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Posts Tagged ‘pagine storia’

Pagine di storia: La lotta ai nazisti dalla Germania a paesi conquistati

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Era ben nota l’avversione di alcuni ufficiali nei confronti del “piccolo caporale austriaco” e della sua dottrina nazista. Proprio per questo motivo sia taluni militari sia gli stessi capi di opposizione al nazismo presero contatto con gli inglesi già prima della dichiarazione di guerra del 1939. Si fa proprio risalire a questa “congiura dei generali” se gli inglesi ottennero a Dunkerque un po’ di respiro per far evacuare le loro truppe. Un’altra tesi, sull’argomento, vuole che fosse a deciderlo lo stesso Fuhrer più preoccupato di assicurarsi una neutralità inglese che non di puntare a un annientamento del nemico e alla prosecuzione della lotta sul suo territorio.
Posso a questo punto agevolmente rilevare come la resistenza al nazismo fosse un fenomeno internazionale e senza precedenti nella storia delle guerre. Penso, ad esempio, che alla capitolazione del governo francese rispose lo sviluppo progressivo dello spirito di resistenza. Il terreno fu minato sotto i passi del vincitore trionfante. La sua vittoria non avrebbe avuto senso senza l’adesione dei vinti. Costoro, da principio, soggiogati e a volte tentati, subirono lo strapotere tedesco. Ebbero, però, la forza di rialzarsi con un movimento forse lento ma potente. Del giugno del 1940 De Gaulle, da radio Londra lanciò ai francesi un proclama incoraggiandoli alla resistenza. Risposero per primi gli studenti parigini, l’11 novembre del 1940, con una sfilata che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto portarli davanti al Milite ignoto cantando la marsigliese e brandendo delle pertiche (deux guales) e che avrebbero dovuto salutare, con un gioco di parole, l’uomo di Londra. Intanto l’Intelligence Service inglese ricostruì le sue reti d’informazione in tutta Europa, ma soprattutto in Norvegia e in Olanda. Con l’inizio delle ostilità tedesche, sul suolo russo, anche i comunisti, dei paesi occidentali, dal 22 giugno del 1941, poiché fino allora si erano mantenuti neutrali, entrarono nella resistenza.
Da quel momento in poi la lotta contro l’occupante si fece senza quartiere. Si attivarono, nel 1942, numerose organizzazioni patriottiche: Liberation Nord et Sud, Combat, Front National, e Organisation Civile et Militaire. In Belgio il primo movimento di resistenza prende consistenza nel 1940 per merito del colonnello Lentz e dei suoi amici e collaboratori. In Olanda a scatenare la resistenza furono le forme sinistre, assunte dai nazisti, per la caccia agli ebrei. In Norvegia Quisling non riuscì a trascinare il suo popolo ariano lungo la scia hitleriana. Ma soprattutto nei paesi balcanici e slavi, spietatamente oppressi, la resistenza armata assunse fin dall’inizio, dimensioni notevoli prima ad opera del colonnello Drago Mihailovic e poi di Tito. Lo stesso accadde in Polonia, anche se in misura ridotta, per opera del generale conte Komorowsky. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La resistenza in Italia al Nazi-fascismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Sappiamo quanto fosse calata sin dal 1936 la popolarità dei fascisti e il carisma del Duce tra gli italiani, ma se non si tradusse subito in una rivolta popolare si dovette al fatto che molti capi dell’opposizione vivevano in esilio o marcivano nelle patrie galere. Ciò non di meno la resistenza passiva fu notevole sia nelle fabbriche sia altrove. La scintilla della ribellione covava, ad esempio, già sul fronte russo, dove i soldati italiani si sentivano mandati a morire per una guerra inutile. E l’ostilità contro i tedeschi si aggravò, abbandonati che furono all’attacco dei russi, nella loro ultima disperata battaglia con armi ed equipaggiamento assolutamente inadeguati. Dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943, eseguito in modo disastroso per colpa del re e del suo capo di governo maresciallo Badoglio, la situazione precipitò del tutto e si diede il via a una vera e propria guerra civile contro i nazisti e i loro fiancheggiatori della Repubblica Sociale Italiana, divenuta un “fantoccio” nazista. L’armistizio, non seguito da precise istruzioni per i militari, determinò un po’ ovunque uno sbandamento delle truppe da una parte e, dall’altra, a una lotta disperata e finita con un immane bagno di sangue. A Roma, a Porta San Paolo, i soldati si mescolarono nella battaglia dei popolani e degli antifascisti di sempre, come Emilio Lusso, Luigi Longo e Vincenzo Baldazzi e molti altri. Nelle isole greche migliaia di ufficiali e soldati italiani combatterono contro le truppe naziste e furono trucidati in massa. A sua volta la flotta fece ammirevolmente il suo dovere, unendosi, con gravi perdite, agli anglo-americani. Questa lotta ancora confusa assunse contorni sempre più definiti dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania avvenuta il 13 ottobre del 1943.
“Ma – ricorda Leo Valiani – la resistenza italiana ha origini ben più lontane e che risalgono sicuramente agli anni 1920/21 allorché ci si opponeva alle violenze, incendiarie, spesso omicide aggressioni squadristiche fasciste contro le sedi dei loro oppositori”. Purtroppo fin da allora l’opposizione al fascismo non seppe contrapporre una via nazionale credibile e soprattutto unitaria nella sua lotta politica, tanto da farsi coinvolgere da interessi di parte e a progetti totalitari e rivoluzionari di segno opposto. Mancava, in altri termini, una via nazionale che sapesse superare le diffidenze e i timori di quanti vedevano, nel socialismo, un’opposizione settaria e anarchicheggiante in contrasto con i poteri costituiti che andavano oltre il Parlamento e si rivolgevano agli industriali e i rappresentanti dell’alta finanza. E i ceti moderati che formavano la piccola, media e alta borghesia si allearono con i “padroni” e lo stesso fece una parte della classe operaia timorosa di perdere il posto di lavoro. Costoro, così comportandosi, intendevano impedire l’avanzata di un sistema rivoluzionario dalle conseguenze imprevedibili, ma comunque capace, nell’immaginazione dei più, di portare nuovi lutti e disagi nella popolazione, soprattutto per una guerra sofferta sin troppo a lungo per le modeste risorse economiche italiane. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: La pace in Europa e i suoi risvolti in Italia con l’operazione “sunrise”

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Tra tante contraddizioni durante e prima la seconda guerra mondiale si arrivò alla fine di questo tunnel degli orrori con la resa incondizionata di tutte le forze tedesche che fu firmata a Reims nel quartiere generale di Einsenhower il 7 maggio 1945. Ma bisogna attendere fino al 2 settembre, dello stesso anno, per veder piegata la resistenza giapponese. Resta comunque da chiedersi se fosse stato possibile pervenire a quest’atto finale, in tempi così ravvicinati, se non fossero state sganciate dagli americani, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto dello stesso anno, due micidiali bombe atomiche che rasero letteralmente al suolo, con centinaia di migliaia di vittime, soprattutto civili, le due città giapponesi.
A cavallo di queste due date, tanto funeste per tutta l’umanità, ed esattamente l’8 settembre 1945, l’U.R.S.S. dichiarò guerra al Giappone. Ora, con il senno di poi, dovremmo pensare che fu la fine di un incubo o che ci siamo infilati in un altro scenario se non di guerra di certo ricco di contraddizioni e di domande senza risposta? La responsabilità la dobbiamo assegnare ai tanti europei che non seppero comprendere che i tempi stavano mutando e nuove speranze e attese stavano presentandosi. A questo punto ci sembra troppo sbrigativo concludere queste reminiscenze pensando contestualmente ai fatti di casa nostra e di cui ci hanno dato ampia e documentata testimonianza Elena Agarossi e Bradley F. Smith nel loro libro Operation Sunrise (Editore Feltrinelli). Cito questo testo, in particolare, poiché lo considero un lavoro di ampio respiro per l’analisi applicata, da quella strettamente strategico militare, a quella politica, psicologica e filologica.
L’operazione “sunrise”, così denominata dai servizi segreti americani, intendeva portare alla resa il mezzo milione di soldati tedeschi di stanza in Italia e di evitare, soprattutto, la formazione, da parte tedesca, della “ridotta alpina” nel Tirolo, una specie di fortezza di Masada ma organizzata, questa volta, nelle grandi proporzioni di un sistema fortificato in un’imprendibile posizione naturale tra le Alpi.
Gli americani, per contro, avevano fretta di terminare lo scontro contemperandovi sia esigenze prioritarie, di natura strategica e politica, sia quelle di: pervenire al controllo militare del bacino del Mediterraneo, di ridurre al minimo le perdite di vite umane delle forze armate U.S.A. e di prevenire le turbative d’ordine politico (possibili sia in Africa del Nord che in Italia) suscettibili di complicare ed ostacolare le operazioni militari. Nel frattempo s’intravedeva la possibilità di favorire, al meglio, i processi di transizione, ma con l’accortezza di evitare la possibilità di una radicalizzazione della lotta politica a sinistra e lo scatenarsi una possibile guerra civile.
Questa complessità delle motivazioni che ruotano intorno all’operazione “Sunrise” fa sì che essa, agli occhi dei più recenti studi storici sugli avvenimenti di quei tempi, riacquisti tutta la sua importanza e rappresenti, in un certo qual modo, una diversa chiave di lettura anche sulle operazioni militari e politiche operate nel resto dell’Europa e fuori di essa. Non dimentichiamo che in questo frangente vi possa essere stata una parallela identità di vedute tra il generale Wolff, comandante delle forze tedesche di stanza in Italia, e gli americani circa la possibilità di una collaborazione in chiave antisovietica.
Non a caso Wolff, dopo la resa, fu frettolosamente imbarcato alla volta degli Stati Uniti e ricoverato in una casa di cura, per dementi, per sottrarlo al processo di Norimberga.
Sta di fatto che per quanto concerne il Sud d’Europa si negò la partecipazione sovietica alla trattativa Sunrise e alla corsa per Trieste che la Sunrise stessa spianò il terreno, in modo decisivo, all’avanzata dell’armata anglo-americana. In questo “affaire” emerge il ruolo fondamentale svolto da Allen Dulles che diresse da Ginevra i contatti americani con il generale Wolff e il comando tedesco e li portò a termine con successo. Dulles, come si ricorderà, divenne il capo della CIA e fu lo stesso che affrontò la durissima prova della guerra fredda, sul finire degli anni quaranta. La resa dei tedeschi avvenne in Italia il 2 maggio del 1945. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Finisce una guerra e si apre un cortocircuito che provoca la guerra fredda

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

La fine della seconda guerra mondiale non solo creò le premesse per innescare una nuova forma di guerra, quella fredda, ma anche per dirci che avevamo fatto una vera e propria scalata sul fronte degli armamenti militari aprendo la via a forme di distruzione di massa dalle conseguenze terribili per l’umanità. Parliamo, ovviamente, dell’arma atomica e non solo. E’ davvero una svolta storica e ben poca cosa appaiono ora le nuove strategie militari e le tecniche d’impiego degli eserciti con le guerre di movimento. Sembrava che potessero rappresentare la soluzione ideale per sconfiggere l’avversario dando ampio spazio ai mezzi corazzati, ai trasporti motorizzati e all’impiego massiccio dell’aviazione per i bombardamenti tattici e strategici di aree non solo di natura militare ma anche a solo uso civile per indebolire la resistenza della gente ammassata nei grandi agglomerati urbani. Ci sbagliavamo sebbene qualcosa già si avvertiva potendo mettere in campo armamenti tradizionali ma già capaci di essere risolutivi.
Si afferma, a questo proposito, che il Fuhrer non fu eccessivamente impressionato dallo sbarco degli alleati avvenuto in Normandia il 7 giugno del 1944.
Egli, infatti, pensava di capovolgere l’avversa situazione venutasi a creare, sul fronte occidentale, dando il via all’operazione “Cherry-pip”. Si trattava di lanciare contro Londra, entro qualche giorno, da 300 a 400 missili Cherry-pip con testate esplosive di grande potenza. Il tentativo, com’è noto, non riuscì se non per qualche gittata dimostrativa sul cielo di Londra.
Ma in cantiere vi erano ben altre minacce. Prima fra tutte la bomba atomica. Ci pensarono i tedeschi per primi, ma i loro scienziati non fecero in tempo a disporne un uso bellico sebbene ci arrivassero molto vicini. Intanto gli Usa già pensavano di adoperare la bomba in Germania se non fosse riuscito il loro sbarco in Normandia. Ci mancò poco, quindi, che gli ultimi bagliori della guerra non si trasformassero in “funghi atomici.” Ma anche le armi individuali ebbero il loro momento di celebrità. Ci si rese conto della loro importanza in specie se i combattimenti si svolgevano a distanza ravvicinata. Era il momento del mitra, delle granate a mano, delle armi automatiche, in genere, ed anche dei blitz operati nelle retrovie nemiche con uomini pronti a tutto per creare confusione tra le forze combattenti e per distruggere ponti e reti di comunicazione. Fu anche preparata un’altra guerra: quella partigiana che sfruttando le difese naturali del terreno, tra dirupi e boschi, si potevano colpire le colonne nemiche e ritirarsi prima che reagissero in forze. Una tecnica di guerriglia che fu poi esportata nelle città e con successo. Per contrastarla i tedeschi non trovarono di meglio che prendere degli ostaggi inermi del luogo e fucilarli senza pietà. Pensavano in questo modo di indebolire la rete di connivenze che si stava intessendo intorno ai partigiani, ma fu inutile.
La vera guerra, in questa come in altre circostanze, fu vinta anche dalla propaganda condotta dai comitati di liberazione nazionale che trasformarono le uccisioni a freddo dei tedeschi in tanti atti di eroismo delle vittime e in una grande voglia di riscatto da parte dei sopravvissuti. Ci fu il fenomeno dei “kamikaze” giapponesi che si lanciavano con gli aerei carichi di bombe sulle navi americane indifferenti alla morte e al fuoco di sbarramento delle loro contraerei. Oggi lo fanno gli islamici nei mercati, nelle piazze affollate e nei luoghi d’intrattenimento. Se ben consideriamo tali forme di lotta tanto diverse dai canoni tradizionali di una guerra di posizione ereditata dalla prima guerra mondiale, ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che ne hanno provocato il tracollo. E dire che tutto è avvenuto in pochi decenni.
Ricordiamo che gran parte degli stati maggiori anglo-francesi, fino alla travolgente azione militare tedesca sul fronte francese, rimasero fermi nei loro convincimenti anche se furono indirettamente testimoni di combattimenti svoltisi in Polonia con moduli d’intervento decisamente non tradizionali. Militari e politici francesi e inglesi furono a tal punto convinti di trovarsi al cospetto di una seconda guerra di posizione che trovarono persino normale vivere un semestre “irreale” di non belligeranza poiché si aspettavano un attacco in forze sulla linea Maginot e quindi restarono su quelle posizioni in “tranquilla attesa.” Da tutte queste considerazioni emerge qualcosa di più significativo da rilevare. La seconda guerra mondiale, a nostro avviso, resta l’ultima rappresentazione corale mostrata attraverso un reclutamento di milioni di uomini e dall’esistenza di uno o più fronti di combattimento.
Le nuove generazioni nate all’ombra delle tecnologie più evolute e dell’informatica non hanno più bisogno di milioni di armati per sconfiggere altri milioni di armati. Si è pensato in un primo tempo che ciò fosse possibile con l’arma atomica ora il discorso si fa in un modo diverso con l’uso del terrorismo e la subliminazione attraverso i media. Ora l’insidia sta diventando più sottile ed è inodore come il gas nervino. Resta da chiederci se chi ci governa ne è consapevole e ne sa trarre le dovute conclusioni.
I due momenti sono fondamentali, a mio avviso, per capire quanto avviene nel XX secolo e su quali traumi esistenziali si matura tutta la storia dell’umanità vissuta, questa volta, con la lente d’ingrandimento, per quanto riguarda il tempo in cui viviamo e, forse, un po’ prima e, nel cogliere i segni di ciò che ci attende, un po’ dopo.
La seconda guerra mondiale, probabilmente più della prima, per le armi impiegate e per le distruzioni sistematiche d’intere popolazioni, posso considerarla un evento che ha impresso, in profondità, una svolta epocale. Tutto posso dire, infatti, a proposito degli anni post-bellici, tranne che le cose hanno ripreso a procedere come se nulla fosse accaduto. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: I primi passi dell’Italia nata dalla resistenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

Ora rifacciamoci a qualche spaccato di vita italiana vissuta da chi ebbe modo e opportunità di suscitare nuove attese, di consolidare moderne forme di pensiero. Pensiamo a Virginia Agnelli.
In una tiepida serata di primavera nel 1944, questa donna, madre di Giovanni Agnelli, accolse nella sua casa romana, per una cena, uno strano gruppetto di ospiti. Vi erano uomini della resistenza ma anche il colonnello Dollmann, standerstenfuhrer, plenipotenziario di Himmler in Italia. Uomo coltissimo, venuto da giovane a studiare i Farnese, tra le carte della biblioteca Vaticana, e diventato una SS ad honorem per l’ammirazione e la stima che aveva di lui Himmler. Fu la sera nella quale la signora Agnelli prese da parte il colonnello tedesco e gli disse: Non le pare giunta l’ora di fare qualcosa per salvare Roma dalla rovina della guerra? E Dollmann era troppo intelligente per non capire l’invito rivoltogli. Il 22 gennaio del 1944 gli allea-ti erano sbarcati ad Anzio, l’offensiva di Kesselring, tra il 17 e il 19 febbraio dello stesso anno per ricacciare gli alleati in mare, era fallita e tra il 15 e il 24 marzo era stato sferrato un attacco generale degli alleati per la conquista di Cassino. E l’incontro privato, avvenuto il 10 maggio del 1944 e durato quasi due ore, tra il Papa Pacelli e Karl Wolff, comandante supremo delle SS e della polizia in Italia, siglò un’intesa storica. In uno dei suoi memoriali Wolff raccontò di essersi presentato a Pio XII “angosciato di dover continuare a combattere senza speranza contro l’Occidente”. In pratica furono gettate le basi per una trattativa da condurre, in Svizzera, con gli alleati la quale avrebbe portato alla resa il contingente tedesco in Italia. Così il 4 giugno del 1944 gli alleati prendono Roma senza sparare un sol colpo di fucile e il 29 aprile del 1945 fu sottoscritta ufficialmente, nella reggia di Caserta, la resa dell’esercito tedesco in Italia. (Servizio Fidest)

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Pagine di storia: L’Italia postbellica con la “Svolta di Salerno”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

L’Italia come uscì da questa esperienza che la vide attraversata dagli eserciti alleati e di conquista con un ritmo frenetico ma soprattutto con tanti guasti che si riverberarono, inevitabilmente, nello stesso nostro modo di vivere.
Intanto dopo Brindisi, Salerno diventa, dall’undici febbraio del 1944, la nuova capitale del Regno del Sud costituito da tutte le province italiane poste a sud di Napoli. In quella sede Badoglio insedia il governo di unità nazionale. Il re, invece, viveva nella villa del duca di Sangro a Ravel-lo, immusonito e testardamente deciso a non lasciare il trono.
Ma Salerno era solo la capitale amministrativa mentre la vera capitale politica era Napoli e lì si svolgeva l’attività dei partiti e lì c’era la Giunta dei Comitati di liberazione nazionale. La sua posizione riproduceva al Nord quella di Milano, rispetto a Salò, per la Repubblica Sociale Italiana guidata da Mussolini.
Il 1° maggio 1944 ritornò in auge, nell’Italia liberata, la festa del lavoro dopo un ventennio di dittatura. Il clamoroso avvenimento politico fu segnato dall’arrivo a Salerno di Togliatti, proveniente da Mosca. Egli sbarcò il pomeriggio del 27 marzo dal cargo inglese “Tuscania” proveniente da Algeri. Fu un viaggio avventuroso e non privo d’imprevisti come il rifiuto inglese, ad Algeri, di trasferirlo a Salerno e non ultimo dalla pretesa di fargli pagare il passaggio via mare. All’arrivo fu prelevato dalla polizia alleata e solo dopo un lungo interrogatorio fu rilasciato per consentirgli di recarsi nella sede del partito in via San Potito. Togliatti prese ben presto in mano non solo la direzione dei comunisti di Salerno ma anche quella della politica del Regno del Sud imponendo la linea passata come la “svolta di Salerno.” Essa, tra l’altro, prevedeva la non collabora-zione con il governo Badoglio. Per l’immediato si puntava alla cacciata dei tedeschi dall’Italia e solo dopo si sarebbe presa una decisione sul problema riguardante la monarchia. Occorreva, nel frattempo, un governo più rappresentativo dell’Unità nazionale e che non potesse prescindere dalla presenza dei comunisti. E così fu. Il 22 marzo a Ravello, con la cerimonia del giuramento nelle mani di Vittorio Emanuele, fu costituito un nuovo governo nel quale entrarono i comunisti e Togliatti fu nominato ministro senza portafoglio. Il 27 marzo si riunì, il primo Consiglio dei Ministri, alle dieci di mattina.
Quei giorni furono dedicati soprattutto all’emergenza civile per un’impressionante eruzione del Vesuvio, in direzione di Torre del Greco, iniziata nel pomeriggio del 18 marzo. Il pericolo assunse dimensioni tali che il comandante della piazza di Napoli, generale Lush, preparò un piano di evacuazione della città. Intanto furono sgombrate le popolazioni di San Sebastiano, Massa di Somma e altre limitrofe. Un altro avvenimento, che ebbe tragiche conseguenze, fu la morte di 426 viaggiatori rimasti asfissiati dal fumo della motrice bloccata da un guasto dentro una galleria della tratta Napoli-Potenza.
Con la liberazione di Roma il 4 giugno del 1944 si concluse il Regno del Sud. Intanto il Re aveva ceduto i poteri, a Ravello, al figlio Umberto. Fu una mossa politica degli alleati per evitare che la cerimonia si svolgesse a Roma dove restava molto vivo il ricordo del precipitoso abbandono del re l’8 settembre del 1943. (Servizio Fidest)

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