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Posts Tagged ‘pagamento’

Stop al contante: la strada urgente dei pagamenti digitali

Posted by fidest press agency su domenica, 29 settembre 2019

Commento a cura di Valeria Portale e Ivano Asaro, Direttori Osservatorio Innovative Payments. Quello che manca oggi è un piano strategico completo volto alla lotta all’evasione e alla promozione dei servizi elettronici e digitali di pagamento. Un sistema che sia in grado di modernizzare il nostro Paese, facendo in primis leva sul cambiamento culturale che deve coinvolgere esercenti e consumatori.Sembra quanto mai urgente intraprendere azioni concrete che possano spingere i pagamenti elettronici per colmare il ritardo accumulato rispetto agli altri paesi europei. Un ritardo sempre più accentuato, come dimostrano gli ultimi dati pubblicati dalla Banca Centrale Europea. Vediamo insieme qualche dato: nel 2018 le carte sono state utilizzate per effettuare poco più di 55 miliardi di pagamenti in Europa (+13%), per un totale di circa 2,2 trilioni di euro di spesa. Il report della BCE, che è da quest’anno orfano della Gran Bretagna, a causa della imminente Brexit, vede salire la Francia (oltre 13 miliardi di pagamenti) in prima posizione per numero di pagamenti con carta, posizione finora detenuta appunto dal Regno Unito, seguita da Germania (5,3 miliardi) e dal terzetto Olanda-Polonia-Spagna (4,7miliardi).Tra i Paesi più sviluppati in termini di pagamenti digitali troviamo, anche quest’anno, gli scandinavi dell’Unione: Danimarca, Svezia e Finlandia. In questi, oltre ad essere molto in auge alcuni servizi di Mobile Payment locali come Swish e MobilePay, la carta è utilizzata quotidianamente, con un numero di transazioni annuali pro-capite che si aggira intorno ai 350 con una crescita rispetto al 2017 del “solo” 4%, che dimostra come i pagamenti digitali siano ormai diventati pervasivi nella vita delle persone.
Dai dati della BCE risulta invece evidente come gli italiani non utilizzino ancora questo strumento di pagamento al livello delle proprie controparti europee, nonostante l’Italia, insieme alla Grecia, abbia la più alta diffusione di terminali POS (circa 52 mila per milione di abitanti). I dati mostrano chiaramente che l’Italia si trova agli ultimi posti in termini di utilizzo dei pagamenti elettronici e rischia di perdere ulteriori posti nei prossimi anni. Per colmare il gap rispetto agli altri Paesi europei è necessaria un’azione decisa da parte del Governo. Tale azione deve avere 5 caratteristiche: deve essere ampia (deve cioè coinvolgere un elevato numero di consumatori e/o esercenti), efficace (capace di colmare il gap in breve tempo), persistente (capace di cambiare le abitudini e la cultura anche nel momento in cui dovesse essere “spento” l’incentivo), semplice (per accedere a incentivi o detrazioni consumatori ed esercenti devono poterlo fare senza una eccessiva burocratizzazione del processo) e positiva (sì agli incentivi, no agli obblighi). In questa direzione vanno molteplici proposte che sono già state avanzate: dagli incentivi sullo spesa, alle detrazioni fiscali. La strada è lunga e piena di ostacoli. Ma è necessario iniziare a percorrerla in fretta.

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I “Forzati della sanità a pagamento”

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 giugno 2019

“Nel 2019, quasi 1 italiano su 2 (il 44% della popolazione), a prescindere dal proprio reddito, si è “Rassegnato” a pagare personalmente di tasca propria per ottenere una prestazione sanitaria senza neanche provare a prenotarla attraverso il SSN. E’ chiaro che cosi non si può continuare, i dati parlano chiaro – spiega Marco Vecchietti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute, commentando i risultati del IX Rapporto RBM-CENSIS, una delle più grandi indagini mai condotta sulla sanità italiana, realizzata su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni, presentata a Roma in occasione del “Welfare Day 2019.
Nella vita vissuta degli italiani la spesa sanitaria di tasca propria è una integrazione necessaria del Servizio Sanitario Nazionale: ”Ognuno di noi – prosegue Vecchietti – ha sperimentato senza dubbio la necessità di “surfare” tra pubblico e privato per completare, in tempi certi, un iter clinico o diagnostico, prescritto dal proprio medico. I dati parlano chiaro: considerando le visite specialistiche, su 100 tentativi di prenotazione nel Servizio Sanitario di visite ginecologiche sono 51,7 quelli che transitano nella sanità a pagamento, 45,7 le visite oculistiche, 38,2 quelle dermatologiche e 37,5 le visite ortopediche; tra gli accertamenti diagnostici, su 100 tentativi di prenotazione nel Servizio sanitario, transitano nel privato 30,1 ecografie, 27,4 elettrocardiogrammi, 26,3 risonanze magnetiche e 25,7 RX”.
Sono pagate di tasca propria nella quasi totalità dei casi, il 92%, delle cure odontoiatriche (che si caratterizzano anche per il costo medio più elevato, 575 euro). Nell’ambito dei beni sanitari di assoluta evidenza, i farmaci rappresentano la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini in termini di costo medio (380 euro) e la prima in termini di frequenza (38%), costi medi oltre i 220 euro per lenti e occhiali e di 185 per protesi e presidi, ma con frequenza decisamente più contenute (rispettivamente 18% e 9%). Più alto il presidio pubblico sugli esami diagnostici, che comunque vengono pagati privatamente nel 23% dei casi, e sulle prestazioni ospedaliere, dove comunque i cittadini sostengono direttamente i costi dell’acquisto in quasi il 10% dei casi. La necessità di ricorrere a prestiti e credito al consumo per finanziare le proprie cure passa dal 10,54% al 27, 14%”. Inoltre:”Per le visite specialistiche infatti, solo a titolo di esempio si hanno circa: 128 giorni medi di attesa per una visita endocrinologica, 114 per una visita diabetologica, 65 per una visita oncologica, 58 per una visita neurologica, 57 per quella gastroenterologica, 56 per una visita oculistica, 54 per una visita pneumologica, 49 giorni per una visita di chirurgia vascolare e 49 giorni per una visita cardiologica. È evidente che a fronte di queste lungaggini molti cittadini (il 44% degli intervistati) si rivolgono direttamente al privato anche per le cure che rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza del Servizio Sanitario Nazionale. L’evidenza è nei numeri: tra il 2013 ed il 2018 a fronte di una crescita del + 9,9% della Spesa sanitaria privata la Spesa sanitaria “intermediata” dalla Sanità Integrativa è cresciuta del + 0,5%. Appare evidente che nel lungo periodo solo un cambio di passo potrà consentire di risolvere il difficile rebus della sanità italiana: la soluzione è la prevenzione sanitaria intesa come una azione di lungo periodo in grado di prevenire l’insorgere delle patologie o almeno individuarle in fase iniziale, prima che diventino gravi o irreversibili, con relativa moltiplicazione dei costi sanitari. Oggi di prevenzione sanitaria si parla molto e si pratica troppo poco: la sfida è far entrare nella cultura sociale la priorità della prevenzione, dagli stili di vita al ricorso alle tante forme di screening”.

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Un fondo per contribuire al pagamento del debito dei Comuni capoluogo di città metropolitana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 giugno 2019

Dichiara il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, sulla norma “Risparmia Italia”:”Negli ultimi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con i Comuni capoluogo di Città Metropolitano, alcuni dei quali si trovano in una fase di riequilibrio finanziario, ovvero in dissesto e pre-dissesto finanziario. Stare al fianco delle Amministrazioni vuol dire garantire un’elevata qualità dei servizi pubblici ai cittadini che, diversamente, potrebbero vederli ridotti, per responsabilità che spesso vanno imputate a vecchi amministratori. Dall’approfondito confronto tecnico è uscita una norma corposa che contribuisce a risolvere, o quanto meno alleviare, le problematiche delle amministrazioni coinvolte. I relatori al provvedimento hanno infatti presentato un emendamento al Decreto Crescita, cui abbiamo lavorato da ultimo in questa fase di conversione, in virtù del quale attingendo ai risparmi derivanti dalla rimodulazione del debito di Roma Capitale, abbiamo istituito un fondo finalizzato al “concorso al pagamento del debito dei comuni capoluogo di città metropolitana”. E’ un lavoro che proseguirà, in modo certosino, perché ad ogni “malato” serve la giusta cura”.

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Crac Marenco: tra i capi di imputazione omesso versamento delle imposte e sottrazione al pagamento delle accise

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 giugno 2019

Il Crac Marenco da 4 miliardi coinvolge ben 12 società di import-export di gas naturale ed energia elettrica.Leggendo tra le righe dei capi di imputazione si scorge come gli illeciti ipotizzati nei confronti degli indagati siano principalmente reati tributari: dichiarazione fiscale infedele, omesso versamento delle imposte, sottrazione al pagamento delle accise.
In tal modo la Cassa per i servizi energetici e ambientali (la stessa da cui si vorrebbero prelevare le risorse per il salvataggio di Alitalia, idea improponibile che ci trova nettamente contrari) si trova depauperata di ingenti somme necessarie a tutelare i cittadini in caso di repentini aumenti del costo dell’energia.Non vorremmo che tale vicenda si riveli nell’ennesima beffa a danno dei cittadini: nessuno si azzardi a scaricare in bolletta o in qualsiasi modo sugli utenti i costi dei mancati versamenti delle aziende coinvolte nel crac.Quanto accaduto mette in luce, per l’ennesima volta, l’urgenza di prevedere una riforma generale degli oneri di sistema, come promesso dal Presidente della X Commissione al Senato in occasione della consegna delle migliaia di firme raccolta nella campagna condotta da Federconsumatori.Inoltre è necessario aprire un tavolo di confronto con consumatori, aziende, Autorità e rappresentanti di grossisti e trader per prevedere le forme di tutela indispensabile in caso di mancato versamento di oneri e imposte da parte delle aziende, per fare in modo che in nessun caso siano chiamati a pagare i cittadini.Si tratta di una misura fondamentale e doverosa, soprattutto alla luce del delicato momento che stanno attraversando le famiglie testimoniato dall’aumento della povertà energetica nel nostro Paese.

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Pa: Fp Cgil, salta pagamento elemento perequativo per Statali

Posted by fidest press agency su sabato, 26 gennaio 2019

Salta il pagamento dell’elemento perequativo in busta paga per i dipendenti dello Stato. A denunciarlo è la Funzione Pubblica Cgil Nazionale, in merito alla mancata erogazione per i dipendenti delle Funzioni Centrali dello Stato di quella misura introdotta nel passato rinnovo contrattuale per sterilizzare la perdita del diritto al bonus di 80 euro dovuta all’aumento previsto dal nuovo contratto.”È inaccettabile – sostiene la Fp Cgil -. Abbiamo appena verificato il mancato pagamento dell’elemento perequativo ai dipendenti dello Stato, benché il ministro Bongiorno avesse preso un impegno su questo punto. Non solo: la stessa legge di Bilancio ha previsto uno stanziamento specifico perché fosse garantito il pagamento, senza soluzione di continuità. Quanto accaduto è molto grave ed è per questo che rivendichiamo gli impegni, nonché le disposizioni stesse, presi dal ministro. Il pagamento deve avvenire subito e senza ulteriori passaggi”, conclude la Fp Cgil.

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Limiti più stringenti ai ritardi di pagamento per evitare fallimento delle PMI

Posted by fidest press agency su sabato, 19 gennaio 2019

Strasburgo. Il PE propone delle misure per aiutare le migliaia di PMI e start-up nell’UE che falliscono ogni anno in attesa del pagamento di crediti dovuti anche dalle autorità pubbliche.
La risoluzione non legislativa sulla lotta ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali è stata approvata giovedì con 570 voti favorevoli, 23 contrari e 26 astensioni.
“In Europa 6 imprese su 10 sono pagate in ritardo rispetto a quanto stabilito nel contratto. Con questa proposta introduciamo un maggiore sforzo per pagare entro i 30 giorni, una maggiore trasparenza riguardo il comportamento in materia di ritardo nei pagamenti, una white list per promuovere le imprese che si comportano correttamente e forme di compensazione obbligatorie e adeguate a livello fiscale”, ha dichiarato Lara Comi (EPP, IT), relatrice per la commissione per il mercato interno.I deputati hanno sottolineato l’importanza di controlli più rigorosi sui termini di pagamento, nonché di forme obbligatorie di compensazione adeguata per le imprese in attesa delle somme dovute da parte delle autorità pubbliche, in modo che non siano costrette a fallire a causa di ciò.Poiché la direttiva in vigore consente termini di pagamento oltre i 60 giorni, i deputati vogliono ridurre tali termini a 30 giorni.

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Tempi di pagamento delle imprese non più in calo, crescono i protesti in tutta la Penisola

Posted by fidest press agency su sabato, 22 dicembre 2018

Torna a crescere il numero di società con almeno un assegno o una cambiale protestati e si arresta il trend virtuoso che vedeva in calo da ben 6 anni i tempi di pagamento delle imprese: secondo l’ultimo Osservatorio protesti e pagamenti di Cerved, primario operatore in Italia nell’analisi e nella gestione del rischio di credito, tra luglio e settembre sono state protestate 7656 imprese non individuali, il 7,5% in più rispetto al minimo storico dello stesso periodo del 2017 (-28,6% sul 2016).
L’aumento dei protesti ha riguardato tutta la Penisola, con la sola eccezione del Nord-Est, e in particolare i settori delle costruzioni (+12,9%) e dei servizi (+9%). L’industria nel suo complesso è invece in calo (-1,5%), se si eccettuano l’automotive (+28%), la meccanica (+8,1%) e la chimica (+14%).
Quanto ai pagamenti, i dati di Payline, il database di Cerved con informazioni su oltre 3 milioni di imprese italiane, indicano che per la prima volta dopo sei anni i tempi di pagamento, costantemente in calo, sono invece rimasti stabili nel terzo trimestre 2018. In media, infatti, le aziende italiane hanno pagato i fornitori in 71,7 giorni, cioè 13,1 in più rispetto alla scadenza, proprio come lo scorso anno.
I ritardi sono però cresciuti tra le PMI (da 10,9 a 11 giorni), tra le società che operano nei servizi (da 14,7 a 15 giorni) e nel Mezzogiorno (da 19,7 a 20,2 giorni). Di contro, è aumentato il numero delle società puntuali (dal 47,7% al 51%) ma anche quello dei casi di grave ritardo, cioè oltre i 60 giorni (dal 6% al 6,1%), che possono sfociare in mancati pagamenti o veri e propri default. A livello territoriale, si allargano i differenziali tra le aree più e meno virtuose: sempre in calo i tempi di pagamento nel Nord-Est, nel Nord-Ovest e nel Centro, mentre al Sud il miglioramento si è interrotto. I dati regionali confermano il quadro di una Penisola spaccata a metà, con una eccessiva presenza di aziende in ritardo grave in Sicilia (11,7%), Calabria (11,5%), Sardegna (9,1%), Campania (8,7%) e Puglia (8%). Viceversa, le regioni meno a rischio risultano Veneto (3,6%), Trentino Alto Adige (3,9%) e Lombardia (3,9%).
Calabria, Campania e Lazio (che con il suo +24,5% compromette la buona performance del resto del Centro) sono anche tra le regioni dove maggiormente aumentano i protesti, mentre calano in Sicilia, Sardegna e in tutto il Nord-Est con l’eccezione dell’Emilia Romagna. Non bene nemmeno il Nord Ovest (+11%), in particolare Liguria e Lombardia che crescono a due cifre.

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Atac: Raggi, ‘rivoluzione digitale’, sistemi pagamento più semplici e moderni

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 aprile 2018

“Viaggiare sui mezzi pubblici comprando i biglietti tramite smartphone. Aprire i tornelli della metro con un ticket virtuale sul cellulare. Girare sui bus con in tasca un’unica carta contactless, con un chip on paper, dove si possono caricare i Bit. Pagare la sosta sulle strisce blu tramite carta di credito e non dover più rientrare in macchina per esporre il tagliando. Questa è la Roma del futuro. Oggi abbiamo presentato con Atac alcune iniziative per agevolare l’utilizzo del trasporto pubblico. Per rendere più semplice la vita della persone, in una città grande e complessa come la nostra. Vogliamo che la nostra città sia sempre più smart, una città competitiva a livello mondiale”. Così in una nota la Sindaca di Roma, Virginia Raggi.
“L’azienda migliora l’offerta – spiega l’assessore alla Città in Movimento, Linda Meleo – apportando un cambiamento radicale che è l’inizio di un percorso verso lo sviluppo di sistemi di pagamento più facili e intuitivi per i cittadini. Con l’ acquisto del BIT tramite smartphone o il pagamento della sosta tramite carta di credito, oltre a semplificare i processi, sarà limitata l’evasione tariffaria o il mancato pagamento del parcheggio. Con questi nuovi strumenti migliora, infatti, l’accessibilità ai mezzi del trasporto pubblico, si producono maggiori ricavi per l’azienda, in un’ottica di risanamento di Atac, e i parcometri in pochi mesi diventeranno strumenti multifunzionali di ricarica e di pagamento”.“La sostituzione progressiva dei titoli cartacei con supporti di tipo chip on paper è un incentivo in più per favorire l’uso del trasporto pubblico e il corretto pagamento dei biglietti anche per gli utenti occasionali. La digitalizzazione significa enorme risparmio di tempo, meno file alle biglietterie e un servizio più efficiente. Inoltre questo è un altro passo per dare nuovo slancio all’azienda”, afferma il presidente della Commissione Mobilità, Enrico Stefàno.

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Servizi a pagamento “abusivi” su smartphone e telefonini

Posted by fidest press agency su domenica, 7 gennaio 2018

A modern smartphone and a old classic cell phone side by side.

Ritorna più forte che mai il tema dei servizi a pagamento attivati abusivamente su smartphone e telefonini cui più volte noi dello “Sportello dei Diritti” abbiamo detto di prestare attenzione e fornito i consigli utili per evitare di cadere nella trappola o di uscirne, se incappati. Anche questa volta prendiamo spunto da un post della Polizia Postale pubblicato sulla sua pagina Facebook ufficiale “Commissariato di PS On Line – Italia”. Questo il testo dell’allerta lanciata da poche ore dalla Polpost corredata dallo screenshot del tipo di messaggio che può causare la perdita del credito telefonico o addebiti non desiderati in bolletta: “TEMPESTIVITA’. Non perdete tempo ma contattate immediatamente il vostro operatore telefonico ed esigere la disattivazione dei servizi a pagamento e la restituzione del maltolto”. Insomma, se ci troviamo il credito telefonico azzerato o addebiti per servizi non richiesti, è sufficiente contattare il nostro operatore telefonico per pretenderne la disattivazione e la restituzione di quanto indebitamente percepito dalle aziende che hanno attivato i servizi abusivi. Se non otteniamo il dovuto, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si dovrà procedere con un reclamo formale contenente anche una diffida nei confronti della società telefonica e, in caso di mancata risposta o risposta insoddisfacente si potrà agire in giudizio previo tentativo obbligatorio di conciliazione. Per fare tutto ciò, potrete rivolgervi agli esperti della nostra associazione tramite i nostri contatti email info@sportellodeidiritti.org per valutare immediatamente tutte le soluzioni del caso per la vostra tutela.

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Sacchetti: vengono pagati anche se non sono presi!

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 gennaio 2018

sacchetti plastica“Clamoroso! I consumatori pagano i sacchetti anche se non li prendono. E’ quanto segnalano i nostri iscritti. La famosa foto circolata su vari giornali e social con 4 arance ed 1 scontrino appiccicato sopra ogni arancia, è pericolosissima. Il rischio, in quel caso, è di pagare, infatti, 4 sacchetti … mai presi” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Alle casse, infatti, non viene digitato a parte il sacchetto, ma il sovraprezzo scatta in automatico nel momento stesso in cui viene passato il codice a barre della frutta e della verdura. Insomma, dopo il danno, la beffa!” prosegue Dona.”Chiediamo di porre immediatamente rimedio a questa situazione assurda o scatteranno le denunce e le azioni legali a tutela dei consumatori” conclude Dona.L’associazione invita i consumatori a continuare a segnalare allo sportello del nostro sito (www.consumatori.it) tutte le anomalie riscontrate e ad inviarci copia dello scontrino con il prezzo pagato per il sacchetto.

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I grandi debitori di MPS non pagano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 gennaio 2017

corriere-della-seradi Luigi Di Maio Dal Corriere della Sera: “Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, dice no alla black list dei debitori, la lista delle aziende che hanno ottenuto e poi non restituito prestiti pesanti dalle banche finite poi in difficoltà, a partire dal Monte dei paschi di Siena. “No, secondo me non va pubblicata la lista dei grandi debitori insolventi”, segnando un cambio di direzione rispetto all’orientamento che il governo aveva lasciato filtrare nei giorni scorsi”. Il principio – spiega il ministro – è che l’imprenditore va dalla banca a chiedere i soldi. È responsabilità della banca capire se è insolvente. È un po’ strano spostare l’onere su chi chiede i soldi”E’ molto strano che siano i cittadini comuni a dover pagare per quelli, che come riportato dagli organi di stampa (Corriere, Il Sole, Libero), sono i grandi debitori insolventi di MPS, su tutti Carlo De Benedetti (tessera numero 1 del Pd e patron de La Repubblica che infatti su questo scandalo non scrive mezza riga), che con i 600 milioni di euro di Sorgenia risulta il maggior debitore del Monte dei Paschi, almeno tra i privati citati dai giornali. Perchè Calenda tutela gli interessi del numero 1 del Pd e se ne frega dei cittadini che gli pagano lo stipendio? Pensi a fare il ministro dello Sviluppo Economico di un Paese in macerie anzichè il palo ai grandi debitori insolventi. Vogliamo che la lista dei grandi debitori insolventi MPS venga pubblicata al più presto, prima di prendere altri soldi ai cittadini devono essere loro a pagare! (fonte: blog di Grillo)

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I consumatori europei pronti all’uso della biometria per la sicurezza dei pagamenti

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2016

sistema riconoscimentoSecondo una recente ricerca Visa (Visa Inc – NYSE: V) i consumatori europei sono favorevoli all’utilizzo della biometria nei sistemi di pagamento in particolare quando è integrata con altre misure di sicurezza. Circa tre quarti della popolazione europea (73%; 76% la media italiana) ritiene l’autenticazione a due fattori, cioè nei casi in cui un parametro biometrico è utilizzato in combinazione a un dispositivo di pagamento fisico, un metodo sicuro per autentificare il titolare al momento del pagamento. L’autenticazione a due fattori implica un qualcosa che si ha, come una carta o un telefonino; un qualcosa che si è, come un parametro biometrico; oppure qualcosa che si sa, come un PIN o una password. Oltre due terzi dei consumatori, 68%, desiderano usare soluzioni biometriche per l’autenticazione nei pagamenti per lo shopping sia a casa che in giro per negozi. La quota di consumatori propensi alle tecnologie di biometria sale al 74% in Italia, la più alta registrata in Europa. Per gli esercenti online, in particolare, questa è un’opportunità da cogliere tempestivamente, considerando che il 31% dei consumatori ha abbandonato l’acquisto online a causa del processo di sicurezza del pagamento. […]
Tuttavia al momento la sfida maggiore per la biometria si colloca in quegli scenari in cui è l’unica forma di autenticazione utilizzata. […] I sistemi biometrici di riconoscimento funzionano al meglio se combinati con altri fattori quali il dispositivo fisico, le tecnologie di geo-localizzazione e metodi di autenticazione aggiuntivi […]
La popolarità delle impronte digitali – La ricerca, con uno studio condotto su oltre 14mila consumatori europei, rivela che la familiarità e la conoscenza delle forme di biometria sono fattori fondamentali per il progresso in questa direzione. Con il sopraggiungere dei pagamenti tramite dispositivi mobili, il riconoscimento delle impronte digitali sembra essere il metodo biometrico più promettente per la sua facilità di utilizzo e la sicurezza […] oltre la metà dei consumatori (53%) dichiara di prediligere le impronte digitali […]La chiave tra sicurezza e facilità dei processi d’acquisto – Oltre due terzi dei consumatori (67%) riconosce l’importanza dei dettagli di sicurezza per proteggere la propria identità: […] La ricerca ha rilevato, infatti, che l’autenticazione biometrica è considerata importante in egual misura sia negli acquisti face-to-face, quando cioè efficienza e velocità sono prioritarie, sia nelle transazioni online.
Tutto ciò si rispecchia nei risultati della ricerca:
· Il 48% vorrebbe usare l’autenticazione biometrica per i pagamenti sui trasporti pubblici
· Il 47% desidera utilizzare metodi di autenticazione biometrica per i pagamenti al bar o al ristorante
· Il 46% li utilizzerebbe per tutto lo shopping, dalla spesa quotidiana al caffè ai pagamenti al fast-food
· Il 40% vorrebbe utilizzarlo per l’e-commerce
· Il 39% per pagare contenuti scaricati online (foto: sistema riconoscimento)

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Contestare ai cittadini un mancato pagamento, ponendo a carico degli oneri quando poi dimostrano di aver regolarmente pagato

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 luglio 2016

camperANCORA OGGI il cittadino è tenuto a conservare le ricevute per anni ma, alla luce dell’informatizzazione.il Governo e i Parlamentari devono cambiare dette norme perché il cittadino è stanco di vedersi porre a carico oneri che comportano stress e costi quando poi chi sbaglia è colui che viene pagato dai cittadini per ben amministrare.Per quanto sopra, chiediamo a Governo e Parlamentari di intervenire,RICORDANDO CHE:
– Da 15 anni vi è una informatizzazione diffusa ed efficace, quindi, le Pubbliche amministrazioni non archiviano più delle carte che poi potrebbero andare disperse, ma ricevono giornalmente i dati inerenti i versamenti a loro diretti da parte dei cittadini direttamente da un software che consente di verificare in automatico sia dei pagamenti dovuti e non effettuati (quindi contestabili in tempo utile al cittadino) sia controllare eventuali pagamenti (come in questo caso) che sono incassati ma non vengono attribuiti per vari motivi.
– Da 15 anni non è accettabile che una Pubblica Amministrazione incassi non attribuendo in modo certo un pagamento e non accertando la provenienza di un pagamento qualora non sia certo il dove attribuirlo.
EMANINO UNA NORMA CHE
a una richiesta di pagamento rivolta al cittadino che poi dimostri di averlo già effettuato, quindi è pacifica l’inefficienza e il costo che l’Amministrazione ha posto sia a carico del cittadino per le ricerche e risposte – a parte lo stress subito – e alla stessa amministrazione che paga per aver creato la pratica e attivato la spedizione) –
1) obblighi chi ha emesso tale atto a pagare i relativi costi perché non ha tenuto in ordine i pagamenti ricevuti;
2) attivi automaticamente una sanzione disciplinare per i dipendenti che non hanno svolto il loro dovere (dal capo che deve organizzare bene il servizio al dipendente che non ha svolto bene il suo compito di verifica e archiviazione) nonché attivi una verifica sulla loro competenza nello svolgere i compiti a loro assegnati.
Quanto sopra è indispensabile per rispettare il cittadino che lavora e mantiene chi è in servizio nella Pubblica Amministrazione del Paese. (Associazione Nazionale Coordinamento Camperisti, portatrice di un interesse collettivo) www.coordinamentocamperisti.it

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Paga canone Rai chi ha tv, anche la radio, ma non altri device

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

televisori“Rimane l’impianto della normativa in vigore. E’ il possesso di un televisore il requisito per il pagamento del canone, non degli altri device. Nella norma abbiamo solo aggiunto una presunzione del possesso del televisore che è il contratto di fornitura elettrica per l’abitazione in cui si è residenti. Questo è il presupposto, in futuro vedremo per prendere in esame l’evoluzione tecnologica” Lo ha detto il sottosegretario Antonello Giacomelli a 24Mattino su Radio 24 e ha aggiunto “Secondo i dati Istat – ha sottolineato – il 97% degli italiani possiede un televisore. Eppure questo non emerge dai dati sul pagamento del canone”.
Alla domanda del conduttore di Radio 24 Alessandro Milan se anche chi ha una radio debba pagare il canone, Giacomelli risponde: “Secondo me non è importante quello che uno ascolta e come fruisce. Il requisito rimane lo stesso, il possesso di un apparecchio atto a ricevere. Sono esclusi, al momento, computer, tablet e smartphone”

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Valorizzare i veri autonomi: una risposta a Tiziano Treu

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 Mag 2015

tiziano treuSul Sole 24 ore del 6 maggio è apparso un interessante contributo del senatore Tiziano Treu (“Ora vanno valorizzati i veri autonomi”), che testimonia un’attenzione crescente al lavoro autonomo, il riconoscimento del suo ruolo per il funzionamento dell’economia moderna e l’accettazione della sua specifica identità, non più lavoro atipico da riportare entro gli schemi del lavoro subordinato. Nell’articolo Treu sostiene la necessità di interventi sostanziali.
Innanzitutto sul fronte previdenziale dove auspica una riduzione della contribuzione alla gestione separata (non solo il blocco alla situazione attuale) e “l’integrazione delle pensioni contributive, a condizioni definite, con prestazioni ulteriori finanziate dal fisco” con cui sembra richiamare un suo vecchio disegno di legge (del 2009 a firma anche di Giuliano Cazzola), che come Acta abbiamo subito apprezzato e che prevedeva una pensione di base, equiparabile all’assegno sociale, aggiuntiva rispetto a quanto garantito dal sistema contributivo. Un meccanismo che aiuterebbe a riequilibrare il divario che separa il sistema contributivo da quello retributivo e incentiverebbe l’investimento pensionistico.
Treu cita inoltre una serie di misure che accolgono molte delle proposte che fanno parte della “piattaforma” Acta: tutele nelle situazioni di malattia e disoccupazione, congedi parentali, detassazione della formazione, garanzia dei tempi di pagamento.
Allo stesso tempo tuttavia, l’articolo contiene alcuni punti che ci preoccupano, laddove menziona una proposta di legge (più volte rivista) per uno Statuto del lavoro autonomo e dove sottolinea, peraltro in coerenza con il citato Statuto, la necessità di configurare tutele specifiche per i lavoratori economicamente dipendenti, identificati principalmente sulla base della monocommittenza, eventualmente con un parametro aggiuntivo legato al reddito.
Questo della monocommittenza è un vecchio refrain. Rispetto alle interpretazioni dominanti degli ultimi anni osserviamo un’evoluzione: la monocommittenza non è più considerata necessariamente dimostrazione di subordinazione[2], ma la monocommittenza rappresenta comunque una situazione che deve essere trattata in maniera diversa. In sostanza chi è monocommittente ha minori possibilità concrete di reperire sul mercato adeguate alternative, è più debole e perciò deve fruire di alcune tutele essenziali relative al contratto, al welfare e alle politiche attive.
Tutto ciò in coerenza con i pareri del Comitato economico e sociale europeo (CESE) e con quanto avviene in altri paesi europei, ed in particolare in Spagna, che ha introdotto uno Statuto del lavoro autonomo che prevede la figura del lavoratore economicamente dipendente (TRADE).
La scelta di agire a favore esclusivamente dei freelance monocommittenti è però un modo per continuare a legare il sistema di tutele alla posizione lavorativa. Come Acta sosteniamo invece la necessità di strumenti universalistici, che prescindano dalla specifica posizione lavorativa, per più motivi.
1. L’esigenza di tutele essenziali interessa tutti i freelance, non solo quelli monocommittenti. Anche un pluricommittente può essere economicamente debole, perché pur avendo più clienti il suo fatturato complessivo è esiguo. Anche un pluricommittente con elevato fatturato può essere messo in crisi da clienti che non pagano o da una situazione di malattia che gli impedisce di lavorare per lunghi periodi. Tutto il lavoro autonomo per le imprese non può essere abbandonato alla regolamentazione del mercato, ma richiede un quadro di nuove garanzie.
2. L’adozione di un sistema di tutele specifico per il lavoro economicamente dipendente prevede oneri a carico del committente, che sarà perciò incentivato a trovare fornitori non monocommittenti, in modo da ridurre i propri impegni.
3. Il lavoratore monocommittente può non voler rendere nota questa situazione al proprio committente, in modo da non indebolire il proprio potere contrattuale.
Quindi non solo non è risolutivo per tutti i freelance, ma è anche di difficile applicazione per resistenze che possono riguardare sia il lavoratore sia il committente, tanto è vero che l’esperienza spagnola non può certo dirsi di successo[3].
Lo statuto del lavoro autonomo tuttavia non tratta solo del lavoro economicamente dipendente. Esso ha il merito di affermare la centralità di tutto il lavoro autonomo e contiene alcune novità interessanti, come ad esempio l’estensione anche agli autonomi dello stesso diritto concesso ai dipendenti di prelazione in caso di fallimento del committente, l’introduzione di linee guida per la determinazione di equi compensi da parte della pubblica amministrazione e la definizione di tempi certi di pagamento.
Ma nel complesso è una proposta pasticciata, che rivela l’inadeguatezza di un approccio che non riconosce le specificità dei freelance, del lavoro autonomo di seconda generazione. Esso si rivolge a tutto il lavoro autonomo – imprenditoriale e usa una logica additiva. Alle tradizionali politiche per l’imprenditorialità (incentivi ai primi anni di attività, politiche per imprenditorialità femminile, sostegno alle riconversioni, interventi in situazioni di crisi, sostegno alla Ricerca e sviluppo, fondi di garanzia) aggiunge strumenti che provengono dal lavoro dipendente (contrattazione collettiva[4] e sportelli informativi e per l’incrocio tra domanda e offerta, servizi pubblici e privati accreditati che offrano consulenza e bilanci delle competenze[5]), il tutto condito con misure volute per dare sostanza alla legge 4/2013 sul riconoscimento delle professioni, per regolare e limitare l’accesso alla professione[6]. Un mix che è ben lontano dal fornire un quadro coerente per il lavoro autonomo, come si richiederebbe ad uno statuto, e che insospettisce perché molte parti sono dirette a rafforzare le rappresentanze più che i lavoratori autonomi[7]. Infatti, con lo Statuto l’iscrizione ad un’associazione riconosciuta diventerebbe necessaria ad esercitare una professione, e più in generale le organizzazioni di rappresentanza potrebbero partecipare all’erogazione di nuovi servizi, come gli sportelli informativi, di incontro domanda e offerta, di consulenza, per il bilancio delle competenze…, e avere un ruolo chiave nella formazione, che sarà incentivata (attraverso la totale deducibilità dei costi) solo se svolta entro enti accreditati o se funzionale all’acquisizione di crediti formativi. Con quali conseguenze per i freelance? Di sicuro maggiori costi (iscrizione obbligatoria ad una associazione rappresentata) e limitazioni, in particolare con riferimento alla formazione, dove la presenza di vincoli è spesso funzionale agli interessi degli enti formativi. La formazione è uno dei principali canali di finanziamento per molte organizzazioni di rappresentanza ed è la prova tangibile del crescente divario tra i propri interessi e quelli dei soggetti che dovrebbero essere rappresentati.
In definitiva ci sembra che la situazione non sia ancora matura per proporre uno Statuto del lavoro autonomo, e ancor meno uno Statuto dei lavori. Più pragmaticamente siamo interessati a discutere singole misure, a partire dai temi prioritari richiamati nell’articolo di Treu: riduzione dei contributi alla gestione separata (attualmente al 27,72%) e pensioni contributive adeguate (a fine maggio Boeri ha promesso la busta arancione con le proiezioni pensionistiche anche agli iscritti alla Gestione Separata e allora sarà chiaro a tutti l’abisso tra il sistema contributivo e quello retributivo), tutele nelle situazioni di malattia grave, accogliendo la battaglia che stiamo conducendo a supporto di Afrodite K[8], e di disoccupazione, norme sulla conciliazione che favoriscano anche la partecipazione dei papà ai compiti di cura, detassazione totale della formazione (senza vincoli corporativi), abbandono delle gare pubbliche al massimo ribasso, a vantaggio di una valorizzazione delle competenze, interventi per garantire l’effettivo rispetto dei tempi di pagamento e porre così un argine ad un problema drammatico per molti freelance… (Anna Soru)

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Gli italiani non pagano il condominio

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 luglio 2014

Policlinico Caserta Nov 2010Sul mercato delle locazioni si fa avvertire in modo sempre più pesante la morosità delle spese condominiali, e non più soltanto il mancato pagamento dei canoni di affitto. Un aumento che rispecchia il protrarsi del difficile momento che sta attraversando l’economia italiana e che l’osservatorio di “Affitto assicurato”, società specializzata nel rilascio di contratti a tutela delle obbligazioni derivanti da contratti di locazione, stima in un + 33% sullo stesso periodo del 2013, e che si attesta su base nazionale al 23% con un ritardo medio di 7 mesi.
«Il mancato pagamento delle spese condominiali è un’ulteriore riprova delle difficoltà in cui si dibattono molte famiglie italiane –commenta Claudio De Angelis, responsabile brand Affitto Assicurato–. Se negli ultimi anni si era assistito a un’impennata nella morosità sui canoni d’affitto, con un aumento, di conseguenza, delle procedure di sfratto, negli ultimi mesi abbiamo registrato una crescita decisa di richiesta per mancato pagamento delle spese condominiali.Questo trend ha fatto crescere l’esigenza di maggiori garanzie da parte dei proprietari degli immobili locati, perché nel caso l’inquilino non paghi, l’amministratore provvede a riscuotere le spese condominiali dal condomino, ossia dal proprietario dell’appartamento locato. Quest’ultimo, soltanto in seguito, nella sua veste di locatore, potrà richiedere all’inquilino il rimborso della quota di spese posta dalla legge a suo carico».

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Spot canone Rai 2014. Pubblicita’ ingannevole? Denuncia all’Antitrust

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2014

Firenze, Anche quest’anno la tv di Stato, per ricordare agli italiani che possiedono un apparecchio tv il pagamento dell’imposta di possesso per finanziare il servizio pubblico televisivo (1) -dovuta anche se non si guarda mai la Rai- ha messo in onda sui propri canali uno spot pubblicitario (2). “Il canone si deve, il canone si vede”, questo lo slogan dello spot che, se gia’ non si sa che che cosa sia il cosiddetto canone/abbonamento, non aiuta per niente a comunicare quello che vorrebbe (il pagamento di un’imposta, per l’appunto). Non solo, ma siccome allo slogan basato sulla parola “canone”, passano poi in rassegna i loghi di tutta l’offerta del servizio pubblico (3), il messaggio che viene percepito da chi non e’ gia’ informato in merito, e’ che si tratti del pagamento di un canone per la visione dei vari canali Rai. Per questo motivo abbiamo deciso di chiedere l’intervento dell’Autorita’ Garante della Concorrenza e del Mercato, perche’ verifichi se non ci siano gli estremi di una pubblicita’ ingannevole.

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Notifica delle cartelle esattoriali in caso di irreperibilità del contribuente

Posted by fidest press agency su domenica, 21 luglio 2013

La Corte Costituzionale, con l’importante e condivisibile sentenza n. 258 del 19/11/2012, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del terzo comma (corrispondente all’attualmente vigente quarto comma) dell’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nella parte in cui stabilisce che la notificazione della cartella di pagamento “Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile….si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60 del DPR 29 settembre 1973, n. 600”, anziché “Nei casi in cui nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi sia abitazione, ufficio o azienda del destinatario….si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60, primo comma, alinea e lettera e), del DPR 29 settembre, n. 600”.
Per comprendere l’importanza della suddetta sentenza, è opportuno fare un excursus giuridico delle varie forme di notifica sino ad ora adottate dal concessionario e dagli uffici fiscali sia per quanto riguarda gli avvisi di accertamento che le cartelle esattoriali.
A) NOTIFICA DEGLI AVVISI DI ACCERTAMENTO
Per la notifica degli avvisi di accertamento la normativa prevede, ai fini fiscali, una diversa disciplina a secondo che si tratti di irreperibilità relativa del contribuente o irreperibilità assoluta del contribuente.
1. Nelle ipotesi di irreperibilità relativa del contribuente è applicabile soltanto l’art. 140 c.p.c., che testualmente dispone: “Se non è possibile eseguire la consegna per irreperibilità o per incapacità o rifiuto delle persone indicate nell’articolo precedente, l’ufficiale giudiziario deposita la copia nella casa del comune dove la notificazione deve eseguirsi, affigge avviso del deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione o dell’ufficio o dell’azienda del destinatario e gliene dà notizia per raccomandata con avviso di ricevimento”.
A tal proposito, è opportuno ricordare che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 3 del 14/01/2010, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del suddetto articolo nella parte in cui prevede che la notifica si perfezioni per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione.
L’applicazione del suddetto art. 140 c.p.c. è tassativamente prevista, ai fini fiscali, anche dall’art. 60, comma 1, DPR n. 600/1973.
Le formalità previste per la notifica di cui al succitato art. 140 c.p.c. (deposito della copia nella casa comunale, affissione dell’avviso di deposito ed invio della raccomandata), in quanto organicamente coordinate tra di loro, hanno tutte carattere essenziale e, come tali, è condizionata al loro integrale adempimento l’efficacia giuridica della notifica stessa (Cassazione, sentenza n. 359 del 14/01/2002).
Infatti, i suddetti adempimenti sono essenziali per la costituzione della fattispecie notificatoria, sicchè la loro mancanza non può considerarsi un semplice vizio ab estrinseco, con mera efficacia invalidante del processo notificatorio e come tale suscettibile di sanatoria, ma si risolve nella mancanza di un elemento essenziale di esso ed esclude in radice che la notificazione possa ritenersi eseguita, neppure in forma viziata, giacchè l’ipotesi del vizio presuppone pur sempre un procedimento completato nei suoi momenti strutturali fondamentali.
Tale disciplina manifestamente non si pone in contrasto né con l’art. 24, comma 2, della Costituzione, in quanto l’adempimento di tutte queste formalità è necessario per la tutela del destinatario dell’atto e non è gravoso, risolvendosi in formalità di mera esecuzione, né con l’art. 3 della Costituzione, che prevede la sanatoria nelle varie ipotesi di irregolarità delle notificazioni, in quanto il principio della sanatoria previsto da quest’ultima disposizione si riferisce a fattispecie che non riguardano la radicale inesistenza della notificazione, come nella fattispecie di cui al succitato art. 140 (Cassazione, sentenze n. 4840 del 27/07/1981, n. 221 del 14/01/1982).
A norma dell’art. 138 c.p.c., può considerarsi equipollente alla notificazione effettuata in mani proprie il rifiuto di ricevere la copia dell’atto soltanto se proveniente dal destinatario della notificazione medesima o dal domiciliatario (stante l’assimilazione, stabilita dall’art. 141, comma 3, c.p.c. tra la consegna a mani proprie del destinatario e quella in mani proprie del domiciliatario); detta equipollenza non opera, pertanto, allorchè il rifiuto provenga da persona che, non essendo stato reperito il destinatario in uno dei luoghi di cui all’art. 139, comma 1 c.p.c., sia compresa nel novero di quelle tuttavia abilitate, ai sensi del secondo comma della medesima disposizione, alla ricezione dell’atto, sicchè detto rifiuto comporta la necessità di eseguire le formalità prescritte dall’art. 140 c.p.c. la cui omissione determina l’inesistenza della notificazione stessa (Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 9325 del 26/06/2002).
Infatti, si ha l’ipotesi dell’inesistenza della notifica quando la stessa si traduce in un atto totalmente difforme dal modello legale (Cassazione, sentenza n. 7219 del 17/05/2002).
Ultimamente, la Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con la sentenza n. 11713 del 27/05/2011, ha stabilito che in caso di omissione di uno dei tre adempimenti previsti dall’art. 140 c.p.c. (nella specie, mancata affissione dell’avviso della porta dell’abitazione), la notificazione è tuttavia nulla, e non inesistente (per tutte , Cassazione n. 16141/2005 e Cassazione n. 4307/1999).
E la nullità resta, in ogni caso, sanata dalla ricezione della raccomandata da parte del destinatario, l’effetto sanante in tal caso realizzandosi nel momento di tale ricezione (Cassazione n. 5450/2005).
L’art. 140 cod. proc. civ. richiede, per il perfezionamento del procedimento notificatorio in caso di irreperibilità o rifiuto di ricevere la copia da parte delle persone indicate nell’art. 139 cod. proc. civ., il compimento di talune formalità (deposito nella casa comunale, affissione dell’avviso alla porta del destinatario, invio di raccomandata con avviso di ricevimento), la cui essenzialità è pacifica in giurisprudenza e viene qui ribadita, ma non postula affatto che del compimento di tali formalità l’agente notificatore debba dare atto con formule sacramentali, esattamente corrispondenti al tenore testuale della norma.
La relata di notificazione va, in altre parole, interpretata attribuendo a ciascuna parte di essa il senso che risulta dal complesso dell’atto (art. 1363 cod. civ.) e non certo sulla base di una considerazione “atomistica” delle parti che la compongono. Ne consegue che, ove l’agente notificatore dichiari di effettuare la notificazione di un atto ai sensi dell’art. 140 cod. proc. civ., l’attestazione di avere “rilasciato avviso sul luogo del destinatario” non può essere interpretata in altro modo, secondo buona fede, se non nel senso che detto avviso è stato rilasciato nelle forme previste dal citato art. 140 cod. proc. civ., e cioè mediante affissione sulla porta del destinatario, essendo ogni diversa interpretazione contraria alle usuali regole di ermeneutica contrattuale, applicabili, nei limiti della compatibilità, agli atti amministrativi (Cassazione, Sezione Tributaria, n. 3426 del 12/02/2010).
Nelle ipotesi di notificazione eseguita ai sensi del succitato art. 140 c.p.c., la relata di notifica fa fede fino a querela di falso in ordine all’attestazione delle operazioni compiute ed al contenuto estrinseco delle dichiarazioni ricevute dal messo notificatore, mentre l’attestazione che il luogo della notificazione fosse l’abitazione del notificando, in quanto risultante da attività meramente informativa, non può considerarsi assistita dalla fede pubblica privilegiata, ben potendo essere dimostrata non rispondente a verità con ogni mezzo di prova (Cassazione, sentenza n. 4844 del 24/04/1993).
2. Nelle ipotesi di irreperibilità assoluta del contribuente è applicabile, invece, soltanto l’art. 60, comma 1, lett. e), D.P.R. n. 600/73, che testualmente dispone, nella specifica materia fiscale:
“Quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l’avviso del deposito prescritto dall’art. 140 del codice di procedura civile, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell’albo del comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell’ottavo giorno successivo a quello di affissione” (a seguito delle modifiche inserite dall’art. 174, comma 4, del D.Lgs. n. 196 del 30/06/2003, a decorrere dal 1° gennaio 2004).
Secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, la notificazione dell’avviso di accertamento tributario deve essere effettuata secondo il rito previsto dall’art. 140 cod. proc. civ. quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma non si sia potuto eseguire la consegna perchè questi (o altro possibile consegnatario) non è stato rinvenuto in detto indirizzo, da dove tuttavia non risulta trasferito; mentre, deve essere effettuata applicando la disciplina di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, lett. e), sostitutivo, per il procedimento tributario, dell’art. 143 cod. proc. civ., quando il messo notificatore non reperisca il contribuente che, dalle notizie acquisite all’atto della notifica, risulti trasferito in luogo sconosciuto (v. tra le altre Cass. n. 10189/2003, n. 7268/2002, n. 10799/1999, n. 4587/1997).
Poiché l’art. 60 del D.P.R. n. 600 del 1973 non esclude l’applicabilità dell’art. 140 c.p.c., e non prevede neppure implicitamente una diversa disciplina per le ipotesi contemplate nella suddetta disposizione del codice, deve invero ritenersi, in virtù del generale richiamo alla disciplina stabilita dall’art. 137 e ss. c.p.c., che nel caso di assenza, incapacità o rifiuto di ricevere la copia da parte delle persone indicate dall’art. 139 c.p.c., la notifica vada effettuata, a norma del citato art. 140 c.p.c., seguendo esattamente la procedura ivi indicata (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata), mentre solo nella diversa ipotesi in cui il contribuente risulti trasferito in luogo sconosciuto, disciplinata nel codice di rito dall’art. 143 c.p.c., poiché tale norma è stata espressamente esclusa da quelle applicabili, occorre fare riferimento alla specifica disciplina dettata dal D.P.R. n. 600/73 citato, art. 60, lett. e) (Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, sentenze n. 10177 del 04/05/2009 e n. 28698 del 03/12/2008).
In definitiva, deve rammentarsi un nutrito orientamento della Corte di Cassazione secondo il quale la notificazione ai sensi del succitato art. 60, lett. e), è valida soltanto se non sia effettivamente possibile reperire l’abitazione, l’ufficio o l’azienda del contribuente nel comune ove il medesimo ha il domicilio fiscale, malgrado le ricerche del messo notificatore, sempre che queste, secondo giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità, siano state sufficienti (Cassazione, Sezione Tributaria, sentenza n. 22677 del 25/10/2007 e sentenze n. 7120/2003, n. 5100/1997, n. 4654/1997, n. 8363/1993).
In ogni caso, l’interpretazione del documento contenente l’attestazione del messo notificatore spetta soltanto al giudice di merito, al quale compete altresì la valutazione circa la sufficienza o meno delle ricerche effettuate dal messo notificatore prima di procedere alla notifica, ai sensi dell’art. 60, lett. e), D.P.R. n. 600/1973, valutazione che costituisce giudizio di fatto insindacabile in sede di legittimità (Cassazione, sentenza n. 5100 del 1997).
E’ vero che l’attestazione de qua rappresenta il frutto di informazioni assunte dal messo notificatorio presso terzi e che, secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, la relata di notificazione di un atto fa fede fino a querela di falso per le attestazioni che riguardano l’attività svolta dall’ufficiale giudiziario precedente, la constatazione di fatti avvenuti in sua presenza ed il ricevimento delle dichiarazioni resegli, limitatamente al loro contenuto estrinseco, ma fa fede, invece, fino a prova contraria per tutte le altre attestazioni che non siano frutto della diretta percezione del pubblico ufficiale, bensì, per esempio, di informazioni da lui assunte o di indicazioni fornitegli da altri (v., tra numerose altre, Cass. n. 3403 del 1996 e n. 4590 del 2000); tuttavia è, innanzitutto, da evidenziare che l’eventuale prova contraria offerta (nella specie, ovviamente, documentale) deve essere valutata dal giudice di merito e che la relativa valutazione è censurabile in Cassazione solo per vizi di motivazione (in tal senso, Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, sentenza n. 20425 del 28/09/2007).
3. Tutto quanto sopra esposto è applicabile anche per le notifiche alle persone giuridiche, ai sensi e per gli effetti dell’art. 145 c.p.c. (come modificato dall’art. 2, comma 1, lett. c), nn. 1,2 e 3, della Legge 28/12/2005 n. 263), che al terzo comma testualmente dispone:
“Se la notificazione non può essere eseguita a norma dei commi precedenti, la notificazione alla persona fisica indicata nell’atto, che rappresenta l’ente, può essere eseguita anche a norma degli articoli 140 o 143”.
A tal proposito, la Corte di Cassazione – Sezione tributaria -, con la sentenza n. 8637 del 30/05/2012, ha precisato che in riferimento alla notifica di atti alle società commerciali, il necessario coordinamento di tale disciplina con quella di cui all’art. 145 c.p.c. comporta, peraltro, che, in caso di impossibilità di eseguire la notificazione presso la sede sociale, il criterio sussidiario della notificazione alla persona fisica che la rappresenta è applicabile (con prevalenza sulle previsioni di cui all’art. 60, comma 1, lett. e), D.P.R. n. 600/1973) soltanto se tale persona fisica, oltre ad essere identificata nell’atto, risiede nel comune in cui l’ente ha il suo domicilio fiscale (in tal senso, anche Cassazione, sentenze n. 15856/09, n. 5483/08 e n. 3618/06).
In caso contrario, non potrà che farsi ricorso sempre e soltanto al criterio di cui all’art. 60, lett. e), citato più volte (affissione nell’albo del comune del luogo in cui la società contribuente ha il domicilio fiscale) come precisato dalla Corte di Cassazione – Sesta Sezione Civile – con la sentenza n. 13016 del 24/07/2012.
B) NOTIFICA DELLE CARTELLE ESATTORIALI
Per la notifica delle cartelle esattoriali in caso di irreperibilità del contribuente, prima dell’intervento della Corte Costituzionale succitato, l’art. 26, comma 4 (prima comma 3), D.P.R. n. 602 del 29/09/1973, testualmente disponeva:
“Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall’art. 60 del D.P.R. 29/09/1973, n. 600 e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l’avviso del deposito è affisso nell’albo del comune”.
Come emerge dalla sopra ricordata ricostruzione del quadro normativo in cui si inseriscono le censurate disposizioni, nelle ipotesi di irreperibilità meramente “relativa” del destinatario (cioè “nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile”, come recita il denunciato terzo comma dell’art. 26 del DPR n. 602 del 1973), la cartella di pagamento andava notificata applicando non l’art. 140 cod. proc. civ. ma le formalità previste per la notificazione degli atti di accertamento a destinatari “ assolutamente” irreperibili (lettera e, del primo comma dell’art. 60 del DPR n. 600 del 1973). Pertanto, nonostante che il domicilio fiscale fosse noto ed effettivo, non erano necessarie, per la validità della notificazione della cartella, né l’affissione dell’avviso di deposito alla porta dell’abitazione, dell’ufficio o dell’azienda del destinatario né la comunicazione del deposito mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
Inoltre, in forza dell’ultimo comma (quinto comma, trasfuso nel più ampio attuale sesto comma) dell’art. 26 del D.P.R. n. 602 del 1973 secondo cui “per quanto non è regolato dal presente articolo, si applicano le disposizioni dell’art. 60 nel predetto decreto n. 600 del 1973”, le sopra ricordate modalità di notificazioni previste dalla menzionata lett. e) del primo comma dell’art. 60 del D.P.R. n. 600 del 1973 erano applicabili non solo, come visto, nelle ipotesi in cui il destinatario della cartella di pagamento era solo “relativamente” irreperibile (“nei casi previsti dall’art. 140 cod. proc. civ.”) ma anche in quella in cui detto destinatario era “assolutamente” (cioè oggettivamente e permanentemente) irreperibile.
In sostanza, da quanto sopra esposto, risultava che la notificazione, prima dell’intervento della Corte Costituzionale, si poteva eseguire con modalità diverse, a seconda che l’atto da notificare fosse un avviso di accertamento oppure una cartella di pagamento: nel primo caso, si applicavano le modalità previste dall’art. 140 c.p.c.; nel secondo caso, quelle previste dalla lett. e) del primo comma dell’art. 60 del D.P.R. n. 600/73, creando un’assurda disparità di trattamento.
Infatti, prima dell’intervento della Corte Costituzionale per la notifica delle cartelle esattoriali il concessionario non doveva fare differenza tra l’irreperibilità “relativa” e quella “assoluta”, dovendo rispettare soltanto la specifica procedura dell’art. 26 citato, estremamente penalizzante per il contribuente destinatario dell’atto.
La suddetta diversità della disciplina di una medesima situazione (notificazione a soggetto “relativamente irreperibile”) non è apparsa alla Corte Costituzionale riconducibile ad alcuna ragionevole ratio, con violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Per ricondurre a ragionevolezza il sistema, è stato necessario, pertanto, nel caso di irreperibilità “relativa del destinatario”, uniformare le modalità di notificazione degli atti di accertamento e delle cartelle di pagamento.
Appunto per questo la Corte Costituzionale, con la più volte citata sentenza n. 258/2012, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del terzo comma (corrispondente all’attualmente vigente quarto comma) dell’art. 26 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nella parte in cui stabilisce che la notificazione della cartella di pagamento “Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile….si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600”, anziché “Nei casi in cui nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi sia abitazione, ufficio o azienda del destinatario….si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60, primo comma, alinea e lettera e), del D.P.R. 29 settembre, n. 600”.
Tutto quanto sopra esposto è applicabile anche per le notifiche alle persone giuridiche, ai sensi e per gli effetti dell’art. 145 c.p.c. (come modificato dall’art. 2, comma 1, lett. c), nn. 1,2 e 3, della Legge 28/12/2005 n. 263), che al terzo comma testualmente dispone:
“Se la notificazione non può essere eseguita a norma dei commi precedenti, la notificazione alla persona fisica indicata nell’atto, che rappresenta l’Ente, può essere eseguita anche a norma degli articoli 140 o 143”.
A tal proposito, la Corte di Cassazione – Sezione tributaria -, con la sentenza n. 8637 del 30/05/2012, ha precisato che in riferimento alla notifica di atti alle società commerciali, il necessario coordinamento di tale disciplina con quella di cui all’art. 145 c.p.c. comporta, peraltro, che, in caso di impossibilità di eseguire la notificazione presso la sede sociale, il criterio sussidiario della notificazione alla persona fisica che la rappresenta è applicabile (con prevalenza sulle previsioni di cui all’art. 60, comma 1, lett. e), D.P.R. n. 600/1973) soltanto se tale persona fisica, oltre ad essere identificata nell’atto, risiede nel comune in cui l’ente ha il suo domicilio fiscale (in tal senso, anche Cassazione, sentenze n. 15856/09, n. 5483/08 e n. 3618/06).
In caso contrario, non potrà che farsi ricorso sempre e soltanto al criterio di cui all’art. 60, lett. e), citato più volte (affissione nell’albo del comune del luogo in cui la società contribuente ha il domicilio fiscale) come precisato dalla Corte di Cassazione – Sesta Sezione Civile – con la sentenza n. 13016 del 24/07/2012.
L’intervento della Corte Costituzionale è da apprezzare non solo perché parifica le modalità di notificazione sia per gli accertamenti che per le cartelle esattoriali ma, soprattutto, perché non limita il diritto di difesa del contribuente, consentendogli una maggiore possibilità di conoscenza degli atti, nel rispetto soprattutto dei principi dello Statuto del contribuente (art. 6, comma 1, della Legge 27 luglio 2000 n. 212).(Avv. Maurizio Villani)

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Pagamenti delle pubbliche amministrazioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 luglio 2013

La vera leva per rimettere in moto la crescita c’è già, basta azionarla. La chiave è anticipare al secondo semestre 2013 tutto il plafond di pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese spalmato attualmente fino al 2014. L’effetto shock che potrebbe derivarne “è un maggior gettito per lo Stato di 8-9 miliardi tra Iva e imposte dirette e contributi sociali”. Così Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, in un’intervista a “Il Sole 24 Ore”.“Già solo per la quota prevista nel 2013 – sottolinea l’ex ministro – il governo ha stimato che dal pagamento dei debiti il Pil possa aumentare, nel 2013, dello 0,2 per cento. Se si anticipano anche i pagamenti della tranche originariamente prevista per il 2014 (altri 20 miliardi) il Pil potrebbe aumentare nel 2013 di ulteriori 0,3 punti, per un totale dello 0,5 per cento. Un aumento che produrrebbe effetti positivi sul gettito dei principali tributi: 4 miliardi sull’Iva, attraverso il riavvio del ciclo di fatturazione, 4-5 miliardi su tributi diretti e contributi sociali, per effetto della ripresa produttiva e occupazionale. Un impatto totale di 8-9 miliardi di euro, al netto di quanto già contabilizzato nei tendenziali”.“Non ci sono ostacoli a questa manovra. I pagamenti relativi a spese di parte corrente sono già computati nel calcolo del deficit. Solo le spese in conto capitale (investimenti) comportano un aumento dell’indebitamento netto, dello 0,5% nel 2013, comunque già concordato con l’Unione europea”.“Il ministro dell’Economia ha indicato settembre come data per avviare una possibile accelerazione? Sarebbe troppo tardi. Saccomanni – afferma il presidente dei deputati del Pdl – deve annunciare subito l’intenzione di anticipare i pagamenti nel 2013. È la mossa necessaria a migliorare le aspettative del sistema economico aumentando di conseguenza i consumi, con riflessi positivi anche sulla produzione. Gli interventi fin qui adottati su Imu, Iva, lavoro, sostegno al finanziamento delle imprese, sebbene di per sé positivi, sono tutti a rilascio lento, mentre la nostra proposta garantirebbe effetti immediati. E un ciclo virtuoso: riattivare subito il ciclo dei pagamenti dei propri fornitori; tornare a investire; ricominciare ad assumere”.“Nella mozione presentata nei giorni scorsi abbiamo chiesto che sia costituita una task force per monitorare l’attività delle singole amministrazioni coinvolte nella procedura relativa ai pagamenti. Serve maggiore coordinamento tra ministeri ed altre amministrazioni: bisogna lavorare pancia a terra, anche a luglio ed agosto, per fornire tutte le informazioni con il massimo della trasparenza. Propongo di inserire in una white list oppure in una black list chi adempie agli obblighi di pagamento e chi invece risulta ritardatario. La trasparenza, inoltre, avrebbe un notevole effetto indiretto. Se un’impresa viene pagata dalla Pubblica amministrazione, anche un suo fornitore può a sua volta avere gioco facile nel chiedere di essere saldato. Come in passato la ‘conventio a non pagare’ ha agito negativamente, allo stesso modo la nuova ‘conventio a pagare’ può innescare dinamiche positive”, conclude Brunetta.

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I romani pagheranno il pedaggio del g.r.a.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2011

Icon of autostrada A90 "Grande Raccordo A...

Image via Wikipedia

Lo ha dichiarato il ministro Matteoli. “A seguito dell’audizione in commissione, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, conferma che il pagamento del pedaggio sul Grande Raccordo Anulare di Roma è previsto per legge e, dunque, nessun intervento, da parte di Regione o Comune, potrà superare quanto stabilito dalla legge. E’ impensabile che i romani non paghino il pedaggio, perché così facendo si incorrerebbe in una infrazione europea, dato che il mancato pagamento da parte dei romani verrebbe considerato dall’Europa un aiuto di Stato. Al momento non sappiamo come l’Anas provvederà ad esercitare la riscossione del pedaggio, ma è certo che tra poco inizieremo a pagare, nonostante i ripetuti proclami in difesa dei romani del sindaco Alemanno e della presidente Polverini.” Lo dichiarano, in una nota congiunta, i deputati di FLI Francesco Proietti Cosimi, Antonio Buonfiglio, Aldo Di Biagio.

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