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I robot di telepresenza negli ospedali

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2020

L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e l’Università di Pisa hanno scelto la tecnologia FRITZ! di AVM per dar vita al progetto LHF-Connect (Low Hanging Fruits) che consente di costruire un robot ‘fai-da-te’ che in tempi di COVID-19 è diventato il prezioso alleato di infermieri, personale medico e tutti i care giver che possono controllare e prendersi cura delle persone in tele-assistenza. Il progetto, che ha visto un pool di partner di eccellenza – tra cui l’Istituto di Robotica e Macchine Intelligenti (I-RIM) – è open source e mette a disposizione di chiunque, il software e le istruzioni per costruire un “infermiere” robotico che può assistere il personale ospedaliero ed essere assemblato, in autonomia e in pochi giorni, con l’impiego di comuni dispositivi che si trovano in commercio.
LHF-Connect si muove all’interno delle stanze e degli ambienti grazie all’accesso a Internet e alla stabilità delle connessioni che sono garantite dall’affidabilità e dalla robustezza dei prodotti AVM, in particolare: il modem FRITZ!Box 6890 e il ripetitore wifi FRITZ!Repeater 1200. Il modem dunque, permette il funzionamento del dispositivo e di trasmettere all’operatore che lavora in remoto la visione – tramite lo schermo di un tablet – delle persone e dei pazienti che devono rimanere isolate o senza contatti diretti.Il robot, oltre a monitorare l’ambiente, può anche portare piccoli oggetti e può essere realizzato con costi limitati (circa 1200 €), senza competenze tecniche particolari, assemblando i vari componenti. Una normale aspirapolvere robotizzata (quella che in autonomia pulisce il pavimento di casa) consente il movimento nello spazio e la disponibilità della connessione Internet wifi – che permette al robot di rimanere sempre collegato alla rete e quindi di spostarsi – è assicurata anche negli angoli più remoti delle strutture sanitarie, dei centri anziani e degli ambienti di un’abitazione grazie all’impiego dei repeater AVM che ‘estendono’ il segnale ovunque necessario. Con LHF-Connect è possibile fare video chiamate tra paziente e parente oppure effettuare un consulto medico da remoto.“Abbiamo parlato molto con i medici e il personale sanitario, e abbiamo scoperto che non c’era bisogno di “rocket science” per essere veramente utili – oggi e dovunque serva – in questo momento di emergenza. Ci è stato detto che un semplice robot di telepresenza sarebbe stato di grande aiuto per gli operatori, continuamente esposti a rischi di contagio, e per i ricoverati in reparti Covid-19, che rimangono isolati per settimane senza poter avere contatti con le proprie famiglie”, racconta Antonio Bicchi, ricercatore IIT e professore all’Università di Pisa. “Il nostro obiettivo è dare ora il nostro contributo per la gestione delle strutture ospedaliere e un leggero sollievo ai ricoverati e alle loro famiglie. La ricerca italiana in Robotica, che è una delle più forti al mondo, continua intanto a preparare il futuro”, conclude BicchiLHF-Connect è già operativo presso varie strutture in tutta Italia, tra cui l’Ospedale di Pisa, di Massa, il Centro di assistenza persone anziane di Induno Olona (VA).

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Tra qualche mese, le cure e vaccini per il COVID-19 raggiungeranno gli ospedali

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 aprile 2020

Ma alcuni di noi non potranno permetterseli! Questo potrebbe accadere perché il commissario europeo per la salute e i ministri della sanità nazionali non hanno fatto nulla per impedire alle aziende farmaceutiche di far pagare prezzi elevati ai sistemi sanitari per i farmaci che sviluppano con le nostre tasse.Con i prezzi elevati dei farmaci, dato che il virus infetta milioni di persone in Europa, i sistemi sanitari dei paesi più ricchi come la Germania o Francia potrebbero dover scegliere a quali cittadini somministrare le cure, mentre i paesi a basso reddito potrebbero non essere in grado di permettersi affatto quei farmaci. A nessuno dovrebbero essere negate le cure, che si tratti di anziani, migranti, poveri o disoccupati.Non si tratta solo di un discorso di giustizia sociale, ma anche di sicurezza. Se solo una parte degli europei avrà i vaccini, negli altri paesi continuerà a dilagare il contagio, rendendo inefficaci le misure di protezione.Se non interveniamo, le aziende che ricevono denaro pubblico potranno ottenere licenze esclusive per produrre medicinali, in modo che nessun altro possa vendere gli stessi farmaci o addirittura avere accesso alle conoscenze mediche necessarie per produrli. Questo significa che le aziende farmaceutiche potranno far pagare prezzi eccessivamente alti, rendendo difficile anche per il miglior sistema sanitario acquistare farmaci a sufficienza per renderli disponibili a tutti.Questo è già successo in Europa per altri farmaci salvavita. La società Gilead Sciences, che si è trovata sotto tiro per aver tentato di ottenere un brevetto su un vaccino COVID-19 , ha il monopolio di un farmaco per il trattamento dell’epatite C, e ha fatto profitti per oltre 20 miliardi di euro solo con questo farmaco, dal 2013. Fanno pagare prezzi esorbitanti ai sistemi sanitari europei per questo farmaco e troppe persone si vedono negare il trattamento proprio a causa di ciò. È facile per il Commissario della sanità e il nostro Ministro della sanità fermare le aziende che sfruttano questa crisi. Sta a noi dar loro la sveglia.Oggi abbiamo la possibilità di sfruttare la pandemia di coronavirus per suonare un campanello d’allarme. Non solo dobbiamo rendere accessibile qualsiasi trattamento COVID-19 in modo da poterci prendere cura di tutti, ma dobbiamo stabilire il precedente di cui la nostra salute ha bisogno: perché la salute di tanti venga sempre prima del profitto di pochi. By Giulio (Roma), Virginia (Madrid) e tutto il team di Wemove Europe.

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Campidoglio, Servizio Giardini: igienizzate strade con farmacie, ospedali e commissariati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

Oltre 1.290.000 litri di igienizzante irrorati nelle vie di Roma. Sono quasi tredicimila gli ettolitri di liquido impiegati fino ad oggi dalle 7 autobotti del Servizio Giardini di Roma Capitale che da martedì 24 marzo è al lavoro per sanificazione le strade della Capitale in collaborazione con AMA e Polizia di Stato.
Le operazioni si concentrano sui luoghi sensibili e più frequentati, 645 strade antistanti Farmacie e sedi Asl, oltre ai tratti nei pressi di ospedali e case di cura, sedi di municipi e commissariati.Nel dettaglio, ad oggi il Servizio Giardini ha effettuato un doppio passaggio nei pressi delle farmacie e sedi Asl dei Municipi I, II, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV e XV. Parallelamente ha lavato le strade attorno agli ospedali del centro come Policlinico Umberto I, Eastman, Mandelli, Spallanzani, San Camillo, San Raffaele, a quelli della zona Ovest come Policlinico Di Liegro, ospedale Israelitico e San Giovanni Battista e quelli nella zona Est tra cui Policlinico universitario Campus Bio-Medico, Ospedale Madre Giuseppina Vannini e Policlinico Tor Vergata.Igienizzate anche le aree antistanti tutte le fermate della Metro B e C e quelle della linea ferroviaria FM2: Cesano, Olgiata, Giustiniana, Ipogeo degli Ottavi, Ottavia, San Filippo Neri, Monte Mario, Gemelli.Effettuata, inoltre, la sanificazione delle vie consolari (Tiburtina, Nomentana, Salaria, Cassia), delle grandi arterie stradali come Bocce e Trionfale e delle principali vie di scorrimento di Roma Nord, da via Pineta Sacchetti a via di Portonaccio passando per via Due Ponti, viale Jonio, viale Regina Margherita, Viale Togliatti, solo per citarne alcune.Infine, lavate con igienizzante le strade dove si affacciano sedi istituzionali come municipi, gruppi di Polizia Locale di Roma Capitale, caserme dei Vigili del Fuoco, commissariati di Pubblica Sicurezza nei Municipi I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII e IX.
Il Servizio Giardini del Dipartimento Tutela Ambientale ha modificato le autobotti solitamente usate per irrigare al fine di ottenere una maggiore capacità di irrorazione. Ciascun mezzo è dotato di una cisterna contenente 10mila litri di liquido igienizzante, una soluzione a base di enzimi che non comporta rischi per la salute dei cittadini e dei loro animali anche durante o subito dopo il passaggio dei mezzi. Gli operatori del Servizio Giardini, provvisti di tute, guanti monouso, occhiali e mascherine, seguono itinerari stabiliti di giorno in giorno coordinandosi con AMA.

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Ospedali Regina Elena e San Gallicano di Roma: attivato il servizio di telemedicina

Posted by fidest press agency su martedì, 7 aprile 2020

Roma Il servizio DermOnline San Gallicano, telemedicina per problemi dermatologici e venereologici è stato l’apripista. “In poco più di una settimana abbiamo ricevuto 150 richieste teleconsulti – afferma con soddisfazione Aldo Morrone, direttore scientifico del San Gallicano e già promotore di teleconsulenze con i paesi africani – Non lasciamo nessuno da solo e tutti i nostri specialisti hanno aderito al progetto e rispondono in massimo 48 ore.”
Ora è la volta di OncOnline Regina Elena con le prime specialità attive, la neurochirurgia e la terapia del dolore, la chirurgia epatobiliopancreatica e quella dei tumori peritoneali. A queste ogni giorno si aggiungeranno altre specialità fino ad avere il ventaglio completo dell’offerta specialistica nel giro di pochi giorni. Pazienti e amici del Regina Elena e del San Gallicano, non vi lasciamo soli! “In una fase storica che vede tutto il sistema sanitario impegnato sul fronte covid 19 – sottolinea Francesco Ripa di Meana, Direttore Generale IFO – il nostro compito è stare vicino ai pazienti oncologici e dermatologici, incrementare le attività di sostegno e garantire la massima sicurezza a pazienti, familiari, operatori ed anche dare un contributo con la nostre competenze e tecnologie alla ricerca scientifica. La telemedicina è una delle attività messe in campo, ma non è l’unica.”I cittadini possono accedere attraverso i banner presenti sul nostro sito e scegliere il percorso di interesse: per l’oncologia OncOnline Regina Elena oppure DermOnline San Gallicano per problemi dermatologici e venereologici. La registrazione è semplice, pochi i dati richiesti. Si accede così nella “stanza” della specialità di interesse, qui si risponde ad un breve questionario anamnestico e si allegano gli esami effettuati che forniscono i primi dati allo specialista, possono essere inoltrate ulteriori informazioni, formulati quesiti o richieste. Si avvia così un dialogo tra medico e paziente.Lo specialista IFO, che dall’inizio dell’emergenza contatta il paziente telefonicamente per definire necessità e priorità e riprogrammare i tempi del controllo, invita gli assistiti presenti in agenda a collegarsi alla piattaforma dove avrà a disposizione una serie di strumenti di dialogo (messaggistica, diario clinico, trasferimento referti.) La piattaforma digitale utilizzata è regolata dalla normativa vigente sul trattamento e la riservatezza dei dati personali e sanitari, secondo quanto previsto dal regolamento europeo (GDPR n.679/2016). Il medico ha quindi la possibilità di prendere visione delle informazioni e della documentazione inviata dal paziente prima dell’appuntamento in chat. Si ottimizza così il tempo e la modalità del consulto della persona. L’obiettivo è far sentire la nostra vicinanza, gestire al meglio il rapporto con i pazienti e monitorare i dati che contribuiscono alla personalizzazione del percorso di diagnosi e cura. E’ chiaro che non si può utilizzare la piattaforma #IFOconTeOnline nelle situazioni di urgenza e di emergenza sanitaria, dove bisogna ricorrere ai canali che possono dare risposta immediata.

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“Troppe diserzioni dalle strutture sanitarie per paura di contagi”

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 aprile 2020

“Gli uomini e le donne colpiti da un tumore urologico, come tutti i malati oncologici, sono esposti ad un rischio maggiore d’infezione da Coronavirus. E’ quindi necessaria una valutazione molto precisa e attenta per individuare i rischi e benefici che si corrono nel non sottoporsi ad esami e terapie piuttosto che nel recarsi nelle strutture sanitarie”. E’ quanto dichiara la Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO) che invita quindi tutti i pazienti italiani colpiti da tumore della prostata, vescica, rene o testicolo a seguire scrupolosamente le indicazioni dei medici curanti. “In queste settimane molto complesse per l’intero Paese serve un approccio ancora più personalizzato per ogni singolo paziente da parte degli uro-oncologi – afferma Alberto Lapini, Presidente Nazionale SIUrO -. Bisogna tenere conto sia dell’esigenze del singolo malato che delle attuali condizioni, di oggettiva difficoltà, che sta vivendo il nostro sistema sanitario nazionale. Comprendiamo le paure dei pazienti e dei loro familiari ma non andare in ospedale, per un esame o un trattamento, può essere molto pericoloso. Questo vale soprattutto per quelle persone colpite da un carcinoma ad uno stadio avanzato o metastatico”. “Alcuni esami o interventi chirurgici possono tuttavia essere posticipati per un breve periodo di tempo senza prevedibili significative conseguenze negative – aggiunge Renzo Colombo, Vice Presidente della SIUrO -. Per esempio le valutazioni trimestrali del PSA per la sorveglianza attiva di un tumore alla prostata, le instillazioni endovescicali di chemio o immunoterapici in fase avanzata di mantenimento, le cistoscopie di follow-up a lungo termine, le resezioni endoscopiche di piccole neoformazioni vescicali superficiali e a basso potenziale di malignità, possono essere giustificatamente posticipate per un breve periodo di tempo. Ma questa decisione deve sempre essere stabilita, caso per caso, dal singolo specialista o dal team multidisciplinare che sta seguendo il paziente”. “In molti centri non siamo più in grado di operare i pazienti perché interi reparti di urologia o oncologia sono impegnati a contrastare l’emergenza Coronavirus – prosegue Giario Conti, Segretario della SIUrO -. Questo sta avvenendo soprattutto nelle Regioni del nord, prima fra tutte la Lombardia, dove la pandemia è maggiormente estesa. Tuttavia sono state identificate delle specifiche strutture sanitarie Covid-19 free dove i pazienti uro-oncologici possono essere messi in lista d’attesa. In molti casi sono gli stessi medici o chirurghi che si spostano da un centro all’altro della Regione per operare o somministrare le terapie anti-cancro”. A breve la SIUrO, insieme ad altre Società Scientifiche, emanerà un documento con delle raccomandazioni, per pazienti e specialisti, che devono affrontare un cancro urologico in queste settimane travagliate. “Vogliamo rassicurare gli oltre 600 mila italiani che vivono con una diagnosi di tumore genito-urinario – conclude Lapini -. Nonostante le grandi difficoltà e le incertezze di questi giorni possiamo ancora garantire l’assistenza ai nostri pazienti. Raccomandiamo poi a malati e caregiver di seguire con particolare attenzione le norme e i limiti stabiliti dalle recenti ordinanze”.

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Riaprire ospedali militari chiusi dalla Regione

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2020

I dati ufficiali sulla diffusione del coronavirus sono più preoccupanti di quanto realmente percepito dall’opinione pubblica.L’indice di stress, ossia il punto di non ritorno, cui è sottoposto il sistema sanitario nelle Marche è il più alto tra le regioni italiane, secondo solo alla Lombardia. La provincia di Pesaro risulta essere, in relazione al numero di abitanti, al quinto posto tra le province più endemiche d’Italia e risulta purtroppo essere, in relazione alla popolazione regionale, la prima per diffusione del contagio, con la città di Pesaro gravemente colpita. È quanto dichiara il Responabile Nazionale delle Autonomie Locali di FdI che è anche Vicepresidente Nazionale dell’Anci, Francesco Baldelli. Il punto di tenuta del sistema sanitario marchigiano è a un passo dal collasso, per questo non posso essere rimandate scelte essenziali. Se saltasse il sistema, sarebbe in pericolo l’assistenza sanitaria dell’intera regione. Il problema non è dunque solo più medico, visto che gli operatori sanitari si stanno prodigando senza sosta, ma è divenuto politico.Di fronte a tale situazione sono necessarie scelte risolute per evitare il collasso del sistema sanitario e ospedaliero marchigiano. Le poche indicazioni di riorganizzazione del sistema e la limitata previsione di posti letto aggiuntivi decisi da Ceriscioli sono solo un pannicello caldo insufficiente ad affrontare la pesantissima situazione che stanno vivendo i marchigiani, in particolare, i pesaresi.Situazione che non può essere più gestita da chi non ha saputo adottare le necessarie precauzioni per combattere la diffusione del Covid19 e che non è stato in grado di arginare le irresponsabili iniziative di quei sindaci che, nel pieno dell’emergenza sanitaria, invitavano i cittadini, come accaduto a Pesaro, a scendere in piazza “per riaccendere la città”.Atti di irresponsabilità, i cui effetti hanno avuto una pesantissima ricaduta prima su Pesaro, poi sull’intera provincia. A ciò si è aggiunto, in questi giorni, il completo immobilismo di altri sindaci che nulla fanno per contenere il rischio di contagio all’interno delle proprie comunità.In questi casi, il Ministero degli Interni dovrebbe nominare commissari ad acta per la gestione dell’emergenza – continua Baldelli -, a Pesaro come in quei comuni dove si è sottovalutata e si continua a sottovalutare la situazione. Soprattutto in territori dove i sanitari attendono ancora il picco dell’epidemia.
Stessa misura va adottata nei confronti del governatore Ceriscioli, che va affiancato da un commissario. Lui, che è assessore alla sanità, si è visto sfuggire di mano la situazione. Prima la scelta di trasferire pazienti da un ospedale all’altro, aumentando il rischio di diffusione del virus nelle diverse strutture e in pazienti non affetti, poi la retromarcia con l’individuazione di ospedali no-Covid. Una soluzione che ora non riesce ad attuare come si apprende dalla stampa che racconta di malati di coronavirus che dormono ammassati negli ospedali no-covid tra i pazienti e come sottolineano gli stessi operatori sanitari che denunciano: “mancano disposizioni imperative e posti letto”. È quindi necessario correggere il piano sanitario e prevedere immediatamente il potenziamento degli ospedali depotenziati e la riapertura di quelli chiusi, non in via temporanea ma stabile, anche per patologie non legate al covid19, dalle terapie oncologiche alla dialisi, richiedendo, in questo momento, l’impiego del servizio sanitario militare.

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Coronavirus, USB: a Roma personale degli ospedali senza dispositivi di protezione

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Formalmente a Roma va tutto bene, bollettini tranquillizzanti dallo Spallanzani e dalla Regione. La realtà dice altro, parla di un sistema sanitario in grande difficoltà prima ancora che si manifesti l’atteso picco dei contagi. La Federazione romana dell’Unione Sindacale di Base sta raccogliendo informazioni e denunce dalle varie realtà.Non bastasse lo scandalo dei medici di base, che a oggi non hanno ricevuto lo straccio di un presidio anticontagio pur rappresentando il primo filtro territoriale, molti ospedali sono a corto di mascherine, non solo FFP2 e FFP3, ma anche di semplici protezioni chirurgiche.Al Sant’Eugenio hanno ricevuto una fornitura di panni antipolvere riadattati con forbici ed elastici a mascherine di fortuna; la dirigenza, a ragione, ne ha vietato l’uso ma qualche primario sostiene che il personale non ha bisogno di mascherine. L’aria nel nosocomio dell’Eur è pesante: 2 dei 12 operatori del Dea si sono infettati e c’è forte preoccupazione per i prossimi giorni.Al San Giovanni per avere una mascherina bisogna firmare, mancano le protezioni anche all’Umberto I e non va meglio negli altri ospedali del territorio.USB si chiede che fine facciano le tanto sbandierate maxi-forniture di mascherine, anche certificate, dall’Italia e dall’estero, e perché il ministro della Salute Roberto Speranza si ostini a dichiarare che “la priorità per affrontare l’emergenza è difendere il nostro personale sanitario che sta facendo un lavoro straordinario in queste ore. Il modo migliore per farlo è garantire prima di tutto a loro i dispositivi di protezione individuale”. Stando a quel che accade a Roma, ma anche in altre parti d’Italia, le affermazioni del ministro sembrano chiacchiere in libertà. (fonte:Unione Sindacale di Base – Federazione di Roma)

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Migliorare la sicurezza dei pazienti negli ospedali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Come fare? Lo spiega un report di 955 pagine dell’agenzia federale degli Stati Uniti Ahrq (Agency for healthcare research and quality). Un gruppo di esperti ha lavorato più di tre anni e ha infine riassunto le proprie indicazioni in un decalogo di strategie che dovrebbero essere messe in atto dalle strutture ospedaliere. La prima raccomandazione è di migliorare l’igiene lavandosi regolarmente le mani; la letteratura è chiara nello stabilire che in questo modo si potrebbe ridurre la trasmissione di infezioni, ma solo il 39% di medici e infermieri si attiene scrupolosamente a questa abitudine. Nel trattare alcune tipologie di pazienti e nell’eseguire certe manovre, servono precauzioni aggiuntive: guanti e un abbigliamento adatto sono barriere efficaci contro le infezioni, che negli Usa uccidono 99.000 persone ogni anno. L’inserimento di cateteri è un’operazione particolarmente delicata e l’accesso vascolare teleguidato con l’utilizzo degli ultrasuoni può ridurre il rischio di infezioni.
Quando si tratta di cateteri al tratto urinario, le infezioni sono particolarmente frequenti e gli esperti consigliano di seguire dei protocolli precisi nell’eseguire la procedura. Anche in caso di intervento chirurgico è importante porre un’attenzione sistematica: ricorrere a checklist preoperatorie comporta una riduzione delle complicanze che, secondo uno studio condotto su 4.000 persone, si assesta tra il 7% e l’11%. Deve essere inoltre migliorata la profilassi del tromboembolismo venoso, un killer pericoloso che uccide oltre 100.000 americani ogni anno, mentre adeguati interventi preventivi si sono mostrati in grado di ridurre polmoniti e ulcere pressorie. È importante in questi casi il concetto di “bundle”: quando un gruppo di misure sono utilizzate insieme, il risultato è migliore.
A volte, infine, decimo e ultimo punto, l’errore medico non deriva da questioni cliniche ma orto-grafiche: l’uso di sigle e abbreviazioni si collega a migliaia di somministrazioni di farmaci sbagliati. (Servizio Fidest)

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Fermare escalation violenza negli ospedali

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 aprile 2018

“Gli ospedali e addirittura le sale operatorie sono diventate delle trincee, medici, chirurghi e personale ospedaliero dei bersagli da colpire. Nella sola giornata di ieri ci sono state altre due violente aggressioni a Napoli e Palermo, una addirittura appena fuori la sala operatoria. Esprimo a nome di tutta la categoria la massima solidarieta’, in particolare alla collega donna afferrata alla gola. Le aggressioni ai danni dei chirurghi aumentano di anno in anno per numero e per pericolosita’. Cos’altro deve accadere perche’ si prendano provvedimenti per garantire la sicurezza dei chirurghi negli ospedali? I chirurghi hanno l’obbligo di dare informazioni relative all’intervento ai pazienti ed ai loro familiari, anche quando queste sono drammatiche per chi le da’ e soprattutto per chi le riceve, ma non si puo’ certamente tollerare che cio’ si trasformi un un ulteriore rischio professionale. Tra il problema del contenzioso medico-legale e l’aumento della violenza fisica, rischiamo, in tempi brevi,di non avere piu’ chirurghi italiani”. Lo afferma Pierluigi Marini, presidente dell’Acoi, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani.

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Budget del ricoverato

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

ospedaleEsistono due aspetti dello stesso problema: il dovere dell’assistenza e il diritto di farsi assistere. Ciò significa che tale situazione è da considerarsi prioritaria nella gestione delle politiche per la salute della comunità internazionale. E’ un valore che non è secondo ad altri, così come lo sono il bisogno di alimentarsi e l’aria per respirare.
Se noi trasformiamo questi bisogni primari e vitali in una merce di scambio per realizzare profitti possiamo, di fatto, limitare il diritto alla vita e alla salute di milioni di esseri umani e consentirne l’accesso solo a chi ha risorse economiche e vive in aree protette. E’ questo l’aspetto più doloroso e drammatico offerto dalle logiche consumistiche che, dalla rivoluzione industriale del XVI secolo, hanno, di fatto, disumanizzato il rapporto sociale e tracciato un solco sempre più profondo tra chi cerca il necessario per vivere e chi esiste nel superfluo.
Questa pessima distribuzione delle risorse oggi raccoglie più i frutti del malessere che è dei benefici derivanti dal progresso delle scienze e della cultura della solidarietà. E’ una contraddizione che provoca gravi ricadute nel rapporto stato-cittadini. Qui non possiamo pensare che il disagio proviene perché mancano le risorse. E’ perché sono sprecate con i focolai di guerra che si accendono qua e là nel mondo. E’ perché favoriamo gli illeciti arricchimenti per l’interesse di pochi. E’ perché cerchiamo di concentrare le ricchezze nelle mani di una ristretta cerchia di persone favorendo un uso improprio di tali disponibilità.
Il nostro è anche il periodo in cui si semina l’ipocrisia con una solidarietà di facciata, la disinformazione per non farci vedere la tempesta che si avvicina, e la politica delle promesse innescando la speranza, ma che si rende sempre più lontana nel tempo, per non onorarla. E lo facciamo nelle piccole e grandi cose. Da questa premessa partono taluni escamotage come quello del budget del ricoverato che non trova regole statuite, ma è, nei fatti, una realtà. Eppure i segnali ci sono e sono molto preoccupanti. Partono dal budget assegnato alle spese sanitarie dalla finanziaria, dalla ripartizione alle regioni e dalle convenzioni stipulate con i nosocomi pubblici e privati.
In altre parole lungo questa filiera la parola d’ordine è quella che bisogna spendere di meno, bisogna restringere i tempi di degenza e si cercano delle priorità persino per fasce di età. Se spendiamo 100 per un 30/40enne dobbiamo, per la stessa malattia, utilizzarne la metà per un settantenne e giù di lì, tanto la speranza di vita, per quest’ultimo, è residua e il suo “esserci” diventa sempre più un costo senza benefici per la comunità. Lo stesso ragionamento vale per il tipo di malattie da curare che diventa trasversale alla stessa età. Esistono, infatti, patologie che ci portiamo, a volte, fin dalla nascita e che richiedono prestazioni sanitarie molto costose tanto che l’organismo erogatore cerca di sostenerle sempre meno. E’ questo l’aspetto che ci fa dire che esiste il budget del ricoverato e anche di chi si cura in casa e sta diventando una mina vagante nella cultura popolare che incomincia a generare “mostri” di cinismo, se ci lasciamo convincere che la vita è un bene solo se siamo sani e che i malati cronici i non sono altro che dei vuoti a perdere.

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Sanità: Acoi, specializzazione negli ospedali pubblici per qualità e sicurezza

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 agosto 2017

medicinadifensiva“Che molte scuole di specializzazione di medicina hanno dimostrato che il sistema formativo post laurea è in crisi, notizia che non ci stupisce. Sono anni che denunciano le carenze della formazione in ambito medico, anche sulla base di quanto ci viene riportato dagli specializzandi, in particolare in quello chirurgico”.
– così Pierluigi Marini, presidente dell’Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani, ha commentato quanto emerso oggi da organi di stampa in merito alla irregolarità formativa di 1 scuola di specializzazione su 10
– “Gli specializzandi troppo spesso non hanno l’opportunità di effettuare una vera pratica chirurgica e concludono il proprio corso di studi senza aver eseguito un numero di interventi chirurgici sufficienti a conseguire una adeguata esperienza.
Aprire la formazione agli ospedali riconosciuti, con strutture e volumi adeguati – spiega Marini – rappresenta l’unica soluzione per il futuro, prospettiva su cui Acoi si sta impegnando da tempo, e che consentirà di avere nuovi chirurghi competenti e cure sicure per i pazienti”. “Proprio per venire incontro alle esigenze di tanti medici, che lamentano la mancata pratica, non avendo altri mezzi, Acoi ha creato delle scuole che consentono una vera e propria attività chirurgica teorica e pratica. È dunque arrivato il momento che gli ospedali pubblici possano essere protagonisti della formazione degli specialisti, perché – sottolinea – solo attraverso una pratica laddove c’è l’eccellenza e gli adeguati volumi si potranno formare medici che garantiscono la qualità ela sicurezza delle cure. È importante, però, che non si ceda alla tentazione di usare gli specializzandi, che ricordo sono medici in formazione, soltanto per supplire alla carenza di organici ospedalieri”.
“Acoi, di concerto con Agenas, è in grado di fornire al Ministero della Salute un elenco delle strutture in grado di sostenere il carico formativo.
Speriamo che la legge sulla riorganizzazione delle scuole di specializzazione sia applicata nella correttezza e nella trasparenza, senza trovare facili scorciatoie, che metterebbero in discussione l’efficacia del piano formativo post laurea. Il nostro impegno – conclude Marini – per garantire una corretta formazione e una sanità pubblica sicura e di eccellenza è già in campo”.

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I grandi ospedali milanesi si confrontano

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 maggio 2017

Milano il 15 maggio si terrà nell’auditorium Testori di Palazzo Lombardia, in piazza Città di Lombardia a Milano, il convegno “La sanità a Milano: una eccellenza europea” con inizio alle ore 18. Si tratta dell’ultimo appuntamento della rassegna, dopo quelli dedicati all’internazionalizzazione, alla cultura e all’università, e vedrà la partecipazione del governatore della Lombardia Roberto Maroni, che firmerà in quest’occasione un protocollo d’intesa tra Regione Lombardia e distretti Rotary 2041,2042 e 2050, che coprono l’area lombarda »per realizzare insieme diversi progetti che permettano di migliorare la qualità della vita dei cittadini lombardi» come spiega Pier Marco Romagnoli, governatore del distretto 2041. Il convegno sulla sanità – ad ingresso libero – sarà aperto da Roberto Weinstein, Direttore del Dipartimento Scienze biomediche, chirurgiche e odontoNiguardaiatriche, della Università degli Studi di Milano. “L’assistenza sanitaria pubblica a Milano” sarà analizzata da Gianvincenzo Zuccotti , Prorettore della Facoltà di Medicina della Università degli Studi di Milano. “La ricerca scientifica negli IRCCS milanesi” sarà il tema dell’intervento di Giovanni Apolone, Direttore scientifico dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori; “il ruolo della Fondazione Ca’ Granda Policlinico” sarà presentato da Marco Giachetti, Presidente della Fondazione Ca’ Granda Policlinico; “insegnare medicina in un ateneo privato” sarà oggetto dell’intervento di Marco Montorsi , Rettore di Humanitas University; “la ricerca farmacologica e longevità” sarà al centro dell’intervento di Giorgio Racagni, Direttore del Dipartimento Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano; “la sanità non profit a Milano” sarà analizzata da Mario Colombo, direttore generale dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano; “la sanità privata a Milano” sarà analizzata da Nicola Bedin, Amministratore delegato del Gruppo Ospedaliero San Donato; infine di “Niguarda: il grande Ospedale Metropolitano” parlerà Loredana Luzzi, Direttore Socio-sanitario dell’Ospedale Niguarda.

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Ospedali e medici sui social tra informazione e privacy

Posted by fidest press agency su martedì, 28 febbraio 2017

dirittiLa vicenda dell’ospedale di Nola arrivata su tutti i giornali, in cui una persona ha fotografato pazienti curati per terra per mancanza di posti letto ha scoperchiato un vaso di Pandora: denunce, interviste e la scoperta dell’esistenza di decine di gruppi sui principali social. Sono gruppi segreti o chiusi che hanno lo scopo di raccogliere le segnalazioni sui disservizi delle varie strutture sanitarie italiane. Sono già decine, vi si accede su invito e sono difficili da individuare ma si stima che ne nascano circa 10 al giorno.Più che una moda, un desiderio di denuncia, una valvola di sfogo, un luogo dove canalizzare commenti rabbiosi. Tanto praticamente tutti hanno in tasca un tablet o uno smartphone con cui riprendere la visita medica del parente o registrare l’audio della propria, spiare cosa accade in corsia e raccogliere documentazione per eventuali denunce di disservizi. Il passo successivo è postare il video su un social network e raccogliere la solidarietà degli altri membri, oppure collezionare testimonianze analoghe. Peccato che si rischi di commettere un illecito, se non addirittura un reato, come spiega l’avvocato Salvatore Frattallone, del Foro di Padova e Chairman del Network di avvocati View Net Legal.
Il Garante per la privacy ha chiarito che se le informazioni sono caricate online e risultano visibili in rete in modo libero, da parte di chiunque si connetta al web, allora operano le più stringenti regole della privacy.Dunque, bisogna prestare attenzione alle regole sulla privacy del proprio account sui social: rendere il post visibile a tutti o solo agli amici fa una bella differenza! I social network devono essere considerati dei mezzi divulgativi di informazioni verso una quantità indeterminata di soggetti e quindi potenzialmente devastanti.Il fatto di caricare foto altrui su di un profilo facebook (o un gruppo), purché ‘chiuso’, non comporta, di per sé, l’applicazione del Codice della Privacy ma può aprire la strada del penale. Può essere commesso, infatti, il reato di corte europea giustiziadiffamazione quando si verifica una lesione dell’altrui reputazione (purché la comunicazione avvenga fra almeno tre persone).Per essere colpevoli del delitto, basta un commento offensivo o un LIKE ad un commento offensivo della dignità del soggetto ripreso; peraltro, nel processo penale, si può innestare una causa civile se la vittima intende ottenere un risarcimento per la reputazione che gli è stata lesa. In questi casi, infatti, opera l’art. 595 c.p. perché è fuori discussione che il binomio ‘immagine+didascalia’ è sicuramente idoneo a ledere la professionalità o l’immagine dell’ospedale, al pari di quella delle persone riprese in video e dileggiate.
Per la Cassazione, il post su Facebook, se offensivo, comporta l’aggravante ex art. 595, co. 3, c.p. perché il reato è stato consumato attraverso un mezzo di pubblicità, che fa scattare la pena da 6 mesi a 3 anni (Cass. Pen., Sent. n° 4873/17).“Se una persona scatta una foto o gira un video e la tiene per sé, non c’è alcuna violazione, ammesso che il documento non contenga ad esempio informazioni sullo stato di salute di un soggetto riconoscibile, perché sono dati considerati sensibili e soggetti alla riservatezza. Quindi in questo caso, social network o no, prima di effettuare la ripresa è necessario sia dare l’informativa (art. 13), che ottenere il consenso scritto dell’interessato, sennò il trattamento è illecito. Anzi, in alcuni peculiari casi è stato persino ritenuto integrato il reato di ‘interferenze illecite nella vita privata’” prosegue l’avvocato Frattallone.Se sono il familiare della persona ricoverata, posso riprendere il parente per uso personale, senza postarlo, qualora mi serva la prova di una responsabilità medica, ad esempio. Ma se la ripresa è destinata ad essere postata sui social, ho bisogno anche del consenso scritto delle altre persone riprese nella stanza d’ospedale.
Mentre nel caso sia fotografato un operatore sanitario da parte di un paziente entra in gioco l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, per il quale v’è il divieto assoluto di controllo del lavoratore tramite impianti audiovisivi o altre apparecchiature simili, salvo siano state ottenute le prescritte autorizzazioni. In questo senso, la tutela del lavoratore deve ritenersi trasversale. Se, facciamo un esempio, un infermiere gioca al pc mentre è di turno al lavoro, la condotta può essere fotografata da un paziente ma solo per allegarla ad una denuncia da consegnare alle autorità che per accertare l’illecito dovranno comunque eseguire delle indagini su mandato di un giudice. Quindi non ogni impiego delle risorse tecnologiche è di default lecito e consentito. Ricapitolando, nel caso in cui si vogliano scattare delle foto o riprendere degli operatori sanitari mentre lavorano, va richiesto preventivamente il consenso. E se si riprendono, anche accidentalmente, degli altri pazienti (ad esempio allettati nella camera in cui sono ricoverati) a loro va chiesto il consenso scritto (o va documentato che il permesso è stato chiesto e concesso) e i volti vanno oscurati, a loro tutela.

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Mmg sul piede di guerra, per i cronici in Lombardia si punta sugli ospedali. Ecco le proposte della Regione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 febbraio 2017

regione lombardiaC’è fermento tra i medici di famiglia in Lombardia per una bozza di delibera che attribuisce l’assistenza dei pazienti cronici alle Aziende sociosanitarie territoriali, cioè agli ospedali, ridimensionando il ruolo del medico curante. Poste 63 patologie croniche principali, spesso compresenti in un solo paziente, la bozza trae spunto dalla classificazione dei pazienti lombardi in tre categorie: 150 mila polipatologici fragili prevalentemente assistibili in ospedale, 1,3 milioni con più d’una patologia cronica “frequent user” dei servizi sanitari o anche dei servizi sociali; 1,6 milioni di cronici con una sola patologia cronica, fin qui effettivamente assistiti dal medico di famiglia. Ci sono poi tra i residenti 6,5 milioni di “sani”, sporadici utilizzatori dei servizi Ssn o non utilizzatori. Dunque, tra 1,6 e 3,2 milioni di lombardi potrebbero presto firmare un patto di cura non con il proprio medico ma con centri servizi esterni alla medicina generale che gestirebbero il piano assistenziale individuale (Pai), siglato sì con il curante, ma poi solo integrabile e mai modificabile da quest’ultimo.
Le ex Asl -divenute aziende di tutela sanitaria – selezionerebbero i gestori dei cronici d’estrazione ospedaliera con bandi per i quali vanno ancora individuati i requisiti d’accreditamento. Quanto alla medicina generale, poco si citano nella bozza i Creg o Chronic Related Groups, gruppi di patologie a ciascuno dei quali da alcuni anni è attribuito un budget con cui oggi si pagano le prestazioni per i pazienti cronici a provider che sono in genere coop di medici di famiglia. Quest’anno si paga ancora la vecchia tariffa, ma dal 2018 il medico dovrà adeguarsi a tariffe ridisegnate con la nuova sperimentazione: tutto qui. Fiorenzo Corti segretario di Fimmg Lombardia, conferma la sua preoccupazione (domani il sindacato tiene un consiglio regionale straordinario). «Che a decidere un percorso di medicina d’iniziativa per i pazienti cronici non sia il medico di famiglia ma un gestore, come sembrerebbe volere la Regione, è una prospettiva che può configurare secondo noi la fine della medicina di famiglia. Abbiamo ottenuto come Fimmg modifiche rispetto al testo iniziale: patto di cura e Pai inizialmente erano affidati al “gestore”, il medico di famiglia non avrebbe potuto modificare il piano assistenziale per il suo paziente e sarebbe servito a dare tachipirine, sciroppo per la tosse, antibiotico dopo 3 giorni, pillola all’iperteso giovane e certificato di malattia che il gestore non fa». Adesso si riaprono delle prospettive ma il monito di Corti è grave. «Stiamo attenti a non disegnare il Pai come una soluzione che si deduce da algoritmi imperniati su elenchi di prestazioni attese senza alcuna mediazione del medico di famiglia: sarebbe come dire che prognosi e terapia li fa oggi il gestore e domani un computer».
Differenti sentimenti animano il presidente Snami lombardo Roberto Carlo Rossi. «Colpisce positivamente che la Regione reputa sorpassato il criterio di attribuire un budget per tipologia di paziente al medico che aderisca ai Creg e di remunerare quest’ultimo in tanto in quanto rispetta quel budget: una visione che si prestava ad obiezioni deontologiche. Però – aggiunge Rossi -ci sono gravi criticità: si “ospedalizza” l’assistenza ai pazienti cronici senza sentire le rappresentanze dei medici. E si affida una prevenzione secondaria “rinforzata” a protocolli compilabili in ultima analisi da personale amministrativo, dimenticando, a torto, il ruolo fin qui avuto dal medico di famiglia nel contenere la domanda di cura». Al medico di famiglia non pare esser stata sottratta la possibilità di stilare i Pai. «Gli è però impedito di modificarli», ammette Rossi. «Eppure, sentenze della Corte dei Conti alla mano, la Regione dovrebbe sapere che al clinico (quale il mmg è), ove vi fosse un vantaggio tangibile per il suo paziente, è sempre concedibile un margine per scostarsi dalle linee guida». Per Rossi i piani assistenziali individuali potrebbero bene essere gestiti dalla medicina di famiglia, «Se il nodo è ricordare di prendere la pillola o indirizzare verso il controllo periodico, ci sono ormai decine di apps per i-phone che per una parte dei nostri assistiti potrebbero svolgere il ruolo dei centri servizi e call center previsti nella nota, a costi inferiori e con il vantaggio di trovarsi in “prossimità” del paziente». (Mauro Miserendino da Doctor33)

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La situazione dei Pronto soccorso negli ospedali di Roma è drammatica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 dicembre 2016

Policlinico La Sapienza RomaRischia definitivamente di esplodere se non si interverrà subito. A quanto riportato dal sito internet della Regione Lazio, ci sono ben 6 ospedali con oltre 100 pazienti in attesa di essere visitati: Umberto I 124 pazienti; Sant’Andrea 114; Policlinico Casilino 111; Policlinico gemelli 109; Sandro Pertini 108; San camillo-Forlanini 102. Almeno 3 vicini alla soglia dei 100: Policlinico Tor Vergata 90, Sant’Eugenio 94, Grassi di Ostia 83. Sono numeri più vicini a quelli di una città in guerra, che a una capitale occidentale. Cifre indegne di una sanità che possa definirsi civile e vicina al cittadino. Questa situazione comporta un alto tasso di promiscuità, senza distinzione di genere, violazione o assenza della giusta privacy medica per i pazienti e gravi difficoltà per il personale sanitario. Nonostante le continue e assurde rassicurazioni del presidente Zingaretti, siamo di fronte al fallimento delle politiche sanitarie regionali, e al disastro delle Case della Salute e della medicina del territorio che avrebbe dovuto assorbire questa emergenza. Il taglio dei posti letto e l’assenza di una programmazione efficace hanno dato questo risultato allarmante. Chiediamo al Prefetto di Roma di intervenire urgentemente con la convocazione di un tavolo sulla sanità per scongiurare danni irreparabili all’intero sistema e ai cittadini, le cui cure e salute sono messe a serio rischio soprattutto durante le festività”. E’ quanto dichiara Fabrizio Santori, consigliere regionale del Lazio di Fratelli d’Italia.

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Ogni giorno almeno 4 ospedali o scuole vengono attacchi o occupati da gruppi armati

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 maggio 2016

unicefSecondo un’analisi dell’UNICEF, lanciata a poche ore da World Humanitarian Summit, n media ogni giorno 4 scuole o ospedali sono attaccati o occupati da gruppi e forze armate.Gli attacchi contro le scuole e gli ospedali rappresentano una delle sei gravi violazioni contro i bambini identificate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’ultimo Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite sui Bambini e i conflitti armati ha documentato oltre 1500 episodi di attacchi o di utilizzo per scopi militari di scuole e ospedali nel 2014, tra cui:
– In Afghanistan 163 suole e 38 strutture sanitarie sono state attaccate;
– In Siria sono stati registrati 60 attacchi a strutture scolastiche, 9 casi di scuole utilizzate per uso militare e 28 attacchi a strutture sanitarie;
– In Yemen, 92 scuole sono state utilizzate per fini militari da gruppi e forze armate;
– In Sud Sudan, si sono verificati 7 attacchi a scuole e 60 episodi di utilizzo delle scuole per scopi militari;
– Nello Stato della Palestina, sono stati 543 gli attacchi che hanno distrutto o danneggiato le strutture sanitarie e 3 sono gli attacchi documentati a scuole di Israele.
– In Nigeria, secondo le autorità dell’istruzione nel Nordest del paese, 338 scuole sono state distrutte o danneggiate tra il 2012 e il 2014;
Questi dati vengono diffusi subito dopo i recenti attacchi alle strutture e al personale medico e scolastico – come le scuole bombardate in Yemen e l’ospedale colpito ad Aleppo, in Siria lo scorso 27 Aprile, in cui sono morte almeno 50 persone, compreso uno degli ultimi pediatri della zona.“I bambini vengono uccisi, feriti e resi disabili in modo permanente nei luoghi in cui dovrebbero essere protetti e al sicuro”, ha dichiarato Afshan Khan, Direttore dei Programmi di Emergenza dell’UNICEF.
“Gli attacchi contro le scuole e gli ospedali durante un conflitto sono in allarmante e terribile crescita. I colpi diretti e intenzionali a queste strutture e al personale medico e scolastico sono crimini di guerra. I Governi e gli altri attori devono proteggere le scuole e gli ospedali secondo le leggi del diritto internazionale e le leggi del diritto internazionale umanitario, e gli Stati devono sottoscrivere il proprio impegno nella Dichiarazione sulle Scuole Sicure.”
Lo scorso anno, il sistema di monitoraggio delle Nazioni Unite ha documentato anche il cosiddetto “double-tap”, o anche “triple-tap”, attacchi a strutture sanitarie nelle quali i civili vengono attaccati, anche durante l’arrivo sul luogo dei primi soccorritori.
Oltre gli attacchi agli edifici, il conflitto ha avuto conseguenze di vasta portata anche sull’istruzione dei bambini e sul sistema sanitario. In Siria, per esempio gli attacchi agli ospedali e la sottrazione di kit e equipaggiamenti medici dai convogli di aiuti, le restrizioni alle evacuazioni mediche, e l’uccisione di personale medico sono la causa per cui, nelle aree colpite dal conflitto, l’accesso alle strutture sanitarie per i civili diventa giorno dopo giorno sempre più scarso.
“I bambini vengono rapiti dalle scuole in circostanza terribili in paesi come Nigeria e Sud Sudan, mentre altri subiscono violenza o vengono reclutati e utilizzati come bambini soldato”, ha continuato Khan.
Il primo World Humanitarian Summit si terrà il 23 e il 24 maggio ad Istanbul. I leader a livello globale si confronteranno su come rispondere effettivamente alle più grandi emergenze umanitarie e come organizzare una migliore risposta per le sfide future.

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Chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2015

ospedale-psichiatrico-giudiziario“Con la chiusura degli ospedali psichiatrico giudiziari si chiude anche una brutta pagina che riguarda sia l’amministrazione della giustizia che la psichiatria italiana. Abbiamo tutti negli occhi le immagini di profondo degrado degli ospedali giudiziari trasmesse con insistenza nei telegiornali e apparse in più di una inchiesta televisiva, fino a confluire in un docu-video di drammatica efficacia. Quelle immagini sono state il segno tangibile della indifferenza e della cattiva gestione della cosa pubblica, quando invece di farsi carico delle situazioni umanamente più fragili, le abbandona alla sciatteria di chi invece di prendersene cura, li punisce doppiamente come malati e come carcerati”. A dirlo è Paola Binetti, deputato del Gruppo Area Popolare (Ncd-Udc).
“Ben venga quindi – continua Binetti – la effettiva chiusura degli opg dopo i falsi annunci degli ultimi anni. Ma non possiamo sottovalutare che il problema non è solo chiudere gli opg ma prendersi cura di queste persone cercando di risolvere il dilemma: se e in che misura la malattia mentale sopprime la capacità di rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni, del danno che si fa ad altri, delle sofferenze che si occasionano alla società nel suo insieme. E’ mancato in questi anni un dibattito serio proprio su alcuni dei temi cruciali della psichiatria e il precipitare dell’aereo tedesco di pochi giorni fa ci restituisce la sensazione del mistero per cui il gesto di una persona con un malessere psichiatrico già documentato fa precipitare, in senso letterale, tanta gente nella follia incontenibile ed irreversibile di una morte inattesa”.E conclude: “chiudere gli opg e contestualmente riaprire un dibattito forte e scientificamente fondato sulla salute mentale e sulla malattia mentale, al di là delle ideologie, può essere un passo avanti importante sul piano del rispetto della dignità delle persone, purché si ricordi che la peculiarità di queste persone, la loro e la nostra vera sofferenza, sta proprio nella fragilità della capacità di valutare le conseguenze delle loro azioni. Servono investimenti seri sul piano della ricerca scientifica e sul piano dell’assistenza e della cura di queste persone, anche per garantire la loro e la nostra sicurezza; la loro e la nostra libertà. Dobbiamo tornare ad investire in un piano per la psichiatria, non solo ospedaliera, ma anche e soprattutto territoriale forte e deciso; un piano obiettivo che non ignori quanto e come sia difficile per la società sottrarsi alla follia lucida di persone, che magari cercano anche nella spettacolarità dei loro gesti di dare una risposta di senso alla propria vita. Più assistenza significa più risorse, più professionisti impegnati sul campo, psichiatri, psicologi, educatori, tecnici ed infermieri specializzati, strutture di accoglienza anche sotto forma di case-famiglia assistite, social day hospital. Tutto quanto può servire alla persona malata, colpevole di danni arrecati ad altri, ma anche al tessuto sociale in cui sono inseriti”.

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Eutanasia negli ospedali?

Posted by fidest press agency su domenica, 1 marzo 2015

Paola ricci sindoni“A nome di chi parla l’anonimo caposala dell’ospedale Careggi di Firenze, secondo cui nei reparti del nosocomio toscano l’eutanasia sarebbe una prassi praticata diffusamente e silenziosamente? Non certo a nome delle migliaia di medici e infermieri italiani che ogni giorno, questi sì silenziosamente e senza rilasciare interviste anonime, si prodigano affinché i malati, i lungodegenti, i disabili gravissimi, possano essere assistiti e curati secondo i migliori standard sanitari”, commenta Paola Ricci Sindoni, Presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita. “Assistiamo a un rinnovato e pretestuoso attacco dei media sulla legge relativa al fine vita, in cui si mira a confondere la legittima astensione dall’accanimento con pratiche eutanasiche non giustificabili. Un pressing in cui non ci si fa scrupolo di utilizzare dichiarazioni che non solo lasciano sconcertati i privati cittadini, che si chiedono in quali mani possano finire una volta ricoverati, ma che dovrebbero mettere in allerta la magistratura, stante l’evidenza della configurazione di reati”. “Ci chiediamo inoltre quale sia la posizione degli ordini professionali coinvolti: davvero accettano di essere appiattiti in un generico ‘così fan tutti’ che, poco onorevolmente, li etichetta come inqualificabili? Il Giuramento di Ippocrate e quello dell’Infermiere non sono facoltativi, ma elementi essenziali e distintivi di uomini e donne che si mettono al servizio di altri per aiutarli a vivere, non a morire”.

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Ospedali Lazio 2014:Molte ombre poche luci

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 dicembre 2013

Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti (Photo credit: Niccolò Caranti)

“Parafrasando lo slogan che ci ha accompagnato per tutta la campagna elettorale, possiamo dire che il nuovo inizio per la sanità del Lazio, il presidente e commissario Zingaretti lo ha soltanto immaginato”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato. “Rileggendo gli intendimenti del candidato su un volantino diffuso prima delle regionali, possiamo tranquillamente affermare che tanti obiettivi propagandati sono rimasti soltanto sulla carta. Esaminiamoli nel dettaglio”, invita Maritato. “Una nuova sanità più vicina alle persone, esordisce Zingaretti. Ma nei pronti soccorsi zeppi di barelle, tranne estemporanee visite di ministri, si sono mai viste le autorità regionali? Hanno mai raccolto il grido di dolore di pazienti, operatori, parenti? Per non parlare di merito e trasparenza: al di là di qualche dato pubblicato sul sito regionale, in fatto di nomine e meritocrazia nelle nostre aziende tutto procede come prima. Stuoli di consulenti, senza minimamente esperire procedure per verificare la dotazione di risorse interne. L’assurdo si raggiunge poi valutando il capitolo del controllo e la valutazione, nella sezione in cui si parla di rilancio dell’Asp, agenzia di sanità pubblica le cui competenze, al contrario, sono state assorbite dagli uffici regionali. Stesso discorso per il Piano sanitario regionale e le cure territoriali. Al di fuori degli annunci sulle fantomatiche Case della Salute, con i medici di famiglia fermamente intenzionati a stabilire le proprie condizioni, sul territorio non c’è nulla. E che dire della beffa dei direttori generali? Annunciata in pompa magna l’imminente nomina, su tali designazioni è sceso un silenzio assordante mentre Asl e ospedali navigano a vista”.

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Farmacisti in ospedale

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 marzo 2012

Il nostro è l’unico Paese in Europa a disporre di Servizi Farmaceutici Territoriali in grado di funzionare da tramite tra l’ospedale, i cittadini e i medici di famiglia. La SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie) è protagonista al Congresso della EAHP (European Association of Hospital Pharmacists) che si apre oggi Milano con la partecipazione di 3500 iscritti. E nel seminario tradizionalmente dedicato alla nazione ospitante grande spazio è riservato al ruolo dei farmacisti delle Asl. “Questi professionisti rispondono in modo ottimale alle esigenze legate alla progressiva deospedalizzazione – afferma la dott.ssa Laura Fabrizio, presidente SIFO -. Infatti si sono formati in ambiti particolarmente strategici del Servizio Sanitario Nazionale: operano presso farmacie ospedaliere e Servizi Farmaceutici Territoriali dove gestiscono non solo medicinali di fascia A e C ma anche dispositivi medici, diagnostici, radiofarmaci, farmaci orfani e farmaci di fascia H innovativi ed ad alto costo, nonché prodotti galenici sterili e non sterili preparati in laboratori ad elevato livello tecnologico”. Il nostro Paese si distingue in Europa anche per l’eccellenza raggiunta nella formazione. “Siamo gli unici a prevedere l’obbligatorietà delle scuole di specializzazione, che sono 22 nel nostro territorio – sottolinea la dott.ssa Francesca Venturini, membro del Consiglio Direttivo SIFO -. Inoltre, attraverso la condivisione dei programmi accademici su un’unica piattaforma informatica, abbiamo assicurato uno standard uniforme del percorso formativo”. Una delle lacune da colmare, in particolare rispetto ai Paesi anglosassoni, riguarda il rapporto farmacista/posti letto che in Italia non è ancora regolato da norme. “Il farmacista di reparto è una realtà consolidata da tempo ad esempio in Inghilterra e Germania – continua la dott.ssa Nicoletta Ambrogi della Asl 4 di Terni -. È la figura professionale che, affiancando il medico in corsia, porta significativi vantaggi sia ai pazienti, in termini di sicurezza e di maggiore consapevolezza delle cure cui si sottopongono, sia al Servizio Sanitario in termini di risparmio, grazie a un uso più efficiente delle risorse. La SIFO ha condotto una sperimentazione in cui questa figura è stata introdotta nei dipartimenti oncologici di cinque ospedali italiani. Ma per estenderla a tutti i reparti è necessario aumentare il numero dei farmacisti in rapporto ai posti letto”. Tema del Congresso EHAP è la cura dei pazienti più fragili, in particolare bambini e anziani. “È essenziale – conclude la dott.ssa Fabrizio – definire standard di cura dal punto di vista del farmacista ospedaliero per questi gruppi di pazienti che presentano caratteristiche uniche e che richiedono maggiori attenzioni”.

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