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Coronavirus, fase 3: ridurre al minimo rischio seconda ondata

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

«Dai dati disponibili – spiega Cartabellotta – emergono tre ragionevoli certezze: innanzitutto, il via libera del 3 giugno è stato deciso sulla base del monitoraggio relativo a 2-3 settimane prima; in secondo luogo l’attitudine alla strategia delle 3T è molto variabile tra le Regioni e non esistono dati sistematici sugli screening sierologici; infine, rispetto al battage mediatico della fase 1, la comunicazione istituzionale si è notevolmente indebolita, alimentando un senso di falsa sicurezza che può influenzare negativamente i comportamenti delle persone». «La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – ribadisce la necessità di non abbassare la guardia perché il Paese non può permettersi nuovi lockdown: il rischio di una seconda ondata dipende, oltre che da imprevedibili fattori legati al virus, dalle strategie di tracciamento e isolamento dei casi attuate dalle Regioni e dai comportamenti individuali. Se tuttavia l’improrogabile scelta di riaprire per rilanciare l’economia si è basata solo sull’andamento dei ricoveri e delle terapie intensive, è giusto dichiararlo apertamente ai cittadini con un gesto di grande onestà e responsabilità politica».Il monitoraggio GIMBE dell’epidemia di COVID-19 è disponibile a: https://coronavirus.gimbe.org

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Cina: nuova ondata di violenza in Xinjiang

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2014

XinjiangIn seguito a un attacco di militanti Uiguri a una colonna di polizia avvenuto lo scorso 14 febbraio nel distretto di Uchturpan nella prefettura di Aksu e in cui hanno perso la vita 15 persone tra cui 11 Uiguri, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appella alla comunità internazionale affinché si impegni nei confronti delle autorità cinesi per porre fine alla persecuzione della minoranza musulmana degli Uiguri. Per l’APM, l’aumento della violenza anche da parte degli Uiguri è conseguenza diretta della forte repressione e persecuzione che gli Uiguri subiscono. Da gennaio 2013 gli scontri tra forze di sicurezza cinesi e Uiguri nella provincia dello Xinjiang hanno causato almeno 254 morti, di cui 39 solo nei primi due mesi del 2014.Decine di blogger, giornalisti, scienziati e attivisti per i diritti umani uiguri sono in carcere per motivi politici. Gli arresti arbitrari e di persone note come quello dell’economista Ilham Tohti, arrestato lo scorso 15 gennaio 2014 e di cui si sono perse le tracce, o quello dell’attivista per i diritti umani uiguro Abduweli Ayub non fanno altro che innalzare i toni dello scontro e alimentare la violenza. Il 39enne padre di famiglia Abduweli Ayub è stato arrestato in agosto 2013 a Kashgar perché raccoglieva soldi per una scuola uigura indipendente. La scuola dovrebbe dare alla popolazione uigura la possibilità dell’insegnamento nella propria lingua e quindi la sopravvivenza della lingua uigura anche in ambito pubblico dove è invece sempre più soppiantata dal cinese Han. Abduweli Ayub è stato arrestato insieme ai suoi collaboratori Dilyar Obul e Muhemmet Sidik. Tutti e tre gli attivisti sono detenuti nel carcere di Urumchi e rischiano una lunga detenzione.Secondo le stime di diverse associazioni per i diritti umani, i processi per “minaccia alla sicurezza statale” tenuti nella regione autonoma dello Xinjiang sono aumentati circa del 10% rispetti all’anno prima, raggiungendo i 296 procedimenti penali. In nessuna altra regione cinese ci sono così tanti procedimenti per presunti crimini legati alla sicurezza dello stato come nello Xinjiang. A confronto, in Tibet, che pure è scosso da rivendicazioni per il rispetto dei diritti umani, culturali e religiosi, nel 2013 sono stati accusati di “minaccia alla sicurezza dello Stato” 20 persone. Il 60% dei processi a sfondo politico si svolgono nella città di Kashgar, il tradizionale centro uiguro.Secondo l’APM, l’unico modo per garantire la pace nella provincia dello Xinjiang è quello di avviare un dialogo con la minoranza uigura del paese. Ma difficilmente le autorità cinesi risulteranno credibili se non libereranno prima tutti gli attivisti, giornalisti e semplici cittadini arrestati per motivi politici e non annulleranno le massicce limitazioni alla libertà religiosa degli Uiguri.

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Benzina: togliere le accise

Posted by fidest press agency su sabato, 5 marzo 2011

I consumatori pagano caro ed ingiustamente gli effetti della crisi nord-africana, che produce aumenti del costo del barile del petrolio, con riflessi pesantissimi di rincaro nel weekend prossimo. È tempo – dichiara Pietro Giordano, Segretario nazionale Adiconsum – che il Governo abbatta le accise sulla benzina, per ridare fiato ai redditi di lavoratori e pensionati, ma anche per ridare fiato alla produzione italiana, soprattutto per ciò che riguarda i beni ed i servizi di prima necessità. L’ondata di aumenti che si stanno registrando e che si registreranno tra qualche settimana, dovuti all’aumento dei costi di produzione delle aziende, faranno rialzare il tasso d’inflazione e procureranno una spirale perversa a tutto danno dei consumatori e delle aziende. Pane, pasta e molti beni di prima necessità subiranno aumenti erodendo ancora di più il reddito spendibile delle famiglie, deprimendo i consumi e quindi anche le produzioni. Ciò – continua Giordano – in un momento in cui l’uscita dalla crisi è appena iniziata e rischia di tramutarsi in una stagflazione che condannerebbe il nostro Paese a tassi di sviluppo inesistenti e disoccupazione crescente. Il Governo – conclude Giordano – tagli le accise, frutto dell’assemblaggio di una polverizzazione di tasse per fatti accaduti decine di anni fa! Ecco l’elenco completo comprende le seguenti accise:
• 1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935;
• 14 lire per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;
• 10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
• 10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966;
• 10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
• 99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
• 75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980;
• 205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
• 22 lire per il finanziamento della missione UNMIBH in Bosnia Erzegovina del 1996;
0,020 Euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.

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Italia: nuova ondata profughi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 marzo 2011

“Un’ora fa,” affermano i co-presidenti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani con sede in Italia, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, “un profugo eritreo ci ha segnalato dalla Libia via telefono che alcune centinaia di africani sono in attesa di un miglioramento delle condizioni del mare per affrontare la traversata verso Lampedusa. Si tratta di rifugiati già colpiti da violenze e lutti ed è importante che l’Italia si prepari ad accoglierli secondo la Convenzione di Ginevra e a predisporre per loro un programma di aiuto umanitario, ivi compresa la necessaria assistenza medica e psicologica, con il sostegno dell’Europa”.  EveryOne lancia un allarme internazionale riguardante i profughi africani che vivono in Libia. “Siamo in contatto con numerose comunità di profughi e migranti provenienti dalle nazioni dell’Africa subsahariana,” spiegano Malini, Pegoraro e Picciau, “le quali ci segnalano innumerevoli episodi di aggressione, rapina, esproprio degli appartamenti in cui vivono, offesa e intimidazione. Un giovane eritreo, Kidane, ci ha riferito che la sua famiglia, dopo essere stata derubata di tutti i beni e messa in mezzo alla strada, è stata aggredita dai manifestanti libici che, gridando insulti razzisti, hanno percosso i suoi componenti con cieca violenza, costringendoli a una fuga disperata. Ricordiamo che in Libia vivono oltre un milione di migranti africani e che ognuno di loro è a rischio di linciaggio. Anche il sacerdote eritreo don Mussie Zerai ha diffuso oggi un appello, segnalando casi di persecuzione a Tripoli e riportando le parole del Vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli, che definisce la situazione degli africani in Libia come “la più grave emergenza nel paese, perché queste persone sono colpite da violenza da parte delle due fazioni in conflitto” e paventa “un bagno di sangue” se non si agirà con estrema urgenza.

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Nuovi sbarchi clandestini a Lampedusa

Posted by fidest press agency su sabato, 12 febbraio 2011

“Credo che l’attuale governo non riesca ad affrontare i problemi a monte, e continui ad applicare misure che non sono di aiuto alle migliaia di persone clandestine che arrivano nel nostro Paese”. Il viceresponsabile per l’Immigrazione dell’Italia dei Diritti, Antonino Lo Verde, si sente in dovere di commentare la recente notizia sull’emergenza scattata in questi giorni per l’arrivo di una nuova ondata di immigrati sbarcati sulle coste siciliane. La cifra degli ultimi tre giorni si aggira intorno a 1500 persone giunte a Lampedusa, e la situazione risulta difficile sotto il profilo dell’accoglienza, perché, come disposto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il centro di permanenza è stato chiuso ormai da tempo e dal governo non sembra arrivare la disposizione per la riapertura.  “La crisi politica in Tunisia sta portando un nuovo afflusso di immigrati e con molta probabilità, se continuerà l’inasprimento delle manifestazioni contro il presidente Mubarak, arriverà anche tanta gente dall’Egitto – continua nella sua riflessione l’esponente del movimento guidato da Antonello De Pierro –. Questo significa solo una cosa, il centro di accoglienza dove essere riattivato al più presto, perché è nostro compito salvaguardare la vita di quelle persone che fuggono con disperazione da guerre civile e dalla povertà per trovare un porto sicuro di speranza. L’immigrazione deve essere vissuta come un movimento di popoli e pertanto – conclude Lo Verde –, è necessario che anche il nostro Paese sia in grado di affrontare, accogliere e monitorare i nuovi sbarchi”.

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Pakistan: nuova ondata sfollati

Posted by fidest press agency su sabato, 5 febbraio 2011

Negli ultimi giorni, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha registrato 25mila sfollati a causa delle recenti operazioni militari contro gli insorti nell’Agenzia di Mohmand, una delle aree tribali nel nord-ovest del Pakistan. Se gli scontri dovessero intensificarsi, si stima che entro la fine di febbraio il numero degli sfollati potrebbe salire a 90mila (o 10mila famiglie). L’UNHCR ha allestito due nuovi campi che ospitano principalmente le persone fuggite dopo il 27 gennaio, quando le operazioni militari si sono intensificate, dalle aree di Sagi e Dawezai nell’Agenzia di Mohmand. Molti dei nuovi arrivati nei campi hanno poco più dei vestiti che indossano e servono urgentemente abiti e ripari per l’inverno. Dall’inizio delle operazioni militari contro i ribelli nel 2008, questi sono i primi due campi organizzati dall’UNHCR per i pakistani sfollati a seguito dei conflitti scoppiati nelle aree tribali. Nelle precedenti ondate di violenza i civili erano fuggiti verso gli insediamenti della provincia di Khyber Pakhtunkhwa, cercando rifugio nei dintorni di Peshawar. L’UNHCR ha anche inviato a Ghalanai, quartier generale dell’Agenzia di Mohmand, ingegneri e staff specializzato nella protezione e nelle operazioni sul campo, e ha aiutato le autorità locali ad erigere dei campi a Nahqi e Danish Kol, a nord e nord-est di Ghalani. Ogni famiglia registrata riceve una tenda e altri aiuti di prima necessità (come materassi, coperte, kit da cucina e abiti caldi per i bambini). Inoltre vengono distribuiti pasti caldi e l’UNHCR si sta accordando con il Programma Alimentare Mondiale (PAM) per fornire razioni alimentari. Oltre ad allestire i campi nell’Agenzia di Mohmand, l’UNHCR sta anche chiedendo che agli sfollati venga permesso di spostarsi per raggiungere parenti ed amici a Peshawar o altri insediamenti. Le autorità dovrebbero garantire libertà di movimento agli sfollati e l’UNHCR ha inviato il proprio staff per monitorare la situazione. I rimpatri sono stati piuttosto modesti. Dallo scorso settembre, circa 8.500 persone sono tornate nel Sud Waziristan mentre, dall’inizio del 2010, 162mila hanno fatto ritorno nell’Agenzia di Orakzai.

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