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Terza laurea fra le sbarre per un uomo ombra

Posted by fidest press agency su domenica, 26 giugno 2016

musumeciCi scrive Musumeci: “In prima elementare sono stato bocciato. La stessa cosa accade in seconda elementare. A nove anni per la mia famiglia ero già abbastanza grande per andare a lavorare. Sono entrato in carcere venticinque anni fa con licenza elementare. Durante le atroci esperienze dell’isolamento diurno e notturno nel carcere duro dell’Asinara, sottoposto al regime di tortura del 41 bis, inizio a studiare da autodidatta. Prima l’ho fatto per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi, studiare, mi è costato anni e anni di regimi duri, punitivi e d’isolamento. perché spesso per ritorsione mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano la penna ma mi levavano la carta, perché non c’è cosa peggiore per l’Istituzione carceraria di un prigioniero che studia, pensa, scrive e lotta. Fra mille difficoltà prendo la terza media e mi diplomo. Nel 2005 mi laureo in “Scienze Giuridiche”, nel 2011 in Giurisprudenza e quest’anno in Filosofia con una tesi in “Sociologia della devianza”. Così, il 16 giugno per la terza volta mi sono laureato, stavolta con 110 e lode, da uomo libero grazie a un breve permesso premio giornaliero, nell’Università degli Studi Padova con la relatrice Professoressa Francesca Vianello, discutendo una tesi dal titolo “Biografie devianti”. Ed ho pensato di rendere pubblica questa breve parte personale dal titolo: “Bambino deviante”.
E qui parte un racconto della vita di questo ergastolano che non possiamo per ragioni di spazio riprodurre integralmente ma che cerchiamo di presentarlo in sintesi. Occorre, tuttavia, fare una doverosa premessa. Vanno, a nostro avviso, sfatati dei luoghi comuni e anche dei pregiudizi. E’ che non possiamo considerare la detenzione come un luogo di “redenzione” perchè manca la cultura sufficiente e anche i mezzi adeguati per porvi mano con successo. Vi è poi una colpa tutta umana legata alla presunzione che chi delinque è un soggetto irrecuperabile, rozzo e poco istruito. Musumeci ci dimostra l’esatto contrario. La società civile dovrebbe prenderne atto e comportarsi di conseguenza. Non si deve lasciare in carcere una persona che di fatto ha dimostrato, in mancanza dell’istituto della redenzione come pratica di vita nell’ambiente carcerario, d’essere doppiamente meritevole di stima se vi riesce da solo ed è in grado persino a fare del titolo di studio universitario un motivo di riscatto morale e civile. Musumeci nel tratteggiare la storia della sua vita si riconosce un ribelle alle regole imposte a prescindere: “comandava innanzi tutto mio nonno. Lo seguiva mio padre. Poi mio fratello maggiore. E così via. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro. A me questo non andava e facevo tutto quello che mi pareva. I grandi non mi piacevano. Mi erano antipatici perché mi volevano comandare. E a me non piaceva ubbidire. E finivo per dire di no anche quando avrei voluto dire di sì.” Fu capito e fatto ragionare? No e da qui incominciò “a pensare che ero un bambino diverso dagli altri, perché preferivo stare spesso solo con me stesso. Così osservavo la mia vita con distacco. Immaginavo e vivevo una vita tutta mia dentro la mia mente”. E da questo osservatorio il bambino crescendo si convinceva che “I grandi mi intimidivano. Li vedevo diversi da com’ero io. Più insicuri di me. Mi accorsi subito che invece di tentare di fare del bene, preferivano fare del male. E persino nella mia famiglia non andavano d’accordo fra loro.” A questo punto pensiamo di offrire l’opportunità a chi vuole leggere o scaricare integralmente quest’ultima tesi e le due precedenti di collegarsi al sito: http://www.carmelomusumeci.com

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