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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘ospedaliere’

Infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

Fino a 700.000 casi di infezioni ospedaliere su 9 milioni di ricoveri, l’1% dei quali con esito letale. In Italia sono oltre 7.000, dunque, i degenti che muoiono a causa di un’infezione contratta in ospedale. A lanciare l’allarme alcuni dei numerosi esperti internazionali presenti a Milano in occasione del 2° Congresso WAidid, l’appuntamento mondiale sulle Malattie Infettive e i Disturbi immunologici che fino a domani sarà animato da sessioni plenarie e numerosi incontri su patologie ad alto impatto sulla salute globale.
Dal 5% all’8% degli individui ricoverati contrae un’infezione: le più frequenti sono soprattutto quelle urinarie, seguite da infezioni post-operatorie, polmoniti e sepsi. Di queste, si stima che circa il 30% sia potenzialmente prevenibile (135.000-210.000 casi)1. Tra le principali cause, infatti, la decontaminazione non corretta e l’abuso di antibiotici con conseguente aumento dell’antibiotico-resistenza.Un fenomeno, quello della resistenza agli antibiotici dei microbi, alimentato da un loro uso inappropriato. Basti pensare che quasi nel 50% dei casi in cui sono prescritti non risultano necessari, come spesso succede nel caso dell’influenza. A questo proposito, il 15% degli italiani considera erroneamente utile l’antibiotico per bloccare l’influenza e, in generale, le infezioni virali.“Il vaccino anti-influenzale – evidenzia la Prof.ssa Susanna Esposito, Presidente WAidid e ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia – potrebbe prevenire gran parte dei casi di influenza, limitando non poco l’eventualità di un ricovero ospedaliero per quei soggetti a rischio di complicanze –. I bambini fino ai 5 anni di età, gli anziani sopra i 64 anni e i malati cronici di tutte le età, infatti, sono a rischio di contrarre forme di influenza particolarmente gravi che richiedono il ricovero ospedaliero. Ogni anno le complicanze dell’epidemia influenzale comportano l’utilizzo di una rilevante quantità di antibiotici, non sempre necessaria e spesso dannosa”.
L’Italia, infatti, è ai primi posti in Europa per antibiotico-resistenza. Le specie di microrganismi più spesso responsabili di infezioni ospedaliere gravi e potenzialmente fatali sono oggi i bacilli Gram negativi. Nel nostro Paese la percentuale di Escherichia coli resistenti alle cefalosporine è del 30%. Ancora più preoccupante Klebsiella pneumoniae, con quasi il 60% di ceppi resistenti alle cefalosporine di terza generazione ed il 30% di ceppi resistenti ai carbapenemi. Allarmante infine Acinetobacter baumanii, la cui percentuale di resistenza combinata ad aminoglicosidi, fluorochinoloni e carbapenemi supera il 50%.
“La prevenzione delle infezioni ospedaliere – ha aggiunto Francesco Menichetti, Presidente Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica (GISA) – va potenziata con azioni di “infection control”, ovvero attraverso le buone pratiche assistenziali, come ad esempio il lavaggio delle mani, il rispetto dell’asepsi nelle procedure invasive, la disinfezione e la sterilizzazione dei presidi sanitari, che in Italia purtroppo non sono sempre rispettate. Le azioni preventive sono determinanti, ma richiedono progetti educazionali specifici e strumenti di verifica efficaci. I nuovi antibiotici, efficaci per curare queste gravi infezioni, sono purtroppo pochi e non di rapido e facile accesso. La necessità urgente di questi nuovi farmaci, potenzialmente salva-vita, impone una revisione delle regole (scheda AIFA, prescrizione specialistica) che non vada verso una insensata liberalizzazione, bensì consideri procedure che permettano l’accesso rapido da parte di quegli specialisti che trattano pazienti con infezioni gravi”. A contrastare, dunque, la resistenza antibiotica non solo la ricerca di nuove molecole che riescano a impedire i meccanismi di resistenza dei batteri multi-resistenti, ma anche il potenziamento delle strategie di controllo delle infezioni, la sorveglianza, il buon uso degli antibiotici in ambito ospedaliero e territoriale. Non può mancare, infine, il coinvolgimento delle Istituzioni ed un importante investimento in formazione ed educazione del personale sanitario.

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Infezioni chirurgiche ospedaliere

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 novembre 2017

Ospedale Spallanzani, RomaAnche nel nostro Paese, le ICA, ovvero le infezioni correlate all’assistenza, rappresentano l’evento avverso più frequente in sanità. Un problema serio e molto diffuso, nonché la complicanza più grave nella cura dei pazienti ospedalizzati che è stato il tema di un dibattito, promosso a Milano da J&J Medical, con la partecipazione di opinion leader di diversa estrazione, a cominciare da chirurghi, quali il Prof. Marco Montorsi, Presidente della Società Italiana di Chirurgia e Responsabile di Unità Operativa Chirurgia generale e digestiva Humanitas Research Hospital e il Prof. Enrico Opocher, Direttore del reparto di Chirurgia Epato-Bilio-Pancreatica e Digestiva – Ospedale San Paolo di Milano, che hanno ribadito come la maggiore attenzione alle infezioni sia frutto, anche, di una presa di coscienza della classe chirurgica sul problema.Dagli interventi complessi di chirurgia oncologica addominale alla protesica, fino alla chirurgia ginecologica e ostetrica, le SSI (infezioni del sito chirurgico) costituiscono circa il 32% di tutte le infezioni ospedaliere, ma, di fatto, sono anche le più gravi perché veicolo di complicanze severe. Addirittura, i pazienti che contraggono una SSI sono, infatti, 5 volte più esposti al rischio di una nuova ospedalizzazione, 2 volte più esposti al rischio di degenza in una unità di terapia intensiva e 2 volte più esposti al rischio di morte. In mancanza di un sistema stabile di sorveglianza su questo tipo di infezioni, è fondamentale abbattere il rischio di contrarre un’SSI fin dall’ingresso in sala operatoria, come spiega in proposito Enrico Opocher: «Causate da microrganismi presenti nell’ambiente, che solitamente non danno luogo a infezioni, le SSI insorgono più frequentemente in pazienti ad alto rischio sottoposti a chirurgia addominale durante il ricovero o, in qualche caso, anche dopo la dimissione e possono avere diverso grado di gravità, fino ad essere letali. Oggi, però, è possibile abbattere di un terzo l’insorgenza delle SSI grazie a una serie di correttivi che vanno ad intervenire sui fattori di rischio modificabili, come suggerito dalle raccomandazioni dell’OMS nelle ‘Global Guidelines for the Prevention of Surgical Site Infection’ elaborate nel 2016. Tra queste, sottolineiamo l’antisepsi della cute tramite il lavaggio accurato delle mani, il corretto uso degli antibiotici, che non devono essere più utilizzati nel post-operatorio ma solo all’atto dell’intervento chirurgico e l’utilizzo delle suture rivestite con antibatterico (Triclosan)».
Oltre a essere, ovviamente, un problema sanitario che mette a rischio la sicurezza del paziente, le ICA sono anche un fenomeno dal notevole impatto socio economico: tanto che si stima un costo correlato ad una singola infezione ospedaliera di circa € 9.000 – 10.500. Complessivamente, il loro impatto economico sul Sistema Sanitario Nazionale è superiore a un miliardo di Euro l’anno, con un prolungamento della degenza pari al 7,5-10% delle giornate di ricovero. In questo scenario, le SSI (Surgical Site Infections) sono tra le più costose. Un aspetto ben evidenziato dalla ricerca “Burden economico delle infezioni ospedaliere in Italia”, realizzata dal Prof. Francesco Saverio Mennini, Research Director CEIS Economic Evaluation and HTA (EEHTA), Facoltà di Economia, Università di Roma Tor Vergata, che intervenendo al dibattito ha sottolineato: «è un dato di fatto che un paziente che contrae un’infezione ospedaliera resta più a lungo in ospedale e impiega più risorse. Partendo dal presupposto che le infezioni ospedaliere compaiano in circa 3 casi ogni 1.000 ricoveri acuti in regime ordinario, la loro valorizzazione mediante valutazione delle giornate aggiuntive per singolo diagnosis related group ha comportato una stima media annua di 69,1 milioni di euro. Non solo: il focus su 6 interventi selezionati dagli OL coinvolti (diverticolite, appendicite, colecistite, calcolosi della colecisti, ernia e laparocele) ha evidenziato un aumento della durata di degenza pari in media a 12 giornate (range 6 – 16) e stimato un incremento del costo medio per singolo ricovero compreso tra € 4.000 e € 9.000. Numeri che devono far riflettere soprattutto sull’opportunità di adottare misure innovative, come trattamenti e device tecnologici, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza nel limite delle risorse disponibili».
La prevenzione e il controllo delle infezioni ospedaliere sono dunque un obiettivo prioritario di sanità pubblica per cui il lavoro coordinato di prevenzione, qualità e controllo del rischio su tale tematica è ritenuto prioritario. In uno scenario in divenire come questo, in ogni struttura sanitaria, diventa quindi fondamentale proprio la figura del risk manager, deputato a individuare gli strumenti per valutare e governare i rischi. «La gestione del rischio clinico in sanità, di cui le ICA costituiscono un elemento importante – ha dichiarato il dott. Enrico Burato, direttore SC qualità accreditamento risk management Ospedale Carlo Poma, Mantova e componente dal 2005 del gruppo di lavoro di risk management in Regione Lombardia – è l’insieme delle azioni messe in atto per misurare i fenomeni, comprenderne le cause e migliorare la qualità delle prestazioni sanitarie al fine di garantire la sicurezza dei pazienti. In tal senso, il controllo globale sull’esposizione al rischio dei pazienti potrebbe ridurre l’incidenza delle infezioni chirurgiche ospedaliere. Compito del Risk Manager è, quindi, quello di individuare gli strumenti per valutare e governare i rischi, ricercandone i miglioramenti nel sistema di gestione complessivo, sviluppando strumenti efficienti e identificando le conseguenze sanitarie ed economiche derivanti dall’esposizione al rischio stesso dei pazienti. Un obiettivo oggi possibile che deve, però, essere perseguito con una logica di sistema e con la collaborazione di tutte le figure professionale interessate dal problema all’interno di ogni singola struttura sanitaria». E questo con la costruzione di sistemi di sorveglianza e con l’individuazione delle cosiddette “buone pratiche”, ma anche con l’aderenza a linee guida internazionali, quali le ‘Global Guidelines for the Prevention of Surgical Site Infection’ dell’OMS e “The Centers for Disease Control and Prevention Updated Guideline”, oltre alla valutazione EUNetHTA , la rete europea per la valutazione delle tecnologie sanitarie (Health Technologies Assessments – HTA), insieme all’attività di formazione, informazione e auditing all’interno delle strutture sanitarie.

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Dimissioni ospedaliere, le nuove schede armonizzate con le regole europee. Ecco che cosa cambia

Posted by fidest press agency su martedì, 14 febbraio 2017

ospedale-san-camilloLe schede di dimissione ospedaliera si “europeizzano”. Dal 1° gennaio di quest’anno le regioni e Pa sono tenute a inviare al Ministero della Salute le Sdo dei pazienti secondo regole diverse, che agevolano il confronto dei dati prodotti in Italia con quelli esteri, e dei dati di un’Asl o una regione con quelli prodotti nell’altra regione, così che il governo possa meglio programmare norme per l’equilibrio del settore sanitario e di governo della spesa. Lo afferma il Decreto 7 dicembre 2016 del Ministero della Salute, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 7/2 (serie generale 31). Il nuovo provvedimento adegua le precedenti regole del 2000 all’avvenuto recepimento (dlgs 38 del marzo 2014) della direttiva “transfrontalieri”, che regola l’assistenza ai pazienti provenienti da altre aree dell’Unione Europea. Rispetto agli obiettivi che le SDO si ponevano a dicembre 1991 quando un decreto ministeriale le istituì, e nel 2000 quando furono rimesse a punto, il nuovo decreto mira a consentire un più agevole rilevamento nelle regioni degli standard di qualità e sicurezza della rete degli ospedali pubblici e privati accreditati (anche gli Irccs ora dovranno spedire le schede mensilmente) e dei volumi e degli esiti delle cure erogate. Ulteriore obiettivo: adeguare nel tempo i contenuti informatici resi disponibili per l’analisi dei tecnici ministeriali.
Si rinnovano i contenuti delle due sezioni di cui si compone la scheda. La prima contiene codice istituto di cura; numero progressivo della scheda; dati anagrafici e di residenza del paziente e livello di istruzione. La seconda sezione riporta indicazioni su regime di ricovero; data di prenotazione e di ricovero con ora; classe di priorità, UO di ammissione; costo della degenza; dati patologici e trasferimenti interni o da altri ospedali; data di dimissione o morte; modalità di dimissione; riscontro autoptico; dati ricovero diurno, diagnosi principale e secondarie di dimissione, identificativo di chirurgo e anestesista dell’intervento principale con check list della sala operatoria ma anche identificativi per gli interventi secondari; rilevazione del dolore; stadiazione condensata; PA, creatinina serica e frazione eiezione. Ogni SDO “costituisce parte integrante della cartella clinica, di cui assume le medesime valenze di carattere medico-legale”. Ogni 15 del mese regioni e province autonome devono inviare al Nuovo Sistema Informativo Sanitario del Ministero della Salute le sole info della sezione II, salvo integrazioni da spedire il 31 marzo dell’anno dopo. Alla spedizione, tutti i dati vanno distinti in due tracciati: informazioni anagrafiche e informazioni relative al ricovero. I dati sensibili vanno criptati applicando una procedura descritta nel disciplinare tecnico allegato al decreto. Dal 1° gennaio 2018 l’invio delle schede è condizione perché le regioni accedano al finanziamento integrativo a carico dello Stato.
Accanto a indicazioni sul corretto collegamento informatico con il Ministero e sui criteri d’autenticazione per chi, utente del sistema Nsis, tratta dati sensibili, nel disciplinare vi sono informazioni pratiche. Ogni cartella clinica deve avere un suo identificativo “stabile”, che non cambia se il paziente è spostato da un reparto all’altro, ma solo se muta il regime di ricovero: ad esempio, se da diurno passa ad ordinario o da acuto a lungodegenza. In caso di ricovero diurno, la cartella clinica, e la corrispondente SDO, devono raccogliere la storia e la documentazione del paziente relative all’intero ciclo di trattamento; ogni singolo accesso giornaliero del paziente è conteggiato come giornata di degenza e la data di dimissione corrisponde alla data dell’ultimo contatto con l’istituto di cura in cui si è svolto il ciclo assistenziale. (by Mauro Miserendino da Doctor33)

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Infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 ottobre 2014

infezioni ospedaliereSi chiamano ‘riammissioni’ e sono il fenomeno per il quale un paziente torna in ospedale entro 30 giorni dal primo ricovero. Rappresentano, insieme alla mortalità, uno dei parametri di efficienza di un reparto e di un nosocomio e in Italia interessa il tra il 9% (dati ISS) e il 15% (*) dei pazienti ricoverati, mentre la necessità di tornare in ospedale o in sala operatoria dopo la chirurgia coinvolge il 4% dei pazienti. Circa 16mila casi l’anno, le cui cause sono correlate all’intervento come emorragie, infezioni locali o sistemiche, interventi massivi o a cielo aperto, tempi di degenza troppo contratti, dovuti alla necessità di ottimizzare le spese.
“L’hanno chiamata ‘Sindrome da porta girevole’ e ne sono particolarmente a rischio gli anziani” spiega il Professor Francesco Corcione, Presidente Eletto della SIC a Congresso a Roma sino al 15 ottobre “un recente studio effettuato su 2milioni e 400mila pazienti americani da Keith Kocher dell’University of Michigan School of Medicine e pubblicato su Lancet ha riscontrato come quasi un paziente anziano su 5 torni al Pronto Soccorso dopo un intervento chirurgico: il 17,3% una volta e il 4,4% più volte nei 30 giorni successivi. L’analisi è stata effettuata su pazienti con più di 65 anni sottoposti ai sei interventi chirurgici più comuni negli Usa: angioplastica, bypass coronarico, aneurisma addominale, frattura di anca, neurochirurgia per la schiena e resezioni del colon per cause oncologiche operati nell’ambito del servizio Medicare che assiste gli over65 ”. “Diminuire questi numeri è possibile” prosegue il Professor Corcione “si è visto che il tasso di complicanze dopo un intervento alla colecisti eseguito in laparoscopia e quindi con tecniche mini-invasive è sceso dal 2,28% del 2010 al 1,52% nel 2012 (dati Programma Nazionale Esiti dell’Agenas 2013 che ha valutato gli indici di outcome di 1400 ospedali pubblici e privati). La chirurgia in questo senso conferma la sua eccellenza e l’alto livello di assistenza”.
Studi internazionali come quelli di Vashi (JAMA. 2013 Jan 23;309(4):364-71) e Jencks (N Engl J Med 2009; 360:1418-1428) hanno stimato un tasso medio di riammissioni tra il 12 e 18% (1 paziente su 6) con un costo di 7500 dollari a paziente che potrebbe essere evitato in una percentuale di casi che varia tra il 20 e il 40%. Come? Migliorando la qualità delle cure e soprattutto con una più efficace gestione della dimissione del paziente, con istruzioni più chiare e un dialogo con la medicina di territorio. La gestione della dimissione dal setting ospedaliero deve quindi essere ottimizzata per facilitare la presa in carico del malato da parte dell’assistenza territoriale, che a questo punto sostituirebbe l’ospedale nell’assumere il ruolo di riferimento principale per il paziente e i suoi eventuali (ulteriori) bisogni di cura. “Un paziente chirurgico è comunque più fragile, ha modificato le proprie abitudini, è stato allettato, ha ricevuto farmaci e altri medicamenti che possono alterare le condizioni fisiche e cognitive che aprono la strada ad una nuova patologia o a un malessere che non si esaurisce con la convalescenza e che necessita di ulteriori cure”.Sono stati identificati diversi fattori su cui intervenire: check list scrupolose, tecniche chirurgiche impeccabili e standardizzate, uso di strumenti avanzati in sala operatorie per il controllo delle complicanze, selezione dei pazienti da trattenere in Terapia Intensiva, tutto questo rende la chirurgia più sicura. Un importante studio pubblicato su Lancet (9847, 22 settembre 2012) sulla mortalità post-chirurgica per tutti gli interventi non cardiaci eseguito su un campione di 498 ospedali in 28 paesi europei, ha sottolineato come 1 o 2 giorni di degenza in Terapia Intensiva possano evitare ben il 43% dei decessi, ma l’utilizzo di questa struttura è talora condizionato dai livelli di spesa sanitaria delle singole realtà locali.Sempre meno invece le infezioni del sito chirurgico (ISC) tenute sotto controllo grazie alla accurata profilassi preoperatoria. A questo proposito durante il Congresso si terrà una relazione proprio sulla Negative Pressure Wound Therapy, un sistema per trattare le infezioni in siti potenzialmente contaminati o in pazienti particolare come quelli obesi.

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Miglior albergo del mondo per Expedia

Posted by fidest press agency su martedì, 4 maggio 2010

L’Expedia Insiders’ Select, giunto alla 4° edizione, ha stilato la classifica dei migliori alberghi di tutto il mondo. Sul podio Grecia (Creta), Sud Africa (Knysia) e Indianapolis (Usa), mentre l’unico albergo italiano tra i primi cento è in Puglia. Tra le 1.021 strutture alberghiere dell’area EMEA presenti nell’Expedia Insiders’ Select 2010, l’Italia è seconda solo alla Francia per numero di hotels. La nostra nazione però fa capolino nella classifica al 61° posto con il Risorgimento Resort di Lecce. Seguono il Grand Hotel Baglioni di Bologna ed il T Hotel di Cagliari.

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I costi delle infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2009

Ogni anno il rischio di acquisire tra i ricoverati in ospedale una infezione si aggira tra il 5 e l’8% della loro consistenza numerica annuale. Essa è direttamente responsabile di 4.500-7000 decessi annui. Se si pensa che il 30% di tali infezioni  è prevenibile, ne ricaveremmo che dei  450.000-700.000 soggetti che contraggono una infezione ospedaliera ne potremmo prevenire tra i 135 ed i 210 mila ed una contrazione dei decessi tra i 1350 ed i 2.100. A ciò si aggiungerebbe un minore impatto economico per i costi diretti della cura a carico del paziente, dei familiari e del servizio sanitario nazionale. Basti pensare che contraggono infezioni, durante la degenza ospedaliera media, e restano in ospedale un tempo 2,5 più lungo dei pazienti senza infezioni, il che equivale ad una degenza prolungata di 11 giorni per ogni caso. Tali pazienti generano costi 2,8 volte maggiori dei degenti senza infezioni e determinano una spesa stimabile intorno a 100 milioni di euro annui. Questi dati emergono da uno studio condotto da ‘Inf Nos 2’ con la collaborazione ed il finanziamento di GlaxoSmithKline e realizzato con la consulenza scientifica dell’ospedale Spallanzani di Roma. Ha coinvolto circa 300 reparti in 40 ospedali su tutto il territorio nazionale. Le infezioni più frequenti rilevate sono, nell’ordine, quelle del tratto urinario seguite dalle polmoniti. Quest’ultimo caso è spiegabile solo in considerazione del fatto che la popolazione ospedaliera, in particolare nei reparti di medicina, è sempre più anziana. Altre forme di infezione sono assegnabili ai cateteri vascolari, soprattutto in area critica e ai drenaggi aperti in area chirurgica. Un dato molto preoccupante è emerso dallo studio e riguarda l’uso improprio della terapia antibiotica. L’incidenza  indica un paziente su quattro.(fonte studio sermonti)

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