediatri” conclude.

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Italia: vittime tabagismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2016

sigaretteOgni anno in Italia meno di 18 mila fumatori si rivolgono ai centri antifumo e chiede aiuto per smettere di fumare. Più o meno la metà di questi ce la fanno (meno dello 0,1%) ma circa 11 milioni di persone continuano a far parte della schiera dei fumatori. Purtroppo il 65% tenta di smettere da solo e la cosa raramente funziona. Smettere di fumare sigarette è difficilissimo perché bisogna liberarsi da una dipendenza complessa che uccide ogni anno oltre 6 milioni di persone nel mondo per patologie correlate e che provoca più morti di alcol (2,5 milioni), obesità (2,8 milioni), incidenti stradali (1,2 milioni) e omicidi (473mila) messi insieme. Se il 50% dei fumatori italiani passasse alla e-cig si stima che si potrebbero salvare oltre 40 mila vite ogni anno e risparmiare almeno 3 miliardi di costi sanitari. Se almeno una volta nella vita avete pensato di voler smettere di fumare o di minimizzare gli effetti delle sigarette sulla salute propria o dei familiari è su Amazon in versione Kindle scaricabile su numerosi dispositivi: smartphone, tablet e pc un nuovo e agile manuale scritto dagli autori di ‘101 motivi per non fumare’ un medico, Fabio Beatrice e una giornalista scientifica Johann Rossi Mason.
‘La verità sulla sigaretta elettronica’ nasce da un lungo percorso scientifico e intellettuale: “Dopo il boom del 2011 , la novità aveva conquistato tutte le pagine dei giornali e le vie cittadine con la comparsa di negozi e fumatori con la loro scia di vapore che li faceva assomigliare ad allegri trenini. All’euforia dello svapo è seguita però una certa delusione per chi aveva pensato di smettere solo accendendo il nuovo dispositivo. Ci siamo resi conto che la gente aveva in mano uno strumento dalle grandi potenzialità ma nessuno aveva capito come usarlo per ottenere il risultato di passare dalla sigaretta all’elettronica superando la dipendenza e il craving.
Mentre i ricercatori iniziavano a studiare gli effetti del nuovo modo di fumare concentrandosi sulla dicotomia ‘fa bene o fa male? ’ a Torino il dottor Beatrice e il suo staff iniziava a pensare ad un metodo, senza mai perdere di vista l’utilizzatore finale. L’elettronica infatti ha permesso di allargare gli orizzonti verso un approccio nuovo, di ‘riduzione del danno’ in cui il fumatore viene accompagnato in un percorso con obiettivi che tengono conto della sua storia di tabagista e sono tagliati su di lui.
“Come medici ed esperti dell’argomento ci auspichiamo che sempre più persone smettano, ma siamo anche consapevoli che la cessazione totale è un traguardo difficile e non è un obiettivo percorribile da tutti. Anche una diminuzione significativa delle sigarette fumate e del loro venefico corollario in termini di sostanze tossiche e cancerogene in certi casi può essere utile. Ai fumatori preme maggiormente il piacere immediato rispetto al beneficio di un futuro remoto. Bisogna far loro presente che i vantaggi sulla salute si toccano con mano sin dai primi giorni e crescono vertiginosamente. Dopo 20 minuti dalla fine dell’ultima sigaretta la pressione arteriosa si normalizza, dopo 8 ore il livello di ossigeno inizia a normalizzarsi, dopo due settimane il cuore pompa il sangue con rinnovato vigore, la funzione polmonare migliora del 30%, dopo 5 anni dall’ultima cicca spenta nel posacenere la mortalità per tumore al polmone torna quasi normale e dopo 10 il rischio di ammalarsi di un tumore fumo-correlato torna ad un livello di rischio da semaforo verde.
Secondo il Ministero della Salute, i decessi attribuibili al tabacco nel nostro Paese sono circa 80 mila all’anno in Italia: il 48% a patologie oncologiche (38.400 decessi), il 25 % a patologie cardiache (20mila), il 17% a patologie respiratorie croniche (13.600), il 10% ad altre patologie(8.000). Ed è evidente come gli italiani vogliano liberarsi dalla dipendenza dal fumo: nella ricerca Doxa-ISS il 45% degli intervistati nel 2013 e il 35,3% nel 2014 riteneva che i ‘vaporizzatori’ possano essere un buon mezzo per smettere di fumare.
In base alle linee guida un fumatore può essere definito ‘ex’ non prima di sei mesi dall’ultima sigaretta e le percentuali di cessazione a 12 mesi non sono confortanti: solo il 5% riesce senza aiuto, il 12% smette con l’ausilio della terapia comportamentale, il 16,8% con i prodotti sostitutivi della nicotina e il 25% con i farmaci.
Un fumatore su due può abbandonare l’uso della sigaretta tradizionale con una significativa riduzione del danno respiratorio grazie a un uso guidato della sigaretta elettronica. È la conclusione a cui sono giunti i ricercatori dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con il Centro Antifumo dell’Ospedale San Giovanni Bosco ASL TO 2 di Torino che hanno monitorato l’uso dell’e‐cig in 34 forti fumatori resistenti ad ogni tipo di intervento di cessazione al fumo. Lo studio ha riguardato 34 fumatori, 18 uomini e 16 donne, di età media di 40 anni, che consumavano circa 20 sigarette al giorno da almeno venti anni, reclutati al centro Antifumo dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.
Risultati superiori a tutti gli altri metodi: “Già dopo il primo mese di studio, il 74% dei partecipanti utilizzava la sola sigaretta elettronica, un 18% fumava sia la sigaretta elettronica che una/cinque sigarette normali e solo un 8% dei partecipanti continuava a fumare le normali sigarette” spiega Fabio Beatrice, Direttore Centro Antifumo San Giovanni Bosco di Torino “I fumatori di elettronica e i fumatori misti presentavano un valore di monossido di carbonio nell’espirato significativamente più basso, raggiungendo i livelli cosiddetti normali (0,3‐0,5%) presenti nella popolazione non fumatrice. Con questo studio abbiamo dimostrato inoltre che il metabolita plasmatico della nicotina, la ‘cotinina’, aveva concentrazioni simili a quelle di partenza nei tre gruppi, indicando che i fumatori di elettronica erano capaci di assumere tutta la nicotina necessaria per evitare il fenomeno di ‘craving’ ossia la crisi di astinenza. Dopo otto mesi dall’inizio dello studio, oltre il 50% dei partecipanti allo studio usava esclusivamente la sola sigaretta elettronica, un 24% si dichiarava fumatore misto ed un 26% tornava ad essere fumatore di sole sigarette di tabacco. Tuttavia in questi ultimi due gruppi è presente una riduzione significativa del numero di sigarette quotidiane con una conseguente diminuzione significativa, del monossido di carbonio nell’espirato e pertanto una significativa diminuzione dell’indicatore di danno polmonare”.

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Obesità e malattie reumatiche

Posted by fidest press agency su sabato, 28 novembre 2015

obesoNegli ultimi anni è emerso un’importante legame tra l’eccesso di tessuto adiposo, quindi l’obesità, e le malattie infiammatorie croniche articolari come l’artrite reumatoide e le spondiloartriti sieronegative. Ad affermarlo è stata la Dottoressa Elisa Gremese, ricercatrice presso la Divisione di Reumatologia – Università Cattolica del Sacro Cuore, durante la 52° edizione del Congresso nazionale della Società Italiana di Reumatologia, in corso in questi giorni a Rimini.Come ha spiegato l’esperta, l’obesità è considerata una patologia a basso grado di infiammazione, perché il tessuto adiposo «è responsabile della produzione di molecole dette citochine o adipochine, in parte specifiche del tessuto stesso e in parte condivise con i meccanismi dell’infiammazione sistemica generale, che possono contribuire al carico delle malattie infiammatorie». Lo stretto legame tra obesità e malattie infiammatorie articolari, quindi, è dato dal fatto che «è ormai evidente l’associazione tra una maggiore incidenza dell’artrite reumatoide (malattia cronica articolare più frequente) e obesità – ha spiegato ancora la Dottoressa Gremese -. Inoltre, diversi studi hanno dimostrato che i pazienti in sovrappeso e obesi soffrono di una forma di artrite reumatoide più aggressiva e resistente alle terapie, compresi i farmaci biotecnologici». È importante sottolineare, però, che l’obesità, essendo uno dei pochi fattori di rischio modificabili, può rappresentare un punto di intervento importante per migliorare la condizione del paziente. «Alcuni dati preliminari di studi recenti indicano come un calo ponderale, ottenuto attraverso una dieta controllata da un nutrizionista, può portare ad un miglioramento sostanziale della malattia. Tra i principali benefici legati alla perdita di peso c’è la riduzione del dolore strettamente legato all’obesità, dei parametri di infiammazione sistemica e del numero di articolazioni dolorose, gonfie e tumefatte, riconducibili alla malattia infiammatoria» – conclude Gremese.

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L’osteoporosi si combatte sullo smartphone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2015

osteoporosiIn occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi il sito http://www.salutedelleossa.it – lanciato a metà settembre su iniziativa di SIOMMMS, SIMG, GIBIS, GISOOS e SIOT, ed il supporto non condizionante di Abiogen Pharma – si arricchisce di nuovi contenuti video dedicati all’osteoporosi, al ruolo della vitamina D nel contrastare questa malattia e al legame fra vitamina D e sole.
A illustrare questi temi un team di esperti.“La vitamina D gioca un ruolo fondamentale per la salute dell’osso e nella prevenzione dell’Osteoporosi – spiega il Prof. Umberto Tarantino, Presidente del GISOOS, Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa – Osteoporosi che colpisce 1 donna su 3 e 1 uomo su 5 e ha come complicanza le fratture. Oltre a dipendere da molteplici fattori di rischio non modificabili come il sesso, l’età o la menopausa, è causata da altri elementi “emendabili” come le patologie correlate, i farmaci, la mancanza di esercizio fisico, l’eccessiva magrezza o l’obesità.”“L’osteoporosi è una diminuzione della densità e della qualità dell’osso – osserva il Prof. Davide Gatti, Coordinatore regionale GIBIS Triveneto occidentale, Gruppo Italiano per lo studio dei BISfosfonati – L’apporto di vitamina D nel corpo avviene per il 20% circa attraverso l’alimentazione tramite i grassi animali, e per il restante 80% grazie all’azione dei raggi solari sulla cute. Alle nostre latitudini però il sole è in grado di esplicare questa funzione soltanto nelle ore centrali della giornata e per pochi mesi all’anno. Purtroppo questo porta la nostra popolazione a un rischio carenziale di vitamina D, esponendola a rischi non solo scheletrici ma anche muscolari.”“D’estate se ci esponiamo per 15 minuti, 30 minuti se abbiamo la pelle scura, abbiamo una corretta quantità di vitamina D. Questi tempi devono essere raddoppiati d’inverno – chiarisce il Dott. Iacopo Chiodini, Coordinatore della Commissione Riconoscimento delle Attività Cliniche della SIOMMMS, Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro – Per esporsi correttamente alla luce solare, alle nostre latitudini, dobbiamo esporci a metà mattina o a metà pomeriggio durante l’estate senza utilizzare protezioni solari troppo elevate; per l’inverno l’orario migliore è invece a mezzogiorno.”Per verificare il proprio livello di esposizione settimanale ai raggi solari è stata sviluppata la pratica APP “Salute delle Ossa”, disponibile sia per iOs che Android: attraverso un diario settimanale interattivo sì può facilmente verificare se “abbiamo preso abbastanza Sole”. È possibile inoltre mettere alla prova le proprie conoscenze sul ruolo della vitamina D e accedere ad alcuni approfondimenti video realizzati dagli esperti del board scientifico. L’APP è scaricabile gratuitamente da http://www.salutedelleossa.it, iTunes e Google Play.Il sito http://www.salutedelleossa.it e l’App “Salute delle Ossa” fanno parte della campagna di informazione promossa da 5 società scientifiche di riferimento quali Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS), Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), Gruppo Italiano per lo studio dei BISfosfonati (GIBIS), Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa (GISOOS) e Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), resa possibile grazie al contributo incondizionato di Abiogen Pharma.

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Per tenere lontana l’obesità

Posted by fidest press agency su domenica, 11 ottobre 2015

obesoIn sinergia con l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica, l’Istituto Ortopedico Gaetano Pini ospita l’“Obesity Day” aperto a pazienti, cittadini e dipendenti che desiderino una valutazione del proprio peso corporeo o abbiano bisogno di consigli su come scongiurare i rischi derivanti dall’obesità, non solo in caso di traumi o problemi articolari. Tutte le informazioni dalla dietista dell’Istituto dottoressa Nagaia Madini.L’obesità e il sovrappeso, già noti per i rischi cardiovascolari di cui sono portatori, minacciano anche la salute dell’apparato muscoloscheletrico e osteoarticolare.Dieta adeguata, attività fisica e controlli periodici sono fondamentali per il mantenimento del giusto peso e del benessere psicofisico. Per questo il prossimo 12 ottobre l’Istituto Ortopedico Gaetano Pini organizza l’Obesity day”: una mattinata dedicata alla misurazione del peso, dell’altezza, dell’indice di massa corporea (BMI), della circonferenza vita/fianchi, e ai consigli sulla corretta alimentazione e sugli stili di vita sani della dietista Nagaia Madini.L’appuntamento è dalle 9 alle 12,30, non è necessaria la prenotazione, nell’atrio dell’Aula Magna – monoblocco B – dell’Istituto Pini, ingresso da via Pini 3 o 9. L’incontro con la dietista è gratuito e si inserisce nella campagna Italian Obesity Day in collaborazione con ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica).“Per il terzo anno consecutivo l’Istituto ha deciso di promuovere questo appuntamento rivolto ai dipendenti e a tutta la popolazione – spiega Nagaia Madini –; è un’opportunità per chiedere consigli sul proprio peso corporeo e per iniziare un percorso con l’obiettivo di imparare a stare bene con il proprio fisico”.L’obesità è una malattia cronica multifattoriale in continuo aumento, e sta diventando un vero e proprio problema per la salute pubblica. Nel 2013, l’11% degli adulti italiani risultava obeso e il 31% in sovrappeso. Nel 2014 il 20,9% dei bambini risultava in sovrappeso e il 9,8% obeso; mentre tra gli anziani il 42% in sovrappeso e il 15% obeso. Le cause dell’obesità possono essere molteplici: fattori genetici, ormonali, ambientali o comportamentali così come innumerevoli le conseguenze a carico del sistema cardiovascolare, respiratorio e osteoarticolare innumerevoli con un notevole impatto anche sul piano psicologico.“E’ vero che una corretta educazione alimentare inizia dall’infanzia, ma anche da adulti è importante evitare cibi-spazzatura (merendine,dolciumi, bevande gasate etc), avere un moderato apporto di formaggi e carne rossa, privilegiare alimenti integrali e proteine vegetali, come i legumi – spiega la D.ssa Madini -, non dimenticando che fare movimento per almeno trenta minuti al giorno è importante quanto una corretta alimentazione. Il 12 ottobre ne parleremo con tutti coloro che vorranno venire al Gaetano Pini per un consulto”.

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Obesità e perdita di peso

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2015

obesoPerdita media del peso pari all’8% in circa 1 anno (56 settimane) in associazione a dieta ed esercizio fisico, rispetto a un valore del 2,6% ottenuto nel gruppo di controllo con sola dieta ed esercizio fisico. Mantenimento del peso raggiunto: oltre l’80% del campione di persone che ha assunto il farmaco, rispetto al 48,9% di chi era trattato con un placebo, ha conservato la riduzione del 5% del peso originale dopo 56 settimane; non solo: 1 persona su 2 ha perso, nello stesso lasso di tempo, un ulteriore 5% del proprio peso.Sono questi i principali dati emersi dal programma di studi di fase 3 SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity-Liraglutide Evidence in non-diabetic and diabetic people), che ha valutato l’efficacia di liraglutide 3 mg (Saxenda®), nuovo farmaco in monosomministrazione giornaliera sottocutanea per il trattamento dell’obesità, recentemente approvato nei 28 Paesi dell’Unione Europea e già disponibile negli USA e in Canada.Gli ultimi risultati di SCALE™, che ha coinvolto più di 5.000 persone obese (IMC ≥30 kg/m2) o in sovrappeso (IMC ≥27 kg/m2) con almeno una comorbidità correlata al peso quali disglicemia (pre-diabete o diabete di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva durante il sonno, sono stati presentati oggi in occasione del XX Congresso nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), in svolgimento a Genova.“Liraglutide 3 mg è il primo analogo del GLP-1 approvato in Europa per il trattamento dell’obesità”, ha commentato Paolo Sbraccia, Presidente della Società Italiana dell’Obesità (SIO), nel presentare questi risultati. “Era da oltre 10 anni che si attendeva un nuovo farmaco, che rendesse l’obesità una malattia meno orfana di cure. Liraglutide 3mg è un farmaco ‘intelligente’, che interagisce con uno specifico interruttore nel cervello che regola l’appetito. È efficace e sicuro, dotato di un meccanismo d’azione specifico per la riduzione del peso, che promette tanto e da cui ci aspettiamo tanto”, ha detto.“L’obesità, insieme al diabete, rappresenta la più grande minaccia alla salute del pianeta negli anni a venire. Dal 1980 ad oggi i tassi di obesità sono raddoppiati nel mondo: sono oltre mezzo miliardo le persone obese e 1,5 miliardi quelle sovrappeso. In Italia 1 persona su 2 è obesa o in sovrappeso. Se fino a ieri l’emergenza mondiale era la mancanza di alimenti a sufficienza in molti Paesi poveri, oggi a questo dramma si aggiunge il paradosso del pericolo per la salute rappresentato dal troppo cibo. Speriamo che anche EXPO 2015 possa contribuire nella sensibilizzazione di governi e semplici cittadini su questo problema”, ha concluso.
Liraglutide 3 mg è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al GLP-1 endogeno, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo. Come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito e riduce il peso corporeo attraverso la riduzione dell’assunzione di cibo. Come per gli altri agonisti dei recettori del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente. Questi effetti possono portare ad una riduzione della glicemia.
L’utilizzo di liraglutide 3 mg, da somministrare con iniezione sottocutanea una volta al giorno per il trattamento dell’obesità, è raccomandato in Europa in aggiunta a dieta ipocalorica e a incremento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥30 kg/m2 (obesità), o compreso tra 27 e 30 kg/m² (sovrappeso), e in presenza di almeno una comorbidità.
Con sede in Danimarca, Novo Nordisk è un gruppo internazionale farmaceutico da più di novant’anni impegnato nell’innovazione e leader nella cura del diabete. Novo Nordisk è anche leader nel campo della cura dell’emofilia, della terapia con ormone della crescita e della terapia ormonale sostitutiva. Novo Nordisk ha circa 41.500 dipendenti in 75 paesi e commercializza i suoi prodotti in più di 180 nazioni.

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“Obesità grave”: Un costo sociale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2015

obesoUn milione e 300 mila persone, il 3% della popolazione, che vive una condizione di estremo disagio: patologie multiple, necessità di cure di ogni tipo, disabilità progressiva sino all’invalidità. Eppure solo lo 0,8 della popolazione che ne avrebbe bisogno accede alla terapia più efficace attualmente disponibile, la chirurgia bariatrica.“Una situazione che deve prevedere scelte organizzative ed economiche più lungimiranti” allerta il Prof Nicola Di Lorenzo, Presidente SICOB “si tratta di soggetti che hanno un costo elevato nel primo anno di trattamento ma che a medio termine costituiscono un risparmio per il sistema. Pensiamo al fatto che ogni anno muoiono solo in Italia 52mila persone per patologie correlate all’obesità. E al momento le terapie farmacologiche hanno dimostrato di essere inefficaci così come gli approcci riabilitativi. Di fronte ad un soggetto che ha un peso di oltre 40, 50, 80 chili superiore al proprio, bisogna valutare l’approccio chirurgico”.“Il sistema italiano è orientato a privilegiare le patologie di emergenza: infarti, ictus e cancro, ed è meno sensibile rispetto ai problemi cronici che portano i costi al collasso nel corso degli anni. Auspichiamo che a questi interventi sia attribuita una nuova considerazione: il futuro deve prevedere una accurata selezione dei pazienti, chirurghi specializzati, staff multidisciplinari per seguire il paziente nel periodo post-operatorio e nel percorso di riabilitazione ma soprattutto una informazione corretta che informi su tutti i trattamenti disponibili, le percentuali di successo delle varie opzioni e i rischi, ormai bassissimi” spiega Di Lorenzo. L’idea è che siano organizzate delle “Obesity Unit”: dei circa 83 centri per l’obesità presenti nel Paese solo 46 eseguono più di 100 casi/anno e la maggior parte sono localizzati al Nord mentre paradossalmente i pazienti sono più spesso nelle Regioni del Sud (*). “Questa anomalia” continua il Presidente della SICOB“ porta ad un elevato flusso interregionale di pazienti e ad una discriminazione di quelli che ne avrebbero bisogno ma che non trovano risposte sul territorio. Come SICOB riteniamo che nei prossimi tre anni il numero di interventi debba almeno triplicare e che i centri di alta specialità per la chirurgia bariatrica raddoppino con strutture organizzate in “Obesity Unit” sul modello delle Breast Unit per il trattamento dei tumori alla mammella. La delibera di budget dedicati porterebbe ad un investimento di 150milioni di euro per il DRG 288 della bariatrica, ma con un risparmio di costi che arriverà a 2 miliardi di euro l’anno rispetto ai 650 milioni di oggi”.L’obesità assorbe oltre 8 miliardi di euro l’anno, circa il 7% della spesa sanitaria globale, basti pensare che un paziente obeso costa 1700 euro in più di un normopeso e se è diabetico il costo aumenta di 2700 euro l’anno. Nel corso della sua vita un cittadino obeso costa 100mila euro in più di un soggetto con peso normale. Il costo del DRG per l’intervento di chirurgia bariatrica è ammortizzato nei primi 3 anni a fronte di una vita residua del paziente di 30-50 anni con un carico di patologie e invalidità nettamente inferiore. A questo va aggiunto il risparmio in termini di patologie correlate, visite mediche, ricoveri, farmaci, perdita di giorni di lavoro, impegno dei caregivers e disabilità progressiva.In un importante studio pubblicato nel 2011 su Obesity è stato valutato l’impatto economico determinato dagli interventi di chirurgia bariatrica in pazienti con un BMI superiore a 35. Lo studio ha identificato 808 pazienti che si erano sottoposti ad un intervento di chirurgia dell’obesità e un gruppo di controllo, con un follow up a 6 e 36 mesi. L’investimento in chirurgia è stato calcolato come la somma di tutte le spese incrementali nel mese antecedente alla chirurgia, durante e nei due mesi successivi. Il risparmio inizia a maturare già dal terzo mese e la spesa totale della chirurgia viene ripagato completamente in media dopo 30 mesi per tutti i tipi di chirurgia e dopo solo 26 mesi nel caso delle tecniche laparoscopiche.“Secondo un recente Quaderno del Ministero della Salute sull’Obesità in Italia essa riguarda circa il 10% della popolazione, con una maggiore prevalenza nel Sud; ma in tutti i Paesi sviluppati la crescita dei casi è rapidissima” osserva il Professor Federico Spandonaro, Presidente CREA (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) “l’OMS stima che siano triplicati negli ultimi 20 anni, con punte di prevalenza del 30% nella popolazione adulta e con costi (comprensivi del sovrappeso) che in alcuni Paesi arrivano a rappresentare il 9% dei costi sanitari (come in USA). Anche assumendo i valori inferiori del range di costo per l’Italia potrebbe voler dire 2-3 miliardi di euro annui, una cifra paragonabile a tagli al fondo sanitario effettuati quest’anno, senza poi considerare i costi indiretti quali le pensioni anticipate e gli impatti negativi sull’occupazione. Ma il vero problema è che, come recentemente affermato in editoriali su riviste prestigiose, la continua crescita dei casi sta a dimostrare il fallimento delle politiche di prevenzione: per la politica sanitaria (e in generale per quella economica) diventa quindi ineludibile darsi una spiegazione di tali fallimenti, impostando nuove e efficaci strategie di azione, che dovranno essere capaci di integrare prevenzione, terapie farmacologiche e chirurgia bariatrica a seconda della loro costo-efficacia nei diversi stadi dell’obesità”.Aggiunge Marino Nonis, esperto di DRG (Presidente CIDIS – Centro Italiano di Documentazione Informazione e Codifica in Sanità e Direttore Sanitario dell’Ospedale Cristo Re di Roma): “Per ciò che riguarda la chirurgia bariatrica, al momento (dal 2009) la classificazione dei ricoveri in uso nel SSN, prevede un unico DRG, il 288, Interventi per Obesità (5.681 € nel DM 18.10.2012) e ricomprende una ventina di interventi, tra complessi e meno complessi, specifici e meno specifici. Troppo poco per definire, anche dal punto di vista della remunerazione, PDTA ovvero percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali lunghi e complessi di pazienti spesso fragili che si debbono sottoporre ad un impegnativo iter terapeutico e di sostegno, chirurgico e non chirurgico, ospedaliero ed extra-ospedaliero, di acuzie e riabilitazione”.

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L’obesità associata al diabete possibile fattore di rischio per l’autoimmunità

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 gennaio 2015

obesoUn nuovo marcatore di autoimmunità per il diabete è stato recentemente associato all’obesità. Lo studio condotto da un gruppo di ricercatori della Sapienza è stato pubblicato sulla rivista medica statunitense Diabetes Care. Un nuovo marcatore di autoimmunità per il diabete è stato recentemente associato all’obesità. Il lavoro, messo a punto da un gruppo di ricercatori della Sapienza (Raffaella Buzzetti, Marialuisa Spoletini, Simona Zampetti, Giuseppe Campagna, Lidia Marandola, Francesca Panimolle, Francesco Dotta, Claudio Tiberti for the NIRAD Study Group – NIRAD 8) suggerisce che l’obesità possa favorire la comparsa di anticorpi coinvolti nella genesi della autoimmunità. Infatti lo studio ha individuato un anticorpo che agisce verso una proteina trans-membrana (la tirosina-fosfatasi frammento 256-760) della beta-cellula pancreatica che produce insulina. I ricercatori hanno scoperto che tale anticorpo aumenta con l’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI) in soggetti obesi con precedente diagnosi di diabete tipo 2.
Questi risultati sono stati raggiunti grazie ad una sperimentazione effettuata su un ampio numero di pazienti (1850) con diagnosi di diabete tipo 2. Il 6.5% dei pazienti è risultato positivo ad almeno un anticorpo caratteristico del diabete tipo 1 ed inoltre lo studio ha evidenziato che l’anticorpo di recente individuazione, aumenta con l’incremento del BMI dei pazienti.
“La presenza di un autoanticorpo diretto verso la beta-cellula pancreatica in pazienti diabetici obesi che aumenta con l’aumentare del BMI” – afferma Raffaella Buzzetti coordinatrice della ricerca – “lascia ipotizzare che il tessuto adiposo in eccesso possa avere una genesi nella formazione degli stessi anticorpi”.
Lo studio è stato effettuato nell’ambito del progetto NIRAD (Non Insulin Requiring Autoimmune Diabetes) finanziato dalla Fondazione della Società italiana di Diabetologia grazie ad un contributo della NOVO Nordisk. Il NIRAD o LADA è una forma di diabete clinicamente simile al diabete tipo 2 caratterizzata dall’insorgenza in età adulta, dalla presenza di marcatori anticorpali caratteristici del diabete tipo 1 ad insorgenza giovanile e dalla evoluzione frequente verso la terapia insulinica. (Raffaella Buzzetti)

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Obesità in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 dicembre 2013

Pershing Square

Pershing Square (Photo credit: Remon Rijper)

Secondo i dati del rapporto Istat “Noi Italia” 2013 l’obesità interessa il 10% dei connazionali in età adulta, un valore tra i più bassi nel contesto europeo, ma comunque da non sottovalutare visto che si tratta di circa 6 milioni di persone. Ad essi bisogna aggiungere altri 3 adulti su 10 con problemi di sovrappeso. Preoccupante la diffusione del fenomeno tra i più piccoli con il 22,1% dei bambini di 8-9 anni in sovrappeso, e due terzi di loro destinati a mantenere la condizione di obesità anche in età adulta.La povertà – sembra assurdo – è uno dei suoi principali motori. Laddove i livelli d’istruzione e reddito sono più bassi si tende a privilegiare alimenti più ricchi di zuccheri e grassi in quanto “appetitosi” e convenienti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda, inoltre, come l’86% delle morti e il 75% della spesa sanitaria in Europa e in Italia siano dovute a patologie croniche determinate principalmente da 4 fattori di rischio quali fumo, abuso di alcol, scorretta alimentazione e inattività fisica.Di questi e di molti altri importanti temi come la Nutraceutica Fisiologica di Regolazione se ne parlerà il prossimo 11 dicembre a Milano, al Centro Congressi Stelline di Milano, dove si celebrerà la IV Giornata nazionale per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari. Organizzata fin dal 2007 dal CIDO, il Comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari, l’iniziativa ha ricevuto il sostegno di GUNA, azienda leader italiana nella produzione e distribuzione di farmaci biologici naturali e integratori naturali.

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