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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘osteoporosi’

L’osteoporosi è una malattia sociale costosa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 ottobre 2018

BRUXELLES. L’Osteoporosi, interessando oltre la metà della popolazione anziana over 80, rappresenta un’emergenza sia in termini di rilevanza sociale che di costi economico – sanitari. La European Society of Endocrinology coglie l’occasione del World Osteoporosis Day per incontrare le Autorità Europee e presentare una proposta di politiche sanitarie condivise che possa portare benefici su larga scala e migliorare sia la salute dei cittadini che i bilanci statali.“Le fratture da fragilità hanno un impatto economico importante, solo in Italia i costi diretti (ricoveri ospedalieri) ammontano a circa 9 miliardi di euro a cui va aggiunto 1 miliardo di spese indirette quali riabilitazione e perdita di giornate lavorative. Una situazione che ritroviamo anche negli altri stati dell’UE – dichiara il Prof. Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano e Presidente Eletto dell’European Society of Endocrinology – Il documento che presenteremo agli europarlamentari propone in tre punti alcune misure di pratica clinica cost-effective che hanno l’obiettivo di contenere questi costi e abbattere l’incidenza della patologia”.
Il documento preparato dall’ESE si articola in 3 punti:
Lotta all’ipovitaminosi D: la maggioranza della popolazione europea (soprattutto del sud Europa) presenta carenza di vitamina D, l’ormone che sintetizzato dalla cute tramite l’esposizione solare, è fondamentale per la mineralizzazione delle ossa. Quando si verifica un deficit di vitamina D è necessario procedere con la supplementazione farmacologica di colecalciferolo. Diagnosi precoce delle fratture vertebrali: spesso misconosciute, caratterizzate da una sintomatologia dolorosa aspecifica o assente e pertanto diagnosticate tardivamente, le fratture vertebrali rappresentano un importante fattore di rischio per ulteriori fratture sia della colonna vertebrale che di femore. Accanto alla prevenzione primaria e secondaria è fondamentale promuovere una cultura della prevenzione terziaria e della tempestività diagnostica in cui l’individuazione tramite morfometria dei soggetti portatori di fratture vertebrali diventi il cardine di una politica che riduca sia il rischio di eventi polifratturativi che l’aumento dei costi diretti ed indiretti.
Accesso e aderenza alle terapie: recenti studi hanno dimostrato che più del 50% delle donne con osteoporosi non inizia il trattamento farmacologico anti-osteoporotico e che solo una piccola percentuale di quelle poste sotto il trattamento, prosegua la terapia oltre 1 anno. È fondamentale, secondo l’ESE, avviare politiche informative dedicate sia alla classe medica che alla popolazione generale per favorire da un lato l’appropriato accesso alle cure e dall’altro la cultura dell’aderenza alla terapia. “Gli endocrinologi europei auspicano che questa agenda di intervento possa trovare il più ampio consenso tra le Istituzioni e si dichiara disponibile ad individuare concretamente gli strumenti più efficaci per implementare gli interventi sulle criticità segnalate, impegnandosi a verificarne sia la messa in opera che l’efficacia da qui a 12 mesi” conclude Giustina.

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Ecco le fakenews sull’osteoporosi che è ricorrente sul web

Posted by fidest press agency su sabato, 9 giugno 2018

L’osteoporosi è una condizione naturale legata all’invecchiamento. Ancora troppo spesso si tende a considerare l’osteoporosi come una conseguenza fisiologica dovuta all’invecchiamento, sottovalutando la presenza di fattori di rischio, come ad esempio la familiarità o precedenti fratture da fragilità ossea, che devono essere considerate campanelli d’allarme, oppure un sensibile calo staturale o la presenza di dolore lieve o moderato ma continuo a carico della colonna vertebrale che può presentarsi dopo essere stati in piedi a lungo. Anche la menopausa precoce (prima dei 45 anni) è un fattore da prendere in considerazione perché costituisce un elemento di rischio per fragilità ossea anche in donne molto più giovani rispetto ad un’ipotetica signora anziana con il dorso curvo e con dolore a cui, invece, tendiamo subito a pensare. «Nei nostri ambulatori, spesso ci confrontiamo con pazienti anche giovani che arrivano già in condizioni abbastanza critiche, ossia con una o più fratture, talora del tutto asintomatiche, come quelle vertebrali – precisa la dott.ssa Resmini –. Comprensibilmente, il principale timore di queste pazienti, a fronte di un’aspettativa di vita di altri 30-40 anni, è la perdita parziale o totale dell’autonomia nello svolgere le comuni attività della vita quotidiana».
Osteoporosi e Artrosi sono la stessa cosa. Attenzione: artrosi e osteoporosi non sono assolutamente la stessa cosa. La prima è una malattia degenerativa cronica che colpisce le articolazioni (es: anca, ginocchio, spalla) e che può arrivare a causare una grave limitazione funzionale dolorosa dell’articolazione colpita. L’osteoporosi, invece, è una patologia ossea che colpisce l’intero scheletro. «A differenza dell’artrosi, l’osteoporosi, caratterizzata da una bassa densità minerale ossea e da un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo, può dar luogo a una o più fratture, come quella del collo del femore o delle vertebre – dichiara il dott. Alfredo Nardi ortopedico e membro del board “Stop alle Fratture” – che possono verificarsi anche per un minimo sforzo, come, ad esempio, il sollevare la borsa della spesa o, in alcuni casi, anche spontaneamente senza alcun trauma. Spesso il primo campanello d’allarme è una frattura vertebrale, che viene confusa con il solito mal di schiena, mentre, in realtà, non è altro che l’inizio della cosiddetta “cascata fratturativa”. Il 20% dei pazienti, infatti, riporta una seconda frattura vertebrale entro i primi 12 mesi raddoppiando anche il rischio di frattura del femore».
L’osteoporosi è una malattia femminile. L’osteoporosi maschile è stato, finora, un problema medico troppo spesso trascurato, dagli specialisti e dai pazienti uomini, che spesso inconsapevolmente vanno incontro a fratture da fragilità con una frequenza che è circa la metà di quella delle coetanee femmine. «Ma se l’incidenza è più bassa – precisa la dott.ssa Silvia Migliaccio, specialista di Endocrinologia e Malattie Metaboliche presso l’Università Foro Italico di Roma e membro del board “Stop alle Fratture” – i danni conseguenti alle fratture da fragilità che si verificano nell’uomo sono molto più gravi: la disabilità è più frequente e il rischio di morire entro un anno dalla frattura femorale è addirittura raddoppiato».
Il latte fa male perché ‘mangia le ossa’ e fa aumentare il colesterolo.
Negli ultimi anni è iniziata una campagna di disinformazione sul latte volta a convincere le persone come questo alimento sia pericoloso o inutile. In realtà, se non in presenza di intolleranza e/o allergia al lattosio, il latte è un alimento raccomandato che garantisce la necessaria assunzione di calcio ed aiuta a mantenere le ossa in salute. «Il calcio è un minerale fondamentale per la salute delle ossa – spiega a questo proposito la dott.ssa Migliaccio – e grazie all’alimentazione quotidiana è possibile raggiungere i livelli raccomandati dagli esperti, che in l’Italia per la popolazione adulta, si attestano ad un grammo al giorno[3]. Latte e latticini rappresentano la miglior fonte di calcio sia per quantità che per la bio-disponibilità del minerale, che viene ad essere prontamente disponibile per l’organismo. Il calcio, inoltre, non è contenuto nella parte grassa del latte, ma lo si trova disciolto nell’acqua. È quindi possibile assumere calcio anche da latte parzialmente scremato o totalmente scremato, riducendo notevolmente l’assunzione di grassi e il rischio di aumentare il colesterolo».
Basta il sole per la vitamina D: d’estate è inutile continuare ad assumerla. La vitamina D svolge un ruolo fondamentale per la salute delle ossa e non solo… E’ vero che soprattutto l’esposizione della cute al sole consente al nostro organismo di produrla, ma è anche vero che o per scarsa esposizione o per fattori legati al tipo di pelle questo potrebbe risultare non sufficiente, in particolare per chi soffre di osteoporosi e fragilità ossea. «La vitamina D – spiega ancora Silvia Migliaccio – è l’unica vitamina sintetizzabile autonomamente dal corpo attraverso l’esposizione solare e, solo in minima parte, con l’alimentazione. Oggi, si stima che almeno il 70% della popolazione sia in carenza di vitamina D, con una prevalenza nelle donne. Proprio l’ipovitaminosi D si associa ad un malassorbimento di calcio e, pertanto, ad un depauperamento progressivo di questo minerale dal nostro scheletro: importante fattore di rischio per l’osteoporosi e per le fratture. Per questo motivo, soprattutto in chi ha l’osteoporosi ed è carente di vitamina D non deve mai sospendere la supplementazione».
Ho avuto una frattura di femore e sono stata operata: adesso, quindi, sono guarita.
Assolutamente no. La frattura di femore non è altro che la manifestazione clinica della fragilità ossea che ne è stata la causa. L’intervento chirurgico stabilizza la frattura ma non cura la malattia dello scheletro. Quindi, come in tutte le fratture da fragilità, è necessario instaurare precocemente l’idonea terapia farmacologica per ridurre il rischio di nuove fratture. «Particolare preoccupazione ha generato il dato, pubblicato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) – precisa in proposito il dott. Nardi – secondo il quale circa il 70% dei pazienti fratturati di femore e sottoposti ad intervento chirurgico non viene successivamente avviato al trattamento farmacologico. Oggi, come si può evincere anche dalla nuova Nota 79, si definisce “ad alto rischio” di osteoporosi severa, quindi di ri-frattura, anche chi ha una sola frattura e, quindi, il diritto ad essere avviato ad un corretto trattamento».

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Osteoporosi e fragilità ossea

Posted by fidest press agency su sabato, 9 giugno 2018

Sempre più spesso le tematiche della salute sono, oggi, oggetto di fake news, ovvero informazioni, per lo più veicolate dal web, che raccontano falsità su patologie, diagnosi, terapie, farmaci, effetti collaterali e quant’altro. Un trend dal quale non sfugge neppure l’osteoporosi che, pur essendo una delle patologie più diffuse nel mondo (in Italia colpisce oltre 4 milioni di donne e 1 milione di uomini ed è responsabile, ogni anno, di oltre 90.000 fratture del femore da fragilità ossea, complicanza assai temibile), resta ancora largamente misconosciuta e sottovalutata.
In occasione del rilancio della Campagna “Stop alle Fratture”, è stata effettuata un’analisi delle ricerche online su argomenti riconducibili a osteoporosi e fragilità ossea che ha restituito una fotografia esaustiva delle principali fake news su questa patologia, che vengono, però, smentite dagli esperti del suo board scientifico.«Se parliamo di osteoporosi – dichiara la dott.ssa Giuseppina Resmini, Responsabile del Centro per lo Studio dell’Osteoporosi e delle Malattie Metaboliche dell’Osso, ASST Bergamo Ovest e membro del board di “Stop alle Fratture” – dobbiamo rilevare come la maggior parte delle donne italiane, con età compresa tra i 50 e i 79 anni, non sia consapevole di essere a rischio di osteoporosi, cioè di poter incorrere nelle fratture da fragilità ossea (soprattutto del femore, delle vertebre, del polso e dell’omero) che sono la diretta conseguenza della severità di questa patologia[1]. Il primo elemento da rilevare pertanto è come, proprio da questa sottovalutazione, nasca la diffusione delle principali inesattezze che riguardano sia la conoscenza della patologia osteoporotica, che dei suoi principali fattori di rischio. Anche nel nostro caso, quindi, l’accesso, sul web, a una moltitudine di informazioni di natura sanitaria, rischia di spingere le persone verso l’autodiagnosi e, peggio ancora, verso cure ‘fai-da-te’, con il rischio di ritardare la visita con uno specialista delle malattie metaboliche dell’osso, in uno dei Centri specializzati per il trattamento dell’Osteoporosi su tutto il territorio nazionale».Dal 2011, gli esperti della Campagna ‘Stop alle Fratture’ sono impegnati perché tutti i target a rischio si informino correttamente sull’osteoporosi e, in particolare, la sua forma severa, chiamata fragilità ossea e agiscano tempestivamente in modo da proteggere il proprio benessere. E questo attraverso, non solo il sito web http://www.stopallefratture.it, ma anche tramite la pagina Facebook dedicata alla Campagna (https://www.facebook.com/StopalleFratture/), che vanta una fan base di oltre 35.000 utenti (dati maggio 2018).Da oggi è disponibile al link http://www.stopallefratture.it/materiali-informativi-osteoporosi.aspx un nuovo leaflet con consigli e informazioni per il corretto follow up delle pazienti che hanno subito un intervento a seguito di una frattura di femore.

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Farmaci geroprotettori: dalla cataratta all’osteoporosi ecco quelli cruciali per il futuro

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 febbraio 2018

Più di 200 composti classificati come “geroprotettori” potrebbero essere in grado di ritardare l’insorgenza di molte malattie legate all’età e di aumentare la resilienza negli anziani, secondo quanto afferma un articolo pubblicato su Nature. «Con il 22% della popolazione mondiale che sarà composta da persone di età superiore a 60 anni entro il 2050, tali medicinali potrebbero essere cruciali nell’aiutare ad arginare una crisi incombente di assistenza sanitaria» dice Ilaria Bellantuono, della University of Sheffield, prima autrice del documento.
La ricerca effettuata nei topi negli ultimi anni suggerisce che farmaci come la rapamicina, la metformina o i senolitici possano rallentare lo sviluppo di cataratta, osteoartrosi, osteoporosi e la perdita di massa muscolare, e siano in grado di migliorare la funzione cardiaca. Perché questi farmaci possano ottenere un riconoscimento dalle autorità ed essere utilizzati nelle persone, però, gli autori individuano tre grandi passi che devono essere fatti dalla comunità scientifica nel suo insieme.Il primo riguarda la troppa diversità di significati di termini chiave. Per esempio, alcuni ricercatori usano il termine multimorbilità per descrivere la co-presenza di due malattie, alcuni di cinque, altre di tredici, e così via. Questo rende particolarmente difficile confrontare gli studi e stabilire quali patologie abbiano maggiore possibilità di verificarsi insieme. Nell’articolo si propone di valutare quali siano le cinque o dieci malattie più onerose negli anziani, quale di queste sia più probabile riscontrare in associazione, i tempi di sviluppo di ogni malattia rispetto alle altre nel gruppo, e i percorsi associati alla loro patogenesi comune.
Non c’è consenso neppure sulla definizione di fragilità, né ci sono valutazioni standardizzate della stessa, anche se i clinici e i ricercatori sono generalmente d’accordo sulla sua utilità come termine clinico. Per definirla, infatti, alcuni si basano su caratteristiche tra cui debolezza, lentezza, bassi livelli di attività fisica, esaurimento auto-riferito perdita di peso e non intenzionale, mentre un approccio più quantitativo tenta di valutare l’accumulo di deficit, come la perdita dell’udito e la demenza, per costituire un “indice di fragilità”. Il secondo problema da risolvere è che, attualmente, per risparmiare tempo e denaro, gli scienziati usano topi giovani per sviluppare modelli delle malattie delle persone anziane. In questo modo, tuttavia, gli effetti dell’invecchiamento cellulare sulla progressione della malattia raramente vengono presi in considerazione. Qualcosa in questo senso già si muove, con la proposta di modelli di multimorbilità che utilizzano determinati ceppi in cui il processo di invecchiamento è accelerato, come topi con delezione di un gene che si occupa della riparazione del danno al DNA.
Il terzo punto visto come problematico riguarda la scelta dei fattori da misurare quando si valutano gli effetti dei medicinali negli studi, con gli autori che sottolineano quanto possa essere utile dare la priorità a quelli che segnalano un beneficio tangibile per i pazienti, perché questo faciliterà l’approvazione richiesta per testare i geroprotettori in un contesto clinico. Per esempio, misurare l’abilità di una persona a camminare per 400 metri è preferibile alla misurazione della massa muscolare, e verrà meglio accettato come obiettivo dalle autorità regolatorie. Nature 2018. Doi: 10.1038/d41586-018-01668-0 (fonte: doctor33)

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Osteoporosi, dai farmaci biologici possibili opportunità per le terapie sequenziali

Posted by fidest press agency su martedì, 18 aprile 2017

osteoporosiDi recente è stato pubblicato uno studio di fase 3, condotto su 7180 donne in menopausa, con T-score femorale compreso fra – 2.5 e – 3.5, randomizzate a ricevere per 12 mesi 210 mg/mese di romosozumab sc o placebo. Al termine di questo periodo tutte le donne sono state messe in trattamento, per un altro anno, con denosumab, alla dose standard di 60 mg sc ogni 6 mesi. L’endpoint primario dello studio era l’incidenza di nuove fratture vertebrali a 12 e 24 mesi. Nel gruppo romosozumab/denosumab sono stati osservati un caso di frattura atipica del femore (AFF) e due casi di osteonecrosi della mandibola (ONJ).
«Romosozumab» ricorda Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, AOU S. Maria della Misericordia, Udine «è un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro sclerostina, una glicoproteina secreta dagli osteociti, che ha un ruolo fondamentale come inibitore dell’attività osteoblastica.» Negli studi di fase 1 e 2 (Padhi D, et al. J Bone Miner Res, 2011; McClung MR, e al. N Engl J Med, 2014) ha aumentato la BMD in misura maggiore rispetto a tutti gli altri farmaci per la cura dell’osteoporosi, ha ridotto il riassorbimento osseo e stimolato potentemente l’osteoformazione.
I risultati dello studio citato di fase 3 sono commentati in un editoriale , in cui gli autori evidenziano come i bifosfonati, asse terapeutico portante di questa malattia, sono sempre meno utilizzati sia per il problema dell’aderenza dei pazienti alla terapia per os sia per la diffusa preoccupazione per le complicanze associate al loro uso. Le AFF e l’ONJ sono eventi molto rari e, specie per le prime, non vi è ancora certezza sulla reale incidenza e la patogenesi. I due casi di ONJ, descritti nello studio di Cosman et al. si sono verificati in due pazienti del gruppo romosozumab/denosumab con problemi particolari: il primo, portatore di una protesi mobile non adeguatamente dimensionata alle arcate dentarie, ha presentato l’ONJ a distanza di 12 mesi dall’inizio del romosozumab e il secondo, dopo la prima dose di denosumab, è stato sottoposto a un’estrazione dentaria, che ha provocato osteomielite e la conseguente ONJ. Il caso di AFF, sempre nel gruppo romosozumab/denosumab, è avvenuto 3.5 mesi dopo la prima iniezione di denosumab in un paziente che riferiva sintomi dolorosi prodromici già prima dell’arruolamento. «Per tutti e tre gli eventi avversi, l’unica spiegazione fornita è stata la presenza di fattori predisponenti che hanno agito da “confondenti”» osserva Vescini.
Al contrario Rosen e Ingelfinger offrono una spiegazione più articolata. Se un caso di ONJ, infatti, può essere attribuito alla somministrazione di denosumab (complicanza già descritta con questo farmaco), l’altra ONJ e la AFF sono da correlare con l’assunzione di romosozumab.
«Riguardo l’incidenza delle fratture, c’era una grande aspettativa sui risultati di uno studio che, per la prima volta, prevedeva una terapia sequenziale con due farmaci dall’azione opposta: il primo (romosozumab) bloccante la sclerostina e la sua azione inibitoria sull’osteoformazione e il secondo (denosumab) in grado di ridurre l’osteoclastogenesi e, di conseguenza, il riassorbimento osseo» sottolinea Vescini. Da un lato, l’incremento della BMD lombare, ottenuto in un solo anno di terapia con romosozumab (+ 13%), insieme alla significativa riduzione delle fratture vertebrali (-73%) è senza dubbio un ottimo risultato; invece, l’assenza di un effetto significativo sull’incidenza delle fratture non-vertebrali rappresenta un dato inatteso e deludente. Per gli autori, esistono almeno tre possibili interpretazioni: un solo anno di terapia con romosozumab è un tempo troppo breve per ottenere un risultato significativo; il rischio di frattura della popolazione arruolata da Cosman et al. potrebbe essere inferiore a quello delle coorti degli altri studi; potrebbero esserci importanti variazioni geografiche. Rosen e Ingelfinger, più cauti rispetto a Cosman et al. sottolineano che «le terapie sequenziali per l’osteoporosi sono una realtà importante del futuro ma che, allo stato attuale, sono necessari ulteriori studi per approfondire tutti gli aspetti di questa nuova tipologia di trattamento» conclude Vescini. (fonte: doctor33) (foto: osteoporosi)

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Ricerca: la ricetta anti-osteoporosi? Si studia nello Spazio

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 ottobre 2016

università campuss bio-medico di RomaCi sarà anche il sangue del prof. Mauro Maccarrone, Ordinario di Biochimica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, sulla navicella spaziale che decollerà dagli Stati Uniti d’America il prossimo maggio in direzione della Stazione Spaziale Internazionale: una speciale macchina dotata di otto contenitori con i suoi campioni ematici, vari composti e tutta la tecnologia necessaria per capire come la micro-gravità modifica le caratteristiche delle cellule ossee umane partirà, infatti, dal John F. Kennedy Space Center della NASA a Cape Canaveral, in Florida, insieme con la missione spaziale Expedition 52-53.
Del viaggio farà parte, per la terza volta, anche l’astronauta italiano, del corpo astronauti dell’ESA, Paolo Nespoli. E sarà, probabilmente, proprio lui a dare avvio alla procedura di attivazione dei micro-pistoni e dei cilindri dell’apparecchiatura, che inietteranno – con un processo automatico a tempi pre-programmati a Terra dai ricercatori – vari composti nel sangue presente nei contenitori. Questi ultimi sono lunghi ciascuno 10 centimetri, larghi 4 e profondi 5. Al termine, il tutto sarà ‘congelato’ sottozero, affinché le istantanee che fotografano le modificazioni subite dalle cellule ematiche al trascorrere delle settimane nello Spazio possano essere osservate e analizzate a Terra dagli scienziati, mostrando loro il progredire nel tempo degli effetti della micro-gravità sulle cellule del sangue. Obiettivo: trovare conferme sull’origine dell’osteoporosi così da poterla curare e, soprattutto, prevenire.
Il progetto SERISM, lanciato alcuni mesi fa con un kick-off meeting presso la sede dell’Agenzia osteoporosiSpaziale Italiana (ASI), vede tra i partner coinvolti anche l’Università di Tor Vergata e quella di Teramo, oltre a NASA ed ESA. Come spiega il prof. Maccarrone, principal investigator di SERISM,“scopo primario dell’esperimento è quello di affrontare in modo innovativo il problema dell’indebolimento dell’apparato scheletrico umano”. Una questione che tocca innanzitutto gli astronauti. Le cui ossa – com’è noto – dopo alcuni mesi in micro-gravità nello Spazio perdono in modo importante densità ossea. “Con queste sperimentazioni – spiega il docente – capiremo se è possibile velocizzare il ripristino delle loro condizioni di massa ossea normale attraverso il prelievo, prima che partano, di cellule staminali presenti nel loro sangue che sono poi capaci di evolvere in cellule ossee, come abbiamo dimostrato in passato”. Se tutto funzionerà, diventerà possibile ripristinare la corretta densità ossea umana non più grazie a una terapia o a una medicina. “Basterà – spiega Maccarrone – dare ad alcune cellule staminali ematiche degli astronauti gli stimoli giusti per trasformarsi in osteociti, prendendo il loro sangue e attivandolo perché si differenzi, per poi reimmetterlo nel loro circolo”.
La ricerca, negli obiettivi del progetto, non sarà però limitata agli astronauti, ma punterà anche a trovare nuove possibilità per combattere l’osteoporosi: quel processo che, in parte per la diminuzione degli stimoli del movimento degli arti, in parte per problemi nel funzionamento di particolari molecole regolatrici, chiamate endocannabinoidi, genera dopo i 50 anni la cosiddetta osteopenia, cioè la carenza di ‘materiale’ osseo nell’apparato scheletrico. “La seconda parte del progetto – chiarisce Maccarrone – verificherà se siamo riusciti a individuare alcuni ‘segnali’ responsabili del processo d’indebolimento osseo, i cosiddetti endocannabinoidi. Si tratta di sostanze molto accreditate in tal senso nel mondo della ricerca. Per questo abbiamo pensato di sfruttarli nello Spazio per comprendere meglio il meccanismo dell’osteoporosi”.
Gli endocannabinoidi sono molecole simili agli ormoni, che vanno ad agire su particolari recettori. Uno di questi, chiamato ‘CB2’ (recettore cannabico di tipo 2) è stato proposto, in un recente studio pubblicato su Nature Medicine, come elemento fondamentale per modulare l’omeostasi ossea, ovvero il rimodellamento dell’osso. La sua carenza, quindi, potrebbe essere una causa importante di osteoporosi. “Gli endocannabinoidi – aggiunge Maccarrone – agiscono come dei ‘segnalatori’ di un cambiamento: controllano il metabolismo osseo. Se, quindi, si è in grado di recepire modificazioni in questi segnali, sarà possibile verificare che il recettore CB2 è alterato e siamo, perciò, all’inizio di un’osteopenia”. “Quello che è noto ai ricercatori – spiega ancora Maccarrone – è che dove c’è osteoporosi il recettore CB2 si mostra carente: abbiamo già dati sperimentali secondo i quali, se lo blocchiamo, le trabecole ossee (le tipiche strutture di cui è costituito l’osso) risultano bucate come un groviera”.Imparare a utilizzare i ’segnali’ di queste molecole, dunque, potrebbe fornire alla Medicina nuove vie per prevenire o curare la carenza di ‘materiale’ osseo tipica dell’osteoporosi. Non solo per gli astronauti, ma anche, magari, per i 200 milioni di persone (dati: Lega Italiana Osteoporosi) che, sulla Terra, sono affetti da questa ‘non-malattia’. Che, pure, solo in USA ed Europa, è all’origine ogni anno di circa 2,3 milioni di fratture.

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Osteoporosi: combatterla con l’alimentazione

Posted by fidest press agency su martedì, 18 ottobre 2016

osteoporosiMantova. L’osteoporosi può essere contrastata da una alimentazione ricca di calcio, quindi principalmente con consumi di latte e formaggi come il Grana Padano, ma anche di piccoli pesci mangiati con la lisca, cicoria, rape, broccoli, legumi, acqua calcarea del rubinetto, acque effervescenti naturali in bottiglia.Sul rapporto tra alimentazione e osteoporosi si è parlato nel corso del convegno scientifico “Prevenzione, diagnosi e terapia dell’osteoporosi – Un modello di gestione integrata ospedale-territorio”, tenutosi a Mantova nell’Aula Magna dell’Università di Mantova.Il convegno è stato organizzato, in occasione della Giornata mondiale dell’Osteoporosi, dal Dott. Lorenzo Ventura, che negli anni passati ha operato a lungo nell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, dal Dott. Gherardo Mazziotti (Ospedale Carlo Poma di Mantova) e dal Prof. Andrea Giustina (Università di Brescia).
L’osteoporosi, come è noto, è una malattia cronica che vede lo scheletro soggetto a perdita di massa ossea caratterizzata dal punto di vista clinico da fratture da fragilità, da elevata disabilità e mortalità e da rilevanti ripercussioni sul piano socio-economico. Il convegno ha toccato a 360 gradi tutte le tematiche relative all’osteoporosi e, tra queste, quelle relative all’alimentazione migliore per contrastarla.Tra i relatori la dott.ssa Maria Letizia Petroni, Presidente sezione Lombardia della Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), che ha detto nel corso del suo intervento:“In qualsiasi momento della vita è possibile prevenire o migliorare la densità ossea attraverso l’alimentazione. Il nutriente più importante è’ rappresentato dal calcio per il cui assorbimento intestinale e deposito nel tessuto osseo è necessaria la vitamina D. La pianura padana è un luogo privilegiato da questo punto di vista in quanto terra di produzione di un alimento funzionale per la salute dell’osso, il Grana Padano. Per coprire la metà del fabbisogno di calcio di un adolescente e il 60%di quello di una persona senior è sufficiente l’aggiunta di due cucchiai al giorno di grattugiato a primi piatti o verdure e di tre porzioni da 50 grammi alla settimana come secondo piatto, questo alimento è’ adatto anche per persone con colesterolo alto ed intolleranza al lattosio.”
“Per ottimizzare la salute ossea all’alimentazione va associata anche attività fisica in carico – ha sottolineato la dott.ssa Petroni – come le camminate all’aria aperta che aiutano anche la produzione di vitamina D nella pelle grazie all’esposizione al sole. Spesso tuttavia, soprattutto nei mesi invernali e specie per gli anziani, è opportuno assumere anche supplementi di vitamina D prescritti dal medico, che aiutano osso e muscoli riducendo anche il rischio di cadute”.

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In Veneto diminuiscono le fratture di femore da osteoporosi

Posted by fidest press agency su domenica, 7 agosto 2016

osteoporosiLa buona notizia è in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “European Journal of Internal Medicine” in cui si ipotizza che tale riduzione sia dovuta a politiche sanitarie locali di grande efficacia. La ricerca, condotta da membri della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) e coordinata dal professor Sandro Giannini dell’Università di Padova, è stata svolta sulla popolazione ultrasessantacinquenne residente in Veneto. L’analisi dei dati ha rivelato che, mentre la fragilità ossea va di pari passo con l’avanzare degli anni e sarebbe ovvio aspettarsi un incremento delle fratture di femore, ci possono essere inversioni di tendenza. Secondo gli ultimi dati, in 10 anni il numero assoluto di fratture di femore in Italia è cresciuto rispettivamente del 27% e del 36% nel sesso femminile e in quello maschile. Il numero assoluto è cresciuto anche in Veneto, ma la ricerca coordinata dal professor Giannini dimostra che il tasso di incremento è decisamente più basso e, durante il periodo in studio, le ospedalizzazioni per frattura di femore sono diminuite.
Gli autori dello studio ipotizzano che l’elemento alla base della diminuzione delle fratture sia l’adozione di politiche sanitarie specifiche per la gestione dell’osteoporosi. Nel caso specifico, il Sistema Sanitario del Veneto ha implementato interventi mirati a migliorare gli standard di cura dei pazienti affetti da osteoporosi. Tra queste azioni, le più importanti sono: l’istituzione di due Centri Regionali per l’Osteoporosi con compiti clinici, epidemiologici e di indirizzo sanitario; la somministrazione della vitamina D a tutti gli over 70 per scoraggiare l’osteoporosi che negli over 65 è causa del 95% delle fratture di femore; interventi volti a promuovere l’appropriatezza terapeutica. “I risultati dello studio ci fanno essere ottimisti – spiega il professor Giannini -, confermando che il mix di azioni di sensibilizzazione della popolazione, prevenzione delle cure e corrette politiche sanitarie sia un successo che migliora gli standard di vita della popolazione anziana e razionalizza la spesa sanitaria. Certamente serviranno dati nuovi e più completi per individuare meglio l’origine dei nostri risultati, che essendo molto diversi dai dati nazionali, non possono che dipendere da fattori non demografici locali”.“Finora in Italia non sono stati fatti molti progressi nell’approccio alla terapia dell’osteoporosi e delle fratture da fragilità – aggiunge il professor Claudio Marcocci, presidente della SIOMMMS -; i casi di USA, Canada, Danimarca, Spagna e Germania, dove si è assistito a una riduzione progressiva del numero di fratture, sono per noi un esempio da imitare. Ci fa piacere avere esempi di best practice anche in Italia, dove la SIOMMMS si sta impegnando perché tutti gli attori coinvolti portino un contributo verso una sanità più vicina alle esigenze dei pazienti, più efficiente in termini di costo ed economicamente più sostenibile nel lungo periodo”.In Italia, circa un quarto della popolazione è over 65; nel 2050, la percentuale di anziani salirà a oltre il 35%. Oltre 5 milioni di persone sono affette da osteoporosi nella penisola e circa 2 milioni di anziani non sono autonomi perché affetti da disabilità, spesso provocata da fratture. Gli ultimi dati nazionali parlano di oltre 90mila ultrasessantacinquennienni ospedalizzati per frattura di femore nel nostro Paese, con un costo a carico del SSN di oltre 1,2milioni. L’aumento atteso del numero di femori rotti nel mondo è drammatico: saranno 6,3 milioni nel 2050, con una spesa di gestione di circa 500 milioni di euro.

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Osteoporosi: Stop alle fratture

Posted by fidest press agency su domenica, 3 luglio 2016

osteoporosiUn’emergenza sanitaria, è così che l’OMS definisce l’osteoporosi, per il numero di persone che colpisce oggi e che, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, colpirà nei prossimi anni. Basti pensare che, in Italia, ne sono affette 3.500.000 donne e 1.000.000 uomini, con 250.000 fratture all’anno dovute alla patologia, di cui 80.000 dell’anca e 70.000 del femore[1]. Dati allarmanti secondo gli esperti di Stop alle Fratture, anche alla luce di una scarsa aderenza alla terapia che porta ad un aumento del rischio di rifrattura.L’osteoporosi è una patologia cronica degenerativa che causa un progressivo e cronico indebolimento delle ossa e che, nella sua forma più grave, chiamata Fragilità Ossea, può portare fino alla frattura, anche in assenza di traumi che la giustifichino. Spesso, la patologia rimane silente fino a questo evento traumatico che necessita di un intervento chirurgico. Successivamente, per evitare che si verifichi un’ulteriore frattura, è però fondamentale avviare un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) corretto. Questa è la fase più critica, perché è necessario che la paziente aderisca allo schema terapeutico prescritto dal proprio medico per rafforzare le ossa, nei dosaggi e per il tempo stabilito, pena il suo mancato effetto e quindi, un aumentato rischio di una nuova frattura. “L’aderenza alla terapia – spiega il Prof. Umberto Tarantino, Direttore U.O.C. di ortopedia e Traumatologia, Policlinico Tor Vergata di Roma, e Presidente del Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa (GISOOS) – è un fattore determinante per garantire che il farmaco prescritto abbia effetto. E’ dimostrato, infatti, che la sospensione prima del tempo, piuttosto che la mancata assunzione del farmaco, mina la sua efficacia. Purtroppo, oggi, ad un anno dalla prima frattura, solo il 50% dei pazienti aderisce alle cure prescritte per l’osteoporosi e la fragilità ossea. Una delle soluzioni che si sono rivelate più efficaci per garantire che ciò non avvenga è la corretta ed esaustiva informazione alle pazienti. Per questo motivo, anche in Italia, ci stiamo impegnando molto per promuovere, oltre alle Fragility Fracture Unit, che include tutti gli specialisti dedicati alla gestione della patologia osteoporotica, anche il Fracture Liaison Service, che tenga sotto controllo l’aderenza alla terapia da parte del paziente.” Le motivazioni che portano ad una mancata aderenza alla terapie sono molteplici. “Nella pratica clinica abbiamo identificato quattro ragioni che determinano la non aderenza alla terapia – afferma il prof. Giancarlo Isaia, Direttore della Struttura Complessa ‘Geriatria e Malattie metaboliche dell’osso’ dell’A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino e Past President della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) –. La prima è una mancata percezione, da parte della paziente, del beneficio della terapia nel breve periodo. La seconda è che la paziente è spesso anziana e assume più farmaci, che sono sentiti come maggiormente necessari o con benefici più immediati. La terza è l’influenza di familiari o amici, che tendono a minimizzarne l’importanza. La quarta è una mancata cultura da parte della classe medica, che vede queste terapie come poco utili, mentre sono fondamentali. Come si può intendere dalla molteplicità di questi fattori e delle figure coinvolte, è importante educare ognuno di loro, a partire da specialisti e Medici di Medicina Generale, per ottenere una buona aderenza alla terapia e, quindi, diminuire il numero di fratture”. L’importanza dell’aderenza alla terapia viene dimostrata dall’impegno di tutte le Società Scientifiche che si occupano della salute dell’osso. Tra queste, proprio GISOOS e SIOMMMS. GISOOS, con il IV Congresso “Osteoporosi Severa. Nuove Acquisizioni per l’Appropriatezza Diagnostico Terapeutica”, che si tiene dal 30 giugno al 2 luglio a Palermo. SIOMMMS, con la fondazione della Commissione Intersocietaria dell’Osteoporosi, che riunisce sette Società Scientifiche Italiane con l’obiettivo di superare le numerose criticità presenti a livello Nazionale nella gestione dell’Osteoporosi.

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Maggio: mese mondiale dell’osteoporosi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 Mag 2016

osteoporosiBrescia. Il GIOSEG, gruppo di studio italiano che si dedica allo studio delle cause endocrinologiche dell’osteoporosi, aderisce alla dichiarazione congiunta dell’American Society for Bone and Mineral Research, la National Osteoporosis Foundation e la National Bone Health Alliance, la CALL FOR ACTION delle più importanti istituzioni scientifiche americane unite nell’invito a una maggiore attenzione alla prevenzione dell’osteoporosi.“La diagnosi di osteoporosi spesso viene fatta in occasione della prima frattura e questo significa aver perso il treno della prevenzione” dichiara il Professor Andrea Giustina, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Brescia e Presidente del GIOSEG “secondo un recente studio dal titolo Imminent Risk of Major Osteoporotic Fracture After Fracture presentato al World Congress on Osteoporosis, Osteoarthritis and Musculoskeletal Diseases che si è tenuto ad aprile a Malaga: dopo la prima frattura il rischio di un secondo evento TRIPLICA entro un anno e raddoppia ulteriormente nel decennio successivo. Dati attendibili, derivati dal monitoraggio di oltre 118mila soggetti nati tra il 1907 e il 1935 che avevano partecipato al Reykjavik Study per i quali è stato calcolato il tasso di frattura su tutte le fratture occorse dal momento dell’arruolamento nello studio sino al 2012. Si è visto quindi che l’osteoporosi è ancora sottovalutata in entrambi i sessi e sottotrattata, eppure rappresenta una EMERGENZA di salute pubblica che si trova a fare i conti con una popolazione sempre più anziana che dopo il primo evento fratturativo si avvia ad un destino di non autosufficienza e spesso morte”.
E’ particolarmente importante il dato emerso dalla ricerca che evidenzia come dopo la prima frattura solo il 26% dei pazienti venga sottoposto ad una terapia. Troppo pochi. L’analisi ha rivelato che 5039 pazienti avevano avuto una MOF (frattura da osteoporosi) e di questi 1919 ne avevano subito una seconda. Ma soprattutto che dopo il primo episodio il rischio è aumentato del 4% per ogni anno di età ed è più alto del 41% nelle donne. Il rischio di una seconda frattura è maggiore nel periodo immediatamente successivo alla prima e sebbene decresca nel tempo, rimane comunque due volte superiore rispetto alla popolazione generale.
“La Call for Action delle società scientifiche internazionali e del GIOSEG invita tutti noi a muoverci su un duplice binario: da una parte è fondamentale mettere in atto su larga scala le misure di prevenzione primaria dell’osteoporosi migliorando lo stile di vita già dalle prime decadi di vita” conclude Giustina “D’altra parte, è altrettanto importante saper e poter eseguire una diagnosi precoce di osteoporosi mediante l’esecuzione dell’esame MOC e l’individuazione delle fratture morfometriche vertebrali nei soggetti a rischio, quali coloro con familiarità per osteoporosi, soggetti di età geriatrica e coloro che sono affetti da malattie croniche e sottoposti a trattamenti farmacologici potenzialmente osteopenizzanti. Una corretta e precoce individuazione dei soggetti a rischio di fragilità scheletrica permette una efficace prevenzione delle fratture”.

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Donne: tumore al seno e osteoporosi

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2016

tumore al senoL’osteoporosi non è un problema legato solo all’invecchiamento della popolazione ma sempre più spesso colpisce donne anche giovani. Lo sanno bene le 250.000 donne italiane che ogni anno iniziano la terapia ormonale adiuvante dopo aver subito un intervento per tumore al seno. Ma essere consapevoli non è sufficiente: osteoporosi e fragilità ossea sono ancora poco trattate anche in via preventiva, soprattutto in questa tipologia di pazienti nonostante le raccomandazioni delle recenti Linee Guida Nazionali sia di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) che di SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro). Lo conferma un’indagine condotta da Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, svolta grazie al contributo incondizionato di Amgen, su un campione di 81 donne, con un’età compresa tra 32 e 81 anni, affette da tumore alla mammella in terapia ormonale adiuvante con inibitori dell’aromatasi.L’87% delle donne si dichiara consapevole e ben informata sul fatto che l’osteoporosi sia una possibile conseguenza della terapia con inibitori dell’aromatasi. Oltre la metà delle intervistate teme gli effetti negativi della terapia e l’osteoporosi è la conseguenza che spaventa maggiormente: ben 7 donne su 10 la citano ancora prima di un’eventuale inefficacia della terapia antitumorale. Importante il ruolo dell’oncologo che informa correttamente le sue pazienti nel 99% dei casi. Ma, nonostante questo, il 43% non inizia alcun trattamento per prevenirla e la percentuale sale addirittura al 76% tra le donne più giovani che, invece, necessiterebbero di più attenzione proprio per l’impatto potenzialmente maggiore delle fratture in termini sociali e di salute.”Il tumore del seno colpisce oggi molte giovani donne. Alcune terapie a cui vengono sottoposte, però, danneggiano seriamente la salute delle ossa” afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda “per questo abbiamo svolto l’indagine. Abbiamo constatato che le donne italiane sono informate sulle conseguenze che la terapia adiuvante ormonale può provocare sulle loro ossa, soprattutto grazie al ruolo proattivo dell’oncologo. È interessante sottolineare però che, mentre la maggior parte del campione over 50 assume farmaci per la salute delle ossa, tra le più giovani 4 donne su 5, non hanno mai assunto una terapia specifica. Tra le donne che non hanno ricevuto diagnosi di osteoporosi, 3 su 5 non assumono alcuna terapia per prevenirla. Inoltre, ben il 60% delle donne intervistate, di età inferiore ai 50 anni, dichiara di non aver mai effettuato esami per controllare la salute delle ossa (MOC/ultrasonografia) dopo l’inizio della terapia ormonale. Dai risultati emerge, inoltre, che le direttive indicate nelle recenti Linee Guida non vengono ancora applicate. Queste ultime definiscono come le cure per prevenire l’osteoporosi in donne trattate con terapia ormonale adiuvante con inibitori dell’aromatasi, a seguito di un tumore alla mammella, dovrebbero essere somministrate sin dall’inizio della terapia senza necessità di alcun esame preliminare.”La terapia di blocco ormonale induce una riduzione degli estrogeni che, oltre ad esercitare effetti positivi sul seno, accelera notevolmente il processo di distruzione dell’osso, aumentando di molto il rischio fratturativo delle pazienti. Infatti, anche AIOM e SIOMMMS hanno affrontato il problema, stilando e aggiornando le Linee Guida e raccomandando di iniziare una terapia per la fragilità ossea in concomitanza con l’inizio del trattamento con inibitori dell’aromatasi.La maggioranza delle fratture avviene a livello vertebrale. Si tratta di fratture molto frequenti e purtroppo spesso asintomatiche ma, al tempo stesso, facilmente rilevabili con una radiografia o semplicemente misurando l’altezza: il calo di un solo centimetro è fortemente indicativo e prognostico.Anche l’AIFA, con un recente aggiornamento della Nota 79 ha riconosciuto che il rischio di frattura delle donne in blocco ormonale adiuvante con inibitori dell’aromatasi è talmente alto da giustificare la rimborsabilità dei farmaci per la fragilità ossea sin dall’inizio della terapia antitumorale senza la necessità di esami specifici.“Il fatto che le donne non siano trattate in maniera adeguata stride particolarmente con quella che è la possibilità terapeutica a disposizione sia dello specialista dell’osso sia dell’oncologo. L’aggiornamento della Nota 79, infatti, non stabilisce né una soglia di intervento in base alla densitometria né la necessità di appurare se si sia già verificata una frattura. Quindi, la paziente ha la possibilità e il diritto di essere trattata in prevenzione primaria fin dall’inizio della terapia ormonale e per tutta la sua durata” afferma Francesco Bertoldo, Endocrinologo del Centro Malattie del Metabolismo Minerale e Osteoncologia del Policlinico GB Rossi – Università di Verona. “Particolarmente preoccupante è che le donne giovani, che meriterebbero ancora più attenzione, sono sottotrattate. Tra l’altro, esistono dati che dimostrano come le donne con tumore della mammella, in trattamento con inibitori dell’aromatasi che fanno anche una terapia per la fragilità ossea abbiano una mortalità molto più bassa per il tumore rispetto alle donne che non la fanno e un più basso rischio di ripresa della malattia.”Le Linee Guida italiane sono concordi nel raccomandare l’importanza di salvaguardare la salute dell’osso in queste pazienti attraverso l’utilizzo di farmaci in grado di prevenire la perdita di massa ossea e con dimostrata efficacia antifratturativa.“In questa direzione, interessanti novità arrivano dai congressi internazionali come l’ASCO di Chicago e il Breast Cancer Symposium di San Antonio durante i quali sono stati presentati i dati dello studio di Fase III ABCSG-18, condotto su donne operate per tumore alla mammella in trattamento con inibitori dell’aromatasi, che assumevano denosumab o placebo” fa eco il Professor Daniele Santini, Oncologo Medico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Tale studio, oltre ad aver evidenziato una riduzione del 50% del rischio di comparsa di frattura clinica, ha mostrato una riduzione del rischio di ricomparsa della malattia che si attesta intorno al 18%. A conferma di ciò il dato della recente meta-analisi dell’Early Breast Cancer Trialist Group, pubblicata su Lancet, evidenzia come anche altri antiriassorbitivi possano migliorare la DFS (Disease Free Survival ovvero l’intervallo di tempo prima che la malattia si ripresenti) nelle donne in post-menopausa.”

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Fragilità scheletrica

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2015

osteoporosiRoma. E’ in corso, a Roma, il 100° anniversario del Congresso SIOT e uno dei temi portanti di quest’edizione sarà proprio la fragilità scheletrica nelle osteopatie metaboliche, quale l’osteoporosi severa ovvero complicata da una o più fratture, che possono incorrere anche per un minimo sforzo, come il sollevamento di un vaso di fiori, la torsione del busto o un saltello. Un problema socialmente molto rilevante, legato all’avanzare dell’età e alla conseguente perdita di massa ossea, che influenza negativamente la durata e la qualità della vita delle donne che ne soffrono.L’osteoporosi è, infatti, una malattia di genere, con un’incidenza maggiore nel sesso femminile, rispetto a quello maschile (rapporto 3:1). Si tratta di una patologia sistemica dell’apparato scheletrico, caratterizzata da un aumentato rischio di frattura sia per una bassa densità minerale ossea che per un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo che, come tutto il nostro organismo, è destinato ad invecchiare. Per questi motivi le ossa diventano più fragili e vulnerabili.
Le fratture da fragilità ossea hanno un’incidenza che non deve essere assolutamente sottovalutata: secondo la World Health Organization, infatti, ogni 3 secondi, si verifica una frattura da fragilità osteoporotica a carico di femore, polso e vertebre. Ciò equivale, nel mondo intero, a circa 25 mila fratture al giorno o 9 milioni all’anno. Soltanto in Italia, l’osteoporosi è una patologia che oggi riguarda circa 5.000.000 di persone, di cui l’80% sono donne in post-menopausa. In pratica, considerando l’intera popolazione italiana over 50 anni, il 50% delle donne e il 30% degli uomini andrà incontro ad una frattura da fragilità. La fragilità scheletrica è dunque responsabile di oltre 280.000 fratture.La frattura più temuta rimane proprio quella del collo del femore che, in Italia, fa registrare almeno 100.000 casi all’anno nella popolazione anziana, con netta prevalenza nelle donne (8 casi su 10). Un’incidenza già molto elevata ma destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni, proprio per effetto dell’invecchiamento della popolazione: basti pensare che, nel 2040, gli over 65 raggiungeranno il 35% dell’intera popolazione italiana.
In molti casi, specie per le fratture del collo di femore, proprio l’ortopedico è lo specialista di riferimento a prendere in carico la paziente: «Il progressivo invecchiamento della popolazione determina inevitabilmente un incremento delle patologie croniche correlate all’età come l’osteoporosi che, negli ultimi decenni, è diventata una vera e propria priorità sanitaria e sociale – dichiara il Prof. Rodolfo Capanna, Presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia – La sua conseguenza più temuta, dalle donne sopra i 65 anni, è proprio la frattura del collo del femore. Essa, infatti, comporta importanti conseguenze: dal ricovero per l’intervento chirurgico, a prolungati periodi di immobilità, fino a diventare spesso causa di invalidità con perdita del tutto, o in parte, dell’autonomia funzionale. L’intervento chirurgico è indispensabile per una rapida ripresa della funzionalità dell’arto fratturato, ma non può essere considerato il solo e unico trattamento. Sappiamo che la vera responsabile della frattura è infatti la fragilità ossea causata dall’osteoporosi severa, che necessita di un percorso diagnostico/terapeutico/assistenziale (PDTA) per ridurre il rischio di nuove fratture e migliorare lo stato di salute e la qualità di vita della paziente. E’ importante, infatti, che la paziente segua un corretto stile di vita, un’appropriata dieta e assuma una specifica terapia farmacologica. Come ortopedici, ovvero come primi e spesso unici specialisti di riferimento nella gestione dei pazienti con frattura da fragilità, dobbiamo purtroppo rimarcare come ancora oggi, nel 70% dei casi la frattura del femore sia associata a pregresse fratture vertebrali spesso misconosciute che rappresentano un campanello d’allarme purtroppo ancora troppo sottovalutato».
Dai 50 anni di età, per ogni donna è fondamentale conoscere il proprio rischio fratturativo. Sul sito http://www.stopallefratture.it è disponibile il Defra Test online, test di autodiagnosi per valutare il rischio personale di fratturarsi nei successivi 10 anni (basso, medio, elevato, molto elevato). A seconda del risultato ottenuto, verranno indicate, per tutte, raccomandazioni e consigli su come prevenire eventuali fratture da fragilità.‘Stop Alle Fratture’ è un’iniziativa educazionale, realizzata con il supporto non condizionante di Eli Lilly Italia, rivolta alle donne sopra i 50 anni di età per informarle sulle possibili conseguenze dovute alla fragilità scheletrica. L’iniziativa vede il coinvolgimento di prestigiose società scientifiche come la SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro), la SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia), la SIR (Società Italiana di Reumatologia), l’ORTOMED (Società Italiana di Ortopedia e Medicina) e il GISOOS (Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa) e, da quest’anno, anche il GISMO (Gruppo Italiano di Studio Malattie Metabolismo Osseo).

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L’osteoporosi si combatte sullo smartphone

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2015

osteoporosiIn occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi il sito http://www.salutedelleossa.it – lanciato a metà settembre su iniziativa di SIOMMMS, SIMG, GIBIS, GISOOS e SIOT, ed il supporto non condizionante di Abiogen Pharma – si arricchisce di nuovi contenuti video dedicati all’osteoporosi, al ruolo della vitamina D nel contrastare questa malattia e al legame fra vitamina D e sole.
A illustrare questi temi un team di esperti.“La vitamina D gioca un ruolo fondamentale per la salute dell’osso e nella prevenzione dell’Osteoporosi – spiega il Prof. Umberto Tarantino, Presidente del GISOOS, Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa – Osteoporosi che colpisce 1 donna su 3 e 1 uomo su 5 e ha come complicanza le fratture. Oltre a dipendere da molteplici fattori di rischio non modificabili come il sesso, l’età o la menopausa, è causata da altri elementi “emendabili” come le patologie correlate, i farmaci, la mancanza di esercizio fisico, l’eccessiva magrezza o l’obesità.”“L’osteoporosi è una diminuzione della densità e della qualità dell’osso – osserva il Prof. Davide Gatti, Coordinatore regionale GIBIS Triveneto occidentale, Gruppo Italiano per lo studio dei BISfosfonati – L’apporto di vitamina D nel corpo avviene per il 20% circa attraverso l’alimentazione tramite i grassi animali, e per il restante 80% grazie all’azione dei raggi solari sulla cute. Alle nostre latitudini però il sole è in grado di esplicare questa funzione soltanto nelle ore centrali della giornata e per pochi mesi all’anno. Purtroppo questo porta la nostra popolazione a un rischio carenziale di vitamina D, esponendola a rischi non solo scheletrici ma anche muscolari.”“D’estate se ci esponiamo per 15 minuti, 30 minuti se abbiamo la pelle scura, abbiamo una corretta quantità di vitamina D. Questi tempi devono essere raddoppiati d’inverno – chiarisce il Dott. Iacopo Chiodini, Coordinatore della Commissione Riconoscimento delle Attività Cliniche della SIOMMMS, Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro – Per esporsi correttamente alla luce solare, alle nostre latitudini, dobbiamo esporci a metà mattina o a metà pomeriggio durante l’estate senza utilizzare protezioni solari troppo elevate; per l’inverno l’orario migliore è invece a mezzogiorno.”Per verificare il proprio livello di esposizione settimanale ai raggi solari è stata sviluppata la pratica APP “Salute delle Ossa”, disponibile sia per iOs che Android: attraverso un diario settimanale interattivo sì può facilmente verificare se “abbiamo preso abbastanza Sole”. È possibile inoltre mettere alla prova le proprie conoscenze sul ruolo della vitamina D e accedere ad alcuni approfondimenti video realizzati dagli esperti del board scientifico. L’APP è scaricabile gratuitamente da http://www.salutedelleossa.it, iTunes e Google Play.Il sito http://www.salutedelleossa.it e l’App “Salute delle Ossa” fanno parte della campagna di informazione promossa da 5 società scientifiche di riferimento quali Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS), Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), Gruppo Italiano per lo studio dei BISfosfonati (GIBIS), Gruppo Italiano di Studio in Ortopedia dell’Osteoporosi Severa (GISOOS) e Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), resa possibile grazie al contributo incondizionato di Abiogen Pharma.

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Giornata Mondiale dell’Osteoporosi

Posted by fidest press agency su martedì, 20 ottobre 2015

In occasione della ricorrenza della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, il Prof. Giovanni Minisola, esperto di Osteoporosi e Direttore della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma, fa rimarcare come questa patologia rimanga decisamente misconosciuta dalla maggioranza della popolazione femminile anche nella Regione Lazio. E questo perché, ancora troppo spesso, si ignora che l’osteoporosi nella sua forma più severa aumenta considerevolmente il rischio di una o più fratture, anche soltanto per un minimo sforzo, come il sollevamento di una busta della spesa, la torsione del busto o un saltello: «L’osteoporosi – dichiara il Prof. Giovanni Minisola – rappresenta un problema socialmente molto rilevante che, se aggravato da fratture, influenza negativamente la durata e la qualità della vita delle persone, soprattutto donne, che ne soffrono, impegnando rilevanti risorse economiche da parte del SSN, anche in rapporto al costante allungamento della vita media della popolazione italiana. E’ doveroso per gli specialisti delle malattie ossee invitare i soggetti più a rischio, come le donne in menopausa o chi assume cortisone, a non sottovalutare il problema, specie in caso di dolore alla colonna, improvviso o persistente, possibile sintomo di frattura vertebrale da fragilità ossea, la cui incidenza è molto più alta di quanto si pensi».Si calcola che nei prossimi 40 anni, anche nel Lazio, in assenza di percorsi diagnostici e terapeutici mirati per la popolazione a rischio, l’incidenza delle fratture da fragilità ossea raddoppierà. «Per meglio mettere a fuoco questo preoccupante scenario – continua Giovanni Minisola – si consideri che la frattura vertebrale, la complicanza più frequente e temibile dell’osteoporosi, costituisce il primo momento del cosiddetto ‘effetto domino’, che consiste nella probabilità 5 volte maggiore che possano verificarsi altre fratture vertebrali, o in altre sedi (omero, polso, femore), entro un anno dalla prima frattura vertebrale. Nonostante questo dato certo e drammatico, risulta che nel Lazio è ancora molto alta la percentuale dei pazienti con fratture vertebrali osteoporotiche non trattati, con rilevante e concreto aumento del rischio di aggravamento e complicanze della loro condizione».Ancora troppo spesso, infatti, si tende a sottovalutarne i sintomi, come il dolore nei tratti dorsale e lombare della colonna, considerandoli alla stregua del risultato quasi fisiologico dell’invecchiamento. «E’ fondamentale – sottolinea il prof. Minisola – una maggiore sensibilità verso il sintomo “dolore alla colonna”, quale campanello di allarme di un evento fratturativo da trattare tempestivamente e appropriatamente, secondo quanto previsto dalle Linee Guida nazionali e internazionali. Anche la temibile frattura di femore da osteoporosi non può considerarsi risolta solo con l’intervento chirurgico, ma necessita – come tutte le fratture – di essere opportunamente trattata anche con la terapia farmacologica, contrariamente a quanto oggi, invece e purtroppo, solo raramente viene fatto. Particolare preoccupazione suscita il dato recentemente pubblicato, secondo il quale circa il 70% dei pazienti italiani fratturati di femore sottoposti ad intervento chirurgico non segue poi un adeguato trattamento farmacologico. Tale trattamento oggi può e deve essere attuato nel rispetto e secondo le indicazioni della nuova Nota 79, recentemente emanata da AIFA. Tale nota individua i soggetti a rischio di osteoporosi severa e stabilisce per loro il percorso terapeutico più appropriato da seguire».La Giornata Mondiale dell’Osteoporosi ha come obiettivo quello di promuovere una sempre maggiore consapevolezza nella popolazione, specie in quella femminile, di questa patologia. Ecco perché, in occasione di questa ricorrenza, diventa fondamentale ai fini della prevenzione, richiamare l’attenzione sullo stile di vita (evitare il fumo, fare attività fisica, alimentazione corretta) e su altri fattori di rischio, come la predisposizione genetica e la familiarità. «Poiché è accertato che la predisposizione famigliare alle fratture da fragilità ossea interessa 1 donna italiana su 3 – continua Giovanni Minisola – è importante verificare tale circostanza. Questa rappresenta, infatti,un notevole e ulteriore fattore di rischio che si aggiunge a quelli già noti, ma spesso sottovalutati nonostante la loro importanza, come la menopausa precoce, l’eccessiva magrezza e le abitudini voluttuarie (il fumo e l’alcol). Solo con la sensibilizzazione della classe medica, dal medico di famiglia a tutti gli specialisti coinvolti nella gestione della patologia osteoporotica, sarà possibile garantire alla popolazione una corretta ed esaustiva informazione su una patologia che può essere prevenuta e trattata grazie alle indicazioni della nuova Nota 79, la cui corretta applicazione consentirà di contrastare efficacemente l’osteoporosi e le sue complicanze fratturative».
ü L’osteoporosi è una patologia che interessa, nel mondo, oltre 200 milioni di donne (22 milioni solo in Europa) e la cui causa è senz’altro legata all’avanzare dell’età e alla conseguente perdita di massa ossea, con manifestazioni che, però, possono essere anche molto precoci.
ü Si tratta di una patologia che interessa il 30% di tutte le donne che vanno in menopausa, ma può insorgere anche dai 45 anni se la menopausa è precoce, condizione che, si stima, interessi circa il 4-5% della popolazione femminile.
ü Le fratture da fragilità ossea, conseguenza grave dell’osteoporosi, hanno un’incidenza che non deve essere assolutamente da sottovalutare: secondo la World Health Organization, infatti, ogni 3 secondi, si verifica una frattura da fragilità osteoporotica a carico di femore, polso e vertebre. Ciò equivale a circa 25 mila fratture al giorno o 9 milioni all’anno.
ü Si calcola che almeno il 40% delle donne dopo i 50 anni andrà incontro ad una frattura da osteoporosi quali fratture di femore (17%), vertebrali (16%) o di altri segmenti ossei (polso, pelvi, omero prossimale ecc.). Secondo l’OMS e la IOF (International Foundation of Osteoporosis) la presenza di una frattura da fragilità ossea (vertebrale o di altri segmenti scheletrici), configura sempre una condizione di OP severa.

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20 ottobre: Giornata mondiale osteoporosi

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 ottobre 2015

osteoporosiOsteoporosi, questa sconosciuta. Potrebbe sembrare un paradosso chiamare così una delle patologie più diffuse, colpisce infatti 22 milioni di donne europee[1], e apparentemente conosciute dalla popolazione femminile. Eppure questa ‘ladra silenziosa’ delle ossa, che compare in maniera asintomatica per poi spesso manifestarsi con una frattura, è di fatto ancora largamente misconosciuta e sottovalutata, soprattutto perché non se ne conoscono tutte le facce. Tralasciando quella giovanile, fortunatamente meno frequente, è infatti doveroso distinguere tra osteoporosi primaria, sua volta classificata in 2 tipi: osteoporosi postmenopausale, legata essenzialmente alla brusca caduta del livello degli estrogeni necessari per il normale metabolismo osseo, e osteoporosi senile, che colpisce soprattutto dopo i 70 anni di età, e osteoporosi secondaria, causata da patologie concomitanti di diversa natura (quali ad esempio quelle reumatiche come artrite reumatoide e lupus) o dal prolungato utilizzo di farmaci i corticosteroidi, gli anticoagulanti come l’eparina o gli inibitori dell’aromatasi[2].
«Sull’osteoporosi – conferma il Prof. Giancarlo Isaia, Direttore della Struttura di Geriatria e Malattie Metaboliche dell’Osso all’Ospedale Molinette di Torino e Presidente della SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro) – manca ancora un’informazione scientifica, opportunamente però decodificata e resa fruibile per la popolazione, trasmessa dalla classe medica. Che serva a colmare un vero e proprio gap poiché, da sempre, l’osteoporosi non è mai stata spiegata correttamente alle pazienti. In questo senso la SIOMMMS è, da sempre, in prima linea, anche attraverso la Campagna “Stop alle Fratture”, prima e unica iniziativa nazionale di sensibilizzazione sulle fratture da fragilità ossea, che sono le conseguenze dell’osteoporosi nella sua forma più grave. A questo proposito, alla classe medica spetta il compito di invitare le donne a non sottovalutare, ad esempio, persistenti dolori ossei che possono essere sintomo di fratture da fragilità ossea, la cui incidenza è molto più comune di quanto si pensi».Proprio l’osteoporosi nella sua forma più severa, ovvero complicata da una o più fratture, che possono incorrere anche per un minimo sforzo, come il sollevamento di una busta della spesa, la torsione del busto o un saltello, rappresenta un problema socialmente molto rilevante, influenza negativamente la durata e la qualità della vita delle donne che ne soffrono e richiede rilevanti risorse economiche da parte del SSN. Addirittura, stando alle ultime stime, si calcola che nei prossimi 40 anni, in assenza di percorsi diagnostici e terapeutici mirati per la popolazione a rischio, anche in Italia assisteremo al raddoppiare dell’incidenza delle fratture da fragilità ossea. «E questo soprattutto perché, nel nostro Paese, essa non viene gestita in modo appropriato – precisa il Prof. Isaia – soprattutto relativamente al trattamento che è assai inferiore alle aspettative e non coerente con le Linee Guida Internazionali. Basti pensare che noi ‘bone specialist’, che siamo gli specialisti di riferimento per la cura dell’osso, vediamo quotidianamente moltissime pazienti che presentato anche più fratture ma che non sono mai state curate: ad esempio, fratture vertebrali, ma anche di omero e di polso, spesso considerate, a torto, solo banali incidenti o naturali conseguenze dell’invecchiamento. Anche la più temuta frattura di femore non può considerarsi risolta solo con l’intervento chirurgico, ma – come tutte le fratture – necessita di essere opportunamente trattata con la terapia farmacologica, cosa che invece avviene, purtroppo, solo in parte. Particolare preoccupazione ha generato il dato, pubblicato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) secondo il quale circa il 70% dei pazienti fratturati di femore sottoposti ad intervento chirurgico non segua poi un adeguato trattamento farmacologico. Oggi, invece, le indicazioni della nuova Nota 79 definiscono ‘ad alto rischio’ di osteoporosi severa anche la paziente che presenta anche un’unica frattura e, per questo, ha diritto a un corretto percorso diagnostico – terapeutico».
La Giornata Mondiale dell’Osteoporosi ha come l’obiettivo quello di promuovere una sempre maggiore consapevolezza della popolazione femminile su questa patologia, ecco perché in occasione di questa ricorrenza diventa fondamentale affiancare all’informazione sui corretti stili di vita, quali l’attitudine al fumo, la mancanza di attività fisica e l’alimentazione scorretta, anche quella relativa ai fattori di rischio, primi tra tutti la predisposizione genetica e la familiarità. «Addirittura la familiarità di fratture da fragilità ossea interessa 1 donna italiana su 3 – continua Giancarlo Isaia – per cui risulta essere un importante warning per possibili pazienti ad alto rischio. Altri fattori di rischio importanti, ma spesso sottovalutati, sono la menopausa precoce, l’eccessiva magrezza, il fumo e l’abuso di alcol. Solo con la sensibilizzazione della classe medica, dal medico di famiglia a tutti gli specialisti coinvolti nella gestione della patologia osteoporotica, potremo garantire la corretta ed esaustiva informazione alle pazienti e, grazie anche alla nuova Nota 79, un sensibile miglioramento dell’appropriatezza della terapia e un conseguente calo di fratture da fragilità ossea negli anni a venire».
Dai 50 anni di età, per ogni donna è fondamentale conoscere il proprio rischio fratturativo. Sul sito http://www.stopallefratture.it è disponibile il Defra Test online, test di autodiagnosi per valutare il rischio personale di fratturarsi nei successivi 10 anni (basso, medio, elevato, molto elevato). A seconda del risultato ottenuto, verranno indicate, per tutte, raccomandazioni e consigli su come prevenire eventuali fratture da fragilità.

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“L’osteoporosi spiegata ai pazienti”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 ottobre 2015

osteoporosiVerona. Si svolgerà il 7 e l’8 ottobre, presso l’Hotel Leon d’Oro a Verona, l’ottava edizione del Congresso annuale dell’ANEOP, Associazione che riunisce gli specialisti di osteoporosi del Nord Est, della Lombardia orientale e dell’Emilia settentrionale con la Presidenza, nell’anno corrente, del dr Fabio Vescini (Azienda Ospedaliero Universitaria di Udine). Quest’anno, il summit durante il quale gli esperti si confrontano sulle ultime novità diagnostico-terapeutiche nell’ambito delle patologie osteofragilizzanti, apre le sue porte anche ai comuni cittadini. L’8 ottobre, infatti, dalle ore 9.55 alle ore 12.15, si terrà l’incontro dal titolo “L’Osteoporosi spiegata ai pazienti”. Alcuni dei Relatori del Congresso terranno delle lezioni aperte al pubblico su diversi temi: come si sviluppa la fragilità ossea, il numero e i costi delle fratture da fragilità in Italia, il corretto uso della Mineralometria Ossea Computerizzata (MOC), la stima del rischio di frattura e le conseguenti scelte terapeutiche, l’importanza dell’attività fisica per la salute dell’osso.
“Anticipando la Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, che tradizionalmente si tiene il 20 ottobre, abbiamo voluto che il nostro Congresso potesse coinvolgere anche il pubblico generale per sensibilizzare pazienti e semplici curiosi su un problema, quello dell’osteoporosi, dal crescente impatto socio-economico”, dichiarano il dr Roberto Lovato (Centro Osteoporosi, Casa di Cura Villa Berica di Vicenza e Responsabile Scientifico dell’incontro con la popolazione) e Vescini. “In Italia le fratture di femore legate all’osteoporosi sono 100.000 ogni anno, con un costo complessivo per frattura di oltre 13mila euro e un tasso di mortalità, entro il primo anno dal trauma, del 20%. In Veneto se ne registrano circa 6.000, ma l’incidenza, rispetto all’aumento degli over 65, è diminuita del 20% negli ultimi 10 anni. Al termine dell’incontro con i pazienti, ci sarà un dibattito con eventuali domande e richieste di chiarimento. In più, saranno distribuiti dei questionari per valutare il proprio rischio di osteoporosi, la correttezza del proprio introito di calcio e di esposizione solare finalizzata alla sintesi di Vitamina D”.Tra i concetti su cui verrà posto maggiormente l’accento durante il Congresso, la razionalizzazione degli iter di diagnosi e cura. Nel simposio “Regole per trattare l’Osteoporosi” sarà approfondito il tema dell’appropriatezza terapeutica, al fine di creare percorsi virtuosi e condivisi tra gli Specialisti anche alla luce delle più recenti indicazioni del Ministero della Salute. “Oggi siamo giunti a un cambio di mentalità – aggiunge Vescini – che deve coinvolgere tutti (dal Medico di Medicina Generale allo Specialista). È finito il tempo di trattamenti istituiti solo sulla base del valore del referto densitometrico. Noi Medici siamo chiamati a considerare molteplici fattori (età avanzata, familiarità per fratture, uso di farmaci dannosi per l’osso, fumo, basso peso corporeo, ecc.) e provvedere a una stima personalizzata del rischio, sulla cui base decidere se iniziare un trattamento farmacologico”.
“È, inoltre, importante sottolineare che nelle persone più anziane gioca un ruolo essenziale anche un’adeguata strategia domiciliare per ridurre il rischio di cadute, così come un adeguato apporto di calcio con la dieta e di vitamina D (in questo caso con supplementi, perché spesso nell’anziano la sola esposizione al sole non basta). Oggi sono disponibili farmaci, il cui utilizzo è in grado di ridurre del 50-60% il rischio di frattura, ma è bene rilevare che i trattamenti devono essere proseguiti per anni e senza interruzioni. Ecco perché è importante identificare con scrupolo i pazienti che hanno veramente necessità di una terapia e ciò sulla base della stima del rischio di frattura. In questo modo – conclude il clinico – si potrà razionalizzare la spesa trattando solo chi ne potrà trarre reale beneficio”.

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7mo Skeletal Endocrinology Meeting

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 settembre 2015

ospedale bresciaSi svolgerà a Brescia dal 17 al 18 settembre presso l’Università di Brescia. Piuttosto diffusa tra le donne, l’osteoporosi è una condizione di perdita di massa ossea, diminuzione della quantità di tessuto osseo e conseguente fragilità con aumento del rischio di fratture. Una condizione asintomatica sino all’evento traumatico anche minimo che determina una frattura. Condizione che può interessare anche gli uomini ed è secondaria anche a trattamenti farmacologici, obesità e, appunto, diabete.
“Il diabete si conferma un importante fattore di rischio per alterazioni della massa ossea: questi pazienti mostrano un rischio doppio di incorrere in fratture” spiega il Prof. Andrea Giustina, Ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Brescia e Presidente del Gioseg “Ma c’è di più. Soprattutto i soggetti giovani con diabete di tipo 1 presentano un rischio molto più alto, di quasi 6 volte maggiore rispetto ai soggetti sani della stessa età con danni a carico di anca e femore, mentre per chi soffre del tipo 2, il rischio è di circa 1 volta e mezza. Altra novità: non ci sono evidenti differenze tra uomini e donne, ma nei maschi la consapevolezza è quasi assente. Inoltre i meccanismi con cui la patologia influisce sul metabolismo delle ossa sono profondamente diversi nei due tipi”.
A sottolinearlo in modo “definitivo” è una recentissima metanalisi che ha preso in esame 21 ricerche (6milioni e 900 mila soggetti di cui 82mila con una storia clinica di fratture) pubblicata su Osteoporosis International di agosto.
“Nel diabete di tipo 1 è alterata la capacità dell’osso di formare nuovo tessuto e la mancanza di neoformazione comporta un depauperamento osseo. Le ossa infatti sono un tessuto sottoposto ad un processo continuo dinamico di riassorbimento e produzione”, continua Giustina. “Nel diabete di tipo 2 invece la massa ossea spesso e’ normale (cosa che in passato si riteneva essere un vantaggio protettivo) ma ad essere compromessa è la qualità dell’osso. L’eccesso di zuccheri nel sangue infatti si lega alle proteine delle fibre collagene formando un agglomerato gelatinoso denso ma tutt’altro che resistente, anzi particolarmente fragile. A complicare il quadro si aggiunge il fatto che il diabete di tipo2 colpisce la popolazione anziana e si accompagna a complicanze neurologiche, vascolari, deficit visivi, problemi dell’orientamento e dell’equilibrio, sovrappeso. Sono allo studio anche ipotesi come l’influenza dell’Insulin-like Growth Factor e altre citochine infiammatorie sull’osso e proteine prodotte dalle cellule Beta del pancreas, che hanno una influenza sul materiale scheletrico e la sua composizione”.
La durata di malattia gioca un ruolo chiave: nelle giovani donne con diabete 1 da almeno 5 anni, il rischio di fratture aumenta di ben 12 volte rispetto alle donne sane.
La metanalisi pubblicata su Osteoporosis International offrirà lo spunto per la discussione scientifica durante i lavori del 7mo Skeletal Endocrinology Meeting. A dire il vero, essa amplia i risultati già evidenziati dal gruppo di Brescia nel 2009, coordinati dal Prof. Andrea Giustina e pubblicati su Bone, che avevano confermato il ruolo di alcuni farmaci antidiabetici di vecchia generazione quali fattori di rischio per l’osteoporosi e le fratture vertebrali.
Nei diabetici il percorso verso la diagnosi è complicato: lo scadimento dell’osso infatti non riguarda la quantità della massa ma la qualità delle cellule, aspetto spesso non identificato dalla diagnostica tradizionale. La diagnosi di queste forme ‘subcliniche’ avviene solo a danno avvenuto. Negli over 55 è necessario un grosso impegno di sensibilizzazione che faccia del pubblico maschile il suo target preferenziale di comunicazione.
Non è un caso che una frattura negli over 55 faccia prevedere un aumento del rischio di mortalità e declino funzionale: nei 12 mesi successivi al trauma si evidenzia una mortalità del 36% negli uomini e del 21% nelle donne. Non solo, perché anche le fratture in giovane età sarebbero un fattore prognostico negativo per la fragilità dello scheletro: se occorse tra i 20 e 50 anni sono associate ad un aumento del 74% di fratture dopo la boa dei 50.

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Osteoporosi dietro l’angolo

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2015

Morbo-di-CrohnLe malattie croniche infiammatorie intestinali (MICI), ovvero il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, possono determinare un maggior rischio di osteoporosi e quindi di fratture ossee. “Questo aspetto è spesso misconosciuto e sottovalutato” spiega il prof. Vincenzo Bruzzese, Presidente Nazionale della SIGR “l’osteoporosi è una patologia subdola che si evidenzia con l’avvento indesiderato di una frattura ossea”.
I processi infiammatori cronici sia di tipo reumatico come l’Artrite Reumatoide ma anche di tipo intestinale come il Morbo di Crohn si possono complicare con un quadro conclamato di osteoporosi. Molte le cause, in primis l’infiammazione stessa, mediata da sostanze chiamate ‘citochine’ in particolare il Tumor Necrosis Factor (TNF) e l’Interleukina 6 (IL6), può determinare uno squilibrio a carico del metabolismo osseo. Inoltre l’uso cronico di cortisone può portare ad una alterazione della struttura ossea anche severa. Il TNF e L’IL6 agiscono attivando un’altra citochina, denominata RANKL, che a sua volta, determina una più veloce maturazione degli osteoclasti, le cellule deputate al riassorbimento osseo. “I pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali sono ad elevato rischio di osteoporosi per la presenza di più fattori di rischio concorrenti” racconta il gastroenterologo prof. Piero Vernia del Dipartimento di Medicina Interna all’Università di Roma La Sapienza. “La cronicità delle malattie comporta l’esposizione per tempi prolungati ad elevate concentrazioni di citochine pro-infiammatorie, che svolgono di per sé una azione negativa sul metabolismo osseo. Secondo fattore negativo è il frequente e prolungato uso di farmaci cortisonici, che notoriamente aggravano il problema, in quanto influisce negativamente sull’attività degli osteoblasti, le cellule che formano le ossa, mentre rimangono attivi gli osteoclasti, responsabili del riassorbimento dello scheletro. Altro fattore aggiuntivo é dato da una dieta povera di latte e latticini, che rappresentano la principale fonte dietetica di calcio”.
Proprio la carenza di calcio dovuta alla scarsa assunzione di latticini è un elemento fondante della epidemica diffusione di ossa fragili nei pazienti con Malattie Croniche Infiammatorie che eliminano latte e derivati nel tentativo di diminuire alcuni sintomi. “Uno studio italiano pubblicato sul Journal Crohn’s Colitis del 2013 su un gruppo di circa 200 pazienti ha mostrato come almeno un terzo di pazienti, in particolare donne, con malattie infiammatorie croniche riceva un apporto inadeguato di calcio dalla dieta che li rende a rischio di osteopenia, condizione reversibile con adeguate strategie correttive come la supplementazione” aggiunge Vernia. Questo dato è stato confermato da una ricerca condotta presso il Dipartimento di Scienze della Nutrizione dell’Università di Bahia, in Brasile che ha valutato l’assunzione di latticini da parte di pazienti con MICI rilevando che il 64,7% li elimina in tutto o in parte dalla dieta quotidiana, percentuale che raggiunge quasi il 100% nei pazienti con Crohn. In dettaglio: il 52,3% ha cambiato abitudini alimentari dopo la diagnosi, il 64,7% ha sostituito in parte il latte di mucca con quello di soia con la conseguenza che il 90,8% dei pazienti presi in esame nello studio ha un apporto di calcio dalla dieta, insufficiente e inadeguato.
Si aggiunge a questa situazione già critica, il fatto che in alcune patologie intestinali è proprio l’intestino tenue a perdere la capacità di assorbimento del prezioso minerale. Inoltre, pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali tendono ad avere una ridotta esposizione al sole, con la conseguenza di un’inadeguata produzione della preziosa vitamina D. “Ecco allora che questi pazienti devono essere valutati nella globalità e non solo nelle patologie presenti” spiega Bruzzese “così da prevenire l’insorgenza di problemi medici che possano peggiorare ulteriormente la vita di questi soggetti. L’identificazione dei fattori di rischio, la loro precoce correzione possono consentire di ridurre il rischio di osteoporosi o almeno di iniziare precocemente un trattamento adeguato. In particolare uno studio del 2014 pubblicato sull’American Journal of Gastroenterology* ha mostrato come l’aderenza dei pazienti con colite ulcerosa in trattamento con cortisone allo screening della densità ossea aveva come effetto la diminuzione del 50% del rischio di fratture. La ricerca è stata condotta su oltre 5700 pazienti seguiti per un periodo di follow up di 10 anni, dal 2001 al 2011”. Cosa fare allora? Il professor Vernia sottolinea che in questi casi occorre eseguire uno screening per valutare la salute delle ossa e l’opportunità di ricorrere ad una supplementazione di calcio e di vitamina D, attraverso una MOC (mineralometria ossea computerizzata) soprattutto nei soggetti in trattamento con corticosteroidi. La supplementazione con vitamina D può non solo prevenire la degenerazione ossea ma migliorare il quadro clinico delle MICI grazie alle proprietà immunomodulanti proprie di questa molecola.

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Osteoporosi: stop alla fratture

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 ottobre 2014

osteoporosiIn occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, il Prof. Giovanni Minisola, esperto di Osteoporosi e Direttore della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma, lancia un appello a tutta la popolazione femminile del Lazio, dai 50 anni in poi, affinché non vengano sottovalutati sintomi, come il dolore nei tratti dorsale e lombare della colonna, che possono essere dipendenti da fratture per fragilità ossea causata dall’osteoporosi severa, la cui incidenza è molto più comune di quanto si pensi.
La ricerca ha fornito un interessante spaccato relativo alla popolazione femminile del Lazio, da cui è emerso, ad esempio, che a fronte di una generale conoscenza della patologia (8 donne su 10), l’osteoporosi è però ritenuta grave soprattutto da chi soffre personalmente di fratture ricorrenti e dalle donne anziane (tra i 70 e i 79 anni). Assolutamente sottovalutati, invece, i rischi dovuti alla fragilità ossea a seguito di una caduta, che si accetta come una conseguenza dell’età e con un atteggiamento quasi di rassegnazione. Parlando di fattori di rischio, le donne del Lazio indicano l’essere andate in menopausa precoce come il principale, ma ritengono che anche avere un’alimentazione sbilanciata comprometta a lungo andare la salute delle ossa. Interessante è anche il fatto che, in caso di diagnosi di osteoporosi, esse non sono certe di rivolgersi ad un Centro specializzato per il trattamento di questa patologia e che, in generale, si dicono poco propense a riorganizzare la propria abitazione (togliere tappeti, spostare il mobilio…) in chiave preventiva di rischi di eventuali cadute.
«I risultati dell’indagine – dichiara il Prof. Giovanni Minisola – provano come tra le donne di età maggiore di 50 anni residenti nella nostra Regione sia diffuso rispetto al problema dell’Osteoporosi un atteggiamento arrendevole e rassegnato e come siano poco noti e sottovalutati i fattori che predispongono al rischio di fragilità ossea. Parliamo, ad esempio, del fumo, dell’eccessiva magrezza, dell’abuso di alcolici e della predisposizione famigliare per questa frequente e sottovalutata malattia, che causa fragilità ossea e che predispone al rischio di fratture. È chiaro come manchi ancora tra le donne un’informazione approfondita sull’Osteoporosi e sulle complicanze fratturative della forme severe. Ciò, verosimilmente, dipende anche dalla classe medica che non è stata finora in grado di sensibilizzare nella misura dovuta la popolazione femminile rispetto all’Osteoporosi e ai pericoli delle fratture ossee. Oggi, infatti, assistiamo ad una grave sottostima del rischio correlato alle fratture da fragilità ossea, come quelle del collo del femore, e non si considera che in tutto il mondo tali fratture sono tra le principali cause di morbilità e mortalità. Tutto lascia prevedere, stando alle ultime stime, che nei prossimi 40 anni, in assenza di percorsi diagnostico-terapeutici mirati per la popolazione a rischio, anche in Italia l’incidenza delle fratture da fragilità ossea raddoppierà».«Le istituzioni devono impegnarsi per creare una rete in grado di non lasciare sole le donne che soffrono di fragilità ossea, anche nella fase successiva alla cura, perché le percentuali di ricaduta sono altissime – spiega l’On. Rodolfo Lena, presidente della commissione Politiche sociali e Salute del Consiglio regionale – . Abbiamo nel Lazio dei centri di eccellenza per il trattamento dell’osteoporosi ma la sfida che oggi va raccolta è una piena integrazione sociosanitaria a livello territoriale» L’osteoporosi è una malattia di ampia rilevanza sociale e rappresenta, nel nostro paese, un importante problema di salute pubblica. Si tratta di una patologia sistemica dell’apparato scheletrico, caratterizzata da un aumentato rischio di fratturarsi sia per una bassa densità minerale ossea che per un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo che, come tutto il nostro organismo, è destinato ad invecchiare. Per questi motivi le ossa diventano più fragili e sono più suscettibili al rischio di frattura per traumi anche minimi.L’Osteoporosi può essere primaria, post-menopausale o senile, e secondaria. Quest’ultima forma è così denominata perché associata ad altre malattie e, in particolare, a malattie reumatiche come artrite reumatoide e lupus per le quali viene spesso impiegato il cortisone, un farmaco che favorisce lo sviluppo di osteoporosi anche severa. «La patogenesi dell’osteoporosi associata a malattie reumatiche è multifattoriale – specifica il Prof. Minisola – riconoscendo essenzialmente sia meccanismi specificamente legati alla natura delle diverse malattie, sia meccanismi riconducibili ai farmaci impiegati per il loro trattamento. Tra questi il cortisone, un farmaco largamente utilizzato in Reumatologia, fortemente osteopenizzante e, pertanto, in grado di aumentare considerevolmente il rischio di fratture. Per tali motivi è necessario che quanti sono colpiti da malattie reumatiche, specie se in trattamento cortisonico, vengano attentamente sorvegliati anche per le possibili complicanze a carico dello scheletro provocate non solo dalla malattia di base ma anche dalla terapia».Le fratture da fragilità ossea, conseguenza grave dell’osteoporosi, hanno un’incidenza che non deve essere assolutamente da sottovalutare: secondo la World Health Organization, infatti, ogni 3 secondi, si verifica una frattura da fragilità osteoporotica a carico di femore, polso e vertebre. Ciò equivale a circa 25 mila fratture al giorno o 9 milioni all’anno.Si calcola che almeno il 40% delle donne dopo i 50 anni andrà incontro ad una frattura da osteoporosi quali fratture di femore (17%), vertebrali (16%) o di altri segmenti ossei (polso, pelvi, omero prossimale ecc.). Secondo l’OMS e la IOF (International Foundation of Osteoporosis) la presenza di una frattura da fragilità ossea (vertebrale o di altri segmenti scheletrici), configura sempre una condizione di OP severa. «La politica non deve compiere lo stesso errore di quelle donne che sottovalutano l’emergenza osteoporosi – conclude l’On.le Lena – l’età media sempre più alta della popolazione femminile del Lazio e l’aumentata aspettativa di vita impone una riflessione approfondita su questa patologia, che va affrontata alla stregua delle altri grandi patologie di genere, come il cancro al seno, anche attraverso specifici programmi di informazione e prevenzione».
I principali fattori di rischio per le fratture da fragilità ossea sono l’età, le pregresse fratture da fragilità, la terapia cortisonica cronica, un aumentato rischio di cadute dovuto a carenze visive come anche la concomitanza di malattie neuromuscolari, il ridotto apporto di calcio o la carenza di vitamina D. Ma anche la famigliarità per fratture, la menopausa precoce, l’eccessiva magrezza, il fumo e l’abuso di alcol. Oltre ai cortisonici, anche altri farmaci (ad esempio antiepilettici e anticoagulanti) contribuiscono ad aumentare il rischio di osteoporosi.«Pertanto è assolutamente necessario individuare precocemente i soggetti a rischio – conclude Giovanni Minisola – per intraprendere un adeguato iter diagnostico-terapeutico finalizzato a ridurre significativamente il rischio fratturativo. Sono soprattutto le donne che hanno nella propria famiglia casi di frattura di femore e che hanno un elevato rischio personale di frattura quelle per le quali è particolarmente indicata una MOC. Si tratta di un esame fondamentale e non invasivo, che misura la densità dell’osso, che permette di accertare l’esistenza di Osteoporosi e che mette in condizioni il medico di attuare tempestivamente una terapia efficace e personalizzata».Dai 50 anni di età, per ogni donna è fondamentale conoscere il proprio rischio fratturativo. Sul sito http://www.stopallefratture.it è disponibile il Defra Test online, test di autodiagnosi per valutare il rischio personale di fratturarsi nei successivi 10 anni (basso, medio, elevato, molto elevato). A seconda del risultato ottenuto, verranno indicate, per tutte, raccomandazioni e consigli su come prevenire eventuali fratture da fragilità.

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Osteoporosi e pazienti con il diabete Complicanza poco nota ma ‘pesante’

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2013

Mentre nel diabete di tipo 1 ad essere alterata è soprattutto la capacità di formare nuovo tessuto osseo – fatto che comporta un bilancio ‘negativo’ a livello dello scheletro – nel tipo 2, paradossalmente la massa ossea risulta addirittura aumentata, ma ad essere compromessa è la qualità dell’osso. “Questo è provocato dal fatto che le fibre collagene presenti nella matrice dell’osso – spiega Claudio Marcocci, professore ordinario di endocrinologia all’Università di Pisa e direttore dell’U.O. di endocrinologia 2 dell’azienda ospedaliera universitaria pisana nel suo intervento a ‘Pianeta Diabete’, il meeting della Società Italiana di Diabetologia (SID) in corso a Riccione – nella persona con diabete di tipo 2 subiscono una glicosilazione; è un po’ come se nel diabete fuori controllo, l’eccesso di glucosio si andasse ad ‘incollare’ sulle proteine (anche il collagene è una proteina), come una melassa, andandone così ad alterarne della qualità. In questa maniera, l’osso diventa più fragile, nonostante la sua densità risulti aumentata. Nel caso dei ‘tipo 2’ poi bisogna anche ricordare che l’osteoporosi è una patologia molto legata all’età”.Quando l’età ha il suo ‘peso’. E paradossalmente è proprio il miglioramento delle cure del diabete che prolungando l’aspettativa di vita, già aumentata nella popolazione generale, a far sì che il soggetto diabetico sia esposto a quella terza parte della vita dove il rischio di fratture osteoporotiche è aumentato proprio in quanto evento legato alla senescenza. Il problema delle fratture da osteoporosi nel paziente con diabete è legato in gran parte anche alle complicanze vascolari e neurologiche che, unite all’età avanzata, rendono più frequenti e più facili le cadute. E se ad essere più colpite dall’osteoporosi in età avanzata sono certamente le donne, va altresì ricordato che neppure gli uomini sono immuni: il rapporto di prevalenza per le fatture osteoporotiche tra femmina e maschio è di 3 a 1.Il rischio di fratture da osteoporosi poi è particolarmente evidente nei soggetti con ‘tipo 1’, col diabete giovanile. In questi soggetti c’è un’aumentata evidenza di rischio fratturativo in una fascia di età nella quale i soggetti non diabetici difficilmente si fratturano a causa della fragilità ossea. Da non dimenticare poi che per alcuni farmaci anti-diabetici, quali i glitazoni, è stato messo un effetto ‘pro-osteoporotico’.E’ importante dunque portare a conoscenza sia i soggetti con diabete che i medici di famiglia che il diabete rappresenta un fattore di rischio per fatture osteoporotiche non trascurabile. E’ dunque fondamentale mettere in atto tutte le misure che possono ridurre questo rischio – dal migliorato controllo glicemico, all’ottimizzazione dei livelli di vitamina D – oltre ad instaurare terapie anti-osteoporosi specifiche e alla prevenzione delle cadute.“La presenza dell’osteoporosi, soprattutto nella donna diabetica – afferma il professor Stefano Del Prato, presidente della Società Italiana di Diabetologia – rappresenta un’ulteriore dimostrazione della complessità di questa patologia. Un motivo in più, perché il diabetologo sia quello specialista in grado di governare le alterazioni metaboliche e le complicanze che interessano tutti gli organi del corpo. Comprese le ossa”.

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