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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘ombra’

Rosso Cinabro: Luce, ombra

Posted by fidest press agency su sabato, 8 Mag 2010

Roma 10 – 21 maggio 2010  da lunedì a venerdì 12-19 Via Raffaele Cadorna, 28 A cura di Cristina Madini  È nota la contrapposizione tra la pittura simbolica o photographia, dal greco scrivere con la luce  e la pittura d’ombra o skiagraphia, ovvero disegno d’ombra. Tecnicamente parlando e con riferimento alla skiagraphia, la pittura alla quale siamo più abituati,  dipingere un corpo significa sempre partire da un suo “doppio”, un velo di colore scuro trasparente che ne delimita i contorni e ne fissa, al contempo, il primo abbozzo dei volumi.  La luce si rivela e rivela i corpi solo grazie all’ombra che la delimita, la attenua, la esalta.  Evochiamo gli antichi miti sull’origine della pittura come “ombra” e “traccia”, come quello narrato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia secondo il quale una ragazza di Corinto, “presa d’amore per un giovane, e dovendo questi partire, alla luce di una lanterna fissò con delle linee il contorno dell’ombra del viso di lui sulla parete”. Da allora i concetti di ombra e luce hanno accompagnato il percorso della pittura sia come strumenti per riprodurre fedelmente il reale sia come elementi simbolici dalla rilevanza sempre maggiore.
In realtà la rappresentazione delle luci e delle ombre è per sua natura assai complessa, e i metodi messi in atto dai pittori per rappresentare luce, ombre, riflessi, variano continuamente nella storia della pittura.  Il rapporto tra ombra, luce e oggetti genera la nostra visione della realtà e da sempre i pittori hanno dovuto confrontarsi con esso. In esposizione opere di: Lisbeth dal Pozzo d’Annone, Gianpiero De Gruttola, Daniel Lifschitz, Cristina Madini, Claudio Missagia. Ingresso libero.

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L’uomo ombra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2010

Lettera al direttore. Scrive Carmelo Musumeci ergastolano ostativo detenuto nel carcere di Spoleto (Via Maiano, 10 – 06049 Spoleto  – PG ): Ho ricevuto questa domanda nella rubrica della “Posta Diretta” che tengo nel sito di http://www.informacarcere.it  Voi ergastolani vi definite “Uomini ombra” ma non pensate alle persone che sono morti per causa vostra che non hanno neppure più la loro ombra? Sono d’accordo con lei solo di una cosa “Chi vuole giustizia in realtà desidera vendetta.” Io lo ammetto, voglio vendetta. Spero che lei non esca mai e che muoia in carcere.  Ho risposto in questo modo Chi violenta, uccide, mangia bambini o ammazza persone inermi e innocenti difficilmente è condannato all’ergastolo. Molti di loro scelgono riti alternativi, altri collaborano o scelgono di usare la giustizia per avere sconti di pena. E anche se alcuni di essi sono condannati all’ergastolo, non è mai quello ostativo a qualsiasi beneficio ma quello normale che dopo dieci anni puoi uscire in permesso, a venti in semilibertà e a venticinque in condizionale. Lei non sa, o fa finta di non sapere,  che su 1400 ergastolani saranno una trentina quelli che hanno sulla coscienza morti innocenti. Tutti gli altri sono stati condannati all’ergastolo perché sono riusciti a sopravvivere a guerre interne alla malavita organizzata. E fra gli ergastolani ostativi sono pochissimi quelli condannati per omicidi di persone innocenti, forze dell’ordine o altro. Tutti parlano bene dei morti e male dei vivi, se fossi morto nei numerosi attentati che ho subito, forse parlerebbero bene anche di me. L’ho detto molte volte: nella malavita organizzata sia i vivi, sia i morti, sono colpevoli. Non ci sono vivi cattivi e morti buoni,  come non ci sono vivi buoni e morti cattivi. Infatti, molti anni fa era difficile che omicidi maturati nella malavita fossero condannati alla pena dell’ergastolo. Molto tempo fa l’ergastolo ostativo non esisteva. Solo esigenze politiche hanno portato a condannare ragazzi di 18-19 anni alla pena dell’ergastolo ostativo e imprenditori, finanzieri e politici corrotti a pochi mesi di carcere. In guerra non ci sono soldati buoni e soldati cattivi,  ci sono solo soldati che si ammazzano fra loro.  Lo Stato, che li ha condannati e  dopo la condanna li ha usati come trofei politici, è responsabile del fatto che questi ragazzi sono cresciuti nell’illegalità amministrativa e culturale, frutto dell’abbandono più totale da parte delle stesse Istituzioni che avrebbero dovuto tutelarli. Questa è la verità storica, oggettiva e sociologica che i mass media nascondono. Io non credo che la Giustizia/vendetta si ottenga con il carcere a vita  perché se lo Stato agisce come i criminali,  dove sta la differenza fra noi e loro? Un uomo per essere giusto dovrebbe avere pietà e perdonare anche a rischio di farsi ingannare. Io una volta avevo perdonato un mio nemico e dopo un po’ di tempo sono stato ringraziato da lui con sei pallottole ma non ho mai rimpianto di averlo perdonato. Per il resto preferisco non uscire mai e morire in carcere che diventare “criminale” come lei. Buona vendetta.

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Dictator: l’ombra di Cesare

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2010

Roma via Milano 15/17 Libreria Bookàbar presentazione del libro di Andrea Frediani Dictator – L’ombra Di Cesare. Con l’Autore interviene: Massimo Lugli. Gaio Giulio Cesare è poco più che un bambino quando, nell’88 a.C., incontra per la prima volta Tito Labieno. I due si salvano la vita a vicenda, suggellando così un’amicizia destinata a durare nel tempo. Anche quando la carriera militare del grande condottiero prende avvio, dapprima in Spagna poi in Gallia, Labieno è al suo fianco, come principale comandante subalterno. Insieme, i due elaborano strategie e compiono gesta straordinarie, agiscono in totale sintonia e sono, di fatto, invincibili. Ma mentre la Gallia, anno dopo anno, finisce sotto il tallone di Roma, nell’Urbe cresce la fazione anticesariana, che opera per separare i due indissolubili amici e anche nello stesso esercito di Cesare c’è chi agisce per screditare Labieno e prenderne il posto. Perfino il figlio di quest’ultimo, l’instabile Quinto, fa pressione sul padre perché acquisisca gloria per sé e non più solo per Cesare, mentre il suo destino si intreccia con le vite di due germani, Ortwin, fedele guardia del corpo di Cesare, e Veleda, ragazza di sangue reale finita nelle mani dei romani. Quando il futuro dittatore si dimostra pronto a tutto per difendere quelli che ritiene i propri diritti, Labieno sarà costretto a decidere da quale parte stare. L’ombra di Cesare è il primo capitolo di un’avvincente trilogia che ha come protagonista il più grande condottiero di Roma antica.
Andrea Frediani vive e lavora a Roma, dove è nato nel 1963. Laureato in storia medievale, pubblicista, è stato collaboratore di riviste di carattere storico, tra cui «storia e dossier», «medioevo » e «focus storia». è autore di numerosi saggi. (diktator, andrea frediani)

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Scienza e arti all’ombra del vulcano

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 novembre 2009

interno jpgCatania fino al 16/12/2009 Via Biblioteca, 13, Monastero dei Benedettini, Biblioteche Riunite Civica e A. Ursino Recupero, Sala Vaccarini Il monastero benedettino di San Nicolo’ l’Arena, insieme a quello di Mafra in Portogallo il piu’ grande d’Europa, torna oggi prepotentemente all’attenzione del pubblico con una mostra – Scienza e arti all’ombra del vulcano.  Il monastero di San Nicolo’, a partire dagli anni Quaranta del Settecento e sino alla sua soppressione, e’ stato crogiolo di una intensa attività culturale aggiornata sui progressi della scienza e del sapere internazionale. Accolta dunque in quello che puo’ essere ritenuto il tempio del sapere del monastero di San Nicolo’ la mostra si propone di mettere in scena l’interdisciplinarità che diede origine parallelamente ad approfonditi studi nel campo dell’antiquaria, della vulcanologia, della geografia, della botanica, della agronomia, della mineralogia e della astronomia, che mirano a restituire la peculiare fisionomia storica e naturalistica della città -all’ombra del vulcano-. Emblematica in questo senso e’ la figura di Vito Maria Amico, teorizzatore, alla metà del Settecento, dell’indissolubilità del binomio storia-geografia. Nella rassegna sono stati quindi nuovamente riuniti alcuni di quei -tesori- appartenuti al Museo dei benedettini, rappresentati sia da opere di manifattura siciliana che da reperti acquistati sul mercato romano. Ad evocare le arti del titolo della mostra contribuiscono inoltre l’imponente Meridiana nel pavimento della navata centrale della chiesa di San Nicolo’, il cui progetto nel 1841 venne affidato dall’abate Corvaja a due scienziati d’oltralpe il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Frederick Peters, mentre le tarsie in marmo delle costellazioni furono eseguite dal lapicida Carlo Cali’ su disegno di Thorvaldsen, e il monumentale organo costruito da Donato del Piano, ammirato da tutti i viaggiatori in Sicilia della seconda metà del Settecento e dell’Ottocento, da cui risulta evidente la passione dei monaci per le questioni relative all’acustica e la musica. Nella fattispecie, a testimonianza di quanto la presenza delle muse Erato e Euterpe nel monastero dei benedettini fossero preminenti, e’ esposto un ritratto di Vincenzo Bellini, il Cigno catanese che, giovanissimo, diede prova della sua arte nella stessa chiesa di San Nicolo’.  La mostra e’ arricchita dall’edizione di un catalogo edito da Giuseppe Maimone Editore.  Progetto di Enrico Iachello e Giovanni Salmeri  Mostra e allestimento a cura di Caterina Napoleone  con la collaborazione di Diana Rastelli  Organizzazione e catalogo Giuseppe Maimone Editore. (interno)

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L’insidia che è in mezzo a noi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2009

Andare in discoteca, subire il frastuono di una musica messa ad alto volume, ubriacarsi e persino drogarsi sembra diventare un passaggio obbligato per taluni giovani ed il passo successivo è quello di guidare una macchina in stato di ebbrezza e di premere l’acceleratore a tavoletta. Tutto può diventare solo un piccolo e persino insignificante episodio in un momento di stordimento e concludersi senza danni. Ma vi è sempre chi non regge tale ritmo e cede. Vi è sempre celato nell’ombra un attimo di debolezza, una distrazione, una sicurezza che si pretende di avere ma che in effetti non si dispone e che ci tradisce all’improvviso e fa diventare tardivo ogni nostro tentativo di recupero. E’ questo quanto può accadere sulla strada del ritorno dalla discoteca alla guida di una macchina o in moto. Il giorno dopo dobbiamo leccarci le ferite o affrontare il dolore inconsolabile di una perdita di una giovane vita umana, apprendendo dai media gli incidenti stradali che l’imprudenza e la esaltazione o la bravata di un momento hanno provocato. E a morire sono per lo più giovani, anzi giovanissimi. Un attimo prima sorridevano ed ora sono distesi sull’asfalto maciullati nelle carni e spenti nella vita. Per i giovani, si sa, la morte è un qualcosa di troppo vago e lontano per essere presa sul serio. Appartiene più agli altri che a se stessi. E questa cultura dell’immortalità che per un certo verso ci rende sicuri di noi può diventare, improvvisamente, un’arma a doppio taglio per perderci definitivamente. Non vorremmo che sia solo una battuta all’Arbore se concludiamo con un “meditate, meditate giovani”.

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Bocca contro i Cc.?

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2009

Lettera di rettifica che Franco Abruzzo ha spedito, per fax e via email, al direttore responsabile dell’Espresso,  Daniela Hamaui, con riferimento all’articolo  “Chiudete quella Bocca” a firma Marco Travaglio (pubblicato nel nel n. 34, 27 agosto 2009, del settimanale). Scrive Franco Abruzzo: “Marco Travaglio si occupa di me nell’articolo “Chiudete quella Bocca”, scritto in difesa di Giorgio Bocca, autore dell’articolo “Quanti amici ha Totò Riina”. Il Comando generale dell’Arma ha respinto «con fermezza» le «accuse infamanti» mosse ai carabinieri, perché nell’articolo di Bocca «si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l’ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando generale respinge con fermezza e con indignazione”. Tutto il mondo politico ha espresso la sua solidarietà all’Arma e l’ho fatto anch’io pubblicamente. Travaglio scrive: “mentre i marescialli Latorre e Minniti deliravano da sinistra, il mondo dell’informazione e della cultura taceva e acconsentiva. Con una rimarchevole eccezione: Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi, solidale con i carabinieri “leali servitori” ecc. Come se Bocca li avesse accusati in blocco di colludere con la mafia”. Presumo che Travaglio, impegnatissimo in mille incarichi professionali, non abbia letto l’articolo di Bocca. Bocca, infatti,  ha “accusato (i carabinieri) in blocco di colludere con la mafia”, quando afferma: 1.”I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre province, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza”;  2. “…..e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali…”: 3.  “Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali” (verso la mafia, ndr); 4. “….i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”. 5. “E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre province, sanno che la loro vita è appesa a un filo, che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?”. Travaglio  scrive anche: “E dire che Abruzzo, docente di storia del giornalismo, ha pubblicato sul suo sito la tesina di un’allieva su ‘L’inchiesta di Tommaso Besozzi sulle bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte del bandito Giuliano’. Bugie per coprire i mandanti di Portella della Ginestra, anno 1948”. Il titolo della tesina, invece, è questo: “La prima grande inchiesta del dopoguerra. Tommaso Besozzi e la morte del bandito Giuliano. Breve ricostruzione di una delle poche inchieste della storia del giornalismo italiano. L’inviato de “L’Europeo” svela le bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte dell’ultimo bandito siciliano” (testo in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=90)”. La vicenda è nota. Governo e Carabinieri in quell’occasione  hanno taciuto il nome dell’assassino di Giuliano. L’assassino era il cugino Gaspare Pisciotta avvicinato dagli uomini del col. Ugo Luca, ufficiale dell’Arma con grandi esperienze di controspionaggio. In Sicilia, tra il 1945 e il 1950, si è combattuta una guerra  contro il tentativo secessionista di una frazione del mondo politico isolano, che aveva creato un esercito (“Evis-Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia” di cui Giuliano era “colonnello”) per staccarsi dall’Italia. Anche in quella “guerra”  l’Arma pagò un alto tributo di sangue dei suoi  uomini. Nella guerra contro la mafia, l’Arma annovera  33 caduti tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Quando si parla dell’Arma, prima di lanciare accuse gratuite e diffamatorie,  bisogna sempre tenere presenti anche gli altri Carabinieri  caduti nel corso di quasi due secoli: da Pastrengo al  Podgora, da Culqualber a Nassirya. Non si può difendere chi ingiustamente ha attribuito ai carabinieri comportamenti pavidi e collusi con la mafia, dimenticando che il figlio di Ciancimino e Riina sono stati ammanettati (con sodali e  parenti) dai carabinieri. La vendetta della mafia non è affidata solo alle lupare”. (Franco Abruzzo) integrakle in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4236

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Rosario a Simplicio: Gli intoccabili del PD

Posted by fidest press agency su sabato, 11 luglio 2009

Per rifarmi al titolo di un famoso film, a creare disorientamento nel PD, sia interno che esterno, sono, e sono sempre stati, “Gli intoccabili” che tali si reputano e da tali si comportano, creando il disamora mento e la disaffezione dalla politica. Saccenti, tuttologi, ma INdecisionisti, temporeggiatori in attesa che le soluzioni si propongano e si impongano da sole, essendo incapaci di una sia pur minima previsione, si illudono di essere il sale della terra. Paurosi di operare scelte di fondo perché irreversibili, essendo ansiosi dei successo immediato anche se alla lunga controproducente.Eppure di uomini validi in giro per l’Italia ce ne sono sia in campo economico che scientifico, tecnici del turismo ed esperi dell’istruzione , ma gli intoccabili li temono, perché si ritroverebbero impietosamente nell’ombra, dalla quale non saprebbero come fare per riemergere. La ricerca degli uomini nuovi e credibili non deve, però, trasformarsi in una fotocopia del mercato delle vacche istaurato dalla politica delle apparenze del cavaliere; in quest’ultimo caso la scelta cade sui mediocri, meglio se meno che mediocri, per evitare ombre al “magnifico”, che sa bene di essere oscurato anche da una foglia di fico. Non resta che guardare nella realtà politica che ci circonda; lo ha fatto anche il cavaliere, ma a modo suo, letteralmente comprando i vendibili per fare numero. Se tra i tanti possibili ho accennato all’on. Bruno Tabacci è solo perché l’ho ascoltato attentamente in un, sia pure occasionale, intervento elettorale a Caltanissetta. Parla con la sicurezza di chi sa ciò che dice, ma senza l’arroganza di chi si eleva in cattedra convinto si spargere la buona novella; tocca i tasti necessari ma senza divagazioni da esibizionisti della parola; si fa capire perché vuole essere capito, dote quest’ultima riservata solo a chi non teme smentite. Purtroppo  si tratta solo di un esempio, “gli intoccabili” ergerebbero un muro anzicchè spalancare le porte: l’orticello correrebbe seri rischi ! Quel Bruno Tabacci che ho conosciuto e che mi ha onorato di un incontro personale, non accetterebbe mai di essere comprato o assorbito dal cavaliere, fagocitato giusto per ottenerne un complice silenzio; ma non accetterebbe nemmeno la presuntuosa arroganza che distingue gli intoccabili che pretendono proseguire nel loro itinerario di dominio del niente. Mi è venuto in mente quel nome perchè lo rapporto proprio a Pierluigi Bersani, ma non come doppione, ma perché complementare per la ricerca di quelle capacità in grado di rappresentare i carenti 360°. Un ricordo personale chiarisce la mia esigenza etica di servizio. La sola occasione in cui mi prestai alla politica fu da giovanissimo entusiasta delle regole di politica sociale proposte da Almirante; così mi presentai al consiglio comunale di San Cataldo  (CL); venni eletto con un suffragio superiore ai miei meriti, tant’è che il gruppo passò da un solo rappresentante a tre, diventati determinanti per qualsiasi forma di amministrazione si volesse fare.Erano pronte da anni 186 case popolari nel quartiere di Santa Germana, che non venivano assegnate perché non si trovava l’accordo sulla spartizione. Organizzai l’occupazione che smosse le acque. Intervennero  reparti dei carabinieri di Catania e Palermo, ma si fidarono del mio impegno a mantenere quella occupazione  dentro i limiti della pacifica protesta. Intervenne  il prefetto, il presidente della provincia e si interessò anche la presidenza della regione; fu imposta l’assegnazione e ottenni anche la revisione della graduatoria, la cui realizzazione venne affidata al controllo della Procura della Repubblica di Caltanissetta; credo che per la prima volta in Europa  le case popolari vennero assegnate ad aventi diritto. Ma l’ostacolo più pesante arrivò dalla segreteria del partito, dove ormai circolava l’ordine di servizio: “Bisogna fermare Roxas…dove vuole arrivare..?” Così mi dimisi (sbattendo la porta !) e mantenni le dimissioni anche quando venne personalmente Almirante (in quei giorni fu mio ospite in una mia antica proprietà di campagna) per ristrutturare la segreteria locale e farmi revocare le dimissioni; ma capì il mio disgusto.  Completai il mandato nel PSDI, da indipendente. Da allora non mi piace più giocare al massacro. Ho la netta impressione che una persona (non certamente personaggio) come Bruno Tabacci potrebbe dare molto, a condizione che non si levino ostracismi personali….. ma questo appartiene al mondo delle pie illusioni. (Rosario Amico Roxas)

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