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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘oscuro’

La natalità: il nostro male oscuro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Il problema più serio e complesso che riguarda il pianeta terra è costituito da una natalità in eccesso, rispetto alle risorse disponibili. È un trend di crescita demografica che potremmo definire fuori controllo. C’è chi afferma che nel 2030 arriveremo a nove miliardi di abitanti. È puramente illusorio credere che il nostro pianeta possa contenerci tutti senza che si creino condizioni gravi di compatibilità ambientale. Per altro già oggi avvertiamo i segni e non sono di certo dei semplici calcoli teorici.
La povertà è il primo punto all’ordine del giorno. In India possiamo toccarla con mano, ma la viviamo anche nelle città così dette dell’opulenza assistendo al degrado delle periferie suburbane, ai clochard che affollano gli angoli delle strade e dormono, dove possono lungo le vie o in rifugi di fortuna. La disoccupazione costituisce un aspetto altrettanto grave se consideriamo che ora vivono nel mondo oltre un miliardo di persone senza lavoro. Per di più è una crescita disomogenea tra un continente e l’altro e tra nazioni. È evidente nelle metropoli, se si pensa che già oggi, a Città del Messico i residenti sono 17 milioni e a Bombay nove milioni.
Segue inevitabile il problema alimentare. In India e in alcune località dell’Africa e dell’America del Sud, oggi si muore di fame. E a distruggere la fauna e la flora stanziale e alterare l’ecosistema delle foreste equatoriali e dell’habitat si finisce con l’andare di male in peggio. Cresce, intanto, il divario tra i paesi più prosperi rispetto a quelli bisognosi di tutto.
Ciò determina, spesso, la necessità di migrare e il procedere in questo senso è, a sua volta, gravido di conseguenze in specie se gli spostamenti sono nell’ordine dei grandi numeri. Nella migliore delle ipotesi subentrano motivi d’ordine pubblico, risentimenti razziali e incapacità di assorbire in modo regolare l’inevitabile eccedenza di manodopera generica.
Se questa è la situazione oggi e, in prospettiva, ci sembra giusto valutare taluni aspetti caratterizzanti l’evoluzione umana. Si era in pochi fino a 10mila anni fa quando si viveva di caccia e d’agricoltura. Man mano che l’energia muscolare fu supportata dalle tecnologie inizialmente primitive e, progressivamente, sempre più artefatte, la popolazione mondiale non trovò di meglio che assumere dimensioni maggiori. In questo modo raggiungemmo il miliardo d’abitanti all’inizio dell’Ottocento.
In due secoli ci siamo poi più che sestuplicati grazie soprattutto alla rivoluzione industriale, alla conversione di materia inanimata in energia e alle accresciute disponibilità alimentari.
Se queste sono le ragioni del nostro sviluppo demografico, le stesse diventano un’arma letale anche in ragione del fatto che ad una natalità in espansione vi fanno da contrappeso le tecnologie che tendono a ridurre il lavoro umano e a renderlo, semmai, sempre più specialistico.
Secondo l’equazione d’Ehrlich, d’altra parte, l’unica variabile precisa resta la popolazione, se vogliamo che l’impatto ambientale sia costante nel tempo, e, di converso, vogliamo garantirci un aumento o, in ogni caso, una non diminuzione del benessere. Ciò, ovviamente, prescinde dal concetto di “ricchezza” individuale.
E’, semmai, in funzione delle risorse materiali, dal modo di organizzarsi della società, ma anche dai sistemi di vita immateriali che noi prediligiamo quali sbocchi ai nostri “appagamenti”: la lettura di un libro o l’ascolto della musica, l’uso di un costoso fuoristrada o di altre forme di svaghi.
Dobbiamo, quindi, insieme, convincerci che il ciclo di crescita, iniziato prorompente con la rivoluzione industriale, è terminato con l’avvento della civiltà post industriale. È un passaggio che avviene in tempi rapidi, rispetto a quelli lenti del riassestamento naturale della popolazione o, se vogliamo, del turn over che per altro è sfalsato dal momento in cui abbiamo allungato la nostra speranza di vita. (Riccardo Alfonso)

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Helmut Böttiger: Ci diciamo l’oscuro

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 marzo 2019

«Ci diciamo l’oscuro / ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria». Nel 1948, a Vienna, Paul Celan dedica questi versi a Ingeborg Bachmann. Il componimento, Corona, celebra il fatale incontro di due anime che parlano la stessa lingua, la lingua «oscura» della poesia, e che si uniscono come il papavero e la memoria, l’oblio e il ricordo.Nella primavera di quell’anno i due poeti si ritrovano a Vienna per vie e ragioni molto diverse. Morti i genitori in un campo di concentramento in Ucraina ed entrata Czernowitz, la sua città natale, a far parte dell’Unione Sovietica, il ventisettenne Celan ripara dapprima a Bucarest e poi, dopo una lunga e pericolosa fuga a piedi durata intere settimane, nella capitale austriaca.
Occupata da quattro potenze straniere, nel 1948 Vienna è la città delle spie, della criminalità politica ed economica, dei grandi spacciatori e dei piccoli trafficanti. È la città anche degli ebrei scampati alla deportazione, sradicati che, come Celan, hanno perso la propria Heimat, il luogo natio.
Ingeborg Bachmann è a Vienna per una Heimatlosigkeit di tutt’altra specie. Ha solo ventidue anni, ma nella capitale austriaca – raggiunta a diciotto anni per studiarvi e sfuggire a quella Carinzia e a quel padre che hanno accolto con entusiasmo il nazismo – è già una promettente giovane autrice. I due poeti trascorrono sei settimane insieme. Un incontro esplosivo che lascia tracce indelebili nell’esistenza dell’uno e dell’altra. Un incontro, tuttavia, segnato anche da sentimenti di incertezza e di insicurezza.
A Vienna, Celan si scontra ovunque con segnali che testimoniano il perdurare dell’antisemitismo e dell’ideologia nazista. La capitale austriaca non può essere perciò la sua Heimat. Fugge a Parigi, dove però i fantasmi e gli incubi della Shoah continuano a perseguitarlo. Ingeborg Bachmann, dal canto suo, va incontro a un destino tragico dopo la fine della sua relazione con Max Frisch.
Helmut Böttiger ricostruisce la storia dei due poeti dal loro primo incontro fino agli anni della loro «catastrofe parallela», i primi anni Settanta. La storia di un amore struggente che troverà il suo epilogo nelle parole contenute in Malina, l’ultimo libro della Bachmann pubblicato dopo la sua morte: «La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita».Traduzione di Alessandra LuiseEuro 17,00 273 pagine Neri Pozza editore.

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Helmut Bottiger: Ci diciamo l’oscuro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 gennaio 2019

Di fronte a un’Europa che tace sul genocidio degli ebrei e sulle responsabilità dei tedeschi, di fronte a un’élite culturale che nega l’esistenza del problema fino a macchiarsi di antisemitismo (questa l’accusa rivolta a posteriori al Gruppo 47), Celan viene via via risucchiato dalla propria identità di sopravvissuto, mentre la Bachmann moltiplica le sue personalità per sottrarsi al ruolo di «figlia del carnefice».
La vicenda dei due poeti-amanti ha il suo nucleo vitale e segreto nelle sei settimane che Celan e la Bachmann, nella primavera del 1948, trascorrono insieme in una Vienna da Terzo uomo, ancora tutta attraversata dalle ferite della guerra, ma dove la vita, anche quella culturale e artistica, sta rapidamente riprendendo i suoi spazi. Il ventisettenne Paul Antschel (Ancel nella trascrizione rumena), ebreo di Cernovitz (oggi Cernivci) i cui genitori sono morti in un campo di sterminio in Ucraina, è arrivato nella capitale austriaca a piedi da Bucarest, dove ha vissuto e scritto e pubblicato per due anni finché lo stalinismo non l’ha sospinto verso Ovest. La Bachmann invece decide poco più che diciottenne di andare a studiare a Vienna, lontano da quella Carinzia e da quel padre che avevano accolto con entusiasmo il nazismo. L’incontro è esplosivo, un fuoco d’artificio di vita e di testi per i due giovanissimi poeti; ma dopo sei settimane di euforia Celan parte per Parigi e i contatti tra loro si fanno presto sporadici e contrassegnati da malintesi.Traduzione dal tedesco di Alessandra Luise Euro 17,00 273 pagine. Neri Pozza Editore S.p.a.

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Depressione male oscuro

Posted by fidest press agency su martedì, 14 ottobre 2014

OMSRoma, 16 ottobre 2014, ore 9.30 – 13.00 Auditorium Ministero della Salute (Lungotevere Ripa, 1) la depressione è un disturbo che colpisce un numero sempre maggiore di persone, in particolare le donne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel 2020 diventerà la seconda causa di malattia nel mondo. Nonostante le cronache quotidiane siano piene di notizie, spesso tragiche, riguardanti questo problema, la depressione rimane ancora un “male oscuro”. Anche dal punto di vista della diagnosi medica. Molte volte si potrebbe intervenire in tempo, ma la vaghezza dei sintomi non permette di inquadrare al meglio la situazione. I campanelli d’allarme vengono trascurati e sottostimati. Per fare luce in modo chiaro e deciso su questa malattia, affrontando la questione con un approccio globale, il 16 ottobre 2014 si terrà all’Auditorium del Ministero della Salute di Roma (Lungotevere Ripa 1, ore 9.30 – 13.00) il Convegno nazionale: “Depressione, male oscuro della nostra società: dai bisogni alla pratica clinica”. I maggiori esperti mondiali parleranno della dimensione del problema, con le ultime statistiche disponibili, anche dal punto di vista dei costi. Un capitolo importante verrà dedicato ai nuovi trattamenti, che stanno rivoluzionando il bagaglio terapeutico a disposizione dei medici. All’incontro interverranno, tra gli altri, il prof. Mario Maj, Past President della Società Mondiale di Psichiatria (WPA), il prof. Emilio Sacchetti, Presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e il prof. Sergio Pecorelli, Presidente dell’AIFA.

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Il male oscuro della società contemporanea

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 febbraio 2011

Molti osservatori hanno da tempo lanciato un allarme sulla tendenza della società contemporanea verso una caduta dei valori tradizionali e una persistente inclinazione ad assumerne altri che ci allontanano inesorabilmente dal concetto di armonia e di equilibrio nelle relazioni umane e nelle interazioni con l’ambiente. In altri termini prevale la peggiore inclinazione a dirompere i cardini del potere non consentendo allo Stato di tutelare e garantire equità, efficienza e funzionalità agli organi istituzionali, nell’amministrare giustizia e servizi primari sul territorio in cui opera. Questo si verifica in quanto poniamo al centro dei nostri interessi la componente economica e la subordiniamo ai rapporti interpersonali, alle attività e funzioni sociali e a quelli politici di parte che determinano le azioni dei singoli e delle collettività sia a livello privato sia pubblico. Entriamo, di fatto, nella logica più deteriore del consumismo, dell’interesse nummario sopra ogni altro suscitamento di azioni. In definitiva potremmo dire, parafrasando il detto latino “Omnia vincit amor” in “Omnia vincit pecunia”. Mai il fattore ideologico, morale ed etico, della società umana era sceso così in basso. Mai la filosofia della vita era degradata a tal punto di squallore speculativo, come nel presente. E questo accade un po’ ovunque nella società contemporanea e in specie in quei paesi economicamente più avanzati e in via di sviluppo. In tali ambiti scopo dell’esistere pare sia divenuto esclusivamente il conseguimento dell’utile, del guadagno ad ogni costo, del lucro, come se l’uomo fosse da considerare una mera “materia” facendolo consistere in semplici appagamenti “ferini” dei sensi, di incessante e sfrenato godimento egonistico nell’abbuiamento completo dei sentimenti e delle esigenze dello spirito. Se da questa prospettazione ci caliamo nella realtà italiana non dovremmo meravigliarci più di tanto se si percepisce che la pratica di vita di alcuni nostri personaggi mediaticamente più gettonati è confacente a questo nuovo andazzo. Ma dobbiamo altresì aggiungere che il danno che essi provocano con tale degradante esempio è notevolmente superiore a quello da loro compiuto, perché è inevitabile l’effetto domino nell’immaginario popolare. Ecco perché a più riprese abbiamo criticato questo modo disinvolto di gestire la propria vita privata che proprio per la funzione che si svolge dovrebbe essere educativa e in controtendenza alle logiche devianti dei costumi correnti. E la critica l’abbiamo estesa a quelle autorità morali conclamate come le religioni che sembrano tollerare l’andazzo attuale senza contrastarlo con un fermo richiamo etico. Non dimentichiamo la magistrale lezione del poverello di Assisi anche nei confronti dei signori del Vaticano. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Il male oscuro della politica italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2009

Esso si può sintetizzare in questa definizione: “l’etica debole ci da una democrazia debole”. Si pensi all’etica della responsabilità, dell’affidamento, del rispetto della parola data, dell’onestà e della sincerità. Se nei singoli individui e nel corpo sociale questi valori etici non sono fortemente radicati e sentiti, allora non c’è nessuna garanzia che le leggi del libero mercato siano rispettate, essendo la loro effettività sostanzialmente riposta nella volontà dei singoli è di adeguarvisi. Ciò che vale per l’economia, vale anche e a maggior ragione per una società democratica. La democrazia come insegna tutto il pensiero occidentale da Aristotele a noi, è di certo la forma meno imperfetta di governo civile, ma proprio per questo essa richiede un livello maggiore di consapevolezza e di responsabilità nei consociati, che sono chiamati a partecipare attivamente alle scelte per il bene comune. Essa postula, cioè, un sentire alto, un’etica forte, grazie a cui il rispetto delle regole della convivenza è rimesso innanzitutto e soprattutto nella coscienza degli individui, piuttosto che nel timore della sanzione da parte delle autorità. La mancanza di un’etica forte e condivisa ha sempre costituito la premessa di una debole democrazia. L’etica costituisce, quindi, un pre-requisito della democrazia, e pertanto lo Stato che vuol essere democratico deve restituire all’etica il primato sulla politica. In Italia questo rapporto si è indebolito con il tempo e non sembra che i politici se ne avvedono. E’ un grave errore. Esso può portare all’anarchia, all’individualismo, alla crescita sconsiderata degli individualismi, al poco rispetto per i ceti sociali più deboli, alla mancanza di un equilibrio politico finalizzato all’interesse della collettività e non di quello proprio o delle lobby più influenti ed interessate. Se non fissiamo questi paletti nel nostro essere etici e democratici sino in fondo, non avremo una reale democrazia e, soprattutto, una forte democrazia.

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